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PRIVILEGIA NE IRROGANTO  di  Mauro Novelli         

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DOSSIER “CINA”

 

 

 

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T ARTICOLI DEL 2-4 aprile 2009  #TOP


 Report "Cina"  


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata ... ( da "Finanza e Mercati" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: In miniera Tutto chiarito nel minerario cino-australiano? Non proprio. Rio Tinto, che ha scelto la partnership alla pechinese con Chinalco (19,5 miliardi di dollari sul piatto), nonostante l'iniziale apertura non può scommettere sul via libera da parte delle protezionistiche autorità di Sydney.

Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata .... ( da "Finanza e Mercati" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: In miniera Tutto chiarito nel minerario cino-australiano? Non proprio. Rio Tinto, che ha scelto la partnership alla pechinese con Chinalco (19,5 miliardi di dollari sul piatto), nonostante l'iniziale apertura non può scommettere sul via libera da parte delle protezionistiche autorità di Sydney.

obama per il disarmo atomico chiede l'aiuto di russia e cina - (segue dalla prima pagina) dal nostro inviato ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: aiuto di Russia e Cina E dopo una giornata di vertici il presidente Usa regala un iPod alla Regina La diplomazia A questo punto, più che discutere su chi sia colpevole della crisi economica globale preferisco cercare di risolvere il problema, guardare avanti e non indietro Il lancio del nuovo missile da parte della Corea del Nord,

dalla cina agli usa, valzer delle debolezze così i grandi cercano la ricetta della ripresa - andrea bonanni ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Economia Tutti i paesi del G20 si siedono al tavolo di Londra con problemi e obiettivi diversi Dalla Cina agli Usa, valzer delle debolezze così i Grandi cercano la ricetta della ripresa Scontro sulle colpe e sugli assetti di potere che usciranno alla fine della recessione ANDREA BONANNI DAL NOSTRO INVIATO LONDRA - Non sarà un summit facile. Lo ha detto a chiare lettere Nicholas Sarkozy.

Solo il pharma salva M&A e banche Usa ( da "Finanza e Mercati" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: il 49% reca infatti la bandiera americana (era il 31% un anno fa), anche a causa del calo delle operazioni straordinarie in Asia: di recente, la Cina ha bloccato alcune operazioni di rilievo, fra cui, la più nota, è stata quella tentata da Coca-Cola sulla Huiyuan, azienda quotata che produce succhi di frutta.

quel solco tra usa e europa - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: i conti con il peso crescente della Cina; perfino l´Europa è ben più riottosa del previsto. Obama credeva di avere fatto abbastanza per soddisfare il Vecchio continente. Una settimana fa il suo segretario al Tesoro annunciava una riforma drastica dei controlli sui mercati finanziari: hedge fund e derivati finiranno sotto la stessa vigilanza che disciplina le banche tradizionali.

Bobò, dal manicomio di Aversa ai palcoscenici di tutto il mondo ( da "Unita, L'" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: cin cin"! È il suo modo di affrontare la vita». Degli anni trascorsi ad Aversa però Bobò non fa mai cenno. È una ferita che si porta dentro, un dolore silenzioso, come quello che custodisce chi è stato tanti anni in un lager. L'INCONTRO «Noi due ci siamo conosciuti proprio nel manicomio di Aversa - racconta ancora Delbono -

QUESTO LICEO È POCO SCIENTIFICO ( da "Unita, L'" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: dalla Svezia alla Cina. In Italia, invece, il governo Berlusconi in assoluta controtendenza taglia i fondi e persino gli orari alla scuola. E riduce il budget delle università e della ricerca. La seconda domanda è conseguenza della prima. Il liceo scientifico ha un ruolo importante nel panorama della scuola media superiore italiana: è il più frequentato.

La rivolta anticrisi riporterà in scena estremisti e xenofobi ( da "Unita, L'" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Ma Obama in Europa non incontra solo l'Europa, ma incontra anche l'India, il Brasile, la Cina. Mi riferisco al G-20, divenuto più importante del G-8....». Cosa significa questo? «C'è stata una accettazione da parte dell'Occidente che il mondo non gli appartiene più. Obama non trova solo una Europa disunita, trova anche una Europa "diminuita".

Obama con Hu, niente dazi con Medvedev più disarmo ( da "Unita, L'" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Andrà in Cina nella seconda metà dell'anno, dopo che sarà stato formato e reso operativo un «gruppo di dialogo strategico ed economico» al massimo livello. Per gli Stati Uniti ne faranno parte la segretaria di Stato Hillary Clinton e il responsabile del Tesoro Tim Geithner.

A margine degli incontri ufficiali, si intrecciano i giochi delle diplomazie. Il premier cinese ... ( da "Unita, L'" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: A margine degli incontri ufficiali, si intrecciano i giochi delle diplomazie. Il premier cinese Hu Jintao ha invitato in Cina il presidente Usa Obama. La visita che potrebbe avvenire già nella seconda parte dell'anno. Riprendendo anche il tema dei diritti umani.

Obama ha visto il russo Medvedev, e ha confermato l'avvio dei negoziati per il rinnovo del trat... ( da "Unita, L'" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Andrà in Cina nella seconda metà dell'anno, dopo che sarà stato formato e reso operativo un «gruppo di dialogo strategico ed economico» al massimo livello. Per gli Stati Uniti ne faranno parte la segretaria di Stato Hillary Clinton e il responsabile del Tesoro Tim Geithner.

la piazza dove è nato il sandwich - carla incorvaia ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Proveniente da una regione del Sud della Cina, Hong Fu è in dolce attesa: «Mio marito lavora a Milano in questo momento - dice - ma il nostro bimbo nascerà qui. Mi piace molto Palermo, per questo l´ho scelta come città in cui vivere e far crescere mio figlio». Ettore Nania, 55 anni, è il parrucchiere della piazza.

valanga toscana al vinitaly con 807 etichette selezionate - mara amorevoli ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: mentre crescono i consumi in Cina e negli Emirati arabi. Con segnali di ottimismo tra i produttori che sperano di veder arrivare gli operatori americani, mentre dalla Regione annunciano che sono in crescita le richieste per rinnovare i vigneti. Un dato positivo, che indica che ancora si investe e si crede nel settore.

trofeo dell'accademia e reali di spagna la toscana diventa capitale della vela - franco vannini ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Emirati Arabi, Francia, Giappone, Gran Bretagna, India, Libia, Portogallo e Serbia. Dal 23 aprile al 3 maggio Livorno sarà la capitale della vela. Dice l´assessore al turismo del comune di Livorno Piero Santini: «Saranno impegnate migliaia di persone, un´occasione unica per il rilancio economico,

parco delle stelle sacrati e savic in missione a siena ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: nella candidatura dell´Italia ai Mondiali di basket 2014, contro Spagna e Cina, la Fortitudo era già stata invitata a presentare il suo progetto dalla commissione Fiba, guidata dal segretario emerito Boris Stankovic, e formata da Predrag Bogosavliev, responsabile eventi, e Markus Studer, responsabile dell´ufficio operativo.

vasco e caparezza star del 1 maggio - pietro d'ottavio ( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: azienda che gestisce le Metropolitane di Roma: «I tempi tecnici per valutare qualunque richiesta di riprese sono di circa due settimane. Inoltre il giorno indicato, il 4 aprile, c´è la manifestazione nazionale della Cgil, circostanza che rendono difficili attività cine televisive all´interno della Metro. Abbiamo quindi proposto di spostare il giorno».

Francia-Cina. Tibet addio. Parigi si riallea con Pechino ( da "AmericaOggi Online" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Francia-Cina. Tibet addio. Parigi si riallea con Pechino 02-04-2009 PARIGI. Il Tibet? La Francia, dopo mesi di gelo con Pechino per aver dato udienza al Dalai Lama, ha fatto sapere ieri come la pensa: "Fa parte integrante del territorio cinese". Rapporti subito più caldi, fin da ieri sera, quindi.

Guarda oltre l'Europa. I vertici con Jintao e Medvedev rivelano le priorità di Obama ( da "AmericaOggi Online" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina, con la sua economia che "già mostra timidi segnali di ripresa" e con i suoi fondi sovrani che sono i maggiori acquirenti di titoli di stato Usa, è di fatto il principale finanziatore del piano di stimolo varato dalla Casa Bianca per superare la crisi, e tiene in mano le sorti del dollaro.

Asse franco-tedesco al G-20 ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Italia Mario Draghi ha ricordato che le raccomandazioni anti-crisi del Financial Stability Forum si applicano anche a banche e hedge fund. Servizi u pagine 2, 3 e 5 L'America riapre il dialogo con Russia e Cina. Dmitrij Medvedev e Barack Obama (nella foto) hanno deciso di avviare negoziati sul disarmo nucleare AP/LAPRESSE l'articolo prosegue alle pagine 2 3

Le aperture di Obama ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Le aperture di Obama di Mario Platero N e l suo debutto ufficiale sulla scena globale, il presidente Usa Barack Obama si è smarcato abilmente dalle polemiche con l'Europa sulle misure anticrisi e ha avviato un importante dialogo con i leader della Russia (sul disarmo) e della Cina (sugli equilibri politici ed economici). Servizio u pagina 5 l'articolo prosegue in altra pagina

L'eterna partita Usa-Europa ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dal nostro inviato E uropa contro Stati Uniti, Cina e Russia anche: non fosse per l'eterna sintonia con l'Inghilterra di Gordon Brown e la fresca solidarietà del Giappone di Taro Aso, l'America di Barack Obama rischierebbe davvero di ritrovarsi sola e accerchiata al suo debutto sulla scena globale del G-20.

Stretta sui mercati finanziari ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: premier giapponese Taro Aso e dalla Cina, ma incontrando le resistenze europee. Ieri, la Merkel ha ammesso che il piano Usa è «particolarmente significativo, ma anche noi abbiamo fatto la nostra parte». Anche su questo tema, Obama ha espresso pragmatismo, riconoscendo che l'Europa ha per esempio maggiori ammortizzatori sociali, ma ha chiesto che «ciascun Paese faccia i suoi sforzi,

Stretta di mano. ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 5 autore: Stretta di mano. Obama con il presidente cinese Hu Jintao e Hillary Clinton nella residenza dell'ambasciatore americano a Londra. Stati Uniti e Cina hanno inaugurato ieri un nuovo «dialogo strategico» REUTERS

Obama e Medvedev: una nuova era ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Con la Cina «dialogo strategico» Mario Platero LONDRA. Dal nostro inviato Era l'evento più atteso di questo storico G-20 di Londra: il debutto del presidente americano Barack Obama sulla scena mondiale. Un debutto non facile, anche per l'attacco inatteso di Nicolas Sarkozoy su questioni di lana caprina relative al G-20.

Tibet, Sarkozy fa la pace con Hu Jintao ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: necessario per facilitare i rapporti tra Francia e Cina nel corso del summit del G-20: Nicolas Sarkozy e Hu Jintao, i due presidenti, si sono seduti uno accanto all'altro alla cena di Buckingham Palace. E oggi si riparleranno. è da qualche settimana che il Quai d'Orsay ha ripreso la strada dei rapporti concilianti con la Cina.

Pechino sempre più protagonista ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: attivismo della Cina sul palcoscenico globale è sempre più frenetico. La Cina che si presenta oggi al Vertice del G-20 non è la stessa che, solo cinque mesi fa, partecipò al summit di Washington. è una Cina più forte. Soprattutto sul piano politico. Il gran numero di accordi economici e di intese di cooperazione siglato negli ultimi tempi da Pechino in giro per il pianeta,

Quel filo sottile tra diplomazia e vita privata ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: irruzionedella Cina, in un sistema diventato globale, e la crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti. Significativo in questa prospettiva il ricordo del vertice del '99 che celebrava i cinquant'anni della Nato con gli ex membri del Patto di Varsavia, in cui D'Alema commentò scherzando: «In questa sala gli ex comunisti sono quasi la maggioranza »

Un viaggio di ritorno nel futuro dell'industria ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la propria sede nella diffusa metropoli lombarda e le sue articolazioni in Romania e negli Usa, in India, in Cina e in Vietnam. Fabbrica-mondo, insomma. La riprova sta nei numeri. Da alcuni anni Mediobanca e Unioncamere censiscono un robusto gruppo di 4mila medie imprese indu-striali, che hanno fatturati dai 13 ai 290 milioni di euro e contano in libro paga da 50 a 499 dipendenti.

Senza nuove regole sarà caos ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali») avevo già messo l'accento sulla assoluta necessità che si ponga rimedio alla situazione di disequilibrio macroeconomico che è fra le cause della crisi in corso. Abbiamo oggi un sistema che è capace di costringere al riequilibrio le economie piccole che registrano disavanzi della bilancia dei pagamenti.

Alleanza europea, obiettivo la Cina ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: PROMOZIONE TURISTICA Alleanza europea, obiettivo la Cina L a promozione sui mercati turistici esteri ha prodotto risultati limitati. Le indagini internazionali ricordano puntualmente che la Penisola resta la meta più ambita, ma finora i grandi flussi turistici hanno premiato altre destinazioni, tra cui Francia e Spagna.

Promozione comune con Francia e Spagna ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Quanto ai mercati, all'inizio verranno privilegiati Cina, India, Russia, Brasile, Argentina e Messico. «Per un cinese che viaggia in Europa – ha aggiunto al Brambilla –, i confini frai nostri Paesi sono relativi. Dobbiamo presentarci insieme su quei mercati e giocare sulle nostre complementarietà».

Stati Uniti primi per import E al secondo posto c'è l'Italia ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Anche la Cina ha saldo negativo - Tra gli esportatori Tokyo batte Corea e Germania Stati Uniti primi per import E al secondo posto c'è l'Italia Andrea Malan «La Francia, che ha inventato l'automobile, è diventata nel 2008 un Paese importatore..». L'affermazione di Luc Chatel,sottosegretario all'Industria nel Governo francese,

Parole d'ordine. ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: stanno progettando in Cina, in un territorio limitato e già troppo costruito come quello italiano. La parola d'ordine è "sostituzione edilizia". Interventi di demolizione e ricostruzione, riqualificazione delle aree dismesse, mirate a mettere a sistema un tessuto urbano spesso cresciuto in modo «spontaneo», come sottolinea Cino Zucchi,

Crisi economica Russia e Usa s'avvicinano ( da "Avvenire" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina stabili e durature. Carico di nubi è rimasto invece il rapporto con l'Unione europea. Durante una conferenza stampa assieme al premier britannico, Gordon Brown, il presidente statunitense, dopo aver invitato gli altri Paesi a fare fronte comune e ad agire con urgenza contro la crisi globale, ha detto di essere «assolutamente fiducioso che il G20 rifletterà un enorme consenso»

Disgelo fra Francia e Cina dopo lo scontro sul Tibet ( da "Avvenire" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: 2009 Disgelo fra Francia e Cina dopo lo scontro sul Tibet PARIGI. Il Tibet? La Francia, dopo mesi di gelo con Pechino per aver dato udienza al Dalai Lama, ha fatto sapere come la pensa: «Fa parte integrante del territorio cinese». Era da qualche settimana che il Quai d'Orsay aveva ripreso la strada «maestra» dei rapporti concilianti con la Cina.

Consiglio per i diritti umani, svolta Usa: ( da "Avvenire" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: dalla Cina al Sudan, l'hanno fatta franca. Gli Stati Uniti hanno annunciato la loro candidatura a fianco di Belgio e Norvegia alle elezioni del 15 maggio quando verranno decisi tre seggi occidentali dei 47 del Consiglio. La Nuova Zelanda, che aveva deciso di entrare in pista, si è fatta da parte per garantire a Washington una elezione non contestata.

Con Hu spunta il tabù diritti umani ( da "Avvenire" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: lasciare che le tensioni sui diritti umani intralcino altri punti di cooperazione», ieri Stati Uniti e Cina hanno concordato fare ripartire almeno «la discussione sui diritti umani» il prima possibile. Durante l'incontro l'inquilino della Casa Bianca ha quindi accettato l'invito a recarsi in visita a Pechino nella seconda metà del 2009 (il presidente George W.

Organi umani in vendita, la moderna schiavitù ( da "Avvenire" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: turpe compravendita illegale di organi umani che va crescendo nel mondo (se fino a qualche anno fa Cina e India erano i centri principali di questa 'linea commerciale', ora l'offerta si è molto ampliata, coinvolgendo Filippine, Brasile, Sud Africa e diversi Paesi dell'Europa dell'Est), si stanno facendo sempre più pressanti le nobili richieste affinché tale mercato venga legalizzato.

Ambiente, torna il fronte negazionista ( da "AprileOnline.info" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Basti pensare che la Cina è il secondo più grande investitore in energie rinnovabili ed è il maggior produttore di energie rinnovabili. L'industria dell'energia rinnovabile sarà il settore cruciale per uscire dalla crisi e creare posti di lavoro. Se l'Italia perde questa occasione, le perdite economiche e sociali per il paese saranno incalcolabili.

Crisi della mondializzazione? ( da "AprileOnline.info" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: India e Cina), che sono stati la principale destinazione del flusso di Ide negli ultimi anni, una significativa inversione di tendenza, dovuta alla ridotta disponibilità di capitali a livello mondiale. Secondo alcuni la fase della mondializzazione, caratterizzata da scambi intercontinentali, sta lasciando il campo ad una fase di regionalizzazione,

La favola del G20 ( da "AprileOnline.info" del 02-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: ascesa di nuove potenze come la Cina, le cui banche sono oggi le prime per capitalizzazione, o l'India, che si è comprata la più grande acciaieria europea l'Arcelor, o il Brasile che ha bloccato i negoziati dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Il primo incontro del G20 risaliva al periodo appena successivo alle crisi finanziare del mondo asiatico.

DIRETTIVA ANTI DISCRIMINAZIONE Il Parlamento europeo con 363 sì, 226 no e 64 astensioni ... ( da "Unita, L'" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: NUOVA TENSIONE CINA-VATICANO La Santa Sede torna ad alzare la voce con Pechino dopo l'arresto del vescovo cinese Giulio Jia Zhuigo della diocesi di Zhengding. «Situazioni di questo genere - afferma una nota il Vaticano - creano ostacoli al clima di dialogo».

obama: "il mondo è cambiato supereremo la crisi tutti insieme" - (segue dalla prima pagina) dalnostro inviato ( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: ma ha lasciato la parola a chi era arrivato dalla Cina, dall´Australia o dall´India. E alla fine la gran parte dei 500 giornalisti, molti dei quali non lo avevano mai visto, non hanno resistito e gli hanno fatto un lungo applauso, cosa che non si è mai vista ad una conferenza stampa. Obama è uscito vincitore da questo G20, che alla vigilia sembrava tutto in salita per lui,

Contro la crisi 5mila miliardi Mai più paradisi fiscali ( da "Unita, L'" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina appare sempre più come un attore fondamentale per l'uscita dalla crisi, tanto da relativizzare i G8 ai quali non ha accesso: sta ritrovando vigore nella crescita (+6,3 previsto per il 2009) e nella domanda interna. La prima verifica di quanto messo ieri in cantiere si farà nel prossimo settembre: un altro G20,

Per Angela Merkel si tratta di un compromesso molto positivo, quasi storico, in grado di rende... ( da "Unita, L'" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina appare sempre più come un attore fondamentale per l'uscita dalla crisi, tanto da relativizzare i G8 ai quali non ha accesso: sta ritrovando vigore nella crescita (+6,3 previsto per il 2009) e nella domanda interna. La prima verifica di quanto messo ieri in cantiere si farà nel prossimo settembre: un altro G20,

sulla valuta globale altolà alla cina ( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Pagina 3 - Economia Sulla valuta globale altolà alla Cina Il dollaro rimane una moneta di riserva. E´ accantonata, almeno per adesso, l´idea cinese di una «valuta globale» che sostituisca il biglietto verde come strumento di riserva. Obama è contrario, anche se pare che il Fondo monetario voglia studiare la questione.

una piccola bretton woods - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: seppellisce definitivamente il G8 mettendo la Cina al centro di qualsiasi futuro equilibrio mondiale. Perfino Berlusconi, che riesce a farsi fotografare tra il presidente russo e quello americano, può dichiararsi soddisfatto. Ma la vera rivelazione di questo vertice è la ritrovata leadership dell´America di Obama.

Linea dura sui paradisi fiscali ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: quelle della Cina molto meno. Lo status di Hong Kong e Macao è il motivo dell'irrigidimento cinese qui a Londra. C'è stato uno scontro fra Nicolas Sarkozy e il leader cinese Hu Jintao dietro l'unica, vera incertezza del vertice. Per tutta la giornata, infatti, non si era capito se la lista dei paradisi fiscali sarebbe stata diffusa insieme al comunicato finale.

Obama: dal summit una svolta storica ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: ispirato e galvanizzato dal successo del suo ruolo di mediazione fra Cina e Francia sulla questione dei paradisi fiscali, ha definito l'esito di questo G-20 di Londra. è stato lui del resto ha sbloccare l'impasse tra Francia e Cina su uno dei punti centrali, la questione della lista dei paradisi fiscali. La Cina si era impuntata.

Berlusconi: l'America ci porti fuori dal tunnel ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: perché Paesi come Cina e India non avrebbero le risorse per intervenire a differenza dei Paesi occidentali». Sia Berlusconi che Tremonti tengono comunque a precisare che questo impegno sociale non nasconde nessuna intenzione di sforare i conti pubblici. Quanto all'Italia, saranno sufficienti i 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali che si vanno ad aggiungere agli altri 12.

Dai Grandi assegno di 1.100 miliardi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: firmato per 100 miliardi di dollari e una cifra analoga ha promesso l'Unione europea, mentre la Cina è interessata ad acquistare obbligazioni emesse dal Fondo monetario (per 40 miliardi di dollari, ha detto il premier britannico Gordon Brown, ma dalle autorità di Pechino per ora non c'è conferma) e all'Arabia saudita sarebbe stata chiesta una cifra vicina ai 50 miliardi di dollari.

Cina: Sarkozy non vedrà più il Dalai Lama ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: 24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-03 - pag: 4 autore: L'ELISEO SMENTISCE Cina: «Sarkozy non vedrà più il Dalai Lama» Prime incomprensioni tra Cina e Francia dopo la pace raggiunta sul Tibet. Secondo il ministero degli Esteri di Pechino, l'accordo prevede il divieto per le autorità francesi di incontrare il Dalai Lama.

Un successo oltre le previsioni ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: tra Francia e Cina, per la prima volta convinta da Obama ad ac-cettare le norme Ocse anti-centri offshore nonostante da sempre Pechino rifiuti di attenersi alle regole di organizzazioni internazionali di cui non è parte. Pace apparente anche tra gli Stati Uniti da una parte, Cina e Russia dall'altra, anche se Dmitry Medvedev ieri non ha rinunciato,

Digitale a costo zero per la ripresa ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la domanda ancora insoddisfatta ( persino in Paesi emergenti come India e Cina) per servizi internet e reti mobili a banda larga, meno costose da diffondere di quelle fisse. Un'allocazione rapida di nuove frequenze pregiate ( quali quelle risparmiate dal passaggio alla Tv digitale) potrebbe quindi indurre un circolo virtuoso.

Ora l'Europa deve scommettere sul wireless ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dall'Europa agli Usa, dalla Cina all'India. «Il punto chiave è che esiste un nuovo mercato, e grande. Come vent'anni fa spiega Sentinelli - Allora era la voce. Ora è internet. E nel passaggio dal fisso al mobile c'è il premio di mobilità. Il cliente è disposto a pagarlo.

Fondi sovrani libici per le maxi-opere ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: già in campo, accanto anche alla Cina, alla Turchia, che ingaggiano una serrata competizione sui prezzi. micaela.cappellini@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA GLI ACCORDI I capitali africani potrebbero investire nel progetto del Terzo valico Tripoli apre una zona franca per le imprese italiane

Una regia unica per l'export ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Ieri la Fondazione Italia Cina e la Camera di commercio italo-cinese hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per completare la loro integrazione, un'operazione che allargherà la base dei soci a 380 membri. «I rapporti tra i due Paesi sono ottimi», dice il presidente della Fondazione Cesare Romiti che tuttavia sottolinea con amarezza come l'

Shanghai 2010, vetrina d'Italia ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: tra Italia e Cina». Dal 2004 ad oggi, cioè da quando la Cina è entrata nel Wto, i rapporti economici con l'Italia sono costantemente cresciuti, con l'eccezione degli ultimi mesi, a causa della recessione mondiale. Da allora ad oggi, ha detto la Marcegaglia, quasi 2mila imprese italiane hanno lavorato con il Celeste Impero.

Pechino blocca l'alleanza Bank of China-Rothschild ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la Cina rinuncia a entrare in uno degli storici salotti buoni della finanza mondiale. Ieri, le autorità di controllo Pechino hanno bocciato l'acquisizione del 20% di La Compagnie Financiere Edmond de Rothschild da parte di Bank of China. Lo scorso settembre, le due società avevano siglato un accordo con cui il colosso creditizio cinese s'

L'Italia esporta anche enoteche ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dopo la Cina si va a Malta L'Italia esporta anche enoteche L'Italia ora esporta anche enoteche. O almeno ci prova, come dimostra di volere fare l'Enoteca Italiana di Siena, l'unico ente che dal 1933 è abilitato con Dpr a svolgere tale attività sotto il controllo del ministero delle Politiche agricole.

Bank of China rinuncia a Rothschild ( da "Finanza e Mercati" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Shanghai Securities News la Cina estenderà da tre a cinque anni il periodo di lock-up imposto agli investitori stranieri nelle banche commerciali del Paese. Bank of China, istituto a controllo statale, lo scorso settembre aveva raggiunto l'accordo per rilevare il 20% del capitale del business in private banking e asset management della famiglia Rothschild con un investimento di 2,

Lo Stoxx600 recupera 167 miliardi ( da "Finanza e Mercati" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: output manifatturiero della Cina ha ripreso a crescere per la prima volta in sei mesi; i prezzi delle case nel Regno Unito si sono risvegliati per la prima volta dall'ottobre 2007; gli ordini delle industrie americane sono aumentati per la prima volta da sette mesi. Una serie di scosse che, assieme, ha dato ai mercati la sensazione di aver passato il punto di minimo macroeconomico,

parigi non sostiene il tibet libero ( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Pagina 20 - Esteri Francia Parigi non sostiene il Tibet libero PECHINO - Il riavvicinamento diplomatico fra Parigi e Pechino si basa su un accordo che prevede il divieto per le autorità francesi di incontrare il Dalai Lama. Secondo la Cina, la Francia «si è impegnata a non sostenere l´indipendenza del Tibet in nessuna forma».

vescovo sequestrato il vaticano protesta ( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Pagina 20 - Esteri Cina Vescovo sequestrato il Vaticano protesta PECHINO - Un vescovo sotterraneo di Zhengding, monsignor Giulio Jia Zhiguo, è stato, prelevato dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. La Santa Sede ha denunciato la repressione delle autorità cinesi contro la Chiesa cattolica.

- (segue dalla copertina) roberto saviano ( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: lungo le grandi strade della Siberia dove assaltavano i convogli provenienti dalla Cina e dall´India. I tatuaggi quindi erano un modo per non farsi assalire da "colleghi", e un modo muto per rendersi fratelli. Quando si diffuse il Cristianesimo, il tatuaggio criminale siberiano adottò i simboli della nuova religione: gli Efei si confondevano così con i pellegrini, che erano poveri e,

Il G20 di Obama: un punto di svolta per fronteggiare la crisi ( da "AmericaOggi Online" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: con l'emergere di nuovi paesi, come Cina e India, che rappresentano miliardi di persone. La immensa popolarità di Obama, in questo suo primo viaggio europeo da presidente, resta immutata. Alla fine della conferenza stampa, il presidente americano è stato salutato da un caloroso applauso dalla platea dei media internazionali.

Corea, la Casa Bianca: pronti a risposta severa ( da "Avvenire" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La stessa amministrazione Obama prende atto che altri partner del dialogo a Sei (composto da Stati Uniti, Cina, Giappone, Russia e le due Coree) sono contrari al lancio del missile-satellite, ma anche che c'è realisticamente «la generale aspettativa che le attività di lancio andranno avanti. La Corea del Nord, intanto, ha avviato il rifornimento del missile-satellite.

Xinjiang: non lo pagano, si fa esplodere ( da "Avvenire" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Nuova Cina", l'uomo era un cinese originario della provincia del Sichuan e l'attentato non sembra aver nulla a che fare con le rivendicazioni della minoranza degli uighuri. Il suicida aveva 42 anni, si chiamava Han Wushun, e chiedeva che gli venissero pagati gli stipendi arretrati dalla compagnia Xinjiang Beixin Road and Bridge Construction.

Lavoro e famiglia, il lato sociale del vertice ( da "Avvenire" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina e l'India non avrebbero mai la possibilità di sopperire a stipendi e salari dei posti di lavoro che si potranno perdere » si è giustificato il presidente del Consiglio. Si è ottenuto, però, quel paragrafo sulla «dimensione umana della crisi», in cui i governi promettono: «Svilupperemo un mercato del lavoro giusto e sostenibile a livello familiare sia per gli uomini che per le

La Santa Sede: ( da "Avvenire" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: 2009 La Santa Sede: «Un ostacolo l'arresto in Cina del vescovo Jia» DI LUCA GERONICO S econda riunione in Vaticano della Commissione per la Chiesa in Cina. Un appuntamento ufficiale che serve a fare un bilancio a quasi due anni dalla Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cristiani in Cina per un bilancio certo non ancora positivo.>

Addio ai paradisi fiscali, più fondi contro la crisi ( da "Avvenire" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: si deve al presidente Usa la mediazione fra Francia e Cina sui paradisi fiscali». «Ero giunto al G20 di Londra per ascoltare, imparare e fornire leadership americana: penso di avere centrato l'obiettivo», ha ag- giunto il presidente americano. Quindi ha lodato il «coordinamento storico, inimmaginabile 10 o 20 anni fa» che ha unito «Paesi molto diversi come Stati Uniti,

Il vertice delle buone intenzioni ( da "AprileOnline.info" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, India, Brasile, Sud Africa - che dalla ripresa economica di Europa e America si aspettano il rilancio delle proprie esportazioni. Gli altri 180 circa paesi del pianeta, per lo più poveri e poverissimi, non rappresentati a questa riunione dei 20 più ricchi, hanno ricevuto la promessa che gli imponenti nuovi fondi messi a disposizione del Fondo monetario internazionale (

Riformismo e unità ( da "AprileOnline.info" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: essendo stato più volte in Cina durante il suo sottosegretariato - non si può e non si deve dimenticare che questo effetto positivo, verificatosi soprattutto per le popolazioni costiere della Cina, è stato assolutamente ininfluente sulle condizioni delle popolazioni interne, che continuano a vivere in stato di grande povertà.

Il convitato di pietra ( da "AprileOnline.info" del 03-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina e Russia) per uscire dalla sempre più limacciosa palude afgano-pachistana? Il punto critico è che le strategie sul campo continueranno a restare prevalentemente militari (utilizzo di tattiche aeree e di bombardamenti con conseguenti massacri di civili) e la commistione militare continuerà a riguardare anche gran parte degli aiuti civili (

La mia ricetta per la rivoluzione verde ( da "Finanza e Mercati" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell'interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale.

lecce, costa gavras star del cine festival ( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Costa Gavras star del cine festival In programma le anteprime di "Sbirri" con Raoul Bova e "Focaccia blues" E alla fine arriva il maestro. Costantin Costa Gavras -nel cui nome il festival del cinema di Lecce ha tracciato una settimana d´indagine filmografica intorno all´Europa - sarà nella sala 2 del cityplex Santalucia per partecipare a un convegno dedicato al suo cinema.

venti di guerra in oriente pyongyang sfida il mondo "oggi lanciamo il missile" - federico rampini ( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina: unico alleato-protettore della Corea del Nord, Pechino ha teoricamente un´influenza notevole perché dalle sue forniture di energia e altri prodotti dipende la sopravvivenza della dittatura rossa nel piccolo paese confinante. Già nell´ultima fase della presidenza Bush gli americani si erano rassegnati a chiedere un coinvolgimento sempre più forte della diplomazia cinese per

- (segue dalla copertina) marek halter ( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Tutta la mia famiglia è stata sterminata», dice l´uomo dai capelli cinerei. «Allah ha salvato solo il mio fratello minore. Era in Francia durante i bombardamenti� tutta la mia famiglia�» dice con voce rassegnata. Attorno a noi si forma un capannello di persone. Un altro uomo, più giovane, allontana il mio interlocutore.

L'Ocsesalva Macao e Hong Kong ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Hong Kong e Macao fanno parte della Cina che ha numerosi accordi di scambio di informazioni e rispetta gli standard internazionali. Hong Kong e Macao hanno annunciato qualche giorno fa che si conformeranno agli standard internazionali. Si può pensare che la Cina veglierà affinché questi ultimi tengano fede alle loro promesse».

I bambini dei radioattivi anni 60 ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Francia e Cina). La potenza totale sprigionata dai numerosissimi lancitest negli anni è stata equivalente a 440 milioni di tonnellate di tritolo, pari a 22.500 volte la potenza delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki. Il risultato purtroppoè questo. Ma c'è di peggio: con l'affacciarsi di nuovi attori - alcuni per ora solo teorici -

La Russia punta sulle armi strategiche ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: sono superiori anchei bilanci della Cina, e dei Paesi della Nato che ha un potenziale militare 5/6 volte superiore a quello russo». Secondo Litovkin, gli arsenali missilistici nucleari russi sono sufficienti a costituire un deterrente, mentre la flotta dei sottomarini nucleari, 14 di cui 10 abbastanza vecchi, non può essere una minaccia per gli Usa che ne hanno due volte tanti.

gli economisti si dividono sul g20 "misure reali". "no, è scenografia" - giorgio lonardi ( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Paesi che risparmiano troppo come la Cina». Ecco perché, secondo Roach, il G20 conta poco, al contrario del G2 formato da Usa e Cina, cioè «dal maggiore consumatore e dal maggiore produttore del mondo». Il giudizio di Roach non è piaciuto a Norbert Walter, capo economista di Deutsche Bank per cui «il vero G2 è quello formato da Usa ed Europa in materia di definizione delle regole»

cina, primo scandalo finanziario la polizia perquisisce la citic - federico rampini ( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: le perdite sui derivati e le inchieste per falso in bilancio e frode Cina, primo scandalo finanziario la polizia perquisisce la Citic FEDERICO RAMPINI dal nostro corrispondente PECHINO - E´ il primo scandalo serio che colpisce una delle grandi istituzioni finanziarie cinesi dall´inizio di questa crisi. La polizia di Hong Kong ieri ha perquisito per ore gli uffici di Citic Pacific,

Primi segnali di ripresa per l'economia cinese ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: quando la grande crisi in arrivo da Wall Street non aveva ancora contagiato la Cina. La ripresa è dunque dietro l'angolo? Probabilmente, anche se, è bene precisarlo, il dato annunciato ieri da Pechino va preso con le molle. Il Pmi, infatti, è un indicatore sintetico ampio e complesso perché compendia l'andamento della produzione industriale, della domanda domestica, delle scorte,

Se Pyongyang lancerà il missile dura reazione ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la Cina e il Giappone) sul disarmo, ha detto Bosworth durante una conferenza stampa. «Questo resta il nostro obiettivo a lungo termine e desidereremmo tornare a questo obiettivo entro un termine il più ragionevole possibile » ha aggiunto. La Corea del Nord sostiene che il lancio mira a inviare in orbita un satellite ed è parte del suo programma spaziale.

Impegno da coordinare ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: e ricostruendo la domanda globale attraverso un credibile accordo tra Cina, Europa e America. Ma non si può negare la forza dell'impegno dei governi a Londra per i Paesi poveri o emergenti che nasce dal rafforzamento delle istituzioni finanziarie multilaterali. Forse allora davvero la crisi ci sta insegnando a essere meno egoisti e autodistruttivi?

L'ottimismo degli emergenti ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dalla Cina, il direttore dell'Ufficio nazionale di statistica, Ma Jiantang, ha affermato che «l'economia si sta probabilmente riscaldando ». I più cauti potrebbero sostenere che l'ottimismo cinese è semplicemente ilriflesso di un Paese che non conosce il problema degli asset tossici: secondo la Banca asiatica di sviluppo (Adb)

Danone, la formula della longevità ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: vicepresidente di Danone: «Un mese fa abbiamo parlato del debutto in Cina delle nostre attività nei prodotti freschi. Mi ha ascoltato con grande interesse e ha fatto un sacco di domande, ha voluto sapere tutto. Poi ha detto: "Bene, bene, bisogna che vada in Cina, ma non quest'anno che non ho tempo,il prossimo".

I giovani commercialisti: la burocrazia ci ostacola ( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: in Cina, all'interno dell'Italian center, di proprietà di Tshang, che tra le cariche ha anche quella di presidente dell'Agenzia per la Cina. «Tschang ci ha chiesto una mano - racconta - per seguire le aziende che si rivolgevano a lui per aprire attività in Cina o fare acquisti spot o cercare fornitori».

i vecchi fantasmi dell'alleanza - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Ossia quando il mondo multipolare oggi in gestazione comincerà precisarsi. Con la Cina, l´India, il Brasile sempre più presenti sulla ribalta. La Nato si dovrà adeguare. E noi potremo liberamente giudicarla, come oggi, per quel che fa non per quel che è.

Ora l'Europa litiga sulla lista. Dopo la decisione unanime del G20 di lanciare la battaglia con... ( da "Unita, L'" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: esempio è la Cina, che non compare con Hong Kong. Ma non sono da meno gli Stati Uniti, che hanno il Delaware e il nevada al loro interno. Si sa che la Cina, dopo un lungo negoziato a Londra è riuscita a ottenere l'esclusione. In Europa protesta anche la Svizzera, che aveva iniziato un difficile negoziato per allentare il suo segreto bancario e oggi si ritrova nella lista incriminata.

PAROLE SOSPESE NEL NULLA L'innominabile di Beckett in mano ai Marcido Marcidorjs diventa una ricerca espressionista ( da "Unita, L'" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: quella inventata dal talento visionario di Daniela Dal Cin. E i cinque appesi alle croci in questa specie di cimitero espressionista portano una tuta di colori diversi, enormi scarpe nere da clown e soprattutto maschere grottesche e quasi animalesche che ricoprono interamente i loro volti, con grandi, sporgenti occhi a palla destinati a rimanere eternamente spalancati - si direbbe -

Androidi in pedana La ginnastica e l'arte ai tempi dei robot Con gli Europei in corso a Milano riflettori accesi sugli atleti costretti a evocare sempre più spesso Blade Runner per ( da "Unita, L'" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina ha messo alla sbarra bimbe in forte odore di infanzia. Pollicine meccaniche, di poco superiori al metro. Uguali, seriali, elettroniche. Vanessa Ferrari, lo scricciolo d'oro, ci ha sbattuto la zampina contro queste robottine impeccabili. Un tendine d'Achille stirato ed è stata débacle.

Corea, oggi in orbita il missile-spia La Casa Bianca insiste: ( da "Avvenire" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: avrebbe registrato il disappunto della Cina, «l'alleato» più vicino a Pyongyang, contraria all'applicazione di altre sanzioni o all'inasprimento delle attuali contro il regime comunista. Per il premier giapponese Taro Aso e il presidente sudcoreano Lee Myungbak il satellite può essere mandato in orbita già oggi, condizioni meteo permettendo.

Austria, Belgio, Lussemburgo: i europei si difendono ( da "Avvenire" del 04-04-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: legati alla Cina) o il Delaware e il Nevada, stati americani con politiche fiscali ultraleggere. In effetti «non fa piacere trovarsi in quella lista» ha ammesso il collega belga Didier Reynders. È più che altro una questione di tatto. I tre paradisi fiscali europei si sarebbero aspettati un atteggiamento più comprensivo,


Articoli

Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata ... (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata ... di Redazione del 02-04-2009 da Finanza&Mercati del 02-04-2009 [Nr. 62 pagina 23] Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata (con la benedizione del presidente Barack Obama), intanto l'auto Usa deve fare i conti con le vendite. Che in marzo hanno segnato ancora una frenata del 45% per Gm. Leggermente meglio hanno fatto le altre due big di Detroit, Ford e Chrysler, calando, rispettivamente, del 41% e del 30. Ma i dati sono stati disastrosi per tutti i player del settore. Anche il leader mondiale Toyota ha dovuto incassare un calo del 39% (poco migliore, il 36%, la flessione dell'altra big nipponica Honda). Sul listino, ieri, sono state montagne russe per Detroit. Gm è passata da un calo del 18% a un guadagno dell'1,5% (ma con il valore del titolo a livelli tanto infimi si fa in fretta a rimbalzare). Ford è passata da un segno meno dell'8,75% a uno più del 5,70% a Wall Street. In paradiso Tra natura e fisco, in futuro le Cayman rischiano di poter contare solo sul primo benefit per attirare turisti, visto che gli effetti del Global Forum on Taxation promosso dall'Ocse si sono già fatti sentire. La nazione caraibica ha infatti firmato un accordo con sette Paesi nordici (Danimarca, Fær Øer, Islanda, Finlandia, Groenlandia, Norvegia e Svezia), un fatto che, dopo l'intesa con gli Usa, porta a otto il numero complessivo di accordi in tema di trasparenza fiscale e scambi di informazioni. Per gli altri membri dell'Ocse, le Cayman (che hanno opportunamente cambiato la la legislazione) si riservano di decidere unilateralmente cosa fare. In miniera Tutto chiarito nel minerario cino-australiano? Non proprio. Rio Tinto, che ha scelto la partnership alla pechinese con Chinalco (19,5 miliardi di dollari sul piatto), nonostante l'iniziale apertura non può scommettere sul via libera da parte delle protezionistiche autorità di Sydney. Bhp Billiton tornerà quindi all'attacco? Neppure questo è sicuro, almeno non prima che Rio Tinto abbia sanato il suo colossale debito (obiettivo per cui comunque il gruppo minerario ha già pronto un piano B, in caso i liquidi di Chinalco evaporino). E forse neppure allora, perché Bhp ha una pulsione allo shopping che potrebbe portare ad altre operazioni.

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Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata .... (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata ... di Redazione del 02-04-2009 da Finanza&Mercati del 02-04-2009 [Nr. 63 pagina 23] Mentre Chrysler tratta con Fiat, e Gm considera sempre più seriamente la bancarotta controllata (con la benedizione del presidente Barack Obama), intanto l'auto Usa deve fare i conti con le vendite. Che in marzo hanno segnato ancora una frenata del 45% per Gm. Leggermente meglio hanno fatto le altre due big di Detroit, Ford e Chrysler, calando, rispettivamente, del 41% e del 30. Ma i dati sono stati disastrosi per tutti i player del settore. Anche il leader mondiale Toyota ha dovuto incassare un calo del 39% (poco migliore, il 36%, la flessione dell'altra big nipponica Honda). Sul listino, ieri, sono state montagne russe per Detroit. Gm è passata da un calo del 18% a un guadagno dell'1,5% (ma con il valore del titolo a livelli tanto infimi si fa in fretta a rimbalzare). Ford è passata da un segno meno dell'8,75% a uno più del 5,70% a Wall Street. In paradiso Tra natura e fisco, in futuro le Cayman rischiano di poter contare solo sul primo benefit per attirare turisti, visto che gli effetti del Global Forum on Taxation promosso dall'Ocse si sono già fatti sentire. La nazione caraibica ha infatti firmato un accordo con sette Paesi nordici (Danimarca, Fær Øer, Islanda, Finlandia, Groenlandia, Norvegia e Svezia), un fatto che, dopo l'intesa con gli Usa, porta a otto il numero complessivo di accordi in tema di trasparenza fiscale e scambi di informazioni. Per gli altri membri dell'Ocse, le Cayman (che hanno opportunamente cambiato la la legislazione) si riservano di decidere unilateralmente cosa fare. In miniera Tutto chiarito nel minerario cino-australiano? Non proprio. Rio Tinto, che ha scelto la partnership alla pechinese con Chinalco (19,5 miliardi di dollari sul piatto), nonostante l'iniziale apertura non può scommettere sul via libera da parte delle protezionistiche autorità di Sydney. Bhp Billiton tornerà quindi all'attacco? Neppure questo è sicuro, almeno non prima che Rio Tinto abbia sanato il suo colossale debito (obiettivo per cui comunque il gruppo minerario ha già pronto un piano B, in caso i liquidi di Chinalco evaporino). E forse neppure allora, perché Bhp ha una pulsione allo shopping che potrebbe portare ad altre operazioni.

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obama per il disarmo atomico chiede l'aiuto di russia e cina - (segue dalla prima pagina) dal nostro inviato (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 8 - Esteri Le colpe della recessione Il lancio del missile coreano Obama per il disarmo atomico chiede l´aiuto di Russia e Cina E dopo una giornata di vertici il presidente Usa regala un iPod alla Regina La diplomazia A questo punto, più che discutere su chi sia colpevole della crisi economica globale preferisco cercare di risolvere il problema, guardare avanti e non indietro Il lancio del nuovo missile da parte della Corea del Nord, se avverrà, sarà una provocazione, una violazione delle risoluzioni dell´Onu e un attentato alla stabilità e alla sicurezza della regione (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DAL NOSTRO INVIATO mario calabresi Poi è entrato a Buckingham Palace e si è rilassato, tanto che alla Regina ha regalato un i-pod carico di immagini e canzoni. La prima giornata del viaggio europeo di Barack Obama è stata micidiale: tre faccia a faccia internazionali, una conferenza stampa, un tè con Elisabetta II e il principe Filippo, un incontro di cortesia con il leader dell´opposizione David Cameron (probabile prossimo primo ministro britannico) e la cena a Downing Street con i leader del G20. Un totale di 14 ore e 30 minuti di colloqui e riunioni, in un giorno in cui gli incubi nucleari del passato, del presente e del futuro si sono mescolati: prima Obama ha lanciato insieme al presidente russo Medvedev un nuovo negoziato sulla riduzione delle armi strategiche (i missili intercontinentali a testata atomica), la cui prima versione era stata firmata quando lui ancora studiava legge ad Harvard. Si deve essere ricordato di quella visita nel 2005 al sito nucleare russo di Perm, la sua prima missione da neoeletto senatore al seguito del più esperto Richard Lugar, quando imparò che la diplomazia è pazienza: i russi li fecero aspettare per molte ore chiusi in una piccola stanzetta, ma Obama non si scompose e si mise a dormire sul divano. Dopo aver scongelato i rapporti con Mosca e aver tolto dal tavolo lo scudo antimissile amato da Bush, ha usato il faccia a faccia con il presidente cinese Hu Jintao per avvertire la Corea del Nord che considererà l´annunciato lancio del nuovo missile Taepodong 2, capace di raggiungere le Hawaii e l´Alaska, «una provocazione, una violazione delle risoluzioni dell´Onu e un attentato alla stabilità e alla sicurezza della regione». Infine ha usato il suo primo incontro con il leader russo e la decisione di lavorare per smontare quello che resta della Guerra Fredda (l´idea è di ridurre le testate strategiche da 2.200 a 1.500) come strumento di pressione sull´Iran. Il ragionamento del presidente americano si potrebbe sintetizzare così: mentre noi lavoriamo per chiudere la corsa agli armamenti del passato, non possiamo far partire una nuova gara atomica nel mondo islamico. Il presidente americano non solo teme un Iran nucleare ma sa anche che l´Arabia Saudita e l´Egitto sarebbero pronte a seguire la stessa strada, cercando di opporre un´atomica sunnita a quella sciita di cui cerca di dotarsi Teheran. Tutto in una giornata cominciata con le minacce di Sarkozy di boicottare il G20 - che hanno fatto sorridere Obama in conferenza stampa - e l´accusa all´America di aver infettato l´economia e la finanza mondiali. «Alcuni sono colpevoli ma tutti sono responsabili», ha replicato il presidente americano ai giornalisti inglesi, citando la frase preferita del suo professore alla scuola di legge, per aggiungere: «A questo punto più che di discutere su chi sia colpevole preferisco cercare di risolvere il problema, guardare avanti e non indietro». E poi ha ricordato a quegli europei che si mostrano scettici sulla sua ricetta keynesiana di rilancio dell´occupazione e dei consumi che «se la crescita ripartirà, il motore non potrà essere solo l´America». Non bastasse, Obama ha anche discusso di Tibet e Sudan con i cinesi, sottolineando che le organizzazioni non governative devono poter intervenire nell´emergenza umanitaria; e ha accettato l´invito di andare a Pechino in autunno e a Mosca a luglio. Chiedergli di rispettare l´etichetta degli inglesi in una giornata così sarebbe stato troppo: così, durante la conferenza stampa con Brown, si è fatto passare una bottiglia d´acqua e l´ha bevuta a canna, poi a Buckingham Palace è andato a salutare il principe Filippo senza aspettare - come prevede il galateo - che il Duca di Edimburgo gli allungasse la mano. Ma se si fosse fatto ingabbiare dalle formalità non sarebbe stato l´Obama che ha vinto le elezioni promettendo il cambiamento, un mondo meno burocratico e diviso. Lo ha voluto dimostrare in ogni momento, non solo è il presidente americano che rilancia l´amicizia con i russi, che discute con i cinesi e apre al dialogo con l´Iran, ma anche quello che non fa regali costosi con i soldi dei contribuenti. I tabloid inglesi poche settimane fa si erano scandalizzati quando Obama aveva omaggiato Gordon Brown, in visita a Washington, soltanto con un confanetto di 45 dvd con il meglio del cinema americano. Per di più, visti i diversi sistemi televisivi, si è scoperto che non si potevano vedere in Inghilterra, ma i tecnici di Downing Street, per evitare l´incidente diplomatico, hanno annunciato di aver fatto una modifica al lettore cd del premier britannico. Il presidente americano non se ne è curato, e rivolgendosi alla sovrana come fosse in visita da una cara vecchia zia le ha regalato un i-pod caricato con spezzoni di video della visita di sua maestà negli Stati Uniti nel 2007 e con vecchie canzoni americane. Elisabetta II, che ha 82 anni, non si è però stupita, visto che possiede un vecchio i-pod da 4 anni, da quando su suggerimento del figlio Andrea se lo fece comprare all´Apple Store di Regent Street. Lei invece ha seguito la tradizione, e ha donato a Michelle e Barack una foto con autografo sua e del principe Filippo in una cornice d´argento. L´unico cruccio di Obama deve essere quello di non aver visto nulla di Londra, di essere stato blindato nella residenza di Winfield House, circondato dal più grande parco privato di Londra: 49mila metri quadrati di giardino. Dalle finestre della villa si può vedere una grande cupola dorata, quella della Moschea Centrale di Londra, che dista meno di 200 metri. In mezzo, barriere, piloni di cemento e centinaia di poliziotti. E pensare che solo quattro anni fa, dopo una visita con una delegazione di senatori a Tony Blair, Obama uscì da Downing Street da solo, a piedi, e se ne andò a cena con la sorella più grande, a cui raccontò orgoglioso che l´avevano lasciato sedere nella poltrona di Winston Churchill.

