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DOSSIER “CINA”

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T ARTICOLI DEL  17-21 gennaio 2009 #TOP



Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (39)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

le previsioni di bankitalia non sono astrologia - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Il mantenimento di un ritmo elevato di crescita in Cina e in altre economie emergenti, con la sostituzione dei consumi interni alle esportazioni, offrirebbe il sostegno migliore all´economia mondiale e un contributo decisivo alla riduzione dei suoi squilibri.

"che emozione avere in casa borel e tutti i miei eroi" - guido andruetto ( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: 42 aveva dieci anni ed era il figlio di "Cin" Bonardi, il padrone di casa che accolse nella sua "Villa Sorano" i calciatori - Mio padre aveva aperto loro la dimora di campagna e lì vivevano come in una comunità. C´erano tutti i miei eroi: Foni, Borel, Parola, Vittorio Sentimenti, il mitico portiere Perucchetti, che poi sposò una ragazza di Alba,

in viaggio con faravelli e i suoi carnet d'egitto - gian luca favetto ( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: è accaduto negli anni passati con il Mali e la Cina, e poi con l´India, dove è andato per vedere l´elefante, come recita il sottotitolo di quel volume. Ora ha messo nel suo carnet l´Egitto, la traversata da Sud a Nord, da Abu Simbel ad Assuan, fino a vedere Il Cairo e poi raggiungere Alessandria.

chinatown, in 41 a processo - davide carlucci ( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: con tanto di bandiere rossa della Cina brandite in segno di sfida. Il giudice dell´udienza preliminare Vincenzo Tutinelli ha rinviato a giudizio tutti i quaranta "insorti" per una sfilza di reati: dalla radunata sediziosa all´interruzione di pubblico servizio, dalla resistenza e violenza a pubblico ufficiale alle lesioni volontarie, al danneggiamento.

meno compratori a pitti uomo "ma il crollo non c'è stato" ( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Gran Bretagna, Grecia, Giappone, Russia, Spagna, Usa e Turchia. Quando si dice di mercati che cambiano. E rapidissimamente perché sembra ieri che si diceva non ci sono più gli americani ma ci sono i russi e i cinesi. A fine fiera, resta l´impressione di una manifestazione che, visti i tempi, si è concentrata sull´ottima qualità,

col festival del cinema bari cambia davvero - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 18-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: festival in Cina, nella capitale Pechino, invitato dall´Istituto Italiano di Cultura. Non solo. L´enorme afflusso di pubblico, molte migliaia tra spettatori e fruitori delle varie sezioni che hanno composto l´offerta della rassegna, sono la dimostrazione di una azzeccata scelta organizzativa, che ha fatto di Bari in questi giorni non solo la vetrina delle ultime produzioni filmiche d´

Laogai ( da "Avvenire" del 18-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Wu ottenne persino il permesso di lasciare la Cina e nel 1985, con 40 dollari in tasca, Wu approdò in America ansioso di cominciare una nuova vita. Ma non di dimenticare. Se la sua storia di abusi e pestaggi quotidiani si era chiusa, le sofferenze di centinaia di migliaia di prigionieri dei laogai continuavano.

elettriche, non troppo le big three indietro - daniele p. m. pellegrini detroit ( da "Repubblica, La" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la BlueZero Ma la grande sorpresa resta per tutti la Cina Il domani dell´auto è elettrico Carburanti alternativi e nuove tecnologie proteggeranno persone e ambiente Il futuro verso cui la nostra casa automobilistica si sta dirigendo è verde, high tech e globale Resto convinto che i costruttori innovativi in tutte le tecnologie pulite hanno davanti un brillante avvenire DANIELE P.

montano fa pace con l'italia - mattia chiusano roma ( da "Repubblica, La" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: non confermato da Scarso prima di passare alla Cina e vincere l´oro nella gara individuale a Pechino. Aldo reagì malissimo, trovando la solidarietà di altri atleti, Scarso rispose piccato: «Cominci pure le procedure per un nuovo passaporto». Il presidente ha fatto capire chiaramente che il francese non tornerà alle dipendenze della Fis, ma i margini per recuperare Montano ci sono.

Recessione e debito, i due volti della crisi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: in Cina del 14,5% mensile, in Taiwan del 18%, in Germania del 10,6% e di quasi il 12% rispetto a un anno prima. è vano illudersi che anche il settore manifatturiero italiano non sia travolto da questo crollo degli scambi mondiali. Inoltre, il nostro settore produttivo sconta un lento ma grave accumulo di perdita di competitività,

Petrolio, investimenti fermi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina Qualcuno ancora ci crede. Iran e Cina hanno firmato un contratto da 1,76 miliardi di dollari (1,33 miliardi di euro) per sviluppare il giacimento petrolifero di Azadegan del Nord, nel sud-ovest della Repubblica islamica. L'accordo tra China National Petroleum Corporation e la National Iranian Oil Company porterà a un estrazione di 75mila barili di greggio al giorno.

Il Kirghizstan vuole chiudere la base Usa ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La Russia resiste al rafforzamento dell'influenza dell'Occidente e della Cina nelle Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Durante la visita a Mosca, Bakiev firmerà un accordo con la Russia per un credito di 2 miliardi di dollari a condizioni molto agevolate, di cui 1,7 miliardi per la costruzione di una centrale geotermica.

Un poker contro la recessione ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina riuscirà a reggere l'urto? Il rischio maggiore sul piano economico è una risposta fiacca da parte degli Usa, ma quello che succede in Cina potrebbe avere conseguenze più profonde e durature nel quadro storico generale. Perché la Cinaè un Paese di colossali tensioni e fratture nascoste, e se la situazione economica si facesse difficile queste potrebbero esplodere in conflitto

Sassuolo si clona in Russia e guarda alla green economy ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Brasile e Cina compresi. Posizioni raggiunte mantenendo e ristrutturando l'identità manifatturiera. Fatta da dieci multinazionali tascabili, da Marazzi che ha 3mila addetti, Panaria 1.700, Concorde 1.500, e Emil Ceramica più di mille. Ognuno di questi gruppi si è internazionalizzato con impianti in Nord America,

Radio24, da domani novità e grandi firme ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Stefano Pistolini dopo aver seguito e analizzato le trasformazioni della Cina Olimpica e dell'America che andava verso il voto, apre una finestra quotidiana sugli Stati Uniti del neopresidente Barack Obama (martedì il giuramento alla Casa Bianca) e sugli equilibri mondiali. Confermati gli appuntamenti classici di Radio 24 con Gianluca Nicoletti e Melog 2.

Manas, il distretto dà un calcio alla crisi ( da "Finanza e Mercati" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Ormai la Cina ha un vantaggio modesto nei confronti, che so, della Romania». Quindi si torna a casa? «Dipende. Per un certo tipo di calzatura delocalizzare è indispensabile. Ma noi ormai puntiamo alla Cambogia o al Myanmar». Sic transit gloria mundi. Manco il tempo che si spenga l'ultima eco dell'allarme Cina ed ecco che le cose cambiano.

"si potrebbero risparmiare quattrocento vite all'anno" - federica cravero ( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la zona dei Grandi Laghi e la Cina. Torino per esempio registra all´anno quattro volte i superamenti di una metropoli come Parigi». Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati dei miglioramenti. Bisogna continuare sulla linea delle politiche adottate? «Varrebbe la pena studiare in maniera sistematica l´incidenza che ogni provvedimento ottiene sul miglioramento della qualità dell´

"napoli protagonista delle missioni nello spazio" - renato sartini ( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina. Napoli, che ha saputo fare tesoro di decenni di esperienza nel campo della ricerca spaziale, riuscirà a essere protagonista dei futuri programmi spaziali internazionali? «La scelta di continuare a investire sull´esplorazione umana dell´universo puntando sulla realizzazione di una base lunare da cui inviare uomini alla volta di Marte nei prossimi quaranta anni spetta agli Stati

dai pub al vecchio west un marchio per il mondo - franco vanni ( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: dagli Stati Uniti alla Cina. E quasi ovunque l´insegna è guarnita di riferimenti da fare drizzare i capelli in testa ai leghisti: «pizza», «maccaroni», addirittura «Papa», romano da sempre. Però il nome, a giudicare dalla diffusione, piace. Non solo agli emigranti meneghini, che portavano in paesi lontani l´orgoglio di essere nati nel capoluogo,

il lingotto si rilancia in usa e detroit punta sulle "small" - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina e attraverso questa in Asia, ma il dialogo da quella parte del mondo si è rivelato sempre lento e complicato. Con gli americani Marchionne, oltre ad avere una maggiore consuetudine di dialogo, ha la possibilità di scambiare una tecnologia di cui la Fiat dispone andando a incrociare con il bisogno della Chrysler di uscire dalla sua crisi e ottenere gli aiuti dal governo Usa,

Pericolo Buy America ( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina ha ormai superato la Germania e si avvicina a occupare il secondo posto nella gerarchia mondiale. Il peso e la capacità di ciascuno dei membri dell'Unione Europea di difendere i propri interessi di fronte alle sfide globali e di influenzare la definizione di un nuovo ordine mondiale, dipenderà quasi esclusivamente dalla nostra capacità di costruire istituzioni che ci consentiranno

Ordine da 87 milioni per la Mermec ( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: tecnologia in più di 40 Paesi nel mondo e nel 2008 si è aggiudicata i contratti per la fornitura di sistemi diagnostici per il treno di misura ad alta velocità spagnolo, per un veicolo di misura a Taiwan, per sistemi di visione in Francia, sistemi diagnostici in Brasile, Cina, Repubblica Ceca. Aggiudicati anche i contratti per la fornitura di servizi di misura ed ispezione in Turchia.

Non saremo neo-protezionisti ( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: interesse anche di Tokyo espandere le relazioni con la Cina. Non dimentichiamoci che più si è della famiglia meno si stanno a vedere le formalità,per cui non c'è da offendersi se a volte i politici americani che vanno in Cina non fanno uno scalo a Tokyo. stefano.carrer@ilsole24ore.com INTERESSI RECIPROCI «Non esistono questioni economiche domestiche contrapposte a quelle internazionali»

Export ad alto rischio nell'Est Europa ( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la Russia e la Cina. Durante la conferenza, alla quale hanno preso parte economisti, manager, imprenditori e il governatore della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, interessante è stata la testimonianza sulla Cina dell'amministratore delegato del gruppo Fives, conglomerato attivo nell'industria dell'auto, nella logistica,

Il consumatore emergente ha il cuore ambientalista ( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina e Brasile è passato a un nuovo prodotto perché quest'ultimo prometteva di ridurre lo spreco di materiali, piuttosto che di utilizzare energie alternative o impiegare componenti riciclati. «Al momento – spiega Nicolini – sono avvantaggiati i produttori di beni, rispetto ai fornitori di utility,

Bush, difficile rimpiangerlo Domani non sarà mondo nuovo ( da "Avvenire" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: giungendo al culmine con la guerra in Iraq), sia con le principali potenze mondiali: Russia, Cina, Brasile e altri Paesi sudamericani. Naturalmente si è trattato di un unilateralismo parziale, come stanno a dimostrare i buoni accordi sul nucleare e la capillare rete di alleanze minori di cui la stessa guerra in Iraq ha potuto godere.

Quando si rinuncia alle cure ( da "Famiglia Cristiana" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: hanno in Cina non più in Brianza. La coreografia è rassicurante. Ma è lunedì mattina e mio fratello si è improvvisamente aggravato. Un medico è seduto alla scrivania. Alle sue spalle un manifesto che è un marchio di fabbrica, certifica una ben precisa appartenenza ecclesiale, intransigente sui valori.

Effetti collaterali, Gaza e dintorni ( da "AprileOnline.info" del 20-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: per ragioni politiche (non si possono criticare troppo Russia e Cina) o di lontananza (continente africano). Rispetto soltanto a 10 anni fa c'è stato un mutamento degli atteggiamenti verso il Medio-Oriente ed in particolare verso il conflitto israelo-palestinese nelle elités intellettuali e nei gruppi dirigenti dei partiti di sinistra.

riciclo, la plastica finisce bruciata - laura montanari ( da "Repubblica, La" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Così una porzione della carta da imballaggio già usata viaggia fino alla Cina per essere trattata e tornare a trasformarsi poi in nuovi imballaggi. Persino in Cina però è arrivata la crisi e dopo il blocco delle importazioni di ottobre e novembre a dicembre e a gennaio c´è stata una nuova apertura, una piccola ripresa e il macero italiano si è rimesso in viaggio via mare.

l'industria non si muove più crollano le vendite di macchinari - giorgio lonardi ( da "Repubblica, La" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: coinvolge anche Cina, India e Medio Oriente. E allora? I produttori puntano intanto l´indice contro le banche italiane e le società di leasing. Losma parla di «una situazione anomala», dovuta non soltanto alla scarsa propensione agli investimenti da parte delle imprese manifatturiere «ma anche alla pesante restrizione del credito operata da istituzioni bancarie e società di leasing,

Ora spazio alla green economy ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Se gli Usa o la Cina o grandi paesi europei decidono di sostenere l'auto e l'Italia no significa che la Fiat muore. E con essa un pezzo importante del mondo produttivo italiano. Credo tuttavia che la soluzione debba essere globale e che non si tratti di trovare soluzioni vecchio stile.

Ducati si allea con l'indiana Tcs (Tata) ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Un obiettivo al quale la casa di Borgo Panigale non sacrificherà l'italianità della propria tradizione manifatturiera, ma che cercherà di raggiungere accrescendo la propria internazionalizzazione. Un processo che nel giro di pochi mesi vedrà l'apertura del primo concessionario indiano, a Mumbai, a cui farà seguito l'espansione nei mercati emergenti di Brasile e Cina.

Premiate le relazioni Italia-Cina ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Imprese Premiate le relazioni Italia-Cina MILANO C'è anche una novità, il premio all'imprenditoria femminile, alla sesta edizione del China Trader Award, il riconoscimento per le aziende italiane che sviluppano relazioni con Hong Kong e Cina organizzato da Cathay Pacific Airways che sarà assegnato oggi durante una cena di gala a Palazzo Mezzanotte.

Il rilancio riparte dai territori ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: che riguardassero l'Italia, gli Stati Uniti o la Cina, si facevano a Santeramo in Colle, il paese vicino a Bari dove c'è il quartier generale della società. Poi, i manager che riportano direttamente all'amministratore delegato sono diventati 17 e la direzione generale mondo è stata suddivisa in 6 region.

Brembo apre gli impianti in India ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina) e del sud est asiatico. La filiale indiana, che cambierà presto nome da Kbx in Brembo Brake India, è stata costituita nel febbraio del 2006 come joint venture paritetica tra Brembo e il colosso tedesco della componentistica Bosch. La stima di fatturato 2008 è di circa 105 crore (al cambio attuale più di 16,

Zegna: Mercati spiazzati da saldi e precollezioni ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: abbiamo venduto bene in Cina e in Sudamerica, soprattutto in Brasile e Messico; poi anche in Corea. Decisamente in frenata, invece, l'est Europa, in particolare la Russia». E gli Stati Uniti, che per Zegna sono un mercato importante (il 25% circa dei ricavi)? «Il retail, cioè le vendite dei nostri negozi, sono andate abbastanza bene;

Adozioni internazionali: il 2008 anno record ( da "Avvenire" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: 43 per cento sono bambini tra i 5 e i 9 anni Ora anche dalla Cina Adozioni internazionali: il 2008 anno record Giovanardi: in Italia sfiorata quota 4mila DA ROMA ANGELO PICARIELLO I l 2008 è stato un «anno record» per le adozioni internazionali in Italia. Sfiorata quota 4mila (3.977), con un buon incremento rispetto all'anno precedente, che aveva già registrato un trend positivo,

le alleanze del Lingotto ( da "Avvenire" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: CHERY In Cina per produrre le Alfa Romeo Nell'agosto del 2007 Fiat e Chery hanno siglato una joint venture per produrre vetture Alfa Romeo e Chery in Cina, a Wuhu, nella provincia di Anhui. Le due aziende prevedono di realizzare 175 mila automobili all'anno, a partire da quest'anno.

Fiat-Chrysler, accordo anti-crisi ( da "Avvenire" del 21-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: riparte dunque dagli Stati Uniti per completare quel mosaico di alleanze che, dalla Cina alla Russia, dovrebbe consegnare Fiat al futuro. «Sceglieremo noi il partner», aveva concluso l'8 febbraio nel salutare i manager. Da preda predatore, l'ha scelto in fretta, edificando un nuovo ponte fra Torino e Detroit senza spendere mezzo euro.


Articoli

le previsioni di bankitalia non sono astrologia - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 19 - Economia LE PREVISIONI DI BANKITALIA NON SONO ASTROLOGIA Due anni di calo del Pil e degli investimenti aumentano la disoccupazione (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) La notizia, di indubbio rilievo, suscita alcune questioni.1) Se si tratti di astrologia, ovvero di previsioni prive di una seria base tecnica. Purtroppo no. Il 2008 (-0,6% del prodotto) è già storia, decimale più decimale meno, e finisce pessimamente, con clima di fiducia delle imprese e ordini nell´industria a minimi storici. Il 2009 sopporta questa eredità. Comunque, anche scontando un margine di errore del 10%, il segno meno resta, con un calo pari a quello del 1975. 2) Se l´andamento così previsto configuri una questione grave, potendosi ragionare che il prodotto arretrerebbe di sole due caselle, tornando all´incirca ai livelli 2006. Questa aritmetica, certamente corretta, non giustifica valutazioni riduttive. Due anni di calo del prodotto e di caduta degli investimenti provocano un aumento della disoccupazione e soprattutto un abbassamento del prodotto potenziale, ossia di quello che l´economia potrebbe ottenere in condizioni di occupazione normale. La lunga recessione di oggi riduce la crescita possibile di domani. 3) Se l´economia italiana sia messa meglio o peggio di quella di altri paesi. Per oltre un decennio, quale che fosse il governo, l´Italia è stata in coda agli altri paesi europei. La produttività del lavoro e quella totale dei fattori sono rimaste piatte o, addirittura sono calate, con perdita di competitività nonostante la modesta crescita dei salari. Nel 2008 la nostra caduta è stata più accentuata di quella dell´area dell´euro; nella quaresima generalizzata del 2009 (e con la fauna celtica e iberica ridotta oggi in pessime condizioni) è probabile o possibile che non faremo peggio degli altri. Magra consolazione. 4) Che fare allora? Domanda da svariati trilioni. Due premesse: l´Italia è un soggetto passivo (sia pure più debole) di questa vicenda ciclica, innescata altrove da cause a noi estranee; come si diceva un tempo del socialismo, la politica di stimolo praticata in solo paese, per di più piccolo, ha effetti solitamente modesti. Si può fare allora affidamento sulle politiche perseguite altrove? Soprattutto negli Stati Uniti, la politica monetaria sta facendo di tutto e di più La banca centrale americana si è messa in regime ZIRP, il leggiadro acronimo che battezza una politica di tasso d´interesse zero (zero interest rate policy). Ciò non bastando, e lo zero rappresentando un limite invalicabile, la banca ha intrapreso una decisa politica di offerta di credito (credit easing): non solo offrendo liquidità a breve e a medio termine su garanzia di titoli, ma anche acquistando titoli dal mercato: in pochi mesi l´attivo della Federal Reserve e la quantità di moneta che ne è controparte sono aumentati di ben due volte e mezza! Più lenta e con maggiore timidezza, anche la Banca Centrale Europea comincia ad avvicinarsi a uno ZIRP. Ma, per tante ragioni che studiammo da giovani, la politica monetaria, pur se aggressiva, si manifesta insufficiente in una situazione di recessione così acuta e diffusa. Anche la politica di bilancio pubblico soffre di limiti notevoli. Nei paesi con famiglie indebitate e con prezzi delle case in crollo (Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda, Spagna), è probabile che una riduzione di imposte venga usata per ripagare un po´ di debito, con stimolo modesto per i consumi. I programmi di investimento pubblico, più efficaci, richiedono tempi lunghi per il loro avvio. Nei paesi con scarso debito privato ma con alto debito pubblico, o comunque con una situazione di finanza pubblica strutturalmente squilibrata, una manovra espansiva può costare molto di più del previsto, a motivo degli effetti negativi sul costo del debito (si vedano le punizioni inflitte a Grecia e Irlanda). Nel caso dell´Italia, nell´impossibilità di recuperare le risorse dissipate a giugno con l´abolizione dell´Ici sulla prima casa (a favore dei più abbienti), lo strappo alla regola potrebbe e dovrebbe riguardare essenzialmente il potenziamento della troppo tenue rete di protezione per i disoccupati e i non occupati, il cui numero certamente aumenterà. Nei paesi industrializzati dunque le politiche procedono a tastoni, per tentativi: riusciranno probabilmente a evitare una ripetizione degli anni trenta, ma non a garantire una pronta ripresa. Paradossalmente (per i nemici della globalizzazione) il rimedio migliore ai guai dell´Occidente potrebbe venire dall´Oriente. Il mantenimento di un ritmo elevato di crescita in Cina e in altre economie emergenti, con la sostituzione dei consumi interni alle esportazioni, offrirebbe il sostegno migliore all´economia mondiale e un contributo decisivo alla riduzione dei suoi squilibri.