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dalla cina agli usa, valzer delle debolezze così i grandi cercano la ricetta della ripresa - andrea bonanni (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 6 - Economia Tutti i paesi del G20 si siedono al tavolo di Londra con problemi e obiettivi diversi Dalla Cina agli Usa, valzer delle debolezze così i Grandi cercano la ricetta della ripresa Scontro sulle colpe e sugli assetti di potere che usciranno alla fine della recessione ANDREA BONANNI DAL NOSTRO INVIATO LONDRA - Non sarà un summit facile. Lo ha detto a chiare lettere Nicholas Sarkozy. Lo ha lasciato capire Angela Merkel. Lo ha ammesso indirettamente perfino Barack Obama, che pure nella sua prima missione europea è ben determinato a mostrare il volto di un´America tornata sorridente, amichevole, all´occasione perfino umile nell´ascoltare e nel cercare di capire le esigenze degli altri. Ma non sono tanto le divergenze, pure importanti, che rendono difficile il colloqui tra i Grandi, quanto piuttosto l´impossibilità di trovare una ricetta che ponga fine alla crisi e riporti indietro le lancette dell´orologio a quegli anni di «sviluppo insostenibile», che però faceva comodo a tutti. Ben consapevoli di quanto sia impari il compito che li aspetta, i capi di governo reagiscono in modo diverso ma tutti con il medesimo obiettivo di nascondere la loro impotenza collettiva. C´è chi, come gli americani e i cinesi, cerca di abbassare le aspettative sui risultati, si sforza di accentuare i punti di accordo e di mettere la sordina ai dissidi. Ma intanto Cina e Stati Uniti, legati a doppio filo dal gigantesco problema del debito americano, hanno già stabilito un tavolo bilaterale di «Dialogo strategico ed economico» che costituisce forse l´embrione di un «G2» destinato a pilotare il Pianeta. E poi ci sono gli europei, Sarkozy e Merkel in prima linea, che invece cercano di alzare le aspettative, perché sanno benissimo che, con il G8 che non conta più nulla e con il G20 troppo affollato ed eterogeneo per decidere davvero le sorti del mondo, l´Europa rischia di essere marginalizzata dai tavoli dove si fanno le scelte veramente importanti. Infine c´è il contorno degli altri Paesi. C´è la Russia, che ha capito subito come gira il vento e spende il proprio peso militare, secondo solo a quello degli Usa, per impegnare Obama in una trattativa di disarmo bilaterale riaffermando così il ruolo di grande potenza mondiale che il crollo dei prezzi energetici le ha tolto. C´è il Giappone, nella non invidiabile situazione di una potenza economica che assomma i problemi di chi ha un debito pubblico in crescita esponenziale (come gli Stati Uniti o la Gran Bretagna) e di chi ha un´economia basata su esportazioni ormai crollate ai minimi termini (come la Germania o la Cina). E ci sono gli altri, i paesi emergenti come il Brasile, l´India, la Turchia a cui la crisi sta tagliando sotto i piedi l´erba dei capitali internazionali che avevano finanziato e sostenuto la loro travolgente crescita economica. Otterranno da questo vertice un impegno a lottare contro il protezionismo. Ma la vera corda che li sta strangolando è il drenaggio dei canali di credito internazionale. I contrasti che arrivano a questo vertice dei Venti hanno almeno due piani di lettura. Quello più palese, e ormai ampiamente dibattuto, vede da una parte gli americani, che reclamano dagli altri più investimenti pubblici per tornare a far girare il motore dell´economia mondiale, ma che sono restii ad affidare ad organizzazioni internazionali la governance dei mercati finanziari globali le cui regole fino a ieri erano state decise a Wall Street in splendida solitudine. Dall´altra ci sono gli europei, che non vogliono spendere più di quanto hanno già fatto anche per non creare una ennesima bolla che renderebbe precaria pure la nuova ripresa economica, ma che reclamano a gran voce un set di regole internazionali condivise per governare i mercati finanziari. Ma parallelo a questo dibattito, che al vertice si risolverà come sempre con una buona dose di compromesso, c´è un altro contrasto che nasce dall´analisi delle presunte «colpe» della crisi e investe già gli assetti di potere che usciranno al termine della recessione. E´ la polemica tra i Paesi come l´America che, con l´enorme deficit della loro bilancia dei pagamenti, hanno alimentato la crescita forzosa ed illusoria di questi anni, e quelli come la Germania o la Cina, che hanno accumulato un enorme surplus di ricchezza traendo beneficio dall´indebitamento degli altri. E´ la riedizione in forma globale dell´eterno scontro tra le cicale e le formiche. Gli europei, con la notevole eccezione della Gran Bretagna, si identificano piuttosto con le formiche, considerano gli americani come i primi responsabili della crisi e trovano logico che siano loro a pagare il conto più salato e ad accettare quelle regole che finora si erano limitati ad imporre al resto del mondo. Dall´altra parte gli Usa rinfacciano all´Europa, alla Cina e al Giappone di essersi arricchiti sulla pelle e sui debiti dei consumatori americani. E reclamano da chi ha un forte surplus di bilancia dei pagamenti un adeguato contributo a far ripartire l´economia. Il nuovo ordine mondiale nascerà dalla soluzione di questo braccio di ferro. Ma è ancora presto per capire dove si troverà il punto di compromesso.

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Solo il pharma salva M&A e banche Usa (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Solo il pharma salva M&A e banche Usa da Finanza&Mercati del 02-04-2009 Merger and acquisition con il freno a mano tirato. Nel primo trimestre l'importo complessivo delle operazioni è del 14% inferiore a quello del trimestre precedente e del 30% in meno rispetto a un anno fa. L'unico comparto in movimento è quello farmaceutico: un settore che ha offerto in questo primo scorcio di 2009 una seria opportunità di guadagno per le investment bank. L'M&A che ha investito l'intero settore ha infatti permesso di ricavare laute commissioni, e la parte del leone l'hanno fatta Goldman Sachs, Jp Morgan e Morgan Stanley. Lo studio di MergerMarket non lascia adito a dubbi: Morgan Stanley ha superato Jp Morgan per valore delle transazioni, dopo che nel 2008 era scivolata al settimo posto della classifica (per importo delle operazioni) e all'undicesimo (per numero di operazioni). Ma nel primo trimestre la mega acquisizione di Petro Canada da parte di Suncor Energy ha permesso a Morgan Stanley il salto in avanti. Ma dopo quasi un biennio di crisi finanziaria e la scomparsa di attori del calibro di Lehman, Citigroup e Merrill Lynch ha catapultato alla ribalta boutique finanziarie quali Greenhill & Co. o Evercore Partners. Allo stesso modo hanno guadagnato posizioni anche Barclays (dal 29° al settimo posto a livello globale) e Nomura Holdings, passato dal 24° al secondo posto in Asia. Ad avvantaggiare i colossi a stelle e strisce è stato però anche il fatto che gran parte dell'M&A abbia coinvolto la Corporate Usa. In termini di valore delle transazioni, il 49% reca infatti la bandiera americana (era il 31% un anno fa), anche a causa del calo delle operazioni straordinarie in Asia: di recente, la Cina ha bloccato alcune operazioni di rilievo, fra cui, la più nota, è stata quella tentata da Coca-Cola sulla Huiyuan, azienda quotata che produce succhi di frutta.

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quel solco tra usa e europa - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 28 - Commenti QUEL SOLCO TRA USA E EUROPA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) L´assenza di una leadership riconosciuta. Di ricette condivise. Perfino di un´analisi comune della crisi. Obama misura i limiti della sua influenza sul resto del mondo. Ha un carisma universale paragonabile a John Kennedy. Ma la sua capacità di dettare l´agenda internazionale è ai livelli di Jimmy Carter, un minimo storico per l´America. Non solo deve fare i conti con il peso crescente della Cina; perfino l´Europa è ben più riottosa del previsto. Obama credeva di avere fatto abbastanza per soddisfare il Vecchio continente. Una settimana fa il suo segretario al Tesoro annunciava una riforma drastica dei controlli sui mercati finanziari: hedge fund e derivati finiranno sotto la stessa vigilanza che disciplina le banche tradizionali. La lotta ai paradisi fiscali ha avuto una svolta con la "profanazione" del segreto bancario svizzero da parte del fisco americano. Ancora prima di aver varcato la soglia dei 100 giorni Obama ha avviato lo smantellamento graduale di trent´anni di neoliberismo. In cambio si aspettava un gesto da parte dell´Europa: più risorse pubbliche da spendere per le manovre di rilancio della crescita. Invece l´asse Sarkozy-Merkel incalza Obama chiedendogli di più: in particolare un´authority globale per la regolazione dei mercati finanziari. è un´idea difficilmente accettabile per Obama e soprattutto per il Congresso di Washington, riluttante a qualsiasi passo che somigli ad una "cessione di sovranità". Ma si inserisce perfettamente nell´atmosfera di processo al capitalismo finanziario angloamericano. La Merkel e Sar-kozy sono gli interpreti moderati dello stesso risentimento che ha riempito di manifestanti le vie di Londra. In fondo è la stessa rivolta contro il modello anglosassone la ragione per cui l´Europa nega a Obama nuove iniezioni di spesa pubblica. La Merkel denuncia il rischio di una esplosione dei deficit foriera di futura inflazione. Una crisi provocata dall´eccesso di debito finanziario non si cura con altre overdose di indebitamento: è la linea della cancelliera che riscuote consensi in Europa. Le incomprensioni sono quasi incolmabili. Gli americani non misurano l´importanza del Welfare State europeo, che con le sue tanto deprecate "rigidità" attutisce l´impatto sociale della recessione: basta confrontare le cifre dei licenziamenti da una parte e dall´altra dell´Atlantico. D´altronde molti europei non sembrano convinti che il rischio di una Grande Depressione sia reale. Visti dagli Stati Uniti, dove quello scenario viene preso molto sul serio, certi nostri governanti ricordano l´incoscienza di Herbert Hoover nel 1929. La Cina può aspirare a un ruolo di arbitro. Per la portata della sua maximanovra di spesa pubblica (quasi 500 miliardi di euro) Hu Jintao è più in sintonia con Obama. D´altra parte i dirigenti cinesi condividono l´aspirazione europea a una riforma concertata delle regole della finanza. Vi aggiungono una richiesta così radicale da suonare quasi come una provocazione: la fine del ruolo del dollaro come valuta globale, per ridurne gli effetti destabilizzanti. Il ballon d´essai lanciato dal governatore della banca centrale cinese ci ricorda che dentro questo G-20 avvengono assestamenti sismici: il totale dei paesi rappresentati fa l´85% del Pil del pianeta, ma la parte dell´Occidente si rattrappisce a gran velocità. Certe divergenze sono quasi inconciliabili perché derivano da ruoli opposti nella divisione internazionale del lavoro. Da una parte ci sono paesi strutturalmente debitori che hanno usato la leva della finanza per colmare l´insufficienza di risparmio interno: Obama e Brown governano due di questi Stati. Dall´altra ci sono nazioni strutturalmente esportatrici che hanno accumulato attivi commerciali: Hu Jintao e la Merkel da questo punto di vista sono sullo stesso lato della barricata. Lo scontro fondamentale verte su come andranno ripartiti i sacrifici per uscire dalla Grande Recessione. Con quali livelli di tassazione delle generazioni attuali e future. Con quali scappatoie di "consolidamento dei debiti" attraverso svalutazioni e inflazioni. I leader riuniti al summit odierno faranno di tutto per evitare che le apparenze ricordino il precedente storico più infausto: la conferenza di Londra del 1933, finita con un clamoroso fallimento, proprio mentre il mondo si avvitava nella Grande Depressione. è utile rievocare anche il seguito. Tra i paesi più efficaci nel combattere la disoccupazione di massa si segnalò la Germania di Hitler. Oggi non c´è un Hitler all´orizzonte; ma un modello di capitalismo illiberale e autoritario, la Cina, sta usando questa recessione per rafforzare la sua influenza mondiale. è un paese che ha il vantaggio di saper mobilitare investimenti statali a una velocità ineguagliabile. Sarebbe anche la sede ideale di un prossimo G20, se lo si preferisce senza no global e senza vetrine infrante.

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Bobò, dal manicomio di Aversa ai palcoscenici di tutto il mondo (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Bobò, dal manicomio di Aversa ai palcoscenici di tutto il mondo FRANCESCA DE SANCTIS Alto un metro e mezzo circa, Bobò oggi ha 72 anni, 45 dei quali trascorsi nel manicomio di Aversa. E poco importa se nello spettacolo Racconti di giugno, riproposto di recente al Teatro Argentina di Roma (in occasione dell'uscita dell'omonimo libro di Delbono, edito da Garzanti) non attraversa il palco neppure per un attimo durante lo spettacolo. Almeno fisicamente. In realtà la pièce parla di lui, protagonista allo stesso modo di Delbono e applaudito dal pubblico quando entra ed esce da dietro le quinte sorridendo e con le braccia alzate. L'incontro fra lui è Delbono è una sorta di innamoramento, che ha cambiato la vita di entrambi. Ma chi è Bobò, e come ci è finito nel manicomio di Aversa? «Bobò è nato in un piccolo comune in provincia di Caserta - ci racconta il regista ligure -. Proviene da una famiglia semplice che probabilmente si vergognava di avere due figli gemelli entrambi sordomuti e analfabeti... per questo i genitori decisero di internarli all'età di 16 anni». Uno dei due però non ce l'ha fatta. La sua vita si è interrotta a 35 anni, mentre trascorreva le giornate in manicomio, tra cani randagi che giravano per i corridoi, donne che urlavano, uomini che graffiavano le pareti e sedute di elettroshock. «Bobò un giorno mi raccontò di quel funerale - prosegue Delbono - eravamo seduti in un bar di Buenos Aires. Raccontò a modo suo tutti i dettagli di quella giornata e alla fine con il bicchiere di vino alzato fece "cin cin"! È il suo modo di affrontare la vita». Degli anni trascorsi ad Aversa però Bobò non fa mai cenno. È una ferita che si porta dentro, un dolore silenzioso, come quello che custodisce chi è stato tanti anni in un lager. L'INCONTRO «Noi due ci siamo conosciuti proprio nel manicomio di Aversa - racconta ancora Delbono -. Era il 1996. Io ero lì per condurre un seminario di teatro e stavo attraversando un periodo di grande depressione. Ogni volta che tenevo la mia lezione tre pazienti si fermavano ad osservare. Uno di loro, il più minuto, era Bobò. Di lui mi colpì subito la sua grazia». Si faceva trovare alle 6 di ogni mattina con la maglietta dell'Inter. «Aveva una tutrice che vestiva tutto di nero - ricorda il regista -. Una volta al mese andava lì per portargli il cambio. Bobò mi disse da subito che avrebbe voluto andar via, ma non era semplice; avevamo pensato perfino ad un rapimento», finché la tutrice morì, come racconta Delbono in Racconti di giugno. Bobò allora fece tre gesti, l'ultimo dei quali indicava un fucile che sparava. Aveva riacquistato la sua libertà recitando con Delbono. Con lui gira il mondo, con lui ha imparato ad essere «artista» e ben sette spettacoli non sarebbero concepibili senza Bobò, che si trasforma di volta in volta in clown, in cantante punk, in vecchio siciliano. «Ricordo quando decisi di portarlo con me a Napoli per recitare nello spettacolo Barboni. Ogni cosa era un festa: i cartelloni pubblicitari, il cibo, la gente che passava. Ora Bobò è un attore straordinario, con la rarissima capacità di tenere insieme gioco e realtà e un corpo che parla. Dopo la chiusura del manicomio siamo tornati ad Aversa per girare il film il Grido: Bobò attraversava i corridoi senza piangere, ma raccontando quello che era accaduto con la forza di un guerriero». Da un po' di tempo a San Cipriano d'Aversa s'è fatta una sorella di Bobò. Viveva in Svizzera ed ora, a poco a poco, ha iniziato a volergli bene. «Lo invita a casa e insieme vedono la tv - spiega Delbono -. Insomma ogni tanto Bobò fa la vita da pensionato». Ma il resto dell'anno fa il giramondo ed ogni volta che sale sul palcoscenico è come se regalasse un mazzo di fiori al suo pubblico. Ecco spiegato il senso del teatro. Maglietta da calcio con il numero 10 stampato in evidenza e una solo scritta: Totti. Entra in scena così Bobò, attore di punta della compagnia di Pippo Delbono da ormai undici anni.

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QUESTO LICEO È POCO SCIENTIFICO (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

QUESTO LICEO È POCO SCIENTIFICO PROPOSTE DI RIFORMA E se ripartissimo dalla scuola e dalla scienza? E se ripartissimo dalla creazione di un "vero" liceo scientifico? È per rispondere a queste domande che il Gruppo di lavoro interministeriale per lo sviluppo della cultura scientifica e tecnologica, più noto come Comitato Berlinguer, dal nome dell'ex ministro del governo Prodi che lo presiede, ha organizzato il convegno «Per un nuovo liceo scientifico nel XXI secolo»? Non sono domande astratte: ma priorità politiche assolute. Alla prima domanda, per esempio, ha già risposto Barack Obama, che ha destinato 80 miliardi di dollari alla scuola e 21,5 alla ricerca scientifica, nel complesso 101,5 miliardi, che rappresentano il 12,9% del suo intero pacchetto anticrisi. La scelta ha un motivo molto semplice: per uscire dalla crisi gli Usa vogliono rafforzare la loro leadership nella società e nell'economia della conoscenza. Hanno bisogno quindi di più scienza e, ancor prima, di migliore educazione. Scelte analoghe sono state realizzate in tutto il mondo, dalla Svezia alla Cina. In Italia, invece, il governo Berlusconi in assoluta controtendenza taglia i fondi e persino gli orari alla scuola. E riduce il budget delle università e della ricerca. La seconda domanda è conseguenza della prima. Il liceo scientifico ha un ruolo importante nel panorama della scuola media superiore italiana: è il più frequentato. Viene scelto, infatti, da uno studente su quattro. Nel 2010 si prevede che esisteranno 27 diversi curricoli (tra licei e istituti tecnici) per la scuola media superiore: il 25% dei ragazzi ne sceglierà uno, lo scientifico; il restante 75% si distribuirà sugli altri 26. Ebbene, il liceo scientifico che è frequentato da un quarto dei ragazzi italiani non è abbastanza scientifico. È ancora di stampo gentiliano. La scienza è marginale: in pratica, è un classico senza il greco. C'è poca scienza in termini di orario. Ma, soprattutto, la scienza è insegnata con un approccio inadeguato. Un approccio che Luigi Berlinguer definisce gnoseologico e deduttivo. In pratica, gli studenti leggono molto i manuali ma entrano raramente in un laboratorio. Invece dovrebbero apprendere la scienza come metodo per scoprire il mondo. Non è una nostra invenzione. La gran parte della riflessione pedagogica in tutto il mondo ritiene che l'educazione scientifica debba essere "inquiry-based", fondata sull'indagine sperimentale. L'idea non solo è stata fatta propria ma è considerata decisiva dall'Unione europea (si veda il recente rapporto «Educazione scientifica ora: una pedagogia rinnovata per il futuro dell'Europa» redatto della commissione Rocard). Di qui la proposta del Comitato Berlinguer. Aumentiamo la quantità e la qualità della scienza nel liceo scientifico. Rendiamo opzionali alcuni insegnamenti, come il latino. Rendiamo davvero scientifico il nostro liceo. È un investimento per il futuro.

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La rivolta anticrisi riporterà in scena estremisti e xenofobi (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-04-2009)

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«La rivolta anticrisi riporterà in scena estremisti e xenofobi» Lo storico britannico: Obama trova un'Europa diminuita come la sua America ma a differenza di Bush ha capito che l'Occidente ormai non può uscire dal tunnel da solo UMBERTO DE GIOVANNANGELI Trovo «naturale che in una situazione come questa, in cui somme colossali sono state depredate da personaggi incompetenti, ai quali non si sarebbe dovuto affidare neanche un negozio di rigattiere, si manifesti un disagio sociale che rischia di trasformarsi in una "jacquerie" metropolitana, in una rivolta di piazza che non trova sbocchi politici. Sono abbastanza pessimista. Perché penso che quando la disoccupazione crescerà ulteriormente, la protesta esploderà e a trarne vantaggio saranno i gruppi xenofobi estremisti». Gli scontri di Londra e l'incontro tra Barack Obama e i leader europei analizzati da uno dei più autorevoli storici europei: il professor Donald Sassoon, autore di numerosi saggi, tra i quali quello in questi giorni nelle librerie: «La Cultura degli Europei» (Rizzoli, 2009). Professor Sassoon, quale Europa trova il presidente Usa Barack Obama? «Trova una Europa fondamentalmente disunita su come affrontare la crisi. Ma Obama in Europa non incontra solo l'Europa, ma incontra anche l'India, il Brasile, la Cina. Mi riferisco al G-20, divenuto più importante del G-8....». Cosa significa questo? «C'è stata una accettazione da parte dell'Occidente che il mondo non gli appartiene più. Obama non trova solo una Europa disunita, trova anche una Europa "diminuita". E anche l'America è "diminuita": ed Obama, essendo una persona intelligente, lo ha capito e lo ha anche praticamente detto, nei limiti permessi ad un presidente degli Stati Uniti. Obama è venuto per ascoltare, per fare le cose insieme, insistendo nel suo primo discorso sul concetto che l'America da sola non può far uscire il mondo da questa fase estremamente critica». In questo riconoscimento c'è quella visione multilaterale di Obama che sembra essere il punto di rottura rispetto al suo predecessore ? «Bush viveva in un mondo utopico, dove gli Stati Uniti non avevano bisogno di nessuno; un mondo dove l'America, forte della sua potenza militare, si muoveva come fosse l'unica, inattaccabile, iper potenza planetaria. Obama arriva sull'onda della sconfitta di questa politica e, in un certo senso, rappresenta un'America che è stata "diminuita". Quando lui dice che bisogna essere più multilaterali, non è che offra una soluzione su cosa fare. Nega la vecchia "soluzione", rivelatasi fallimentare, del passato, ma non sa qual è quella nuova. E tra l'altro ha anche ragione, perché sarebbe un ben strano multilateralismo quello in cui un solo soggetto, l'America, delinea e impone un modus operandi». Nell'affrontare una drammatica crisi finanziaria, economica e sociale, quale convergenza è è ipotizzabile tra l'America di Obama e l'Europa? «C'e innanzitutto una convergenza sul riconoscimento della gravità della crisi, ma non c'è ancora una linea comune su come uscirne fuori. Tutti sanno cosa non è più possibile fare ma nessuno ha un progetto. Ed è difficile avere un progetto, perché non esiste più una potenza egemone, come fu l'America nel secondo dopoguerra, che impose almeno al mondo occidentale un progetto di ricostruzione dell'economia - il Piano Marshall, gli accordi di Bretton Woods. la creazione di organizzazioni mondiali dove gli Stati Uniti avevano un peso enorme - che tutto sommato funzionò. E funzionò perché c'era qualcuno a Washington - sostenuto dall'economia manifatturiera allora la più forte al mondo, da una finanza e da una potenza militare le più forti al mondo - che ha potuto imporre quel progetto. Questa situazione non c'è più e dunque non esiste un modello "imponibile". Ad aggravare la situazione ci sono diversi leader del mondo occidentali, a cominciare da Gordon Brown, che oggi scoprono la necessità di un capitalismo morale, di una nuova regolation... Ma dov'erano, cosa pensavano, quando manager incapaci, ma con potenti agganci politici, dilapidavano ricchezze colossali?». Quali sono le prove più onerose che Usa ed Europa hanno di fronte? «Noi continuiamo a parlare di America ed Europa, come se fossero sempre e solo loro, di concerto, a comandare i giochi. Invece non è più così. Si dovrebbe invece parlare molto di più di Cina e Stati Uniti. Perché è lì che si giocherà la partita vera dei prossimi venti-trent'anni. L'industria manifatturiera si è spostata per la prima volta nella storia del mondo, dall'Occidente all'Oriente. E questa è una novità epocale con la quale tutti noi occidentali dovremo fare i conti». Intervista a Donald Sassoon

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Obama con Hu, niente dazi con Medvedev più disarmo (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Obama con Hu, niente dazi con Medvedev più disarmo GIANNI MARSILLI Obama ha visto il russo Medvedev, e ha confermato l'avvio dei negoziati per il rinnovo del trattato Start che scade il prossimo dicembre. Il vecchio trattato stabiliva di ridurre il numero delle testate atomiche fino a 1700-2000, l'intento è di andare ben oltre sulla strada del disarmo nucleare. I NEGOZIATI Il negoziato bilaterale comincerà subito, in modo che una bozza di accordo sia sul tavolo del Cremlino già da luglio, quando Obama vi si recherà in visita ufficiale: «Prometto che studierò il russo», ha detto il presidente americano, elegante e sorridente da par suo. Con Medvedev hanno messo a punto anche un comunicato congiunto, nel quale ci si felicita per «il nuovo tono delle nostre relazioni», dopo che «negli ultimi anni c'erano stati attriti che conducevano nella direzione sbagliata, una situazione che non era nell'interesse degli Usa, della Russia né della stabilità globale». Più prudenti le parole sull'Iran, tuttavia congiuntamente invitato a cooperare con l'Onu e a dimostrare la natura pacifica del suo programma nucleare. I due hanno ammesso senza ipocrisie che permangono disaccordi su questioni come la Georgia o lo scudo spaziale, ma la sostanza è che hanno voluto dare il segnale di una svolta concreta, e il viaggio in Russia ne sarà il coronamento. Obama ha visto anche il premier cinese Hu Jintao, dando l'impressione, suo malgrado, che all'interno del G20 alberghi ormai un vero G2. Andrà in Cina nella seconda metà dell'anno, dopo che sarà stato formato e reso operativo un «gruppo di dialogo strategico ed economico» al massimo livello. Per gli Stati Uniti ne faranno parte la segretaria di Stato Hillary Clinton e il responsabile del Tesoro Tim Geithner. La vera cogestione della crisi mondiale si farà soprattutto in quella sede: i due leader ieri si sono trovati d'accordo per «combattere il protezionismo» (con buona pace di certe tentazioni europee) e sostenere di concerto il commercio globale e i flussi di investimento. La coppia di giganti si appresta a fare un pezzo di strada insieme, mossa dal comune interesse di rilancio della domanda, facilitata dalla scomparsa della stolidità imperiale che fu di Bush e Cheney. Quanto ai diritti umani, si sono limitati all'impegno di «far ripartire la discussione prima possibile». Non è molto, ma è meglio di niente. Ma sarà oggi che il G20 metterà i piedi nel piatto della crisi. La riunione si annuncia difficile e piuttosto ruvida. Sul piede di guerra sarà in particolare Nicolas Sarkozy, che anche ieri si è detto «insoddisfatto» della bozza di accordo già redatta. Il presidente francese esige «decisioni concrete» su faccende spinose quali i paradisi fiscali, il controllo delle agenzie di rating e dei fondi speculativi, gli emolumenti dei top manager e degli operatori finanziari, altrimenti praticherà la politica della «sedia vuota», cioè prenderà cappello e infilerà la porta, sancendo così il fallimento del vertice. D'accordo con lui si è detta Angela Merkel, anche se ha introdotto una nota meno battagliera: «Andarsene dal summit? Non credo sia l'idea migliore». Merkel ha aperto uno spiraglio anche per future, eventuali nuove iniezioni di soldi, anche se «la Germania ha già fornito un contributo enorme». Ciononostante, «non è da escludere» che se ne riparli già oggi. QUALCHE CREPA L'asse Parigi-Berlino, come si vede, mostra qualche crepa, nella misura in cui Sarkozy non intende più allargare i cordoni della finanza pubblica. Hanno tentato di ammansirlo, con i sorrisi che si dedicano al giamburrasca della situazione, anche Obama e Gordon Brown, all'unisono in conferenza stampa mattutina: «Nicolas Sarkozy parteciperà stasera alla cena, e resterà fino alla fine», ha detto il premier britannico. L'atteggiamento di Sarkozy trova spiegazione soprattutto nel malcontento sociale francese, che pare acuirsi ogni giorno di più. In conclusione, l'esordio all'estero del presidente americano non poteva essere migliore: padrone dei dossier, dotato di visione planetaria, autorevolmente cordiale. L'esatto contrario del suo predecessore. L'America è di ritorno, e stavolta non sulla punta delle baionette ma sull'onda di una grande offensiva politico-diplomatica. La giornata trascorsa ieri da Obama a Londra ne è la riprova più evidente.

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A margine degli incontri ufficiali, si intrecciano i giochi delle diplomazie. Il premier cinese ... (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

A margine degli incontri ufficiali, si intrecciano i giochi delle diplomazie. Il premier cinese Hu Jintao ha invitato in Cina il presidente Usa Obama. La visita che potrebbe avvenire già nella seconda parte dell'anno. Riprendendo anche il tema dei diritti umani.

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Obama ha visto il russo Medvedev, e ha confermato l'avvio dei negoziati per il rinnovo del trat... (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Obama ha visto il russo Medvedev, e ha confermato l'avvio dei negoziati per il rinnovo del trattato Start che scade il prossimo dicembre. Il vecchio trattato stabiliva di ridurre il numero delle testate atomiche fino a 1700-2000, l'intento è di andare ben oltre sulla strada del disarmo nucleare. I NEGOZIATI Il negoziato bilaterale comincerà subito, in modo che una bozza di accordo sia sul tavolo del Cremlino già da luglio, quando Obama vi si recherà in visita ufficiale: «Prometto che studierò il russo», ha detto il presidente americano, elegante e sorridente da par suo. Con Medvedev hanno messo a punto anche un comunicato congiunto, nel quale ci si felicita per «il nuovo tono delle nostre relazioni», dopo che «negli ultimi anni c'erano stati attriti che conducevano nella direzione sbagliata, una situazione che non era nell'interesse degli Usa, della Russia né della stabilità globale». Più prudenti le parole sull'Iran, tuttavia congiuntamente invitato a cooperare con l'Onu e a dimostrare la natura pacifica del suo programma nucleare. I due hanno ammesso senza ipocrisie che permangono disaccordi su questioni come la Georgia o lo scudo spaziale, ma la sostanza è che hanno voluto dare il segnale di una svolta concreta, e il viaggio in Russia ne sarà il coronamento. Obama ha visto anche il premier cinese Hu Jintao, dando l'impressione, suo malgrado, che all'interno del G20 alberghi ormai un vero G2. Andrà in Cina nella seconda metà dell'anno, dopo che sarà stato formato e reso operativo un «gruppo di dialogo strategico ed economico» al massimo livello. Per gli Stati Uniti ne faranno parte la segretaria di Stato Hillary Clinton e il responsabile del Tesoro Tim Geithner. La vera cogestione della crisi mondiale si farà soprattutto in quella sede: i due leader ieri si sono trovati d'accordo per «combattere il protezionismo» (con buona pace di certe tentazioni europee) e sostenere di concerto il commercio globale e i flussi di investimento. La coppia di giganti si appresta a fare un pezzo di strada insieme, mossa dal comune interesse di rilancio della domanda, facilitata dalla scomparsa della stolidità imperiale che fu di Bush e Cheney. Quanto ai diritti umani, si sono limitati all'impegno di «far ripartire la discussione prima possibile». Non è molto, ma è meglio di niente. Ma sarà oggi che il G20 metterà i piedi nel piatto della crisi. La riunione si annuncia difficile e piuttosto ruvida. Sul piede di guerra sarà in particolare Nicolas Sarkozy, che anche ieri si è detto «insoddisfatto» della bozza di accordo già redatta. Il presidente francese esige «decisioni concrete» su faccende spinose quali i paradisi fiscali, il controllo delle agenzie di rating e dei fondi speculativi, gli emolumenti dei top manager e degli operatori finanziari, altrimenti praticherà la politica della «sedia vuota», cioè prenderà cappello e infilerà la porta, sancendo così il fallimento del vertice. D'accordo con lui si è detta Angela Merkel, anche se ha introdotto una nota meno battagliera: «Andarsene dal summit? Non credo sia l'idea migliore». Merkel ha aperto uno spiraglio anche per future, eventuali nuove iniezioni di soldi, anche se «la Germania ha già fornito un contributo enorme». Ciononostante, «non è da escludere» che se ne riparli già oggi. QUALCHE CREPA L'asse Parigi-Berlino, come si vede, mostra qualche crepa, nella misura in cui Sarkozy non intende più allargare i cordoni della finanza pubblica. Hanno tentato di ammansirlo, con i sorrisi che si dedicano al giamburrasca della situazione, anche Obama e Gordon Brown, all'unisono in conferenza stampa mattutina: «Nicolas Sarkozy parteciperà stasera alla cena, e resterà fino alla fine», ha detto il premier britannico. L'atteggiamento di Sarkozy trova spiegazione soprattutto nel malcontento sociale francese, che pare acuirsi ogni giorno di più. In conclusione, l'esordio all'estero del presidente americano non poteva essere migliore: padrone dei dossier, dotato di visione planetaria, autorevolmente cordiale. L'esatto contrario del suo predecessore.

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la piazza dove è nato il sandwich - carla incorvaia (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XI - Palermo La piazza dove è nato il sandwich Un bar storico per i ragazzi del Crispi. Di fronte a una chilometrica scritta d´amore Campolo Il tramezzino fu portato in città da Onofrio Vinti che lo aveva scoperto a Milano Il parrucchiere "L´illuminazione va curata meglio" Gli studenti "Serve più pulizia" CARLA INCORVAIA Un enorme quadrato di asfalto segnato agli angoli da tre istituti bancari, due ristoranti, una discoteca che fa anche da teatro, una lavanderia, le botteghe di un parrucchiere, un antiquario e un fioraio. Benvenuti in piazza Campolo. La piazza popolata ogni mattina da un esercito di ragazzi e professori dell´istituto tecnico commerciale Crispi. Con 37 classi, 750 alunni e un centinaio fra docenti, personale Ata e assistenti tecnici, l´Itc di piazza Campolo è fra i più grandi di Palermo. «è un istituto diverso dagli altri tecnici commerciali - dice Nicola Mazzara, 16 anni, rappresentante nella Consulta provinciale degli studenti - siamo in tanti a frequentare i quattro corsi, l´Igea, il Promotour, l´Isbea e il corso per programmatori. Certo, apprezzeremmo una maggiore pulizia della piazza e un migliore controllo del territorio». «è una bella piazza», gli fa eco Giuseppe Gallo, 16 anni, che chiede anche lui più pulizia. Per Enrico Montalto 17 anni, «è la migliore». Sono d´accordo Andrea Guttuso, Chiara Argano, Vittorio Bellomare, Vincenzo Marrone, Federica Frittitta e Carlo Kansapillai, figlio di genitori dello Sri Lanka. Tutti arrivano presto la mattina e durante la ricreazione prendono un panino dall´ambulante della zona e sciamano nella villetta. Piazza Campolo è famosa anche per una curiosità. Fra i primi bar che fecero scoprire ai palermitani il gusto del sandwich c´è quello di Onofrio e Riccardo Vinti, padre e figlio. Sono i titolari del bar Monterosa. è meta di stelle del calcio come Totò Schillaci, del rumeno Costantin Codrea, ex rosanero, del portiere del Palermo e della Nazionale Marco Amelia e del brasiliano Fabio Simplicio. Tutto questo perché nello stesso palazzo del bar ha lo studio Giuseppe Puleo, che fa parte dello staff medico sociale del Palermo. «I calciatori vengono spesso da noi per un caffè o un succo di frutta, per un tramezzino o un sandwich», racconta Riccardo Vinti, che ha rilevato l´attività del padre e da dodici anni gestisce il bar. «Siamo stati i primi a portare i sandwich in città - tiene a precisare - il bar Monterosa, aperto nel 1971, è famoso per questa specialità. Mio padre lavorava alla Alemagna di piazza Duomo, a Milano, che faceva angolo con via Monterosa: ecco perché ha scelto di chiamare così il bar. Venne in piazza Campolo con la novità del sandwich, era il 1979». Il bar di Riccardo Vinti, tavoli, sedie e un lungo bancone a "L", è anche un punto di riferimento per gli impiegati e i dipendenti dei numerosi uffici che si trovano nella zona, insieme con la panineria "Solleone". Di piazza Campolo fa ormai parte integrante il ristorante cinese, nato dieci anni fa. Anche a pranzo ad accogliere la clientela c´è la giovane Hong Fu. Proveniente da una regione del Sud della Cina, Hong Fu è in dolce attesa: «Mio marito lavora a Milano in questo momento - dice - ma il nostro bimbo nascerà qui. Mi piace molto Palermo, per questo l´ho scelta come città in cui vivere e far crescere mio figlio». Ettore Nania, 55 anni, è il parrucchiere della piazza. Ha aperto bottega trentacinque anni fa, appena ventenne. «Lavorando da mattina a sera - dice - conosco vita, morte e miracoli di piazza Campolo, tranquilla e tenuta bene, pulita insomma». Nella sua bottega lavorano anche il figlio Fabrizio, Francesco Cappello, Paola Spina e Rosy Runfolo. Suggerimenti per migliorare l´aspetto della piazza? «Curare maggiormente l´illuminazione». Lungo la piazza ha trovato spazio anche un piccolo gruppo di venditori ambulanti. Immancabile la Motoape come principale mezzo di trasporto. Aglio, frutta e verdura la merce esposta. Ma anche i fruttivendoli accusano i colpi della crisi. Storica una frase d´amore, una dichiarazione chilometrica che attraversa la piazza da un capo all´altro, di un innamorato per la sua bella: «Vorrei essere il tuo amore per sempre! Un raggio di sole che ogni giorno ti viene a svegliare per farti respirare e vivere di me. Vorrei essere la tua prima stella che ogni sera vedi brillare perché così i tuoi occhi sanno che ti guardo… e che sono sempre con te. Vorrei essere lo specchio che ti parla e che a ogni tua domanda risponde al mondo: tu sei sempre la più bella».

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valanga toscana al vinitaly con 807 etichette selezionate - mara amorevoli (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina IV - Firenze Valanga toscana al Vinitaly con 807 etichette selezionate I produttori sperano nell´arrivo degli americani MARA AMOREVOLI Con le luci promettenti della recente fiera "Prowein" di Dusserdof e le ombre di recessione di alcuni mercati orientali (Giappone e Russia), la Toscana del vino si presenta da oggi a lunedì alla 43ma edizione di Vinitaly a Verona, con 807 etichette selezionate, rappresentate da 752 produttori, consorzi e associazioni di categoria. E se il clima generale è «fluttuante e di incertezza» come lo definiscono il presidente del Chianti Classico Marco Pallanti e Tiziana Frescobaldi, la sfida che si rinnova è quella dell´eccellenza della produzione toscana. A fare gli onori di casa nel padiglione delle Regione, ci sarà il governatore Claudio Martini, che ha anche la delega all´agricoltura. In programma una serie di degustazioni "rapide": 15 minuti con il Chianti Classico (ore 14), 15 minuti con i vini della Costa degli Etruschi (ore 15.45), 15 minuti con il Brunello di Montalcino (ore 16.30). E poi ancora Vernaccia, Nobile, abbinati ai nostri prodotti tipici. Vino che si declina anche al cinema nel progetto della Mediateca regionale Toscana Film Commission, in collaborazione con Studio Doni &Associati, che viene presentato alle 12.30: un"Winefilm" che assembla scene e immagini dei tanti film in cui sono presenti le nostre etichette. Odore di crisi da fugare, soprattutto per i segnali di flessioni nel mercato inglese e Usa, mentre crescono i consumi in Cina e negli Emirati arabi. Con segnali di ottimismo tra i produttori che sperano di veder arrivare gli operatori americani, mentre dalla Regione annunciano che sono in crescita le richieste per rinnovare i vigneti. Un dato positivo, che indica che ancora si investe e si crede nel settore.

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trofeo dell'accademia e reali di spagna la toscana diventa capitale della vela - franco vannini (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina X - Firenze Da Livorno all´Isola d´Elba, tutto pronto per i due appuntamenti internazionali in programma Trofeo dell´Accademia e reali di Spagna la Toscana diventa capitale della vela FRANCO VANNINI LA Toscana capitale della vela. Due gli appuntamenti nelle prossime settimane: il trofeo Reali Presidi di Spagna e il trofeo velico Accademia Navale (Tan). Numeri importanti per la 26esima edizione del trofeo velico Accademia Navale (Tan) che si svolgerà dal 23 aprile al 3 maggio a Livorno. Saranno centinaia gli equipaggi presenti in rappresentanza di 20 nazioni estere. L´appuntamento negli anni è divenuto il più importante di tutto il Mediterraneo. Manifestazione quindi sempre più internazionale con dei nuovi ingressi di prestigio come le marine militari estere di Giordania e Messico che si vanno ad aggiungere ad Albania, Algeria, Svezia, Russia, Belgio, Bahrein, Cile, Cina, Emirati Arabi, Francia, Giappone, Gran Bretagna, India, Libia, Portogallo e Serbia. Dal 23 aprile al 3 maggio Livorno sarà la capitale della vela. Dice l´assessore al turismo del comune di Livorno Piero Santini: «Saranno impegnate migliaia di persone, un´occasione unica per il rilancio economico, turistico e culturale della città. Una ricchezza che si estenderà su otto chilometri di spiagge e litorali, brulicanti, in quei giorni, di cose meravigliose da fare, vedere e ascoltare». Non solo barche prestigiose. Anche questa edizione il Tan offrirà a tutti i visitatori un ricco carnet di appuntamenti e manifestazioni collaterali grazie a "Tuttovela", il villaggio allestito sulle banchine del Porto Mediceo. E poi eventi collaterali a carattere musicale, culturale, espositivo e turistico di rilievo. Accanto alla rinnovata collaborazione con Unicef, che permetterà ai più piccoli di incontrare personaggi dello sport, ci sarà la nuova partnership con la "Warner Bros" che porterà i personaggi caratteristici dei cartoon Looney Tunes sulle banchine del Porto Mediceo. Toscana in primo piano anche alla fine di maggio quando due flotte si sfideranno (31 maggio e 1 giugno) per la quinta edizione del Trofeo Reali Presidi di Spagna tra l´Isola d´Elba e la costa maremmana, nel territorio che formava lo Stato dei Reali Presidi di Spagna in Toscana dal XVI al XVIII secolo. Il 2 giugno si terrà la regata conclusiva e la premiazione. La manifestazione è riservata ad imbarcazioni di altura e le regate si svolgeranno su due percorsi secondo le stazze Orc, Irc e Libera. Poi le barche convergeranno su Talamone il primo giugno sera dove verrà organizzata una grande festa. La vela è un momento d´incontro e festa, ma anche di solidarietà. Come l´anno scorso, parte delle iscrizioni e delle lotterie, andranno all´ospedale "S. Camillo" di Nanoro nel Burkina Faso, gestito dai padri Camilliani. SEGUE A PAGINA V

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parco delle stelle sacrati e savic in missione a siena (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina IX - Bologna Basket Ieri l´incontro con la delegazione Fiba Parco delle Stelle Sacrati e Savic in missione a Siena SACRATI e Savic sono scesi ieri a Siena in missione per Bologna. Delegata dal Comune a rappresentare la città, nella candidatura dell´Italia ai Mondiali di basket 2014, contro Spagna e Cina, la Fortitudo era già stata invitata a presentare il suo progetto dalla commissione Fiba, guidata dal segretario emerito Boris Stankovic, e formata da Predrag Bogosavliev, responsabile eventi, e Markus Studer, responsabile dell´ufficio operativo. Partito da Torino e Milano, il tour si concluderà a Roma, mentre ieri, nella tappa toscana, ha incontrato, oltre ai senesi, pure i dirigenti biancoblù, oltre agli architetti che hanno mostrato il progetto. Terminata la visita in Italia, la commissione di Stankovic porterà le sue conclusioni al bureau centrale della Fiba, che deciderà il 22 maggio. Ieri sera Huertas ha illustrato il ‘trucchetto´ della sua azione, per effetto del quale il derby sarebbe durato 4" più di 40´ (argomento che la Effe ha poi riversato nella sua diatriba con Montegranaro). Sul punto, le discussioni in città non si spengono e l´ultimo approdo è che il cesto di Vukcevic potrebbe essere stato dentro i 40´. Una foto lo ritrae che ha già lasciato il pallone quando il cronometro segna 3"73. Accademia, comunque. (f. fo.)

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vasco e caparezza star del 1 maggio - pietro d'ottavio (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XXI - Roma Vasco e Caparezza star del 1° maggio Per il concertone a San Giovanni anche Bennato e il leader degli Afterhours Polemica sulla richiesta di uno spot nella metro Gli organizzatori "Ci hanno detto no" PIETRO D´OTTAVIO Vasco Rossi torna sul palco del concertone del Primo Maggio dopo dieci anni. E per primo sottoscrive con 100 mila euro la raccolta fondi a favore degli orfani di vittime degli incidenti sul lavoro. La campagna, lanciata dagli organizzatori dell´evento, vuole offrire borse di studio a chi ha perso un genitore per "morte bianca" negli ultimi 4 anni. In tempi di profonda crisi economica e dilagante disoccupazione, rock e lavoro tornano a intrecciarsi strettamente. Come sottolinea Sergio Castellitto all´incontro che ufficializza il cast della manifestazione. «Non c´è gesto più sociale dell´arte», incalza l´attore e regista, nuovo presentatore del concerto. Speciale il rapporto che lega Castellitto e Rossi: «Ero con Penelope Cruz sul set di "Non ti muovere" quando arrivò il nastro di "Un senso", la canzone che segnò la colonna sonora del film prima di uscire su disco � ricorda Castellitto � è stata una grande emozione, Vasco ci ha fatto un enorme regalo». Sul palco del più affollato concerto d´Europa, da vent´anni a piazza San Giovanni, sono attesi anche molti altri protagonisti della musica italiana, come il supergruppo formato per l´occasione da Manuel Agnelli degli Afterhours e Cristiano Godano dei Marlene Kuntz oltre a Gianni Maroccolo che ha attraversato gran parte del rock italiano degli ultimi 30 anni. E ancora: il folletto pugliese del rap Caparezza, i Motel Connection (la band ultra elettronica guidata da Samuel dei Subsonica), i Nomadi, la Bandabardò, Edoardo Bennato. E dal panorama internazionale ecco gli Asian Dub Foundation. Sul fronte delle trattative, si fanno anche i nomi di Irene Grandi, Giorgia, Paola Turci e Marina Rei. Anche quest´anno il concertone va in onda per tutto il pomeriggio e la serata del Primo Maggio su Raitre, ma lo spot che doveva annunciare l´evento dovrà subire delle modifiche, come racconta l´organizzatore Marco Godano. «Avevamo pensato a un video con protagonista un ragazzo che esce dalla fermata della metropolitana di San Giovanni, toglie le cuffie del walkman e cita lo slogan di questa edizione: "Il mondo che vorrei". Aggiungendo: "Vorrei aver cenato con mio padre ieri sera, e vorrei che oggi guardi il concerto alla tv". Il padre è una delle migliaia di vittime di un incidente sul lavoro. Ma la richiesta di permesso per girare all´interno della Metropolitana, inviata il 20 marzo, non ha finora avuto risposta». Risposta della Met.Ro., azienda che gestisce le Metropolitane di Roma: «I tempi tecnici per valutare qualunque richiesta di riprese sono di circa due settimane. Inoltre il giorno indicato, il 4 aprile, c´è la manifestazione nazionale della Cgil, circostanza che rendono difficili attività cine televisive all´interno della Metro. Abbiamo quindi proposto di spostare il giorno».

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Francia-Cina. Tibet addio. Parigi si riallea con Pechino (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 02-04-2009)

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Francia-Cina. Tibet addio. Parigi si riallea con Pechino 02-04-2009 PARIGI. Il Tibet? La Francia, dopo mesi di gelo con Pechino per aver dato udienza al Dalai Lama, ha fatto sapere ieri come la pensa: "Fa parte integrante del territorio cinese". Rapporti subito più caldi, fin da ieri sera, quindi. Nicolas Sarkozy e Hu Jintao, i due presidenti, saranno seduti uno accanto all'altro alla cena di Buckingham Palace. E oggi si riparleranno. Era da qualche settimana che il Quai d'Orsay aveva ripreso la strada "maestra" dei rapporti concilianti con la Cina, indicando la via. Ieri, il bivio: Parigi si lascia alle spalle l'incontro di dicembre in Polonia di Sarkozy con il Dalai Lama, capo spirituale dei tibetani, la cordialissima visita di agosto in Francia della stessa alta personalità, che pur non incontrando Sarkozy fu accolto dalla premiere dame Carla Bruni e dal calore di diverse città francesi. Da oggi, e per il futuro, si legge in un comunicato diffuso a Parigi e a Pechino, vale "la decisione presa dal generale de Gaulle, che non è cambiata e non cambierà". Il padre della repubblica è stato scomodato, nell'occasione, per sancire che il Tibet fa parte della Cina. Parte "integrante". E per aggiungere che la Francia "respinge" ogni sostegno all'indipendenza dei tibetani, "sotto qualsiasi forma". Il documento viene, fra l'altro, aperto da un omaggio al "principio di non ingerenza" che sgombra il campo da qualsiasi ombra di dubbio ancora sussistesse. La svolta diplomatica è stata talmente accelerata che da fonti del Quai d'Orsay, in mattinata, trapelava la voce di un incontro immediato a Londra fra i due numeri 1, già in giornata. Più tardi, Luc Chatel, portavoce del governo, correggeva: "Sicuramente domani". Ma ancora in serata non ci sono certezze. In sostanza, al G20 la Francia si presenta con un pegno importante di fedeltà e amicizia con Pechino: di Tibet e di velleità indipendentiste o soltanto autonomistiche non si parlerà più "sotto nessuna forma". La Cina contraccambia con il disgelo delle relazioni, che si erano bruscamente irrigidite già dagli incidenti durante il passaggio della fiamma olimpica a Parigi, e si erano quasi interrotte dall'estate in poi, culminando con l'annullamento del vertice Ue-Cina a novembre, con la Francia presidente di turno. Resta da capire, osservano oggi gli analisti a Parigi, il motivo di un atteggiamento di Sarkozy sul Tibet che era già stato accusato di essere ondivago prima del documento di ieri con l'allegato della pacificazione immediata con Pechino. Intanto, è stato reso noto che entro la fine di aprile si recheranno in visita in Cina l'ex capo dello stato Jacques Chirac con il suo ex delfino premier Jean-Pierre Raffarin. Due personalità che a Pechino non avevano mai sollevato dubbi sulla linea di amicizia della Francia.

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Guarda oltre l'Europa. I vertici con Jintao e Medvedev rivelano le priorità di Obama (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Guarda oltre l'Europa. I vertici con Jintao e Medvedev rivelano le priorità di Obama di Jean-Luc Giorda 02-04-2009 A rischiare più di tutti, a questo punto, è l'Europa. Non solo nella sua identità di "player" globale, ormai chimera. Ma anche nelle sue unità fondanti, quegli stati nazionali che nella tempesta della crisi tirano fuori le unghie degli interessi particolari. Il rischio non è solo quello di uscire tardi e male dalla crisi economica. È soprattutto quello di autocondannarsi alla marginalità. Lo spettacolo andato in scena ieri a Londra è stato illuminante. Il neo-presidente americano Barack Obama ha avuto come previsto una giornata fittissima di impegni, dal vertice all'ora di colazione col premier britannico Gordon Brown, alla cena serale con i leader del G20. Due appuntamenti però spiccavano nella sua agenda, in quella dell'America e in quella del mondo: i due vertici bilaterali con il presidente russo Dmitri Medvedev e con il presidente cinese Hu Jintao. Due eventi di peso, sia per il presente sia per il futuro. Quello con Hu Jintao era decisamente il più importante e il più atteso, e non ha deluso le aspettative. La Cina, con la sua economia che "già mostra timidi segnali di ripresa" e con i suoi fondi sovrani che sono i maggiori acquirenti di titoli di stato Usa, è di fatto il principale finanziatore del piano di stimolo varato dalla Casa Bianca per superare la crisi, e tiene in mano le sorti del dollaro. Con sano realismo, Obama ne ha tenuto conto offrendo a Pechino una partnership di alto livello, suggellata da una visita di Obama a Pechino tra pochi mesi e da un "gruppo per il dialogo strategico ed economico" che vede impegnati direttamente il segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro del Tesoro, Tim Geithner. In pratica, Washington si impegna a concordare con Pechino le scelte importanti in politica internazionale e in politica economica, riconoscendo così alla Cina lo "status" mondiale che fu dell'Urss, ma in un contesto di collaborazione più che di competizione. Status che si tradurrà anche in promessi "mutamenti radicali" ai vertici delle istituzioni finanziarie internazionali, per far posto ai cinesi e alle altre potenze emergenti. In cambio, Pechino offre il suo sostegno alla ripresa Usa e alla strategia dei piani di stimolo, impegnandosi anche a incentivare la domanda interna per "tornare a condizioni di forte crescita e rafforzare il sistema finanziario internazionale". Lavorerà inoltre alla soluzione di crisi internazionali che l'America non ha più strumenti e forze per risolvere da sola: la Corea del Nord, il programma nucleare dell'Iran, la crisi del Darfur. Al secondo posto, il vertice con Medvedev. Anche qui, i risultati pesano: "reset" delle relazioni bilaterali confermato da un vertice a Mosca già a luglio, avvio immediato del nuovo negoziato sulle armi strategiche, apertura alla collaborazione sullo "scudo spaziale", aiuto di Mosca su Iran, Corea del Nord, Afghanistan. Oggi, al tavolo del G20, Cina e Russia avranno una statura ancora maggiore, saranno i veri Grandi che decideranno (hanno già deciso) che cosa fare e cosa no. E l'Europa? Mentre Obama trasforma Londra in una Yalta per il dopo-crisi, l'Europa è ridotta a comparsa chiassosa ma ininfluente, e rappresentata solo da Gran Bretagna, Francia e Germania. Che come tre nobildonne ormai appassite, si preoccupano più di strappare qualche ultimo baciamano che dei risultati concreti. Gordon Brown, padrone di casa votato come tutti i premier britannici al ruolo di "spalla" del presidente americano; Nicolas Sarkozy, che per blandire gli infuriati operai francesi giura (con le dita incrociate dietro la schiena) di essere pronto a "lasciare la sedia vuota" se il G20 non varerà nuove e severe regole per i mercati finanziari; Angela Merkel, che guarda solo al voto tedesco di ottobre, preoccupata di non accettare nuove iniezioni di denaro pubblico nel sistema perché "i contribuenti tedeschi non paghino per gli altri". Obama guarda alto sopra le loro teste, oltre gli Urali, verso l'Asia. Il presidente americano, che ha il difetto di non parlare lingue straniere, non osando cominciare dal cinese, ha promesso ieri di iniziare a studiare il russo. Francese e tedesco, non li ha presi nemmeno in considerazione. In italiano, gli basterà imparare "pizza" e "amore" in tempo per la vacanza estiva del G8 alla Maddalena.

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Asse franco-tedesco al G-20 (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: PRIMA data: 2009-04-02 - pag: 1 autore: Merkel e Sarkozy: subito regole più severe per la finanza - Draghi: misure valide anche per gli hedge fund Asse franco-tedesco al G-20 Scontri e assalti alle banche a Londra: un morto tra i manifestanti Vigilia ad alta tensione per il G-20 a Londra. Ieri la City è stata per ore teatro di scontri fra polizia e "no global" e in serata un manifestante è stato trovato morto, probabilmente per collasso. Una filiale della Rbs è stata attaccata, 30 gli arrestati. La scena politica è stata dominata dagli incontri bilaterali, a cominciare da quelli del presidente Usa Barack Obama con il premier britannico Gordon Brown, il presidente russo Dmitrij Medvedev e il presidente cinese Hu Jintao. Un asse franco-tedesco è riemerso tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, che hanno chiesto il varo immediato di regole più severe su mercati finanziari e paradisi fiscali. Ma per Silvio Berlusconi le vere decisioni arriveranno solo al G-8 di luglio alla Maddalena. Il Governatore di Banca d'Italia Mario Draghi ha ricordato che le raccomandazioni anti-crisi del Financial Stability Forum si applicano anche a banche e hedge fund. Servizi u pagine 2, 3 e 5 L'America riapre il dialogo con Russia e Cina. Dmitrij Medvedev e Barack Obama (nella foto) hanno deciso di avviare negoziati sul disarmo nucleare AP/LAPRESSE l'articolo prosegue alle pagine 2 3 5

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Le aperture di Obama (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: PRIMA data: 2009-04-02 - pag: 1 autore: Le aperture di Obama di Mario Platero N e l suo debutto ufficiale sulla scena globale, il presidente Usa Barack Obama si è smarcato abilmente dalle polemiche con l'Europa sulle misure anticrisi e ha avviato un importante dialogo con i leader della Russia (sul disarmo) e della Cina (sugli equilibri politici ed economici). Servizio u pagina 5 l'articolo prosegue in altra pagina

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L'eterna partita Usa-Europa (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 2 autore: Divisioni culturali e interessi contrastanti L'eterna partita Usa-Europa Adriana Cerretelli LONDRA. Dal nostro inviato E uropa contro Stati Uniti, Cina e Russia anche: non fosse per l'eterna sintonia con l'Inghilterra di Gordon Brown e la fresca solidarietà del Giappone di Taro Aso, l'America di Barack Obama rischierebbe davvero di ritrovarsi sola e accerchiata al suo debutto sulla scena globale del G-20. Anche se, entro sera, si troverà il modo di salvare la faccia del vertice di Londra. Un fallimento plateale non conviene a nessuno: interdipendenza e mercati sempre allerta non consentono di indulgere alle risse, a meno che non siano attentamente controllate. Sono passati soltanto cinque mesi dal vertice del G-20 di Washington di cui l'Europa era stata la volonterosa madrina mentre per l'Amministrazione Bush brillavano gli ultimi flebili fuochi. In 150 giorni, i Magnifici 20 hanno pompato nell'economia mondiale uno stimolo da 2.500 miliardi di dollari, il 2% del Pil globale, e hanno speso altri 4mila miliardi per il salvataggio del settore finanziario. Uno sforzo gigantesco che finora però è servito a poco. Con rare eccezioni la recessione non cessa di avvitarsi su se stessa, la crescita mondiale quest'anno rasenterà lo zero,l'attività finanziaria resta al palo, il commercio collassa (-10%). E nonostante gli appelli in senso contrario lanciati in novembrea Washington, il protezionismo sgomita se è vero che 17 Paesi tra i Magnifici 20 che lanciarono quell'appello hanno eretto nuove barriere a difesa dei propri mercati. O meglio, come si usa dire di questi tempi, a garanzia che il denaro del contribuente, investito negli stimoli nazionali, sia tutto speso in casa e non finisca invece nelle tasche del concorrente o del vicino. Nonostante gli sforzi fatti, il sistema è in tilt perché la fiducia continua a latitare. Va assolutamente recuperata. Sì ma come? Nella risposta a questo interrogativo c'è la miccia della "guerra" euro-americana, con code cino-russe. Fino all'altro ieri era l'equazione della sicurezza globale a fare scintille tra le due sponde dell'Atlantico che invece domaniaStrasburgo, alverticedel60Ú della Nato, celebreranno il gran ritorno all'ovile della Francia di Nicolas Sarkozy. Oggi il dissenso si concentra quasi tutto sull'economia. Molto più di regole finanziarie generalizzate e stringenti e di una governance globale più attenta e attiva, per l'America di Obama è la ripresa economica la chiave per uscire dall'emergenza. Per questo la sua dottrina dei maxi-stimoli chiama tutti i protagonisti del G- 20 a fare la loro parte fino in fondo. Tolto l'inglese Brown, l'Europa però non ci sta. «Questa crisi non è una catastrofe naturale e non si risolve con l'oblio» ha scandito ieri a Londra, all'unisono con Sarkozy, Angela Merkel, ricordando che «non se ne uscirà accelerando sul rilancio e frenando sulla regolamentazione finanziaria, altrimenti prima o poi si presenterà di nuovo». Qualche giorno fa il cancelliere tedesco aveva attaccato la Casa Bianca per «l'eccessiva iniezione di liquidità con la quale non si crea una crescita durevole». Due mondi, e culture ai ferri corti. Da una parte la grande crisi del capitalismo anglosassone e la voglia matta di scorciatoie keynesiane nella speranza che tutto in qualche modo si aggiusti senza pagare prezzi troppo alti come la rinuncia alla sovranità nazionale esclusiva sul settore finanziario. Titoli tossici permettendo. Dall'altra la cultura della stabilità tedesca che ha contagiato l'Europa intera, Italia compresa, e che vede in un nuovo ordine mondiale non più dominato soltanto dagli Stati Uniti la via per esorcizzare in futuro simili disastri. In mezzo Cina e Russia che teorizzano concretamente la fine della supremazia del dollaro rivendicando un posto a pieno titolo nel governo del mondo. è facile oggi sparare sul bersaglio americano, imputando agli Stati Uniti la responsabilità del capitalismo impazzito e del grande gelo dello sviluppo. Ed è facile strapazzare la presidenza Obama, errori e incertezze del suo esordio. è comprensibile il rifiuto dell'Europa di indebitarsi oltre però a patto di non pretendere implicitamente che lo faccia l'America al suo posto, salvo poi criminalizzarla per i danni prodotti con i suoi eccessivi squilibri. è confortante per Cina e Russia sognare il "golpe" contro il dollaro (mettendo così la sordina sullo yuan sottovalutato): salvo che, tra bond Usa e riserve in moneta americana che possiede, Pechino sarebbe la prima a pagare il prezzo del crollo. Conclusione: nella partita del G-20 oggi non ci possono essere né vincitori né vinti. Tutti sono sulla stessa barca condannati a remare insieme e nella stessa direzione. Anche se spesso si detestano. © RIPRODUZIONE RISERVATA DUE VISIONI Per Washington bisogna sostenere la ripresa a tutti i costi, mentre i 27 frenano su un eccesso di iniezioni di denaro pubblico

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Stretta sui mercati finanziari (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 3 autore: «Stretta sui mercati finanziari» Merkel e Sarkozy bocciano la bozza preparatoria e chiedono norme più severe Alessandro Merli Mario Platero LONDRA. Dai nostri inviati Muro contro muro, almeno nei toni, sul fronte transatlantico nelle ore immediatamente precedenti l'avvio del summit del G-20 a Londra. In mattinata il padrone di casa, il premier britannico, Gordon Brown, e il presidente Usa, Barack Obama, erano apparsi concilianti e focalizzati sulla ricerca dell'unità. Ma nel pomeriggio, affiancato dal cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che alla vigilia aveva minacciato di abbandonare il vertice se non fossero stati raggiunti risultati concreti soprattutto sulla finanza globale, ha dettato, con tono aggressivo, una serie di punti «irrinunciabili ». Come la pubblicazione di una lista nera dei paradisi fiscali che non cooperano nella lotta all'evasione, la regolamentazione di hedge fund, agenzie di rating e prodotti derivati, i tetti alle paghe dei banchieri. Sono però tutti punti sui quali Obama ha mostrato di concordare nella conferenza stampa di ieri a Downing Street e che comunque, a giudicare dalla bozza di comunicato circolata nei giorni scorsi, erano già inclusi nelle conclusioni del G-20 dopo il lavoro degli sherpa. Argomento che Sarkozy ha sdegnosamente rifiutato. «Da stamane - ha detto - di bozze ne ho viste quattro o cinque. Se tutto fosse già concordato, non ci sarebbe ragione di essere qui». La Merkel ha definito quello di Londra «uno degli incontri più importanti per il futuro del pianeta. E non è un'esagerazione », in quanto, con la riscrittura delle regole della finanza, si deve impedire la ripetizione di una crisi come quella attuale. Il cancelliere tedesco ha anche ricordato che è dovere dei Paesi riuniti a Londra aiutare «quelli che non possono farcela da soli». Quelli che soffrono maggiormente le conseguenze della crisi non hanno nulla a che vedere con le sue origini, ha sottolineato Sarkozy, con un chiaro riferimento agli Usa. «Non è il momento delle accuse reciproche», aveva detto Obama, ammettendo gli errori dell'America. Brown, parlando di «un piano globale per la ripresa economica e le riforme», ha cercato di sdrammatizzare con una battuta le minacce di Sarkozy. «Ho completa fiducia - ha detto - che il presidente francese sarà presente non solo al primo piatto della cena di questa sera, ma sarà ancora seduto con noi quando arriveremo alla fine». Sul fronte delle regole, ha aggiunto Obama, «questa idea che che ci siano coloro che premono per le regole e quelli che resistono alle regole è smentita dai fatti. Il segretario al Tesoro, Tim Geithner è andato al Congresso a proporre misure non meno aggressive di quelle emerse nel G-20. E questo ben prima che arrivassimo a Londra». La Merkel lo ha riconosciuto ieri pubblicamente, ma ha insistito che la riforma delle regole va fatta «adesso o non si farà più per anni». Gli Stati Uniti non sono però disponibili a cedere sovranità a un regolatore o a un supervisore globale sui mercati finanziari. Nelle scorse settimane, gli Usa hanno insistito molto sulla necessità di stimoli fiscali per il rilancio dell'economia, anche da parte dei Paesi partner, ottenendo sponda dal premier giapponese Taro Aso e dalla Cina, ma incontrando le resistenze europee. Ieri, la Merkel ha ammesso che il piano Usa è «particolarmente significativo, ma anche noi abbiamo fatto la nostra parte». Anche su questo tema, Obama ha espresso pragmatismo, riconoscendo che l'Europa ha per esempio maggiori ammortizzatori sociali, ma ha chiesto che «ciascun Paese faccia i suoi sforzi, tenendo conto della cultura, della politica e della struttura economica. Anche noi dovremo tenere conto dei nostri disavanzi. Il mondo si era abitutato alla voracità del consumatore americano, ora dovremo pensare ad aumentare i nostri tassi di risparmio». © RIPRODUZIONE RISERVATA IL FRONTE OPPOSTO Obama e Brown usano toni più concilianti della coppia franco-tedesca: «Ci sono molti punti su cui siamo tutti d'accordo» ANSA Asse franco-tedesco. Il cancelliere tedesco Angela Merkel con il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy, ieri a Londra, alla vigilia del vertice del G-20. Dietro di loro, a sinistra, il ministro tedesco delle Finanze Peer Steinbrueck

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Stretta di mano. (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 5 autore: Stretta di mano. Obama con il presidente cinese Hu Jintao e Hillary Clinton nella residenza dell'ambasciatore americano a Londra. Stati Uniti e Cina hanno inaugurato ieri un nuovo «dialogo strategico» REUTERS

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Obama e Medvedev: una nuova era (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 5 autore: Obama e Medvedev: una nuova era Negoziati sulla riduzione delle armi nucleari - Con la Cina «dialogo strategico» Mario Platero LONDRA. Dal nostro inviato Era l'evento più atteso di questo storico G-20 di Londra: il debutto del presidente americano Barack Obama sulla scena mondiale. Un debutto non facile, anche per l'attacco inatteso di Nicolas Sarkozoy su questioni di lana caprina relative al G-20. Ma il leader americano, sempre paziente e misurato, si è smarcato abilmente dalle polemiche sulle regole finanziarie e ha invece raggiunto a sorpresa due importanti accordi politici ai margini di questo G-20 che hanno rilanciato, come il presidente americano aveva promesso in campagna elettorale, il dialogo e l'apertura. Il primo con la Russia, per il disarmo nucleare il secondo con la Cina, per avviare un dialogo strategico ed economico. L'accordo con Mosca è certamente il più importante e immediato. Prevede subito l'avvio di un negoziato Start 4, ad alto livello per ridurre il numero delle testate nucleari strategiche. L'obiettivo:una firma già il prossimo luglio a Mosca, dove Obama si recherà, abbiamo appreso ieri, per la sua prima visita di Stato in Russia. Fonti vicine alla Casa Bianca ci hanno riferito che la preparazione di questo accordo è iniziata tre settimane fa. è stato solo l'altra notte tuttavia che la rimozione di alcuni ostacoli ha consentito di far partire il negoziato, in vista della scadenza con la fine dell'anno di certi protocolli di intesa per lo Start 3. Lo stock di armi nucleari è calcolato in circa 2.200 testate per parte. L'obiettivo secodno fonti stampa è quello di ridurne altre 700 e di stilare un protocollo di intesa. L'annuncio è venuto direttamente da Obama e Dmitrij Medvedev al loro primo incontro a tu per tu. Un incontro rilassato, ci hanno riferito fonti che hanno partecipato alle riunioni, con interessanti risvolti personali: i due sono coetanei,erano all'università negli stessi anni, studiavano tutti e due legge e hanno confrontato le rispettive impressioni su eventi storici dell'epoca: «Tutto molto spontaneo, a braccio, niente di pianificato» ci ha detto la fonte. è stato invece pianificato nel minimo dettaglio il comunicato finale di cui gli americani si sono detti molto soddisfatti perché, nelle parole di uno dei nego-ziatori, «pone il rapporto con Mosca su un piano molto diverso rispetto agli ultimi anni: siamo già al dialogo invece di essere al confronto. E su molti punti,ad esem-pio sull'Iran, i passi in avanti sono stati importanti» Secondo il funzionario, il documento è costruito per identificare l'Iran come una minaccia comune. Con il leader cinese Hu Jintao Obama ha invece avviato un «nuovo rapporto strategico e politico », codificato da incontri a livello di ministri,Hillary Clinton per il politico, Tim Geithner per l'economico e con un'agenda che sarà definita di volta in volta. In realtà anche il segretario al tesoro Paulson aveva avviato un dialogo a tutto campo con la Cina sul fronte economico, con incontri periodici fra delegazioni. La novità in questo caso rappresenta l'apertura del dialogo strategico sugli equilibri politici della regione e quelli internazionali, compresa la denuclearizzazione della penisola coreana. Sul piano economico, la Cina si trova in sintonia con Usa, Gran Bretagnae Giappone sulla necessità di fare il possibile per stimolare la crescita. Hu Jintao tuttavia non ha più sollevato la questione del debito americano né quella relativa alla necessità di una nuova moneta che si sostituisse al dollaro. «Evidentemente le rassicurazioni che abbiamo dato qualche giorno fa sono bastate ha detto una fonte - l'argomento è chiuso». Anche Hu ha invitato Obama in Cina e Obama ha accet-tato: sarà a Pechino nella seconda metà dell'anno. © RIPRODUZIONE RISERVATA DISGELO A QUATTR'OCCHI Nel loro primo incontro i leader di Usa e Russia hanno deciso di ridare slancio alle relazioni, passi avanti importanti sull'Iran A palazzo. Michelle e Barack Obama sono stati ricevuti a Buckingham Palace dalla Regina Elisabetta, alla quale hanno regalato un iPod REUTERS

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Tibet, Sarkozy fa la pace con Hu Jintao (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 5 autore: REALPOLITIK Tibet, Sarkozy fa la pace con Hu Jintao Il Tibet? Il Governo francese, dopo mesi di gelo con Pechino per aver dato udienza al Dalai Lama, ha fatto sapere ieri che quel Paese «fa parte integrante del territorio cinese». Un gesto di realpolitik, necessario per facilitare i rapporti tra Francia e Cina nel corso del summit del G-20: Nicolas Sarkozy e Hu Jintao, i due presidenti, si sono seduti uno accanto all'altro alla cena di Buckingham Palace. E oggi si riparleranno. è da qualche settimana che il Quai d'Orsay ha ripreso la strada dei rapporti concilianti con la Cina. Ieri, il bivio: Parigi si lascia alle spalle l'incontro di dicembre in Polonia di Sarkozy con il Dalai Lama la cordialissima visita di agosto in Francia del capo spirituale dei tibetani, che pur fu accolto non da Sarkozy ma dalla première dame Carla Bruni. Per il futuro, si legge in un comunicato diffuso a Parigi e a Pechino, vale «la decisione presa dal generale de Gaulle, che non è cambiata e non cambierà ». Il padre della Repubblica è stato scomodato, nell'occasione, per sancire che il Tibet fa parte della Cina. è sua parte «integrante». E per aggiungere che la Francia «respinge» ogni sostegno all'indipendenza dei tibetani, «sotto qualsiasi forma». Il documento è, fra l'altro, aperto da un omaggio al «principio di non ingerenza» che sgombra il campo da qualsiasi ombra di dubbio. In sostanza, al G-20 la Francia si presenta con un pegno importante di fedeltà e amicizia con Pechino.

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Pechino sempre più protagonista (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 5 autore: Crisi e potenze globali Pechino sempre più protagonista Luca Vinciguerra SHANGHAI. Dal nostro corrispondente S cambi di valuta con Indonesia, Malaysia, Corea del Sud, Hong Kong, Bielorussia e Argentina. Impegni a sostenere lo sviluppo dell'America Latina. Accordi di cooperazione nell'energia nucleare con il Sudafrica. Finanziamenti alla Russia per la costruzione di un maxi-oleodotto. Mentre la grande crisi continua a mordere le economie del mondo intero, l'attivismo della Cina sul palcoscenico globale è sempre più frenetico. La Cina che si presenta oggi al Vertice del G-20 non è la stessa che, solo cinque mesi fa, partecipò al summit di Washington. è una Cina più forte. Soprattutto sul piano politico. Il gran numero di accordi economici e di intese di cooperazione siglato negli ultimi tempi da Pechino in giro per il pianeta, infatti, ha aumentato notevolmente il peso specifico della superpotenza asiatica nell'agone politico internazionale. In questi mesi di caos e d'incertezza, sebbene si sia trovata in grosse difficoltà sul fronte interno, la Cina non ha dimenticato il fronte esterno. Mai, neppure per un attimo. La nomenklatura ha continuato a fare la spola con l'Emisfero Sud, l'area del pianeta sulla quale il Dragone ha fatto da tempo la sua grande scommessa politica (qualche giorno fa il Governatore della People's Bank of China, Zhou Xiaochuan, era a Medellin). Nello stesso tempo, Pechino ha continuato a tenere le porte aperte a tutti i leader dei Paesi emergenti in trasferta oltre la Grande Muraglia per battere cassa (l'ultimo, la settimana scorsa, è stato il presidente uruguayano, Tabaré Vàzquez). «Faremo la nostra parte e garantiremo il sostegno a tutti i Paesi con i quali abbiamo assunto degli impegni di cooperazione » aveva promesso il premier, Wen Jiabao, qualche mese orsono quando scoppiò la crisi dei mutui subprime. E così è stato. La potenza finanziaria del Dragone (2mila miliardi di riserve valutarie, e un debito pubblico tra i più bassi del pianeta) e le sue solide argomentazioni (concreti vantaggi immediati per le controparti) hanno reso l'offensivadiplomatica cinese più incisiva. Il temporaneo vuoto geopolitico lasciato dalle altre superpotenze, impegnate anima e corpo nel contrastare la crisi finanziaria, ha fatto il resto. Gli accordi di swap annunciati nelle ultime settimane sono il risultato più concreto di questa offensiva su larga scala. Benché siano inefficaci sotto il profilo tecnico (lo yuan è una moneta inconvertibile), i 100 miliardi di dollari di currency swap messi sul tavolo da Pechino rappresentano un'importante apertura di credito verso le nazioni beneficiarie. Dovete importare merce dall'estero, ma avete paura dell'instabilità del mercato dei cambi? Comprate il made in China usando i nostri yuan, e non correrete alcun rischio valutario, ha suggerito il Dragone ai suoi partner commerciali, che di questi tempi navigano in acque perigliose. Se oggi la Cina può permettersi di fare la voce grossa e di reclamare una nuova valuta di regolamento per gli scambi internazionali che sostituisca il dollaro è proprio per il consenso politico che si è conquistata negli ultimi mesi in giro per il mondo. Non è un caso che, alla vigilia del G-20, da svariate capitali siano arrivati entusiasti attestati di sostegno alla proposta cinese. Basta con il dollaro, evviva la nuova monetasovranazionale che stabilizzerà i commerci e gli investimenti globali, è il messaggio inviato a Londra da Giacarta, Buenos Aires, Manila, Kuala Lumpur, Caracas. Ovviamente, non se ne farà nulla. Almeno per ora. Ma il fatto che su una proposta tanto rivoluzionaria e dirompente una larga fetta del mondo emergente si sia schierata con Pechino la dice lunga sullo straordinario potere d'influenza raggiunto oggi dalla Cina. Una Cina che, sapendo di muovere da una posizione di forza, in vista del summit londinese ha sparato alto per centrare un obiettivo più basso: ottenere un maggiore peso decisionale in seno agli organismi internazionali (a partiredall'Fmi)che s'avviano a essere riformati. Probabilmente, il Vecchio Mondo sarà costretto a piegarsi alle richieste cinesi. Sarà il primo passo di uno spostamento epocale degli equilibri di potere globali: quando la grande crisi economica finirà, Pechino avrà un ruolo più importante. © RIPRODUZIONE RISERVATA POSIZIONE DI FORZA Grazie alle enormi riserve, il Paese sta sfruttando la recessione mondiale con una politica aggressiva sul fronte valutario

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Quel filo sottile tra diplomazia e vita privata (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-02 - pag: 14 autore: L'ECONOMIA E LE IDEE ... Quel filo sottile tra diplomazia e vita privata L a politica estera si svolge normalmente su due piani: da una parte quello dell'ufficialità, delle dichiarazioni, degli accordi e dei trattati, dall'altra quello della diplomazia che si muove per sua natura con discrezione, riservatezza, spesso dissimulando o nascondendo la realtà dei fatti. C'è tuttavia anche un terzo livello di cui normalmente non si parla, anche perché parlarne non sarebbe "politicamente corretto". è il piano della vita privata dei protagonisti e di chi lavora dietro le quinte, delle loro scelte personali, dei sentimenti e delle emozioni che spesso stanno anche alla base, e qualche volta spiegano, anche i comportamenti e le scelte più rilevanti. Non è solo il fattore umano: è l'intreccio di storie personali con i tanti momenti, i mille episodi che compongono insieme l'esperienza delle persone e i destini del mondo. è questo il percorso che affronta Marta Dassù (consigliere per le relazioni internazionali di D'Alema e Amato, ora responsabile del programma internazionale di Aspen Institute e commentatrice per il Corriere della Sera e Radio 24) nel libro Mondo privato e altre storie, in cui le confessioni sul lettino dello psicoanalista conducono per mano nell'analisi degli ultimi vent'anni dello scenario internazionale. Un periodo sicuramente tra i più movimentati, e per questo interessanti, nella storia mondiale; un periodo in cui la geopolitica ha mutato non solo i suoi protagonisti con il crollo del Muro di Berlino, ma anche le sue regole non scritte con un pendolo che ha oscillato dal mondo bipolare della Guerra fredda, al sistema unipolare con la potenza americana,al multipolarismo con l'irruzionedella Cina, in un sistema diventato globale, e la crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti. Significativo in questa prospettiva il ricordo del vertice del '99 che celebrava i cinquant'anni della Nato con gli ex membri del Patto di Varsavia, in cui D'Alema commentò scherzando: «In questa sala gli ex comunisti sono quasi la maggioranza ». E in cui il primo ministro ungherese sottolineò: «Voi parlate del secolo breve, per noi che eravamo dall'altra parte del Muro è stato invece, vi assicuro, un secolo lunghissimo». E ora è necessario ancora una volta ridisegnare gli equilibri strategici non più sulla punta dei fuci-li o sulle testate dei missili, ma sulle leggi dell'economia e il controllo delle risorse. «L'energia per la Russia di Putin – scrive infatti Dassù – sembra un'arma più efficace dei vecchi missili sovietici. Nell'era del nuovo confronto sugli equilibri energetici, la dipendenza europea dalla Russia sembra paradossalmente aumentata». L'intreccio tre economia e politica diventa sempre più stretto,così come l'intreccio altrettanto importante tra la grande politica con il destino degli Stati e la vita quotidiana con la felicità dei cittadini. La storia ha molto da insegnare, ma è significativo che il libro di Marta Dassù si concluda con un paradosso: «Anche dimenticare è importante. Non per rimuovere. Per superare odi troppo antichi». In fondo, un invito a leggere la storia con gli occhi rivolti al futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA http://gianfrancofabi.blog.ilsole24ore.com/ LA CITAZIONE “ «Anche dimenticare è importante Non per rimuovere, ma per superare odi troppo antichi» MARTA DASSù Dal libro Mondo privato e altre storie, ed. Bollati Boringhieri, pagg. 146, à 10,00 di Gianfranco Fabi

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Un viaggio di ritorno nel futuro dell'industria (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-02 - pag: 15 autore: «Orgoglio industriale». Il nuovo libro di Antonio Calabrò Un viaggio di ritorno nel futuro dell'industria Dal libro di Antonio Calabrò, direttore Affari istituzionali e relazioni esterne del gruppo Pirelli, pubblichiamo un estratto del primo capitolo «Una bella impresa» di Antonio Calabrò D ove sta il futuro dell'industria italiana? Nella grande provincia del Nord, proprio nell'eredità di quello straordinario "granaio meccanico" decantato dall'allora presidente della Fiat Vittorio Valletta, dove giusto cinquant'anni fa,tra il 1959 e il 1960,arrivava a maturazione il "miracolo economico". Lì, infatti, ancora oggi, si scandiscono i tempi della ripresa, con le imprese manifatturiere di qualità. Lì si giocano le carte più importanti del nostro orgoglio industriale. E se a questo processo, economico e sociale, si vuole dare un volto e un nome, uno dei tanti possibili, oltre quelli delle industrie più grandi e più note, lo si può andare a cercare in un posto affascinante come un gioco di parole, l'H2otel. Un albergo, sì, sul lago d'Orta, boschi, colline, antichi paesi silenziosi dove giocare il tempo con i passi lenti e il pieno dei silenzi. Ma soprattutto il simbolo di un esperimento industriale: energeticamente autosufficiente,sfrutta l'acqua del lago e il calore della terra grazie a un modernissimo sistema di macchine idrauliche, apparecchi termici, condutture, valvole, pannelli di distribuzione di caldo e freddo messi a punto da un'impresa della zona, il gruppo Giacomini di San Maurizio d'Opaglio, conosciuto dai geografi dell'economia come " il paese dei rubinetti". Un gruppo che si è trasformato radicalmente passando dalla vecchia meccanica all'impiantistica più sofisticata. «Il futuro ha un cuore antico», alla Carlo Levi. Radici. Cambiamenti. Memoria di fabbrica. E innovazione. La provincia italiana dove si lavora e si produce non è affatto provinciale. Sente, proprio negli anni delle grandi trasformazioni dell'economia che tutti stiamo vivendo e un po' soffrendo, il ritmo dei tempi che cambiano. E scopre d'essere in sintonia con le tensioni che animano parecchie altre aree del mondo. è in provincia, a Bedford Heights, nell'Ohio, nella fredda mattina del 16 gennaio 2009, che si ferma anche il presidente degli Usa Barack Obama, in viaggio verso la Casa Bianca. E in una piccola fabbrica, la Cardinal Fastener & Specialty Company - viti, bulloni, giunti, meccanica di precisione per le turbine a vento - ribadisce la strategia della green economy, industria e ambiente come motori dello sviluppo. Nell'universo globale, questo è un cammino che riguarda direttamente anche noi. L'Italia, nell'ipotesi di un nuovo ordine del mondo, ha infatti buoni numeri per farcela.E un numero, dunque, proviamo a dirlo subito: 4.600. Quello delle imprese industriali medie e medio grandi che costituiscono il cuore del nostro sistema produttivo, fanno da motore di un tessuto produttivo diffuso di centinaia di migliaia di piccole imprese (l'economia dei di-stretti, delle filiere), incrociano i ritmi internazionali delle migliori grandi aziende, scandiscono il tempo della competitività. Nel ciclone della crisi in corso sono il cardine della ripresa, la nostra carta migliore contro l'impoverimento, la perdita di ruolo economico e civile, i timori del declino. Questo libro è un viaggio di ritorno, in fabbrica, un luogo fisico e sociale trascurato, negli anni più recenti, dalle scelte politiche e dalle rappresentazioni dei media, persino messo nell'angolo dell'immaginario nazionale. Ed è un viaggio nel futuro: la fabbrica è cambiata,somiglia sempre più a un'officinalaboratorio- centro di ricerca-ufficio di marketing e logistica, parla italiano, spesso con inflessione dialettale bresciana o trevigiana, piemontese o marchigiana, ma anche correntemente inglese, si specchia in un atlante e vede la propria sede nella diffusa metropoli lombarda e le sue articolazioni in Romania e negli Usa, in India, in Cina e in Vietnam. Fabbrica-mondo, insomma. La riprova sta nei numeri. Da alcuni anni Mediobanca e Unioncamere censiscono un robusto gruppo di 4mila medie imprese indu-striali, che hanno fatturati dai 13 ai 290 milioni di euro e contano in libro paga da 50 a 499 dipendenti. Altre 600 circa sono medio-grandi, con fatturati sino a 3 miliardi.Sotto,c'è una platea di più di 500mila società manifatturiere piccole e piccolissime che danno lavoro a più di 4 milioni e mezzo di dipendenti. I dati dicono ancora che proprio grazie a queste imprese l'export italiano è cresciuto negli anni, sino all'aumento del 3% nel difficile 2008, alla pari con la Germania campione tradizionale del commercio europeo. Migliori prodotti,qualificati anche da politiche per valorizzare la marca, migliore governo aziendale, migliori rapporti con i mercati. Un buon passo avanti per la competitività.

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Senza nuove regole sarà caos (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-02 - pag: 14 autore: Senza nuove regole sarà caos di Lamberto Dini * C on una presa di posizione inattesa, la scorsa settimana il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha chiesto una vasta riforma del sistema monetario internazionale che conduca alla sostituzione del dollaro come principale moneta di riserva. La prima risposta del segretario del Tesoro americano è apparsa possibilista; la quotazione del dollaro ne ha risentito, tanto che egli stesso è stato subito dopo costretto a riaffermare il ruolo del dollaro. Ma di per sé la prima risposta di Geithner conferma che il problema esiste; ed è un problema che finirà per trovare la propria soluzione. Bene se la soluzione sarà costituita da un nuovo ordine internazionale. Male se la soluzione sarà lasciata alle scelte dei singoli mercati e dei singoli Paesi. Poiché in questo caso si potranno produrre danni collaterali molto rilevanti. In un articolo apparso sul Sole 24 Ore il 9 novembre scorso («Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali») avevo già messo l'accento sulla assoluta necessità che si ponga rimedio alla situazione di disequilibrio macroeconomico che è fra le cause della crisi in corso. Abbiamo oggi un sistema che è capace di costringere al riequilibrio le economie piccole che registrano disavanzi della bilancia dei pagamenti. Ma nulla può nel caso in cui i disavanzi siano registrati da un'economia grande, in particolare nulla può nei confronti dei disavanzi degli Stati Uniti, poiché essi producono la moneta di riserva internazionale. E l'attuale sistema di regole nulla può nei confronti di un'economia in avanzo, che può senza ostacoli continuare ad accumulare riserve, introducendo un forte potenziale di instabilità nel sistema. L'inusitata iniziativa cinese è stata determinata anzitutto dai timori di un ulteriore indebolimento del dollaro, moneta nella quale la Cina ha investito circa i due terzi delle sue immense riserve valutarie. Timori a loro volta legati alla forte espansione monetaria in atto e a quella ulteriore annunciata negli Stati Uniti ( si veda l'articolodi Alessandrini e Fratianni apparso su questo giornale giovedì 26 marzo). E timori legati a un bilancio pubblico statunitense che si avvia verso un deficit gigantesco, senza che gli annunci di rientro futuro siano sostenuti da misure credibili ed efficaci. Inevitabilmente politiche tanto espansive lasciano prevedere una stagione di ripresa dell'inflazione e di progressiva svalutazione del dollaro. Con gravi danni patrimoniali per chi possiede molti dollari, a partire appunto dalla Cina. Probabilmente hanno inciso sulla posizione cinese anche prime avvisaglie di politiche che, fuor da diplomatici eufemismi, possiamo cominciare a chiamare di svalutazione competitiva della propria moneta. In questa direzione vanno lette le decisioni delle autorità monetarie inglesi, svizzere e svedesi. Degli Usa si è già detto. Il tutto avviene mentre il commercio mondiale subisce una contrazione che ha pochi precedenti: nell'anno in corso, secondo le più recenti previsioni della Wto, la riduzione sarà del 9 per cento. E ciascuno corre ai ripari: chi può, appunto, favorendo una svalutazione della moneta; un po' tutti avviando politiche più o meno velatamente protezionistiche. Non stupisce che tutto ciò spaventi i cinesi, cioè coloro che in questi ultimi lustri più di ogni altro hanno tratto giovamento dalla liberalizzazione degli scambi e dall'espansione del commercio internazionale. è ora essenziale che il G-20 di Londra affronti il problema riconoscendo la necessità di istituire in tempi ragionevoli un nuovo sistema di regole. Regole capaci di costringere gli Usa a disegnare un percorso credibile che riporti in tempi ragionevoli verso il riequilibrio la loro bilancia dei pagamenti e il loro bilancio pubblico, e che porti la Fed a riassorbire l'eccesso di dollari. E regole capaci di costringere i Paesi in avanzo a riequilibrare a loro volta la propria bilancia dei pagamenti, anche consentendo una graduale rivalutazione della propria moneta. L'alternativa è molto peggiore.In assenza di un accordo su nuove regole, ogni Paese reagirà come potrà. E tutti finiranno per subire danni. In vista di un dollaro debole, ciascuno tenterà di diversificare le proprie riserve valutarie; condotta senza ordine, questa diversificazione produrrà forti oscillazioni nel cambio delle valute, con gravi effetti di instabilità. Chi potrà userà in modo più spregiudicato la via della svalutazione competitiva, ma le svalutazioni generalizzate finiscono per danneggiare tutti, via aumento dell'inflazione, senza che nessuno se ne possa giovare al di là del brevissimo termine. I Paesi dell'euro, ai quali lo statuto della Bce interdice la via della svalutazione competitiva, vedranno finire in seria difficoltà una parte rilevante del proprio apparato produttivo. Infine, molti proveranno a difendersi dalla caduta delle proprie esportazioni accentuando le scelte protezionistiche. Con il risultato di deprimere il benessere e la crescita globali. La comunità internazionale si trova di fronte a un classico "dilemma del prigioniero". La scelta cooperativa - quella che porta a un nuovo sistema concordato, ordinato e credibile di regole - è di gran lunga quella migliore per tutti e per ciascuno. Ma c'è il rischio che prevalgano invece scelte non coordinate in cui ciascuno, nella speranza di scaricare le difficoltà del momento sul proprio vicino, peggiora le condizioni di tutti, sé compreso. A Londra vedremo se la comunità internazionale ha la forza e la lungimiranza necessarie per evitare lo scenario peggiore. * Senatore Pdl, presidente della commissone Esteri © RIPRODUZIONE RISERVATA LE CONSEGUENZE Pechino teme una stagione d'indebolimento del dollaro, i Paesi Ue potrebbero perdere quote di mercato per la crisi del sistema produttivo

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Alleanza europea, obiettivo la Cina (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-02 - pag: 14 autore: ... PROMOZIONE TURISTICA Alleanza europea, obiettivo la Cina L a promozione sui mercati turistici esteri ha prodotto risultati limitati. Le indagini internazionali ricordano puntualmente che la Penisola resta la meta più ambita, ma finora i grandi flussi turistici hanno premiato altre destinazioni, tra cui Francia e Spagna. Poco efficace la promozione a causa del mancato coordinamento tra le Regioni, protagoniste della politica in campo turistico, e dell'estrema debolezza dei progetti nazionali (l'Italia non ha ancora un marchio forte).Ora il nostro Paese sta imboccando una strada diversa. L'alleanza proprio con Francia e Spagna, cementata peraltro da un logo promozionale comune, ha il chiaro intento d'iniziare a superare i problemi sorti in passato.Ha fatto bene l'Italia ad allearsi con le due principali destinazioni mondiali per attirare turisti dai mercati emergenti di Cina, Russia e Sud America. La strada imboccata però è impegnativa. Ora servono iniziative coerenti da parte delle Regioni e risorse adeguate, altrimenti i risultati rischiano di essere ancora una volta modesti. ( v.ch.)

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Promozione comune con Francia e Spagna (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-04-02 - pag: 20 autore: Turismo. Brambilla firma l'accordo Promozione comune con Francia e Spagna Leonardo Martinelli PARIGI France scritto in alto in colore blu. Italy al centro e in verde. Spain in basso e in rosso. Il tutto accomunato da una "European passion". è il nuovo logo unico delle tre principali destinazioni turistiche d'Europa. E che verrà utilizzato per campagne pubblicitarie comuni e per la predisposizione di pacchetti dei tre Paesi, destinati ai turisti a lungo raggio, dall'Asia all'America latina, passando per la Russia. La proposta è partita del logo turistico europeo è stata di Michela Vittoria Brambilla, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al turismo, subito accolta dai suoi omologhi dei Governi di Francia e Spagna. Ieri, in occasione dell'incontro a Parigi fra la Brambilla, Hervé Novelli (sottosegretario al Turismo francese) e Joan Mesquida Ferrando (che in Spagna ricopre lo stesso incarico), sono stati presentati per la prima volta il logo comune e nuovi dettagli sull'iniziativa turistica. Innanzitutto tre settori di intervento: «Abbiamo scelto il turismo urbano (visite culturali e shopping), l'enogastronomia e il patrimonio artistico e culturale – ha sottolineato il sottosegretario Brambilla –. Nelle prossime settimane un centinaio di tour operator si metterà al lavoro con gli esperti degli enti turistici dei tre Paesi per ideare circuiti che facciano riferimento a questi tre settori». Ieri il progetto è stata annunciato a molti professionisti del turismo, presenti a Parigi per la fiera "Rendez-vous en France 2009". L'idea è stata accolta con entusiasmo, anche se è limitata la dotazione finanziaria del progetto, appena un milione di euro. «è solo un inizio», ha spiegato Novelli. Fra l'altro ai tre settori individuati, se ne dovrebbero aggiungere nel futuro altri due, quello delle crociere attraverso il Mediterraneo e il turismo religioso. Quanto ai mercati, all'inizio verranno privilegiati Cina, India, Russia, Brasile, Argentina e Messico. «Per un cinese che viaggia in Europa – ha aggiunto al Brambilla –, i confini frai nostri Paesi sono relativi. Dobbiamo presentarci insieme su quei mercati e giocare sulle nostre complementarietà». Da un certo punto di vista, è anche una risposta al difficile momento economico. «Il turismo resiste meglio di altri settori alla crisi, ma va comunque aiutato», ha dichiarato Novelli. «Quest'idea è scaturita dalla necessità di mettere insieme le nostre risorse in una fase difficile come quella attuale, ma "European passion" deve continuare anche quando la crisi finirà », ha detto lo spagnolo Mesquida Ferrando. I tre Paesi porteranno avanti campagne pubblicitarie comuni sulla base di un catalogo che conterrà i circuiti individuati, offerti da diversi tour operator. «Vogliamo pure che il turista che viaggerà "European passion" abbia delle agevolazioni. Tratteremo, ad esempio, con le rispettive compagnie di bandiera la possibilità di riduzioni tariffarie o di corsie privilegiate al momento dell'imbarco», ha concluso la Brambilla. Italia, Francia e Spagna rappresentano insieme 180 milioni di presenze turistiche estere all'anno e un fatturato di oltre 110 miliardi (la quota del business turistico sul Pil oscilla fra il 6 e il 10% del Pil). In quanto agli arrivi, secondo le ultime statistiche, relative all'anno scorso, la Francia è leader mondiale, la Spagna è al secondo posto, mentre l'Italia si colloca solo al quinto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Stati Uniti primi per import E al secondo posto c'è l'Italia (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 7 autore: Anche la Cina ha saldo negativo - Tra gli esportatori Tokyo batte Corea e Germania Stati Uniti primi per import E al secondo posto c'è l'Italia Andrea Malan «La Francia, che ha inventato l'automobile, è diventata nel 2008 un Paese importatore..». L'affermazione di Luc Chatel,sottosegretario all'Industria nel Governo francese, va di pari passo con la linea seguita negli ultimi mesi dal presidente Sarkozy: utilizzare gli aiuti concessi ai due produttori locali – Renault e Peugeot – per indurli a rimpatriare almeno in parte la produzione di auto delocalizzata all'estero. Il Sole 24 Ore ha provato a fare il calcolo: chi sono i grandi impor-tatori ed esportatori netti di auto? Per quanto riguarda le sole autovetture, in base ai dati Acea Parigi è ancora in nero – per poco meno di 100mila unità.Il calcolo non viene dal confronto import/export, ma più semplicemente confrontando le dimensioni del mercato nazionale (numero di auto vendute) con la produzione locale; il metodo è necessariamente grezzo – una Panda pesa come una Rolls Royce – ma permette qualche considerazione interessante. I maggiori importatori netti di auto al mondo sono di gran lunga gli Stati Uniti: nel 2008 sono stati prodotti negli Usa (furgoni e Suv compresi) circa 8,7 milioni di vetture contro i 13,2 venduti. Al secondo posto (ma con una quota di import ancora superiore in percentuale) è l'Italia, dove l'anno scorso sono state prodotte 660mila auto a fronte di un mercato da 2,16 milioni; il risultato viene dalla passione dei nostri connazionali per le quattroruote unita al progressivo calo della produzione negli stabilimenti Fiat (e all'assenza di altri produttori di volume). Chiude il podio dei grandi importatori la Russia, con una produzione locale di circa 1,5 milioni contro i 2,8 venduti (va detto che i dati sono meno affidabili degli altri). Tra i grandi Paesi ci sono altri due importatori netti: la Gran Bretagna (saldo negativo di quasi 700mila auto) e la Cina. Ebbene sì: lo spauracchio che ha invaso tanti mercati con i suoi prodotti a basso costo rimane, per quanto riguarda l'auto, un importatore netto con 6,3 milioni di auto prodotte nel 2008 contro i 6,7 milioni venduti. L'India è in lieve attivo (qui i dati risalgono al 2007). Tra le variazioni del 2008 rispettoall'anno precedente si possono citare il netto calo dell'import Usa (a causa del crollo del mercato) e il quasi azzeramento dell'export francese (da quasi 500mila a meno di 100mila veicoli). Nel settore auto i vincenti del grande gioco della globalizzazione sono tre. Leader indiscusso è il Giappone, con un saldo attivo di quasi 5,7 milioni di veicoli; alle spalle di Tokyo il 2008 ha visto un testa a testa tra Corea e Germania, con due strategie completamente opposte: la prima ha invaso i mercati mondiali di vetture a basso costo, la seconda conserva con Bmw, Mercedes e Audi un dominio quasi incontrastato nell'alta gamma. La presenza di Giappone e Germania sul podio degli esportatori dimostra che per primeggiare non sono necessari i bassi costi del lavoro, anche se entrambi i Paesi hanno costruito le rispettive tradizioni quando avevano costi di produzione più bassi di adesso. Tra gli esportatori ci sono anche tutti i Paesi dell'Est Europa di cui si è lamentato Sarkozy: dalla Slovenia, dove vengono prodotte le Renault Clio2 ora in parte "rimpatriate", alla Repubblica Ceca protagonista di un vero e proprio caso diplomatico con Parigi dopo che Sarkozy aveva incitato il mese scorso i costruttori francesi a "rilocalizzare" in Francia; nel 2007 Praga aveva raggiunto il 4Ú posto tra i Paesi esportatori netti, anche se l'anno scorso si è vista sorpassare (di poco) dal Messico. Importazioni ed esportazioni di auto sono solo un aspetto della bilancia del settore auto, e i componenti possono giocare un ruolo quasi altrettanto importante: nel caso dell'Italia,per esempio,il saldo di questa parte dell'interscambio è positivo. Ma nel lungo periodo il settore della fornituraè legato a doppio filo alla presenza di impianti di montaggio finale. Come ha ricordato Sergio Marchionne ai soci Fiat la settimana scorsa, «il territorio che perde attività produttive subisce un calo nel tasso di occupazione del settore e vede diminuire la propria competitività strutturale». Marchionne ha citato l'esempio inglese degli anni 80; ma l'Italia rischia di fare la stessa fine. © RIPRODUZIONE RISERVATA LA GRADUATORIA Tra i Paesi con esito positivo spicca tutto l'Est europeo L'azzeramento dell'avanzo francese ha fatto arrabbiare il presidente Sarkozy

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Parole d'ordine. (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-02 - pag: 8 autore: Parole d'ordine. Densificare la città, superare lo sprawl, riqualificare le aree degradate New town? L'architetto preferisce demolire Mauro Salerno ROMA N o a nuovi quartieri dormitorio, sì a un piano capace di rimettere ordine negli spazi "slabbrati" delle città. Nonè un argomento da lasciare indifferenti quello delle «new town» tirato fuori da Silvio Berlusconi in appendice al via libera al piano casa. Ma su quale modello, si chiedono architetti e urbanisti impegnati a trovare una risposta convincente allo sprawl urbano, l'espansione poco pianificata e spesso informale che ha caratterizzato lo sviluppo delle nostre città. Quartieri satellite, sia pure di nuova concezione? Proposta difficile da attuare senza copiosi investimenti in infrastrutture, reti di mobilità e servizi, ripetono in coro, a meno di non ripetere l'esperienza fallimentare delle «nouvelles villes» francesi, traformatesi in insediamenti-ghetto, e di alimentare il traffico da "pendolarismo". Neppure è pensabile la città di fondazione, come quelle che anche alcuni architetti italiani ( Maggiora, Gregotti, solo per citare qualche esempio) stanno progettando in Cina, in un territorio limitato e già troppo costruito come quello italiano. La parola d'ordine è "sostituzione edilizia". Interventi di demolizione e ricostruzione, riqualificazione delle aree dismesse, mirate a mettere a sistema un tessuto urbano spesso cresciuto in modo «spontaneo», come sottolinea Cino Zucchi, che proprio domani presenterà in Olanda un progetto per la città di Groningen, un masterplan per 300 alloggi basato sul doppio imperativo «high density, low rise». «In Italia – dice – dobbiamo stare attenti a non giocarci quel po' di Bel Paese che ancora ci rimane. Tutta Europa sta riflettendo sul tema della ri-densificazione della città diffusa, che ha consumato troppo territorio e moltiplicato gli spostamenti in auto. Gli olandesi, con Almere e Jiburg, e gli inglesi, con Milton Kenes, un esempio di città-territorio, hanno sperimentato il tema delle "new town" in forma integrata. Piuttosto di creare città nuove, vedrei nell'innesto sul costruito una strategia che sappia unire la necessità di privacy, la qualità ambientale e il rapporto con il paesaggio delle migliori esperienze del Nord Europa con l'amore per la compattezza e per l'intensità dello spazio pubblico della tradizione italiana». Basso costo di costruzione, zero consumi energetici, mix funzionali capaci di ricreare la «vita di quartiere» è la formula di Mario Cucinella, appena premiato al Mipim per la sua «casa 100k», ripagabile attraverso gli incentivi del Conto energia. «Bisogna superare l'esperienza accademica dei quartieri dormitorio realizzati negli anni 70 – dice –: abbiamo enormi brani di città da completare, sarebbe inutile e dannoso consumare nuovo suolo». Al contrario, secondo Cucinella, che cita l'esempio del quartiere Vauban a Friburgo, nato sulle ceneri di una vecchia caserma, «bisogna usare l'emergenza-casa per svecchiare modelli abitativi ancora fermi agli standard degli anni 50, sfruttare i salti tecnologici per produrre abitazioni a basso costo e zero consumi, realizzando all'interno delle città eco-quartieri, capaci di innalzare anche la qualità della vita delle persone che vi abitano». La parola chiave è sostituzione edilizia, «anche attraverso premi di cubatura», rimarca Paolo Desideri. Socio dello studio romano Abdr, Desideri è autore del progetto di «demolizione e ricostruzione » delle palazzine pericolanti di via Giustinano Imperatore. «Se l'obiettivo è mettere a rete, creare sinergie con quanto abbiamo già (troppo) costruito, allora ben vengano anche le new town», dice. «Ma – aggiunge – senza creare nuove periferie». Un obiettivo al centro anche del Piano di governo del territorio allo studio a Milano, cui ha lavorato il team dei quarantenni Metrogramma. «La città – spiega Andrea Boschetti, uno dei due soci – si deve ricostruire su se stessa, modernizzandosi e dando sfogo allo sviluppo sul "brown field", vale a dire le zone dismesse o incomplete e valorizzando la vocazione pubblica, aggregatrice, del "green field", gli spazi inedificati che dovranno costituire la " rete invariante" della città di domani». NO A QUARTIERI SATELLITI Con gli interventi di «sostituzione edilizia» si punta a ricostruire i quartieri dismessi senza creare altre periferie New town. Nella foto sopra, una veduta di Almere in Olanda, progettata dal prestigioso studio di architettura olandese Mvrdv. Nel modello a fianco, invece, una panoramica aerea dell'ecocity cinese di Caofeidian progettata dall'architetto piemontese Pier Paolo Maggiora

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Crisi economica Russia e Usa s'avvicinano (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

POLITICA 02-04-2009 PER OBAMA SARÀ PIÙ DIFFICILE LA TAPPA EUROPEA Crisi economica «persuasiva» Russia e Usa s'avvicinano ELIO MARAONE U n mondo senza armi nucleari. È questo l'estremo traguardo indicato a Londra dal presidente statunitense Barack Obama e da quello russo, Dmitri Medvedev. Un traguardo al limite dell'utopia, ma che segnala una volontà di mutamento in chiave distensiva delle relazioni tra grandi Paesi, in linea con quanto ipotizzato da Obama durante la sua campagna elettorale. Utopia magari, e ispirata non soltanto da intenti umanitari ( gli arsenali atomici di Usa ed ex Urss sono stracolmi; il loro mantenimento e lo sviluppo di armi strategiche hanno costi insopportabili in tempi di crisi economica; un accordo al ribasso fra grandi potenze può costringere le piccole verso lo zero atomico...), ma che ha avvolto di un'aura di nobiltà la dichiarazione con la quale i due presidenti hanno convenuto di lanciare negoziati in vista non soltanto di importanti riduzioni delle proprie armi nucleari, ma anche di una inedita cooperazione nel campo delle difese antimissile. A quest'ultimo riguardo «restano differenze» su nuovi sistemi in Europa, ma si sa che alla Casa Bianca sono già molte le critiche al costo politico ed economico del progettato «scudo» da realizzare fra Polonia e Repubblica ceca. Comunque, qualcosa si è mosso nella giusta direzione, dopo quasi sette anni di disinteresse al disarmo dell'amministrazione Bush: Stati Uniti e Russia si impegnano a stringere i tempi per l'approvazione di un trattato per la riduzione delle armi strategiche che sostituisca i precedenti Start ( in scadenza il prossimo 5 dicembre) e Sort ( che proponeva la riduzione, entro il 2012, delle testate nucleari da parte di ciascun contraente a un numero oscillante fra 1.700 e 2.200). L'impegno assunto dai due leader, decisi a «rimettere a posto» il rapporto bilaterale «considerate le responsabilità congiunte» che i loro Stati «hanno nel mondo» , è quello di fissare un tetto più basso al numero degli ordigni nucleari ( che attualmente sarebbero ancora oltre 3.000 a testa), dopo studi che saranno verificati in luglio, durante un summit Medvedev- Obama a Mosca, e trasformati in trattato entro la fine dell'anno. Dunque la Casa Bianca e il Cremlino hanno ripreso a dialogare, trovando un'intesa su punti importanti ( il citato nucleare, che prevede anche un'attenzione severa a Nord Corea e Iran; la stabilizzazione dell'Afghanistan), ma anche mantenendo divergenze e diffidenze ( sul citato «scudo» antimissile; sulle cause della guerra in Georgia e sulle sue conseguenze). Promettente appare anche il futuro dei rapporti sinoamericani: dopo l'incontro, sempre ieri, con il premier cinese Hu Jintao, Obama, invitato a visitare Pechino entro l'anno, ha ribadito il proprio impegno a evitare il protezionismo e ad assicurare relazioni economiche con la Cina stabili e durature. Carico di nubi è rimasto invece il rapporto con l'Unione europea. Durante una conferenza stampa assieme al premier britannico, Gordon Brown, il presidente statunitense, dopo aver invitato gli altri Paesi a fare fronte comune e ad agire con urgenza contro la crisi globale, ha detto di essere «assolutamente fiducioso che il G20 rifletterà un enorme consenso» . Il presidente francese Nicolas Sarkozy ( duramente avverso a ogni «falso compromesso» ) e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno replicato ricordando di non essere soddisfatti della bozza di documento redatta in vista dei lavori di oggi e di desiderare regole più severe per la finanza globale e, in particolare, contro i paradisi fiscali. Insomma, e rapporti Usa- Russia a parte, iersera a Londra tirava una brutta aria di decisioni mancate, e di rivio a incontri migliori. Sarkozy (avverso a ogni «falso compromesso») e Merkel non sono soddisfatti della bozza del G20

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Disgelo fra Francia e Cina dopo lo scontro sul Tibet (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

MONDO 02-04-2009 Disgelo fra Francia e Cina dopo lo scontro sul Tibet PARIGI. Il Tibet? La Francia, dopo mesi di gelo con Pechino per aver dato udienza al Dalai Lama, ha fatto sapere come la pensa: «Fa parte integrante del territorio cinese». Era da qualche settimana che il Quai d'Orsay aveva ripreso la strada «maestra» dei rapporti concilianti con la Cina. Ieri, il bivio: Parigi si lascia alle spalle l'incontro di dicembre in Polonia di Sarkozy con il Dalai Lama, capo spirituale dei tibetani, la cordialissima visita di agosto in Francia della stessa alta personalità, che pur non incontrando Sarkozy fu accolto da Carla Bruni. Da ieri a Parigi e a Pechino, vale «la decisione presa dal generale de Gaulle, che non è cambiata e non cambierà». La Francia «respinge» ogni sostegno all'indipendenza dei tibetani. La Cina contraccambia con il disgelo delle relazioni, che si erano bruscamente irrigidite già dagli incidenti durante il passaggio della fiamma olimpica a Parigi, e si erano quasi interrotte dall'estate in poi, culminando con l'annullamento del vertice Ue-Cina a novembre, con la Francia presidente di turno. Resta da capire il motivo di un atteggiamento di Sarkozy sul Tibet che era già stato accusato di essere ondivago prima del documento.