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"che emozione avere in casa borel e tutti i miei eroi" - guido andruetto (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XII - Torino "CHE EMOZIONE AVERE IN CASA BOREL E TUTTI I MIEI EROI" "La Signora si allenava al Coppino e andava a Torino solo per la partita In primavera se ne andò, poi si sospese il campionato" "Il jolly della squadra, Magni, scendeva tutte le mattine a fare la spesa con un carretto tirato da un asino" Nell´inverno 1942-43 i bianconeri si trasferirono ad Alba per sfuggire ai bombardamenti. Un episodio poco conosciuto che ora torna alla luce grazie a un libro e a una mostra GUIDO ANDRUETTO a Juventus in fuga per la vittoria, sfollata ad Alba per continuare a giocare e ad allenarsi in condizioni di relativa tranquillità, mentre a Torino imperversano i bombardamenti e il calcio italiano entra nella sua stagione più nera, quella della guerra. è l´inverno del ´42, il momento più delicato e anomalo della storia della Juventus, a quel tempo guidata dal portentoso centravanti Felice Borel detto "Farfallino", che si trova costretta a lasciare il campo di gioco nel capoluogo piemontese per rifugiarsi sulle colline di Alba, in una casa di campagna in regione Serre che una famiglia del posto, i Bonardi, mise totalmente a disposizione della squadra. E se fino ad oggi quell´inverno è rimasto muto, come congelato nei ricordi delle persone più anziane di Alba, adesso riemerge dagli archivi privati di molti illustri cittadini, che riaprono le porte delle loro memorie giovanili dopo quasi settant´anni di silenzio, grazie anche alla collaborazione della società bianconera, il cui presidente, Giovanni Cobolli Gigli, si sta attivando personalmente per favorire il recupero di tutte le testimonianze dirette e indirette che esistono su questo soggiorno forzato della "Signora" ad Alba, in tempi di guerra, e che finiranno in un libro di prossima pubblicazione (indicativamente a marzo, lo presenterà in un incontro con la stampa Giampiero Boniperti) per le Edizioni Albesi e a cura di Roberto Cerrato, che è il capo di gabinetto del sindaco di Alba, e di Ettore Paganelli, ex primo cittadino albese. «Pur trattandosi di una parentesi relativamente breve nella lunga epopea juventina - precisa Cobolli Gigli - questa storia minore, del tutto inedita e praticamente sconosciuta, ci restituisce però una squadra il cui pregio maggiore è stato proprio lo spirito di adattamento, unito a una forte capacità di reinventarsi, anche nelle situazioni più perigliose e drammatiche della vita. Per noi che oggi guardiamo quasi unicamente ai risultati delle partite, da una settimana all´altra, è un piacere immenso scoprire questo passato silenzioso che rispunta per ricordarci ciò che siamo stati: una squadra capace di affrontare le avversità mettendosi realmente in gioco, e cioè non rinunciando mai a giocare». è infatti una lezione di autentico attaccamento al giuoco del calcio, quella che ci arriva dalla Juventus sfollata ad Alba nei primi anni Quaranta, e i cui giocatori nel trasferirsi dovettero temporaneamente allontanarsi dalle loro case a Torino: «Ho dei ricordi ancora vivissimi - confessa Mimmo Bonardi, che nel ´42 aveva dieci anni ed era il figlio di "Cin" Bonardi, il padrone di casa che accolse nella sua "Villa Sorano" i calciatori - Mio padre aveva aperto loro la dimora di campagna e lì vivevano come in una comunità. C´erano tutti i miei eroi: Foni, Borel, Parola, Vittorio Sentimenti, il mitico portiere Perucchetti, che poi sposò una ragazza di Alba, io li avevo visti soltanto sul Calcio Illustrato o nei cinegiornali, e me li ritrovavo davanti in carne ed ossa». Gli aneddoti più curiosi? «Il jolly della squadra, Pietro Magni, era quello che tutte le mattine scendeva ad Alba a fare la spesa con un carretto trainato da un asino. Pur essendoci il razionamento, alcuni negozianti che tifavano per la Juventus, cercavano comunque di rifornirlo al meglio. La squadra invece, durante il giorno, si allenava al Coppino, e una volta alla settimana rientrava a Torino per la partita, mentre per le trasferte partivano da Alba con il treno. Conservo una cartolina che mi spedirono da Trieste. Dalla nostra cittadina se ne andarono invece definitivamente nella primavera del ´43, dopodiché giocarono ancora qualche gara di campionato e poi ci fu la sospensione per la guerra». Sono ricordi che si intrecciano a quelli di un altro anziano tifoso juventino di Alba, Mario Fontani, che allora era un ventenne e correva al Coppino per incontrare i suoi miti: «Ma non andavo solo al campo - dice - per incrociarli bastava passeggiare in piazza del Duomo, e poi con alcuni di loro si sono creati anche ottimi rapporti di amicizia. Custodisco diverse foto che lo testimoniano». Ci fu anche qualche malumore legato a quella permanenza: «Mia madre si infuriò per il disordine che lasciarono in casa - racconta Bonardi - ma non poteva che finire così con venti uomini alloggiati in poche stanze e due sole domestiche, peraltro vecchiotte, a rassettare».

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in viaggio con faravelli e i suoi carnet d'egitto - gian luca favetto (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XII - Torino Le immagini e le parole dell´artista accompagnano dalle sorgenti del Nilo al Cairo IN VIAGGIO CON FARAVELLI E I SUOI CARNET D´EGITTO GIAN LUCA FAVETTO l viaggio di un pittore è sempre una lentezza portata a spasso, un recupero di tempo. Non sono i piedi a farlo, sono gli occhi e la mano. Il suo viaggio diventa così una collana di scorci, immagini, apparizioni. Stati d´animo in forma di paesaggi o di figure. Chilometri tradotti in pagine. Così viaggia Stefano Faravelli, torinese, cinquant´anni, pittore e sapiente. Come se non bastasse, viaggia due volte: sulla terra e sulle mappe, come chiunque, ma anche nei suoi taccuini, dove disegna e colora, dove ferma le impressioni e la bellezza che coglie intorno. Annota idee, considerazioni, curiosità. Schizza desideri e ipotesi, rêverie e fantasie come acquarelli. Lui viaggia e, quando torna, pubblica i suoi taccuini in preziosi volumi per i tipi della EDT. Così puoi partire tu per il tuo viaggio, che è stato il suo, seguendone le orme, le impronte di pittura. è accaduto negli anni passati con il Mali e la Cina, e poi con l´India, dove è andato per vedere l´elefante, come recita il sottotitolo di quel volume. Ora ha messo nel suo carnet l´Egitto, la traversata da Sud a Nord, da Abu Simbel ad Assuan, fino a vedere Il Cairo e poi raggiungere Alessandria. Non senza concedersi un paio di occasionali deviazioni e divagazioni. Un viaggio lungo il Nilo, discendendo la corrente. In barca a vela, a bordo di un´elegante feluca. Fiume e deserto. Monumenti e uomini. Sabbia, cartoline, piante, animali, etichette e francobolli, interni ed esterni, giorni e notti, banchine, palazzi, case, minerali, compagni di viaggio e amuleti. Di tutto questo è fatto l´Egitto di Stefano Faravelli pubblicato nelle scorse settimane dalla EDT, 102 pagine di grande formato, 35 euro. Soprattutto è fatto di visioni e ricordi. Gli appunti e le tempere di Faravelli sono il riassunto di tante minime storie, a volte grandiose, sempre affascinanti, risucchianti. Il suo lavoro restituisce una terra che è immaginazione e leggenda, archeologia visionaria. Riesce a trasmettere una felice sensazione di gioco e di pace. Così che ti viene voglia di metterti a giocare in pace con i suoi fogli e curiosare fra i segni, fra i tratti di matita e la calligrafia, decifrarli e, a tua volta, liberare le fantasie che suggeriscono. Vuoi rimanere lì, comunque, dove ti sei perso, già subito all´inizio, a pagina 5, fra un nubiano con turbante assiso pensieroso, alcune figure in catene, l´immagine di Abu Simbel, una banconota egiziana e la rara cartina delle sigarette Rameses II since 1895. O perderti ancora tra scorci di piramidi e didascalici disegni di pesci, tra l´oasi nel deserto e il Colossi di Memnone, tra fragili vele e ricche architetture orientaleggianti, tra città distese al sole e imbarcazioni moderne. Anche questa volta, compare un sottotitolo: Cercando l´Aleph, che sarebbe il tutto raccolto in un unico punto, l´occhio di Dio e il cuore dell´Universo. Secondo lo scrittore Jorge Luis Borges si troverebbe nel portico che circonda il cortile della moschea di �Amr al Cairo. Questa è la scusa per mettersi in viaggio. Nella prefazione Faravelli si chiede: perché l´Egitto? E offre una spiegazione che c´entra con il cielo e il dio Thoth. Mica vero. La risposta sincera è nel libro, non altrove, in ogni pagina di questo carnet di viaggio, che è intimo e condiviso.

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chinatown, in 41 a processo - davide carlucci (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina VI - Milano Chinatown, in 41 a processo Le accuse: danneggiamento e lesioni per la rivolta del 2007 Tra i rinviati a giudizio anche Di Martino di An: in 150 assalirono i vigili e causarono violenti disordini DAVIDE CARLUCCI sarà il primo processo su una rivolta etnica a Milano. In aula, dal 3 giugno, compariranno i protagonisti degli scontri di via Paolo Sarpi, i quaranta cinesi che il 12 aprile 2007 misero a soqquadro il quartiere per ribellarsi contro le multe dei vigili. La scintilla fu la contravvenzione subita da Ruo Wei Bu, alla quale i ghisa volevano sequestrare l´auto perché non in regola. I cinesi la interpretarono come la prova di un atteggiamento persecutorio nei loro confronti e bloccarono il traffico, aggredirono gli agenti, lanciarono sassi, bottiglie e piatti, ribaltarono le auto parcheggiate. Una sorta d´insurrezione popolare, con tanto di bandiere rossa della Cina brandite in segno di sfida. Il giudice dell´udienza preliminare Vincenzo Tutinelli ha rinviato a giudizio tutti i quaranta "insorti" per una sfilza di reati: dalla radunata sediziosa all´interruzione di pubblico servizio, dalla resistenza e violenza a pubblico ufficiale alle lesioni volontarie, al danneggiamento. Con loro andrà a processo anche Stefano Di Martino, il consigliere comunale di Alleanza nazionale che si propose come mediatore con le forze di polizia ma che in realtà, secondo le indagini del pubblico ministero Paolo Basilone - che ha identificato uno ad uno i partecipanti alla sommossa, aiutato anche dai filmati delle telecamere presenti sul posto - sobillò i rivoltosi. Di Martino, è scritto nella richiesta di rinvio a giudizio del pm, «incitava gli animi dei numerosi cittadini presenti». E «si è opposto fisicamente al fermo» dei rivoltosi, ha spintonato gli agenti e circondato le auto della polizia locale. Ai vigili che portavano in questura la commerciante cinese che si ribellava alla multa picchiandoli, il consigliere si sarebbe rivolto così: «Sarebbe il caso che la liberiate subito, se no di qua non uscite facilmente». Poi avrebbe detto a un agente che lo invitava a darsi una calmata: «Tu non sei nessuno, sei solo un pirla, non conti niente, dammi il tuo nome e ti sistemo io». Il suo partito, però, gli conferma la solidarietà: «Tutto il partito è sereno e fiducioso che il consigliere possa dimostrare nel processo la sua estraneità ai fatti contestatigli. Abbiamo sempre creduto e continuiamo a credere alla sua assoluta buona fede nel cercare di evitare che gli scontri in atto degenerassero ulteriormente». Quanto all´imputato, ieri ha fatto sapere di aver «brindato con la grappa cinese», aggiungendo: «Siamo felici perché finalmente a giugno potremo dire la nostra, con i nostri testimoni, i nostri filmati e la nostra verità, anche su ipotesi di reato tirate un po´ per i capelli. Dimostrerò che ero lì a fare da paciere, anche per conto della questura che me lo ha chiesto, e anche per riportare a casa la bambina tenuta presso il comando della polizia locale separata dalla mamma per sei ore. Non ero lì a capeggiare una rivolta».

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meno compratori a pitti uomo "ma il crollo non c'è stato" (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 17-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina VII - Firenze Il bilancio Chiude la rassegna della moda: 23mila buyer, tenuta degli italiani, in flessione gli stranieri Meno compratori a Pitti Uomo "Ma il crollo non c´è stato" Mancano i dati definitivi, i visitatori dovrebbero arrivare a 35mila CRISI economica mondiale, paura che fa tremare mercati, comunità e singole persone. Eppure la moda a Firenze ce l´ha fatta. Stando ai primi dati, sono leggermente diminuiti i compratori accorsi alla 75 edizione di Pitti Uomo, affiancata dal salone donna Pitti W, che ieri ha chiuso i battenti dopo averli aperti martedì scorso. Ma l´affluenza non è crollata come l´incertezza del futuro faceva prevedere. I dati preliminari di ieri parlano di 23.000 visitatori in confronto a poco meno di 25.000 dell´edizione dello scorso inverno. E´ vero che il record mai raggiunto prima - comunque anche questo un segno incoraggiante - dei mille espositori tra i due saloni, uomo e donna, avrebbe dovuto far crescere il numero dei compratori. Alla fine Pitti Immagine comunica però che, se non sono aumentati, hanno perlomeno tenuto. «In tempi come questi è un grande successo», commenta l´ad di Pitti, Raffaello Napoleone. Non era facile e molto era timore. Soprattutto il primo giorno martedì quando si è registrato un calo dell´11%. Ma mercoledì c´era la ressa in Fortezza e via via i visitatori non sono più diminuiti. Anzi in una fiera dove, come in tutte le fiere, si viene soprattutto per guardare, confrontarsi e capire dove andare poi a stringere affari, si sono addirittura scritti gli ordini. A sorpresa, in confronto al gennaio 2007, hanno tenuto soprattutto i visitatori italiani, qualche defezione c´è stata tra gli stranieri. Anche perché le aziende che devono inviare lontano i loro compratori in tempi di ristrettezze non scialano in biglietti aerei e soggiorni all´estero, mandano una persona invece di cinque come un tempo. Tra gli stranieri, vincono Francia, Emirati arabi, Polonia, repubblica Ceca, Olanda, Finlandia, Estonia, Lussemburgo, Libano, Slovenia, Svizzera, Siria. Indietro, Cina, Gran Bretagna, Grecia, Giappone, Russia, Spagna, Usa e Turchia. Quando si dice di mercati che cambiano. E rapidissimamente perché sembra ieri che si diceva non ci sono più gli americani ma ci sono i russi e i cinesi. A fine fiera, resta l´impressione di una manifestazione che, visti i tempi, si è concentrata sull´ottima qualità, sull´eleganza discreta, la comodità, la ricerca, la mescolanza di tradizione e di novità. Hanno vinto lo stile british, la leggerezza, il vestiario striminzito quasi per non esagerare nell´apparire troppo in tempi difficili, la sartoria napoletana, l´attenzione al prezzo e al valore, quasi ogni capo fosse un investimento da fare. Si è rivelato il crescente successo della parte dedicata alla moda donna, una vera fucina di creatività e une sirena di interesse. Lì, in particolare, si è toccato con mano come ormai i giovani talenti si facciano strada nel mondo della moda tanto che perfino un classico come Allegri affida al giovane talento Francesco Scognamiglio la sua nuova linea chic. Anche a Firenze e in Toscana Pitti ha scoperto una quantità di iniziative interessanti. Solo per fare qualche esempio, Elisabetta Scheggi che in soli pochi mesi è riuscita a mettere su un´apprezzata linea, Dalia, di gioielli artificiali che oscillano tra la grande dimensione, l´eccesso, la tradizione indiana rielaborata e ricomposta, il tutto bianco o tutto nero, i colori pop mischiati con quelli indiani, il ricamo prezioso. O Fabiana Rosati che a Prato fa borse di pitone, cocco e anguilla. O Guccio Gucci che lancia To be G, la nuova collezione di borse di un vero Gucci, come sottolinea lui, tutta prodotta a Scandicci. O Duccio Mazzanti che per Nanà gioca con le piume in via Reginaldo Giuliani. E il presidente dell´Empoli calcio che inventa la linea di abbigliamento maschile Via Corsi. Tornando alla moda donna, è fiorentina di origine, nonostante sia ormai milanese di adozione, anche Isabella Tonchi che dopo aver lavorato per le griffe più note, da qualche tempo gioca con successo in casa propria e racconta di non aver mai voluto partecipare a una fiera se non quest´anno al Pitti. (i.c.)

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col festival del cinema bari cambia davvero - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 18-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XIX - Bari COL FESTIVAL DEL CINEMA BARI CAMBIA DAVVERO (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) (segue dalla prima di cronaca) Una città diversa e assolutamente scevra da forme endemiche di presenzialismo tout-court e di provincialismo di routine. Così mi è apparsa Bari nei giorni della rassegna "Per il Cinema Italiano". Una comunità infinita di giovani, di studenti e più in generale di un pubblico di appassionati cinefili di ogni età che si è ritrovato attorno ad una passione condivisa: quella per la settima arte, mai fino ad ora vissuta così da vicino. Una domanda straordinaria che finalmente ha trovato una risposta. Un evento che completa la meravigliosa avventura fin qui condotta dall´Apulia Film Commission, la Fondazione regionale che in pochi anni ha già portato la Puglia alla ribalta del panorama cinematografico nazionale e internazionale, sviluppando in chiave economica una naturale predisposizione del nostro territorio e una chiara politica di questo governo regionale a diventare scenario ineguagliabile per produzione e realizzazione di decine di lungometraggi e documentari, alcuni dei quali diventati prodotti di culto riconosciuti da critica e pubblico in Italia e all´estero. L´ultima sfida, quella di ospitare un festival in Puglia, è stata pure vinta. Grazie alla lungimiranza di affidarsi ad un direttore artistico come Felice Laudadio, un professionista di altissimo livello che a Bari aveva già in passato organizzato un evento memorabile di questo tipo, ma che come a volte succede non aveva trovato una indispensabile interlocuzione istituzionale, fermandosi alla prima tappa. La scelta di Laudadio di un format particolare tutto dedicato alla cinematografia italiana si è rivelata efficace, al punto da ottenere come primo risultato quello di portare l´intero festival in Cina, nella capitale Pechino, invitato dall´Istituto Italiano di Cultura. Non solo. L´enorme afflusso di pubblico, molte migliaia tra spettatori e fruitori delle varie sezioni che hanno composto l´offerta della rassegna, sono la dimostrazione di una azzeccata scelta organizzativa, che ha fatto di Bari in questi giorni non solo la vetrina delle ultime produzioni filmiche d´autore e indipendenti, ma che si è arricchita con un nutrito programma di seminari, workshop, incontri con gli autori, affollatissimi a qualunque ora. Un festival quindi del pubblico e per il pubblico, senza fronzoli ma ricco di idee e progetti. Quello di quest´anno è stato il numero 0. I risultati raggiunti non possono che confermare il nostro impegno ad andare avanti lungo la strada intrapresa. La prospettiva che ci si profila all´orizzonte è di rinforzare e ampliare anzi il concept di "Per il Cinema Italiano", ospitando anche le produzioni cine-televisive di qualità. E´ un impegno entusiasmante nei confronti dei protagonisti del cinema del nostro Paese e soprattutto del pubblico che in questi giorni ci ha voluto seguire in questa sfida. Grazie a loro oggi guardo quella finestra sul mare col cuore più leggero. presidente della Regione Puglia

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Laogai (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 18-01-2009)