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Consiglio per i diritti umani, svolta Usa: (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

MONDO 02-04-2009 Ginevra Consiglio per i diritti umani, svolta Usa: «Pronti a candidarsi per un seggio Onu» NEW YORK. Nuova svolta dell'America di Barack Obama sul fronte delle istituzioni multilaterali: gli Stati Uniti sono pronti a candidarsi a un seggio nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, organismo Onu con sede a Ginevra apertamente boicottato negli anni scorsi dall'amministrazione Bush. Si tratta di un nuovo segnale di inversione di rotta nella politica estera della nuova squadra a Washington. La decisione hanno annunciato il segretario di Stato Hillary Clinton e l'ambasciatrice all'Onu Susan Rice è stata presa come parte di una «nuova era di impegno» con altre nazioni «per far progredire gli interessi degli Stati Uniti» nel mondo. «I diritti umani sono un elemento essenziale nella nostra politica estera», ha detto Clinton. Per la Rice «sono le vittime di abusi in tutto il mondo che hanno bisogno di un Consiglio per i Diritti Umani equilibrato e credibile». La decisione è stata duramente criticata dai conservatori: «È come salire sul Titanic dopo che ha urtato l'iceberg», ha commentato John Bolton, nel 2005 e 2006 ambasciatore all'Onu di Bush. Secondo Bolton la disponibilità americana alla candidatura «legittima qualcosa che non merita legittimazione». Critiche sono arrivate anche da associazioni ebraiche come l'AntiDefamation League e il centro Simon Wiesenthal secondo cui cui, ad oggi, l'unico Paese che finora si è attirato le bacchettate ripetute del Consiglio è stato Israele: altre nazioni, dalla Cina al Sudan, l'hanno fatta franca. Gli Stati Uniti hanno annunciato la loro candidatura a fianco di Belgio e Norvegia alle elezioni del 15 maggio quando verranno decisi tre seggi occidentali dei 47 del Consiglio. La Nuova Zelanda, che aveva deciso di entrare in pista, si è fatta da parte per garantire a Washington una elezione non contestata. Gli Stati Uniti occuperanno il seggio con mandato triennale. Nel Consiglio dei Diritti Umani non esiste il diritto di veto come invece è prerogativa Usa (assieme agli altri membri permanenti, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina) in Consiglio di Sicurezza. Il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha dato il benvenuto al nuovo corso di Washington: «È un segnale concreto nella nuova era di impegno inaugurata dall'amministrazione Obama», ha detto un portavoce. Esulta il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon Critico John Bolton: «È come salire a bordo del Titanic»

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Con Hu spunta il tabù diritti umani (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

MONDO 02-04-2009 Con Hu spunta il tabù diritti umani DI ELENA MOLINARI L avoro comune su Corea del Nord, Iran ma soprattutto crisi economica. Ma, questa volta, senza dimenticare i diritti umani. Nel loro primo faccia a faccia Barack Obama e l'omologo cinese Hu Jintao hanno messo al centro della cooperazione fra Washington e Pechino l'urgenza di rafforzare la crescita dei rispettivi Paesi e rivedere il sistema finanziario internazionale, in modo da evitare il ripetersi di terremoti finanziari come quello che ha sconvolto il pianeta lo scorso anno. Messe da parte le critiche americane per la continua sottovalutazione della moneta cinese, il presidente Usa ha lodato il pacchetto di stimolo varato dal governo di Pechino. Mentre Hu ha rinnovato il suo impegno a fare quello che il mondo ha più bisogno, vale a dire incitare milioni di cinesi a continuare a consumare, garantendo così al Paese di continuare a crescere e di trainare la ripresa globale. Ma dopo lo scalpore suscitato dall'affermazione del segretario di Stato Hillary Clinton di non voler «lasciare che le tensioni sui diritti umani intralcino altri punti di cooperazione», ieri Stati Uniti e Cina hanno concordato fare ripartire almeno «la discussione sui diritti umani» il prima possibile. Durante l'incontro l'inquilino della Casa Bianca ha quindi accettato l'invito a recarsi in visita a Pechino nella seconda metà del 2009 (il presidente George W. Bush aveva fatto una controversa visita in Cina la scorsa estate durante le Olimpiadi mentre infuriava la protesta dei monaci del Tibet). I due leader hanno annunciato anche la creazione di un gruppo di alto livello «per il dialogo strategico ed economico» fra le rispettive potenze. Accordo anche sulla necessità di rivedere la struttura di comando delle istituzioni finanziarie internazionali in modo da rispecchiare il nuovo peso dei mercato dei Paesi emergenti come appunto la Cina. Obama e Hu hanno deciso di continuare a lavorare insieme su problemi come la denuclearizzazione della penisola coreana e l'emergenza umanitaria nel Sudan. È stato concordato di aumentare la cooperazione sull'ambiente, la lotta al cambiamento del clima, la ricerca di energia pulita e rinnovabile, settori nei quali l'Occidente accusa la Cina di non fare abbastanza. Pronto un gruppo di contatto strategico ed economico Visita a Pechino entro l'anno per il capo della Casa Bianca Stretta di mano fra Hu Jintao e Obama, vicino alla Clinton (Ap)

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Organi umani in vendita, la moderna schiavitù (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 02-04-2009)

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E' VITA 02-04-2009 Organi umani in vendita, la moderna schiavitù di Giulia Galeotti E così, dopo Iran e Arabia Saudita, è la volta di Singapore: da qualche giorno, anche nella Città-Stato asiatica la vendita di organi umani tra viventi è una pratica legale. La disciplina è oculata: chi cede un organo (così prevede la legge) ha diritto al rimborso delle cure mediche, ai mancati guadagni e al risarcimento del danno psicologico. Con un solo voto contrario, il gioco è fatto. È prevedibile, del resto, che Singapore diventi rapidamente la meta preferita dei ricchi malati di ogni parte del globo, che accorreranno come api sul miele. Questa volta, infatti, l'accesso al 'servizio' non è limitato ai cittadini dello Stato. Porte aperte, quindi, anche agli acquirenti stranieri. La scandalosa notizia, però, non ci ha realmente sorpresi. A fronte della turpe compravendita illegale di organi umani che va crescendo nel mondo (se fino a qualche anno fa Cina e India erano i centri principali di questa 'linea commerciale', ora l'offerta si è molto ampliata, coinvolgendo Filippine, Brasile, Sud Africa e diversi Paesi dell'Europa dell'Est), si stanno facendo sempre più pressanti le nobili richieste affinché tale mercato venga legalizzato. Nell'opinione pubblica americana, ad esempio, si sta registrando un nuovo atteggiamento, non più critico verso tali comportamenti, che risultano sempre più accettati socialmente. Il cambiamento è sicuramente imputabile anche alle illustri voci che sostengono tale liberalizzazione, come quelle dell'economista Richard Posner e del premio Nobel Gary Backer. uesto moderno favore verso Q l'acquisto di parti del corpo umano è, del resto, coerente con quell'atteggiamento generalizzato che in buona parte del mondo occidentale va sempre più monetizzando la vita. Se si abortisce perché v'è la crisi, se si comprano i figli in provetta (giacché non vengono, o v'è il rischio che vengano male), se difficilmente ormai riusciamo ad avvicinarci ad handicap e malattia prescindendo dal versante 'dei costi', v'è la seria possibilità che una sostanziale apertura alla compravendita di parti umane non rimanga confinata a pochi e lontani Paesi. I fautori della legalizzazione del mercato degli organi argomentano che la autodeterminazione, principio sovrano della modernità, implica anche la libertà di 'donare'. Ciò, tra l'altro, in nome di una nozione radicale di proprietà, secondo cui ogni individuo proprietario di un bene ha il diritto di disporne come meglio crede, attraverso l'interazione con altri. Il tutto analogamente all'ottica di mercato per cui, a seguito di scambi volontari, le persone raggiungono una situazione finale migliore rispetto a quella iniziale. Smembrando i poveri a beneficio dei ricchi, cioè, non solo questi ultimi staranno meglio, ma anche i poveri si ritroveranno in finale un po' meno poveri. Dietro, v'è la più classica delle leggi di mercato: anche nello scambio di pezzi del corpo umano vige infatti la regola della domanda e dell'offerta, il cui disequilibrio sta crescendo oltre misura. Grazie ai progressi medici e tecnologici, e all'aumento dell'età media delle popolazioni ricche, la pratica dei trapianti si è molto diffusa, con ottimi risultati. Il dato preoccupante, però, è che l'offerta non ha subito un'adeguata impennata. Dal 2000, infatti, la domanda di organi è lievitata del 33%, a fronte di un aumento nella disponibilità del solo 3%. La domanda è cioè aumentata di ben 11 volte rispetto all'offerta. La questione è indubbiamente molto più complessa di quanto non si voglia far credere. Resta ad esempio il fatto che nelle ipotesi di trapianto da vivente, la cessione di un organo, effettuata per amore e solidarietà, si combina inevitabilmente con la menomazione di chi la subisce. Allo stesso tempo, la relazione tra medico e cedente è delicata ed estranea alle coordinate deontologiche tradizionali: il medico compie un atto che, senza giustificazione terapeutica, danneggia inequivocabilmente il cedente. O vviamente, in pochi si pongono domande scomode, ad esempio se rientri tra i doveri degli ordinamenti incentivare scelte altruistiche. Come spesso accade invece, per risolvere il problema, si opta per la via più facile, più rapida e più 'conveniente'. Così, anche qui (assimilando reni ad abiti, creme o marmitte), v'è chi passa dal post hoc al propter hoc. Dato che il traffico illegale comunque esiste, non conoscendo confini né geografici né politici né culturali, dato che esso crea innumerevoli vittime negli angoli più poveri del mondo (e delle nostre città), e dato che comunque a noi, ricchi occidentali un po' acciaccati, gli organi servono, ecco che la soluzione più ovvia finisce per essere quella di legalizzarne il traffico. Con enorme soddisfazione di tutti, e buona pace delle nostre coscienze. Ma davvero crediamo che il solo rimedio per affrontare questo spaventoso fenomeno sia la sua regolamentazione? Una delle più fiere oppositrici a tale soluzione è la battagliera Nancy Scheper-Hughes, che ricorda come a vendere siano le persone senza casa e in condizioni economiche disastrose, i rifugiati politici, gli ex L soldati, i prigionieri, i soggetti con disturbi mentali (del resto, se le donne sono raramente le riceventi, spessissimo sono le donatrici). a sua voce resta, però, isolata. In pochi manifestano la preoccupazione di non esporre i deboli a nuove forme di cannibalismo. Ancora una volta, in nome della libertà e dell'autodeterminazione, parti delle nostre società mirano a reintrodurre sia pure in forma moderna, e con la mediazione della scienza la schiavitù tra gli esseri umani. È la solita ipocrisia del non considerare le effettive condizioni in cui il singolo viene a trovarsi. Che senso hanno autodeterminazione e libertà quando la fame e la disperazione inducono un essere umano a privarsi di una parte di sé per dare da mangiare ai propri figli? Che società è quella che sceglie di dare a tutto un prezzo di mercato? Anche Singapore, dopo Iran e Arabia, approva la cessione di parti del corpo dietro compenso Gli stranieri potranno accedere al 'servizio' E le denunce restano isolate: saranno i poveri del mondo a 'donare' e i ricchi a 'ricevere' INSINTESI 1 Singapore ha approvato la vendita di organi tra viventi a scopo di trapianto. 2 Si tratta di un altro passo verso la monetizzazione della vita, nella logica di mercato della domanda e dell'offerta.

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Ambiente, torna il fronte negazionista (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Ambiente, torna il fronte negazionista Maurizio Gubbiotti*, 02 aprile 2009, 13:36 Ieri è stata scritta una pagina nera per la dignità e l'autorevolezza del Parlamento italiano: il centro-destra in Senato ha votato e fatto approvare una mozione del Pdl in cui c'è scritto che i mutamenti climatici sono un'invenzione e comunque non dipendono dall'uomo, e in cui si chiede al governo italiano di battersi contro impegni stringenti e vincolanti per ridurre i consumi di petrolio e fonti fossili e abbattere così le emissioni che stanno alterando gli equilibri climatici" Pensavamo davvero che i negazionisti sui mutamenti climatici stessero diventando una specie in via di estinzione ed invece ancora una volta dobbiamo ricrederci e a vederli materializzare e proprio in un luogo così istituzionale come il Senato. Se non fosse tanto tragico, e soprattutto se non fossero tanto tragiche per intere comunità le conseguenze dei mutamenti climatici, la mozione al voto in Senato sarebbe un perfetto pesce d'aprile! Proprio l'anno non da tanto passato, è stato caratterizzato da alcuni eventi dal forte impatto simbolico, oltre che concreto e reale. Per la prima volta da quando sono iniziati i monitoraggi scientifici al Polo Nord, i ghiacci eterni dell'Artico si sono sciolti fino a lasciare completamente liberi, per due settimane in settembre, i due passaggi dall'Atlantico al Pacifico e dal Pacifico all'Atlantico, mentre ad una velocità che supera anche le più nere previsioni stanno arretrando la banchisa antartica, i ghiacci nell'Artico canadese e della Groenlandia. Stessa situazione per le riserve di oro blu custodite nei ghiacciai delle regioni tibetana e himalayana, che secondo i dati riportati dal Worldwatch Institute starebbero arretrando di 35 metri l'anno. Fanno da contraltare a tutte queste "fusioni", le siccità sempre più intense che si registrano, ad esempio, in Australia. Agli inizi del 2009 la parte sudorientale del Paese è stata devastata da una serie di incendi che hanno bruciato quasi 4.000 chilometri quadrati di territorio, lasciato 7.000 persone senza tetto e, stando al bilancio ufficiale delle vittime di metà febbraio, hanno ucciso 200 persone. Non è un caso, d'altra parte, se lo scorso gennaio il Worldwatch Institute ha lanciato l'allarme clima, sostenendo, tra l'altro, che undici degli ultimi dodici anni sono stati i più caldi della storia conosciuta. Una diagnosi confermata anche dai dati pubblicati nello stesso mese dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l'Amministrazione nazionale per l'Aria e l'Oceano degli Stati Uniti, che danno il 2008 come l'anno più fresco dal 2000, ma anche come l'ottavo nella classifica dei più caldi dal 1880 ad oggi. Il riscaldamento climatico è già oggi misurabile e che dipenda da emissioni di origini antropica è decisamente una certezza scientifica. L'IPCC coinvolge migliaia di scienziati di reputazione internazionale che concordano sia sulle cause che sugli effetti dei cambiamenti climatici. Solo un infima minoranza, spesso al soldo dell'industria petrolifera, afferma ancora il contrario. Affidarsi a questa infima minoranza sarebbe come credere alla minoranza di storici che affermano che le camere a gas non sono mai esistite (o un altro esempio di questo genere). I modelli scientifici costruiti dall'IPCC sono altamente affidabili e prendono in conto i principali elementi che influiscono sul clima (sole, nubi, oceani, atmosfera, inquinanti, mondo vivente, ecc.). Questi modelli, aventi un grande livello di accuratezza, sono stati testati con successo. Le loro previsioni si dimostrano molto accurate sia per quanto riguarda il passato che il presente. La scienza mostra senza alcun dubbio significativo l'impatto dell'anidride carbonica sul clima. L'impatto del CO2 sull'effetto serra è dimostrabile con un semplice test in laboratorio. I danni sull' ambiente sono già visibili ora. C'è un aumento degli avvenimenti meteorologici estremi che colpiscono milioni di persone soprattutto nei paesi poveri: meno responsabili dei cambiamenti climatici e con minore risorse per adattarsi. Il Worldwatch Insitute nel suo ultimo rapporto (2009) ha ricordato l'impressionante contributo del taglio di boschi e foreste nelle emissioni globali di gas climalteranti. A questo settore, infatti, è attribuito il 17,4% dei milioni di tonnellate di CO2 equivalente immesse ogni anno in atmosfera. Esteso a molte regioni del pianeta, e condiviso fra Paesi esportatori ed importatori di legno,bestiame e prodotti agricoli, il fenomeno deforestazione spiega la FAO, provoca ogni anni la perdita di circa 13 milioni di ettari di foreste e raggiunge i picchi più elevati nelle aree tropicali. E' evidente quindi che gli sforzi di riduzione delle emissioni sono urgenti per evitare che i cambiamenti climatici diventino irreversibili e colpiscano miliardi di persone creando un numero sconfinato di persone costrette a lasciare i loro territori perché resi invivibili dalle conseguenze dei mutamenti climatici. Nel 2010 si calcola che i rifugiati in fuga dagli effetti dei cambiamenti climatici sarà di 50 milioni e questo numero non farà che aumentare esponenzialmente se azioni rapide e coraggiose non saranno prese per ridurre le emissioni. Previsioni del tutto simili arrivano anche dall'United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, stando ai cui dati i profughi nel mondo al 2007 erano arrivati a 37,4 milioni di persone, il 66,8% dei quali a causa di catastrofi naturali. Nella macrocategoria dei cambiamenti climatici e ambientali sono compresi anche i sempre più frequenti disastri naturali. In gennaio l'United Nations Children's Fund (UNICEF), il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia, ha diffuso l'Humanitarian Action Report 2009 evidenziando che negli ultimi decenni il numero e la gravità dei disastri naturali sono aumentati in modo significativo. Tra il 2005 e il 2007, l'agenzia dell'ONU ha risposto a una media annua di 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la metà delle quali causate da calamità, il 30% da conflitti e il 19% da emergenze sanitarie. Inoltre, stando ai dati dell'ultimo rapporto sullo sviluppo umano dell'United Nations Development Programme (UNDP), il Programma ONU per lo Sviluppo Umano, oggi sono 344 milioni le persone a rischio di cicloni tropicali e 521 milioni quelle a rischio di inondazioni. Oltre a vittime e sfollati, poi, le calamità si lasciano dietro uno strascico fatto di potenziali epidemie e aumento del rischio fame. Tanto che, secondo le proiezioni dell'UNICEF, al 2010 saranno circa 60 i milioni di persone che nel mondo soffriranno la fame a causa di emergenze umanitarie e climatiche. E si potrebbe continuare cosi per tutti i pseudo argomenti scientifici che la mozione negazionista sottolinea. Gli impegni che dovranno essere presi dai singoli paesi dovranno dipendere dalla responsabilità storica e dalle capacità. L'Italia in modo equo dovrà fare la sua parte. Bisogna concentrarsi su quello che UE, USA e Giappone devono fare subito per evitare la catastrofe piuttosto che criticare i paesi in via di sviluppo. Bisogna anche ricordare che molti dei paesi emergenti stanno facendo sforzi maggiori dell'Italia. Basti pensare che la Cina è il secondo più grande investitore in energie rinnovabili ed è il maggior produttore di energie rinnovabili. L'industria dell'energia rinnovabile sarà il settore cruciale per uscire dalla crisi e creare posti di lavoro. Se l'Italia perde questa occasione, le perdite economiche e sociali per il paese saranno incalcolabili. *Coordinatore Segreteria Nazionale Resp. Dipartimento Internazionale Legambiente Onlus

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Crisi della mondializzazione? (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

Crisi della mondializzazione? Domenico Moro, 01 aprile 2009, 17:12 La riflessione Secondo alcuni stiamo entrando in una fase di regionalizzazione, in cui gli scambi avvengono principalmente all'interno delle varie macro-aree in cui si suddivide il mercato mondiale (Asia, Ue, Nafta, Mercosur). A spingere in direzione contraria alla globalizzazione si aggiungerebbero le tendenze protezioniste che starebbero riemergendo un po' dappertutto, specialmente sotto la forma di aiuti alle imprese in difficoltà. Ma preconizzare la fine del mercato mondiale sembra davvero esagerato Uno degli aspetti più importanti e meno considerati della crisi è costituito dalle sue ripercussioni sulla mondializzazione. Secondo la Banca mondiale, al calo, per la prima volta dal 1945, del Pil mondiale si è associato il maggiore declino del commercio mondiale degli ultimi 80 anni, ovvero dalla grande Depressione degli anni 30. Ne sono sintomo le difficoltà in cui si dibattono i maggiori paesi esportatori. Ad esempio il Giappone, Paese con il terzo maggiore attivo della bilancia dei conti correnti, ha fatto registrare a gennaio un disavanzo di 172,8 miliardi di yen, il maggiore da quando nel 1985 iniziò la raccolta di dati comparabili. La ragione risiede nel crollo senza precedenti delle sue esportazioni e nella riduzione dei profitti provenienti dagli investimenti all'estero. Oltre alla riduzione dello scambio di merci, il fenomeno più eclatante, attraverso cui si manifesta l'impatto della crisi sulla mondializzazione, è l'inversione del flusso degli investimenti di capitale. Questi, negli ultimi decenni, sono fluiti copiosi dai paesi del centro del sistema capitalistico mondiale - Usa, Giappone e Europa occidentale - verso i paesi della periferia, i cosiddetti paesi emergenti o in via di sviluppo. Ora, il movimento dei capitali assume un andamento centripeto, ritornando al centro del sistema, da cui la crisi si è generata. Infatti, gli investimenti destinati all'estero vengono richiamati per poter compensare la penuria di liquidità, determinata dal credit crunch e dal collasso del sistema bancario. Tra gli investimenti i più volatili sono quelli di portafoglio - azioni, titoli di stato, bond -, ma anche gli investimenti diretti, quelli rivolti ad attività produttive ed industriali, assumono la medesima tendenza. Gli Usa sono la destinazione privilegiata di tale movimento. I flussi netti privati verso gli Usa hanno superato il primato del 2006, crescendo dai 150 miliardi di dollari del settembre 2008 ai 600 del dicembre 2008, grazie ai massicci acquisti di titoli di stato americani e ai crescenti rientri di capitali dall'estero. Anche l'Europa è diventata destinazione privilegiata del flusso di investimenti, dal momento che, oltre ai titoli di stato Usa, anche quelli europei sono considerati rendimenti sicuri, di tipo "difensivo" rispetto alle incertezze della crisi. I titoli di stato europei sono passati dai -44 miliardi di euro del IV trimestre 2007 ai 189 miliardi del IV trimestre 2008. Di converso, i flussi finanziari privati netti (investimenti diretti e di portafoglio) verso i paesi in via di sviluppo sono passati dal record del 2007 (928,6 miliardi di dollari) al crollo dell'82% (165 miliardi), come stimato per il 2009 dall'Institute of International Finance. Le aree più penalizzate saranno l'Europa dell'Est, che precipita dai 392 miliardi del 2007 ai 30,2 miliardi del 2009, e l'Asia, che crolla dai 314 miliardi ai 63,9 miliardi. Anche il deflusso dei crediti netti erogati dalle banche occidentali è notevole: si passa da 410 miliardi del 2007 ad una previsione di -61 per il 2009. Un segnale della particolare gravità di questa crisi è che il crollo degli investimenti è il più accentuato tra quelli avvenuti negli ultimi 30 anni. Infatti, mentre nelle precedenti crisi - quella degli anni ‘80 e quella tra la fine degli anni ‘90 e il 2002 - c'era stato un calo del flusso degli investimenti sul Pil dei paesi emergenti rispettivamente di 3,2 e 3,7 punti percentuali, oggi il calo arriva al 5,8%. Per quanto riguarda gli investimenti destinati all'estero il 2008 ha segnato la fine di un ciclo di crescita durato almeno quattro anni (Ide) con un calo del flusso in entrata di ben il 21% sul 2007. Il calo maggiore dei flussi in entrata è stato registrato principalmente nei paesi più sviluppati - principalmente Regno Unito, Germania, Italia - dove la contrazione ha raggiunto il 33%. Nei paesi cosiddetti emergenti gli Ide in entrata hanno continuato a crescere (+4%), sebbene in misura notevolmente inferiore al 2007. Eppure, secondo l'Unctad, questo dato non riflette correttamente la situazione visto che l'impatto della crisi si è trasmesso ai paesi emergenti solo nell'ultimo quarto del 2008. Proprio alla fine dell'anno si è registrata nei paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina), che sono stati la principale destinazione del flusso di Ide negli ultimi anni, una significativa inversione di tendenza, dovuta alla ridotta disponibilità di capitali a livello mondiale. Secondo alcuni la fase della mondializzazione, caratterizzata da scambi intercontinentali, sta lasciando il campo ad una fase di regionalizzazione, in cui gli scambi avvengono principalmente all'interno delle varie macro-aree in cui si suddivide il mercato mondiale (Asia, Ue, Nafta, Mercosur), come proverebbero i dati forniti da corrieri come Dhl sulla recente maggiore crescita dei trasporti e degli invii domestici e regionali rispetto a quelli intercontinentali. A spingere in direzione contraria alla mondializzazione si aggiungerebbero, inoltre, le tendenze protezioniste che starebbero riemergendo un po' dappertutto, specialmente sotto la forma di aiuti alle imprese in difficoltà, che vengono accusati di falsare il libero esplicarsi della concorrenza. In ogni caso preconizzare la fine del mercato mondiale sembra davvero esagerato. Se osserviamo la tendenza di lungo periodo degli Ide, ad esempio, vediamo come il flusso di capitali in entrata sia cresciuto costantemente dal 1991 fino al picco 2000 per crollare nel periodo di crisi tra 2001 e 2003, mantenendosi però sempre molto al di sopra del livello degli anni 90, e riprendere con forza fino ad un nuovo picco nel 2007. La mondializzazione, ad ogni modo, non è mai stata da intendere nel senso di abbattimento di ogni possibile barriera e di eliminazione di qualunque posizione di monopolio, come pretendeva l'ideologia neoliberista, e tantomeno nel senso di fine delle contraddizioni e del conflitto, come intendeva il Fukuyama della "fine della storia" preconizzata dopo il crollo del muro di Berlino. Al contrario, la mondializzazione è figlia della crisi e delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico, nella misura in cui la sovrapproduzione strisciante di merci e di capitali spinge alla ricerca incessante di nuovi mercati di sbocco e la caduta del saggio di profitto nei paesi in cui più sono sviluppati i rapporti di produzione capitalistici dirige i capitali verso le aree meno sviluppate, dove il saggio di profitto è più basso. Nello stesso tempo, la ricerca di mercati di sbocco e di fonti di materie prime a buon mercato si accompagna ad una lotta incessante tra capitali e imprese in cui, oltre alle aree regionali ed alle entità sovrannazionali, riprendono a svolgere un ruolo decisivo anche gli stati nazionali. Quando la sovrapproduzione da latente diviene esplicita e la crisi esplode, anche il processo di mondializzazione ne risente. La crisi, però, non recide i legami di interdipendenza tra aree centrali, tra centro e periferia, tra aree sviluppate e emergenti, bensì li modifica, rivelando la decadenza di alcuni e l'ascesa di altri, come già avvenuto nel passato, proprio perché fondamento dell'accumulazione capitalistica è lo sviluppo ineguale. Sono queste modificazioni e gli inevitabili conflitti cui danno adito che dobbiamo indagare, tenendo conto che oggi, al contrario che nel passato, la realizzazione del mercato mondiale ha moltiplicato gli attori in competizione nell'arena.

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La favola del G20 (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 02-04-2009)

Argomenti: Cina

La favola del G20 Giuliano Garavini, 02 aprile 2009, 22:15 I risultati del vertice di Londra non sono stati di poco conto. Brown ha annunciato un'immissione fresca liquidità pari a 1100 miliardi di dollari, dei quali 750 tramite il FMI; regole comuni sui compensi e contro i paradisi fiscali; una riforma del peso dei vari Paesi nel FMI; e aiuti per i Paesi più poveri. Rimane però il fatto che, oltre alla totale assenza di coordinamento sul tipo di misure da adottare, tutto ciò che viene discusso non prevede alcuna forma di redistribuzione di risorse nei confronti dei più colpiti dalla crisi Nel 1964 c'era stato il G77 che raggruppava i Paesi in via sviluppo in ambito ONU, poi il G7 nel 1975 che raggruppava solo i più ricchi, poi tutta una lunga serie di altri GX. Oggi l'economia internazionale vede l'Occidente ridimensionato dall'ascesa di nuove potenze come la Cina, le cui banche sono oggi le prime per capitalizzazione, o l'India, che si è comprata la più grande acciaieria europea l'Arcelor, o il Brasile che ha bloccato i negoziati dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Il primo incontro del G20 risaliva al periodo appena successivo alle crisi finanziare del mondo asiatico. Venne svolto nel novembre 1999 e comprendeva allora, così come comprende oggi: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Corea del Sud, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti d'America, e... Unione Europea. Il G20 di Londra è stato organizzato da Gordon Brown, leader di un laburismo che cerca di riemergere dal declino, per offrire una risposta credibile e coordinata alla crisi economica in atto. Per non cadere negli errori degli anni Trenta. Il G20 è sembrato un organismo più al passo con i tempi, rispetto all'elitario G8 dei tempi che furono, e racchiude economie che rappresenterebbero oltre l'85 per cento della produzione globale. Secondo quanto auspicato dai solerti esperti di Gordon, quelli di Chatam House, le decisioni più importanti avrebbe dovuto riguardare: 1) coordinamento dei pacchetti di stimolo all'economia; 2) evitare il protezionismo e le svalutazioni competitive; 3) aumentare le risorse a disposizione del FMI (EU e Giappone hanno messo rispettivamanete 75 di euro e 100 miliardi di dollare); 4) nel medio termine regolare le istituzioni finanziarie private; 5) modificare la composizione del FMi per aumentarne i fondi e ridargli un poco di lustro, ma anche con un seggio unico per l'Unione Europea. Non sono cose di poco conto, ed alcune sono anche giuste. Si fronteggiavano a Londra due diverse filosofie, quella americana, più attenta all'espansione della domanda con interventi nelle infrastrutture, nell'educazione in banche e imprese; e quella franco-tedesca più attenta alle regole, anche per non mettere in discussione, incentivando spesa pubblica, la solidità dell'euro, che già sembra traballante. L'Unione Europea, si sa, ha molta più facilità a fare da cane da guardia dei bilanci (L'italia infatti ha potuto spendere solo 7 miliardi in piani di stimolo) che a coordinare politiche economiche visto che non dispone di un Governo dell'Economia. I risultati del vertice di Londra non sono stati di poco conto. Brown ha annunciato un'immissione fresca liquidità pari a 1100 miliardi di dollari, dei quali 750 tramite il FMI; regole comuni sui compensi e sia contro i paradisi fiscali; una riforma del peso dei vari Paesi nel FMI; ed elemosina per i Paesi più poveri. Sono prevalentemente promesse. La quantità di soldi non è poi certo impressionante se si considera che solo gli Stati Uniti per salvare le banche hanno speso il doppio di quella cifra. Ma comunque il segnale di evitare il protezionismo, e di qualche collaborazione globale, è da accogliere come positivo. Ma rimane il problema, oltre alla totale assenza di coordinamento sul tipo di misure da adottare (che faranno la Cina e l'India sul fronte dello sviluppo sostenibile?), tutto ciò che viene discusso non prevede alcuna forma di redistribuzione di risorse nei confronti dei più colpiti dalla crisi e cioè i dipendenti, i precari e gli immigrati, nonché i disoccupati; così come prevede interventi risibili per i Paesi più poveri che non sono rappresentati nel G20. La morale della favola è che solo una battaglia sostenuta e continua da parte dei lavoratori europei, una battaglia sempre più radicale, potrà far si che siano varate misure su tutela dalla disoccupazione e dei salari, su investimenti in sanità e educazione e in tecnologia ecologica. Solo questa battaglia potrà permettere che tutta la crisi economica non si risolva in un rilancio dell'impresa e della finanza privata, e in un nuovo arretramento del peso della classe lavoratrice, ancora più passiva e subordinata, nonché più povera e irrigimentata di prima. Se ci sarà un ridimensionamento dei consumi, e magari anche un'auspicabile razionalizzazione dei consumi energetici, questo non può che andare di pari passo con una maggiore eguaglianza sociale e con innovativi processi di partecipazione. Anche nelle con i sovrani assoluti non si buttavano sacchi di plastica, né si teneva tutto il giorno acceso il riscaldamento, ma non è quel tipo di società cui aspiriamo. Nemmeno Obama ci salverà sul fronte delle scelte di politica economica, perché scemato il suo capitale di consenso non avrà più autorità sul mondo degli affari. Ma non basterà nemmeno questa battaglia sociale nei paesi europei perché la crisi non renda il mondo peggiore di quanto non lo sia già oggi. La crisi ha aumentato le distanza, non solo all'interno delle società occidentali, ma anche quelle fra i Paesi occidentali ed emergenti, e il resto delle economie che si vanno impoverendo, come è facile consatare dal disperato aumento dei tentativi di sbarco in Europa. I prezzi delle materie prime, sui quali si basano le speranze di molte economie povere, stanno crollando. Servono allora delle misure strutturali, prese attraverso le istituzioni economiche internazionali, che sostengano i prezzi delle materie prime e lo sviluppo di questi paesi, che diano loro voce in capitolo nelle grandi scelte internazionali che si compiono anche sul loro futuro.

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DIRETTIVA ANTI DISCRIMINAZIONE Il Parlamento europeo con 363 sì, 226 no e 64 astensioni ... (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

DIRETTIVA ANTI DISCRIMINAZIONE Il Parlamento europeo con 363 sì, 226 no e 64 astensioni ha approvato la proposta di direttiva avanzata dalla Commissione che dovrà respingere ogni discriminazione basata su religione, disabilità, età, sesso e rendere effettiva la parità di trattamento nell'assistenza socio-sanitaria, nell'istruzione e nell'accesso a beni, servizi e alloggi. NUOVA TENSIONE CINA-VATICANO La Santa Sede torna ad alzare la voce con Pechino dopo l'arresto del vescovo cinese Giulio Jia Zhuigo della diocesi di Zhengding. «Situazioni di questo genere - afferma una nota il Vaticano - creano ostacoli al clima di dialogo». SICCITÀ IN SOMALIA: 35 MORTI In Somalia fonti mediche segnalano che per diarrea, disadrazione e malnurizione sono morte in due settimane 35 persone, quasi tutti bambini. In Pillole

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obama: "il mondo è cambiato supereremo la crisi tutti insieme" - (segue dalla prima pagina) dalnostro inviato (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 4 - Esteri Obama: "Il mondo è cambiato supereremo la crisi tutti insieme" Il presidente Usa: la nostra leadership al servizio di tutti Il protagonista Il presidente ha trasformato il finale del G20 in uno spot contro l´antiamericanismo (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DALNOSTRO INVIATO mario calabresi Ha cercato di ribaltare l´immagine del suo Paese, segnata dagli anni di Bush e dalle colpe di Wall Street di aver innescato la grande crisi finanziaria. Prima ha festeggiato i risultati di quello che ha definito «un vertice storico», ha parlato di «passi seri e di un accordo senza precedenti che sono un punto di svolta per la ripresa economica», poi ha voluto parlare al mondo rassicurandolo sul futuro: «Le sfide del 21esimo secolo possono essere risolte solo se lavoriamo tutti insieme». Il successo personale di Obama si poteva misurare già prima dell´inizio del suo discorso, quando centinaia di giornalisti si accalcavano fuori dalla sala stampa per riuscire ad entrare, ma la svolta c´è stata quando ha voluto che a fare le domande non fossero solo gli inviati americani e inglesi, ma ha lasciato la parola a chi era arrivato dalla Cina, dall´Australia o dall´India. E alla fine la gran parte dei 500 giornalisti, molti dei quali non lo avevano mai visto, non hanno resistito e gli hanno fatto un lungo applauso, cosa che non si è mai vista ad una conferenza stampa. Obama è uscito vincitore da questo G20, che alla vigilia sembrava tutto in salita per lui, non solo per essere riuscito a mediare tra Francia e Cina sulla lista nera dei paradisi fiscali, ma anche per aver lanciato il messaggio più positivo. «Sono venuto Londra per ascoltare e imparare, ma anche per offrire una leadership americana: penso di avere centrato l´obiettivo», ha detto con soddisfazione parlando degli impegni presi per «un forte coordinamento nella riforma delle regole finanziarie e nell´impegno per la crescita economica». Ha messo in evidenza i punti che stavano a cuore agli Stati Uniti e che è riuscito a far approvare, ma subito ha voluto spiegare ai suoi elettori americani l´importanza della mediazione e del lavoro comune nel giorno in cui il suo Paese conosce il peggior dato sulla disoccupazione degli ultimi 26 anni: «Non possiamo agire da soli, perché se le nostre azioni sono contraddette nel mondo allora non ce la faremo ad uscire dalla crisi». E per farsi capire ha raccontato il «drastico declino delle esportazioni americane» attraverso la crisi della Caterpillar, «che un anno fa aveva risultati straordinari e che oggi per colpa della crisi mondiale è ridotta molto male». Niente tentazioni protezionistiche, si raccomanda Obama, ma un lavoro comune per far ripartire il motore dell´economia ed è a questo punto che presenta il suo manifesto di politica estera: «L´America è un leader, è la più grande economia del pianeta, la prima potenza militare e ha una grande influenza sulle idee e la cultura, ma lo fa al meglio se è capace di ascoltare, se riconosce che il mondo è complicato e che c´è bisogno di collaborare con gli altri Paesi e se mostra un atteggiamento di umiltà. Dobbiamo ammettere di non avere sempre la risposta giusta ma possiamo ascoltare e stimolare la giusta soluzione». E con questo atteggiamento di umiltà ha aggiunto: «è difficile negare che la crisi sia iniziata negli Stati Uniti, a Wall Street e in alcune banche in particolare e bisogna ammettere che molte avevano assunto rischi azzardati ed ingiustificati». Ma ai giornalisti che gli chiedevano se gli altri leader mondiali glielo avessero rinfacciato ha risposto: «I miei colleghi hanno avuto un grande tatto: ci sono stati commenti occasionali, mentre si parlava di altri temi, sul fatto che la crisi sia iniziata in America ma da parte di tutti c´è stato un atteggiamento straordinariamente costruttivo». La chiave per risolvere i problemi, secondo l´Obama al secondo giorno di visita europea è solo quella dell´approccio multilaterale: «Se una persona dieci anni fa avesse immaginato di vedere seduti insieme Germania e Francia, Cina, Russia, India e un presidente americano con il nome Obama, se avesse immaginato ex avversari e anche ex nemici uniti per mettere a posto l´economia mondiale avrebbero detto che era pazza». Ma non si poteva fare diversamente: «Tutti parlano degli accordi di Bretton Woods, quando venne riscritto l´ordine monetario internazionale, ma diciamo la verità: a quei tempi erano solo in due, Roosevelt e Churchill, a prendere le decisioni seduti in una stanza davanti a un bicchiere di brandy. Era molto più facile. Il mondo non è più così, ed è un bene per tutti: l´Europa e il Giappone si sono ricostruite, l´India e la Cina sono emerse e miliardi di persone sono uscite dalla povertà e oggi noi desideriamo costruire alleanze, non imporre soluzioni. Creare consenso e non solo affermare la nostra volontà». E dopo aver annunciato che l´aiuto alimentare degli Stati Uniti ai Paesi più poveri sarà raddoppiato ad oltre un miliardo di dollari ha aggiunto: «Il tipo di leadership che abbiamo bisogno di conoscere ora è quella che dà ai paesi emergenti nuove opportunità e nuove vite». Un´ora di discorso per dare la carica al mondo, per rivendicare di aver cambiato l´immagine dell´America: «La nostra reputazione nel mondo era scesa per colpa di scelte sbagliate dell´Amministrazione precedente, ma la mia elezione e le prime decisioni che abbiamo preso penso che ci abbiano già restituito una parte di quel prestigio». La conferenza stampa finisce in modo talmente trionfale che si sente in dovere di invitare alla cautela e di paragonare l´economia mondiale ad un paziente malato: «Il vertice G20 ha dato al paziente la medicina giusta, e adesso il paziente è stato stabilizzato, ma le ferite devono ancora guarire e dobbiamo vigilare perché non ci siano nuove crisi».

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Contro la crisi 5mila miliardi Mai più paradisi fiscali (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Contro la crisi 5mila miliardi «Mai più paradisi fiscali» GIANNI MARSILLI Per Angela Merkel si tratta di un «compromesso molto positivo, quasi storico, in grado di rendere più chiara l'architettura dei mercati finanziari». Per Gordon Brown, quasi ditirambico, si sono poste «le fondamenta di un nuovo ordine mondiale». Persino il riluttante Nicolas Sarkozy esultava: «Sono felice dell'esito di questo vertice. È andato al di là di quanto potevamo immaginare». Il fronte europeo, soprattutto franco-tedesco, può reputarsi soddisfatto. Grazie all'atteggiamento cooperativo di Barack Obama, le nuove regole che dovrebbero impedire le derive della finanza internazionale hanno visto la luce ieri a Londra. I paradisi fiscali «non cooperativi» sono indicati con nome e cognome ed eventualmente oggetto di sanzioni. Gli hedge funds, i fondi speculativi portatori di prodotti tossici, saranno messi «sotto stretto controllo». Sotto sorveglianza anche le agenzie di rating, troppo spesso condizionate da conflitti di interesse. Il sistema di bonus e stock options sarà imbrigliato e collegato ai risultati delle aziende, non più quindi elargizioni miliardarie a prescindere, in barba a piani di ristrutturazione e licenziamenti. Un «consiglio per la stabilità finanziaria» vedrà la luce, per diventare in futuro una sorta di organizzazione mondiale della finanza. Lista nera e lista grigia Dopo la decisione del G20 di agire contro gli Stati che non collaborano in campo fiscale, in serata a Parigi l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha pubblicato due liste di «paradisi fiscali. La prima, detta «lista nera», comprende Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay ed indica quei Paesi che non si sono mai impegnati a rispettare gli standard internazionali. Nella seconda, «grigia», sono compresi 38 Stati che, pur essendosi impegnati a rispettare le regole dell'Ocse, «in sostanza» non le hanno mai applicate. Nel secondo elenco figurano tra gli altri Austria, Belgio, Cile, Lussemburgo, Singapore, Svizzera, Monaco e San Marino. Bene le Borse Le Borse hanno reagito bene ai risultati del vertice: a Parigi il CAC 40 è schizzato in su del 5,37, il Footsie di Londra del 4,8, il Dax di Francoforte del 6,7. Il G20 ha peraltro deciso di investire cinquemila miliardi di dollari nel rilancio dell'economia e della crescita, come chiedeva l'asse anglosassone, americani e britannici. Le risorse del Fondo monetario internazionale, presieduto da Dominique Strauss Kahn, saranno triplicate: da 250 a 750 miliardi di dollari. Altri 250 miliardi saranno consacrati al finanziamento del commercio e degli scambi internazionali. Cento miliardi andranno alle banche per lo sviluppo. Lo stesso Fmi - destinato a diventare il luogo principale di governo dell'economia mondiale - venderà una parte delle sue riserve in oro al fine di aiutare i Paesi più colpiti dalla crisi. La previsione dei leader riuniti a Londra è di un +4 della produzione mondiale entro il 2010, in modo da «salvare o creare milioni di posti di lavoro che altrimenti sarebbero distrutti». Sarkozy ha così riassunto la giornata: «È un fatto senza precedenti: l'asse franco-tedesco ha funzionato bene, Gordon Brown è stato un presidente del G20 perfettamente onesto, il presidente Obama ci ha aiutato a trovare il consenso». Protagonista del vertice è stato in particolare il cinese Hu Jintao, approvando sia le nuove regole di comportamento finanziario sia l'immissione di fondi per il rilancio. La Cina appare sempre più come un attore fondamentale per l'uscita dalla crisi, tanto da relativizzare i G8 ai quali non ha accesso: sta ritrovando vigore nella crescita (+6,3 previsto per il 2009) e nella domanda interna. La prima verifica di quanto messo ieri in cantiere si farà nel prossimo settembre: un altro G20, ai margini dell'Assemblea annuale dell'Onu. L'esordio europeo di Obama è sempre più positivo. Basti il giudizio fornito dal russo Medvedev: «Sa ascoltare e risponde in modo sincero e dettagliato... Su tante questioni la pensiamo allo stesso modo». L'uomo sta indubbiamente mantenendo la promessa di essere molto più «multilateral» del suo predecessore. A Londra ieri potrebbe essersi chiuso il ciclo ultraliberista che inaugurarono Reagan e Thatcher quasi tre decenni fa. Nei prossimi giorni altri dossier da far tremare le vene dei polsi aspettano il presidente americano. Il tour diplomatico Oggi e domani Obama sarà a Strasburgo e a Baden Baden per il consesso dell'Alleanza atlantica, bisognosa di trovare un ruolo e una missione adeguate ai tempi. Dopo una parentesi a Praga per il vertice tra Unione europea e Stati Uniti, andrà in Turchia. Per lui non c'è podio più indicato, oggi, per rivolgere un messaggio al mondo musulmano. Alla fine i Grandi un accordo l'hanno trovato. Obama è soddisfatto. Sarkozy pure. «Compromesso storico» esulta la cancelliera Merkel. Contro la crisi ci saranno più regole. Ma anche molti aiuti.

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Per Angela Merkel si tratta di un compromesso molto positivo, quasi storico, in grado di rende... (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Per Angela Merkel si tratta di un «compromesso molto positivo, quasi storico, in grado di rendere più chiara l'architettura dei mercati finanziari». Per Gordon Brown, quasi ditirambico, si sono poste «le fondamenta di un nuovo ordine mondiale». Persino il riluttante Nicolas Sarkozy esultava: «Sono felice dell'esito di questo vertice. È andato al di là di quanto potevamo immaginare». Il fronte europeo, soprattutto franco-tedesco, può reputarsi soddisfatto. Grazie all'atteggiamento cooperativo di Barack Obama, le nuove regole che dovrebbero impedire le derive della finanza internazionale hanno visto la luce ieri a Londra. I paradisi fiscali «non cooperativi» sono indicati con nome e cognome ed eventualmente oggetto di sanzioni. Gli hedge funds, i fondi speculativi portatori di prodotti tossici, saranno messi «sotto stretto controllo». Sotto sorveglianza anche le agenzie di rating, troppo spesso condizionate da conflitti di interesse. Il sistema di bonus e stock options sarà imbrigliato e collegato ai risultati delle aziende, non più quindi elargizioni miliardarie a prescindere, in barba a piani di ristrutturazione e licenziamenti. Un «consiglio per la stabilità finanziaria» vedrà la luce, per diventare in futuro una sorta di organizzazione mondiale della finanza. Lista nera e lista grigia Dopo la decisione del G20 di agire contro gli Stati che non collaborano in campo fiscale, in serata a Parigi l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha pubblicato due liste di «paradisi fiscali. La prima, detta «lista nera», comprende Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay ed indica quei Paesi che non si sono mai impegnati a rispettare gli standard internazionali. Nella seconda, «grigia», sono compresi 38 Stati che, pur essendosi impegnati a rispettare le regole dell'Ocse, «in sostanza» non le hanno mai applicate. Nel secondo elenco figurano tra gli altri Austria, Belgio, Cile, Lussemburgo, Singapore, Svizzera, Monaco e San Marino. Bene le Borse Le Borse hanno reagito bene ai risultati del vertice: a Parigi il CAC 40 è schizzato in su del 5,37, il Footsie di Londra del 4,8, il Dax di Francoforte del 6,7. Il G20 ha peraltro deciso di investire cinquemila miliardi di dollari nel rilancio dell'economia e della crescita, come chiedeva l'asse anglosassone, americani e britannici. Le risorse del Fondo monetario internazionale, presieduto da Dominique Strauss Kahn, saranno triplicate: da 250 a 750 miliardi di dollari. Altri 250 miliardi saranno consacrati al finanziamento del commercio e degli scambi internazionali. Cento miliardi andranno alle banche per lo sviluppo. Lo stesso Fmi - destinato a diventare il luogo principale di governo dell'economia mondiale - venderà una parte delle sue riserve in oro al fine di aiutare i Paesi più colpiti dalla crisi. La previsione dei leader riuniti a Londra è di un +4 della produzione mondiale entro il 2010, in modo da «salvare o creare milioni di posti di lavoro che altrimenti sarebbero distrutti». Sarkozy ha così riassunto la giornata: «È un fatto senza precedenti: l'asse franco-tedesco ha funzionato bene, Gordon Brown è stato un presidente del G20 perfettamente onesto, il presidente Obama ci ha aiutato a trovare il consenso». Protagonista del vertice è stato in particolare il cinese Hu Jintao, approvando sia le nuove regole di comportamento finanziario sia l'immissione di fondi per il rilancio. La Cina appare sempre più come un attore fondamentale per l'uscita dalla crisi, tanto da relativizzare i G8 ai quali non ha accesso: sta ritrovando vigore nella crescita (+6,3 previsto per il 2009) e nella domanda interna. La prima verifica di quanto messo ieri in cantiere si farà nel prossimo settembre: un altro G20, ai margini dell'Assemblea annuale dell'Onu. L'esordio europeo di Obama è sempre più positivo. Basti il giudizio fornito dal russo Medvedev: «Sa ascoltare e risponde in modo sincero e dettagliato... Su tante questioni la pensiamo allo stesso modo». L'uomo sta indubbiamente mantenendo la promessa di essere molto più «multilateral» del suo predecessore. A Londra ieri potrebbe essersi chiuso il ciclo ultraliberista che inaugurarono Reagan e Thatcher quasi tre decenni fa. Nei prossimi giorni altri dossier da far tremare le vene dei polsi aspettano il presidente americano. Il tour diplomatico Oggi e domani Obama sarà a Strasburgo e a Baden Baden per il consesso dell'Alleanza atlantica, bisognosa di trovare un ruolo e una missione adeguate ai tempi. Dopo una parentesi a Praga per il vertice tra Unione europea e Stati Uniti, andrà in Turchia. Per lui non c'è podio più indicato, oggi, per rivolgere un messaggio al mondo musulmano.

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sulla valuta globale altolà alla cina (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 3 - Economia Sulla valuta globale altolà alla Cina Il dollaro rimane una moneta di riserva. E´ accantonata, almeno per adesso, l´idea cinese di una «valuta globale» che sostituisca il biglietto verde come strumento di riserva. Obama è contrario, anche se pare che il Fondo monetario voglia studiare la questione. A margine del vertice G20 però, il leader russo Medvedev ha rilanciato la proposta cara a Pechino, ma senza ottenere esiti

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una piccola bretton woods - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 37 - Commenti UNA PICCOLA BRETTON WOODS Vai a fare acquisti nell´orario di ufficio? Allora ti meriti di lavorare cinque anni in più, è questo il ragionamento dello scintillante ministro maschio che praticamente si sente padre padrone di intere categorie umane e le colpisce per rimetterle in riga (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Di certo, però, nessuno si sarebbe atteso che venti capi di governo, fino a pochi anni fa incapaci perfino di sedersi allo stesso tavolo, riuscissero a superare esigenze e preoccupazioni diverse per trovare un accordo di alto profilo che non ha precedenti nella storia mondiale. «Un compromesso di portata storica per una crisi eccezionale», ha commentato Angela Merkel. I risultati superano le attese su tutti i fronti. Si sperava in un raddoppio dei finanziamenti a disposizione del Fondo Monetario Internazionale, e sono stati più che triplicati. Gordon Brown aveva l´ambizione di far stanziare 100 miliardi per riaprire i canali del credito al commercio mondiale, e ne sono stati trovati 250. Si diceva che gli europei non volessero allargare i cordoni della borsa, e invece mille e cento miliardi di nuovi crediti vanno ad aggiungersi ai cinquemila miliardi che i governi hanno complessivamente stanziato per far fronte alla crisi. Si voleva una condanna dei paradisi fiscali e, grazie alle insistenze di Merkel e Sarkozy, il G20 non solo ha accettato la pubblicazione di una «lista nera» da parte dell´Ocse, ma l´ha anche assortita da una seria minaccia di sanzioni: «l´era del segreto bancario è finita», dicono i Venti. Infine sul fronte della regolamentazione dei mercati, tutti i Paesi accettano la supervisione «equa» del Fmi. Il Financial Stability Forum, presieduto da Mario Draghi, si allarga a tutti i membri del G20 e si istituzionalizza diventando il Financial Stability Board. Il sistema di sorveglianza si estende agli hedge funds. Le agenzie di rating saranno regolamentate e verrà posto un tetto al sistema delle remunerazioni dei banchieri. Inoltre, anche se i meccanismi di applicazione non sono ancora chiari, saranno fissate regole comuni per risolvere il problema degli asset tossici che strangolano il credito e verranno fissati standard unici di contabilità globale. Basterà questo per porre fine alla recessione? Probabilmente no. Come ha avvertito Gordon Brown, «non ci sono soluzioni miracolo, ma grazie alle misure adottate la ripresa arriverà prima». Quello che nessuno ammette apertamente è che neppure l´inattesa concordia di tutti i leader del pianeta potrà riportare il mondo alla situazione di un anno fa. Quel modello di sviluppo e di crescita è irripetibile perché si è dimostrato illusorio. E Obama ha avvertito gli altri grandi senza mezzi termini: non vi illudete che, superata la crisi, l´America torni ad indebitarsi per finanziare la crescita del pianeta. Se il «nuovo ordine mondiale» del dopo-crisi deve ancora vedere la luce, non c´è dubbio che il vertice di ieri ne preannuncia l´attesa. E lo fa anche ridefinendo sia il profilo dei partecipanti sia il nuovo spirito con cui interagiscono. Merkel e Sarkozy, che sempre più chiaramente parlano a nome di tutti gli europei, escono soddisfatti da un summit dove hanno ottenuto tutto quello che volevano: la guerra ai paradisi fiscali, nonostante l´ostilità dei cinesi e le perplessità dei britannici, e nuove regole di governance nonostante la freddezza degli americani. Non c´è dubbio che il nuovo capitalismo preconizzato dal G20 assomigli più al modello europeo che a quello anglo-sassone. D´altra parte Gordon Brown porta a casa un enorme successo personale che potrà spendere sul difficile fronte interno, corona il suo vecchio sogno di una governance globale e si conferma vero mediatore culturale tra le due sponde dell´Atlantico. Hu Jintao ottiene di fatto l´incoronazione di grande tra i grandi, seppellisce definitivamente il G8 mettendo la Cina al centro di qualsiasi futuro equilibrio mondiale. Perfino Berlusconi, che riesce a farsi fotografare tra il presidente russo e quello americano, può dichiararsi soddisfatto. Ma la vera rivelazione di questo vertice è la ritrovata leadership dell´America di Obama. Senza la volontà del nuovo presidente di trovare un accordo di alto livello, il successo del G20 sarebbe stato impossibile. E, grazie ad esso, l´America torna al centro del nuovo equilibrio mondiale. «Dimostriamo la nostra leadership anche quando sappiamo ascoltare, quando ci accorgiamo che il mondo è complesso» ha detto Obama. Una lezione che gli altri grandi, per una volta, hanno dimostrato di voler imparare.

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Linea dura sui paradisi fiscali (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-03 - pag: 2 autore: Linea dura sui paradisi fiscali Su richiesta del vertice, l'Ocse vara una nuova lista di Paesi che non cooperano Leonardo Maisano LONDRA. Dal nostro corrispondente «Abbiamo trovato un nuovo consenso per superare questa crisi e per impedirne di nuove in futuro ». Il premier britannico Gordon Brown promuove se stesso, condottiero di una «svolta storica», per aver portato il «mondo a unirsi in un progetto di riforma» e per averlo vincolato «a un calendario preciso». Raramente il comunicato finale di un summit è stato tanto ricco di numeri e così dettagliato. è quanto avevano sollecitato Angela Merkel, è quanto pretendeva, minacciando di abbandonare i lavori, Nicolas Sarkozy. La signora cancelliere e il presidente francese hanno ottenuto quanto avevano preteso il giorno prima del summit. «L'Ocse entro due ore ha detto ieri Sarkozy - distribuirà l'elenco dei paradisi fiscali» sottolineando così quel pragmatico efficientismo che temeva finisse fagocitato dalle affabulazioni dei vertici. Non è stato così. Il comunicato finale di Londra punta il dito contro i tax havens, chiede all'Ocse di pubblicare (entro ieri sera) la lista dei Paesi che non rispettano gli standard internazionali di trasparenza e delinea anche una struttura dettagliata del sistema di regole che dovranno controllare i mercati. Lo strumento principale, al fianco degli organismi nazionali, sarà il Financial Stability Forum, ribattezzato Financial Stability Board e la sfera d'azione dovrà essere ampia abbastanza da coprire anche tutto il cosiddetto shadow banking, portando gli hedge fund di maggior importanza sotto il controllo dei regolatori. «Non era mai accaduto» ha precisato Gordon Brown. E anche il presidente Usa Barack Obama ha sottolineato il passaggio di una svolta controversa (per molti gli hedge fund non hanno avuto un ruolo cruciale nella crisi) nel mondo anglosassone. Finiranno sotto la lente della vigilanza che verrà, anche le agenzie di rating accusate di aver spesso largheggiato nel giudizio su titoli tossici ora diffusi sul mercato. Si cementa, quindi, la volontà politica internazionale di creare «un sistema di controlli più intrusivo », come ha sottolineato il cancelliere dello Scacchiere Alistair Darling. «L'era del segreto bancario è finita» è scritto nel comunicato, una riga sotto la minaccia di colpire «quei Paesi che non vogliono collaborare, inclusi i paradisi fiscali». Un accenno ai tax havens nel comunicato del summit era scontato: lo aveva promesso Gordon Brown, lo avevano chiesto i maggiori rappresentanti del G-20. Il tono adottato è fermo. «Molto più duro- ha commentato il ministro del Tesoro Giulio Tremonti di quanto si potesse immaginare ». La lista che Gordon Brown ha chiesto all'Ocse di diffondere è giunta, infatti, come una sorpresa. In ossequio al duo MerkelSarkozy? La coppia franco-tedesca è stata decisa. Se le resistenze anglosassoni - Gordon Brown, nonostante i "paradisi" dei Caraibi e della Manica vuole agire verso quei pezzi di mondo che agevolano l'evasione- si erano dimo-strate facilmente aggirabili, quelle della Cina molto meno. Lo status di Hong Kong e Macao è il motivo dell'irrigidimento cinese qui a Londra. C'è stato uno scontro fra Nicolas Sarkozy e il leader cinese Hu Jintao dietro l'unica, vera incertezza del vertice. Per tutta la giornata, infatti, non si era capito se la lista dei paradisi fiscali sarebbe stata diffusa insieme al comunicato finale. La querelle fra Pechino e Parigi è finita grazie alla delicata mediazione del neopresidente americano. Obama ha ricomposto la frattura suggerendo di delegare all'Ocse, e non al G-20, il compito di diffondere l'elenco dei tax havens. Il compromesso è stato accolto e la tensione è rientrata. Si è invece risolto in un sostanziale rinvio il contrasto sul nuovo stimolo fiscale che americani e inglesi avrebbero voluto vedere e la maggior parte dei Paesi europei, no. «Abbiamo adottato misure- ha spiegato Brown riferendosi a quando fatto a livello nazionale dal G-20 in questi mesi - che ammontano a 5mila miliardi di dollari e che saranno interamente dispiegate nel corso dell'anno». E lo ha detto sottolineando che «mai prima d'ora» era stato fatto tanto e tanto in fretta. «Spetterà al Fondo monetario valutare regolarmente l'efficacia di questi provvedimenti - ha aggiunto - ma noi crediamo che possano bastare per accelerare la crescita mondiale » rispetto al 2% indicato dall'Fmi. E se così non sarà? Il comunicato riafferma che il G-20 «farà qualsiasi cosa» per rilanciare l'economia. © RIPRODUZIONE RISERVATA PIù CONTROLLI Darling: è finito il tempo del segreto bancario La vigilanza sarà estesa a tutte le società finanziarie compresi gli hedge fund

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Obama: dal summit una svolta storica (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-03 - pag: 2 autore: Debuttante di lusso. Il presidente Usa supera l'esame a pieni voti Obama: dal summit una «svolta storica» Mario Platero LONDRA. Dal nostro inviato «Una svolta storica, un successo senza precedenti», così Barack Obama, frizzante, ispirato e galvanizzato dal successo del suo ruolo di mediazione fra Cina e Francia sulla questione dei paradisi fiscali, ha definito l'esito di questo G-20 di Londra. è stato lui del resto ha sbloccare l'impasse tra Francia e Cina su uno dei punti centrali, la questione della lista dei paradisi fiscali. La Cina si era impuntata. Non voleva che la lista fosse inclusa nel comunicato finale perché era stata stilata dall'Ocse, di cui Pechino non è membro. A un certo punto delle riunioni, Obama ha preso da parte Sarkozy e gli ha mostrato una versione diversa del testo che i leader stavano considerando. A Sarkozy andava bene. A quel punto Obama ha preso da parte il presidente cinese Hu Jintao e gli ha mostrato lo stesso testo. Hu ha acconsentito. Ha poi chiamato anche Sarkozy e i tre hanno raggiunto l'accordo. La variazione introdotta da Obama è stata minima, ma efficace: «Rileviamo che l'Ocse ha pubblicato una lista» invece di un verbo di riconoscimento più esplicito dell'organizzazione internazionale che ha sede a Parigi. Un evento davvero storico, per la diversità della partecipazione e per la portata delle decisioni, che Obama ha voluto corredare con un tocco di realismo in risposta a chi gli chiedeva se da oggi la crisi fosse davvero finita: «Ci vorrà comunque tempo....e forse queste misure non saranno sufficienti, forse avremo di nuovo ondate di pessimismo, ma oggi c'è un fatto nuovo, tutti ci siamo impegnati a intervenire di nuovo se vi sarà la necessità». Cerebrale, rilfessivo, mai banale nelle risposte, il presidente americano, al suo debutto sullo scenario mondiale in uno dei momenti più difficili della storia economica, ha passato il suo esame "esterno" a pieni voti. Al punto chei giornalisti, fatto questo davvero fuori della normalità, alla fine della conferenza stampa lo hanno salutato con un forte applauso. Aggiungendo considerazioni personali al di fuori del comunicato finale, il presidente americano ha promesso che gli «Stati Uniti metterano fine alla tradizione del "boom and bust" (tradizione degli estremi Ndr) che mette in pericolo la nostra economia. In America- ha continuato Obama - abbiamo messo a punto una riforma delle regole più aggressiva di qualunque altro Paese, abbiamo affrontato la questione dei titoli tossici - e invito altri Paesi ad affrontarla - e come avevo promesso in campagna elettorale, abbiamo aperto una nuova epoca di responsabilità. Oggi chiedo che questa responsabilità non riguardi solo gli Stati Uniti, ma tutti noi». Barack Obama ha di fatto varato ieri a Londra la sua Bretton Woods, un nuovo ordine economico che riguarda, ha detto, «Paesi che fino a dieci anni fa erano nemici.... Questo tipo di coordinamento è davvero storico chi poteva immaginare dieci anni fa che i leader di Francia, Cina, Brazile, Sudafrica, Russia e un presidente americano chiamato Obama, ex avversari, in alcuni casi nemici morta-li, potessero negoziare con questa rapidità un accordo per rimettere in piedi l'economia globale. Si sarebbe detto che era un pronostico da pazzi. Eppure l'abbiamo fatto e questo successo è anche una testimonaizna al lavoro di Gordon Brown». © RIPRODUZIONE RISERVATA L'APPELLO «Washington ha avviato una nuova epoca della responsabilità che oggi deve coinvolgere la Comunità internazionale» AFP La squadra. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton e il segretario al Tesoro Timothy Geithner durante una pausa dei lavori del G-20

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Berlusconi: l'America ci porti fuori dal tunnel (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-03 - pag: 4 autore: Berlusconi: l'America ci porti fuori dal tunnel La replica di Obama: i problemi si risolvono insieme Gerardo Pelosi LONDRA. Dal nostro inviato Un Berlusconi che fa da "paciere" tra Nikolas Sarkozy e Gordon Brown. Che invita scherzosamente il presidente Barack Obama a «tirarsi su le maniche» per correggere una situazione di crisi «che è partita dall'America ». Ma, soprattutto, un capo dell'Esecutivo che non tradisce la sua indole popu-lista e che tra le ansie dei banchieri e le angosce di chi perde il lavoro continua a schierarsi a difesa di questi ultimi. è il G-20 del Cavaliere, solo un assaggio di quello che potrà andare in scena in luglio, alla Maddalena, quando l'Italia dovrà dare corpo a quel "legal standard" che il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, sta cercando di far accettare, non senza difficoltà, ai colleghi dei Paesi più industrializzati. Proprio in vista della responsabilità del G- 8 Berlusconi si muove con estrema cautela senza parteggiare per il presidente francese, Nicolas Sarkozy né per il cancelliere Angela Merkel che reclamano maggiori impegni contro i paradisi fiscali e regole più stringenti per i mercati finanziari e soprattutto senza contrapporsi all'asse Obama-Brown. A un certo punto, però, nel giro di tavolo finale, in uno scambio di battute polemiche tra il premier inglese Gordon Brown e il presidente francese, si sarebbe inserito proprio il premier italiano per invitare ad atteggiamenti di maggiore responsabilità. «Ma anche tu, caro Obama- avrebbe aggiunto Berlusconi – devi tirarti su le maniche perché questa crisi è partita proprio da voi e voi avete una responsabilità in questo». Chi era nella sala dice che, a questo punto, l'intervento del premier italiano è stato applaudito. Subito dopo è il presidente americano a raccogliere la sfida e a dirsi «sorpreso » di vedere come Paesi che nel passato si sono fronteggiati e combattuti aspramente si trovino ora a condividere le stesse scelte nell'interesse del mondo. «Ed è anche sorprendente aggiunge – che uno con il nome di Obama sia diventato presidente degli Stati Uniti: e poi è vero come ha detto il nostro amico italiano che questa crisi è partita dagli Stati Uniti ma ora dobbiamo risolverla insieme ». Altro applauso. Berlusconi e Obama si incrociano subito dopo nei corridoi del grande centro Excel scambiandosi il "cinque". «See you soon» è il saluto di Obama al premier italiano che rivedrà oggi a Baden Baden e domani a Praga. «Obama- commenta poi il presidente del Consiglio – ha una grande capacità di rapporti umani e mi ha fatto davvero un'ottima impressione ». Nel merito del summit Berlusconi e Tremonti appaiono soddisfatti della grande massa di denaro (1.100 miliardi di dollari) stanziati «per ridare vento alla ripresa» così come per la pubblicazione da parte dell'Ocse della lista dei paradisi fiscali. Sulla dimensione sociale, secondo Berlusconi, è compito dei Governi non lasciare nessuno nella povertà e nella sofferenza precisando, però, che «non abbiamo potuto condensare il principio in una norma ad hoc perché Paesi come Cina e India non avrebbero le risorse per intervenire a differenza dei Paesi occidentali». Sia Berlusconi che Tremonti tengono comunque a precisare che questo impegno sociale non nasconde nessuna intenzione di sforare i conti pubblici. Quanto all'Italia, saranno sufficienti i 9 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali che si vanno ad aggiungere agli altri 12. Sarà comunque un altro G-20 in Giappone, a settembre, a monitorare la situazione e decidere eventuali correttivi. Nel frattempo toccherà al G-8 indicare la strada per ridare fiducia ai mercati. «Ed è già cominciato sostiene Berlusconi – il lavoro sulla regolamentazione finanziaria che troverà compimento al G-8 della Maddalena». gerardo.pelosi@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA BILANCIO POSITIVO Italia soddisfatta per il volume di denaro stanziato «per ridare vento alla ripresa» e per la lista dei paradisi fiscali Personaggi. Il premier italiano Silvio Berlusconi al centro tra il presidente americano Barack Obama e quello russo Dmitrij Medvedev ieri a Londra AFP

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Dai Grandi assegno di 1.100 miliardi (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-03 - pag: 3 autore: Dai Grandi assegno di 1.100 miliardi Triplicata la dotazione dell'Fmi, 250 miliardi per far ripartire gli scambi globali Alessandro Merli LONDRA. Dal nostro inviato Passa dal Fondo monetario il tentativo del G-20 di rimettere in moto la crescita dell'economia mondiale, che sta accusando la peggior recessione dagli anni Trenta. L'obiettivo è accelerare la ripresa, che le previsioni dello stesso Fmi indicano, su ritmi modesti, per il 2010. Complessivamente, i leader dei grandi Paesi industriali e dei principali Paesi emergenti hanno annunciato ieri un pacchetto di sostegno all'economia, attraverso l'Fmi e le altre istituzioni finanziarie internazionali, da 1.100 miliardi di dollari. Di fronte al crollo del commercio mondiale, per decenni il motore dell'economia, il G-20 ha assicurato tra l'altro che 250 miliardi di dollari verranno messi a disposizione nei prossimi due anni per i finanziamenti agli scambi internazionali. Se quindi non sono venuti dai Venti, riuniti a Londra, nuovi pacchetti di stimolo fiscale dei singoli Paesi (quelli messi in atto finora valgono, secondo l'Fmi, l'1,8% del Prodotto interno lordo globale per il 2009 e l'1,3% per il 2010, quindi non a sufficienza), anche causa le limitazioni di bilancio con cui molti di essi si confrontano, viene utilizzato allora per spingere l'economia il canale delle istituzioni internazionali. Le risorse a disposizione del Fondo per soccorrere i Paesi in difficoltà a causa della crisi verranno triplicate a 750 miliardi di dollari, un importo che va al di là delle richieste iniziali dello stesso direttore generale dell'Fmi, Dominique StraussKahn. Le esigenze si sono però moltiplicate negli ultimi mesi e, come diceva una fonte del Fondo, «la fila dei Paesi che bussano alla nostra porta è abbastanza lunga». Inoltre, l'Fmi realizzerà un'emissione da 250 miliardi di dollari in diritti speciali di prelievo (la moneta-paniere composta dalle quattro principali valute), aumentando in questo modo la liquidità globale. Non è ancora chiaro da dove verrà questo aumento delle risorse: il Giappone ha già firmato per 100 miliardi di dollari e una cifra analoga ha promesso l'Unione europea, mentre la Cina è interessata ad acquistare obbligazioni emesse dal Fondo monetario (per 40 miliardi di dollari, ha detto il premier britannico Gordon Brown, ma dalle autorità di Pechino per ora non c'è conferma) e all'Arabia saudita sarebbe stata chiesta una cifra vicina ai 50 miliardi di dollari. Anche il contributo Usa non è ancora definito e non è chiaro se debba passare le forche caudine dell'approvazione da parte del Congresso. L'obiettivo comunque è di realizzare «progressi sostanziali» entro le riunioni del Fondo a Washington a fine mese. Intanto, il Fondo ha rivisto i suoi strumenti di prestito, introducendo anche una linea di credito flessibile a scopo preventivo per Paesi "meritevoli", accordata senza condizioni: il Messico ha annunciato qui a Londra di volersene avvalere per 47 miliardi di dollari. «Se ci fossero diverse richieste di questo genere - ha commentato ieri Strauss-Kahn - vedete bene che le nuove risorse finirebbero rapidamente. Ma le decisioni del summit ci danno una force de frappe per rispondere alle necessità del mondo». Gli emergenti, Cina in testa, avevano chiesto che a un loro maggior impegno corrispondesse maggior peso nei diritti di voto all'interno del Fondo: per questo la revisione delle quote del capitale, che le adegua alla nuova realtà dell'economia mondiale, viene anticipata al gennaio 2011. Inoltre viene messo fine al monopolio degli europei sulla direzione dell'Fmi e degli Usa sulla presidenza della Banca mondiale. Della nuova allocazione di diritti speciali di prelievo, 100 miliardi di dollari andranno direttamente ai Paesi emergenti e in via di sviluppo (ma solo 19 miliardi ai Paesi più poveri). La conferma della vendita di parte delle riserve d'oro del Fondo (all'attuale prezzo in forte rialzo) servirà a raddoppiare i prestiti ai poveri. Oltre al rafforzamento delle risorse dell'Fmi, viene promosso un incremento dei prestiti da 100 miliardi di dollari per ciascuno dei prossimi tre anni da parte delle banche di sviluppo e queste, a partire dalla Banca mondiale, potranno usare una maggiore leva finanziaria per aumentare gli impieghi. L'altra misura attesa dal vertice, per il finanziamento al commercio, ora quasi paralizzato, è andata al di là delle aspettative. Al nuovo strumento da 50 miliardi di dollari della Banca mondiale, attraverso la sua affiliata che opera con il settore privato, l'Ifc, si affianca lo sforzo delle agenzie nazionali per il credito all'export,in modo da rendere disponibile complessivamente finanza per il commercio da 250 miliardi di dollari nei prossimi due anni. è questo l'impegno più rilevante del G-20 sul commercio, visto che l'ennesima promessa di chiudere il Doha Round non può che suonare falsa dopo tanti fallimenti e che ci sono dubbi anche sull'effettiva volontà di evitare restrizioni commerciali, dopo la raffica di misure protezioniste seguite all'impegno assunto al vertice di Washington a novembre. © RIPRODUZIONE RISERVATA RILANCIO DEL COMMERCIO Allo strumento da 50 miliardi della Banca mondiale sarà affiancato lo sforzo delle agenzie nazionali per il credito all'export REUTERS Padrone di casa. Il premier inglese Gordon Brown durante la conferenza stampa di chiusura dei lavori del G-20

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Cina: Sarkozy non vedrà più il Dalai Lama (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-03 - pag: 4 autore: L'ELISEO SMENTISCE Cina: «Sarkozy non vedrà più il Dalai Lama» Prime incomprensioni tra Cina e Francia dopo la pace raggiunta sul Tibet. Secondo il ministero degli Esteri di Pechino, l'accordo prevede il divieto per le autorità francesi di incontrare il Dalai Lama. Parigi, ha detto il portavoce Qin Gang, «si è impegnata solennemente » in questo senso. «Speriamo che la Francia applichi il principio e lo spirito definiti nel comunicato », ha continuato. Immediata la replica dell'Eliseo. Nicolas Sarkozy ha negato che l'intesa francocinese gli vieti di incontrare il Dalai Lama. «I cinesi sono estremamente pragmatici. Non avrebbero mai l'idea di domandare cose che non potrebbero ottenere», ha dichiarato il presidente francese. Il capo dell'Eliseo si è dichiarato «estremamente felice » di aver «cancellato i malintesi» con Pechino. Parigi due giorni fa si è ufficialmente impegnata a non sostenere l'indipendenza del Tibet. «Ho sempre pensato che faccia parte della Cina», ha detto Sarkozy.

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Un successo oltre le previsioni (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-03 - pag: 12 autore: DALLA PRIMA Un successo oltre le previsioni «Le nostre decisioni non saranno la panacea ma di sicuro rappresentano una svolta per la ripresa economica» ha riassunto il presidente americano. «Il mondo è a una curva storica » ha annunciato il padrone di casa, il britannico Gordon Brown. «Non ci sono nè vincitori nè vinti in questo vertice ma la presa di coscienza generale che il mondo deve cambiare» gli ha fatto eco soddisfatto Sarkozy. Lui che, alla vigilia, insieme al cancelliere tedesco Angela Merkel aveva lanciato all'America e alla Gran Bretagna il guanto della sfida sulle regole. Con un sillogismo inattaccabile: «La crisi economica è nata da quella finanziaria che è nata dall'assenza di regole che ha portato all'assenza di fiducia. Dunque ci vogliono regole finanziarie per ripristinare la fiducia e far ripartire la ripresa economica». Pace fatta, poi, tra Francia e Cina, per la prima volta convinta da Obama ad ac-cettare le norme Ocse anti-centri offshore nonostante da sempre Pechino rifiuti di attenersi alle regole di organizzazioni internazionali di cui non è parte. Pace apparente anche tra gli Stati Uniti da una parte, Cina e Russia dall'altra, anche se Dmitry Medvedev ieri non ha rinunciato, diversamente da Hu, a tornare alla carica contro la supremazia del dollaro e in favore di un paniere di monete per rimpiazzarla. Tutto bene, dunque, quel che finisce bene? Sì e no. Se in novembre a Washington il G-20 si era limitato a declamare una serie di principi per uscire dalla crisi, questa volta è andato al sodo mettendo sul tavolo rimedi precisi e fattuali. Di cui, per di più, intende verificare l'attuazione in autunno, convocando un nuovo vertice. A Londra dunque c'è statoil riconoscimento collettivo dell'interdipendenza reciproca come mai era accaduto prima. In questo senso questo potrebbe essere stato davvero il primo vertice globale della storia, il primo di una serie che potrebbe trasformare il G-20 nel nuovo Governo mondiale oscurando come superata la formula del G-7/G-8. Detto questo, il summit di ieri non è senza macchia: nella dichiarazione finale di oltre 8 pagine con l'elenco di tutte le cose da fare, compresa la lista puntigliosa delle misure finanziarie da adottare, il riferimento agli assets tossici è solo incidentale, affogato di sfuggita nel paragrafo 8. Se si considera che il veleno di questa crisi viene proprio da lì e continua a paralizzare il ritorno della fiducia, se poi si aggiunge che hedge fund e paradisi fiscali avranno tante colpe ma poco a che vedere con questa emergenza, il vertice di Londra appare sempre un grosso successo ma molto più limitato di quanto non possa apparire a prima vista. Adriana Cerretelli © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Digitale a costo zero per la ripresa (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-03 - pag: 13 autore: Digitale a costo zero per la ripresa L'Itu (Onu): «La spinta dalla banda larga mobile sulle frequenze liberate dalla tv» di Giuseppe Caravita L a galassia digitale, dai 4 miliardi di utenti di telefonini alla grande internet e tutta l'Ict (oltreil 6%del Pil mondiale), come affronterà la grande crisi? Ne resterà schiacciata oppure, all'opposto, potrà attivare persino per sua forza propria, una delle vere leve antidepressive che oggi servono? Hanno lavorato in velocità i 21 analisti, di differenti centri di ricerca, insieme allo staff dell'Itu (International Telecommunications Union), l'agenzia Onu di Ginevra. Per uno scenario corposo, quello reso pubblico sul suo sito ( Confronting the Crisis). Oltre 100 pagine e 19 punti chiave. Che partono da un'analisi impietosa dell'attuale crisi finanziaria, della rarefazione del credito, dei pesanti segnali, ormai evidenti, di avvitamento in una grave recessione su scala globale. Ma il messaggio di fondo del rapporto Itu non è (anche se a chiaroscuri) necessariamente negativo. «Per molti versi l'industria Ict – premette Hamadoun Tourè, segretario generale dell'Itu – è oggi un una condizione migliore rispetto all'esplosione della bolla dot.com del 2001-2002. In molti Paesi l'internet è l'ossatura strutturale per gli stili di vita, le comunicazioni, il commercio internazionale e i processi di lavoro moderni. Gli operatori hanno già eliminato l'eccesso di capacità seguito alla bolla dot.com e attualmente godono di fatturati stabili da clienti consolidati. I loro servizi sono in trazione da domanda, e applicazioni innovative vengono introdotte e guadagnano il favore del mercato». Tutto bene? No. Le reti di nuova generazione a larga e larghissima banda, siano esse fisse o wireless, hanno bisogno d'ingenti capitali oggi mancanti. Gli investimenti rischiano di deragliare, l'intera filiera Ict di rallentare o persino bloccarsi, e soprattutto nei Paesi dell'area Ocse rischia di generarsi una rarefazione progressiva degli introiti (per esempio con il passaggio, da parte di molti nuovi disoccupati, da abbonamenti fissi alle più economiche carte prepagate). Lo scenario dell'Itu ne trae alcune conseguenze. Primo: fino a quanto il settore bancario non sarà stato ricapitalizzato la pressione sarà sui Governi, per il finanziamento delle nuove reti. E qui il caso italiano (un miliardo di euro annunciati lo scorso settembre per la rete di nuova generazione italiana) e greco (2 miliardi per connettere in fibra due milioni di case), nonché i progetti Usa del piano di stimolo di Obama, vengono portati a esempio. Allo stesso tempo, il venture capital diverrà restrittivo, specie sulle startup più fantasiose, senza un solido modello di business a breve termine. La crisi aprirà però nuove opportunità per innovazioni tecnologiche distruttive. Un esempio è il successo (che continua) dei netbook a bassissimo prezzo. E poi, con ogni probabilità, degli smartphone a misura dei Paesi emergenti. Il punto chiave del rapporto Itu verte però sugli operatori mobili. I meglio posizionati, anche per risorse e redditività proprie, per reggere la tempesta, data la loro maggiore flessibilità negli investimenti, e il trend (dovuto alla crisi) di sostituzione di telefonia fissa con mobile. E, soprattutto, la domanda ancora insoddisfatta ( persino in Paesi emergenti come India e Cina) per servizi internet e reti mobili a banda larga, meno costose da diffondere di quelle fisse. Un'allocazione rapida di nuove frequenze pregiate ( quali quelle risparmiate dal passaggio alla Tv digitale) potrebbe quindi indurre un circolo virtuoso. I servizi Ict in generale e mobili in particolare ne ricaverebbero una spinta a investire in nuove tecnologie e soprattutto ad aprire uno spazio, fino a dimensioni globali, per nuovi servizi di broadband mobile redditizi. Ad oggi, infatti, nell'intero spazio Ict questa appare l'unica grande opportunità positiva. Tutta la filiera sta soffrendo. Dalla base dei semiconduttori in contrazione al 20-30%, ai pc a -12% nel 2009 (previsione Gartner), alla spesa per It rimandata nelle aziende (specie per rinnovi software, come i gestionali Sap). Agli apparati di Tlc, anch'essi fermi. Unici punti di luce (un po' deboli) segnalati nel rapporto Itu appaiono i contratti pluriennali di outsourcing e soprattutto la domanda di servizi mobili nei Paesi emergenti (India, Cina, America Latina e Africa) in cui lo spazio di domanda è ancora consistente, e persino anelastico al reddito. Su 4,1 miliardi di utenti di cellulari (cresciuti da un miliardo nel 2002) il 23% di loro oggi usa il telefonino per accedere a internet, e il grosso è concentrato in quelle regioni. Non solo: Informa stima in circa 30 milioni le connessioni broadband mobile (modem e chiavette) nel mondo. In molti Paesi europei questo mercato solo un anno fa era zero. Altrettanto vale per i netbook, i piccoli portatili da 2-300 euro passati da vendite zero nel 2007 a 40 milioni previsti in questo pur difficile 2009. E poi l'uso crescente di linux, e di dispositivi a costo zero (persino smartphone finanziati dai servizi). Due sfide per i gestori poi emergono nello studio Itu: tariffe flat e condivisione delle reti. Flat significa che la domanda, in particolare di internet a larga banda mobile, sarà fortemente stimolata da formule a pagamento fisso, e quanto più possibile a traffico illimitato. E condivisione significa che, sotto il peso della crisi, la tendenza a condividere le infrastrutture di rete si farà sempre più forte, dai costosissimi condotti per le nuove reti in fibra ottica fino alle torri cellullari avanzate usate da più gestori, ai contratti di traffico dei bit del concorrente sulla propria rete. Qui si inseriranno, secondo l'Itu, molte forme di "regolatory holidays": finanziamenti pubblici alle nuove reti contro ( almeno temporanei) alti livelli di condivisione. Resta da vedere se convenga, oggi, puntare sulla rete fissa oppure mobile. © RIPRODUZIONE RISERVATA INTERNET E DINTORNI Il segretario Tourè: «L'industria è in una situazione migliore rispetto alla bolla del 2001-2002 La rete ha contribuito a cambiare stili di vita e lavoro»

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Ora l'Europa deve scommettere sul wireless (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-03 - pag: 13 autore: Gestori. Sentinelli: il mercato crescerà ancora «Ora l'Europa deve scommettere sul wireless» M auro Sentinelli, con la diffusione di massa prima del Gsm e poi delle carte prepagate, ha stimato che la telefonia mobile, in Italia, negli scorsi dieci anni abbia fruttato almeno cinque punti di Pil aggiuntivi. Oggi Sentinelli siede nel board della 3Gsma (l'associazione degli oltre 700 gestori mobili che collegano circa 4 miliardi di utenti). E come i suoi colleghi è portatore di una proposta di stimolo globale a costo zero: «Secondo noi la banda larga mobile può essere attivata su scala planetaria semplicemente affidando ai gestori le nuove frequenze liberate dal passaggio alla tv digitale. E i gestori stessi, in massima parte in condizioni finanziarie autosostenute, investiranno sullo standard mondiale Lte (Long Term Evolution) capace di fornire velocità d'accesso da 50 megabit al secondo, oltre dieci volte quelle massime attuali». La quarta generazione mobile, in pratica, in tutto il mondo. Dall'Europa agli Usa, dalla Cina all'India. «Il punto chiave è che esiste un nuovo mercato, e grande. Come vent'anni fa spiega Sentinelli - Allora era la voce. Ora è internet. E nel passaggio dal fisso al mobile c'è il premio di mobilità. Il cliente è disposto a pagarlo. Nelle tlc fisse il mercato sono le abitazioni, quindi 25 milioni in Italia. Nel caso del mobile invece è tutta la popolazione. Oggi in Italia siamo a una penetrazione del mobile del 150 per cento. Io ho il mio Blackberry, il telefonino e la sim card dentro il notebook. Poi nascerà il mercato delle connessioni tra macchine». Quelle che mancano sono però le bande di frequenza. «Ma abbiamo a disposizione il cosiddetto dividendo digitale. Ovvero il passaggio dalla televisione analogica a quella digitale. Qui ogni canale viene ad occupare un quinto di banda rispetto a quando era analogico. Un 80% in più di frequenze disponibili. La banda a 700 me-gahertz, quella televisiva, è perfetta per la banda larga. è la più pervasiva, penetra nei muri spessi, copre larghe celle rurali, richiede investimenti minori, e offre prestazioni superiori. Siamo ai 50 megabit al secondo, ma raddoppieremo ». Supponiamo che non vi siano i soldi per cablare in fibra ottica... «In questo caso non c'è scelta. Bisogna andare sul wireless. I campioni, sul cavo, sono stati il Giappone, la Corea e in parte gli Usa. Ma l'Europa è e resta la campionessa mondiale del wireless. Esportato in tutto il mondo. Sarà molto più facile andarci, perché costerà molto di meno. Poi piano piano, con i ritorni dai servizi, si potranno mettere le fibre». «Prima s'inizia - conclude Sentinelli – prima partirà questo ciclo di investimenti. Un recente studio dell'amministrazione Obama stima per ogni dollaro investito in broadband mobile un ritorno di attività 10 volte superiore». G.Ca. © RIPRODUZIONE RISERVATA www.ilsole24ore.com Il testo integrale dell'intervista NUOVE FRONTIERE «Ci sono grandi margini di crescita per i collegamenti senza fili tra tutti i sistemi»

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Fondi sovrani libici per le maxi-opere (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-04-03 - pag: 25 autore: Cooperazione. La missione di Scajola Fondi sovrani libici per le maxi-opere Micaela Cappellini TRIPOLI. Dal nostro inviato La creazione di una zona franca dedicata alle imprese italiane, soprattutto le Pmi, che avranno agevolazioni per produrre e per esportare. L'intenzione dell'Italia di mettere a frutto i 250 milioni di euro all'anno per 20 anni, promessi da Berlusconi come risarcimento coloniale, attraverso la garanzia per le nostre imprese di una fetta consistente delle opere infrastrutturali per la modernizzazione del Paese. E la promessa che i fondi sovrani libici soltanto il più grande porta con sé una dote di 50 miliardi di dollari - torneranno a investire in Italia, dopo Eni e Unicredit. è il bilancio della due giorni in Libia del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola, che si è conclusa ieri con l'inaugurazione della Fiera Internazionale di Tripoli, dove l'Italia, con oltre 100 aziende, è ospite d'onore. Dall'entrata in vigore del Trattato di Amicizia e Cooperazione di Bengasi, quella del ministro Scajola è la prima missione in Libia, organizzata con l'obbiettivo di dare concretezza al quadro di promesse tracciate da Berlusconi e dal leader libico Muammar Gheddafi. In quest'ottica si inquadra la proposta italiana di coinvolgere i fondi sovrani libici nella realizzazione del cosiddetto Terzo Valico, la ferrovia ad Alta velocità che via Milano collegherà il porto di Genova a quello di Rotterdam. Scajola ne ha parlato con il Segretario per la Pianificazione e le Finanze Abdel Hamid Mahmud Al Zlitny, a capo anche di alcuni dei fondi: «Genova rappresenta per Tripoli la porta del Mediterraneo verso l'Europa. Con questo progetto, la Libia entrerà direttamente nel cuore dell'Unione europea». Per l'Italia, invece, la Libia costituisce un ponte verso l'Africa centrale, seguendo la via che da Tripoli porta fino in Chad. La stessa che, all'incontrario, percorrono gli immigrati clandestini, al centro della cronaca nera di questi giorni. Ma di scafisti e vittime delle traversate nella Libia del leader Gheddafi nessuno vuole parlare: solo si conferma che dal 15 maggio, come da accordi con l'Italia, i controlli sulle coste saranno più serrati. La zona franca, la cui collocazione resta ancora da individuare, è frutto dell'accordo che il ministro Scajola ha firmato con il segretario libico dell'Economia, del Commercio e dell'Industria, Mohamed El Haweij, e che poi ha perfezionato insieme al Primo ministro, Ali El-Mahmudi. Ma il vero business italiano in Libia oggi sono i grandi progetti di ammodernamento infrastrutturale: aeroporti, porti, strade, più i maxi-piani urbani per la capitale. Se ne è parlato ieri a Tripoli al conve-gno dell'Ice, con il presidente dell'Istituto, Umberto Vattani, e le imprese italiane interessate agli appalti: tra le altre, Systematica Studio Archa. Tra Ice, Expo2015 e Fiera Di Tripoli è anche stato siglato un protocollo fieristico. «Al primo ministro – ha dettoScajola – abbiamo elencato le aziende italiane interessate a partecipare alle commesse, mentre verrà stabilita un'apposita commissione di lavoro sui progetti per la mobilità». In cambio, però, ai suoi interlocutori Scajola ha chiesto maggiori garanzie su crediti, rispetto dei contratti e assegnazione dei visti. Se guida le aziende italiane in Libia, il Trattato di Amicizia non le protegge però dalla concorrenza delle aziende francesi e russe, già in campo, accanto anche alla Cina, alla Turchia, che ingaggiano una serrata competizione sui prezzi. micaela.cappellini@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA GLI ACCORDI I capitali africani potrebbero investire nel progetto del Terzo valico Tripoli apre una zona franca per le imprese italiane

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Una regia unica per l'export (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-04-03 - pag: 25 autore: L'integrazione. Fusione tra Fondazione e Cdc Una regia unica per l'export MILANO Integrazione fatta. Ieri la Fondazione Italia Cina e la Camera di commercio italo-cinese hanno annunciato di aver raggiunto un accordo per completare la loro integrazione, un'operazione che allargherà la base dei soci a 380 membri. «I rapporti tra i due Paesi sono ottimi», dice il presidente della Fondazione Cesare Romiti che tuttavia sottolinea con amarezza come l'ultima missione economica di Pechino in Europa non abbia inserito «l'Italia tra le tappe. Adesso stiamo lavorando con il ministero perché dopo il G-8 nel nostro Paese il presidente Hu Jintao rimanga due giorni, prima o dopo il vertice, in visita ufficiale con molte imprese al seguito». All'incontro di ieri non è riuscito a partecipato il sottosegretario allo sviluppo economico Adolfo Urso che tuttavia ha voluto inviare un messaggio: «La Cina è il Paese che potrà trainare la ripresa economica globale », ha detto, sottolineando la centralità degli investimenti esteri cinesi, vero tallone d'achille del rapporto tra i due Paesi. «Nel periodo gennaio-novembre 2008 i capitali cinesi investiti in Italia hanno raggiunto i 3,2 milioni di euro su un totale di spesa estera pari a 60 miliardi di dollari», ha proseguito Urso. Insomma una goccia nel mare, come dimostra anche il mancato passaggio lungo la Penisola nell'ultima missione estera europea. Il sottosegretario ha quindi individuato tre fasi di lavoro. La prima in Italia, predisponendo una «mappatura» dei possibili investimenti che potrebbero interessare i cinesi, la seconda affidata alla controparte cinese che, una volta ricevuta la mappatura, avrà il compito di individuare gli investitori mentre la terza riguarderà l'organizzazione di incontri «business to business» per finalizzare gli accordi tra le società italiane e gli investitori cinesi. Il 20 aprile si terrà una riunione tra il ministero degli Affari esteri, InvItalia, Ice, Simest, Sace, Regioni, banche e la Fondazione Italia Cina «per prepararci a quella che speriamo essere la prima missione di acquisto delle autorità cinesi in Italia», ha concluso Urso. Nel frattempo, la Fondazione sta lavorando ad alcuni progetti per incrementare la collaborazione tra i due Paesi tra i quali, ha sottolineato Cesare Romiti, «l'incremento degli studenti cinesi in Italia e del turismo». G.Bal. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Shanghai 2010, vetrina d'Italia (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-04-03 - pag: 25 autore: Eventi. Per Emma Marcegaglia l'Expo del prossimo anno è un'occasione per sviluppare la presenza in Asia «Shanghai 2010, vetrina d'Italia» Frattini: vogliamo rendere permanente il padiglione del nostro Paese Nicoletta Picchio ROMA Un milione di visitatori al mese, dal 1Úmaggio del 2010 alla fine di ottobre. è inevitabile che con questi numeri imponenti l'Expo di Shanghai abbia già catturato l'attenzione delle imprese italiane, al di là delle aspettative degli organizzatori. L'Expo, quindi, come scommessa per il futuro, guardando oltre la crisi. «Sono orgogliosa di come le aziende stiano reagendo. Lavorando tutti insieme pensiamo che l'Italia possa uscire velocemente e bene da questa situazione: le imprese si stanno impegnando per evitare tensioni sociali e dare risposte ai lavoratori. Mi auguro che anche dal G20 escano risultati concreti », ha commentato Emma Marcegaglia, all'incontro che si è tenuto ieri, a Roma, in Confindustria, per mettere a fuoco le potenzialità dell'evento per l'industria italiana. Con un occhio attento al futuro: dopo Shanghai, sarà la volta dell'Expo di Milano 2015. E la Marcegaglia non ha mancato di ricordarlo: «Metterà in moto 20 miliardi di investimenti, sarà una grande opportunità per le imprese e per il Paese, visto che si prevedono 29 milioni di visitatori». Attorno al tavolo c'erano tutti i protagonisti: le imprese, i vertici di Confindustria, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, l'ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia, Sun Yuxi, il Commissario generale del Governo per l'Expo 2010, Beniamino Quintieri. Obiettivo, una collaborazione economica e politica. «La Cina è stata erroneamenteconsiderata soprattutto un attore economico. Invece è un partner prolitico di prima grandezza. Questo è un salto di qualità che l'Italia propone agli altri partner», ha detto il ministro Frattini, sottolineando che al G8 alla Maddalena la presenza cinese «sarà sostanziale e non formale».Parole gradite all'ambasciatore Sun Yuxi, che poco prima avera auspicato «rapporti di collaborazione a lungo termine » tra Italia e Cina». Dal 2004 ad oggi, cioè da quando la Cina è entrata nel Wto, i rapporti economici con l'Italia sono costantemente cresciuti, con l'eccezione degli ultimi mesi, a causa della recessione mondiale. Da allora ad oggi, ha detto la Marcegaglia, quasi 2mila imprese italiane hanno lavorato con il Celeste Impero. L'Unione europea è il primo partner commerciale della Cina e l'Italia è il quarto Paese importatore ed il terzo esportatore dell'Europa. L'Expo di Shanghai è l'occasione per incrementare i rapporti, anche rendendo permanente, come ha chiesto la Marcegaglia, il padiglione italiano. Frattini ha immediatamente recepito: «Farò di tutto perché accada ». Il Padiglione Italia, ha spiegato Quintieri, sarà grande oltre 6mila metri quadrati, una dimensione di cui disporranno solo 12 Paesi di 231 partecipanti, una cifra che ha battuto ogni record (si prevedono 80 milioni di visitatori). Il tema selezionato è La città dell'uomo, in sintonia con l'argomento dell'evento "Better city, better life". A vincere la gara è statol'architetto Giampaolo Imbrighi: il Padiglione sarà una sintesi tra l'antico e il moderno, con mostre permamenti che dovranno suscitare emozioni, come ha detto il presidente della Triennale di Milano, Davide Rampello (sono già più di 20 le aziende che partecipano alla costruzione e all'arredo). Il risultato sarà frutto di un «grande gioco di squadra», ha detto Paolo Zegna, vice presidente per l'internazionalizzazione di Confindustria, fatto in questi mese e che dovrà continuare nel «programma di avvicinamento » a Shangai. «Possiamo già esprimere un buon giudizio - ha continuato Zegna - c'è la volontà di reagire, si guarda avanti». L'ALLESTIMENTO L'architetto Giampaolo Imbrighi ha vinto la gara per la realizzazione dello spazio espositivo: sarà una sintesi tra antico e moderno

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Pechino blocca l'alleanza Bank of China-Rothschild (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2009-04-03 - pag: 43 autore: Credito. L'Autorità governativa di controllo non autorizza l'acquisto del 20% Pechino blocca l'alleanza Bank of China-Rothschild Il garante Cbrc chiede prudenza negli investimenti internazionali Luca Vinciguerra SHANGHAI. Dal nostro corrispondente Spaventata dalle turbolenze dei mercati, la Cina rinuncia a entrare in uno degli storici salotti buoni della finanza mondiale. Ieri, le autorità di controllo Pechino hanno bocciato l'acquisizione del 20% di La Compagnie Financiere Edmond de Rothschild da parte di Bank of China. Lo scorso settembre, le due società avevano siglato un accordo con cui il colosso creditizio cinese s'impegnava a sborsare 335 milioni di dollari per rilevare un quinto del capitale della banca privata francese. L'affare si sarebbe dovuto perfezionare entro il 31 dicembre 2008. Alla fine dell'anno, però, la China Banking Regulatory Commission (l'organo di controllo del credito cinese) non aveva ancora espresso il suo parere (obbligatorio e vincolante) sull'operazione. Così, Bank of China ha chiesto a Parigi una dilazione dei termini al 31 marzo 2009. Ma, ancora una volta, la Cbrc è rimasta in silenzio. Il che, per le liturgie cinesi, equivale a un perentorio no. «L'accordo con Rothschild è automaticamente annullato, poiché non abbiamo ottenuto l'approvazione dalle autorità competenti entro i termini previsti dal contratto. Continueremo comunque a esplorare forme di collaborazione con la banca francese», ha spiegato un portavoce di Bank of China. Il che significa che, sfumato il matrimonio, i due istituti si accontenteranno di lavorare insieme oltre la Grande Muraglia nel private banking e nell'asset management. Pechino ha dato semaforo rosso all'operazione Rothschild perché, dopo lo scoppio della bomba derivati, non vuole che le sue banche si accollino altre partecipazioni a rischio. Giusto il mese scorso, la Cbrc ha emesso una circolare con la quale ha invitato le Quattro Grandi del credito nazionale a usare prudenza nei loro investimenti internazionali, e ha annunciato il varo di nuovi regolamenti per disciplinare il merger & acquisition oltre frontiera degli istituti finanziari. D'altronde, complice il crollo delle Borse, lo shopping miliardario effettuato nell'ultimo biennio da Pechino sui mercati esteri finora si è risolto in un colossale fallimento. Il flop più clamoroso è certamente quello di China Investment Corporation, il fondo sovrano cinese che si è visto costretto a svalutare pesantemente le proprie partecipazioni in Blackstone einMorgan Stanley. Solo la partecipazione del 9,9% in Morgan Stanley è costata alla China Investment Corporation 5 miliardi di dollari nel dicembre del 2007; un prezzo con cui a ottobre 2008 – quando il titolo Morgan Stanley ha fatto toccare i minimi di 6,71 dollari per azione (6,7 miliardi dollari di capitalizzazione di Borsa) – sarebbe stato possibile acquisire quasi il 75% del capitale sociale della banca. Ma, presto o tardi, il Dragone tornerà all'attacco sul fronte internazionale. Con 2mila miliardi di dollari di riserve valutarie in tasca e una forte determinazione a globalizzare la propria economia, oggi la Cina è certamente l'acquirente più accreditato dei tanti asset in vendita a prezzi da saldo in giro per il mondo. Ma vista l'aria d'incertezza che tira sui mercati, probabilmente se ne riparlerà quando la grande crisi batterà in ritirata. ganawar@gmail.com © RIPRODUZIONE RISERVATA

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L'Italia esporta anche enoteche (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: VINO E OLIO data: 2009-04-03 - pag: 20 autore: Non solo vino. Dopo la Cina si va a Malta L'Italia esporta anche enoteche L'Italia ora esporta anche enoteche. O almeno ci prova, come dimostra di volere fare l'Enoteca Italiana di Siena, l'unico ente che dal 1933 è abilitato con Dpr a svolgere tale attività sotto il controllo del ministero delle Politiche agricole. L'ente, dopo avere aperto una manciata di mesi fa la sua prima sede estera, esattamente a Shanghai, ora approda sulla costa dell'isola di Malta. è di questi giorni la firma di una convenzione promossa dai ministeri dell'Agricoltura dei due Paesi che vede l'Enoteca Italiana chiamata a dare assistenza tecnica e amministrativa alla nascente enoteca pubblica di Malta. Un Paese entrato da poco tra i partner dell'Unione europea e dove la viticoltura non è così radicata come la sua posizione centrale mediterranea lascerebbe pensare. La viticoltura e il consumo di vino a Malta – sostiene il presidente dell'Enoteca Italiana Claudio Galletti – è un capitolo praticamente nuovo che sta facendo progressi molto importanti. Favorita anche dalla centralità geografica, aperta ai grandi traffici. Di qui la decisione delle autorità di quel Paese di dotarsi di una vetrina per promuovere il vino. Per farlo hanno deciso di avvalersi dell'esperienza italiana e, in particolare dell'Enoteca Italiana chiamata a progettare l'organizzazione della struttura, a definirne la gestione, consigliare la scelta dei vini, formare il personale e pianificazione i corsi di degustazione per aspiranti esperti di vino. Galletti evita di sbilanciarsi su quelle che sono le altre iniziative in cantiere. Non nasconde però il fatto che modello sviluppato dall'ente che presiede in oltre 70 anni di attività risulta molto corteggiato dai Paesi esteri che, di fronte a una crescente domanda di vino, non fanno mistero di volersi dotare di enoteche pubbliche che vendano il vino ma fanno anche cultura enologica. «La decisione di andare in Cina – sottolinea il direttore dell'ente senese Fabio Carlesi – rientra in un progetto di promozione sostenuto dalla regione Toscana. Si tratta di un'ampia struttura che sorge nel centro di Shanghai: qui sono esposte le bottiglie delle nostre migliori aziende che già vendono in Cina e di altre che desiderano approcciare il mercato cinese. Si organizzano corsi di degustazione e si facilitano incontri tra aziende italiane e importatori cinesi. Tutti consapevoli del fatto che non esserci oggi può essere penalizzante domani». N.D.B. © RIPRODUZIONE RISERVATA Particolare dell'Enoteca Italiana di Siena

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Bank of China rinuncia a Rothschild (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 03-04-2009)

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Bank of China rinuncia a Rothschild da Finanza&Mercati del 03-04-2009 Pechino alza la voce sul credito, anche quando non resta in silenzio. Ieri è andato in scadenza con un nulla di fatto da parte degli enti regolatori il processo di autorizzazione a Bank of China per l'investimento nel capitale di Compagnie Financière Edmond de Rothschild. Non solo, secondo il quotidiano Shanghai Securities News la Cina estenderà da tre a cinque anni il periodo di lock-up imposto agli investitori stranieri nelle banche commerciali del Paese. Bank of China, istituto a controllo statale, lo scorso settembre aveva raggiunto l'accordo per rilevare il 20% del capitale del business in private banking e asset management della famiglia Rothschild con un investimento di 2,3 miliardi di yuan (circa 250 milioni di euro). Ma la data del 31 marzo, entro cui Pechino avrebbe dovuto esprimere il suo parere in merito all'operazione, è passata senza alcuna comunicazione ufficiale. E Bank of China, ha sottolineato il portavoce Wang Zhaowen, non estenderà la deadline, considerando di fatto annullata l'acquisizione. «Non siamo riusciti a ottenere l'approvazione dalle autorità - ha detto Wang - ma questo non significa che non potremo continuare a cercare altre forme di cooperazione con Rothschild». Intanto, come anticipato in febbraio ai primi cinque istituti di Pechino dalla China Banking Regulatory Commission, «se le banche commerciali intendono attirare investimenti esteri nel loro capitale, questi dovranno rispettare un lock-up di almeno cinque anni», ha sottolineato Liu Mingkang, chairman dell'ente. Mossa che ovviamente fa seguito alla fuga degli ultimi mesi di capitali esteri dalle banche cinesi.