Argomenti: Cina

AGORÀ 18-01-2009 A WASHINGTON UN MUSEO SUI GULAG CINESI Esposti foto e documenti di una delle più grandi tragedie del '900: i campi di concentramento e di lavoro voluti da Mao Zedong, che hanno fatto centinaia di migliaia di vittime. La denuncia di Harry Wu, ex detenuto: molti sono ancora oggi in funzione Laogai da Washington Elena Molinari La sezione multimediale del Laogai Museum di Washington, dove diversi video raccontano le vicende dei prigionieri politici cinesi In mostra gli orrori di Pechino HW arry Wu aveva 23 anni quando venne condannato ai lavori forzati a vita. Wu, uno studente di geologia dell'Università di Pechino, era stato colpevole di aver criticato il partito comunista cinese e di aver professato apertamente la sua fede cattolica. Essere rinchiuso in un laogai (un campo di rieducazione) negli anni '60 equivaleva a sparire per sempre. Ma Wu fu relativamente fortunato. Dopo 19 anni di schiavitù e torture in 12 campi di lavoro diversi, la morte di Mao e la successiva apertura del governo cinese al mondo esterno di Deng Xiaoping gli regalarono la libertà. Non solo, Wu ottenne persino il permesso di lasciare la Cina e nel 1985, con 40 dollari in tasca, Wu approdò in America ansioso di cominciare una nuova vita. Ma non di dimenticare. Se la sua storia di abusi e pestaggi quotidiani si era chiusa, le sofferenze di centinaia di migliaia di prigionieri dei laogai continuavano. Wu girò gli Stati Uniti in cerca di sponsor finché, nel 1992, non riuscì a dare vita alla Laogai research foundation, un'organizzazione no-profit con la missione di documentare l'orrore dei campi di concentramento cinesi che continuarono a uccidere per tutto il XX secolo. Ancora oggi, i laogai formano la rete di campi di lavoro più estesa ed efficiente mai esistita, e grazie al lavoro gratuito di criminali e dissidenti, esportano prodotti ad alto contenuto di manodopera in tutto il mondo. Per raccontare le storie di migliaia di vittime morte di freddo, fame o torture in una delle 1.100 prigioni del sistema, Wu ha raccolto le lettere, le foto e le divise di centinaia di vittime e sopravvissuti, cui ha aggiunto migliaia di beni di consumo prodotti nei campi e li ha riuniti nel primo Museo al mondo dei laogai. Fra artefatti e testimonianze, dalla galleria, che ha aperto le porte a Washington in questi giorni grazie al sostegno del motore di ricerca Yahoo, emergono statistiche raccapriccianti. Wu e gli altri ricercatori della fondazione calcolano che dalla loro apertura all'inizio degli anni '50, quasi 50 milioni di persone siano passate attraverso i cancelli dei campi di prigionia del partito comunista cinese. E il flusso di detenuti è andato crescendo nel tempo. Nel 1979, quando Wu venne scarcerato, il numero delle persone incarcerate nei laogai si misurava nelle decine di migliaia. Oggi i prigionieri sono 6,8 milioni, distribuiti su tutto il territorio cinese. La maggior parte (da metà ai due terzi) sono dissidenti politici, obiettori di coscienza o religiosi non allineati con la chiesa di Stato. Concepiti inizialmente come uno strumento di controllo politico e psicologico durante la rivoluzione culturale, oggi i laogai sono diventati anche una forza economica: una fonte inesauribile di manodopera gratuita che alimenta l'economia cinese. u, noto anche in Italia per aver pubblicato un volume con cui racconta la sua storia ( Controrivoluzionario, pubblicato dalle edizioni San Paolo lo scorso anno) spiega di aver assistito in prima persona all'espansione dei laogai negli ultimi vent'anni. Negli anni '90, il dissidente ha compiuto infatti numerosi viaggi in Cina, sotto mentite spoglie, seguendo a ritroso il percorso di centinaia di prodotti in vendita nei grandi magazzini cinesi e occidentali e tracciandone le origini nelle mani di prigionieri dei laogai. Su alberi di Natale artificiali, braccialetti di plastica e giocattoli, Wu ha trovato prova di provenienza dai campi di lavoro. In seguito alle sue scoperte, nel 1998 la commissione per le relazioni internazionali della Camera Usa pubblicò un resoconto che segnalava i prodotti emersi dai laogai e presenti sul mercato americano con i marchi Staples (cancelleria per ufficio), Chrysler e Nestlé. Un detenuto del campo di lavoro Changji, nella regione di Xinjiang, ha poi testimoniato pubblicamente che il campo produce per i fornitori cinesi di grandi marche dell'abbigliamento come Banana Republic, Neiman Marcus e French Connection. Wu ha scoperto (e documenta nel Museo) anche un commercio illegale di organi estratti dai cadaveri dei prigionieri. A causa delle sue ricerche, l'ex prigioniero fu dichiarato un 'nemico pubblico' della Cina e durante un viaggio a Pechino fu arrestato e condannato a 15 anni di carcere. Solo una notevole pressione politica internazionale ottenne la sua liberazione dopo 66 giorni di prigione. Grazie al suo lavoro e a quello di decine di ex detenuti, i segreti dei laogai sono diventati più difficili da nascondere per il governo cinese. Storie come quella di Wan Guifu, morto di botte a 57 anni dopo essere stato costretto per anni a rompere con le mani e con i denti semi di anguria e nocciole destinate ai supermercati cinesi, sono uscite dai fili spinati dei campi di concentramento del XXI secolo. Ora reclamano giustizia.

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elettriche, non troppo le big three indietro - daniele p. m. pellegrini detroit (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 28 - Automotori Wagoner (GM) Bill Ford Zetsche (Mercedes) La Volt I modelli Elettriche, non troppo le Big Three indietro Viaggio tra i modelli elettrici (pochi) presenti al Salone americano A dominare sono ancora prototipi e annunci (tanti) è la Mercedes la più attiva fra gli europei con la Smart elettrica e la BlueZero Ma la grande sorpresa resta per tutti la Cina Il domani dell´auto è elettrico Carburanti alternativi e nuove tecnologie proteggeranno persone e ambiente Il futuro verso cui la nostra casa automobilistica si sta dirigendo è verde, high tech e globale Resto convinto che i costruttori innovativi in tutte le tecnologie pulite hanno davanti un brillante avvenire DANIELE P. M. PELLEGRINI DETROIT Ci voleva l´elettricità a dare la scossa agli americani? Sicuramente dal punto di vista dell´immagine e della comunicazione, perché altrimenti sarebbe stato difficile fare titoli brillanti su Detroit 2009. Invece "Elettrizzante!" viene bene ed è efficace, come il ritornello del commentatore televisivo sulle note di "Love is in the air" mutuato in "electricity is in the air". Battute a parte, di "elettrico" a Detroit c´è molto ed è il tema su cui è puntata l´attenzione del pubblico e quello di cui i manager presenti amano parlare. Un po´ per esorcizzare la crisi e molto per scoprirsi tutti paladini dell´innovazione ambientalista. Strano destino quello dell´auto elettrica: era competitiva con quella normale già alla fine del 1800, è stata la prima a superare la fatidica soglia dei 100 km/h e più di cento anni dopo è ancora la rivoluzione del domani. Il problema di fondo è probabilmente sempre lo stesso: tecnicamente un´auto elettrica non si nega a nessuno, dato che mettere un motore elettrico al posto di un altro e piazzare un po´ di batterie da qualche parte non è difficile. Altro discorso è rendere il risultato di questi banali trapianti qualcosa di funzionale, di affidabile e di producibile a un costo accettabile e, su questo piano, siamo in alto mare da oltre un secolo. Comunque il messaggio che esce dal Salone americano è «da oggi si fa sul serio», a colpi di prototipi, di annunci e di auspici, non ultimo quello di rendere Detroit la capitale mondiale della produzione di batterie che dovrebbero diventare il petrolio del futuro. Chrysler, che naviga in una situazione indubbiamente difficile, punta tutto sull´auto elettrica tanto che, in assenza di significative novità di prodotto, espone ben 5 prototipi con i quali intende accreditarsi come il costruttore più impegnato e competente nel settore. La 200C appartiene alle elettriche "range-extended", quindi con un piccolo motore ausiliario tradizionale per ricaricare le batterie e aumentare l´autonomia, ed è uno studio di berlina tradizionale, esteticamente piacevole e innovativa negli equipaggiamenti. Propulsione a parte va quindi vista come la piattaforma di partenza per la prossima generazione di vetture del gruppo. A completare la gamma altri 4 prototipi che illustrano l´ipotesi di una intera gamma Chrysler-Jeep-Dodge a emissioni zero. Tre di questi erano stati già presentati a Parigi e modificati per l´occasione, fra cui la piccola coupé Dodge Circuit che è clamorosamente simile a un altro classico della sportività a batterie, la Tesla. Quest´ultima, realizzata in Usa sulla base della Lotus Elise, è al momento una delle pochissime elettriche regolarmente in commercio, disponibile entro l´anno anche in Europa a 89.000 euro più tasse. Ford propone invece un programma preciso, annunciato dal presidente Bill Ford in persona, le cui scadenze sono: un veicolo commerciale a batterie nel 2010 e una vettura compatta, su base Focus, nel 2011. Molta più enfasi elettrica in casa GM, dove sull´onda della Volt si sta sviluppando una strategia di ampio respiro culminata nell´accordo con la coreana LG per la apertura di uno stabilimento in Michigan dove avverrà la produzione di batterie litio-ioni. Fra gli europei presenti la più attiva è la Mercedes che accanto alla Smart elettrica, già in produzione limitata, espone i prototipi BlueZERO con i quali anticipa soluzioni costruttive e propulsive (dall´ibrido alle fuel-cell a idrogeno) destinate alle future Classe A e B. Nemmeno Toyota, che in questo clima ha vita facile a proporsi come protagonista con la terza generazione della Prius, si è sottratta alla tentazione di esporre un prototipo elettrico sviluppato sulla base della nuova iQ e che dovrebbe essere in produzione nel 2012. La sorpresa viene invece proprio dai cinesi, ammessi per la prima volta nel salotto buono di Detroit, che si accaparrano la platea con la apparentemente convenzionale "e6", una crossover a 5 posti (4 metri e 55) con 2 o 4 ruote motrici collegate a uno o due motori elettrici. è presentata dalla BYD, che produce in proprio anche le speciali batterie con elettrodi al ferro, e ne ha annunciato la commercializzazione negli Usa nel 2011.

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montano fa pace con l'italia - mattia chiusano roma (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 46 - Sport Montano fa pace con l´Italia Tregua con la federscherma: "In azzurro ai Giochi di Londra" MATTIA CHIUSANO ROMA Più di una tregua, un po´ meno di una pace duratura. Aldo Montano e la federscherma dialogano, producendo un primo risultato: «Alle prossime Olimpiadi di Londra voglio dare il massimo per l´Italia, perché questa è e resterà la mia nazionale» annuncia il campione di Atene rientrato nei ranghi. Il suo progetto di presentarsi sotto i colori di una nuova squadra, che doveva essere la Nuova Zelanda, è stato abbandonato definitivamente: dopo una prima fase di acquisizione dei documenti necessari per ottenere un nuovo passaporto, Montano ha ricevuto segnali incoraggianti da Roma ed ha accettato di trattare. Venerdì col presidente federale Giorgio Scarso, sabato con Giovanni Sirovich, nuovo commissario d´arma della sciabola dopo l´uscita di scena di Andrea Magro. Non c´è stato alcun problema con Sirovich, ex atleta desideroso di poter allenare il campione olimpico di Atene, che a sua volta gli ha concesso un´apertura di credito per cominciare il suo lavoro. I nodi più impegnativi erano quelli da affrontare con Scarso, che da tempo sta tessendo la tela per recuperare i suoi "ribelli", non solo Montano, ma anche Tagliariol. La contesa tra il livornese e la federazione ruotava attorno all´allontanamento del maestro Bauer, non confermato da Scarso prima di passare alla Cina e vincere l´oro nella gara individuale a Pechino. Aldo reagì malissimo, trovando la solidarietà di altri atleti, Scarso rispose piccato: «Cominci pure le procedure per un nuovo passaporto». Il presidente ha fatto capire chiaramente che il francese non tornerà alle dipendenze della Fis, ma i margini per recuperare Montano ci sono. Basterà concedergli un minimo di autonomia, una libertà che in fondo il campione s´è guadagnato con l´oro del 2004 e la travolgente finale che ha portato gli azzurri al bronzo a Pechino. «Sono più tranquillo nei confronti della federazione e di me stesso. Scarso s´è dimostrato attento alle mie esigenze. Abbiamo tutti la volontà di trovare un programma che soddisfi le parti, ed io voglio davvero dare il massimo per l´Italia da qui a Londra». Non è ancora chiaro se Montano potrà lavorare in certi periodi dell´anno in Cina, insieme al suo ex maestro Bauer. Di sicuro gli sarà concessa la possibilità di staccarsi talvolta dalla nazionale, per poter partecipare a stage di sciabola in varie sedi europee. Ma su questa materia si continuerà a discutere a partire da oggi, in una giornata particolare: Aldo Montano raggiungerà i compagni di squadra per il primo ritiro collegiale, accettando i programmi e la nuova struttura tecnica. Facendo il primo passo per la soluzione di una vicenda che qualche settimana fa sembrava irrecuperabile.

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Recessione e debito, i due volti della crisi (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: PRIMA data: 2009-01-18 - pag: 1 autore: STRATEGIE DIVERGENTI Recessione e debito, i due volti della crisi di Guido Tabellini I n molti hanno osservato che Banca d'Italia e ministero dell'Economia sembrano avere visioni diverse sulla crisi mondiale e sulle sue implicazioni per la politica economica. La diversità di opinione, apparente o reale che sia, riflette un genuino dilemma. La crisi ha due caratteristiche, entrambe rilevanti per il nostro Paese. A seconda di quale si vuole enfatizzare, le implicazioni di politica economica possono apparire diverse. Il primo aspetto è l'eccezionale gravità della crisi economica in corso. Nessuno può dire con certezza quanto durerà la recessione, né quanto sarà profonda. Tuttavia, è utile un confronto con altre grandi crisi. In uno studio recente sui Paesi industriali ed emergenti (quasi tutti nel secondo dopo guerra), Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart mostrano che in media le grandi crisi finanziarie sono seguite da un periodo di crescita negativa di circa due anni. Cioè, forse potremmo già essere a metà del guado. Tuttavia, in media la perdita cumulata di reddito durante l'intera recessione arriva a uno spaventoso - 9%. Da questo punto di vista, il -2% previsto della Banca d'Italia per il 2009 pare una benedizione. In Italia le imprese e le famiglie non sono molto indebitate. Ciò è motivo di conforto. Tuttavia, al contrario di molti episodi passati, questa recessione coinvolge il mondo intero. Secondo la Banca mondiale, nel 2009 il commercio internazionale scenderà del 2,1%, dopo esser cresciuto in media dell'8-9% nei cinque anni precedenti. A novembre le esportazioni sono crollate quasi dappertutto: in Cina del 14,5% mensile, in Taiwan del 18%, in Germania del 10,6% e di quasi il 12% rispetto a un anno prima. è vano illudersi che anche il settore manifatturiero italiano non sia travolto da questo crollo degli scambi mondiali. Inoltre, il nostro settore produttivo sconta un lento ma grave accumulo di perdita di competitività, dovuto alla bassa crescita della produttività e alle carenze infrastrutturali del Paese. Il secondo aspetto della crisi è quello finanziario. Come è più volte accaduto in passato, non si può escludere che l'aumento dell'avversione al rischio sfoci nella crisi debitoria di uno Stato sovrano, soprattutto tra i paesi emergenti più indebitati. Quali altri Paesi possano essere contagiati da un tale evento è ancora più imprevedibile. Continua u pagina 10 l'articolo prosegue in altra pagina

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Petrolio, investimenti fermi (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-01-18 - pag: 5 autore: Petrolio, investimenti fermi I margini si riducono e le compagnie tagliano le spese di R&S Luca Davi Nuove esplorazioni abbandonate in corsa. Investimenti decurtati al lumicino. Licenziamenti di massa. Tagli ai contratti dei fornitori. è uno scenario drammatico quello che sta provocando il raffreddamento del barile a 36,5 dollari, con la riduzione dei budget di spesa da parte dei Paesi esportatori e dei grandi colossi petroliferi. L'ultima conferma arriva da due delle principali major, ovvero la francese Total e la statunitense ConocoPhillips. La terza maggiore società petrolifera europea vuole posticipare l'avvio di alcuni progetti esplorativi a causa del drastico calo dei profitti, come dimostreranno i risultati dell'ultimo trimestre 2008, che saranno diffusi nei prossimi giorni. Una retromarcia arrivata a sorpresa, visto che fino ad oggi il colosso guidato da Christophe de Margerie era stato tra i pochi a confermare un budget 2009 superiore a quello del 2008. Eppure il tracollo del greggio è stato più forte delle promesse. Ora in discussione ci sono anche i progetti nei blocchi al largo dell'Angola e del Canada, molto redditizi proprio perché costosi. Ancora più esplicita la decisione di ConocoPhillips. Nel 2009 il terzo colosso petrolifero statunitense decurterà le spese per nuovi giacimenti a 12,5 miliardi di dollari, il 18,3% in meno rispetto al 2008. A diminuire sarà anche la forza lavoro, che verrà ridotta del 4%, pari a 1.350 unità. Sono questi gli ultimi segnali di allarme di un'industria che negli ultimi anni ha avviato esplorazioni su larga scala nella convinzione che i prezzi del greggio potessero solo lievitare. Oggi, con un barile Wti in calo del 75% rispetto allo scorso luglio, quando valeva 147 dollari, le major si trovano alle prese con un problema: troppe spese di fronte a ricavi sempre più risicati. Dal Canada fino alla Russia,l'imperativoè rivedere i piani di crescita. Il tutto nella speranza che le quotazioni riprendano ossigeno. La giravolta del Venezuela Il Venezuela, uno dei maggiori esportatori al mondo, ha dovuto perfino mettere da parte gli ideologismi nazionalistici per convertirsi a un più urgente pragmatismo. Hugo Chavez starebbe infatti corteggiando alcune compagnie petrolifere occidentali - tra cui Chevron, Royal Dutch/Shell e la stessa Total - per convincerle a sviluppare le riserve del Paese. L'obiettivo del presidente sudamericano è puntellare l'attività della società nazionale Petròleos de Venezuela, continuare l'estrazione e salvare così anche i programmi di sviluppo del welfare statale. Più che un'apertura, un'autentica svolta, visto che la decisione segue a ruota la nazionalizzazione, avvenuta nel 2007, di tutti i siti petroliferi nazionali. Ma il possibile ingresso di società private occidentali in una delle più grandi riserve di greggio al mondo (Orinoco Belt, l'area sud venezuelana che contiene 235 miliardi di barili di petrolio), rivela quanto sia urgente il problema dei prezzi per chi fino ad oggi ha potuto contare su quotazioni alle stelle. Le strategie in campo Nell'attesa di un nuovo probabile taglio dell'output a marzo, che nelle speranze dell'Opec dovrebbe risollevare i listini, anche le altre major corrono ai ripari. Nei giorni scorsi la norvegese StatoilHydro ha tagliato il budget 2009 a 13,5 miliardi di dollari dai 16 miliardi del 2008. Analoga la decisione della britannica Premier Oil, che ha rimandato al 2010 il raggiungimento dei target produttivi a causa della riduzione dell'estrazione in Vietnam e in Norvegia. Peggio ancora va a chi si trova alle prese con estrazioni più complesse. La canadese Devon Energy Corporation ha dovuto rivedere i già annunciati piani di esplorazione delle sabbie bituminose al largo delle coste del Paese: «Con un prezzo del barile così basso - spiegano gli analisti conviene paradossalmente lasciare il petrolio lì dove si trova ». Anche la Russia, fino ad oggi solo sfiorata dalla crisi, batte in ritirata. Nelle scorse settimane Lukoil ha dichiarato di dover rimandare progetti esteri e ridurre gli investimenti previsti quest'anno e nel 2010. Certo, non tutti i tagli possono essere operati velocemente. Molti contratti, come quelli riguardanti l'affitto delle piattaforme per l'estrazione, rispettano scadenze pluriennali. Per questo, soprattutto alcune società di servizi, come Schlumberger e Halliburton, due dei maggior fornitori dei colossi energetici, hanno optato per la riduzione dei lavoratori. L'accordo Iran-Cina Qualcuno ancora ci crede. Iran e Cina hanno firmato un contratto da 1,76 miliardi di dollari (1,33 miliardi di euro) per sviluppare il giacimento petrolifero di Azadegan del Nord, nel sud-ovest della Repubblica islamica. L'accordo tra China National Petroleum Corporation e la National Iranian Oil Company porterà a un estrazione di 75mila barili di greggio al giorno. Un segnale positivo, certo. Ma forse troppo poco, se si considera che, secondo l'Agenzia internazionale per l'Energia, nei prossimi 22 anni l'industria del petrolio avrà bisogno di investire almeno 26mila miliardi di dollari per far fronte alla domanda in crescita. REVISIONE DEI BUDGET Total rinvia gli impegni sui nuovi giacimenti ConocoPhillips riduce del 18,3% le risorse per ricerche e acquisizioni

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Il Kirghizstan vuole chiudere la base Usa (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-01-18 - pag: 6 autore: PRESSIONI RUSSE Il Kirghizstan vuole chiudere la base Usa MOSCA Braccio di ferro tra Stati Uniti e Kirghizstan, che ha minacciato di chiudere la base aerea americana di Manas,utilizzata sin dal 2001 per l'appoggio alle operazioni in Afghanistan. Il presidente Kurmanbek Bakiev dovrebbe annunciare la decisione alla vigilia del viaggio a Mosca, la prossima settimana. Washington ha denunciato i piani «anti americani » del Kirghizstan e il generale David Petraeus, capo del Comando centrale delle forze armate, ha dichiarato che il Pentagono non intende abbandonare la base. Mosca, che a sua volta ha in Kirghizstan una base aerea, aveva più volte chiesto a Bishkek di chiudere quella statunitense, dove sono di stanza 1.200 effettivi, per la maggior parte americani, ma anche francesi e spagnoli. La Russia resiste al rafforzamento dell'influenza dell'Occidente e della Cina nelle Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Durante la visita a Mosca, Bakiev firmerà un accordo con la Russia per un credito di 2 miliardi di dollari a condizioni molto agevolate, di cui 1,7 miliardi per la costruzione di una centrale geotermica. Per la stampa russa e internazionale il credito sarebbe una specie di ricompensa per lo "sfratto" della base americana. V.Sa.