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Lo Stoxx600 recupera 167 miliardi (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 03-04-2009)

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Lo Stoxx600 recupera 167 miliardi di Luca Testoni del 03-04-2009 da Finanza&Mercati del 03-04-2009 [Nr. 64 pagina 3] Un mix inaspettato di buone notizie porta euforia su tutto il fronte della finanza mondiale. Alle indicazioni di consistenti sforzi coordinati in arrivo dal vertice G-20 di Londra si sono aggiunti alcuni dati macroeconomici chiave: l'output manifatturiero della Cina ha ripreso a crescere per la prima volta in sei mesi; i prezzi delle case nel Regno Unito si sono risvegliati per la prima volta dall'ottobre 2007; gli ordini delle industrie americane sono aumentati per la prima volta da sette mesi. Una serie di scosse che, assieme, ha dato ai mercati la sensazione di aver passato il punto di minimo macroeconomico, e si è trasformata un un'onda di entusiasmo sui listini. La voglia di ripresa è stata tale da offuscare anche il taglio dei tassi Bce inferiore alle aspettative (che ha spinto al rimbalzo l'euro arrivato fino a 1,35 contro il dollaro) e l'aggravarsi della disoccupazione in America (vedi articoli pagina a fronte). La luce in fondo al tunnel ha spinto al rimbalzo anche il barile, tornato sopra i 52 dollari a New York con un guadagno dell'8 per cento. Gli effetti dell'euforia sono stati evidenti su entrambe le sponde dell'Oceano. In serata, gli indici di Wall Street veleggiavano con guadagni vicini al 4%, al traino di Caterpillar (+9%), e con ottime intonazioni per Gm (+5%), Citigroup e Bofa (+2,5%). In Europa, lo Stoxx 600 ha guadagnato quasi il 5%, recuperando 167 miliardi di euro, arrivando ai massimi dallo scorso 16 febbraio, con tutti i 19 comparti industriali che hanno terminato in positivo. L'indice ha guadagnato il 19% dallo scorso 9 marzo, quando i primi segnali di tenuta erano arrivati dalle principali banche di Wall Street. Da allora, banche e auto hanno guidato la corsa anche in Europa: ieri l'auto, sui dati delle immatricolazioni in Italia e Germania, è stato il migliore comparto con un +12,32%; le banche il terzo migliore con un + 9,3% (dietro alle risorse di base: +10,54%). A livello di singoli listini, il Dax ha trainato il rimbalzo (+6,07%) grazie, apputo, alla combinazione auto e banche e auto: Daimler ha guadagnato il 16% dopo il risveglio delle vendite in Nord America in marzo; Bmw il 15%; Deutsche Bank il 15% dopo le parole del ceo Josef Ackermann su un «solido» risultato operativo in marzo. Dietro a Francoforte si sono mossi il Cac di Parigi (+5,37%), lo S&P/Mib di Milano (+4,76%, ma è il listino che è salito di più dal 9 marzo), Madrid (4,69%) e il Ftse di Londra. Il quale, con un + 4,28%, si è però riportato sopra la soglia dei 4.000 punti, trainato dai bancari Barclays e Hsbc (con guadagni del 7,3 e del 12%) e dai petroliferi Shell (+3,9%) e Bp (+2,5%). A Milano è stato il giorno della Fiat (+27%, vedi pagina 6). Piazza affari ha segnato il record di scambi nel 2009 per controvalore a 3,2 miliardi di euro (era da ottobre 2008 che milano non superava quota 3 miliardi). Sulla scia del settore auto è balzata anche Pirelli (+8,02%) grazie anche al +16,55% segnato dalla concorrente francese Michelin. È continuato l'exploit del Banco Popolare (+12,8%) che ha guadagnato oltre il 37% in tre sedute. I peggiori dello S&P/Mib Ansaldo Sts (-2,77%), Terna (-1,8%) e Parmalat (-0,97%).

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parigi non sostiene il tibet libero (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 20 - Esteri Francia Parigi non sostiene il Tibet libero PECHINO - Il riavvicinamento diplomatico fra Parigi e Pechino si basa su un accordo che prevede il divieto per le autorità francesi di incontrare il Dalai Lama. Secondo la Cina, la Francia «si è impegnata a non sostenere l´indipendenza del Tibet in nessuna forma».

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vescovo sequestrato il vaticano protesta (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 20 - Esteri Cina Vescovo sequestrato il Vaticano protesta PECHINO - Un vescovo sotterraneo di Zhengding, monsignor Giulio Jia Zhiguo, è stato, prelevato dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. La Santa Sede ha denunciato la repressione delle autorità cinesi contro la Chiesa cattolica.

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- (segue dalla copertina) roberto saviano (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 40 - Cronaca Roberto Saviano dialoga con Nicolai Lilin l´autore di "Educazione Siberiana". Un libro che racconta i riti e i segreti degli Urka discendenti degli uomini che Stalin deportò in Transnistria, al confine con la Moldavia. Regole e convinzioni di una comunità antica che rivendica radici morali anche nel reato e che si tramanda il tatuaggio come lingua "Mio nonno diceva: non c´è inferno né paradiso, se ti comporti male rinasci in Russia" "Nelle mie zone tutti chiedono il pizzo, anche per tutto ciò che da voi si ritiene dovuto" (SEGUE DALLA COPERTINA) ROBERTO SAVIANO Così dopo un po´, intorno alle pagine di Educazione Siberiana, inizierà a materializzarsi un intero mondo. Sembrerà lontanissimo, altro, ma bevuto tutto lascerà un gusto in cui si ritrovano in forma diversa molti sapori simili al nostro mondo e questo genererà un brivido difficile da dimenticare. Non ci si aspetti un libro sulla mafia russa, né un trattato sul crimine, né alleanze tra clan, imperi economici, faide e sparatorie. è il contrario. è un romanzo che racconta di un popolo scomparso, di una tradizione guerriera che Nicolai conservava dentro di sé e che non riusciva più a tacere. Continuamente lui usa la parola "onesto", e continuamente ripete il termine "disonesto". Può apparire strano che parlando di una comunità criminale si parli di onestà; noi abbiamo imparato a dimenticare che un codice etico condiviso possa esistere anche al di fuori della società civile. Tra gli Urka non si stupra, non si fanno estorsioni, non si fa usura. Si può rapinare e uccidere, ma solo in presenza di un valido motivo. Si può truffare, ma solo lo stato e i ricchi. E ci sono anche regole pratiche da osservare: le armi per la caccia, per esempio, non devono essere messe accanto alle armi che servono per uccidere esseri umani. E quando un´arma tocca l´altra per purificarla bisogna avvolgerla in un panno con liquido amniotico, il liquido della vita. Seppellire il tutto e dopo un po´ arriva la purificazione. è assolutamente vietato agli uomini parlare con le forze dell´ordine. In Educazione Siberiana ci sono pagine di arresti e retate in cui la polizia non riesce a rivolgere la parola a nessun siberiano. Ogni Urka ha sempre al proprio fianco una donna che faccia da tramite. Lilin racconta che dalle sue parti si dice che chi non ha voglia di lavorare e non ha il coraggio di delinquere fa il poliziotto. Nelle comunità criminali degli Urka, diversamente da quanto accade in Italia, esistono regole talmente forti da fermare il business, vincolare il potere. Sono regole che seppur calate in un contesto discutibile hanno profonde radici morali. In Italia, fino a qualche decennio fa, per le mafie regole come non uccidere bambini, non trattare e vendere droga, non assumerne, ora sistematicamente disattese, nascevano dalla necessità di cercare quel consenso nella popolazione che adesso appare dovuto, che ora sono il timore e la forza ad assicurare. «Non è il crimine la nostra forza - diceva il nonno a Nicolai - ma il consenso ed il bene che la gente ci vuole». Lilin precisa: «Sono regole di giustizia non scritte, come la divisione equa dei beni, l´aiuto reciproco e la difesa dei più deboli». E continua con una nota autoironica che aggiunge credibilità al suo racconto: «Se nasci in quella realtà non puoi certo divenire Ghandi ma almeno vivi un una società che ha regole e diritti, non solo soprusi dove vince il più corrotto e il più forte come tra i lupi». E gli anziani nel romanzo hanno un ruolo centrale. Non sono solo i depositari delle tradizioni, ma tramandano di generazione in generazione le storie più avvincenti di rapine e di sfide. Indirizzano le nuove generazioni anche sul modo di trattare il denaro. I soldi fanno schifo ai siberiani, la considerano roba sporca. «Mio nonno in tutta la sua vita non ha mai portato soldi addosso, li tenevano in posti lontani dai luoghi della vita. I soldi sono sempre stati considerati sporchi». E le figure di questi anziani nel libro sono davvero meravigliosamente epiche. A tratti si avverte, e Nicolai conferma, che il libro è passato a vaglio dell´attento lavoro degli editor pur conservando, a volte, delle asperità, dei punti dove la lingua inciampa; ed è proprio lì che lo stile ibrido di un uomo che pensa in siberiano e scrive in italiano, lo stile personalissimo che gli scrittori migranti elaborano, esce in tutta la sua pura ingenuità e bellezza. Lilin costruisce un mondo con la sua scrittura e questo fa di lui non un semplice testimone ma uno scrittore vero e proprio. A volte viene da pensare, ascoltando Nicolai, che serbi una visione mitizzata degli Urka, parola che a chiunque abbia letto i libri di Sol�enicyn, Herling o �alamov sui gulag ricorda invece il peggior incubo per i detenuti normali: stupro, furto, percosse. Eppure il mondo che Lilin racconta sembra essere un altro, sembra partire da premesse differenti offrendo la possibilità di osservare quel mondo da una prospettiva inedita. Essere un Urka, racconta Lilin, era un marchio che ti portavi dietro ovunque: «Quando ero piccolo e uscii dalla Moldavia con mia madre, alla dogana un ufficiale vide che ero nato in Transnistria e, seppure fossi un bambino, mi fissò negli occhi e disse, �Delinquente!!!´. Bastava venire da lì». Eppure c´è nel codice degli Urka siberiani l´assoluta necessità di dire sempre la verità. La menzogna è punita. «Devi essere vero, sempre e comunque devi essere vero. Mi hanno insegnato a dire la verità sempre. Spesso i poliziotti russi quando arrestavano degli Urka li riprendevano mentre li interrogavano. Quando dicevano sei un criminale loro dovevano rispondere si, se rispondevano no era una condanna a morte tra tutti gli Urka. Un Urka non mente mai». Anche quando la verità significa una condanna alla galera. Nicolai Lilin si riconosce assolutamente nella tradizione degli Urka: «Sono un criminale onesto» dice, contrapponendo un mondo ormai tramontato, che cerca di far rivivere attraverso il suo racconto, alla Russia di oggi, completamente allo sbando. «Nelle mie zone tutti chiedono il pizzo, per qualsiasi cosa bisogna pagare. è lecito aspettarsi una richiesta di tangente per documenti, viaggi, permessi, per tutto ciò che nel mondo occidentale, in un mondo che si dice civile, dovrebbe essere dovuto». Nicolai è grato all´Italia, o almeno alla parte d´Italia dove lui vive, e nel suo discorso è possibile rintracciare anche quanto relativo sia il concetto di diritto. «Qui puoi avere un documento senza pagare tangenti, qui se vieni derubato puoi sporgere regolare denuncia, e sai che ci sarà qualcuno ad ascoltarti, a difenderti, a far valere i tuoi diritti di cittadino. In Russia e in Moldavia tutto è corruzione, politica, burocrazia, tanta prostituzione, racket, droga. Paesi marci. Mio nonno diceva spesso: credo che non esista né inferno né paradiso, semplicemente se ti comporti male rinasci in Russia». Nessun urka siberiano vorrebbe essere chiamato mafioso. La mafia russa è una categoria generica, enorme, quasi inesistente. Ci sono le famiglie di Mosca, quelle di San Pietroburgo, la mala cecena e quella georgiana potentissima in Usa, poi ci sono le famiglie dell´Azerbaigian. I siberiani non si riconoscono in nessuna di queste organizzazioni, non sentono neanche di essere gang, clan o organizzazioni. Il loro codice di vita è la loro casa. «Una volta mio nonno mi ha raccontato che fu arrestato un pedofilo, uno di quelli a cui piacevano molto le bambine piccole e anche i bambini. Gli Urka quando fu arrestato lo trattarono con rispetto. Andarono da lui, gli diedero una corda fatta con le lenzuola e gli dissero: �Hai cinque ore per impiccarti, se non lo fai ognuno di noi prenderà un pezzo di te e lo strapperà"». Una delle parti più belle del libro è il racconto dei tatuaggi. Il tatuaggio è un codice per raccontare il carattere di una persona e il percorso della sua vita, il tatuaggio degli urka siberiani è un´eredità antica che viene da molto lontano. Il tatuaggio tradizionale siberiano è un codice segreto, nato in epoca pre-russa e pre-cristiana. I primi briganti nomadi della foresta, gli Efei, si tatuavano per potersi riconoscere, lungo le grandi strade della Siberia dove assaltavano i convogli provenienti dalla Cina e dall´India. I tatuaggi quindi erano un modo per non farsi assalire da "colleghi", e un modo muto per rendersi fratelli. Quando si diffuse il Cristianesimo, il tatuaggio criminale siberiano adottò i simboli della nuova religione: gli Efei si confondevano così con i pellegrini, che erano poveri e, non potendo acquistare croci, catene e immagini sacre, se le tatuavano. Con la formazione dello stato russo, lo Zar decise di sbarazzarsi degli Efei; ma i più irriducibili di loro, gli Urka, ostili a qualsiasi potere, si rifugiarono nella Taiga dove organizzarono una dura resistenza che fu spezzata soltanto dopo secoli, dai comunisti. Nel libro sono meravigliose le pagine dove Lilin racconta come il tatuatore sia una figura speciale, quasi un sacerdote. Per i siberiani puoi diventare tatuatore solo su autorizzazione di un anziano maestro; Lilin scelse all´età di 12 anni di divenire allievo del più esperto della sua città. Era bravo a disegnare, i suoi disegni venivano richiesti per farne tatuaggi, ma aveva bisogno di imparare l´antica arte del tatuaggio tradizionale, eseguito a mano con le bacchette, non con la macchinetta elettrica. A 18 anni, ultimato l´apprendistato, il suo maestro lo nominò tatuatore. Un corpo siberiano tatuato è un libro misterioso, che pochi sanno leggere: i singoli simboli assumono un preciso significato solo se messi in relazione tra loro, nelle rispettive posizioni. «Si tratta di una grande tradizione, - dice Nicolai - alla quale sono orgoglioso di appartenere». Per un siberiano il tatuaggio è un processo lungo che dura tutta una vita. Iniziano a tatuarsi all´età di dodici anni e soltanto dopo aver passato una vita, con tutto ciò che può essere a vita di un Urka, la loro storia potrà essere letta sui loro corpi. Schiena e petto sono tatuate solo alla fine, dopo i cinquant´anni. Nicolai è completamente rivestito di tatuaggi. Imprudentemente gli chiedo di raccontarli e ottengo una risposta che non mi aspetto. «Raccontare i tatuaggi è disonesto. I tatuaggi sono un linguaggio muto, ci si tatua proprio per evitare di parlare. Solo un siberiano può capire. Chi racconta uccide la tradizione, e rischia di essere ucciso». Il tatuaggio siberiano è divenuto quasi un tatuaggio pop e il cinema ha cercato di raccontarlo, ma Nicolai è molto scettico: «Il film di Cronenberg («La promessa dell´assassino», ndr) è tutta una farsa. Il tatuaggio siberiano è morto con i siberiani. è una menzogna, dal film sembra quasi che tutti gli affiliati russi si tatuino, ma non è così. Quei tatuaggi li hanno solo alcuni, come per esempio Seme Nero». Seme Nero è un clan che si tatua ma è un gruppo che vive in carcere. Non possono avere rapporti sessuali, non possono avere famiglia, quando escono dalla galera fanno di tutto per rientrarci. Sono cosche di criminali spesso create dalla polizia per controllare le carceri, criminali comuni entrano in Seme Nero e divengono come una casta che governa in cella su tutti. Ma queste storie che rimbalzano intorno al libro di Lilin sono satelliti rispetto al suo obiettivo, quello di raccontare la palestra, la tana delle tigri siberiane in cui viene a formarsi un giovane Urka, stirpe estinta di antico guerriero. L´educazione siberiana è un´educazione antica quasi sciamanica, disciplinata. Chiedo a Nicolai della morte, che per tutto il libro è sempre vista come una compagna di vita, come qualcosa che sta lì pronta ad aspettarti né terribile né amica. C´è e basta. «Io ho ucciso Roberto, ho ucciso un bel po´ di persone. Ma non sento dolore, o meglio sento che ero costretto a farlo, ero un militare in Cecenia, e dovevo sparare. Ho ucciso e ho sentito la morte tante volte vicina a me. Ma anche su questo la mia gente mi ha insegnato a capire la morte, a conoscerla e a non sentirla come qualcosa di strano. Qui nessuno vuole morire. Io se voglio la vita so che devo volere anche la morte». Gli chiedo se ora vuol solo fare lo scrittore e vuole smettere di tatuare. «Mi sono un po´ stancato. Continuare a raccontare storie con le parole mi piacerebbe di più che continuare a bucare pelle�». Me ne vado con la certezza che il racconto e la memoria possono salvare un mondo e permettere di mappare una sorta di percorso che pericolosamente ci dice: il peggio è ancora da venire e laddove si perdono le regole si perde tutto ma, come scrive Lilin, il motto degli Urka siberiani è ancora vivo: «C´è chi la vita la gode, chi la subisce, noi la combattiamo». � 2009 by Roberto Saviano Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

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Il G20 di Obama: un punto di svolta per fronteggiare la crisi (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il G20 di Obama: un punto di svolta per fronteggiare la crisi 03-04-2009 LONDRA. "Abbiamo imparato le lezioni della Storia". Il presidente americano Barack Obama ha definito ieri "un punto di svolta" le decisioni prese a Londra dai leader del G20 per fronteggiare la crisi economica mondiale. Decisioni che comprendono lo stanziamento di oltre mille miliardi di dollari all'FMI e ad altre istituzioni finanziarie internazionali per aiutare i paesi più in difficoltà a stimolare la ripresa della crescita economica, rafforzando nello stesso tempo i controlli sulle attività dei mercati finanziari. "Abbiamo dato la medicina giusta al paziente malato - ha detto Obama in una conferenza stampa, alla conclusione del suo primo vertice internazionale -. Abbiamo stabilizzato il paziente. Ma le ferite restano e nuove crisi potrebbero manifestarsi". Obama ha ammesso che l'America non ha ottenuto tutto ciò che desiderava e che ha dovuto accettare anche soluzioni di compromesso. Ma il presidente americano ha inquadrato queste concessioni nella sua concezione della politica americana: "Dobbiamo imparare ad essere anche umili - ha detto -. Dobbiamo imparare a forgiare un consenso, anziché cercare di imporre le nostre condizioni. Dobbiamo ammettere di non avere sempre la risposta giusta. Sono venuto qui a Londra per ascoltare ed imparare. E fornire la leadership americana, che deve essere basata sull'esempio e sulla capacità di saper ascoltare quello che gli altri esprimono". E'un atteggiamento, ha lasciato intendere Obama, che è perfettamente in linea con la sua filosofia politica, come lo è con il suo intento dichiarato di ripristinare il prestigio americano nel mondo. Il presidente Usa ha ammesso che la situazione non è ideale: la responsabilità per l'inizio della crisi viene attribuita all'America, rea di avere contagiato con il "virus" il resto del mondo. Obama ha ammesso che durante le discussioni del vertice altri leaders (ma non ha fatto nomi) hanno sottolineato in diverse occasioni che la crisi "é iniziata in America" oppure che "é iniziata a Wall Street". Una responsabilità, dovuta alla mancanza di meccanismi di controllo adeguati, che l'inquilino della Casa Bianca non ha negato. Anche il suo alleato più forte, il premier britannico Gordon Brown, padrone di casa e grande burattinaio del vertice, ha parlato di nuovo ordine economico mondiale. Un ordine dove l'egemonia americana è minacciata da numerosi fattori. Come è minacciato lo stesso modello di mercato libero di cui l'America era sempre stata paladina resistendo a quelle regolamentazioni che Francia e Germania, dopo una dura battaglia, sono riuscite ad imporre invece nel documento finale, soprattutto per quanto riguarda la guerra ai paradisi fiscali ed il controllo dei fondi speculativi. Obama ha definito "senza precedenti" le misure approvate dal G20. Le concessioni fatte hanno consentito di chiudere il summit con quella dimostrazione di unità e di consenso che il presidente Usa giudicava indispensabile per far scattare la ripresa economica, restituendo come prima mossa fiducia ai mercati, agli investitori e alla pubblica opinione. Il documento finale "riflette la gamma delle nostre priorità" con una azione "forte e coordinata" per stimolare la crescita ed una azione "altrettanto coordinata" sulle regole. "Nella vita e in economia non ci sono garanzie - ha detto Obama -. Le misure che abbiamo adottato erano necessarie per evitare di scivolare nella depressione. Resta da vedere se saranno sufficienti". "L'America non può agire da sola - ha detto Obama durante la conferenza stampa -. La sua efficacia sarebbe ridotta a metà e ancora a meno". Alla domanda se il G20 di Londra possa essere considerato una nuova Bretton Woods, per le sue implicazioni future, Obama ha risposto che sono finiti i tempi quando due leader "sorseggiando brandy in una stanza" potevano imporre le loro regole al resto del mondo. Adesso la realtà globale è molto più complessa, con l'emergere di nuovi paesi, come Cina e India, che rappresentano miliardi di persone. La immensa popolarità di Obama, in questo suo primo viaggio europeo da presidente, resta immutata. Alla fine della conferenza stampa, il presidente americano è stato salutato da un caloroso applauso dalla platea dei media internazionali. Un evento veramente insolito ad un vertice di questo tipo.

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Corea, la Casa Bianca: pronti a risposta severa (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

MONDO 03-04-2009 Corea, la Casa Bianca: pronti a risposta severa DA TOKYO I l lancio del missile-satellite da parte della Corea del Nord sarebbe una violazione delle risoluzioni Onu e farebbe scattare una risposta «unita e severa». È la posizione degli Stati Uniti che il presidente americano Barack Obama ha illustrato al suo omologo sudcoreano, Lee Myung-Bak, nel corso dell'incontro bilaterale avuto a margine del G20 di Londra. Pyongyang non molla, va avanti e minaccia rappresaglie contro Washington, Tokyo e Seul nel caso tentino di intercettare quello che considera «una esplorazione pacifica dello spazio ». Non a caso, schiera uno squadrone di caccia Mig 23, in prossimità della base di Musudanri, sito da dove è atteso il via alle operazioni di messa in orbita, nel periodo dal 4-8 aprile (ma secondo fonti usa il lancio potrebbe avvenire già domani). La stessa amministrazione Obama prende atto che altri partner del dialogo a Sei (composto da Stati Uniti, Cina, Giappone, Russia e le due Coree) sono contrari al lancio del missile-satellite, ma anche che c'è realisticamente «la generale aspettativa che le attività di lancio andranno avanti. La Corea del Nord, intanto, ha avviato il rifornimento del missile-satellite. Dalle immagini fotografiche dei servizi d'intelligence, emergerebbe che sulla testata del razzo, già pronto sulla rampa, ci sarebbe un apposito alloggiamento per il trasporto di un satellite. Per Usa, Corea del Sud e Giappone, il progetto altro non sarebbe che un test di missile a lunga gittata, il Taepodong-2. Tokyo che ha chiesto riunione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha annunciato che intende estendere le attuali sanzioni economiche contro il regime comunista, in scadenza il 13 aprile, per un anno intero anziché i sei mesi previsti se Pyongyang procederà con il lancio nei prossimi giorni. Prolungare le misure, ha riferito il segretario di governo Takeo Kawamura, «rafforza le posizioni del Giappone nella ricerca di progressi nel dialogo con la Corea del Nord». Mosca continua invece a raccomandare prudenza: «Non bisogna agitare le paure su questo tema e fare conclusioni affrettate». Pyongyang: rappresaglie se il missile, che potrebbe essere lanciato domani, sarà colpito Tokyo estende le sanzioni Obama e il sudcoreano Lee Myung-bak (Ap)

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Xinjiang: non lo pagano, si fa esplodere (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 03-04-2009)

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MONDO 03-04-2009 Xinjiang: non lo pagano, si fa esplodere PECHINO. Un uomo si è fatto esplodere ad Urumqi, nella regione cinese del Xinjiang abitata dall'etnia musulmana degli uighuri, rimanendo ucciso sul colpo e ferendo due persone. Secondo la ricostruzione dell'agenzia "Nuova Cina", l'uomo era un cinese originario della provincia del Sichuan e l'attentato non sembra aver nulla a che fare con le rivendicazioni della minoranza degli uighuri. Il suicida aveva 42 anni, si chiamava Han Wushun, e chiedeva che gli venissero pagati gli stipendi arretrati dalla compagnia Xinjiang Beixin Road and Bridge Construction. Entrato negli uffici della compagnia nel centro di Urumqi, avrebbe minacciato gli impiegati presenti che si sono dati alla fuga quando hanno visto che l'uomo stava per innescare la bomba. Nessuno dei due feriti è in condizioni gravi. Gli uighuri sono circa nove milioni e lamentano di essere stati lasciati ai margini dello sviluppo economico, che andrebbe tutto a beneficio degli immigrati cinesi nella regione, che oggi sono la maggioranza della popolazione. Gli esiliati uighuri accusano la Cina di esagerare ad arte la gravità della minaccia terroristica nel Xinjiang per giustificare la repressione. Secondo le organizzazioni umanitarie, uno dei più grandi gruppi di detenuti politici cinesi è quello degli uighuri. Due uighuri sono stati condannati a morte in dicembre per un attentato avvenuto nel Xinjiang pochi giorni prima dell'apertura delle Olimpiadi di Pechino, nell'agosto dell'anno scorso, in un episodio sulla cui dinamica rimangono forti dubbi. L'uomo, un cinese originario del Sichuan, ha reclamato gli stipendi arretrati Poi ha azionato la bomba

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Lavoro e famiglia, il lato sociale del vertice (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 03-04-2009)

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ECONOMIA 03-04-2009 Lavoro e famiglia, il lato sociale del vertice «Dimensione umana della crisi». Sì alla proposta italiana DA MILANO PIETRO SACCÒ L a fine dei paradisi fiscali non consolerà le 20 milioni di persone che quest'anno hanno perso o perderanno il lavoro, mentre le nuove regole sui bonus dei grandi manager appassionano poco chi vive con meno di un dollaro al giorno. Ma al G20 di Londra non si è è parlato solo di finanza. Nel comunicato finale del vertice i 20 grandi parlano della «dimensione umana della crisi», dell'esigenza di aiutare i disoccupati «attraverso la creazione di nuove opportunità di impiego e sostegno al reddito», della necessaria «attenzione per i più vulnerabili ». E, non a caso, si cita anche il Social Summit di Roma concluso martedì. È l'Italia ad avere insistito perché si «enfatizzasse la dimensione sociale» della crisi, ha detto Silvio Berlusconi alla fine del vertice. Proprio al termine del G8 sociale di Roma il premier a- veva parlato di 'patto sociale' da proporre al G20. Arrivato all'Excel Center Berlusconi ha salutato Gordon Brown. Il capo del governo ha mostrato al collega britannico (che presiedeva i lavori) un paio di pagine scritte a mano, e gliele ha lette in inglese. I due parlavano a bassa voce, ma si è sentita ripetere una parola: social. Al 'patto sociale' portato a Londra dall'Italia i leader del G20 non ci sono arrivati. «Non si è potuto condensarlo in una norma generale perché paesi come Cina e l'India non avrebbero mai la possibilità di sopperire a stipendi e salari dei posti di lavoro che si potranno perdere » si è giustificato il presidente del Consiglio. Si è ottenuto, però, quel paragrafo sulla «dimensione umana della crisi», in cui i governi promettono: «Svilupperemo un mercato del lavoro giusto e sostenibile a livello familiare sia per gli uomini che per le donne. Sosterremo l'occupazione, stimolando lo sviluppo, investendo nell'istruzione e nella formazione e con politiche di mercati del lavoro attive, con un'attenzione ai più vulnerabili». Parole, per ora. Che i 20 capi di Stato proveranno a tradurre in pratica. Per l'Italia Berlusconi ieri ha ricordato i nove miliardi di euro per gli ammortizzatori, mentre il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha aggiunto che il governo sta pensando a «strumenti addizionali a limite non costosi, ma molto efficaci dal punto di vista anticiclico » per intervenire «ex ante sull'occupazione ». Un problema che non è solo italiano. L'inglese Brown ha promesso che «sarà fatto il necessario» per garantire un lavoro a chi l'ha perso, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha chiesto «risposte a favore di coloro che hanno subito appieno l'impatto della crisi». I posti di lavoro si stanno volatilizzando dovunque. E lo ha ribadito il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, apprezzando la citazione del Social Summit l'Italia vuole mettere 'la faccia sociale' della crisi al centro del vertice del G8 che ospiterà dall'8 al 10 luglio alla Maddalena. Anche per ribadire a quei manifestanti in protesta attorno al centro congressi Excel che questi vertici non sono solo riunioni tra potenti. «Non mi è sfuggito che la gente, che dovrebbe essere al centro dei dibattiti sia tutta nella strada e tenuta a distanza dalla polizia» ha accusato ieri la sudafricana Navi Pillay, Alto commissario per i Diritti Umani dell'Onu. La Pillay, avvocato che ha combattuto l'Apartheid, elenca quelli che ritiene essere gli «esclusi » del G20: «I lavoratori e i Paesi poveri». I lavoratori sono stati citati nel documento finale e avevano avuto l'occasione di portare le loro richieste a Brown, che martedì aveva incontrato i sindacati. Delle nazioni africane è stato invitato a Londra solo il Sudafrica, e una delegazione di capi di Stato africani aveva incontrato il premier inglese nei giorni scorsi. E anche Benedetto XVI, nella lettera inviata a Brown prima del vertice, aveva invitato i venti capi di Stato (che assieme rappresentavano l'80% del Pil mondiale) a pensare all'Africa. Qualcosa, anche in questo caso, è arrivato. I leader del G20 avevano garantito che non avrebbero ridotto gli aiuti ai Paesi più poveri. A Londra hanno autorizzato il Fondo monetario internazionale a vendere una parte delle sue riserve in oro per aiutarli. Gordon Brown ha quantificato la cifra che sarà stanziata: 50 miliardi di dollari.

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La Santa Sede: (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

MONDO 03-04-2009 La Santa Sede: «Un ostacolo l'arresto in >Cina del vescovo Jia» DI LUCA GERONICO S econda riunione in Vaticano della Commissione per la Chiesa in Cina. Un appuntamento ufficiale che serve a fare un bilancio a quasi due anni dalla Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cristiani in Cina per un bilancio certo non ancora positivo. Due giorni di lavoro dedicati alla formazione dei seminaristi, sacerdoti e consacrati. Una esperienza «a volte sofferta» non solo per le dinamiche interne alla comunità cristiana cinese, ma anche per «rapporti non facili con le autorità civili», si legge nella nota conclusiva del vaticano. E l'arresto del vescovo di Zhengding, Giulio Jia Zhiguo avvenuto proprio all'inizio dei lavori della commissione è giudicato un incidente di non poco conto. «Situazioni di questo genere si legge nella nota della sala stampa vaticana creano ostacoli a quel clima di dialogo con le Autorità» auspicato nella Lettera del giugno 2007. Non un caso isolato perché «altri ecclesiastici sono provati della libertà o sono sottoposti a indebite pressioni e limitazioni nelle loro attività pastorali», prosegue la nota. Monsingor Jia Zhiguo è stato arrestato lunedì scorso da cinque agenti di polizia che lo hanno prelevato dalla sua abitazione e portato in una località sconosciuta. Si tratta dell'ennesimo «soggiorno forzato» per il vescovo sotterraneo che negli ultimi mesi aveva stretto una collaborazione con monsignor Jang Taoran, vescovo di Shijiazhuang (Hebei), la diocesi della Chiesa ufficiale della zona, riconciliato con la Santa Sede, e che su indicazione del Vaticano, aveva accettato di collaborare con il vescovo Jia Zhiguo, divenendone l'ausiliare. Una collaborazione invisa all'Associazione patriottica e al governo. Questo il tema politico discusso alla Commissione, istituita nel 2007: ai lavori dei vescovi cinesi (di cui non è stato reso noto l'elenco) e dei capidicastero di Curia è intervenuto anche Benedetto XVI che ha sottolineato l'importanza di sostenere la Chiesa in Cina. La Commissione ha espresso «vicinanza fraterna» a tutte le vittime di violenze e discriminazioni e si è impegnata a promuovere una adeguata formazione umana, spirituale e intellettuale del clero e delle persone consacrate. Sono circa 3mila i sacerdoti (ufficiali e sotterranei) , oltre 1500 i seminaristi (ufficiali e sotterranei) e oltre 5mila le religiose (ufficiali e sotterranee) che spesso mancano dio formatori adeguati. Una comunità cristiana che soffre di una povertà di sussidi ma anche di un grande dislivello fra sacerdoti anziani e giovani. Una Chiesa perseguitata e che manca della generazione intermedia, quella che corrisponde al periodo della rivoluzione culturale (1966- 1976) quando per un decennio sono rimasti chiusi i seminari e i conventi. Un "gap" generazionale ma anche culturale: la sfida pastorale è quella di riuscire a comprendere ed evangelizzare una società cinese in tumultuoso cambiamento in cui urbanesimo, consumismo e materialismo sembrano avere il predominio. Papa Benedetto XVI: aiutarli è importante. Nota sulla Commissione per la Chiesa cinese: «Vicinanza fraterna» ai religiosi colpiti da violenze

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Addio ai paradisi fiscali, più fondi contro la crisi (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

ECONOMIA 03-04-2009 Addio ai paradisi fiscali, più fondi contro la crisi Il compromesso dei Grandi su regole e stimoli. Mille miliardi in più al Fondo monetario DI ELENA MOLINARI L a Francia ottiene il giro di vite sui paradisi fiscali, sui quali aveva puntato i piedi. Il Fondo Monetario vede triplicate le risorse a sua disposizione per salvare i Paesi messi in ginocchio dalla crisi. E Usa e Gran Bretagna portano a casa la conferma di uno stimolo fiscale da 5mila miliardi di dollari entro la fine del 2010 a sostegno della ripresa dell'economia mondiale. Ma non la promessa di ulteriori iniezioni dirette di capitale nelle economie più in difficoltà. Il G20 iniziato all'insegna della tensione si è chiuso con un accordo di compromesso che non scontenta nessuno e contiene qualche sostanziale passo avanti. Per Barack Obama, che pure non ha ottenuto l'aumento sostanziale di stimoli fiscali che sperava, il giudizio del suo primo vertice economico internazionale è del tutto positivo: ha parlato infatti di «misure senza precedenti» che segnano un «punto di svolta per la crisi economica». Poi si è auto-assegnato parte del merito della buona riuscita del summit, facendo dire a un membro del suo staff che «si deve al presidente Usa la mediazione fra Francia e Cina sui paradisi fiscali». «Ero giunto al G20 di Londra per ascoltare, imparare e fornire leadership americana: penso di avere centrato l'obiettivo», ha ag- giunto il presidente americano. Quindi ha lodato il «coordinamento storico, inimmaginabile 10 o 20 anni fa» che ha unito «Paesi molto diversi come Stati Uniti, Russia e Cina». Il comunicato finale dell'incontro è altrettanto trionfale: «Le azioni che abbiamo intrapreso costituiranno il più grande stimolo fiscale e monetario e il programma di supporto del sistema finanziario di più vasta portata dei tempi recenti. Abbiamo fissato un ulteriore aumento di mille miliardi di dollari per le risorse all'economia mondiale, attraverso le nostre istituzioni finanziarie e il commercio internazionale. Stiamo sostenendo un'espansione fiscale concertata e senza precedenti che salverà o creerà milioni di posti di lavoro, e che ammonterà, entro la fine dell'anno prossimo, a 5mila miliardi di dollari». Se la somma di 5mila miliardi appare enorme, occorre precisare che comprendono sia i nuovi stanziamenti che quelli già avviati dai vari Paesi. Per quanto riguarda la nuova regolamentazione dei mercati finanziari, chiesta da Francia e Germania, invece, i dettagli vanno ancora definiti. Per ora il G20 ha disposto «l'estensione, la sorveglianza e la regolamentazione a tutte le più importanti istituzioni finanziarie, gli strumenti e i mercati finanziari ». La novità, come ha fatto notare con soddisfazione il premier britannico Gordon Brown, è che la regolamentazione si estende per la prima volta anche agli hedge fund. Anche le agenzie di rating, accusate di aver sottovalutato negli ultimi anni il rischio legato al debito delle istituzioni da loro analizzate, verranno sottoposte a supervisione. Riguardo ai paradisi fiscali, il documento parla per la prima volta di sanzioni e rinvia alla lista nera dell'Ocse lo spinoso problema di stabilire chi è in regola e chi non lo è. Misure che, per Brown costituiscono l'avvio di un «nuovo ordine mondiale». «Per la prima volta ha detto il primo ministro britannico il mondo si è unito con un piano concreto per la ripresa globale. Ci siamo accordati sulla necessità di fissare standard contabili internazionali, regole per le agenzie di rating per eliminare i loro conflitti di interesse e per porre fine ai paradisi fiscali che non concedono informazioni su richiesta ». Al Fondo monetario internazionale sono state triplicate le risorse per aiutare i Paesi più colpiti dalla crisi, portandole a 750 miliardi di dollari. Altri 250 miliardi verranno assicurati sotto forma di garanzie agli esportatori e agli importatori per aiutare il commercio internazionale. Inoltre, viene stanziata una cifra compresa tra 100 e 250 miliardi di dollari di prestiti aggiuntivi, che saranno assicurati dagli organismi di sviluppo multilaterale. Il Fmi da parte sua ha accettato di vendere le sue riserve in oro per aiutare i Paesi più poveri. Sulla lotta al protezionismo si riafferma quanto già detto a Washington (ma non messo in pratica) e cioè l'impegno a «non creare nuovi ostacoli agli investimenti e al commercio». Si ampliano poi i poteri del Financial Stability Forum, che insieme al Fondo monetario è stato incaricato di agire come struttura di "allarme", in grado di prevenire le crisi. Sostegni all'economia per 5mila miliardi totali Aiuti ai Paesi poveri, 50 miliardi dall'Fmi Una dimostrante con un cartello nei pressi della sede dell'incontro del G20 a Londra (Reuters)

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Il vertice delle buone intenzioni (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il vertice delle buone intenzioni Stefano Rizzo, 03 aprile 2009, 17:40 Il punto internazionale Quale ordine internazionale si può cogliere da quello che è (o non è) successo al G20 di Londra, quale prevedibile rapporto di forza si delinea tra i principali attori internazionali, stati ricchi, poveri, industrializzati, emergenti; come si configureranno gli equilibri planetari per il prossimo futuro? Insomma, chi ha vinto e chi ha perso al G20 londinese? I sorrisi e le dichiarazioni soddisfatte si sono sprecati alla fine del G20 di Londra. Il primo ministro inglese Gordon Brown ha parlato di un grande successo, per i risultati ottenuti e perché "oggi è il giorno in cui il mondo intero si è riunito per combattere contro la recessione globale". Barack Obama, alla sua prima uscita sulla scena internazionale, ha confermato: il vertice ha rappresentato una "svolta" e "il paziente è stato stabilizzato, anche se non è ancora guarito stiamo usando una buona medicina". Il presidente francese Nicholas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, che alla vigilia del vertice avevano rumorosamente chiesto precisi interventi contro la speculazione finanziaria internazionale, si sono dichiarati soddisfatti degli impegni presi. E così i paesi emergenti in via di forte sviluppo economico - Cina, India, Brasile, Sud Africa - che dalla ripresa economica di Europa e America si aspettano il rilancio delle proprie esportazioni. Gli altri 180 circa paesi del pianeta, per lo più poveri e poverissimi, non rappresentati a questa riunione dei 20 più ricchi, hanno ricevuto la promessa che gli imponenti nuovi fondi messi a disposizione del Fondo monetario internazionale (tre volte la sua dotazione ordinaria) saranno usati per evitare il loro tracollo. Subito dopo la chiusura del vertice i mercati finanziari hanno mostrato di apprezzare facendo impennare le borse di tutto il mondo. Quindi tutto bene? La crisi mondiale è stata evitata? Questa volta non si ripeterà - come avvenne nella grande depressione di ottanta anni fa - la fuga nel protezionismo e nell'autarchia che aggravò la crisi (dalla quale i paesi industrializzati uscirono solo convertendo le loro economie alla produzione bellica, con quello che poi ne seguì)? I grandi e meno grandi del mondo hanno imparato la lezione sulla necessità di porre un freno agli "spiriti animali" di un "capitalismo rapace" che hanno provocato l'attuale catastrofe finanziaria, trascinando con sé l'economia reale? No. Non tutto bene. Le decisioni prese sono positive e il lungo documento finale contiene impegni che, per quanto vaghi negli strumenti di attuazione, vanno nella direzione giusta. Anche i toni e il linguaggio sono nuovi e apprezzabili: per la prima volta non si parla soltanto di aride cifre e di PIL, ma di posti di lavoro, di qualità della vita, di energie pulite, dell'imperativo morale di combattere la povertà. Certamente i mille e passa miliardi di dollari che Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina si sono impegnati a versare in varie forme al FMI perché li metta a disposizione dei paesi maggiormente colpiti, sono un fatto positivo, anche se non saranno sufficienti ad impedire altri collassi economici. I provvedimenti presi per moralizzare i mercati finanziari, per limitare i compensi dei banchieri e vietare i paradisi fiscali qualche effetto positivo l'avranno, anche se l'annunciata nuova Agenzia per la stabilità finanziaria non avrà poteri di intervento all'interno dei singoli stati (come Francia e Germania avevano chiesto, ma Stati Uniti e Cina hanno respinto). Si potrà solo fare ricorso ad una sorta di "dissuasione morale" da parte della comunità internazionale (l'OCSE in particolare), "svergognando" e mettendo all'indice gli operatori irresponsabili e i paesi che li ospitano. Non sarà probabilmente sufficiente: difficilmente si riusciranno a controllare gli immensi flussi di denaro legati al commercio delle armi e della droga e alla corruzione, che continueranno ad avere bisogno di luoghi "protetti" dove piazzare i propri investimenti; ma è già qualcosa rispetto al far west dell'ultimo quarto di secolo. La questione di fondo però, per valutare i risultati del vertice di Londra, non è se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto, se si sia fatto abbastanza o troppo poco. La questione di fondo è quale ordine internazionale si può cogliere da quello che è (o non è) successo, quale prevedibile rapporto di forza si delinea tra i principali attori internazionali, stati ricchi, poveri, industrializzati, emergenti; come si configureranno gli equilibri planetari per il prossimo futuro. Da questo punto di vista ci sono due sicuri vincitori e due sicuri perdenti. Gli Stati Uniti portano a casa un buon risultato. L'abilità di Obama e la sua franchezza nell'ammettere le responsabilità del suo paese gli hanno consentito di stornare le critiche che giustamente erano puntate contro i banchieri americani (e i governi che li hanno sostenuti). Con le sue franche denunce dell'irresponsabilità finanziaria è riuscito a fare in modo che la nuova agenzia di controllo (che è ancora da creare) non avesse poteri al di là dei confini nazionali. Non ha convinto gli europei a spendere di più per evitare l'ulteriore indebolimento del dollaro, ma è riuscito a bloccare la proposta cinese di creare una nuova moneta di riserva alternativa al dollaro che avrebbe messo a serio rischio la sua stabilità. Grazie agli immensi investimenti previsti in settori strategici si prepara a rilanciare l'economia americana e a farla uscire dalla crisi in una posizione di maggiore forza sulla scena mondiale. L'Europa perde, ma vincono Francia e Germania. Perde l'Europa senza una voce comune (il presidente della Commissione José Barroso ha avuto un ruolo praticamente inesistente) e senza una comune strategia economica di investimenti e di rilancio. Vincono la Francia e la Germania che incassano il successo politico-diplomatico del loro ritrovato consenso (anche al di là delle simpatie - scarse - tra i due rispettivi leader, a dimostrazione di quanto negli affari internazionali conti la sostanza degli interessi e non invece la politica della "simpatia" e delle pacche sulle spalle praticata da alcuni). Con le rispettive popolazioni relativamente al sicuro grazie ad un generoso ed efficiente sistema di protezioni sociali, le due principali economie europee preparano il rilancio della produzione con una aggressiva e concertata espansione sui mercati emergenti di Cina, Russia, Medioriente. L'asse franco-tedesco farà da locomotiva, gli altri seguiranno, se ci riusciranno, ad una certa distanza. Aumenterà il divario tra paesi europei ricchi e paesi poveri dell'Est. Aumenterà la disunione dell'Unione. Vincono Cina, India e gli altri paesi produttori che riforniscono l'Occidente di beni di consumo a basso prezzo e che potranno disporre di crediti aggiuntivi del FMI per 250 miliardi di dollari. La crescita delle loro economie ha rallentato, ma non si è fermata. Investiranno la liquidità in eccesso per sviluppare i rispettivi mercati interni e cresceranno ancora. Il loro peso economico, politico, diplomatico è destinato ad aumentare rispetto all'Occidente. Prima o poi il dollaro cesserà di essere la moneta mondiale di riferimento e non è detto che a sostituirlo sarà l'euro. Per quanto grave, l'attuale crisi è solo l'avvisaglia di un ben più grave scontro economico Oriente-Occidente che potrebbe verificarsi tra un decennio. Da ultimo, perde il resto del mondo, che rappresenta solo il dieci per cento dell'economia del pianeta, ma contiene un terzo della sua popolazione. A tutti i suoi abitanti il vertice ha riservato buone parole e la promessa che non verranno lasciati sprofondare nella povertà. Il Fondo monetario distribuirà un po' di soldi -- sei miliardi delle sue riserve auree -- e sentiremo di nuovo (l'abbiamo già sentita a Londra) la retorica dello sviluppo sostenibile, della lotta all'AIDS e degli obbiettivi del Millennio. Ma nel breve e medio periodo poco cambierà per loro.