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Un poker contro la recessione (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-18 - pag: 10 autore: Un poker contro la recessione L' economia mondiale entra nel 2009 con una quantità di ansie e incertezze che non ha precedenti nella storia recente. Anche se la crisi finanziaria sembra circoscritta agli Stati Uniti e all'Europa, per parecchio tempo perdurerà l'incertezza sulla portata che avranno le sue ripercussioni. I Paesi avanzati devono affrontare il rovescio economico più serio dai tempi della Grande Depressione. Ma quanto lungae profonda sarà questa recessione, e in che misura colpirà le nazioni emergenti e i Paesi in via di sviluppo? Non abbiamo la risposta a queste domande, anche perché le conseguenze dipenderanno dall'azione dei leader politici. Se le risposte saranno quelle giuste, l'economia mondiale potrà iniziare a ripartire alla fine del 2009. Ecco una lista delle cose a cui stare attenti. e La risposta americana sarà sufficiente "coraggiosa"? Barack Obama ha promesso di sì, rievocando in parte il famoso appello di Franklin Delano Roosevelt a «sperimentare costantemente e con coraggio »,lanciato nel momento più nero della Grande Depressione, nel 1932. Obama siè circondato di un gruppo di economisti di alto livello, e questo dovrebbe garantire da errori marchiani. Ma le circostanze in cui si trova l'America sono eccezionali e il nuovo presidente avrebbe bisogno di consiglieri disposti a provare idee nuove, non ancora collaudate: in altre parole, a sperimentare alla Roosevelt. In particolare, bisognerà andare oltre le politiche di stimolo keynesiane, sanando le profonde ferite che sono state inferte alla fiducia nell'economia, che è alla base della crisi attuale. Finora, le misure per ricostruire la fiducia si sono limitate ai mercati finanziari, con garanzie pubbliche,interventi di sostegno alla liquidità e iniezioni di capitale. Ora sarà necessario prevedere anche incentivi mirati alla preservazione dei livelli occupazionali. r L'Europa riuscirà ad agire in modo co-ordinato? Questo avrebbe potuto essere il momento dell'Europa.Dopo tutto,la crisi è nata negli Stati Uniti e ha costretto la politica americana a concentrare l'attenzione sui suoi problemi interni, lasciando spazio ad altri Paesi per esercitare una leadership globale.Invece,la crisi ha messo in evidenza le divisioni profonde interne all'Europa, su qualunque cosa, dalla regolamentazione finanziaria alle misure d'intervento necessarie. La Germania ha storto la bocca sulle misure per il rilancio dell'economia,ostacolando quella che avrebbe dovuto essere la seconda fase di un piano d'azione coordinato. Se l'Europa vuole pesare sulla scena internazionale, dovrà agire con maggiore unità d'intenti e addossarsi una maggiore responsabilità. Purtroppo, il massimo che ci si può aspettare in questa fase è che l'Europa non metta a rischio il piano di rilancio globale che persino il Fondo monetario internazionale, il guardiano dell'ortodossia di bilancio, considera assolutamente essenziale. t La Cina riuscirà a reggere l'urto? Il rischio maggiore sul piano economico è una risposta fiacca da parte degli Usa, ma quello che succede in Cina potrebbe avere conseguenze più profonde e durature nel quadro storico generale. Perché la Cinaè un Paese di colossali tensioni e fratture nascoste, e se la situazione economica si facesse difficile queste potrebbero esplodere in conflitto aperto. Gli esperti di cose cinesi dissentono sul tasso di crescita economica necessario per creare posti di lavoro per i milioni di cinesi che ogni anno affluiscono nelle città del Celeste Impero. Ma è praticamente certo che la Cina rimarrà al di sotto di questa soglia nel 2009. Questo spiega il flusso quasi incessante di misure messe in campo dal governo di Pechino. Ma sarà sufficiente a scongiurare il rallentamento di un'economia che negli ultimi anni è stata appesa alla domanda estera? Se le tensioni sociali dovessero crescere, il governo cinese risponderà probabilmente con una maggiore repressione, danneggiando sia i suoi rapporti con l'Occidente sia la sua stabilità politica sul medio termine. L'esperienza dimostra che le democrazie hanno un vantaggio sui regimi autoritari quando si tratta di gestire le ricadute delle crisi. Le democratiche India (nel 1991) e Corea del Sud (nel 1997-1998) riuscirono a rimettere rapidamente in carreggiata la loro economia, mentre il Cile di Pinochet (nel 1983)e l'Indonesia di Suharto (nel 1997-1998) rimasero impantanati nella recessione. u Ci sarà abbastanza cooperazione economica globale? Quando le esigenze interne diventano prioritarie, la cooperazione economica globale segna il passo. Finora il Fmi ha reagito con rinnovato vigore, creando una fondamentale struttura per l'erogazione di prestiti a breve termine, che forse sarà necessario potenziare se dovesse aumentare la pressione sui mercati emergenti. L'Organizzazione mondiale del commercio, intanto, ha sprecato tempo prezioso con l'irrilevante tornata negoziale di Doha, mentre avrebbe dovuto concentrare le sue energie a controllare e applicare l'impegno del G20 a non introdurre barriere commerciali. I politici devono guardarsi dalle vecchie formule e dimenticarsi di dicotomie insignificanti come " Stato contro mercato" o "Stato-nazione contro globalizzazione". Devono affrontare la realtà: le regolamentazioni nazionali e i mercati internazionali sono strettamente legati tra loro (e hanno bisogno le une degli altri). Più pragmatismo e creatività metteranno in campo nella loro azione, più rapidamente potrà risollevarsi l'economia mondiale. Copyright: Project Syndicate, 2009. (Traduzione di Fabio Galimberti) di Dani Rodrik HARWARD UNIVERSITY

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Sassuolo si clona in Russia e guarda alla green economy (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-01-18 - pag: 13 autore: MICROCOSMI LE TRACCE E I SOGGETTI Sassuolo si clona in Russia e guarda alla green economy di Aldo Bonomi ... u Continua da pagina 1 P arliamo di un settore, quello delle piastrelle, che fattura 5,7 miliardi, cui va aggiunto 1 miliardo di fatturato delle imprese del distretto che si sono internazionalizzate.Certo subisce la concorrenza della Spagna, che vende a-30% di noi, del Brasile (-40%) e dei cinesi (-50%). Eppure si esporta il 70% del prodotto mantenendo la leadership mondiale nei mercati evoluti e nella fascia alta dei mercati emergenti. Brasile e Cina compresi. Posizioni raggiunte mantenendo e ristrutturando l'identità manifatturiera. Fatta da dieci multinazionali tascabili, da Marazzi che ha 3mila addetti, Panaria 1.700, Concorde 1.500, e Emil Ceramica più di mille. Ognuno di questi gruppi si è internazionalizzato con impianti in Nord America, nella vecchia e nuova Europa ed in Russia. Marazzi ha 3mila dipendenti a Sassuolo e 3.500 nel mondo. Poi ci sono 100 piccole imprese, rispetto alle 10 imprese leader. Con fatturati che vanno dai 12 ai 120 milioni. Con 50 addetti le più piccole e 500- 600 addetti le più robuste. Anche loro si sono internazionalizzate. Non con la produzione ma con una rete di 400 negozi-magazzino. Questa fabbrica diffusa a cielo aperto dà lavoro a 22mila addetti nel distretto e 6.700 sono gli occupati nella rete globale. Numeri che spiegano anche la crisi del condominio-ghetto del Quartiere Braida. La richiesta continua di mano d'opera ha portato a Sassuolo 5mila immigrati regolari e se ne stima un buon numero di irregolari. Mutando l'antropologia del distretto, avendo questo acquisito un 10% di nuovi cittadini. Ristrutturato e innovato il tessuto manifatturiero, per reggere la competizione sul terreno della qualità si passa da logiche di distretto a strategie da tecnopolo. Dai saperi contestuali del territorio ai saperi formalizzati di un'innovazione tecnologica continuata: automazione del ciclo e realizzazione di magazzini verticali per la logistica in uscita che permettono il time to market orientato al cliente. Crescono imprese ad alta innovazione come la System che occupa 150 ingegneri impegnati nei servizi avanzati alle imprese del distretto. Si sviluppano strategie di discontinuità commerciale. Dalle piastrelle per la casa si passa a quelle per l'arredo urbano sino alla realizzazione dei green building. Foderatida piastrelle innestate su un telaio d'acciaio, gli edifici verdi realizzano altissime percentuali di risparmio energetico. Si acquisisce così la leadership nella produzione dei biomateriali per l'edilizia. Non è poco. Dentro la crisi si respira una tendenza verso l'uscita in avanti puntando sulla green economy. Se così sarà, Sassuolo c'è.Con un bacino di intelligenza territoriale nato negli istituti professionali di un tempo, cresciuto nel consorzio universitario del centro ceramico, che si accinge a realizzare con la Regione il tecnopolo ceramico. Che sarà il punto di riferimento per quella classe creativa di trendsetter del " terzo fuoco". Quello che fissa nella terza fase di cottura della piastrella il decoro, il colore, le tendenze date dalle mode dell'abitare e del costruire. Lavorano in un tessuto diffuso di 50 aziendine di servizi alle imprese. Sono quasi mille i designer, gli architetti, i cacciatori di tendenza che girano il mondo, disegnano e progettano in collaborazione con le reti di commercializzazione dentro le mura delle imprese. Dimostrano che creatività e innovazione non sono solo cicli metropolitani ma dinamiche che attraversano le piattaforme produttive territoriali. Sono, con i tanti ingegneri indiani che lavorano in Ferrari e vivono a Fiorano, il segno di un altro mondo che viene avanti nella globalizzazione. Di una Sassuolo che verrà. Stupino, a 100 chilometri a sud di Mosca, città satellite della metropoli russa con 50mila abitanti, più o meno come Sassuolo. Qui Marazzi e Concorde, assieme a Mapei (adesivi ipertecnologici per l'edilizia), hanno aperto i loro stabilimenti. Per ora 700 addetti nell'impiantistica per ceramica. Lentamente si realizzano e si portano, oltre agli impianti, anche le reti dei servizi territoriali del distretto per il nuovo mercato. Senza abbandonare la "tana del lupo" si tenta la gemmazione del distretto. Che a ben vedere è l'identità profonda del nostro capitalismo di territorio. Il Dna su cui puntare anche per attraversare la crisi. Impariamo da Sassuolo. Forse ce la faremo.

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Radio24, da domani novità e grandi firme (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE MERCATI IT data: 2009-01-18 - pag: 14 autore: Media. Al mattino più informazione Radio24, da domani novità e grandi firme MILANO Debutta domani il nuovo palinsesto di Radio 24. L'emittente del Sole 24 Ore, diretta da Gianfranco Fabi, rinnova soprattutto la fascia del mattino, quella tra le 7 e le 10, puntando a consolidare la crescita degli ascolti aumentati nell'ultimo anno del 13,7 per cento. Una progressione che si è tradotta in 300mila ascoltatori in più che hanno portato Radio 24 al nono posto assoluto tra le radio italiane. Numerose le novità del mattino che punta sull'attualità politico- economica e sulla cronaca con finestre temporali più brevi per dare più ritmo all'informazione. Entrano nel palinsesto di Radio 24 anche Giuliano Ferrara e il direttore del Sole 24 Ore, Ferruccio de Bortoli. Il primo cambiamento riguarda il nuovo Gr delle 7 che durerà mezz'ora anziché 15 minuti. Dalle 7.30 alle 9 esordirà il nuovo 24 Mattino, un'ora e mezza dedicata all'attualità in cui si alterneranno diversi appuntamenti. A cominciare da In primo piano. La rassegna stampa di Radio 24 che alle 7.30 avrà come protagonista ogni settimana un direttore, un commentatore, un'opinionista diverso, scelto tra i migliori nomi del giornalismo italiano. Il battesimo della rassegna stampa sarà tenuto dall'editorialista politico del Sole 24 Ore Stefano Folli, a cui seguiranno il direttore dell'Ansa Giampiero Gramaglia e il direttore di Radiocor Fabio Tamburini. Il contenitore prosegue poi alle 8.15 con Soldi e Dintorni che analizzerà i fatti di economia con Debora Rosciani, mentre alle 8.35 sarà la volta di L'Asterisco, il commento quotidiano di Ferruccio de Bortoli sul fatto del giorno. Alle 8.45 Alessandro Milan approfondirà invece un tema d'attualità in Cronaca in diretta. Alle 9.00 arriverà ai microfoni di Radio 24 Giuliano Ferrara con la trasmissione Parliamo con l'Elefante: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 10, un programma di opinione dove il conduttore e i suoi ospiti forniranno una lettura e una valutazione dei fatti e dei temi del giorno. Microfoni aperti anche per gli ascoltatori. Due le novità del pomeriggio: alle 15.00 un nuovo ciclo de I Magnifici, la trasmissione che racconta e fa ascoltare la vita dei personaggi della musica italiana ed internazionale attraverso documenti originali, brani tratti da film, interviste agli artisti, letture delle loro autobiografie o brani della loro musica. Alle 16.00 Jefferson Ming si trasforma in Jefferson 2. L'arte della svolta: Stefano Pistolini dopo aver seguito e analizzato le trasformazioni della Cina Olimpica e dell'America che andava verso il voto, apre una finestra quotidiana sugli Stati Uniti del neopresidente Barack Obama (martedì il giuramento alla Casa Bianca) e sugli equilibri mondiali. Confermati gli appuntamenti classici di Radio 24 con Gianluca Nicoletti e Melog 2.0 alle 10.00, con Essere e Benessere di Nicoletta Carbone alle 11.00, Salvadanaio di Debora Rosciani alle 12, Focus Economia di Sebastiano Barisoni alle 17.00 e La Zanzara di Giuseppe Cruciani alle 18.30. Non mancherenno però le breaking news, le dirette e i programmi speciali per permettere agli ascoltatori di seguire in tempo reale tutti i fatti d'attualità . R.E. I PROGRAMMI Debutta Giuliano Ferrara («Parliamo con l'Elefante») Ferruccio de Bortoli («L'Asterisco») commenta il fatto del giorno

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Manas, il distretto dà un calcio alla crisi (sezione: Cina)

( da "Finanza e Mercati" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Manas, il distretto dà un calcio alla crisi da Finanza&Mercati del 20-01-2009 UGO BERTONE I consumi calano, la produzione industriale rotola. Sopravvivrà il made in Italy alla ritirata (dell'1,9 secondo la Ue) del Pil europeo? «Senz'altro sì. All'ultima fiera cui ho partecipato, proprio nei giorni scorsi, i nostri ordini sono saliti del 50%. A comprare sono gli europei». La «mosca bianca» nella valle di lacrime porta il nome di Cleto Sagripanti, amministratore delegato della Manas, punta di diamante del distretto calzaturiero delle Marche (110 dipendenti diretti più tutto l'indotto, oltre 70 milioni di paia prodotte, il 70% commercializzato all'estero) dove, sia consentita una facile immagine, il morale non è sotto i tacchi come capita in altre filiere distrettuali. Ma come interpretare questo dato così dissonante dal pessimismo generale? Eccezione o regola? «Noi lavoriamo 12 mesi avanti - è la risposta - e quindi gli ordini riguardano l'inverno 2009, quando buona parte della tempesta, ragionano i commercianti, sarà passata». Insomma, per esser pessimisti, il difficile viene adesso... «Sì, di qui all'estate gli industriali si aspettano la punta delle insolvenze. Ma è in momenti del genere che gli imprenditori più avveduti si preparano a conquistare nuovi spazi». E il signor Sagripanti sorride. Come ha imparato a sorridere al centralino di Manas che, per inciso, è l'acronimo dei membri della famiglia, alla terza generazione in impresa. «Io ho cominciato presto ad andare in fabbrica, già negli anni della scuola - spiega - poi il mio papà, come primo impiego, mi ha messo al centralino. Un po' mi ero risentito, ma in un anno di centralino ho conosciuto tutti i nostri clienti». Ma il sorriso? «Ho imparato presto che, per rispondere a tono, bisogna sorridere, qualunque sia il tuo umore. E allora ho fatto mettere uno specchio». Che è ancora lì, in bella vista a Montecosaro, provincia di Macerata, a ricordare a chi risponde che è Manas la più bella del reame. Parliamo delle ombre. Lei, tra l'altro, fa parte del direttivo dell'Anci, l'associazione dei calzaturieri. Quindi ha il polso della crisi dei distretti. Dov'è la vera emergenza? «A Donguang». Doveeee? «Sì, nel più importante distretto cinese ci sono tante fabbriche ferme. Colpa, tra l'altro, dell'incremento dei prezzi. Ormai la Cina ha un vantaggio modesto nei confronti, che so, della Romania». Quindi si torna a casa? «Dipende. Per un certo tipo di calzatura delocalizzare è indispensabile. Ma noi ormai puntiamo alla Cambogia o al Myanmar». Sic transit gloria mundi. Manco il tempo che si spenga l'ultima eco dell'allarme Cina ed ecco che le cose cambiano. Ma sono cambiate per davvero? «Nelle Marche - risponde il signor Cleto - si raccolgono i frutti del lavoro di questi anni. Abbiamo investito sui brand. Oggi sui primi dieci marchi italiani, la maggioranza è marchigiana. Patisce chi ha lavorato per conto terzi». Marketing più delocalizzazione. E il distretto svanisce... «Nient'affatto. Per due ragioni. Primo, noi ma non solo noi, penso a La Fornarina per fare un esempio, abbiamo assunto tecnici ed investito nel prodotto. Secondo, chi è disposto a pagare 200 euro per una scarpa esige il made in Italy vero. E noi stiamo ben attenti a non tradire i consumatori europei». E gli altri? «È lo stesso, beninteso. Ma con l'euro a questi livelli ci stiamo giocando il Giappone o gli Usa». E la Russia? «Svanita. Ci contavamo molto, noi delle Marche. Oggi però i compratori russi sono scomparsi. Torneranno. Ma nel frattempo dobbiamo inventarci un'altra Russia». Magari di cartone. Come i punti vendita brevettati da Manas con Oliviero Toscani e l'architetto Pietro Carlo Pellegrini: ecologici, economici, replicabili un po' dappertutto. Dalla Cina agli Emirati. In marcia. Tanto le buone scarpe ci sono.

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"si potrebbero risparmiare quattrocento vite all'anno" - federica cravero (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina V - Torino Cadum, epidemiologo dell´Arpa illustra le cifre della "guerra" "Si potrebbero risparmiare quattrocento vite all´anno" La città si trova in una condizione che ha pochi paragoni. Qui è peggio che a Parigi e la spiegazione c´è FEDERICA CRAVERO «è vero che ci sono stati dei miglioramenti negli anni, ma la realtà è che a Torino se l´aria fosse più pulita si risparmierebbero 400 vite in un anno, 377mila giorni di lavoro, 1.600 attacchi d´asma a bambini e 3.300 attacchi di bronchite acuta», spiega Ennio Cadum, epidemiologo dell´Arpa, impegnato a studiare il rapporto tra inquinamento e salute. Perché a Torino la situazione è così critica? «Il problema è che la Pianura Padana è un catino chiuso da tre lati in cui gli agenti inquinanti ristagnano e per essere eliminati occorrono pioggia, neve oppure venti forti. Inoltre è una zona che produce moltissime sostanze inquinanti perché ci vivono oltre 23 milioni di persone che ogni giorno si muovono in auto o con i mezzi pubblici e c´è un´altissima concentrazione di fabbriche». Una situazione simile ad altre realtà? «Poche, al mondo si contano sulle dita di una mano e sono il bacino della Ruhr in Germania, la costa orientale degli Stati Uniti, la zona dei Grandi Laghi e la Cina. Torino per esempio registra all´anno quattro volte i superamenti di una metropoli come Parigi». Negli ultimi anni, tuttavia, ci sono stati dei miglioramenti. Bisogna continuare sulla linea delle politiche adottate? «Varrebbe la pena studiare in maniera sistematica l´incidenza che ogni provvedimento ottiene sul miglioramento della qualità dell´aria. Si potrebbe scoprire che una misura antismog molto sgradita ai cittadini ha scarso effetto e puntare invece su quelle che hanno un miglior beneficio in rapporto alla scomodità. Ma soprattutto si dovrebbero migliorare i mezzi pubblici. Parigi e Londra sono meno inquinate di Torino anche perché il mezzo di trasporto più comodo è la metropolitana e non l´auto». Quali sono gli effetti sulla salute? «A breve termine gli studi dimostrano che nei giorni successivi a un picco di inquinamento si registra un aumento della mortalità e dei ricoveri soprattutto, ma non solo, per patologie respiratorie e cardio-vascolari. E non c´è una soglia oltre la quale si verifica questo: anche a bassi livelli, piccoli aumenti possono creare danni». E sul lungo periodo? «Non vorrei fare dell´allarmismo, ma dopo una trentina d´anni di esposizione aumenta del 10 per cento il rischio di tumore ai polmoni e del 30-40 per cento la mortalità. In generale l´inquinamento funziona come aggravante alle patologie o alle predisposizioni di ciascuno». Detta così, la popolazione di Torino dovrebbe essere sterminata nel giro di pochi anni... «A compensare questi valori ce ne sono altri a favore: per esempio il reddito pro capite alto, l´efficienza delle cure, la rapidità di intervento in caso di necessità... Come dire che il rischio di avere un infarto aumenta rispetto a uno che vive in montagna, ma è più alta la possibilità che un infartuato sopravviva». Esistono dei rimedi che ciascuno può adottare? «Assumere antiossidanti, come frutta e verdura, per limitare la nocività degli inquinanti, stare preferibilmente in casa nei giorni in cui i livelli di smog sono più alti o comunque evitare le zone più trafficate».