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Riformismo e unità (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Riformismo e unità Franco Bianco, 03 aprile 2009, 17:25 Politica e cultura La prima presentazione pubblica del libro di A.Gianni "Goodbye liberismo", alla presenza di Bersani, Bertinotti e Cisnetto (oltre naturalmente all'autore) è stata l'occasione per tastare vicinanze e diversità tra esponenti della sinistra italiana. Il tutto non senza sorprese e aperture dal grande significato politico Folla da grandi occasioni, quella convenuta il 2 Aprile alla presentazione del recentissimo libro di Alfonso Gianni, edito da Ponte alle Grazie (358 pagine, 16,50 euro), intitolato "Goodbye liberismo", del quale si è già data qualche anticipazione, pochi giorni fa, su questo giornale: la saletta della libreria, pur non grandissima, era gremita. Merito, certamente, del tema che il volume affronta e della reputazione intellettuale - al di là delle condivisioni politiche, che possono esistere oppure no - della quale il suo autore giustamente gode; ma sicuramente dovuto anche agli oratori invitati a presentarlo: Fausto Bertinotti (che con Gianni è stato co-autore di parecchi libri, a partire da "Le due sinistre" dell'ormai lontano '97); Pierluigi Bersani (che nel Governo Prodi 2006-2008 è stato ministro per lo Sviluppo Economico, e lì ha avuto Gianni come sottosegretario); ed Enrico Cisnetto (meno noto dei due precedenti al grande pubblico, ma giornalista economico di vaglia, premiato anche per la sua attività di divulgazione economica; studioso dei processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale; docente di Finanza alla Scuola di Giornalismo dell'Università Luiss ed autore del volume di grande successo "Il gioco dell'Opa"). In particolare, credo esercitasse un forte richiamo la presenza contemporanea di Bertinotti e Bersani, per le implicazioni - in questi tempi così incerti, specialmente in relazione agli assetti politici italiani - alle quali può far pensare e per le prefigurazioni che può evocare, soprattutto a coloro che sono sempre a caccia di dietrologie o di significati impliciti, e comunque per l'interesse oggettivo che presenta un evento che porta ad un confronto diretto, su temi di grande rilevanza per il presente e per il futuro, di due persone come loro, che ben rappresentano le due anime classiche della sinistra che per brevità sono classificate, rispettivamente, "radicale" e "riformista". Prima di descrivere, in larga massima, gli interventi degli oratori e di dedicarvi qualche fugace riflessione, vorrei togliermi un peso e fare una considerazione, che potrei definire metodologica e che credo potrebbe essere confermata da chiunque abbia qualche consuetudine con presentazioni di volumi a qualunque tema dedicati. Succede, infatti, molto spesso - quasi sempre, direi - che coloro che sono invitati a presentare un libro finiscono poi con l'esprimere il loro pensiero sul tema del libro, scambiando quindi la presentazione di un testo per la partecipazione ad un convegno a tema. Io penso che invece, in quelle occasioni, i presentatori dovrebbero non tanto dire la loro sull'argomento del libro, ma esprimere un giudizio su come il libro ha affrontato l'argomento, mettere l'accento sui motivi di concordia o di difformità dalle tesi dell'Autore, giudicare la qualità e la congruità delle fonti richiamate, dare il loro parere sugli scenari che il libro eventualmente prefigura e sulle riflessioni che suscita, e così via: in definitiva, essi dovrebbero mettersi in qualche modo al servizio, pur criticamente inteso, dell'Autore e della sua fatica, piuttosto che approfittare della ribalta offerta dall'occasione per rappresentare la loro personale idea sul tema che il libro affronta. Sarebbe questa, io credo, una manifestazione di "bon ton" intellettuale (e non solo). Devo dire che anche l'occasione di ieri, benché tutti gli oratori abbiano fatto qualche (lodevole) sforzo per raccordarsi al motivo della loro presenza, non è stata sostanzialmente diversa dalla consuetudine che ho esposto e di cui, io penso, un autore avrebbe qualche motivo di dolersi. Ha aperto gli interventi Pierluigi Bersani, definendo il volume di Gianni "un excursus sul liberismo che permette molte riflessioni". Le sue, dette in breve, sono state le seguenti: che il ciclo economico alla cui fine stiamo assistendo, che secondo lui ha avuto inizio alla fine degli anni settanta (parere coincidente con quello di Gianni, come con quello di altri autori: Ruffolo per tutti), vede anche delle responsabilità che dovrebbero - e questo troppo spesso manca, secondo lui - suscitare indignazione, perché esso non è piovuto dal cielo: la distribuzione iniqua delle ricchezze prodotte non è avvenuta da sola, ma è opera di una classe dirigente (Bersani si riferiva, come è giusto, allo scenario mondiale). Ed anche Paesi e società politiche dalle quali ci si sarebbe aspettato un comportamento diverso - segnatamente la Cina - sono stati al gioco: quel Paese, infatti, ha accettato di buon grado di svolgere il ruolo che tornava comodo soprattutto agli USA: "produrre tutto, consumare nulla e prestare i soldi incassati agli Stati Uniti stessi"; esercitando inoltre effetti di "dumping sociale" che hanno avuto effetti micidiali soprattutto sull'Europa, poiché i costi bassi delle merci cinesi erano in primo luogo dovuti allo scarso rispetto dei diritti del lavoro (e dell'ambiente, aggiungerei). Uno dei passaggi a mio parere più interessanti dell'intervento di Bersani si è avuto quando egli ha affermato che da un lato - come scrive Gianni nel suo libro - non ci può essere il riformismo in un Paese solo, e che dall'altro regolare i mercati finanziari è un'operazione necessaria ma non sufficiente, poiché per farlo occorre (testualmente) "aggiustare le grandi politiche economiche, e per farlo ci vorrebbero classi dirigenti adeguate nelle grandi aree del mondo". Ed ha aggiunto, parlando dell'Europa e dei Paesi che la compongono, che "bisogna ripartire, ma non si può fare da soli"; ed ha anche indicato una strada precisa: la riduzione delle disuguaglianze, che oltre a rispondere a ragioni di equità genera anche un grande effetto economico. E' ben evidente, credo, il grande significato politico - per qualche verso perfino sorprendente, per qualcuno - che tali affermazioni possono rappresentare quando calate nella realtà italiana, potendo esse prefigurare (sto facendo fantapolitica?) modificazioni di "assetto politico" non marginali. Credo di poter dire che sarà questo uno dei temi principali della stagione politica che seguirà all'ubriacatura elettorale che finirà in Giugno. E' poi intervenuto Enrico Cisnetto, che ha sottolineato la sua appartenenza "azionista" e la sua ascendenza politico-culturale ad Ugo La Malfa. Egli ha affermato che la crisi spazza via quel "pensiero unico" che attribuiva al mercato la capacità di fare tutto da solo. Ma Cisnetto assume una datazione diversa, per la globalizzazione: secondo lui essa ha avuto inizio con l'89 della caduta del Muro. Mi sembra chiaro che non si tratti di una disputa cronologica, ma che tale differenza di interpretazione trovi il suo fondamento in un'analisi politica propria del filone culturale al quale Cisnetto - persona certamente brillante ed ottimo conoscitore dei fatti e delle ricadute politico-economiche - legittimamente appartiene. Egli ha previsto, su questo essendo d'accordo con gli altri oratori, l'approdo non lontano ad un nuovo ordine monetario. Ma la differenza decisiva fra un "liberal di sinistra" come Cisnetto e gli altri che sedevano a quel tavolo è il giudizio di fondo sulla globalizzazione ed i suoi effetti: egli riconosce le disuguaglianze da essa generate, ma valorizza l'effetto assoluto di miglioramento delle condizioni di vita che ha comportato - per esempio in Cina - per grandi masse (centinaia di milioni) di persone (è un po', mi sembra, il discorso introdotto da Kennedy e ripreso dai fautori della globalizzazione, della "alta marea che solleva tutte le barche", che anche un liberal come Stiglitz, vorrei ricordare a Cisnetto, ha più volte contestato, dicendo che quella marea ha invece distrutto, con i suoi effetti, le barche più piccole e fragili: non è questo che è successo?). Alfonso Gianni, nel suo intervento conclusivo, ha manifestato la sua distanza dalle valutazioni di Cisnetto: pur non sottovalutando il miglioramento delle condizioni di vita di grandi masse cinesi - egli ha detto con cognizione di causa, essendo stato più volte in Cina durante il suo sottosegretariato - non si può e non si deve dimenticare che questo effetto positivo, verificatosi soprattutto per le popolazioni costiere della Cina, è stato assolutamente ininfluente sulle condizioni delle popolazioni interne, che continuano a vivere in stato di grande povertà. Anche in questo, io penso, si manifestano le differenze politiche: nelle cose a cui si guarda, nel fatto che si faccia prevalere la soddisfazione per il bicchiere mezzo pieno o il rammarico per quello mezzo vuoto. La sinistra, io credo, deve sempre puntare a riempire il bicchiere, senza mai accontentarsi e senza smettere mai di tenere sguardo ed agire volti a tale fine. Bertinotti ha anch'egli esordito con l'esplicito apprezzamento del libro di Gianni, aggiungendo che il suo maggior cruccio sta nel fatto che non esistono luoghi in cui si possa riunirsi per studiare e riflettere insieme, poiché questo genera una dispersione di energie e competenze che potrebbero essere messe a buon frutto: "i luoghi della ricerca, a sinistra, si sono desertificati", ha egli affermato con rammarico, ed assumendosi anche la propria parte di responsabilità per non aver saputo porre rimedio a questo. Egli ha poi fatto un intervento, abbastanza lungo, nel quale ha ripresentato le tesi - peraltro molto vicine a quelle di Alfonso Gianni, il che non sorprende in due persone che hanno avuto per lunghi anni un intenso sodalizio, intellettuale oltre che politico in senso stretto, mai dismesso anche se forse un po' allentato, per necessità oggettive, negli ultimi tempi - che ha espresso in più occasioni negli ultimi tempi (ricordo le sue "15 tesi per la sinistra", nonché - oltre ad alcuni interessanti scambi con Rossana Rossanda - i suoi vari interventi su "Alternative per il socialismo", la rivista che dirige, ed in particolare quello sull'ultimo numero 8, intitolato "La costituente di una nuova sinistra, dopo la fine della controriforma"). Ma un punto mi interessa soprattutto evidenziare, un'affermazione fatta da Bertinotti in risposta ad una domanda di Myrta Merlino: egli ha testualmente affermato che "la radicalità non basta, deve stare insieme all'unità". Affermazione di non poco conto; essa mi ha richiamato alla mente un precedente di poche settimane fa, quando, in occasione della presentazione del bel pamphlet di Aldo Carra "Ho perso la sinistra" (di cui è stato scritto su questo giornale) ebbe a richiamare la proposta di Giorgio Amendola, dell'Ottobre del '64, di un "partito unico della sinistra", dicendo di essa (testualmente: e ricordo che tale affermazione fu intelligentemente colta e sottolineata da Aldo Garzia, che conduceva il convegno), che "forse a quell'epoca la proposta non era giusta, ma oggi chissà......". C'è da chiedersi se tali insistenze e ripetizioni non abbiano un senso politico, al di là di quello che hanno sul piano storico e culturale; e se il fatto che esse siano espresse in coincidenza con affermazioni come quelle - richiamate più sopra - di un politico come Bersani sia casuale o se invece possa essere suscettibile di qualche lettura e di qualche proiezione nella realtà politica che viviamo. Alfonso Gianni ha fatto un intervento conclusivo abbastanza lungo ed articolato - quasi un 12° Capitolo del suo libro, o quanto meno una corposa Appendice. Fra le molte possibili, due sole cose, per brevità, voglio mettere in evidenza. La prima è che Gianni ha richiamato fortemente il ruolo che può avere il "riformismo" (parola non proprio ricorrente nel lessico della "sinistra alternativa", né da essa generalmente molto apprezzata), ricordando anche di avere posto in esergo al 1° Capitolo del libro (e la gerarchia della collocazione probabilmente non è casuale, ritengo) un brano tratto da un intenso articolo, del 1982, di Federico Caffè, intitolato "La solitudine del riformista" (chi volesse leggerlo per intero lo troverà nella raccolta di articoli di Caffè pubblicata da "il manifesto" nel 2007, con il titolo "Scritti quotidiani"). Questa focalizzazione del ruolo del "riformismo" - che può essere "rivoluzionario", come Gianni ha detto - fatta da una persona come lui non può non fare riflettere. In secondo luogo, l'Autore ha ricordato il grande compito che sta di fronte alla sinistra (mondiale, e quindi anche europea ed italiana), che deve essere capace di elaborare una proposta politica all'altezza dei tempi, per concepire ed esprimere la quale non bastano più i giganti sulle cui spalle ci siamo appoggiati finora: essi continuano ad essere utili, ma da soli non sono sufficienti. Dobbiamo rimanere, ha detto Gianni, sulle loro spalle, ma non avendo lo sguardo rivolto all'indietro, come nel dipinto del 1920 "Angelus novus" del pittore tedesco Paul Klee, bensì guardando in avanti. Parole, anche queste, non prive di significato. Sarà interessante vedere se tutti questi "indizi" (se sono realmente tali, e non invece fortuite coincidenze, anche se è difficile crederlo) dimostreranno, nel prossimo futuro, di avere un fondamento più concreto e di poter condurre ad un qualche approdo. Intanto, vale la pena di leggere il testo di Gianni e dedicarvi molta attenzione, per le molte aperture che esso contiene e per le molte rfilessioni che può indurre. Un bel libro: rigoroso, utile, ben scritto.

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Il convitato di pietra (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 03-04-2009)

Argomenti: Cina

Il convitato di pietra Silvana Pisa, 03 aprile 2009, 19:40 Approfondimento Tre summit internazionali in Europa in questa sola settimana: oltre al G 20, la conferenza dei donatori per l'Afghanistan all'Aja e le celebrazioni per il 60° anniversario dell'Alleanza Atlantica a Strasburgo e dintorni. Il legame tra questi appuntamenti è anche simbolico perché la Nato si gioca a Kabul la sua credibilità La conferenza dei donatori è stata enfatizzata dai commentatori più per l'incontro ravvicinato di "pacificazione" tra Stati Uniti e Iran che per le decisioni prese su nuove strategie. Dalla prima conferenza dei donatori di Bonn del dicembre 2001 -a cui aveva già partecipato l'Iran - le risorse internazionali messe realmente in campo per la ricostruzione del paese sono sempre state la metà di quelle ufficialmente stanziate. Non solo: dei soldi trasferiti più della metà è ritornata ai donatori sotto forma di stipendi al personale straniero, consulenze, prebende,ecc. Con un ulteriore dato spiazzante: sul totale, la cifra destinata al militare si è sempre rivelata almeno dieci volte superiore a quella per il national building. Questa sproporzione - generalizzata per tutti i paesi coinvolti nell'occupazione afgana - nel Parlamento italiano è stata costantemente denunciata dalla Sinistra ad ogni singolo rinnovo della missione. Con queste condizioni economiche, non stupisce che, a più di 8 anni dall'occupazione, la ricostruzione dell'Afghanistan (scopo ufficiale della missione ISAF a cui partecipa il nostro paese) sia fallita: preludio ad un complessivo fallimento strategico militare. Che il tema del conferimento delle risorse sia sempre più urgente per la stabilizzazione dell'intera regione "Afpak" è confermato sia dallo stanziamento statunitense per il Pakistan di un miliardo e mezzo di $ per i prossimi 5 anni, sia dalla nuova strategia Usa per l'Afghanistan, illustrata anche all'Aja, favorevole ad un "surge" civile oltreché militare (ventimila militari in più, compresi gli addestratori, che portano le forze occupanti ad un totale di ottantamila unità). Basteranno più soldati e più risorse oltre ad una maggior coinvolgimento diplomatico dei paesi limitrofi (Iran, India, Cina e Russia) per uscire dalla sempre più limacciosa palude afgano-pachistana? Il punto critico è che le strategie sul campo continueranno a restare prevalentemente militari (utilizzo di tattiche aeree e di bombardamenti con conseguenti massacri di civili) e la commistione militare continuerà a riguardare anche gran parte degli aiuti civili (PRT e CIMIC). Di più: la denuncia della corruzione, evidenziata anche all'Aja, non è una novità. Da anni domina l'economia dell'Afghanistan: ma per colpire i corrotti occorre agire contemporaneamente anche sui corruttori e in questo caso anche gli occidentali dovrebbero farsi un esame di coscienza. Non è nemmeno nuova - tranne che per Frattini - la richiesta di una trattativa coi talebani "moderati". Il punto è che alle ripetute sollecitazioni di Karzai a trattare, i talebani hanno risposto di essere interessati solo a condizione del ritiro delle truppe straniere dal paese. Che questo sia il vero obbiettivo del "quadrilatero" talebano (talebani afgani, talebani pachistani, servizi segreti pachistani, residui Qaedisti) è dimostrato dal fatto che ad un aumento delle attività belliche della coalizione è corrisposto, recentemente, una progressiva escalation di attentati in Pakistan, il raddoppio nell'utilizzo di ordigni esplosivi nelle strade afgane, il ripetersi di attentati kamikaze nei due paesi. Sull'aumento di forze militari gli alleati atlantici vengono sollecitati in questi stessi giorni dal presidente Obama e dalla Nato: è prevedibile che la sollecitazione verrà accolta (l'Italia, che ha già in Afghanistan 2800 militari, ha deciso l'invio di altri 320 carabinieri per le elezioni e per l'addestramento, superando così la fatidica soglia delle tremila unità) anche se la crisi economica, che fino ad ora non ha toccato le spese militari, spingerà ad un'adesione entusiasta prevalentemente di facciata. Nel summit Nato si bypasserà, come sempre, il peccato originale dell'intervento atlantico in Afghanistan: la lasca legalità che ha trasformato - senza preventiva autorizzazione dell'Onu - una missione di assistenza e ricostruzione in una missione di guerra. Del resto forzature e violazioni nei confronti della legalità internazionale fanno ormai parte della storia consolidata della Nato a partire dalla fine della sua missione originaria che consisteva nella costruzione di un ombrello difensivo in opposizione alle forze del Patto di Varsavia. Invece, prima ancora dell'ufficializzazione di un suo "nuovo concetto strategico" che, modificando un'alleanza ormai priva di senso, ne costituisse la giustificazione, la Nato è intervenuta "fuori area" nei Balcani bombardando Belgrado, al di fuori di un mandato dell'Onu. Un mese dopo, il 25 aprile del 1999, la "sanatoria": gli accordi di Washington ufficializzano la nuova Nato. Non più alleanza difensiva ma offensiva, non più solo militare ma anche politica, non più geograficamente limitata ma globale. E' morto il re, viva il re. Tutto ciò non poteva non creare effetti a catena sia rispetto all'Onu (progressivo esautoramento delle Nazioni Unite) sia rispetto ad una Unione Europea politicamente ancora in fieri e perciò carente di una politica estera e di sicurezza comune. Vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno sempre teorizzato la loro contrarietà all'emergere di un sistema di difesa europeo autonomo che "potesse destabilizzare la Nato". Funzionale a questa ipotesi è stata la forzatura della Nato all'adesione dei paesi dell'Est Europeo all'alleanza. Forzatura voluta dagli Stati Uniti -azionista di maggioranza della Nato - che ha portato alla divisione tra Nuova e Vecchia Europa e ha destabilizzato gli equilibri strategici della Russia con l'accordo sull'installazione dello scudo antimissile in Polonia e repubblica Ceca. A proposito dello scudo la politica estera di Obama ha fatto un passo indietro stemperando tensioni che fino a pochi mesi fa (guerra di Georgia) risultavano esplosive. Se in occasione della guerra georgiana il presente di turno della Ue- all'epoca Sarkozy - è riuscito ad esercitare un ruolo diplomatico autonomo di pacificazione, dovrebbe stupire che invece il Vecchio Continente si stia nel complesso adeguando ad una strategia come quella della Nato che mina la sovranità dei paesi membri: si tratta della proposta, che uscirà dal summit, di emendamenti che vietano ai singoli paesi di dissociarsi da una guerra o di calibrarne attraverso i caveat la partecipazione, qualora la maggioranza degli alleati decida diversamente. Il summit di Strasburgo è stato preceduto, il 19 febbraio scorso, da un altro segnale preoccupante: il parlamento della UE ha votato, a stretta maggioranza, per un partenariato ancora più stretto con la Nato su questioni strategiche, rinunciando - di fatto - all'esercizio di una politica estera e di sicurezza autonoma e delegandone invece alla dimensione militare alla Nato (e in sostanza agli Usa). Del resto lo stesso Obama, quando a Strasburgo esprime la volontà "di un'Europa con capacità militare rafforzata nella Nato", non "rinsalda" il rapporto col Vecchio Continente nella scia della subalternità? E' solo un modo per pretendere più militari, più risorse, più mezzi per una guerra sbagliata e ingiusta come quella dell'Afghanistan? Che poi pensi di convincere in questo senso evocando che Al Qaeda ( ..al lupo, al lupo)è "più probabile che colpisca in Europea che negli USA", è avvilente. Anche perché gli attentati a Madrid e a Londra ci sono già stati e a nulla è valso che truppe spagnole e inglesi fossero già in Afghanistan. Semmai il contrario.

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La mia ricetta per la rivoluzione verde (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

La mia ricetta per la rivoluzione verde da Finanza&Mercati del 04-04-2009 Invece di giocare di rimessa sul Protocollo di Kyoto, il governo italiano dovrebbe accettare «fino in fondo» la sfida che propone l'Unione europea e puntare anche sul risparmio e sull'efficienza energetica per affrontare crisi economia e crisi climatica. Ne è convinto Roberto Della Seta, 50 anni, capogruppo del Pd nella commissione Ambiente del Senato, fino a fine 2007 presidente di Legambiente, che lanciando le proposte dell'opposizione in tema di energia dice: «Sul nucleare niente pregiudizi, ma analisi costi-benefici. Non serve né a superare la crisi né ad abbattere i costi». Parliamo di energia e clima. Cosa ci si aspetta dai negoziati in ambito Onu in corso fino all'8 aprile a Bonn, in vista della Conferenza di Copenaghen che a dicembre dovrebbe vedere la conclusione di un accordo globale in vigore dal 2013 su energia e riduzione delle emissioni? Da Bonn e dagli appuntamenti internazionali di questi giorni, a cominciare dal G20 che si è riunito a Londra, per continuare con la riunione che precederà il G8 della Maddalena e che si terrà a Washington alla fine di aprile promossa dal presidente Barack Obama, ci si aspetta che emerga la piattaforma del nuovo accordo globale per il rilancio degli obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. La novità deve essere il coinvolgimento in questi impegni delle grandi economie emergenti di Asia e America latina, quindi di Paesi non solo come Cina e India, ma anche come Brasile, Indonesia e Messico, da principio esclusi dal Protocollo di Kyoto e che invece ora devono assumere delle responsabilità nell'interesse di tutti. Se i mutamenti climatici proseguiranno al ritmo attuale avranno un costo economico che il Rapporto Stern ha quantificato nel 5% del Pil mondiale. C'è da dire che ci sono state due novità decisive negli ultimi 6 mesi che fanno ben sperare. La prima è la svolta nella posizione degli Stati Uniti, che con Barack Obama hanno messo la questione della lotta ai mutamenti climatici al centro del programma della nuova amministrazione. La seconda è che, al contrario di quanto si temeva con l'esplosione della crisi, tutti i grandi Paesi come Francia, Germania, Regno Unito oltre agli Usa hanno capito che puntare sulla green revolution, ovvero sul miglioramento dell'efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, conviene perché crea posti di lavoro, fa nascere imprese e serve a sostenere la domanda interna grazie ai risparmi delle famiglie sui costi dell'energia. Non le sembrano realistiche le preoccupazioni del ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo e di Confindustria relative a un eventuale aumento della disoccupazione a causa di obiettivi ambientali troppo gravosi per l'industria italiana? Sicuramente in un momento di crisi drammatico come quello attuale è necessario che tutte le politiche, su qualunque tema, siano compatibili con la necessità di non stressare il sistema produttivo. È un'analisi costi-benefici che può dire se un intervento è compatibile con le esigenze attuali del sistema produttivo oppure no. Invece il governo ha una posizione che è eufemistico definire timida, sostiene solo che in un momento così le imprese vanno sostenute direttamente, senza peraltro farlo concretamente. In realtà gran parte dell'industria italiana è di gran lunga più avanti. I settori più in difficoltà su sprechi energetici e trend di aumento delle emissioni sono altri: i trasporti, i consumi elettrici civili, la produzione dell'energia. Il vicepresidente di Confindustria Pasquale Pistorio, che da imprenditore è stato protagonista di quel grande caso di successo che è la Stmicroeletronics, multinazionale leader nel campo dei semiconduttori, racconta spesso come la sua azienda abbia nel giro di qualche hanno ammortizzato e alla fine guadagnato dagli investimenti fatti nel risparmio energetico. Direi che il governo e la maggioranza in Italia sono un'anomalia. Si tratta dell'unico caso di Destra europea che, oltre ad aver relegato ai margini i temi ambientali, teorizza che i cambiamenti climatici non esistono. Questa cose sono scritte nere su bianco in una mozione proposta dal Pdl che il Senato ha purtroppo appena approvato. Ritorno al nucleare. È proponibile e soprattutto conveniente? Si può essere o no d'accordo sull'idea che l'Italia torni al nucleare, ma certamente stiamo parlando di una prospettiva che non ha nulla a che fare né con l'impegno contro la crisi economica, né con l'impegno per ridurre da qui al 2020, come ci chiede l'Unione europea sulla base di un accordo che l'Italia ha sottoscritto, le emissioni dannose per il clima. Le prime centrali nucleari che eventualmente si dovessero costruire in Italia vedrebbero l'apertura dei cantieri non prima di 4 o 5 anni e comincerebbero a funzionare nel 2020-2022. Per un Paese che ha scelto 20 anni fa di abbandonare il nucleare, oggi ripensarci vorrebbe dire destinare una quantità immensa di risorse private o pubbliche, almeno 20-25 miliardi di euro, unicamente alla costruzione di 4 o 5 centrali. Il tutto per ottenere il modesto risultato di produrre con questa tecnologia una quota molto piccola di energia, tra il 3 e il 5% di tutta l'energia prodotta, e meno del 20% di tutta l'energia elettrica prodotta. Io credo che oggi all'Italia non convenga concentrare una quantità così significativa di risorse in un'unica direzione. Dopo di che sul nucleare io credo che si debba prendere una posizione laica. Senza pregiudizi ideologici. Anzi, noi pensiamo che la ricerca per arrivare al nucleare sicuro, che risolva i problemi di riduzione delle scorie e del rischio di incidenti, debba essere sostenuta e incentivata. Le imprese italiane però lamentano da sempre alti costi per l'energia. Quali potrebbero essere le misure alternative da un lato per abbassare questi costi e dall'altro però per investire sulla riconversione energetica del sistema? Credo che la strada sia quella indicata con lo slogan «Rottamiamo il petrolio». Alla Camera e al Senato è stato presentato un disegno di legge che ha proprio lo scopo di ridurre fortemente la dipendenza dei nostri sistemi energetici dal petrolio. Proponiamo varie misure, tra cui incentivi di tipo economico e fiscale. Si prevede per esempio che venga avviato in Italia un grande programma per diffondere nelle abitazioni elettrodomestici ad alto rendimento, lampadine ad alta efficienza, con il doppio vantaggio di dare un sostegno sia all'industria sia alle famiglie. In Italia si spostano su gomma i 4/5 dei passeggeri e delle merci, per questo proponiamo misure per rendere il sistema dei trasporti più sostenibile, attraverso incentivi molto più corposi di quelli previsti per l'industria dell'auto. È la stessa ricetta adottata da Obama, che non a caso ha riconosciuto nella Fiat il leader mondiale in fatto di motori più efficienti dal punto di vista ambientale. Poi si deve rilanciare il trasporto ferroviario per i pendolari. Poi servono incentivi perché le imprese possano attuare programmi di risparmio energetico. Come vede il Piano casa dal punto di vista energetico? Noi abbiamo criticato il piano casa originario del governo perché così come era stato presentato prevedeva una sorta di condono preventivo, il quarto condono edilizio. Invece riteniamo che sarebbe molto utile, e speriamo che questo sarà il risultato finale dell'accordo tra governo e le Regioni, un piano che spinga i proprietari delle case a interventi reali di miglioramento energetico ed architettonico e di rinnovamento del patrimonio edilizio. Alcune Regioni come Toscana e Trentino già prevedono un bonus volumetrico fino al 20% per chi ristruttura la propria abitazione conseguendo un risparmio energetico. Questa potrebbe essere la strada giusta, ci auguriamo che anche altre regioni seguano questo esempio.

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lecce, costa gavras star del cine festival (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XIII - Bari Il convegno organizzato dal sindacato dei critici Lecce, Costa Gavras star del cine festival In programma le anteprime di "Sbirri" con Raoul Bova e "Focaccia blues" E alla fine arriva il maestro. Costantin Costa Gavras -nel cui nome il festival del cinema di Lecce ha tracciato una settimana d´indagine filmografica intorno all´Europa - sarà nella sala 2 del cityplex Santalucia per partecipare a un convegno dedicato al suo cinema. A organizzarlo questa mattina alle 10 è il Sindacato nazionale dei critici cinematografici con il presidente Bruno Torri a moderare. Questa penultima giornata di festival (info www.festivaldelcinemaeuropeo.it) sarà caratterizzata anche dalla presenza di Raoul Bova che alle 16 in sala 1, ospite speciale del festival presenta, in anteprima nazionale il film "Sbirri" di Roberto Burchielli, prodotto dalla moglie dell´attore Chiara Giordano. Ancora un´anteprima nazionale, attesa da lungo tempo, il nuovo film di Nico Cirasola "Focaccia blues", in visione alle 22 in sala 1. Il regista sarà presente in sala per accompagnare la storia del panificio altamurano che mise in ginocchio un McDonald´s. Il festival prosegue, inoltre, con il concorso e le monotematiche su cinema bosniaco e futurismo. Mentre alle 22,30 per "Puglia Show" il progetto Made in carcere di Borgo San Nicola presenta il video "made in carcere- Ethic fashion & Design Show". (a.g.)

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venti di guerra in oriente pyongyang sfida il mondo "oggi lanciamo il missile" - federico rampini (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 11 - Esteri Venti di guerra in Oriente Pyongyang sfida il mondo "Oggi lanciamo il missile" Obama: una provocazione. Tokyo: lo abbattiamo è in grado di colpire San Francisco con una testata nucleare di ben cinque quintali FEDERICO RAMPINI dal nostro corrispondente PECHINO - Ha 9.000 chilometri di autonomia, abbastanza per colpire San Francisco con una testata nucleare di cinque quintali, e a maggior ragione le basi militari americane in Giappone. è il Taepodong-2, il missile che la Corea del Nord si appresta a lanciare nelle prossime ore sfidando le condanne della comunità mondiale. Il conto alla rovescia è cominciato stamattina. è il messaggio con cui il dittatore Kim Jong Il si impone all´attenzione di Barack Obama, obbligandolo a confrontarsi con una nuova crisi internazionale. La U. S. Navy insieme alle marine militari dei due paesi alleati più esposti - Corea del Sud e Giappone - sono in stato di massima allerta. Alcune navi da guerra sono attrezzate con le batterie Patriot per l´intercettazione di missili. Potranno entrare in azione soprattutto se il Taepodong-2 dovesse cadere sulla terraferma in Giappone, o «perdere» scorie minacciando centri abitati. Ma i militari nordcoreani hanno messo in allarme a loro volta l´aviazione. Con un monito pesante: Pyongyang considera come un´aggressione qualunque tentativo di intercettare il suo missile. I cieli sopra la Corea del Nord sono chiusi, vietati anche al sorvolo di aerei passeggeri. Tutte le compagnie hanno dovuto modificare le rotte per girare alla larga dalla zona proibita: non si sottovaluta il rischio che i caccia di Kim Jong Il possano attaccare apparecchi civili. Obama è stato costretto a reagire mentre era ancora in Europa. «Se la Corea del Nord decide questo atto - ha dichiarato da Strasburgo - collaboreremo con tutti i nostri partner nella comunità internazionale e faremo passi adeguati perché il governo nordcoreano sappia che non può minacciare impunemente la sicurezza e la stabilità di altri paesi». Ma quali siano i «passi adeguati», tali da poter influire sulle scelte di Pyongyang, Obama non lo sa. Il regime di Kim è un vero dilemma che nessun presidente americano è riuscito a risolvere. Da Bill Clinton a George Bush, alternando il dialogo alle minacce, Washington è sempre stata impotente nei confronti del «monarca rosso». Con il suo programma di armamento nucleare, e con il rischio di proliferazione verso altri Stati - canaglia, il regime di Pyongyang è una spina nel fianco permanente per Washington, Tokyo e Seul. Mentre è ambiguo il ruolo svolto dalla Cina: unico alleato-protettore della Corea del Nord, Pechino ha teoricamente un´influenza notevole perché dalle sue forniture di energia e altri prodotti dipende la sopravvivenza della dittatura rossa nel piccolo paese confinante. Già nell´ultima fase della presidenza Bush gli americani si erano rassegnati a chiedere un coinvolgimento sempre più forte della diplomazia cinese per disinnescare i progetti nucleari di Pyongyang. I cinesi hanno dato l´impressione di stare al gioco, comportandosi come un attore responsabile, e hanno assunto toni più severi verso lo Stato-vassallo. Risultati concreti, però, non se ne sono visti. I negoziati per la sospensione dei piani nucleari della Corea del Nord languono. Pyongyang non sembra avere fretta di normalizzare i rapporti con il resto del mondo. Il test del missile è stato annunciato ufficialmente con un proposito non aggressivo. Dovrebbe servire a mettere in orbita un satellite. Nessuno scopo militare, dunque, tantomeno la sperimentazione di un vettore capace di trasportare ogive nucleari fino alla West Coast americana. Ma nessun osservatore esterno prende per buona questa versione. Del resto diverse risoluzioni dell´Onu proibiscono alla Corea del Nord questo genere di test, visti i precedenti. Ci provò già nel 2006 ma allora il Taepodong-2 fallì il tentativo esplodendo 40 secondi dopo il lancio. Le spiegazioni del test che avverrà nelle prossime ore sono molteplici. C´è una lettura in chiave di politica interna. Kim Jong Il è stato colpito da un ictus di recente, si è ripreso ma la malattia ha aperto i giochi della successione, nei quali svolgono un ruolo dominante i militari. Alzare la soglia della tensione internazionale è una tattica che il regime ha sempre usato per inasprire il controllo interno, rafforzando la morsa della propaganda e del terrore su una popolazione ridotta alla fame. Sul fronte esterno il gioco al rialzo è un classico per estorcere concessioni agli Stati Uniti e ai loro alleati: Pyongyang chiede generosi pagamenti in natura per sospendere i suoi piani nucleari. Infine c´è un aspetto di marketing. E´ probabile che al lancio siano stati invitati mercanti di armamenti interessati a vendere la tecnologia nordcoreana all´estero. I clienti potenziali sono numerosi, dalla Siria all´Iran.

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- (segue dalla copertina) marek halter (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 34 - Esteri Un rabbino in visita nella città palestinese martoriata dalle bombe. Un imam tra le vedove israeliane di Sdérot. E con loro uno scrittore, francese, polacco ed ebreo. Che a pochi mesi dalla fine della guerra racconta il viaggio attraverso le frontiere dell´incomprensione. Per scoprire persone divise da un muro. Ma unite dalle stesse speranze e da uguali sofferenze "Al check point i soldati ci guardano sorpresi: da queste parti un uomo con la kippà è una apparizione del tutto insolita" "Il nostro minibus non passa inosservato, ricoperto com´è di bandiere con sopra scritto salam e shalom..." (SEGUE DALLA COPERTINA) MAREK HALTER Da dove iniziamo? Prima di tutto da Gerusalemme, città santa delle tre religioni monoteiste. Non è forse questa città che Dio aveva eletto a sua dimora? Ci rechiamo subito a far visita ad Aviva e Noam Shalit, i genitori di Gilad, il giovane franco-israeliano ostaggio di Hamas a Gaza. Hanno appena piantato la loro tenda in segno di protesta davanti alla casa dell´ormai ex primo ministro Ehud Olmert, chiedono che egli tratti con Hamas fino a liberazione avvenuta del figlio. Il nostro viaggio li mette in apprensione. Li capisco: la nostra avventura parte col piede sbagliato, non abbiamo ancora nemmeno le autorizzazioni, né degli uni né degli altri. Ci comunicano che i rabbini e gli imam muniti di passaporto israeliano non potranno varcare la frontiera. Quanto ai due popoli, ancora in lacrime per la morte dei loro cari, ancora frementi di collera, potranno comprendere le finalità della nostra iniziativa? In un silenzio inquietante, alle tre del pomeriggio, ci mettiamo in viaggio. Il nostro convoglio è impressionante: è formato da tre semirimorchi carichi di 75 tonnellate di viveri, di materiale scolastico di vario genere e di giocattoli per i bambini di Sdérot e Gaza, e da un minibus pieno di imam, preti e rabbini. Il tutto ricoperto da gigantesche bandiere svolazzanti, che riportano le scritte "shalom", "salam", "paix", "peace" e firmate dal "Congresso mondiale degli imam e dei rabbini per la pace". L´autista del minibus brontola: «Tutte le volte che passiamo qualcuno ci spara addosso». Esagera? Basterebbe che ci scagliassero un´unica pietra o perfino un solo insulto, e i giornalisti dietro di noi annuncerebbero platealmente che la nostra missione è fallita. A Sdérot i bambini restano ore e ore nei rifugi per paura dei razzi lanciati da Gaza: l´arrivo degli imam - inconcepibile ai più - potrebbe scatenare la rabbia. La popolazione di Gaza, che ha subìto due mesi di bombardamenti israeliani ininterrotti, potrebbe reagire con violenza alla vista del primo rabbino. Su queste strade lungo le quali di norma non transitano altro che carri, non passiamo inosservati, evidentemente. Molti si fermano incuriositi, alcuni alzano il pollice, come per incoraggiarci. è un gesto simbolico, ma siamo ancora lontani dal traguardo. All´ingresso di Sdérot ci aspetta una delegazione. Tra i primi che ci vengono incontro c´è il rabbino Zion Cohen, responsabile dei villaggi e dei kibbutz della periferia. C´è anche il Grande Rabbino d´Irlanda, David Rosen, l´uomo che tiene i rapporti con il Vaticano. Le autorità di Sdérot si interrogano sull´opportunità di questo nostro viaggio a Gaza. Si dice che il bambino sia l´archetipo dell´uomo. Di certo, spesso è molto più coraggioso. Ci ritroviamo circondati da un centinaio di bambini, maschi e femmine: srotolano una bandiera lunga una sessantina di metri che hanno confezionato e dipinto loro stessi per noi. Ci chiedono di portarne una metà ai bambini di Gaza. Sulla bandiera hanno disegnato il loro sogno di fanciulli: la pace. Uno dei loro disegni rappresenta due figure che si tengono per mano. Un altro due colline, una di fronte all´altra, sulla cima delle quali campeggia da un lato la bandiera israeliana, dall´altro quella palestinese. In un altro disegno ancora compaiono soltanto due parole: "Shalom", "Salam". Esattamente al centro della bandiera una pistola nera è sovrastata da un segno rosso a X. Il messaggio è chiaro: vietato uccidere. In Oriente le tenebre calano assai rapidamente. Alla luce dei lampioni, i bambini ci trascinano davanti alla loro scuola, e al seguito arrivano numerosi adulti. Ogni bambino ha una storia da raccontarci; purtroppo, si tratta sempre di una storia di guerra. Una donna piuttosto giovane, con lo scialle sulle spalle, si avvicina e ci dice che un razzo palestinese alcuni giorni fa ha ucciso suo marito. Aggiunge poi che nel luogo esatto della sua morte lei ha piantato un olivo. Con aria di sfida, ci sollecita a raccoglierci in preghiera su questo monumento funebre improvvisato. Pare sorpresa, quasi sconcertata, forse, quando noi accettiamo. L´albero sembra brillare nelle tenebre. Hassen Chalghoumi, imam di Drancy, pronuncia qualche parola in francese; Michel Serfaty, rabbino di Ris-Orangis, traduce in ebraico; Padre Mathieu, romeno, e l´imam di Bruxelles, Yacob Mahi, dicono una preghiera. Lasciamo Sdérot alle luci dell´alba per dirigerci a Gaza. Alle nove del mattino raggiungiamo la frontiera. Siamo a Erez. Questa è la tappa più pericolosa di tutto il nostro viaggio. Davanti all´ingresso di Gaza non ci sono più porte: Sansone, il personaggio biblico, le portò via. Da qualche tempo sono state sostituite da cancelli elettrici e da metal detector con i raggi X. I giovani soldati israeliani che filtrano le rare persone che aspirano a passare la frontiera ci fanno attendere: siamo ancora privi di autorizzazione. Mezz´ora più tardi, lasciano passare il nostro gruppo. Anche il rabbino. Tranne il sottoscritto. I giovani soldati sono profondamente seccati. Telefonano al loro stato-maggiore. Si sentono dire che chi che deve firmare il mio permesso è irreperibile. Il presidente di Hommes de Parole, Alain Michel, resta a tenermi compagnia. Due lunghissime ore più tardi, l´autorizzazione si palesa sul monitor dei computer delle guardie frontaliere. Il mio telefono cellulare squilla: i responsabili militari porgono le loro scuse per il malinteso. Ci lasciano ben poco tempo a disposizione: è già passato mezzogiorno e dobbiamo ripartire prima delle sedici, l´ora in cui la frontiera chiude. Alain Michel e io acceleriamo il passo. Seguiamo uno stretto passaggio tra due muri di cemento sovrastati dal filo spinato. Là soltanto gli uccelli si avventurano senza pericolo. Saliamo nella macchina che ci aspetta sul versante palestinese. Cerchiamo di raggiungere gli altri. La strada è vuota davanti a noi, possiamo premere sull´acceleratore. Dalle parti di Beit Hanoun avvistiamo delle rovine. Lungo la banchina, giù dalla carreggiata, si alzano delle sezioni di muro sfondate in più punti dagli obici e ricoperte di bandiere palestinesi. Incrociamo soltanto altri due automezzi, uno della Croce Rossa, l´altro del Consolato Generale di Francia a Gerusalemme. Gaza città non ha l´aria di aver patito i bombardamenti, a eccezione della zona che si affaccia sul mare. Il quartiere al-Rimal al-Janubi, dove si trovavano alcuni edifici istituzionali, è raso al suolo. è lì - me lo ricordo bene - che Yasser Arafat ci aveva ricevuti nell´ottobre 1995 nel suo quartiere generale di al-Montada. Ma allora vivevamo ancora il periodo euforico immediatamente successivo agli accordi di Oslo, poco prima dell´omicidio di Yitzhak Rabin. Gaza è stata fondata tra il 1400 e il 1500 avanti Cristo. Tre secoli dopo, nel 1190 a. C., un popolo di marinai originari di Creta - i filistei - occupò la città. Dall´imperatore Adriano prese nome tutta la contrada. Nel 637 i musulmani conquistarono Gaza. Nel viale Omar al-Mokhtar, l´arteria principale della città, i negozi sono aperti, i banchetti straboccano di frutta. Un commerciante espone davanti alla vetrina del suo negozio le lavatrici direttamente sul marciapiede. Al centro del cordolo erboso che separa il viale, gli uomini di Hamas hanno piantato grandi cartelli riproducenti le foto dei martiri. Con mio grande stupore, osservo ovunque ritratti di Yasser Arafat. Eppure, Hamas li aveva proibiti dopo il 14 giugno 2007, data alla quale aveva conquistato la città dopo violenti scontri con Fatah. Il centro culturale Adam, in via al-Abadidi, è stipato di gente, pare quasi dover crollare da un momento all´altro. Numerosi imam e parlamentari di Gaza ci stanno aspettando. Saliamo le scale affollate da cameraman di varie televisioni, per la maggior parte arabe. Ce n´è anche una francese, France2, e due americane. Ai vari piani la folla è compatta: non capita tutti i giorni di vedere una simile delegazione in un luogo così isolato dal resto del mondo. Alcuni funzionari di Hamas sono presenti, si sono disposti intorno al parlamentare Sayed Abu Suleyman, ma la loro presenza è discreta. Mi si avvicinano due uomini: uno indossa una kefiah, e all´orecchio sussurra «Siamo di al-Fath, benvenuti!». In piazza, davanti al Parlamento danneggiato da una bomba, la folla continua ad arrivare. Un uomo mi tira per la manica. Ha i capelli bianchi, il volto riporta segni di grande spossatezza, ha la barba mal rasata. Mi parla in arabo. Un bambinetto si offre di farmi da interprete. Il suo inglese è approssimativo: «Tutta la mia famiglia è stata sterminata», dice l´uomo dai capelli cinerei. «Allah ha salvato solo il mio fratello minore. Era in Francia durante i bombardamenti� tutta la mia famiglia�» dice con voce rassegnata. Attorno a noi si forma un capannello di persone. Un altro uomo, più giovane, allontana il mio interlocutore. Si scambiano qualche parola in arabo e il bimbo traduce: «Dice che ormai lei ne ha sentite abbastanza di storie del genere. Lui ha qualcosa di diverso da raccontarle». Vengo a sapere così che l´uomo si chiama Marwan, che abitava in riva al mare, accanto al quartiere raso al suolo dagli israeliani. Una sera, nell´oscurità più assoluta, teneva sulle ginocchia le sue due figliolette. Due soldati israeliani improvvisamente hanno fatto irruzione in casa sua. Uno di loro in un arabo stentato gli ha detto: «Non resti qui! Porti lontano di qui quelle bambine!». Pochi istanti dopo la casa è saltata in aria. L´uomo mi stringe la mano, come se fossi io quell´israeliano. Il suo sguardo è penetrante, pare infuocato. La polizia di Hamas si spazientisce. Ci esorta ad andarcene e allontana giornalisti e fotografi. Gli incontri ufficiali hanno luogo alla scuola cristiana di padre Manuel Mussalem. Si tratta della più grande scuola della città: è frequentata da 650 alunni. Cento sono cristiani, tutti gli altri musulmani. Padre Manuel Mussalem porta un enorme basco in testa e va fiero della sua scuola. Nel suo francese rauco spiega: «Questa è l´unica scuola mista�maschi e femmine insieme sugli stessi banchi». La folla, curiosa, si arrampica sui muri del cortile. I bambini giocano a fare canestro. All´improvviso il rabbino Serfaty e l´imam Chalghoumi, entrambi appassionati di basket, si uniscono a loro. Si formano così due squadre: una è quella dell´uomo che indossa la kippà, il khakham, (l´erudito, il saggio, parola identica in ebraico e in arabo), l´altra è quella dell´imam. Dall´alto, dai balconi e dalle finestre delle case circostanti, la gente si accalca, si affaccia, si appassiona alla partita. Alain Michel porta la bandiera dipinta dai bambini di Sdérot e i bambini di Gaza la srotolano. è lunga, ne occorrono parecchi per srotolarla tutta. Ci uniamo a loro. Si mettono a ballare. Il rabbino Michel Serfaty intona in ebraico la canzone popolare intitolata "Shalom Alehem", la pace sia con voi. Subito l´imam la traduce in arabo: "Salam Alaykoum". A quel punto tutti cantano: anche gli adulti che ci circondano, e la piccola folla composita che ci ha seguiti lungo la strada. I pochi uomini armati sui tetti delle case ci fissano con perplessità. Lo ripeto: sono trascorsi pochi mesi dai primi bombardamenti su Gaza. Sorpresa: nessuno ci ha sparato addosso. Anzi, in pieno centro città, gli abitanti di Gaza si accalcano intorno a un rabbino, a un imam e a un giovane scrittore francese, cantando in ebraico "la pace sia con voi". I membri palestinesi della fondazione "Hommes de parole" iniziano la distribuzione dei viveri e dei giocattoli del Convoglio per la pace. Dobbiamo rimetterci in marcia verso la frontiera. Per le strade di Gaza, noto - incredulo - le numerose giovani donne che non indossano il velo. Traduzione di Anna Bissanti

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L'Ocsesalva Macao e Hong Kong (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-04 - pag: 3 autore: L'Ocsesalva Macao e Hong Kong I centri finanziari cinesi non compaiono nella lista grigia dei paradisi fiscali Vittorio Da Rold Che fine hanno fatto Macao e Hong Kong, i paradisi fiscali più importanti della Cina? Il giorno dopo l'annuncio del G-20 che ha sancito nel comunicato finale «la fine del segreto bancario»,affidando però all'Ocse la compilazione operativa di una lista dei Paesi non cooperativi, i due territori cinesi - i centri finanziari offshore più importanti di Pechino - sono spariti nel nulla. Tra le dure reazioni di Svizzera (che detiene da sola 2mila miliardi di dollari di asset offshore) e del Lussemburgo, che proprio non ci stanno a essere considerati al pari delle mete esotiche di un film di James Bond come le Cayman, c'è la sensazione di una strana dimenticanza da parte degli sherpa del G- 20. La prima telefonata al quartier generale dell'Ocse per cercare di svelare il mistero mette in imbarazzo una serie di interlocutori che rinviano, dopo il via libera notturno del G-20, all'elenco ufficiale che divide il mondo sul segreto bancario in tre liste: la prima, quella "bianca" dei Paesi cooperativi; la seconda, quella "grigia" degli Stati che hanno accettato i principi di trasparenza e assistenza fiscale, ma che non li hanno ancora applicati; e infine la terza, quella "nera" dei quattro Paesi (Costa Rica, Labuan nella Malaysia, Filippine e Uruguay) che di cooperazione proprio non vogliono sentir parlare. La Cina, «uno Stato, due sistemi », è nella lista bianca, ma con una nota a piè di pagina che esclude i «territori con amministrazione speciale », cioè Macao e Hong Kong, i due territori capitalisti di Pechino. La logica vorrebbe che se i territori cinesi sono esclusi dalla lista bianca dovrebbero essere in quella grigia. Invece no. Cosa è successo? La risposta sembra essere in un'intesa segreta tra Ocse e Cina con la regìa politica del G-20. Il premier cinese Hu Jintao e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno avuto giovedì sera uno scambio vivace sulla questione dei paradisi fiscali nel corso di un incontro bilaterale a margine del G 20: Sarkozy voleva «risultati positivi», minacciando di lasciare la riunione se il comunicato finale fosse arrivato a «falsi compromessi». La Cina non voleva che si stilassero liste. Solo l'intervento del presidente americano, Barack Obama, ha trovato un compromesso. La lista si è fatta, ma non è del G-20: è toccato all'Ocse, organismo terzo, redigerla ed emetterla. I due territori cinesi sono finiti così in una nota a piè di pagina, cioè in un limbo giuridico. Una situazione paradossale. Un ulteriore tentativo con l'Ocse per chiarire il mistero ha ottenuto una nota sibillina: «Hong Kong e Macao fanno parte della Cina che ha numerosi accordi di scambio di informazioni e rispetta gli standard internazionali. Hong Kong e Macao hanno annunciato qualche giorno fa che si conformeranno agli standard internazionali. Si può pensare che la Cina veglierà affinché questi ultimi tengano fede alle loro promesse». Insomma l'Ocse è riuscito a far sparire i due paradisi fiscali cinesi dall'elenco confidando che Pechino veglierà sui loro propositi di trasparenza. Un punto a favore dei cinesi che sembra abbiano ricordato come nella lista non comparissero nemmeno alcuni Stati americani, come Delaware e Nevada. In questo scenario ecco perché è fondamentale la presa di posizione del governatore della Banca d'Italia e presidente del Financial Stability Board), Mario Draghi, ieri all'Ecofin secondo cui «è molto importante politicamente che si faccia luce sui paradisi fiscali». Draghi ha spiegato «che bisogna fare uno sforzo di trasparenza» ed ha rimarcato che al G-20 su questo tema «è stato fatto un notevole progresso». Più cauto invece il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, secondo cui «la materia deve essere ancora molto studiata» anche perché «i criteri di identificazione Ocse sono ancora da vedere». Certo molti sono preoccupati: se l'Austria opta per una posizionedefilata e promette collaborazione sulla «frode» dimenticando però di parlare della semplice «evasione», e il Belgio esprime «rammarico e speranza di uscire presto dalla lista» nelle parole del suo ministro delle Finanze Didier Reynders, il premier del Lussemburgo Jean-Claude Juncker, ha assunto il ruolo di leader "irriducibile". Junker nella conferenza stampa dell'Eurogruppo è tornato a criticare la lista "grigia". «Ho parlato con i colleghi di Austria e Belgio» (anch'essi nella lista ndr) rilevando come «l'Ocse non si è nemmeno premurato di contattare i governi dei Paesi interessati». © RIPRODUZIONE RISERVATA ACCORDI SEGRETI? I due territori ad amministrazione speciale non sono tra i Paesi cooperativi ma neppure tra quelli a scarsa trasparenza

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I bambini dei radioattivi anni 60 (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-04-04 - pag: 10 autore: I bambini dei radioattivi anni 60 G entili lettori nati nel 1960 e 1961, abbiamo cattive notizie per voi: siete stati sfortunati. Uno studio prodotto dall'Irsn (l'Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare francese) ha evidenziato che i bambini nati in quel biennio hanno dovuto assorbire una quantità di radiazioni molto superiore a quella di tutte le altre generazioni, tanto che la loro probabilità di avere danni alla tiroide nel corso della vita è di 40 volte superiore alla media. I problemi sono stati causati dagli esperimenti delle cinque potenze nucleari mondiali (Stati Uniti, ex Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia e Cina). La potenza totale sprigionata dai numerosissimi lancitest negli anni è stata equivalente a 440 milioni di tonnellate di tritolo, pari a 22.500 volte la potenza delle due bombe di Hiroshima e Nagasaki. Il risultato purtroppoè questo. Ma c'è di peggio: con l'affacciarsi di nuovi attori - alcuni per ora solo teorici - sulla scena nucleare, il tassametro corre.