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"napoli protagonista delle missioni nello spazio" - renato sartini (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina VII - Napoli L´intervista Parla Enrico Saggese, numero uno dell´Asi: la politica di Obama determinante per i fondi e la ricerca nell´esplorazione dell´universo "Napoli protagonista delle missioni nello spazio" RENATO SARTINI Barack Obama sale oggi alla Casa Bianca. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, oltre a dover affrontare la più difficile crisi economica degli ultimi ottant´anni, e problemi internazionali chiamati Iraq, atomica iraniana e conflitto nella striscia di Gaza, dovrà occuparsi anche di questioni... extraterrestri. Perché l´uomo più potente del mondo, attraverso le strategie della Nasa, l´ente spaziale americano che risponde direttamente al vice presidente Usa, decide di fatto la destinazione di parte di quei finanziamenti che le agenzie spaziali di tutto il mondo mettono a disposizione delle rispettive imprese e centri di ricerca nazionali per l´esplorazione dell´universo. In Campania, l´Asi (Agenzia spaziale italiana) mette a disposizione del settore spazio quasi 80 milioni di euro, giustificati da un´elevata competenza del territorio nel campo della telescienza - la ricerca scientifica che si fa controllando da terra esperimenti a bordo della Iss, di Shuttle e razzi sonda - dell´osservazione della Terra da satelliti e della costruzione di strumenti di misura da inviare su altri pianeti. Campi d´eccellenza grazie ai quali, spiega l´attuale numero uno dell´Asi Enrico Saggese, qualunque sarà la scelta di Obama, Napoli sarà una delle protagoniste delle future missioni spaziali umane e robotiche. La "conoscenza", quindi la capacità di fare innovazione, sono il segreto di Pulcinella per vincere la crisi, e tenere a distanza paesi emergenti come India e Cina. Napoli, che ha saputo fare tesoro di decenni di esperienza nel campo della ricerca spaziale, riuscirà a essere protagonista dei futuri programmi spaziali internazionali? «La scelta di continuare a investire sull´esplorazione umana dell´universo puntando sulla realizzazione di una base lunare da cui inviare uomini alla volta di Marte nei prossimi quaranta anni spetta agli Stati Uniti. Ovvero a Barack Obama, che adesso dovrà rendere pubblica la sua politica spaziale dettando di fatto l´agenda al resto del mondo. Quindi alle agenzie spaziali nazionali, tra cui l´Asi che, a sua volta, coinvolgerà le istituzioni di ricerca e le piccole e medie imprese presenti nel Paese. E infine, per competenza ed eccellenza in questo settore, anche il territorio napoletano che, qualunque sarà la scelta di Obama, ha una storia e un´esperienza spendibile in ogni programma spaziale». Sono molte le imprese consolidate nel settore che aspettano questa decisione (Tecnosystem, ITS, FoxBit, AT Tecnology, Euro Soft) e che sono in parte concentrate nell´area orientale di Napoli. Ci sono consorzi che già lavorano a idee ambiziose: Ali porta avanti il progetto "Irene", una capsula spaziale di rientro; Idea lavora a studi riguardanti la Luna. «Intorno all´area metropolitana è concentrata la maggior parte dei mille cervelli che in Campania lavorano per lo spazio: il 20 per cento dei circa 5500 addetti impiegati in Italia. Tenendo conto che la conoscenza è il fattore più importante per competere a livello mondiale, e che su questo territorio sono già presenti laboratori e impianti di rilevanza mondiale, si comprende l´importanza di una realtà come quella partenopea in cui è possibile spendere direttamente, in ricerca di base e applicata, la maggior parte delle risorse economiche che ogni anno l´Asi mette a disposizione del territorio». Lei parla di laboratori di ricerca come quelli del Mars center di Telespazio, dell´Istituto nazionale di astrofisica e Cnr. Nel Plasma wind tunnel del Centro italiano di ricerche aerospaziali di Capua vengono riprodotte le condizioni di temperature delle capsule che rientrano dallo spazio... «Tutti investimenti di successo. Grazie al suo fondatore, Luigi Napolitano, e all´impegno del professor Rodolfo Monti, il Mars di Napoli è una realtà autorevole nel campo della telescienza. All´università "Parthenope", invece, si eccelle nell´utilizzo di satelliti equipaggiati con radar attivi per l´osservazione della Terra, come quelli di cui è dotata la costellazione italiana voluta dall´Asi, Cosmo SkyMed. L´Osservatorio astronomico di Capodimonte contribuisce in maniera rilevante alla missione Rosetta. Missione con la quale si scenderà su una cometa per estrarre campioni e capire se il nostro pianeta è stato fecondato da uno di questi oggetti che vagano per il nostro sistema solare».

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dai pub al vecchio west un marchio per il mondo - franco vanni (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XVII - Milano Dai pub al vecchio West un marchio per il mondo La città su mille insegne Spesso però è associata alla gondola o alla pizza FRANCO VANNI I proprietari della Pizzaria Milano, ristorante in un paesino del Maryland, della nostra città devono avere un´idea vaga. Nel menù si trovano «pepperoni and pimiento», «garlic cheeseburger» (ovvero l´hamburger con formaggio e aglio) e altre specialità di quella che sarebbe la tipica «cucina milanesa». A New York i bar che portano Milano nell´insegna sono tre. Il più noto, il Milano´s, come caratteristico logo meneghino ha scelto una gondola. E la confusione con Venezia è nulla rispetto alla forzatura geografica fatta dai gestori della canadese Bracetterie Milano, a Gracefield nel Québec, che per pubblicizzare il loro pollo fritto usano l´immagine di un tempio greco. è così ovunque, segno che la città non ha un´immagine forte. A Parigi c´è la Tour Eiffel, a Maranello la Ferrari, da noi dovrebbe esserci il Duomo, invece chissà. I negozi che hanno deciso di chiamarsi Milano sono centinaia, dappertutto: dalla Germania al Laos, dagli Stati Uniti alla Cina. E quasi ovunque l´insegna è guarnita di riferimenti da fare drizzare i capelli in testa ai leghisti: «pizza», «maccaroni», addirittura «Papa», romano da sempre. Però il nome, a giudicare dalla diffusione, piace. Non solo agli emigranti meneghini, che portavano in paesi lontani l´orgoglio di essere nati nel capoluogo, ma anche ai commercianti autoctoni dei cinque continenti. Il Pub Milano di Dublino è semplicemente un pub dublinese, e ancor meno sembra entrarci con la città lombarda la Milano Trucks Ltd., società di trasporti della Louisiana: il titolare ha un cognome pieno di consonanti, forse originario dell´Est Europa. Ricercando Milano a spasso per il globo si scopre anche che non siamo soli. In Ohio c´è un paesino che si chiama Milan. Il villaggio, 1.450 abitanti, ha dato i natali a quello che risulta essere il "milanese" più famoso di sempre: Thomas Alva Edison, nato lì l´11 febbraio 1847, giorno di festa cittadina dalla morte dell´inventore. Massimiliano Orsatti, assessore comunale al Turismo, leghista, appresa l´esistenza di Milan già immagina un gemellaggio: «Lo proporrò al sindaco - dice - sarebbe un modo per adottare Edison e anche per farci un po´ di pubblicità all´estero. A giudicare dalle insegne in giro per il mondo sembra che della nostra città si sappia poco». Il Comune ha ideato un logo per Milano ricavato dallo stemma municipale, lo scudo bianco crociato, nella speranza di dare un marchio visibile alla città. Ma c´è ancora tanto da lavorare, e Orsatti sa con chi prendersela: «è ovvio che all´estero Milano sia la città delle gondole - continua l´assessore - lo sarà fino a quando nei baracchini di souvenir in piazza Duomo continueranno a venderne le riproduzioni in plastica e non i nostri simboli». A dire il vero oltre frontiera una Madonnina piccola piccola, a cercarla bene, la si trova. è lo stemma di un´impresa di costruzioni, la Milano Construction, registrata alla Camera di commercio di Vancouver. Una ditta omonima si trova a Città del Capo, e per stemma ha uno gnu. Per chiarire una volta e per tutte che da noi gli gnu non ci sono attendiamo Expo 2015, quando tutto il mondo sarà nostro ospite. Così gli indonesiani in visita potranno finalmente scoprire che a Milano, in via Padova, c´è un locale che si chiama My Bali, che di balinese non ha nulla e che serve rum venezuelano. SEGUE A PAGINA V

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il lingotto si rilancia in usa e detroit punta sulle "small" - (segue dalla prima pagina) (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 19 - Economia Chrysler deve riconvertirsi per avere gli aiuti statali Il Lingotto si rilancia in Usa e Detroit punta sulle "small" Giù il titolo del gruppo italiano: utili ridotti Giù il titolo del gruppo italiano: utili ridotti Ecco i vantaggi che le due case automobilistiche potrebbero trarre dall´accordo Gli americani: "Trattative in corso in tutte le industrie, noi non siamo diversi" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Poiché l´ad del Lingotto ha qualche dubbio su questa possibilità e a giudicare da quanto ha fatto sapere ieri Almunia non è il solo, ha deciso di accelerare i tempi per mettersi in zona di sicurezza. Marchionne non si è rivolto a caso agli americani. E´ noto che egli da tempo sta parlando, come si dice, a 360 gradi nel senso che da quando ha capito che gli accordi mirati industriali e commerciali non erano più sufficienti per resistere alla crisi ha alzato il tiro e ha messo in conto un´alleanza più strutturata. Per fare questo ha esaminato tutti i possibili partner dall´Europa all´Asia per dire dalla Peugeot alla Bmw e dal gruppo Tata ai cinesi. Se ha direzionato il timone sull´America e sulla Chrysler una ragione deve esserci e va cercata nella coincidenza tra gli interessi di Fiat e quelli del possibile socio americano. Va ricordato anche che i torinesi da tempo stanno tentando di rafforzare la loro presenza in Cina e attraverso questa in Asia, ma il dialogo da quella parte del mondo si è rivelato sempre lento e complicato. Con gli americani Marchionne, oltre ad avere una maggiore consuetudine di dialogo, ha la possibilità di scambiare una tecnologia di cui la Fiat dispone andando a incrociare con il bisogno della Chrysler di uscire dalla sua crisi e ottenere gli aiuti dal governo Usa, condizionati alla riconversione verso le piccole auto. Del resto una partnership come quella che si va profilando, sarebbe stata impensabile sia con gli europei sia con gli asiatici. In più essa può consentire a Fiat di attraversare il guado senza dover fare i conti con quelle misure traumatiche ovvero con quei ridimensionamenti produttivi che Marchionne ha sempre escluso per quanto riguarda l´Italia. E´ difficile dire se la cattiva accoglienza dell´operazione da parte della Borsa (-4,8%) sia dovuto al fatto che le voci arrivate dall´altra sponda dell´Atlantico l´abbiano ieri colta in contropiede. E´ probabile che sia così ma è altrettanto probabile che abbia scelto di concentrare la sua attenzione sulle indicazioni degli analisti circa i conti del 2008. A questo proposito i consensus indicano un risultato di gestione ordinaria a 3,27 miliardi contro i 3,23 del 2007 ma con un utile netto di 1,7 miliardi contro 2,05 dell´anno precedente; un dato quest´ultimo che potrebbe mettere in discussione il dividendo. E´ evidente che su questo peggioramento ha pesato soprattutto il quarto trimestre e naturalmente il settore auto. Negli ultimi tre mesi il risultato della gestione ordinaria sarebbe stato di 590 milioni contro i 947 del 2007 e l´utile netto risulterebbe dimezzato a 290 milioni; con l´utile netto di Fiat Group Automobiles sceso a 40 milioni dai 233 del 2007. In serata è arrivata una nota della Chrysler: "Nell´attuale contesto economico trattative sono in corso tra le società in tutte le industrie, e la nostra non è diversa» (s.t.)

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Pericolo Buy America (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-01-20 - pag: 8 autore: DALLA PRIMA Pericolo Buy America Ma un rinvio a un tempo così incerto urta contro le necessità dell'attuale situazione economica. Siamo all'inizio di una lunga e difficile fase recessiva, resa ancora piùpesante dalla contemporanea grave crisi finanziaria. In questa congiuntura il pericolo di vedere nuove misure protezionistiche a difesa delle produzioni nazionali già si è manifestato. Il suo diffondersi a varie aree del mondo aggraverebbe in misura inaccettabile la recessione. Negli stessi Usa si potrebbero presentare forti pressioni per una larga applicazione del "Buy America" e per misure di protezione a settori industriali, come l'auto,che potrebbero alterare la concorrenza e generare misure di compensazione da parte di altri Stati. è necessario reagire al più presto. L'Unione Europea dovrebbe prendere, insieme con la nuova amministrazione americana, la leadership per promuovere una serie di iniziative. La prima, in ordine di tempo, dovrebbe riguardare proprio il rifiuto del protezionismo. Ma a differenza della dichiarazione del G-20 a Washington, rimasta inascoltata, si dovrebbe puntare su un accordo vincolante di "standstill", da prendere in sede di Wto. Contemporaneamente l'Unione Europea, insieme con la nuova amministrazione americana, dovrebbe porre sul tavolo negoziale tre altre iniziative. La prima riguarda la conclusione del Doha Round; la seconda un impegno ad affrontare nell'ambito della Wto i nuovi problemi commerciali del XXI secolo e in particolare quelli legati alla protezione dell'ambiente e ai mutamenti climatici; la terza, il miglioramento e il rafforzamento del sistema multilaterale degli scambi. La conclusione positiva del Doha Round è una priorità politica e non solo commerciale se vogliamo veramente salvaguardare il sistema multilaterale. Già oggi ci troviamo di fronte a una situazione in gran parte compromessa data la grande diffusione di aree di libero scambio e di accordi bilaterali. Sono questi, come è noto, accordi preferenziali poiché limitano i vantaggi negoziati ai soli membri dell'accordo e non a tutti i partecipanti al sistema, come è il caso del commercio multilaterale. Il loro controllo da parte del segretariato della Wto è limitato e per un significativo numero di accordi, quasi inesistente.Negoziare un accordo bilaterale o un'area di libero scambio è ovviamente molto meno difficile e anche molto più rapido che partecipare a un negoziato con tutti i 150 membri della Wto che si deve concludere con il consenso di tutti per ogni singolo aspetto del negoziato. Inoltre, negli accordi preferenziali si possono inserire clausole sociali o altre secondo i desideri dei partecipanti. In altri termini, il ricorso ad accordi preferenziali è ormai il sistema preferito dai governi nazionali, anche se le loro dichiarazioni pubbliche continuano a esprimere sostegno per il multilaterale. Un rinvio nel tempo per la ripresa dei negoziati sul Doha Round aprirebbe, dunque, un vuoto che sarebbe interamente ricoperto dai negoziati preferenziali, aumentando a dismisura le discriminazioni tra i membri del sistema multilaterale e le differenze di contenuto e di compatibilità con le regole Wto. Inoltre questi accordi lascerebbero al di fuori della loro area la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, in particolare i meno avanzati. Sarebbe questo un grave errore. Ecco perché è anche urgente aprire il terzo terreno negoziale, quello del miglioramento generale del sistema e la sua compatibilità con la Wto. Sarebbe irrealistico pretendere di fermare il grande flusso degli accordi preferenziali, ma dovrebbe essere possibile e nell'interesse di tutti aumentare i poteri di controllo del segretariato della Wto per assicurare nel tempo una graduale convergenza degli accordi preferenziali, in particolare per quelli bilaterali, con gli obiettivi e le regole della Wto. Per la parte negoziale si potrebbe fare maggiore ricorso agli accordi plurilaterali, come è stato negli anni ' 96 e '97 per la prima liberalizzazione dei servizi finanziari e per quella delle tecnologie dell'informazione. Per questi accordi che si svolgono all'interno del sistema Wto, la partecipazione è aperta agli Stati che lo desiderano. Si tratta di un sistema flessibile che tuttavia assicura la compatibilità e la coerenza con le regole generali. Il suo miglioramento richiede anche un rafforzamento dei rapporti con il Fondo Monetario e la Banca Mondiale. Di particolare importanza è il rapporto con il Fondo per gli aspetti che attengono alla coerenza tra sviluppo degli scambi e politiche dei cambi. Un'ultima considerazione: il riaggiustamento del sistema commerciale mondiale che inevitabilmente avverrà nei prossimi mesi e anni cambierà ancora di più gli equilibri geo-politici attuali. è di pochi giorni la notizia che la Cina ha ormai superato la Germania e si avvicina a occupare il secondo posto nella gerarchia mondiale. Il peso e la capacità di ciascuno dei membri dell'Unione Europea di difendere i propri interessi di fronte alle sfide globali e di influenzare la definizione di un nuovo ordine mondiale, dipenderà quasi esclusivamente dalla nostra capacità di costruire istituzioni che ci consentiranno di parlare con una sola voce. Di pari importanza sarà la nostra capacità di costruire un nuovo rapporto con gli Stati Uniti, ugualmente essenziale, ma basato sulla consapevolezza che il mondo è già cambiato e che non siamo più necessariamente il partner più rilevante per Washington. è di questi giorni una nuova sigla apparsa sulla stampa americana: ilG-2,ma il2 non sta per Usa–Europa, ma per Usa–Cina. è anche questo il senso di un editoriale di Henry Kissinger sulla costruzione di un nuovo ordine mondiale. Renato Ruggiero

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Ordine da 87 milioni per la Mermec (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE MERCATI IT data: 2009-01-20 - pag: 21 autore: Trasporti. La società pugliese fornirà sistemi innovativi di segnalamento alle Fs Ordine da 87 milioni per la Mermec Vincenzo Del Giudice BARI La società pugliese Mermec, in consorzio con la società Ecm di Pistoia, si è aggiudicata da Trenitalia (Gruppo Fs) un contratto di 87 milioni di euro circa per la fornitura di una nuova generazione di sistemi di segnalamento di bordo che verranno installati su 685 locomotori. «Il contratto, che prevede nello specifico la fornitura ed installazione di 685 sottosistemi di bordo Ssc/ Scmt Bl3 –fanno sapere dalla Mermec – siinquadra nel programma più ampio di equipaggiamento della infrastruttura ferroviaria italiana e del suo parco rotabili. L'implementazione di una serie di nuove tecnologie di segnalamento (Ssc, Scmt, Ermts) è infatti in corso di finalizzazione sull'intera rete nazionale, che si estende per circa 18mila chilometri, e consentirà la protezione automatica delle marcia dei treni e quindi l'ottenimento dei più alti livelli di sicurezza nella circolazione». «Queste tecnologie di segnalamento – si legge in una nota – richiedono infatti ciascuna l'installazione di particolari e sofisticati apparati elettronici sia di terra che di bordo in grado di comunicare tra di loro e controllare automaticamente la marcia dei treni». «Oggi la Mermec si sta organizzando – racconta Vito Pertosa, presidente del gruppo pugliese e socio di minoranza – sia in termini commerciali che di portafoglio per estendere la proposizione tecnologica di soluzioni per il segnalamento sia al mercato domestico che a quello internazionale a partire proprio dal 2009. Il nostro obiettivo resta la quotazione per il 2011 e continuiamo ad eseguire il nostro piano strategico, che prevede un fatturato di oltre 100 milioni di euro nel 2009, con la capacità di innovare che ci hanno sempre contraddistinto ». Il gruppo di Monopoli (Bari), controllato dal fondo di private equity Investitori Associati, ha chiuso il 2008 con un fatturato consolidato di circa 80 milioni ed un Mol di circa 23,5 milioni, ha al suo timone il nuovo amministratore delegato Silvano Brandi, che punta a fare del gruppo con quartier generale in Puglia il leader mondiale indiscusso delle soluzioni per la diagnostica e la gestione delle infrastruttura ferroviarie ed il settimo grande player internazionale per l'offerta di soluzioni di segnalamento. Mermec è presente con le sue soluzioni ad alta tecnologia in più di 40 Paesi nel mondo e nel 2008 si è aggiudicata i contratti per la fornitura di sistemi diagnostici per il treno di misura ad alta velocità spagnolo, per un veicolo di misura a Taiwan, per sistemi di visione in Francia, sistemi diagnostici in Brasile, Cina, Repubblica Ceca. Aggiudicati anche i contratti per la fornitura di servizi di misura ed ispezione in Turchia.