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La Russia punta sulle armi strategiche (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-04-04 - pag: 10 autore: Gli arsenali del Cremlino La Russia punta sulle armi strategiche Antonella Scott MOSCA. Dal nostro inviato «S e fosse per me - scrive Aleksandr Golts, esperto militare- proibirei severamente ai dirigenti russi di parlare della crescente potenza delle nostre forze armate. Vladimir Putin aveva appena convocato il Consiglio di Sicurezza per proclamare i progressi delle nostre capacità di difesa, quando il Kursk affondò». Il 12 agosto 2000, la tragedia del più grande sottomarino d'attacco mai costruito colpì al cuore la Marina militare russa: una perdita aveva fatto esplodere uno dei missili a bordo, e il Kursk si portò in fondo al mare i suoi 118 uomini. Il Paese era in lutto, e fece clamore il modo in cui Putin, con un mezzo sorriso infastidito, si scrollò di dosso la domanda postagli al "Larry King Show": che è accaduto al sottomarino?, chiese il suo ospite. «è affondato» fu la risposta. Quella ruggine all'origine della perdita è il simbolo di una ferita ancora aperta. La fine dell'Urss, la perdita del controllo sui Paesi satelliti, i problemi economici avevano scosso il modello militare sovietico lasciando le forze armate allo sbando proprio nel momento in cui dovevano affrontare una realtà nuova. Come sottolinea Stratfor, l'agenzia americana diintelligence geopolitica, «in quella situazione il Cremlino si trovò a fare sempre più affidamento sul proprio arsenale strategico, a garanzia dell'integrità territoriale » del Paese. Oggi gli esperti concordano: la Russia è in grado di mantenere la parità con gli Stati Uniti sul piano strategico, il punto debole sono le forze convenzionali. Viktor Litovkin, responsabile della Rivista militare pubblicata con la Nezavisimaja Gazeta, accetta di passare in rassegna i punti di forza e di debolezza degli arsenali russi, ma ci tiene a precisare: «In Occidente c'è chi considera la Russia un continuo pericolo, e chi ci paragona a una tigre di carta che si può distruggere in un colpo solo. La verità sta nel mezzo. Ma nessuno si innervosisca: le spese militari della Russia non sono neppure confrontabili a quelle americane, 600 miliardi di dollari contro 40; sono superiori anchei bilanci della Cina, e dei Paesi della Nato che ha un potenziale militare 5/6 volte superiore a quello russo». Secondo Litovkin, gli arsenali missilistici nucleari russi sono sufficienti a costituire un deterrente, mentre la flotta dei sottomarini nucleari, 14 di cui 10 abbastanza vecchi, non può essere una minaccia per gli Usa che ne hanno due volte tanti. «Non abbiamo molte navi - continua Litovkin - ma l'incrociatore atomico Piotr Velikij ( Pietro il Grande) è unico al mondo». La Russia però conta su un'unica portaerei, la Admiral Kuznetsov, contro le 12 degli Stati Uniti. «Loro hanno basi ovunque, le nostre sono tutte vicine ai nostri confini». Nei giorni scorsi una nave militare americana ha attraccato a Sebastopoli, in Ucraina, a un passo della flotta militare russa del Mar Nero, «giusto per mostrare la bandiera», dice Litovkin e si arrabbia: «E poi dicono che gli aggressori siamo noi se parliamo di una base in Venezuela, cosa che peraltro dal punto di vistamilitare, in una zonadominata dall'aviazione americana, è assurda». La situazione più grave riguarda le truppe di terra, le difficoltà di un esercito ingombrante e obsoleto ancora impostato sui parametri della guerra fredda. La crisi economica rallenterà ulteriormente la riforma, che vorrebbe modernizzare la struttura delle forze armate. Ma il campo in cui la Russia ammette chiaramente la propria debolezza è quello delle armi ad alta precisione, le tecnologie militari, i sistemi di comunicazione. La guerra in Georgia dell'estate scorsa è stata una doccia fredda: perfino l'aviazione di Tbilisi si è rivelata tecnologicamente più avanzata. «Questa debolezza sul fronte convenzionale è alla base del fatto che la Russia, per mantenere la parità, si deve appoggiare sugli armamenti nucleari », spiega il generale Vladimir Dvorkin, un veterano dei grandi negoziati tra Usa e Urss per il controllo degli armamenti. E oggi più che mai Mosca ha bisogno di mantenere l'equilibrio nucleare: «Abbassare il livello delle testate- aggiunge il generale Dvorkin - è nell'interesse di entrambi», a causa della crisi economica. Pensando al costo di mantenimento degli arsenali viene alla mente ancora una volta un'immagine del Kursk, simbolo di un degrado economico e mora-le: nei giorni scorsi la torretta del sottomarino è stata ritrovata in una discarica di pezzi di metallo. Il progetto era farne un memoriale a Murmansk, per onorare i suoi marinai. Invece, la torrettaè stata venduta. © RIPRODUZIONE RISERVATA EQUILIBRI Mosca deve mantenere la parità con Washington sul fronte nucleare per compensare la debolezza su quello convenzionale

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gli economisti si dividono sul g20 "misure reali". "no, è scenografia" - giorgio lonardi (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 21 - Economia Cernobbio, primo bilancio sul summit. Roubini: ora la finanza è regolata. Roach: gli Usa sprecano Gli economisti si dividono sul G20 "Misure reali". "No, è scenografia" GIORGIO LONARDI DAL NOSTRO INVIATO CERNOBBIO - Economisti divisi qui a Cernobbio sui risultati del G20. Al Workshop Finanza di Ambrosetti emerge il contrasto fra lo scetticismo di Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia («al G20 darei un 10 per gli sforzi e la scenografia e un 6 scarso per le decisioni»), e l´ottimismo di Jacob Frenkel, vice presidente di Aig: «Il 50% della sfida per risolvere i problemi è identificarli e a Londra ci siano riusciti. Ed è positivo l´accordo tra i capi di Stato». Mentre Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa San Paolo, sottolinea come «il G20 sia stato un vero successo perché tiene più in conto l´equilibrio del mondo». In effetti quello fra Roach e Frenkel è apparso come un vero e proprio duello verbale. «So che chi mi sta accanto non condividerà le mie parole», ha esordito Roach riferendosi a Frenkel, «ma il G20 è stato di molte parole e di poca sostanza: oggi il problema principale per il mondo sono gli squilibri globali destabilizzanti tra nazioni che risparmiano troppo poco, come gli Usa, e Paesi che risparmiano troppo come la Cina». Ecco perché, secondo Roach, il G20 conta poco, al contrario del G2 formato da Usa e Cina, cioè «dal maggiore consumatore e dal maggiore produttore del mondo». Il giudizio di Roach non è piaciuto a Norbert Walter, capo economista di Deutsche Bank per cui «il vero G2 è quello formato da Usa ed Europa in materia di definizione delle regole». Poi Walter ha aggiunto: «Se c´è un modo di ripensare le regole globali, Usa e Ue sono i primi che possono definire standard validi nel tempo». Mentre Frenkel ha rifiutato l´idea di un G20 «come una partita di calcio in cui qualcuno vince e qualcun altro perde. Siamo come passeggeri di un stesso aereo e dobbiamo essere contenti che i piloti vedano le cose nello stesso modo». Quanto a Nouriel Roubini, professore di Economia alla Stern School of Business della New York University, uno dei pochissimi economisti ad aver previsto lo tsunami che avrebbe travolto i mercati finanziari, osserva che «nel suo insieme il G20 è stato positivo e ha avuto successo, c´è stato un ampio accordo su una nutrita gamma di questioni, ma non è la soluzione di tutto». Secondo Roubini «è stato positivo l´impegno del G20 sull´aumento dei finanziamenti all´Fmi», così come il sostegno al commercio internazionale e la regolamentazione del sistema finanziario. Sul trattamento degli asset tossici, invece, «i problemi di ogni Paese verranno risolti dalle Autorità nazionali. Non è possibile un piano globale al riguardo». Riguardo ai piani di stimolo fiscale elaborati dai vari Paesi per contrastare la crisi, Roubini non ha dubbi: «Sono misure di breve termine». E ha sostenuto che nel medio termine si dovrà fare affidamento sulla domanda interna da parte del settore privato. E l´Italia? Per Roubini qui da noi «la recessione non sarà né peggiore né migliore rispetto agli altri Paesi dell´Eurozona. L´Italia ha un sistema finanziario sano, ben sorvegliato dalla Banca d´Italia. I problemi in Italia sono più che altro strutturali».

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cina, primo scandalo finanziario la polizia perquisisce la citic - federico rampini (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 22 - Economia Dopo le perdite sui derivati e le inchieste per falso in bilancio e frode Cina, primo scandalo finanziario la polizia perquisisce la Citic FEDERICO RAMPINI dal nostro corrispondente PECHINO - E´ il primo scandalo serio che colpisce una delle grandi istituzioni finanziarie cinesi dall´inizio di questa crisi. La polizia di Hong Kong ieri ha perquisito per ore gli uffici di Citic Pacific, la filiale quotata in Borsa del colosso cinese Citic Group. Le televisioni locali hanno mostrato gli inquirenti che trasportavano casse di documenti prelevati dagli uffici della società, le cui azioni sono state sospese alla Borsa di Hong Kong. La vicenda può avere potenzialmente degli sviluppi importanti, e non solo di tipo finanziario. Il presidente di Citic Pacific, Larry Yung, è uno dei più noti finanzieri di Hong Kong ed ha anche legami con i dirigenti politici di Pechino. Suo padre Rong Yiren, fondatore di Citic, fu vicepresidente della Repubblica Popolare e quando si lanciò nel mondo degli affari venne definito il primo "capitalista rosso" della Cina. Anche se le autorità inquirenti hanno mantenuto il riserbo sugli ultimi sviluppi della vicenda, è noto che Citic è stato vittima delle più elevate perdite su titoli derivati mai subìte da una società cinese. Le autorità di vigilanza sulla Borsa di Hong Kong avevano già aperto una procedura per falso in bilancio e frode. Da ieri però è entrato in scena anche il dipartimento di polizia criminale. Sono i suoi ispettori che hanno requisito nella sede del gruppo le copie di tutti i contratti per transazioni effettuate dal 2007 al 16 marzo 2009. Citic è un conglomerato le cui attività spaziano dal settore immobiliare alla siderurgia, ma negli ultimi anni si è sviluppato il suo ramo finanziario, una vera e propria banca d´investimenti. Il mese scorso la società ha dovuto annunciare il suo primo bilancio in rosso, per perdite su operazioni in valute estere. Le vere dimensioni del "buco" sono circondate dall´incertezza, ma si sa che la casa madre di Pechino ha dovuto ricapitalizzare Citic Pacific (di cui controlla il 58%) versando alla filiale quotata di Hong Kong 1,5 miliardi di dollari Usa, e lo Stato ha contribuito con altri 2 miliardi di aiuti. Le avvisaglie dello scandalo risalgono al mese di ottobre 2008. All´epoca il presidente Yung e l´amministratore delegato Henry Fan rivelarono le prime perdite su operazioni in valuta, sostenendo che erano la conseguenza di contratti di trading effettuati senza la loro autorizzazione e a loro insaputa. In apparenza dunque si trattava di una vicenda simile a quella della Société Générale di Parigi, vittima un anno fa del trader Jérome Kerviel. Ben presto però i contorni della vicenda Citic divennero più complessi. Gli azionisti hanno denunciato i vertici del gruppo per avere atteso ben sei settimane dalla scoperta delle perdite, che risale al 7 settembre, alla loro divulgazione sui mercati. Addirittura il 9 settembre Citic pubblicò una dichiarazione ufficiale rassicurante in cui escludeva "cambiamenti negativi nella situazione finanziaria del gruppo". A ottobre con il primo annuncio di perdite il titolo Citic Pacific crollò del 42%. La versione secondo cui i vertici erano all´oscuro di tutto ha ricevuto un colpo formidabile quando si è dovuta dimettere dal suo incarico di direttrice finanziaria Frances Yung, che è la figlia del presidente. I vertici della casa madre, sempre solidamente legati al governo cinese, per il momento sembrano convinti di poter circoscrivere lo scandalo alla loro filiale di Hong Kong.

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Primi segnali di ripresa per l'economia cinese (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-04-04 - pag: 8 autore: Pechino. L'attività manifatturiera torna a crescere Primi segnali di ripresa per l'economia cinese Luca Vinciguera SHANGHAI. Dal nostro corrispondente L'economia cinese intravede un barlume di luce in fondo al tunnel della crisi. A marzo, l'indice Pmi ha realizzato il suo quarto incremento consecutivo, portandosi a 52,4 contro 49 di febbraio. Con il salto oltre quota 50, il purchasing managers index si riporta ai livelli della scorsa estate, quando la grande crisi in arrivo da Wall Street non aveva ancora contagiato la Cina. La ripresa è dunque dietro l'angolo? Probabilmente, anche se, è bene precisarlo, il dato annunciato ieri da Pechino va preso con le molle. Il Pmi, infatti, è un indicatore sintetico ampio e complesso perché compendia l'andamento della produzione industriale, della domanda domestica, delle scorte, dell'occupazione, degli ordini, del commercio estero. Per questa ragione, diversi economisti lo considerano un indice non sempre affidabile e, in fasi di grande incertezza congiunturale, a volte fuorviante. Ma in questo particolare momento, caratterizzato a livello globale da economie depresse e da umori ancor più depressi, anche il più timido segnale di un'inversione di tendenza può avere l'effetto di un tonico. Se poi questo segnale arriva dalla Cina, il Paese che a giudizio unanime dovrebbe uscire per primo dalla crisi, l'effetto del tonico risulta ancor più forte. Tutti gli economisti (compresi gli scettici) su un punto sono concordi: il miglioramento registrato a marzo dal Pmi indica che la congiuntura cinese ha già toccato il fondo. E che ora è entrata in una fase di rimbalzo destinata a prendere forza nel secondo semestre dell'anno, quando il piano di stimolo all'economia da 600 miliardi di dollari varato dal Governo lo scorso autunno inizierà a trasmettere i suoi effetti benefici alla domanda interna. «Il progresso dell'indice Pmi a marzo ci dice che l'economia cinese è tornata in una fase espansiva dopo cinque mesi consecutivi di contrazione », osserva Qing Wang, economista di Morgan Stanley. Secondo gli esperti, l'analisi disaggregata del Pmi segnala chiaramente che la congiuntura cinese è a un punto di svolta. Dopo il miglioramento quantitativo dei tre mesi precedenti, infatti, lo scorso mese l'indice ha registrato finalmente un miglioramento qualitativo, sintetizzato dai robusti incrementi messi a segno dai sotto-indicatori della produzione, dei nuovi ordini, delle importazioni e dei nuovi ordini all'esportazione. «Questa dinamica dimostra che gli investimenti infrastrutturali sono in piena accelerazione, che le banche hanno ricominciato a prestare denaro, che le transazioni immobiliari sono riprese, e che la fiducia dei consumatori è migliorata», sostiene Dong Tao, economista di Credit Suisse. ganawar@gmail.com © RIPRODUZIONE RISERVATA VERSO IL RIMBALZO? Il Pmi, l'indice che misura lo stato di salute del settore, segnala un'espansione con un rilancio degli ordini e delle esportazioni

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Se Pyongyang lancerà il missile dura reazione (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-04-04 - pag: 10 autore: LA CASA BIANCA «Se Pyongyang lancerà il missile dura reazione» Il presidente americano Barack Obama ha definito «una provocazione» il progetto nordcoreano di lanciare quello che viene presentato come un satellite per le telecomunicazioni - il lancio è stato annunciato per oggi - ma che gli Stati Uniti e la comunità internazionale pensano sia un missile balistico. La Corea del Nord, ha detto ieri Obama, «dovrebbe rinunciare» al lancio. «Se dovesse avvenire - ha aggiunto - prenderemo misure adeguate. La Corea del Nord deve capire che non può minacciare impunemente la comunità mondiale». Gli Stati Uniti, tuttavia, sperano ancora di riprendere i negoziati sul disarmo nucleare con Pyongyang entro un termine «ragionevole», ha dichiarato l'emissario degli Stati Uniti per la Corea del Nord, Stephen Bosworth, anche se il regime comunista sta per effettuare il lancio del missile. «Continuiamo ad attendere con grande interesse la ripresa » dei negoziati a sei (le due Coree, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e il Giappone) sul disarmo, ha detto Bosworth durante una conferenza stampa. «Questo resta il nostro obiettivo a lungo termine e desidereremmo tornare a questo obiettivo entro un termine il più ragionevole possibile » ha aggiunto. La Corea del Nord sostiene che il lancio mira a inviare in orbita un satellite ed è parte del suo programma spaziale. Secondo altri Paesi, il lancio mira in realtà a collaudare un missile a lungo raggio Taepodong- 2 che potrebbe portare in futuro una testata nucleare.

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Impegno da coordinare (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-04-04 - pag: 5 autore: DALLA PRIMA Impegno da coordinare Ma le crisi sono un metodo poco augurabile di ricreare gli equilibri sociali, paragonabile a chi si suicida per paura di morire. Infatti il vertice di Londra è stato insoddisfacente per chi, come chi scrive,ritiene che una risposta alla crisi vada ancora trovata, prima di tutto ripulendo le banche americane a costo di nazionalizzarle, e ricostruendo la domanda globale attraverso un credibile accordo tra Cina, Europa e America. Ma non si può negare la forza dell'impegno dei governi a Londra per i Paesi poveri o emergenti che nasce dal rafforzamento delle istituzioni finanziarie multilaterali. Forse allora davvero la crisi ci sta insegnando a essere meno egoisti e autodistruttivi? Il test più concreto del rinnovamento politico nell'economia globale sarà il contrasto ai paradisi fiscali. Si tratta di uno dei punti qualificanti dell'accordo del G 20 di giovedì («un notevole progresso su questa strada» lo ha definito Mario Draghi), ma anche di uno degli argomenti politici in cui le parole dei governi raramente vengono segui-te dai fatti. L'esistenza di oasi di evasione ha impedito proprio le forme elementari di riequilibrio fiscale tra capitale e lavoro in cui si esprimono le grandi disuguaglianze. Comeha scritto Mario Monti sul Corriere della Sera del 23 marzo, i capitali vanno dove sono meno tassati e così gli Stati «hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione». Senza coordinamento, senza cioè mettere in discussione la sovranità nazionale delle politiche fiscali, la lotta ai paradisi dell'evasione non potrà funzionare – come non ha funzionato finora – perché in un contesto di pura competizione fiscale, ogni Paese avrà interesse a proteggere alcune oasi più amiche di altre. La stessa trattativa al G-20 stava saltando perché la Cina voleva evitare l'inserimento di Hong Kong e Macao nella lista nera dei paradisi da mettere all'indice. Lo scontro di Hu Jin-tao con Nicolas Sarkozy è stato evitato solo grazie all'intervento di Barack Obama: «Un meraviglioso esempio del miglior multilateralismo» lo ha definito, forse ironicamente, il presidente americano. Allo stesso modo una concorrenza fiscale scoordinata tra i Paesi, giustificata a sua volta dall'esistenza di paradisi fiscali, continuerà a "disarmare gli Stati" nel loro compito di contenere le disuguaglianze interne grazie alla tassazione delle rendite ( una contraddizione impersonata ieri dal lussemburghese Jean-Claude Juncker, nella scomoda posizione di presidente dell'Eurogruppo e di "imputato" per il fisco del suo Paese). Coordinare la tassazione e i suoi regimi regolatori significa mettere in comune una delle forme primarie di esercizio del potere pubblico e una delle ragioni giuridiche della democrazia.Per i governi nazionali, che oggi cavalcano con disinvoltura la protesta contro il mercato globale,si tratta di una sollecitazione molto profonda ad aprire la propria politica anziché a chiuderla, a diluire il proprio potere anziché a concentrarlo. Un test della verità nei confronti delle retoriche con cui cercano di intitolarsi la protesta anticapitalista. Se davvero sono disposti a concedere la loro sovranità, per il bene comune, avranno dimostrato di saper " condividere", come dice il comunicato del G-20, anziché dividere, di voler proteggere, anziché essere protezionisti. Di non confondere cioè la critica al mercato con la difesa delle chiusure nazionali, entro cui esercitare un controllo incontrastato sul consenso politico. Carlo Bastasin carlo.bastasin@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA

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L'ottimismo degli emergenti (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-04 - pag: 12 autore: ... BANCHE CENTRALI L'ottimismo degli emergenti L' ottimismo è un bene prezioso di questi tempi. Ignorarlo sarebbe un vero peccato. Le ultime dichiarazioni provenienti da Mosca e Pechino fanno ben sperare. Secondo il governatore della Banca centrale russa, Sergei Ignatiev, «la parte più seria della crisi è terminata». Dalla Cina, il direttore dell'Ufficio nazionale di statistica, Ma Jiantang, ha affermato che «l'economia si sta probabilmente riscaldando ». I più cauti potrebbero sostenere che l'ottimismo cinese è semplicemente ilriflesso di un Paese che non conosce il problema degli asset tossici: secondo la Banca asiatica di sviluppo (Adb), le banche asiatiche hanno subito perdite legate ai subprime per 19,5 miliardi di dollari, rispetto ai 158 degli istituti americani. è anche vero però che gli ultimi segnali economici provenienti da Est sono positivi. I piani di stimolo all'economia stanno avendo i primi effetti positivi; la domanda in molti settori è in crescita.Certo,l'idea di un decoupling tra Cina e Stati Uniti, tra Asia e Occidente si è rivelata erronea, se non addirittura ingenua. Ciò detto, i grandi mercati emergenti dovrebbero essere il primo anello della ripresa. Il loro ottimismo è il nostro ottimismo.

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Danone, la formula della longevità (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-04-04 - pag: 13 autore: Danone, la formula della longevità La multinazionale francese festeggia i 90 anni con fatturato e utili in forte crescita Attilio Geroni PARIGI. Dal nostro corrispondente D anone ha 90 anni e un padre spirituale che ne ha 103. Daniel Carasso, classe 1905, si è concesso volentieri ai festeggiamenti della multinazionale francese guidata da Franck Riboud. Alto, magro e impeccabile nella sua grisaglia con gilet e cravatta, è stato il testimonial eccezionale degli eventi mediatici che hanno segnato il compleanno a cifra tonda del gruppo. è lui il piccolo Daniel - questo vuol dire Danone in spagnolo - al quale il padre Isaac volle intitolare l'azienda che nel 1919 cominciò a produrre yogurt a Barcellona per poi venderli nelle farmacie. Una storia, quella dei Carasso, che si intreccia con i grandi flussi migratori d'Europa, spontanei e forzati. Edrei di origine spagnola, esiliati a Salonicco dal XV secolo e di ritorno nella penisola iberica, dal caos dei Balcani, dopo la Grande Guerra. Daniel viene spesso a Parigi, dove ha un ufficio con segretaria nel quartier generale del gruppo,in Boulevard Haussmann,l'unico assieme a quello di Franck Riboud che transige alla regola generale dell'open space. Racconta Bernard Hours, vicepresidente di Danone: «Un mese fa abbiamo parlato del debutto in Cina delle nostre attività nei prodotti freschi. Mi ha ascoltato con grande interesse e ha fatto un sacco di domande, ha voluto sapere tutto. Poi ha detto: "Bene, bene, bisogna che vada in Cina, ma non quest'anno che non ho tempo,il prossimo". Ecco, un uomo di 103 anni che continua a pensare al futuro. Non è formidabile?». Celebrare il 90Úanniversario può essere d'aiuto e conforto morale in tempo di crisi economica, anche se l'azienda ha mostrato una buona reattività e i risultati del 2008 (fatturato in crescita dell'8,4% a 15,2 miliardi di euro e utile netto del 15% a 1,3) hanno sostanzialmente centrato gli obiettivi. Anche perché quello che gli esperti di marketing definiscono heritage, nel caso di Danone non si limita all'estetica della nostalgia, con i vecchi poster e spot pubblicitari, gli antichi vasetti di ceramica. La testimonianza di Carasso riallaccia le origini al presente, alla più recente evoluzione del gruppo. Isaac cominciò a produrre yogurt per aiutare a curare le malattie intestinali dell'infanzia. Importava i fermenti latticidall'Istituto Pasteur dopo aver seguito gli esperimenti del Nobel della Medicina Elie Metchnikoff, che lavorava nello stesso istituto. Oggi Danone e i suoi uomini non si stancano di ripetere il mantra che è diventato missione: «Promuovere la cultura della salute attraverso l'alimentazione, raggiungendo il maggior numero di gente possibile». La tradizione del prodotto, marchio di fabbrica dei Carasso, che si combina con la strategia d'impresa e comunicazione dei Riboud: prima il mitico Antoine, patron ad alta sensibilità sociale, poi il figlio Franck, nel segno del padre ma con un surplus di capacità mediatica e affabulatoria. Con la fusione del 1973 tra Danone (spagnola) e Bsn (francese) si può dire che il contenuto finisce nel contenitore e lo yogurt scivola nel vetro prodotto su scala industriale dai Riboud, costretti dalla crisi petrolifera a riconvertirsi nell'agroalimentare. La cooperazione con l'Istituto Pasteur è tuttora attiva e anzi è stata rilanciata e i prodotti dell'ultima generazione sono spesso alimenti a duplice effetto.Activia aiuta l'assimilazione intestinale, Actimel a rafforzare le difese immunitarie, Danacol a ridurre il colesterolo cattivo, «nell'ambito di una dieta equilibrata». Il Centro di ricerca Danone a Palaiseau, a sud di Parigi, è il centro nevralgico di questa innovazione produttiva con uno staff di 500 persone. A conferma dell'importanza sempre più strategica dell'elemento salute, c'è la svolta del 2007, quando il gruppo vende il produttore di biscotti Lu e compie l'acquisizione più importante della sua storia rilevando per quasi 12 miliardi di euro l'olandese Numico,specializzata nell'alimentazione infantile e nella nutrizione medicale. «Danone, il dessert delle digestioni felici». Lo slogan del momento? No, quello del primo yogurt commercializzato in Francia ottant'anni fa. Il successo di questi prodotti è indiscutibile, ma accanto ai blockbuster si segnala anche qualche esperienza non esattamente positiva, come Essensis, lo yogurt con effetti benefici per la pelle. Lanciato nel 2007, è stato da poco ritirato dal commercio in Francia e anche in Italia, complice la difficile situazione economica, in attesa di tempi migliori: «La crisi ci ha spinto a lavorare di più sui prezzi a gestirli in maniera diversa, il che non significa necessariamente ridurli, ma proporre accanto ai prodotti premium altri più abbordabili poiché il problema del potere d'acquisto è un problema reale», spiega Bernard Hours. Il manager è però convinto che Danone uscirà più forte da questa crisi e che se i mercati dell'Europa Occidentale registrano oggi segni negativi, buona parte di quelli emergenti sono ancora in positivo. Ecco perché la cartina geografica dello sviluppo internazionale del gruppo continua ad allargarsi a macchia d'olio, anche con modelli di business low cost, come quelli sperimentati in Bangladesh e in Mozambico, oppure in Paesi ad alta crescita demografica, quale l'Indonesia, dove in un anno nascono tanti bambini quanti in Europa. «L'importante è reagire e noi lo stiamo facendo- continua Hours- . L'attività creata da Carasso ha attraversato momenti peggiori, del resto. Due guerre (la Guerra civile spagnola e la Seconda guerra mondiale, ndr) uno shock petrolifero e la neces-sità, più volte, di dover ripartire da zero. Per noi è un ottimo esempio di come si ci possa risollevare e adattarsi a questo nuovo contesto ». Ma Danone festeggia i 90 anni anche perché la storia dello yogurt, la sua leggenda, è una storia di longevità: come certe popolazioni dei Balcani e come lo stesso Daniel, splendido centenario che continua a fare la spola con disinvoltura tra Parigi e Barcellona. INNOVAZIONE E RICERCA Nel Centro di Palaiseau uno staff di 500 persone lavora ai nuovi prodotti - La collaborazione scientifica con l'Istituto Pasteur rafforza il vantaggio competitivo

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I giovani commercialisti: la burocrazia ci ostacola (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 04-04-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: NORME E TRIBUTI PROFESSIONISTI data: 2009-04-04 - pag: 25 autore: Il congresso di Varese. Alleanza generazionale con le sigle imprenditoriali I giovani commercialisti: la burocrazia ci ostacola Collegi sindacali, sotto tiro le rendite di posizione Federica Micardi VARESE. Dal nostro inviato Eliminare barriere di età e vincoli burocratici che ostacolano l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro è l'appello delle associazioni giovanili di professionisti e imprenditori. Le rappresentanze – comprese gli aderenti a Confindustria, Confcommercio e Confapi – si sono ritrovate d'accordo su una delle possibilità di uscire dalla crisi: occorre puntare su talento e meritocrazia, a costo di mettere in discussione le posizioni acquisite. Una linea comune sancita al 47esimo congresso nazionale dell'Unione giovani dottori commercialisti ed esperti contabili (Ungdcec), in corso a Varese. «Dobbiamo eliminare – sintetizza il presidente Ungdcec, Luigi Carunchio, al termine della giornata di confronto – i limiti per l'accesso alle professioni, così comei lacci burocratici che complicano l'attività. Non ha più senso, per esempio, richiedere una certa anzianità di iscrizione all'Albo per arrivare alle cariche di categoria né mantenere un sistema che, a scapito della concorrenza, privilegia chi è arrivato prima». Carunchio tocca il problema dei collegi sindacali. «La possibilità di cumulare incarichi nelle non quotate e magari prevedere l'incumulabilità nelle quotate non risolve la questione. Gran parte del nostro tessuto produttivo – spiega Carunchio – è costituito da società medio- piccole. Se si continua a permettere che gli anziani facciano collezione di incarichi, tutto ciò non può che essere visto come un costo. Invece, occorre difendere la funzione del collegio sindacale quale strumento capace di cogliere segnali di allarme: ma il professionista deve avere tempo e possibilità di farlo». Carunchio si fa portavoce anche delle istanze di semplificazione legislativa. «Non abbiamo studiato – dice –per vivere di complicazioni: in un Paese civile la dichiarazione dei reddito dovrebbero farla direttamente i contribuenti, mentre ai commercialisti si deve lasciare spazio per essere i consulenti dell'impresa». E nella platea del congresso si possono raccogliere storie di chi nella professione ha trovato spazi innovativi. Due fra tutte. Raffaella Oldoini,genovese,classe '68,è diventata esperta in bilanci museali. «All'inizio, dieci anni fa - racconta- ho seguito un master sulla gestione dei musei. Ero l'unica dei compagni di corso ad avere una formazione economica». Ora Oldoini, con due colleghe, una di Prato e l'altra di Bari, sta creando un network per valorizzare i beni artistici. Fabio Pessina, 43 anni, commercialista in Monza, mentre assisteva nel 2007 a una partita allo stadio Milano. Il vicino di posto si è rivelato essere Armando Tschang, della Osama Spa. Da lì è partita l'avventura di aprire, con altre tre colleghi, uno studio a Shangahai, in Cina, all'interno dell'Italian center, di proprietà di Tshang, che tra le cariche ha anche quella di presidente dell'Agenzia per la Cina. «Tschang ci ha chiesto una mano - racconta - per seguire le aziende che si rivolgevano a lui per aprire attività in Cina o fare acquisti spot o cercare fornitori». © RIPRODUZIONE RISERVATA Dibattito aperto. Un momento dell'incontro di ieri MARIOMICIELI.NET

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i vecchi fantasmi dell'alleanza - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-04-2009)

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Pagina 31 - Commenti I VECCHI FANTASMI DELL´ALLEANZA (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Gliene offre l´occasione la presenza di Barack Obama. Un neopresidente americano la cui visione del mondo è assai diversa da quella del suo predecessore, anche per quanto riguarda il ruolo e la natura dell´Alleanza; e la cui presenza coincide con un momento gravato da rilevanti problemi irrisolti. Un momento appesantito sulle due sponde dell´Atlantico dalle conseguenze sociali e politiche della più grave crisi finanziaria ed economica dagli anni Trenta; dalla minaccia terroristica del dopo 11 settembre e dal conseguente impegno della stessa Alleanza in Afghanistan; e, per quanto riguarda in particolare l´Europa, dai non semplici rapporti con la Russia, strascichi di una guerra fredda emersi l´estate scorsa, con la crisi georgiana. In quelle settimane è stato come se i fantasmi sepolti nell ´89, sotto le rovine del Muro, e poi usciti dalla Storia nel ´91, con l´implosione dell´Unione Sovietica, si agitassero all´improvviso nelle tombe. Quest´impressione è stata particolarmente viva nell´Europa centrale, nei paesi appena entrati nella Nato («come in un rifugio»), un tempo satelliti dell´Urss, e storicamente inquieti per la vicinanza geografica della Russia. Queste diverse dinamiche geopolitiche, senza uno stretto nesso, hanno reso attuale la necessità di rafforzare il legame transatlantico, i cui valori e significati non sono valutati soltanto con un´ottica militare. La necessità non è condivisa da tutti sul nostro Continente, anzi è avversata da non pochi, lo dimostrano in queste ore le manifestazioni ostili alla celebrazione del compleanno della Nato (l´Organizzazione, appunto, dell´Alleanza), in cui molti vedono un puro strumento dell´egemonia americana. Mentre altri, pur non manifestando, si chiedono a cosa serva quell´alleanza dal momento che, con la dissoluzione del Patto di Varsavia, l´alleanza dell´impero sovietico defunto, essa ha perduto la sua iniziale ragion d´essere. Il dibattito è particolarmente vivo in Francia, dove Nicolas Sarkozy, annullando la decisione presa dal generale de Gaulle nel ´66 (che espulse dal paese le basi militari americane e svincolò l´esercito francese dal comando integrato, pur restando nell´Alleanza), ha scelto di ritornare in pieno nella Nato, con la sola eccezione del «Gruppo dei piani nucleari», per conservare l´autonomia della forza atomica nazionale. Nell´opposizione di sinistra, ma anche tra i gollisti tradizionalisti, il ritorno nel comando integrato suscita reazioni che vanno dalla perplessità all´indignazione. Poiché si tratterebbe di un tradimento dell´eredità gollista, e di una rinuncia all´indipendenza rispetto alla superpotenza americana. In realtà la Francia ha già via via reintegrato, di fatto, tutte le componenti dell´organizzazione, e quarantatrè anni dopo, in una situazione internazionale cambiata, non fa una grande differenza che dei generali francesi occupino dei posti di responsabilità nel «Comitato dei piani di difesa», dove si prendono le decisioni militari. Perché, dice Sarkozy, rinunciare a posti di comando, quando partecipando sul terreno a operazioni come quella in Afghanistan, si devono eseguire ordini superiori impartiti da altri? Il presidente non ha del tutto torto, ma, psicologicamente e simbolicamente, il pregiudizio resta. Il ritorno della Quinta Repubblica nel comando integrato è «come un bel mazzo di fiori» ossequiosamente offerto, in occasione del 60esimo anniversario della Nato, al neopresidente americano nella bella città francese di Strasburgo, dice con ironia un esponente della sinistra antiatlantica parigina. In realtà il vecchio antiatlantismo non ha molti motivi per sopravvivere o deve essere riveduto e corretto. Ossia adeguato a quello che adesso è l´Alleanza atlantica, la quale ha anagraficamente sessant´anni, ma, avendo avuto più vite, nella sua più recente e ancora indeterminata versione è, appunto, costretta a riflettere su quello che farà da grande. Essa ha saputo sopravvivere alla fine della guerra fredda, vinta senza sparare un solo colpo di cannone. E si è adattata alla nuova realtà internazionale. Invece di scomparire come un´organizzazione militare ormai inutile, ha al contrario esteso le sue competenze e la sua area d´azione. Poteva spodestarla una difesa europea, ma questo non è avvenuto perché gli europei non sono stati capaci di crearne una, impediti dai costi e dai nazionalismi, oltre che dal timore di urtare la Nato dominata dagli americani. Il dinamismo della Nato postsovietica è servito anzitutto, in un primo tempo, a una vasta operazione di allargamento nell´Europa centrale e orientale, ansiose di ritornare in Europa e di sottoscrivere al tempo stesso un´assicurazione anti-russa. L´Alleanza atlantica è cosi arrivata sotto le mura dell´ex impero sovietico, ferendo l´orgoglio della Santa Russia, postcomunista. Ma l´evoluzione militare è avvenuta con la guerra nei Balcani, in Bosnia e nel Kosovo, quando gli europei si sono resi conto di non essere in grado di contenere la fiammata di violenza ai confini dell´Unione. L´Onu non essendosi rivelata all´altezza, essi si sono rivolti alla Nato, scoprendo che gli americani erano più che riluttanti ad intervenire. James Baker, il sottosegretario americano dell´epoca, disse: «We don´t have a dog in this fight». In sostanza: quella guerra non ci riguarda. è sotto la pressione dei governi europei (in Italia governava la sinistra) e delle opinioni pubbliche, compresa quella americana, sensibilizzate dai massacri e dalla pulizia etnica, che la Nato intervenne. E fu il suo battesimo di fuoco, fuori dai suoi confini, ossia non in difesa di uno Stato membro dell´Alleanza, come prevede l´articolo 5. Il grande salto è poi avvenuto con l´Afghanistan. L´estensione del raggio d´azione dall´Europa all´Asia è avvenuta attraverso diverse tappe. Ma quella è adesso la grande spedizione, di cui Barack Obama parlerà oggi a Strasburgo con i capi di Stato o di governo dei ventotto paesi dell´Alleanza. La Croazia e l´Albania sono gli ultimi arrivati. L´America di Bush jr avrebbe voluto integrare nella Nato l´Ucraina e la Georgia. Ma gli europei l´hanno impedito per non urtare la Russia. Per non provocarla. Ricordo questo episodio perché dimostra come nell´Alleanza atlantica gli Stati Uniti non esercitino l´egemonia di un tempo, pur restando di gran lunga la decisiva e insuperabile potenza militare. Nel 2003, non solo la Francia con un unico piede nella Nato, ma anche la Germania, membro a pieno titolo e fino allora disciplinato, condannò apertamente la guerra di Bush jr in Iraq. E oggi gli europei impegnati in Afghanistan respingono le richieste di aumentare gli effettivi dei loro contingenti, mentre Barack Obama, deciso a dedicare a quel conflitto tutti gli sforzi consentiti dal graduale disimpegno in Iraq, conta di raddoppiare, quasi, quelli americani. Di portarli da 38000 a 68000 entro la fine dell´anno. La vecchia Nato, che inquadrava di fatto l´Europa, si sarebbe trasformata, sostengono gli atlantisti più fervidi, in qualcosa di simile a «un´Onu transatlantica, riservata ai paesi democratici, e destinata a operare nel mondo». Penso che si possa essere atlantisti secondo le situazioni. Non ci può essere un culto della Nato. La Nato può essere una colonna vertebrale in un mondo disarticolato. Con Obama è certamente una colonna vertebrale meno rigida che con Bush jr. Diventa un altro strumento. Non soltanto di guerra. Il dialogo con l´Iran, finora intrattabile, è appena iniziato a un tavolo dell´Alleanza, sul tema dell´Afghanistan. La « dichiarazione sulla sicurezza dell´alleanza» che verrà adottata a Strasburgo nelle prossime ore dovrebbe servire da traccia per la futura concezione strategica, da presentare a Lisbona nel 2010, quando l´Alleanza nata sessant´anni fa dovrà decidere cosa fare da grande. Ossia quando il mondo multipolare oggi in gestazione comincerà precisarsi. Con la Cina, l´India, il Brasile sempre più presenti sulla ribalta. La Nato si dovrà adeguare. E noi potremo liberamente giudicarla, come oggi, per quel che fa non per quel che è.

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Ora l'Europa litiga sulla lista. Dopo la decisione unanime del G20 di lanciare la battaglia con... (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 04-04-2009)

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La battaglia contro i paradisi fiscali divide l'Europa. Lussemburgo irritato: è nella lista. Giudizi divisi anche sull'esito del G20. Tremonti: i giochi sono ancora da fare. Franceschini ottimista. Ora l'Europa litiga sulla lista. Dopo la decisione unanime del G20 di lanciare la battaglia contro i paradisi fiscali, diversi Paesi finiti nella lista grigia dell'Ocse si ribellano. Il più esplicito è il Lussemburgo, il cui premier è anche presidente dell'Eurogruppo riunito ieri a Praga. Parlando nella capitale ceca Jean-Claude Juncker si è lamentato di non essere stato avvertito dall'ocse per l'inserimento nell'elenco dei Paesi che si sono impegnati a rispettare le regole, ma non le hanno ancora sostanzialmente applicate (lista grigia). Stessa irritazione - secondo Juncker - anche da Austria e Svizzera. DRAGHI SODDISFATTO Insomma, la lotta agli evasori internazionali non è facile da digerire neanche all'interno dell'Unione. Lo sa bene Mario Draghi, che in veste di presidente del Financial Stability Board ha presentato al vertice le sue indicazioni per una maggiore trasparenza dei mercati. «È molto importante politicamente che si faccia luce sui paradisi fiscali - ha dichiarato ieri - Il principio di base è che nessuna istituzione finanziaria che abbia una rilevanza sistemica deve sfuggire alla regolazione e alla supervisione. In questo senso le decisioni prese a Londra costituiscono notevole progresso». Soddisfazione sulle decisioni finali del G20 anche dal segretario Pd Dario Franceschini. «Mi pare importante- dice ai microfoni del tg3 - che i grandi Paesi del mondo facciano scelte insieme, che abbiano capito che non bastano più scelte prese nei confini nazionali. Importante soprattutto per i paradisi fiscali». malumori Le dichiarazioni di soddisfazione fioccano, il giorno dopo il G20. In effetti i risultati del vertice sono stati superiori alle attese (che erano sostanzialmente a zero). Ma le sue conclusioni hanno provocato non pochi malumori. Tanto che ieri a Praga il ministro Giulio Tremonti ha lasciato intendere che i giochi sono ancora tutti da fare. La fine del segreto bancario per il ministro italiani è «il simbolo del nuovo mondo». Ma si può davvero già parlare di fine? Secondo il ministro italiano le liste dei paesi considerati paradisi fiscali stilate dall'Ocse e richiamate dal documento finale del G20 di Londra, sono solo un punto di inizio anche perché «i criteri di identificazione usati dall'organizzazione sono ancora da vedere». Per Tremonti quello dell'Ocse è stato «un criterio empirico ma non sarà l'unico». Sembra proprio un tentativo, quello del ministro, di pacificare una guerra già scoppiata tra i Paesi inseriti nell'elenco dei «cattivi» e quelli rimasti magicamente fuori. L'esempio è la Cina, che non compare con Hong Kong. Ma non sono da meno gli Stati Uniti, che hanno il Delaware e il nevada al loro interno. Si sa che la Cina, dopo un lungo negoziato a Londra è riuscita a ottenere l'esclusione. In Europa protesta anche la Svizzera, che aveva iniziato un difficile negoziato per allentare il suo segreto bancario e oggi si ritrova nella lista incriminata. La Confederazione ha sostenuto un lungo contenzioso con la nuova amministrazione Usa, che chiedeva informazioni su alcuni clienti della banca Ubs. Subito si è aperta una trattativa per l'alleggerimento del segreto, e stando alle dichiarazioni di Berna il 13 marzo scorso il governo ha annunciato l'allentamento. Reagisce con nonchalance, invece, San Marino, che promette: presto nella lista bianca. Silenzio assoluto dai 4 Paesi della lista nera (Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay) che finora non hanno accettato nessun accordo sugli standard fiscali internazionali. B. DI G. ROMA bdigiovanni@unita.it

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PAROLE SOSPESE NEL NULLA L'innominabile di Beckett in mano ai Marcido Marcidorjs diventa una ricerca espressionista (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 04-04-2009)

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PAROLE SOSPESE NEL NULLA «L'innominabile» di Beckett in mano ai Marcido Marcidorjs diventa una ricerca espressionista MARIA GRAZIA GREGORI Il nulla, lo scorrere del tempo apparentemente immobile, l'impossibilità di comunicare, il cercare senza meta, l'andare e il venire, l'immobilità e il desiderio di movimento, il silenzio e la parola in libertà, il monologo spesso scelto come forma privilegiata di racconto anche quando si dialoga. Beckett, insomma. Riconfrontandosi con un autore con il quale si sentono particolarmente in sintonia, il gruppo torinese dei Marcido Marcidorjs, da anni una della realtà più stimolanti della teatro di ricerca, dopo Happy Days in Marcido's Fields (da Giorni felici) e Trio Party (da Quella volta, Dondolo, Non io) scelgono un romanzo non molto frequentato del grande scrittore irlandese L'innominabile (1953), adattato non solo per le scene ma anche e soprattutto al modo di pensare, di «fare», di vivere il teatro dei Marcido. Che il teatro cominci, allora. Ecco un sipario con un uomo nudo ritratto: una specie di Buddha solitario che guarda nel vuoto incerto fra la contemplazione e l'inquietudine. Poi il sipario si apre e in scena appaiono cinque grandi croci di latta alle quali stanno legati per le mani - ma forse dovrei dire crocefissi -, cinque personaggi che hanno sopra la testa una corona di latta alla quale stanno appese delle mollette per il bucato. È una ben strana «crocifissione» quella inventata dal talento visionario di Daniela Dal Cin. E i cinque appesi alle croci in questa specie di cimitero espressionista portano una tuta di colori diversi, enormi scarpe nere da clown e soprattutto maschere grottesche e quasi animalesche che ricoprono interamente i loro volti, con grandi, sporgenti occhi a palla destinati a rimanere eternamente spalancati - si direbbe - sul nulla. Le parole si trasformano in polifonia in un concerto di voci a cinque dove i solisti sono tre (Marco Isidori che è anche il regista, Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, bravissimi) mentre Anna Fantozzi e Stefano Re sono il coro. GESTI DA MARIONETTA Isidori trasforma le parole del narratore del romanzo in un fluviale monologo dai diversi segmenti dove ci si interroga senza speranza sul senso della vita cercando e non cercando più, smettendola di ragionare e continuando a farlo, cominciando senza avere mai cominciato. Voci e suoni sottolineati, data la costrizione del luogo, da una gestualità da marionetta biomeccanica, monadi apparentemente chiuse in se stesse che invece continuano a cercare l'altro: così quest'essere dalla testa enorme moltiplicato per cinque che s'interroga sul senso della vita e che non può fare a meno di sentirsi ancora parte del genere umano ci commuove per questa sua ricerca disperata. Uno spettacolo che possiede una grande forza interiore e plastica che riempie i vuoti, i silenzi, i punti di sospensione, l'ironico e disperato nulla del testo beckettiano. Per cercare ancora e ancora come ci si dice nel bellissimo, spiazzante finale sull'onda dell'inimitabile voce di Mina. .Ma bisogna che il discorso si faccia Da Beckett, regia di Marco Isidori Scene e costumi di Daniela Dal Cin Milano Teatro Out off fino all'8 aprile ****

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Androidi in pedana La ginnastica e l'arte ai tempi dei robot Con gli Europei in corso a Milano riflettori accesi sugli atleti costretti a evocare sempre più spesso Blade Runner per (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 04-04-2009)

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Androidi in pedana La ginnastica e l'arte ai tempi dei robot Con gli Europei in corso a Milano riflettori accesi sugli atleti costretti a evocare sempre più spesso «Blade Runner» per i movimenti iperbolici e veloci. La caccia alle «bambine» ROSSELLA BATTISTI Quando Harrison Ford nelle ultime scene di Blade Runner va a caccia della replicante Pris, questa lo assale partendo con una raffica di volteggi all'indietro - una serie di flic flac micidialmente perfetti. La regia di Ridley Scott era chiara: puntava a svelare fino in fondo la natura dell'androide. Il paradosso è che i flic flac di Pris potrebbero benissimo essere presi a modello dalla ginnastica artistica di oggi. Nelle gare in corso agli Europei individuali di artistica, per esempio. Pechino insegna, il nuovo codice dei punteggi colpisce duro e indica che il miraggio inseguito è quello di movimenti iperbolici, sempre più veloci, sempre più difficili. Cioè inumani. Accorciando la miccia di fine carriera per gli atleti di questa disciplina. Se prima le stagioni dell'oro potevano susseguirsi con buone probabilità, premiando i sacrifici immensi richiesti da questa disciplina, adesso è buona la prima. La seconda è un'impresa da supereroi. Il mito di Cassina Prendi uno come Igor Cassina. Una torcia umana di energia, il primo ginnasta al mondo ad eseguire un Kovacs teso con avvitamento a 360° sull'asse longitudinale e battezzarlo così con il suo nome. Ci ha vinto Atene 2004 (primo azzurro in vetta sul podio della sbarra) e ci ha perso Pechino 2008 (quarto per delle imprecisioni). Gli Europei sono la sua ultima frontiera: se non vinco, mi ritiro, dice Igor, 31 anni, che punterà di nuovo sul suo Kovacs. Il «Cassina 1», perché un infortunio gli ha fatto abbandonare la seconda variante. L'orizzonte corto riguarda ancora di più le atlete. La ginnastica artistica femminile è un moloch che vuole corpi sempre più giovani, flessibili, impalpabilmente leggeri. Guai a tradire la linea da giunco con una curva di seno o di fianchi. Guai a diventare donne. La Cina ha messo alla sbarra bimbe in forte odore di infanzia. Pollicine meccaniche, di poco superiori al metro. Uguali, seriali, elettroniche. Vanessa Ferrari, lo scricciolo d'oro, ci ha sbattuto la zampina contro queste robottine impeccabili. Un tendine d'Achille stirato ed è stata débacle. Agli Europei ci riprova, la Vani, mentre già fa capolino l'esordiente Emily Armi. Intanto, la forbice di sensibilità motoria tra i comuni mortali e i ginnasti si divarica oscenamente. Gli uni imbolsiti da una routine del quotidiano tra computer e tv. Gli altri lanciati in un iperuranio acrobatico a fare cose che noi umani... Ci si domanda se tutto questo farà ancora spettacolo, se l'occhio potrà seguire e apprezzare ciò che si conclude in una manciata di secondi, così veloce da diventare una macchia sullo schermo. Per recuperare l'estetica della visione «artistica», bisognerà chiedere a David Michalek di fare anche per la ginnastica una video installazione come quella di «Slow Dancing» che riprendeva 46 danzatori con un effetto iper-rallentato in grado di rivelare la bellezza del movimento resa subliminale dalla velocità. Fermare la corsa altrimenti sembra impossibile. Philip K. Dick si chiedeva se gli androidi sognano pecore elettriche. Quello che è certo è che oggi i ginnasti sognano androidi flic flac... L'analisi

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Corea, oggi in orbita il missile-spia La Casa Bianca insiste: (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 04-04-2009)

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MONDO 04-04-2009 Corea, oggi in orbita il missile-spia La Casa Bianca insiste: «Rinunciate» TOKYO. La Corea del Nord mette a punto gli ultimi preparativi del suo missilesatellite da mandare in orbita già oggi, mentre Barack Obama insiste e dice che Pyongyang «dovrebbe» invece rinunciarvi. «Se dovesse avvenire ha ammonito il presidente americano prenderemo le misure adeguate, la Corea del Nord deve capire che non può minacciare impunemente la comunità mondiale» . È una «una provocazione» , ha aggiunto Obama. «Altri Paesi sono sulla stessa linea degli Usa» , ha spiegato, lasciando intendere il ricorso a iniziative a livello di Consiglio di sicurezza dell'Onu. Un'azione che, secondo gli osservatori, avrebbe registrato il disappunto della Cina, «l'alleato» più vicino a Pyongyang, contraria all'applicazione di altre sanzioni o all'inasprimento delle attuali contro il regime comunista. Per il premier giapponese Taro Aso e il presidente sudcoreano Lee Myungbak il satellite può essere mandato in orbita già oggi, condizioni meteo permettendo. Torna insomma il pressing internazionale per evitare un evento che porterebbe forti elementi d'instabilità regionale facendo salire le tensioni. A confermare le indiscrezioni di fonti militari Usa sulla imminenza del test missilistico, ci ha pensato il premier nipponico Aso per il quale il missile balistico «volerà sul Giappone» oggi, cioè già nel primo giorno utile se le condizioni meteo saranno favorevoli come previsto. Taro Aso ha detto che se così fosse sarebbero «violate le risoluzioni Onu» richiedendo «un messaggio appropriato» . Racconta di aver discusso della sicurezza della regione con il presidente cinese Hu Jintao che «segue da vicino la situazione nordcoreana» . ( A. E.) Il sito di lancio del missile

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Austria, Belgio, Lussemburgo: i europei si difendono (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 04-04-2009)

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ECONOMIA 04-04-2009 Austria, Belgio, Lussemburgo: i «paradisi» europei si difendono DA MILANO I mpossibile fare finta di niente e sedersi al tavolo dell'Ecofin come se quello di Praga fosse un semplice incontro di routine tra i ministri dell'E- conomia europei. La sera prima, a Londra, i 20 grandi hanno accusato duramente i paradisi fiscali. Francia e Germania hanno insistito perché contro i 38 Stati della lista 'grigia' dell'Ocse si applicasse la linea dura. La mattina dopo, a Praga, all'incontro dell'Eurogruppo che precedeva l'Ecofin, i ministri di alcuni di quegli Stati erano lì, seduti e infastiditi. Belgio, Austria e Lussemburgo sono in quella lista, ma sono anche nazioni dell'Ue. Paradisi fiscali europei, secondo l'Ocse. Contro i governi dal fisco facile o dai conti in banca troppo protetti servono sanzioni rapide, annunciava ieri il ministro dell'Economia francese Christine Lagarde, applaudita dal suo collega tedesco Peer Steinbrueck. Jean- Claude Juncker non l'ha presa bene. Primo ministro del Lussemburgo e presidente dell'Eurogruppo, Juncker ha definito «incomprensibile il trattamento riservato a certi Paesi». L'Ocse «non ci ha nemmeno avvertiti», si è lamentato Juncker, e non si capisce, ha continuato, come mai mancassero dalla lista Hong Kong e Macao (legati alla Cina) o il Delaware e il Nevada, stati americani con politiche fiscali ultraleggere. In effetti «non fa piacere trovarsi in quella lista» ha ammesso il collega belga Didier Reynders. È più che altro una questione di tatto. I tre paradisi fiscali europei si sarebbero aspettati un atteggiamento più comprensivo, dato che hanno già avviato i negoziati per mettersi in regola con il 'Model Tax Convention' dell'Ocse, in particolare con l'articolo 26, quello sullo scambio di informazioni e il segreto bancario. La Svizzera, che non è nell'Ue, si è offesa. Il ministro delle finanze, Hans-Rudolf Merz ha definito «deplorevoli» i criteri usati dall'Ocse: «La Svizzera non è un paradiso fiscale, rispetta gli impegni ed è pronta al dialogo». (P. Sac.)

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