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Non saremo neo-protezionisti (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO E MERCATI data: 2009-01-20 - pag: 23 autore: Intervista. Parla Thomas Donohue, presidente della U. S. Chamber of Commerce: la crisi e la gelata degli scambi «Non saremo neo-protezionisti» Da fine anno si comincerà a uscire dalla recessione - Il ruolo centrale dell'Asia Stefano Carrer TOKYO. Dal nostro inviato Solo una ripresa del commercio internazionale attuabile con il ripudio delle tendenze neoprotezioniste e con ulteriori liberalizzazioni degli scambi potrà far tornare il mondo sul sentiero di una crescita robusta e sostenibile. è il messaggio di Thomas J. Donohue, presidente della U.S. Chamber of Commerce (Uscc), che in questi giorni ha viaggiato in Asia (da Pechino a Seul, a Tokyo) per portare una rassicurazione e un avvertimento: da un lato, l'Amministrazione Obama continuerà a essere "pro-trade", dall'altro è compito di tutti combattere la tentazione protezionista rilanciata dalla crisi attuale. Il 70enne Tom Donohue da New York è al vertice della maggiore Business Federation del mondo dal 1997, ed è accreditato come l'uomo che ha rafforzato l'influenza della lobby imprenditoriale americana nei corridoi politici di Washington e anche all'estero. Donohue, che andrà presto al Forum di Davos, non ha perso la sua completa fiducia nei cardini di una associazione la cui missione dichiarata è quella di «far avanzare il progresso umano attraverso un sistema economico, politico, e sociale basato su libertà individuale, incentivo, iniziativa, opportunità e responsabilità ». Che messaggio porta ai leader di quest'area in un momento in cui la recessione fa contrarre i volumi del commercio internazionale, mentre non pochitemono che la nuova Amministrazione sarà anzitutto per "America First!"? L'Asia rappresenta la metà dell'economia mondiale e ha relazioni di business con quasi tutti i principali membri della Uscc. Ci verrò sempre più spesso. Oggi tutto è interconnesso, non esistono più questioni economiche "domestiche" contrapposte a quelle internazionali. In questo periodo sorge un'inclinazione naturale a diventare tutti più protezionisti. Ma la storia insegna che cedere a questa tentazione è il modo più sicuro per aggravare problemi economici comuni. Sono stato impressionato in modo positivo dalla scelta della nuova squadra economica di Obama: sono persone pro-trade e proopen market. I timori di una svolta protezionista Usa sono fuori luogo,ma tutti devono impegnarsi a lavorare insieme per promuovere interessi che sono reciproci. Il test è già pronto: il Congresso ratificherà o no il Free trade agreement (Fta) con la Corea del Sud? Riteniamo fondamentale sia una sollecita conclusione dei negoziati globali del Doha Round sia che siano ratificati i tre "Trade bills" (anche con Colombia e Panama, ndr) su cui il Congresso deve decidere.Penso che tra duetre mesi Congresso e Amministrazione se ne faranno carico. L'idea di un Fta con il Giappone, invece, non procede... Non è d'attualità, anche perché il Giappone è il campione delle barriere non tariffarie. Oggi la cosa più importante che Tokyo può fare è mostrare leadership per favorire la conclusione del Doha Round e contribuire a far imbarcare l'India in un nuovo accordo globale. Le sue previsioni sui tempi di una ripresa? Verso metà anno si toccherà il punto più basso e da fine 2009 cominceremo a uscire dalla recessione. è anche vero che per una uscita completa dalle recessioni occorrono tre anni, e questa è la peggiore. Lei è uno dei più autorevoli rappresentanti di una cultura economico-finanziaria che ora sembra, almeno parzialmente, delegittimata soprattutto in un'Asia colta di sorpresa dal fatto che questa volta la crisi sia stata originata dagli Usa. Ha percepito questa tendenza a considerare meno che mai un "benchmark" il capitalismo made in Usa? Per la verità la prima percezione di un certo atteggiamento l'ho avuta in Europa occidentale. Ricorderà che, da Sarkozy ad altri leader europei, si parlava di “capitalismo da cowboy”, di cose che non potevano succedere in Europa. Poi si è scoperto che certe banche europee erano state anche più aggressive di quelle americane. In Asia non si fanno tante elucubrazioni tipo "i consumatori americani hanno speso troppo oltre i propri mezzi": ci chiedono semmai quando torneremo a spendere. Non negherà che rappresenti una svolta per voi l'accettazione di un ruolo tanto più ampio dello Stato nell'economia: maxipacchetto di stimoli, salvataggi delle banche e anche di alcuni settori industriali come l'auto. Il pacchetto di stimolo all'economia è da oltre 800 miliardi di dollari. Io sono favorevole forse oltre quello che i membri della mia associazione gradirebbero, perché siamo in una situazione eccezionale. Tutti oggi siedono sul loro denaro. Non ho mai visto una recessione così, con la gente tanto paralizzata dalle circostanze economiche. Per questo occorre uno stimolo forte. Senza intervento finanziario pubblico, il rischio era quello di una crisi globale senza precedenti. Quanto all'auto, occorreva prendere una decisione: se non agire significa creare un milione di nuovi disoccupati, per cui sarebbe occorsa una manovra ulteriore da centinaia di miliardi di dollari solo per porre le condizioni di un loro assorbimento, allora non è meglio, non è businesslike, spendere qualche miliardo di dollari adesso? Tra l'altro, ritengo che le case automobilistiche straniere siano state intelligenti a restare fuori dalla discussione: altrimenti sarebbere state criticate. Non la spaventa la crescita del deficit? Il disavanzo va rapportato non al budget statale, ma alle dimensioni e alla vitalità dell'economia Usa. Quindi è ancora gestibile. La vera preoccupazione, semmai, riguarda l'esplosione dei costi per Medicare. La settimana scorsa l'ex consigliere di Carter, Zbigniew Brzezinsky, ha invocato la creazione di un “G-2” tra Usa e Cina. Tokyo teme di essere trascurata... Non accetto le argomentazioni tipo "tu ami più mio fratello o mia sorella". Il punto è: vi amiamo tutti, ma in modo differente. La nostra relazione con il Giappone, Paese avanzato, è profonda, ricca e di successo. Ed è interesse anche di Tokyo espandere le relazioni con la Cina. Non dimentichiamoci che più si è della famiglia meno si stanno a vedere le formalità,per cui non c'è da offendersi se a volte i politici americani che vanno in Cina non fanno uno scalo a Tokyo. stefano.carrer@ilsole24ore.com INTERESSI RECIPROCI «Non esistono questioni economiche domestiche contrapposte a quelle internazionali» NUOVI ATTORI «La Cina non fa processi come l'Europa, pragmatica chiede quando l'America riprenderà a spendere» REUTERS AI VERTICI DI UNA LOBBY POTENTE Dall'industria dei camion al commercio mondiale Una potentissima azione di lobbying, tanto sul fronte interno quanto su quello internazionale. è quella di cui si rende protagonista Thomas J. Donohue, 70 anni, newyorchese, dal 1997 presidente e Ceo dell'American Chamber of Commerce, la maggiore business federation del mondo. Sposato, tre figli, un passato come presidente e Ceo dell'American Trucking Association, l'organizzazione nazionale dell'industria dei camion, Donohue ha fatto della Camera uno strumento molto attivo all'estero nel combattere le barriere commerciali. Sul fronte interno, invece, si è battuto per rafforzare la strategia energetica degli Stati Uniti, per proteggere la proprietà intellettuale e per eliminare gli ostacoli al business. Molto curato il profilo finanziario della Camera: dal 1997 a oggi, le risorse sono triplicate.

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Export ad alto rischio nell'Est Europa (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO E MERCATI data: 2009-01-20 - pag: 23 autore: Rapporto Coface. La mappa 2009 dei possibili mancati pagamenti nelle transazioni commerciali Export ad alto rischio nell'Est Europa Attilio Geroni PARIGI. Dal nostro corrispondente èl'anno dei grandi pericolie della grande incertezza per chi vive di esportazioni, sempre ammesso che si riesca a esportare nell'attuale contesto macroeconomico. La francese Coface misura da anni il cosiddetto rischio Paese, vale a dire l'insieme di variabili politico- economico-finanziarie che espongono le imprese ai sinistri di pagamento nelle transazioni commerciali a livello internazionale. Nel 2009 non c'è spazio per l'ottimismo,ma solo per un cupo realismo: se tutto andrà bene, cioè se le cose non peggioreranno ulteriormente, qualche segnale di schiarita comincerà a intravedersi non prima della fine dell'anno. Alla conferenza di ieri Coface ha diviso il mondo del rischio Paese in alcune categorie, la più pericolosa delle quali è quella che raggruppa le cosiddette bubble economies, l'epicentro della crisi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda, Islanda e Spagna, dove l'azione combinata dello scoppio della bolla immobiliare e l'elevato indebitamento delle famiglie ha prodotto e sta producendo effetti devastanti sulla domanda e sull'occupazione. Nella sola Spagna il numero di mancati pagamenti è cresciuto l'anno scorso del 131% contro un incremento medio a livello mondiale del 47%. Ci sono poi i Paesi contagiati a causa della loro prossimità geografica (e quindi commerciale) come Canada e Messico, quelli a bassa crescita tra i quali rientrano le grandi economie della zona euro (Francia, Germania e Italia) e il gruppo degli emergenti, con prospettive ad alto rischio per l'Europa dell'Est e la Russia,segnali preoccupanti dalla Cina e una migliore tenuta (tutto relativo, però) da parte di India e Brasile. Yves Zlotowski, capo economista di Coface, ha contato cinque crisi del credito dallo shock petrolifero del '73 a oggi, calcolando una durata media per ciascuna compresa tra i 18 e i 24 mesi. Ciò significa che un miglioramento sul fronte creditizio potrebbe maturare verso la fine del 2009: «Una prospettiva che comunque - ha avvertito - non è necessariamente una scommessa di ripresa economica». Dall'epicentro della crisi all'Europa emergente il quadro non migliora di molto, anzi. Secondo Zlotowski alcune economie dell'Est, in particolare l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria, sono estremamente vulnerabili: deficit corrente elevato, forte indebitamento in valuta delle imprese potrebbero comportare «un atterraggio brutale» per questi Paesi, tra i quali andrebbe inclusa anche la Turchia. In quest'area le aziende sono ipersensibili e più esposte che altrove ai sintomi del credit crunch. Dopo aver abbassato nel 2008 la valutazione di tutti i Paesi più industrializzati, Coface ha messo sotto osservazione, con implicazioni negative, due grandi economie del gruppo Bric e che fino a pochi mesi fa avevano sostanzialmente tenuto: la Russia e la Cina. Durante la conferenza, alla quale hanno preso parte economisti, manager, imprenditori e il governatore della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, interessante è stata la testimonianza sulla Cina dell'amministratore delegato del gruppo Fives, conglomerato attivo nell'industria dell'auto, nella logistica, del cemento e nella lavorazione dei metalli (alluminio e acciaio), Frédéric Sanchez : «Vado in Cina mediamente ogni sei settimane, e quello che osservo è una frenata violenta dell'attività economica, più di quanto non dicano le stime degli economisti. Non sono d'accordo con una previsione di crescita del 7% nel 2009. Da giugno più di metàdelle imprese siderurgiche hanno fermato la produzione». L'Italia in questo momento non rappresenta un rischio particolare, non molto di più rispetto alla Francia e alla Germania, con alcuni elementi però che non vanno sottovalutati e che sono stati sottolineati durante la conferenza: un debito publico elevato, una contrazione molto forte della domanda di beni durevoli e una difficoltà di accesso al credito per le piccole e medie imprese. attilio.geroni@ilsole24ore.com BRIC SOTTO OSSERVAZIONE A Pechino e Mosca lo stop appare più grave del previsto Il caso Italia: sotto la lente contrazione della domanda, debito e credit crunch

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Il consumatore emergente ha il cuore ambientalista (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO E MERCATI data: 2009-01-20 - pag: 25 autore: Il consumatore emergente ha il cuore ambientalista Decolla nei Bric la domanda di beni e servizi più ecologici Micaela Cappellini I brasiliani? Hanno una predilezione per il recupero di carta e plastica e per i prodotti fatti con materiali riciclati. I cinesi sono sensibili al tema dei gas serra e danno il loro contributo cercando di diminuire le ore in cui accendono i termosifoni d'inverno e i condizionatori in estate. Quanto agli indiani, cercano di non sprecare carburanti, lasciando il più possibile l'auto a casa oppure non acquistando prodotti che hanno dovuto percorrere migliaia di chilometri per raggiungere lo scaffale del supermercato. Mentre i russi, sarà per via del clima, ma sono tutti concentrati sul migliorare il livello di isolamento termico delle loro abitazioni. Prove tecniche di consumi ecocompatibili? Qualcosa di più: secondo una ricerca di Accenture, chi vive nei Paesi emergenti è addirittura più attento al futuro del Pianeta di quanto non lo siano gli evoluti consumatori delle aree di vecchia industrializzazione. Una preoccupazione, soprattutto, che fa rima con disponibilità ad agire, se nei mercati di Asia e Sudamerica oltre la metà delle persone si dice pronta ad abbandonare un prodotto per uno nuovo dotato di una certificazione di minimo impatto sul clima, a fronte di un esiguo 24% nelle economie più mature. Così come il 61% dei consumatori se ne avesse la possibilità, cambierebbe certamente fornitore di energia per sceglierne uno che offre servizi a bassa emissione di CO2. Nei Paesi sviluppati lo farebbe solo il 30% delle persone. Le aziende sono avvertite: la classe dei consumatori emergenti è attratta dai prodotti amici dell'ambiente ed è pronta a far sentire il suo peso in termini di domanda. I Bric, insomma, sono da considerarsi mercati maturi dove vendere elettrodomestici di classe tripla A, alimenti non Ogm o elettricità pulita. Anzi: «C'è in questi Paesi una domanda di beni e servizi più ecologici che ancora non incontra un'offerta adeguata –spiega Sergio Nicolini, senior executive energy di Accenture per l'Italia, la Grecia, la Russia, l'Europa centrale e il Medio Oriente – e quel che più conta è che la crisi economica in atto non sembra scalfire in nessun modo il livello di attenzione verso l'ambiente di questi consumatori». Alle dichiarazioni di intenti ecologisti indiani, cinesi, russie brasiliani fanno seguire i fatti. Tra gli indiani che nel 2007 avevano promesso di effettuare il riciclaggio di vetro, carta e plastica, a un anno di distanza il 44% lo ha fatto davvero, così come il 48% dei cinesi e anche il 22% dei russi. Solo il 14% dei tedeschi, tradizionalmente popolo tra i più attenti alle tematiche ambientali, è stato altrettanto virtuoso. Insomma, la propensione alle azioni ecologicallycorrect è alta nelle economie emergenti: negli ultimi 12 mesi almeno un terzo dei consumatori di India, Cina e Brasile è passato a un nuovo prodotto perché quest'ultimo prometteva di ridurre lo spreco di materiali, piuttosto che di utilizzare energie alternative o impiegare componenti riciclati. «Al momento – spiega Nicolini – sono avvantaggiati i produttori di beni, rispetto ai fornitori di utility, nel senso che il loro mercato si prospetta più ampio. Fornire servizi a minor impatto ambientale, infatti, implica la dotazione di tecnologie adeguate. E le tecnologie costano. Senza un debito supporto da parte dei governi interessati, è difficile che un fornitore possa garantire gas o elettricità pulita a costi che restano competitivi ». Già, i costi: questo naturalmente resta un problema, poiché dal Subcontinente indiano al Sudamerica viene segnalato come il primo ostacolo ai consumi ecocompatibili. «Un muro non insuperabile però – obietta Nicolini – visto che un terzo dei clienti emergenti negli ultimi 12 mesi ha scelto di passare comunque a prodotti più ecologici. Segno che se lo è potuto permettere». Tra i Bric, l'India è la più virtuosa: qui i consumatori sono consapevoli dei danni prodotti dall'inquinamento,sono ottimisti sul fatto che li si possa limitare e, soprattutto, hanno visto il proprio Stato investire con un certo peso in impianti energetici tecnologicamente avanzati. Un po' meno bene vanno le cose in Russia, dove la percentuale di traditori dei marchi poco ecologici si aggira attorno al 22%e dove l'ottimismo per la soluzione dei guai del Pianeta è ai minimi. «Ma non si tratta di un disinteresse per i temi ambientali – spiega Nicolini – i russi sanno che l'energia è un monopolio statale, per questo non possono sperare di veder sorgere all'orizzonte produttori alternativi e più ecologici». micaela.cappellini@ilsole24ore.com Consumi responsabili. Riciclo di bottiglie di plastica alla periferia di Pechino. Negli ultimi 12 mesi almeno un terzo dei consumatori di Cina, India e Brasile ha scelto prodotti che permettono di ridurre lo spreco di materiali REA

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Bush, difficile rimpiangerlo Domani non sarà mondo nuovo (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

POLITICA 20-01-2009 BILANCIO IN CHIAROSCURO. P ARTENZA CON REALISMO Bush, difficile rimpiangerlo Domani non sarà mondo nuovo MARCO OLIVETTI N el momento in cui lascia la presidenza degli Stati Uniti, pare difficile che George W. Bush possa essere rimpianto. Da almeno due anni la sua presidenza è sopravvissuta in mezzo a livelli record di impopolarità, che hanno contribuito non poco specie nel contesto della crisi economica all'elezione di Barack Obama, verso il quale continuano a circolare aspettative paramessianiche. Eppure l'uscita del secondo Bush dalla Casa Bianca suggerisce un bilancio a tinte più sfumate, meno manicheo di quello oggi prevalente. È bene cominciare dai passivi della presidenza Bush, il principale dei quali ci pare di tipo metodologico: l'unilateralismo con il quale ha affrontato il cambiamento climatico e alcuni nodi essenziali di politica estera. Fratture profonde si sono così generate sia con alcuni alleati (vari governi europei, in diverse fasi, giungendo al culmine con la guerra in Iraq), sia con le principali potenze mondiali: Russia, Cina, Brasile e altri Paesi sudamericani. Naturalmente si è trattato di un unilateralismo parziale, come stanno a dimostrare i buoni accordi sul nucleare e la capillare rete di alleanze minori di cui la stessa guerra in Iraq ha potuto godere. Per non parlare dell'appoggio convinto che alcuni governi (dalla Spagna di Aznar all'Australia di Howard, dal Regno Unito di Blair all'Italia di Berlusconi) hanno offerto, specie in passato, alla presidenza Bush. Tale unilateralismo si è armato di una ideologia legata al nome dei cosiddetti 'neocon' che ha unito elementi tradizionalmente democratici (si pensi all'internazionalismo di W. Wilson) con il conservatorismo dei repubblicani. Anche a chi non crede che questa cultura politica debba essere demonizzata, la presidenza Bush ha dimostrato proprio la debolezza dell'America quando opera come superpotenza unica e solitaria. Una debolezza fattuale (che si è vista nella lenta evoluzione del conflitto iracheno) cui si è sovrapposto un ruolo di 'capro espiatorio' che Bush ha finito per assumere agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, specie di sinistra ma non solo. Questa constatazione di fondo rimane vera anche se al declinare della sua presidenza l'unilateralismo di Bush si è attenuato, e alcuni errori sono stati corretti, mentre altri sono stati ridimensionati. Una correzione si è vista in Medio Oriente, con il cambio di strategia in Iraq (il 'Surge' voluta dal generale Petraeus, che ha posto le basi per una relativa normalizzazione del Paese) e con l'alt alla proposta israeliana di un bombardamento delle installazioni nucleari iraniane. E un ridimensionamento è venuto sul terreno più difficile per la presidenza Bush: il cambiamento climatico. La tesi secondo cui il cambiamento avrebbe avuto proporzioni meno drammatiche di quelle denunciate dai movimenti ecologisti e sarebbe stato causato solo in parte dall'uomo appare oggi meno fantasiosa di alcuni anni fa. Gli altri capitoli negativi dell'eredità Bush sono l'economia, la repressione del terrorismo e l'impreparazione dell'apparato statale interno a fronte di grandi emergenze, come l'uragano Katrina. Pure in questi casi il bilancio rimane negativo, anche se forse qualche 'se' e qualche 'ma' vanno aggiunti. Il dogmatismo iperliberista dei repubblicani richiede un rigoroso riesame, ma è forse eccessivo addebitargli integralmente la crisi attuale, che ha fra le sue cause aspetti dell'American Way of Life che la presidenza Bush non ha creato e che le sopravviveranno, così come varie politiche in materia di mercati azionari. La lotta al terrorismo internazionale condotta da Bush si è guadagnata un marchio di infamia legato al carcere di Guantanamo e alla sottrazione dei soggetti ivi detenuti alle più elementari regole dello stato di diritto. Tuttavia su questo punto si dimenticano troppo presto due cose: l'efficacia dell'azione dell'amministrazione Bush (gli attentati dell'11 settembre, verificatisi subito dopo la fine della presidenza Clinton, non si sono ripetuti in terra americana) e la scelta di non inquinare con norme eccezionali il sistema della giustizia ordinaria degli Stati Uniti. Quanto infine al fallimento dei soccorsi su Katrina, che pure si spiega abbastanza bene con la natura federale dell'ordinamento americano, l'amministrazione ha imparato la lezione, facendo approvare dal Congresso la costituzione di una struttura federale competente per i disastri naturali, che ben ha operato negli uragani del 2008. I versanti più positivi di Bush sono forse in politica interna: i programmi scolastici no child left behind (nessun bimbo lasciato indietro), le scelte sulle grandi questioni etiche (la sua opposizione al finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali, al matrimonio gay, all'eutanasia all'aborto), le ottime nomine alla Corte suprema e alla guida della Fed. Rimane dunque la valutazione iniziale: sarà difficile rimpiangere Bush. Ma i problemi e le scelte che hanno fatto di lui il presidente più impopolare dell'ultimo mezzo secolo non scompariranno con l'arrivo alla Casa Bianca di un leader molto più colto, brillante e telegenico (e amato dai media). Il 20 gennaio non inizia un mondo nuovo.

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Quando si rinuncia alle cure (sezione: Cina)

( da "Famiglia Cristiana" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

di D.A. - Scrivere a: don.antonio@stpauls.it LA SITUAZIONE DEI MALATI TERMINALI LASCIATI MORIRE PER ABBANDONO TERAPEUTICO QUANDO SI RINUNCIA ALLE CURE Scarsa attenzione si pone oggi a un problema sempre più urgente, che sta tra l'accanimento terapeutico e l'eutanasia: l'abbandono del malato che non ha speranza di guarigione. Caro padre, le scrivo perché ritengo che l?episodio di abbandono terapeutico, accaduto a mio fratello, sia esemplare. Il rischio di una cultura di morte è presente in molti ambienti medici (anche cristiani), induce alla convinzione che un malato complesso, dispendioso per la sanità pubblica, sia da definire «terminale». Per passare all?abbandono terapeutico. Un lunedì mattina in una casa di cura per lungodegenti. Il parco pettinato, ordinato, ha ospitato pazienti illustri: uomini di spettacolo, senatori a vita, imprenditori lombardi che, ormai, la fabbrichetta ce l?hanno in Cina non più in Brianza. La coreografia è rassicurante. Ma è lunedì mattina e mio fratello si è improvvisamente aggravato. Un medico è seduto alla scrivania. Alle sue spalle un manifesto che è un marchio di fabbrica, certifica una ben precisa appartenenza ecclesiale, intransigente sui valori. Mi sento rassicurata. Apre un varco di speranza nella mia disperazione: mi aspetto tempestività nella cura e umanità nel conforto. Invece, quel medico dice: «L?agonia di suo fratello potrebbe durare anche dieci giorni e qui noi non ce lo possiamo permettere, impegnerebbe troppe energie del reparto da destinare agli altri ricoverati». Poi prosegue: «Non reputiamo opportuno che muoia qui; verrà trasferito immediatamente in un hospice». Mio fratello è troppo grave, sua madre chiede in ginocchio di non trasportarlo, è troppo fragile. Mio fratello rimane lì, ma muore poche ore dopo, senza che quel medico gli abbia prestato cure pertinenti, se non qualche palliativo. La storia di Luigi è semplice. Il 15 luglio viene sottoposto a un intervento delicatissimo in un ospedale di eccellenza, per mano di uno dei migliori neurochirurghi italiani. Nei due mesi successivi, in ospedale, viene monitorato con competenza e tempestività. Lentamente si riprende. Il tumore (di natura benigna) si è molto ridotto. Tiriamo un sospiro di sollievo, il peggio è passato. Resta un paziente delicato: serve ancora un po? di convalescenza, dev?essere trasferito in una clinica di riabilitazione. Ce ne consigliano una di eccellenza, "svizzera". Qui avviene il "tragico misfatto": dopo i primi giorni si diradano i controlli e le cure. Vi è entrato in buone condizioni, poi è peggiorato. Invece di intensificare gli sforzi, i medici costruiscono il teorema del "malato terminale" e mettono in pratica una forma tenacissima di "abbandono terapeutico", che lo porta in brevissimo tempo alla morte. Si crea una cordata di medici che fa muro a ogni nostro tentativo di adeguare le terapie alla situazione clinica di mio fratello. I medici del reparto fanno da tramite anche con altri ospedali: ci viene detto che nessuno è più disposto ad accogliere mio fratello. Infine, ci viene ribaltata contro l?accusa di accanimento terapeutico per giustificare la totale incapacità di gestire un malato complesso. Mio fratello è morto per abbandono terapeutico. Dovuto alla convinzione di molti medici che non valga la pena scommettere su pazienti impegnativi, i cui miglioramenti lenti e faticosi (e non così eclatanti) non garantiscano quel ritorno di immagine di cui una clinica ? specie se di target alto ? ha bisogno per il suo prestigio. Lettera firmata Il dibattito attuale sulle questioni etiche di fine-vita è polarizzato quasi esclusivamente su due temi: eutanasia e accanimento terapeutico. Scarsa attenzione, purtroppo, è riservata a un problema che, in ambito medico, si avverte in modo urgente: l?abbandono terapeutico. Che vuol dire un atteggiamento di rinuncia, sia di presenza psicologica sia di interventi, a un malato terminale per il quale non si prevede più un?evoluzione di miglioramento del quadro clinico. La vera minaccia oggi non è solo un eccesso di cure, ma anche l?abbandono terapeutico che, per alcuni, sembra meno grave dell?eutanasia, ma che è ugualmente drammatico per la vita dei malati e delle loro famiglie, le quali sperimentano una sorta di esclusione. «Le persone giudicate inguaribili rischiano di essere abbandonate e invece si può fare ancora molto per loro», ha detto Benedetto XVI in un messaggio ai chirurghi. Il rischio di abbandono è reale e le cause molteplici: la pressione a ridurre i costi; una concezione della medicina che, quando non riesce ad arrestare il decorso infausto della malattia, abbandona il paziente; l?idea che alcune condizioni di malattia rendono indegna la vita e trasformano il malato o la persona con disabilità in un peso sociale. Così aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introduce nelle persone più fragili il dubbio di un programmato disinteresse della società. In controtendenza ci sono segnali positivi, come è palese in numerosi congressi. Si chiede a medici e infermieri di mantenere viva l?attenzione affinché nella medicina siano garantiti al malato, alla persona con disabilità e alle loro famiglie ogni terapia, cura e sostegno, purché possibili, adeguati e proporzionati; e si eviti che la rinuncia a trattamenti specifici si trasformi in abbandono del paziente. Un problema particolare si pone nel passaggio dai trattamenti medici di guarigione, che non è più possibile, a quelli curativi. In altre parole, qual è il momento di limitarsi ad assicurare una migliore qualità di vita residua al paziente di cui la guarigione non è più possibile? Oggi, nello stabilire tale passaggio ha maggiore peso la volontà del paziente informato. È importante che ci sia vero dialogo tra il malato e i familiari per facilitare la transizione dal trattamento curativo, ormai inutile, a quello palliativo. Tutto, però, rischia di girare a vuoto se non c?è un autentico rapporto di fiducia tra medico, paziente e familiari. Soltanto così si può evitare e superare la frequente ansia di abbandono terapeutico che coglie il malato o la famiglia.

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Effetti collaterali, Gaza e dintorni (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 20-01-2009)

Argomenti: Cina

Effetti collaterali, Gaza e dintorni Felice Besostri, 19 gennaio 2009, 18:00 Dibattito/2 La tregua, non ancora definitiva, è un'opportunità, che non può essere sprecata. Gli amici di Israele, quelli cioè che pensano che con la negazione dei diritti dei palestinesi non ci sarà mai un'esistenza sicura per il popolo israeliano, devono svolgere un ruolo più attivo per il processo di pace. Gli amici dei palestinesi potrebbero lanciare un segnale nella direzione di una pacifica convivenza dei due popoli Un cessate il fuoco unilaterale è stato deciso da Israele e Hamas si è resa disponibile ad una tregua di un anno ponendo delle condizioni. Per chi è preoccupato per la situazione umanitaria e per le vittime civile nella Striscia di Gaza e nel Sud Israele è una buona notizia. Ci sono state iniziative contro la guerra e pochissime per la pace. Purtroppo la maggior parte delle manifestazioni a favore della popolazione palestinese sono diventate contro Israele come Stato e con degenerazioni antisemite, oltre che di sostegno ad Hamas. Prima di proseguire occorre che siano prese distanze nette, nella pratica e non solo verbalmente, da ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo. Le parole sono pietre e fanno un danno maggiore dei sassi scagliati nella prima e nella seconda Intifada. Tre esempi: a) modificare la stella di Davide per iscriverci la croce uncinata nazista b) parlare di genocidio del popolo palestinese c) definire Gaza un campo di concentramento. Non c'è genocidio quando la popolazione aumenta e l'espressione prigione a cielo aperto è più che sufficiente. Fare commistione di simboli ebraici e nazisti è pura idiozia. Chi usa questi simboli e queste definizioni deve sapere che non si aiutano i palestinesi ma si esasperano l'opinione pubblica israeliana e tutti i democratici, che, al di là di critiche anche severe a singoli atti dei Governi di Israele, hanno un punto fermo: l'esistenza di Israele in frontiere riconosciute e sicure. è inutile un dialogo, ma neppure un confronto, con chi non critica l'art. 7 della Carta di Hamas, che prevede la scomparsa dell'entità sionista e neppure l'art. 13 di esaltazione della Guerra Santa; la negazione di Israele è l'ostacolo maggiore, insuperabile, per ogni soluzione di pace, fondata sulla formula: Due popoli, due Stati, l'unica ragionevole. Ora che le armi tacciono, occorre fare a sinistra chiarezza. Se siamo di sinistra non possiamo sostenere, anche con il semplice silenzio, che è complicità piena, il terrorismo e parole d'ordine che prevedono l'instaurazione di un regime retto dalla sharia: la difesa dei diritti umani e civili di libertà di religione e di opinione fanno parte del patrimonio comune della sinistra, sono uno spartiacque. La conclusione, temporanea, delle operazioni militari confermano le critiche alla risposta militare massiccia ai lanci di razzi. Sono stati uccisi miliziani di Hamas ed anche qualche dirigente, ma la maggioranza delle vittime sono stati civili e tra loro donne e bambini. Questo è un fatto, che doveva essere valutato dal Governo israeliano. Né vale l'argomento che Hamas non si è preoccupata della popolazione palestinese e neppure quello che vi è stata sovraesposizione mediatica rispetto ad altre situazioni (Darfur, Cecenia, Tibet, Congo orientale e Ruanda), nelle quali il numero di vittime civili, compresi donne e bambini, è stato di centinaia e migliaia di volte superiore. Semmai ci si deve rammaricare del fatto che stragi possano essere compiute nell'indifferenza più totale, per ragioni politiche (non si possono criticare troppo Russia e Cina) o di lontananza (continente africano). Rispetto soltanto a 10 anni fa c'è stato un mutamento degli atteggiamenti verso il Medio-Oriente ed in particolare verso il conflitto israelo-palestinese nelle elités intellettuali e nei gruppi dirigenti dei partiti di sinistra. Salvo Vattimo, non si troverà più un intellettuale di sinistra, che si rammarichi della imprecisione dei razzi Qassam. Personaggi come Moni Ovadia o intellettuali come David Bidussa, hanno trovato spazio nei mezzi di comunicazione della sinistra. Mi ha anche favorevolmente colpito che, anche nel mezzo dei momenti più drammatici, Radio Popolare abbia avuto il coraggio di trasmettere due dichiarazioni radio, la prima di un dirigente di Hamas, al sicuro nell'esilio siriano, e l'altra di una donna palestinese, che ha perso la casa nella striscia di Gaza. Senza conoscere l'arabo, bastava il tono di voce, per capire la distanza siderale che separava i due. Quella trasmissione di pochi minuti per chi ha a cuore il popolo palestinese è stata più istruttiva di analisi e commenti. Tuttavia non c'è ragione per essere ottimisti, perché è indubbio che nell'opinione pubblica la condanna della reazione israeliana è cresciuta e, se non si avvia rapidamente un processo di pace, è destinata ad estendersi ad Israele in quanto tale. Ci sono effetti collaterali del bombardamento e dell'invasione di Gaza, che dovevano essere evitati. La normalità di Israele richiede che gli atti del suo governo siano giudicati alla stessa stregua di quelli di governi di altri Stati: non si possono usare due pesi e due misure. I morti civili dei bombardamenti NATO di Belgrado e quelli dei bombardamenti israeliani a Gaza devono avere la stessa importanza. Neppure dovrebbe essere consentito di attribuire torti o ragioni in base al numero dei morti: è una logica da ragioneria della morte e non di umanità. Si deve utilizzare questa tardiva e fragile tregua, per innestare processi positivi in Israele e tra i palestinesi, dare maggiore voce alla società civile, cioè a due popoli, che in grandissima maggioranza vogliono vivere in pace, con sicurezza e dignità. In Israele ci sono movimenti che operano per la pace ed in difesa dei diritti umani e c'è uno stato di diritto. Quei movimenti sarebbero molto più forti ed influenti se in Palestina ce ne fossero di analoghi e le differenze in seno alla società palestinese fossero regolate da giudici e non da processi sommari. In Palestina occorre una guida politica democraticamente legittimata e che riassuma le caratteristiche di un movimento nazionale di tutti i palestinesi come era la OLP, a qualsiasi religione appartengono e sostituisca una dirigenza di orientamento religioso integralista. Se il conflitto israeliano-palestinese è ridotto ad una parte di un più generale conflitto, che oppone i mussulmani all'Occidente, al cristianesimo ed all'ebraismo, non c'è soluzione. Gli interessi del popolo palestinese sarebbero, altrimenti, subordinati alle strategie dell'Iran e della Siria, che non hanno interesse a qualsivoglia composizione, e che con le forniture di armi condizionano le decisioni della stessa Hamas, più dei palestinesi di Gaza. Dall'altro lato Israele sarebbe ridotto ad avamposto dell'Occidente e dei suoi interessi nella regione. Gli amici da sempre di Israele, quelli cioè che pensano che con la negazione dei diritti dei palestinesi non ci sarà mai un'esistenza sicura per il popolo israeliano, devono svolgere un ruolo più attivo per il processo di pace. Gli amici dei palestinesi potrebbero avere un ruolo ben maggiore di quello di organizzare manifestazioni di protesta, sarebbe sufficiente che lanciassero un segnale nella direzione di una pacifica convivenza dei due popoli: per esempio chiedere la liberazione del soldato Shalit. Questa tregua, non ancora definitiva, deve essere un'opportunità, che non può essere sprecata.

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riciclo, la plastica finisce bruciata - laura montanari (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 21-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina II - Firenze La crisi si abbatte anche sulle aziende per trasformare carta e vetro: il mercato ne chiede meno, i piazzali sono pieni Riciclo, la plastica finisce bruciata Un terzo di quella da raccolta differenziata va nell´inceneritore Il presidente di Revet: in Toscana dovremmo raddoppiare gli impianti LAURA MONTANARI Si corre per riciclare i rifiuti, per aumentare i volumi della raccolta differenziata e arrivare nel 2012 al 60 per cento, obiettivo che se non venisse raggiunto poterebbe, per legge, a un aumento dell´ecotassa. «Centrare questo obiettivo è importante, ma attenzione a non trascurare i percorsi che fanno i materiali da riciclare. Per questo dico che in Toscana abbiamo bisogno di raddoppiare impianti». A parlare è Antonio Marrucci, presidente di Revet, la società mista che gestisce la raccolta differenziata di plastica, vetro, alluminio, barattoli di acciaio e contenitori per le bevande. La società è al 60 per cento controllata da quattro aziende pubbliche (Quadrifoglio, Publiambiente-Empoli e Pontedera, Geofor-Pisa, Sienambiente) e per il 40 per cento da privati. Infatti seguendo il percorso di quello che ci affanniamo a differenziare, si incontrano delle sorprese. Per esempio sulla plastica è lo stesso presidente di Revet a rivelare: «La quantità di plastica venduta e avviata a riciclo si sta progressivamente riducendo e sta aumentando la quantità destinata al recupero energetico che viene mandata negli inceneritori: siamo arrivati al 35-40 per cento e questo rende poco produttivo lo sforzo dei Comuni e dei cittadini nell´organizzare la raccolta differenziata». Marrucci ci tiene a precisare che in questo non c´è nessuna irregolarità, «per legge Corepla, in consorzio nazionale della plastica a cui consegniamo il materiale deve mandare a recupero il 28% dell´immesso al consumo». Ma qui il problema è ambientale, non tanto di rispetto o meno della legge: «Sì, ma mandando la plastica separata e trattata nell´inceneritore si produce comunque molta energia» replica il presidente che spiega poi che gli impianti di Revet si occupano di separare la plastica per colore e polimeri e poi di vendere alle aste di Corepla. «Con minori vendite alle aste si accumulano e rimangono stoccate per maggior tempo nei nostri depositi quantitativi di plastica che poi vengono avviate a recupero energetico-incenerimento» prosegue Marrucci. Quella che finisce negli inceneritori è la parte meno pregiata della raccolta. Altra sorpresa viene dal settore della carta: con il crollo delle materie prime, in seguito alla crisi globale dell´economia, nei mesi passati le cartiere anche della lucchesia hanno avuto difficoltà a liberarsi del macero e i depositi si sono riempiti. Il picco dell´onda anomala sembra oggi passato, ma i prezzi di chi è al di fuori del consorzio nazionale Conai (che garantisce il ritiro a una tariffa concordata con l´Anci) sono precipitati mettendo in grave difficoltà soprattutto le piccole cartiere che si riforniscono presso le industrie. Tanto per avere un´idea della bufera che si è scatenata si può ricordare che fino a maggio la carta da imballaggio veniva ritirata anche a 80 euro a tonnellata dalle cartiere che a dicembre invece non erano disposte a pagare oltre i 5 euro. A proposito di opportunità ambientali, a seguire il percorso dopo la raccolta differenziata anche della carta, si incontra una sorpresa: una fetta della cartaccia che raccogliamo in Italia, e quindi anche in Toscana, non può essere smaltita dalle nostre parti, né in Europa perché il fabbisogno delle cartiere è inferiore rispetto alla raccolta. Così una porzione della carta da imballaggio già usata viaggia fino alla Cina per essere trattata e tornare a trasformarsi poi in nuovi imballaggi. Persino in Cina però è arrivata la crisi e dopo il blocco delle importazioni di ottobre e novembre a dicembre e a gennaio c´è stata una nuova apertura, una piccola ripresa e il macero italiano si è rimesso in viaggio via mare. La crisi insomma mette a dura prova pure il mercato del riciclo e a fronte di una raccolta differenziata che cresce in percentuale rispetto ai rifiuti complessivi che produciamo, i materiali come vetro, plastica, carta, alluminio e acciaio restano più a lungo in sosta nei depositi, come conferma l´amministratore delegato di Quadrifoglio Livio Giannotti: «Nel 2007 Revet ha raccolto complessivamente 88mila tonnellate di prodotti da riciclare, nel 2008 siamo saliti a 122mila. E´ un dato importante, ma adesso dobbiamo preoccuparci di far crescere le aree di stoccaggio e di organizzare al meglio la filiera in Toscana, soprattutto quella della plastica con nuovi impianti». Giannotti spiega che un altro settore in grave sofferenza è quello del legno da riciclare: «Prima ci davano dai 3 ai 7 euro a tonnellata, ora le aziende chiedono di essere pagate anche 20 o 30 euro a tonnellata per recuperare il legno stoccato nella raccolta differenziate. Insomma il mercato è cambiato e ha bisogno di correzioni».

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l'industria non si muove più crollano le vendite di macchinari - giorgio lonardi (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 21-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 22 - Economia Nel quarto trimestre 2008 più che dimezzati gli ordini interni L´industria non si muove più crollano le vendite di macchinari L´Ucimu: investimenti frenati dalla stretta su leasing e prestiti GIORGIO LONARDI MILANO - è un settore in ginocchio, quelle delle macchine utensili. Nel quarto trimestre del 2008, comunica il Centro Studi di Ucimu, l´associazione imprenditoriale di settore, gli ordini sono precipitati: - 45,9% rispetto allo stesso periodo dell´anno precedente. Ma non è tutto. Perché a far tremare i polsi è l´andamento degli ordini interni crollati del 54,4%: un calo mai registrato in un solo trimestre nel corso degli ultimi venti anni. Accusa Giancarlo Losma, presidente di Ucimu: «Le banche e le società di leasing hanno stretto i cordoni del credito mettendo in difficoltà anche quelle imprese che avrebbero voluto investire. Per questo motivo ho appena scritto al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e al ministro Claudio Scajola chiedendogli d´intervenire». Con oltre 6 miliardi di ricavi previsti nel 2008 il comparto delle macchine utensili è uno snodo vitale del sistema industriale italiano. Gli iscritti all´Ucimu, infatti, «producono macchine per produrre macchine». E fra i clienti del settore c´è il «nocciolo duro» dell´impresa italiana: l´industria dell´auto, (compreso l´indotto), quella degli elettrodomestici, quindi l´aerospaziale, l´energia (dalle pale eoliche alle turbine degli impianti termoelettrici) e la meccanica varia. Insomma, se si fermano gli ordini di macchinari vuol dire che la metà dell´impresa nazionale sta bloccando gli investimenti. Certo, il crollo registrato fra ottobre e dicembre del 2008 va comparato con l´ottima performance del quarto trimestre 2007 con il quale si confronta. Tuttavia, come sottolinea Losma, la frenata è stata brutale. Dice: «Temiamo che il protrarsi della crisi incida in modo irrimediabile sulle nostre aziende». Una paura che riguarda soprattutto la sopravvivenza «delle piccole e medie imprese familiari, che costituiscono la spina dorsale del settore». Anche perché la performance degli ordini esteri è molto negativa: - 39,2%. Il rallentamento è quindi globale è coinvolge anche Cina, India e Medio Oriente. E allora? I produttori puntano intanto l´indice contro le banche italiane e le società di leasing. Losma parla di «una situazione anomala», dovuta non soltanto alla scarsa propensione agli investimenti da parte delle imprese manifatturiere «ma anche alla pesante restrizione del credito operata da istituzioni bancarie e società di leasing, che blocca anche quegli investimenti che le imprese intenderebbero realizzare». Il presidente dell´Ucimu sostiene poi che le banche quando aprono i cordoni della borsa «applicano ai nostri clienti condizioni molto onerose con uno spread sull´Euribor sensibilmente superiore a quello applicato soltanto pochi mesi fa». è dunque in questa cornice drammatica che i vertici dell´Ucimu si hanno chiesto al governo di «subordinare ogni provvedimento a sostegno del sistema bancario senza escludere le società di leasing alla effettiva disponibilità di affidamenti alle piccole e medie imprese, alle stesse condizioni assicurate precedentemente, sia per numerosità che per costi delle operazioni».

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Ora spazio alla green economy (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-01-21 - pag: 5 autore: «Ora spazio alla green economy» Veltroni: più spese ma pronti a rivedere le pensioni, subito i nuovi coefficienti di Alberto Orioli E ora l'economia riparte? Nel giorno delle iperboli emozionali,dei riti di popolo e di teleschermo per l'insediamento di Barack Obama diventa lecito interrogarsi su come il "sogno" possa trovare percorsi reali. Walter Veltroni, leader del Pd e antesignano sostenitore di Obama (fa fede la prefazione all'edizione italiana del libro «L'audacia della speranza» dove gli riconosceva quel mix tra capacità visionaria e pragmatismo, diventati i pilastri del successo), risponde così: «C'è stato il tempo dell'auto, quello delle tlc. Ora sarà la green economy a rilanciare lo sviluppo. Penso a un grande piano sovranazionale e a programmi nazionali su più anni per dare vita a una gigantesca operazione di rottamazione del petrolio. Lo annuncia Obama, lo potrebbe realizzare anche l'Italia. Abbiamo il know how necessario – e forse anche più sviluppato che in altri Paesi – per far fronte a investimenti nei campi dell'energia sostenibile e nei motori di nuova generazione». La crisi però è prima di tutto finanziaria. è chiaro che l'effetto-Obama ci sarà in generale. Il fatto stesso che la crisi finanziaria sia caduta nel passaggio tra le due presidenze americane ha creato un moltiplicatore della crisi stessa. E la difficile gestazione al Congresso del primo piano Paulson ne è la dimostrazione. Ma saranno le stesse idee di Obama a ridestare la fiducia: ha in mente di affrontare dalle radici questa recessione. Che è finanziaria ma non solo: finora le centinaia di miliardi destinati dai Governi di mezzo mondo al sistema bancario non hanno avuto l'effetto voluto di un ritorno della liquidità all'economia reale. Qualcuno ha addirittura parlato di sciopero dei banchieri. E quando Obama dice che è tempo di passare da Wall Street a Main Street intende dire proprio che affronterà le conseguenze della crisi sull'economia reale. Le banche sono nel mirino del Governo. Chi ha sbagliato a casa o in galera, dice Tremonti. è d'accordo? Sicuramente c'è stata una grandissima sottovalutazione della crisi e anzi il ripetersi per anni di comportamenti che hanno alimentato un castello di carte crollato miseramente, una ricchezza solo virtuale che produce però danni reali, con conseguenze a volte drammatiche nella vita delle persone. Bisogna voltare pagina. L'Europa è in forte recessione ma l'Italia sta meglio. Lo dice Tremonti ma è una frase da campagna elettorale non da chi vuole risolvere i problemi. I dati europei, che confermano quelli della Banca d'Italia, non sono «congetture». Sono lo scenario con cui chi ha responsabilitàpolitiche deve misurarsi fino in fondo. Il circuito della fiducia non si attiva con il marketing o nascondendo le cifre, ma annunciando e attuando politiche condivise che aggrediscano i punti di maggiore sofferenza, ad esempio la garanzia di un reddito per i nuovi disoccupati e lo sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione. Purtroppo il governo non ha avuto il coraggio di dare risposte vere su nessuna delle due questioni nel decreto anti-crisi. è questo che fa male alle aspettative dell'economia, non le previsioni delle istituzioni preposte al monitoraggio dell'economia italiana ed europea. C'è il problema delle risorse. L'Italia non ne ha e non può permettersi di sforare i tetti Ue. Veramente noto che anche l'Italia, come altri Paesi europei, sfonderà i limiti di Maastricht ma purtroppo, mentre gli altri lo avranno fatto a fronte di grandi piani di rilancio, noi saremo fuori limite pur avendo fatto poco o nulla. Il Pd ha proposto un piano da un punto di Pil. Ma sarebbe credibile solo se fosse accompagnato dalle riforme strutturali. Ve la sentireste di votare una nuova riforma pensioni? Confermo la necessità di dare vita a un piano da un punto di Pil, 16 miliardi appunto. Un piano strategico, però, non i francobolli del Governo Berlusconi. All'Italia servirebbe un quadro di scelte di lungo periodo su welfare, giustizia, formazione, ambiente e anche sul riassetto istituzionale. Le pensioni? Penso a una riforma del welfare complessiva che riveda anche l'indennità di disoccupazione: ci sono due milioni di precari e quasi sette milioni di lavoratori a tempo pieno che rischiano di non poter avere una tutela in caso di perdita del posto. Per la previdenza credo si debba andare verso soluzioni improntate alla filosofia della libertà di scelta: che un lavoratore possa scegliere di andare in pensione prima, con un assegno più basso, o dopo, a fronte di un assegno di quiescenza più alto, credo faccia parte del tipo di flessibilità di cui abbiamo bisogno. Pensoa soluzioni di questo tipo piuttosto che a obblighi di innalzamenti forzosi dell'età pensionabile. Eppoi va rispettato quanto previsto per l'adeguamento dei coefficienti che darebbe un po' di respiro ai conti pubblici. L'Italia propone di creare una grande «bad bank» in cui far confluire i derivati e la "finanza cattiva" per smaltirla nel corso degli anni, lasciando che la "finanza buona" torni a esercitare il suo compito senza più rischi pendenti e imponderabili. Che ne pensa? Siamo stati tanto criticati quando non accettavamo l'iperliberismo o contestavamo le tesi di chi predicava l'orizzonte nazionale o addirittura regionale quando parlava di globalizzazione. Sono gli stessi che oggi si riscoprono statalisti e mondialisti. C'era la destra,quella contraria ai lacci e lacciuoli, quella dello Stato minimo, della libertà d'impresa sopra tutto che oggi dice il contrario. La soluzione Tremonti della «bad bank» peraltro è una misura già praticata in alcuni dei grandi salvataggi finanziari di questi mesi ma non ha dato i risultati sperati sull'economia reale. Presuppone tra l'altro un'idea di governo mondiale dell'economia che è stata sempre osteggiata dal centro- destra. Però è vero che c'è stato un problema di speculazione. Se fosse al Governo e presiedesse il G8 non affronterebbe anche lei il tema delle regole? Certo che lo affronterei: credo che occorrano le regole e che aver fatto prevalere l'idea dello Stato minimo in queste cose sia stato un errore. Comunque a me capitò di dire, in tempi diversi da quelli di oggi, che c'era un eccesso di finanza nell'economia e non solo da noi. L'economia di carta che ha finito con il prevalere su quella delle imprese e delle fabbriche. Un fenomeno globale, ma anche molto italiano che ha fatto crescere nel tempo figure imbarazzanti di raider di varia natura. Che con il click su un computer speravano magari di impossessarsi dei grandi giornali. Erano anche i tempi in cui c'era il"tifo democratico"peri furbetti del quartierino... Veramente il Pd non c'era. Ma, da che mondo è mondo, il pensiero democratico tifa per il lavoro, il sacrificio, il talento, la voglia di rischiare. Caso Napoli: una pagina nera per gli intrecci tra politicae affari. L'abbiamo voltata quella pagina. A cominciare dalla prossime elezioni provinciali ci sarà personale politico nuovo, nuove energie. Un partito diverso.L'ho detto chiaramente: innovazione di persone e programmi e poi basta col partito degli "ex", ex Ds, ex Margherita. Finito. Certo, chi tenta di creare il Partito democratico riformista e pro-mercato si trova alle prese con il lato oscuro del mercato. E rischia di trovarsi assediato da chi torna a citare Marx da destra e da sinistra. Il problema dell'Italia è che non ha mai avuto una storia riformista: non c'è mai stato nulla di paragonabile a una Thatcher o a un Blair, a un Brandt o a un Aznar. Ci sono stati due brevi periodi di innovazione politica: il primo centro-sinistra e il primo Governo Prodi, non a caso prematuramente interrotti. E questo ha impedito al Paese di avere quella cultura delle riforme che si misura su un ciclo politico in grado di gestire anche contrasti forti con parte dell'opinione pubblica. L'Italia oggi avrebbe bisogno di questo,invece c'è un Governo che ha una larga maggioranza nel Paese e poi deve fare 32 decreti e abusare del voto di fiducia. Però c'è anche chi nel Partito democratico guarda a Marx come padre nobile... Io non tornerò a citare Marx. Sento forte la conferma di quello in cui credo da anni: non mi va di partecipare a questa gigantesca gara trasformistica che avviene con una disinvolutra imbarazzante. Ho sempre pensato che tanti anni di storia ci hanno consegnato un '900 portatore, spesso a prezzo del sangue, della democrazia come valore supremo della politica. Lo stesso accade per il mercato come mezzo per la trasmissione del benessere e dell'emancipazione. Certo, quando penso al mercato penso anche alle regole e ai controlli, penso alla funzione per la mano pubblica di contrasto alle diseguaglianze e alle ingiustizie e di presidio per i beni e i servizi pubblici essenziali. Tutto quello che è accaduto non mi farà convincere della necessità di una presenza oppressiva dello Stato nell'economia (che poi significa solo i partiti nell'economia). Finora semmai è mancata la capacità di regolazione o quella "intelligenza complessiva delle cose" come la chiama il cardinale Martini. Tutto serve tranne tornare al liberismo o al comunismo. La vera sfida è promuovere le opportunità e contrastare le disuguaglianze. Per stare al concreto cosa significa? Istruzione di qualità per tutti, a partire dai primi anni di scuola e opportunità di formazione continua, costruzione di un nuovo welfare che si regge su una rete di servizi potenziati e quindi su asili nido, assistenza ai disabili o agli anziani, e sull'estensione di tutele come il sussidio in caso di disoccupazione a chiunque perde il proprio posto di lavoro, un contesto di regole chiare e di opportunità che possa consentire ad ognuno di dare il meglio. Nord-Sud. Il Governatore Lombardo denuncia il rischio che i fondi del Sud vengano "scippati" per la gestione delle crisi delle imprese del Nord. è stato grave assistere durante il dibattito in Parlamento sul decreto anti-crisi allo scontro tra i due leghismi della maggioranza: il Governo finisce per essere come quel personaggio che rischia di finire squartato perché legato a quattro cavalli che tirano in direzioni opposte. Sono preoccupato per lo sfarinarsi dello spirito del Paese, un Paese impaurito, bloccato. E a farne le spese sono soprattutto le piccole e medie imprese, cui invece il Partito democratico guarda, fin dalla sua costituzione, con grande interesse perché sono la vera forza propulsiva dell'economia del Paese. Parliamo di grandi imprese. Se fosse stato al Governo avrebbe varato gli aiuti all'auto? Io spingerei per una soluzione europea congiunta. Non è immaginabile che alcuni Paesi scelgano la via degli incentivi e altri no. Se gli Usa o la Cina o grandi paesi europei decidono di sostenere l'auto e l'Italia no significa che la Fiat muore. E con essa un pezzo importante del mondo produttivo italiano. Credo tuttavia che la soluzione debba essere globale e che non si tratti di trovare soluzioni vecchio stile. Penso a sostegni mirati alla riconversione ecologica delle produzioni e a fondi per aumentare di molto gli investimenti in ricerca e in qualità. Del resto è questo il nuovo indirizzo che arriverà anche dagli Usa. LA TERAPIA «Un piano da 16 miliardi e più attenzione alle Pmi Un errore non accelerare i pagamenti della Pa» MAASTRICHT «Gli altri stanno peggio? Frase da campagna elettorale. Noi fuori dai vincoli senza fare nulla» AIUTI ALL'AUTO «Occorre una soluzione europea congiunta. Ma con incentivi legati a ricerca e ambiente» Leader democratico. Walter Veltroni, 53 anni, segretario del Pd CONTRASTO

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Ducati si allea con l'indiana Tcs (Tata) (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-01-21 - pag: 15 autore: Intesa nei sistemi industriali - Nuovo Cda: Del Torchio a.d. e presidente, entra Domenicali Ducati si allea con l'indiana Tcs (Tata) Marco Masciaga NEW DELHI La Ducati ha annunciato ieri di aver siglato un contratto di consulenza con il colosso indiano dell'information technology Tata Consultancy Services (Tcs) con l'obiettivo di migliorare l'efficienza dei propri processi industriali. L'accordo, del valore di «alcuni milioni di euro », avrà durata triennale, vedrà la partecipazione di Kpmg e,secondo l'amministratore delegato Gabriele Del Torchio, «consentirà a Ducati di rispondere meglio e più rapidamente all'andamento del mercato e al management di esercitare un migliore controllo sul capitale circolante». La decisione è stata annunciata pochi giorni dopo la nomina, da parte dell'assemblea degli azionisti, del nuovo consiglio d'amministrazione della casa di Borgo Panigale. «L'obiettivo della nostra partnership tecnologica con la società del gruppo Tata – spiega Del Torchio – è di "reingegnerizzare" i nostri processi industriali, dal supply management, all'ottimizzazione di tutti gli aspetti manifatturieri, fino al settore delle vendite. è per questo che abbiamo deciso di adottare Sap e di assemblare un team di cui faranno parte i nostri uomini, quelli di Kpmg e di Tcs con cui il nostro rapporto sarà sostanzialmente di consulenza, piuttosto che di outsourcing». L'annuncio del contratto con Tcs giunge a meno di due settimane dallo scoppio di uno dei più gravi scandali finanziari della storia indiana che ha visto come protagonista la Satyam, uno dei principali competitor di Tcs nonché la quarta società indiana nel settore dell'outsourcing e dell'information technology. Una vicenda che, spiega Del Torchio, non ha dissuaso Ducati dal cercare in India il proprio nuovo partner tecnologico. «La decisione di scegliere Tcs – spiega – è stata presa per la storia dell'azienda, per le sue competenze e la sua flessibilità. Oltre che naturalmente per i buoni risultati ottenuti nella collaborazione con Ferrari e per la competitività dei costi delle attività di back office che verranno svolte da remoto a Mumbai». Ventiquattro ore prima dell'annuncio dell'accordo, Del Torchio è stato confermato nel ruolo di amministratore delegato della Ducati, assumendo anche la carica di presidente del cda. L'assemblea degli azionisti ha anche sancito l'ingresso nel consiglio di Claudio Domenicali al fianco di Mauro Benetton, Massimo Bergami, Carlo Umberto Bonomi, Marco Giovannini, Roberto Maestroni, Antonio Perricone, Dante Razzano e Ulrich Weiss. Il nuovo consiglio avrà il compito di affiancare il management nel tentativo di ripetere nel 2009 i risultati dell'anno passato che, spiega Del Torchio, «sono stati i migliori di sempre, dal punto di vista dei volumi e dal punto di vista finanziario». Un obiettivo al quale la casa di Borgo Panigale non sacrificherà l'italianità della propria tradizione manifatturiera, ma che cercherà di raggiungere accrescendo la propria internazionalizzazione. Un processo che nel giro di pochi mesi vedrà l'apertura del primo concessionario indiano, a Mumbai, a cui farà seguito l'espansione nei mercati emergenti di Brasile e Cina.

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Premiate le relazioni Italia-Cina (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2009-01-21 - pag: 16 autore: Imprese Premiate le relazioni Italia-Cina MILANO C'è anche una novità, il premio all'imprenditoria femminile, alla sesta edizione del China Trader Award, il riconoscimento per le aziende italiane che sviluppano relazioni con Hong Kong e Cina organizzato da Cathay Pacific Airways che sarà assegnato oggi durante una cena di gala a Palazzo Mezzanotte. Tra gli sponsor gruppo Montepaschi, Camera nazionale della Moda, la Fondazione "Biella The Art of Excellence". Ospite d'onore della serata Beniamino Quintieri, Commissario Generale del Governo per l'Esposizione Universale di Shanghai 2010, professore universitario, autore e curatore di libri e articoli su tematiche relative ad economia internazionale, finanza pubblica, economia del lavoro e macroeconomia. Per Quintieri, grande conoscitore del mercato orientale, il futuro va nella direzione della connivenza tra tradizione occidentale ed estro orientale, come dimostrerà la vetrina dell'Expo 2010. R.Fa.

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Il rilancio riparte dai territori (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: JOB 24 data: 2009-01-21 - pag: 23 autore: Il rilancio riparte dai territori Il gruppo Natuzzi quadruplica i top manager e aumenta le deleghe Cristina Casadei Prima alla Natuzzi c'erano solo quattro manager che riportavano direttamente all'ammnistratore delegato. I business plan e i budget, che riguardassero l'Italia, gli Stati Uniti o la Cina, si facevano a Santeramo in Colle, il paese vicino a Bari dove c'è il quartier generale della società. Poi, i manager che riportano direttamente all'amministratore delegato sono diventati 17 e la direzione generale mondo è stata suddivisa in 6 region. Ognuna costruisce in loco un piano per l'area geografica che gestisce. La data che sta tra il prima e il poi è il 2 luglio del 2008, il giorno in cui a Santeramo è arrivato il nuovo ceo, Aldo Uva. Il manager del cambiamento dovrà traghettare il gruppo dalla crisi dell'imbottito all'11-1-15. Questi tre numeri raccontano l'obiettivo del suo piano:11 indica l'anno di conclusione, il 2011 appunto, 1 è il miliardo di euro che dovrà raggiungere il giro d'affari, 15 è invece la crescita del 15% del risultato di esercizio alla fine del triennio. I numeri del futuro sono molto lontani da quelli del presente in cui la società fattura circa 635 milioni di euro, ha 7.600 col-laboratori e ben sette unità produttive in Italia, contro le sei all'estero, di cui 3 in Cina, 2 in Brasile e una in Romania. Ma soprattutto si scontrano con un presente difficile in Italia, segnato dall'accordo sindacale del giugno scorso che prevedeva la cassa integrazione guadagni straordinaria per 1.200 posizioni, presso gli stabilimenti di Puglia e Basilicata, fino a giugno 2009. Da febbraio sarà avviato un progetto di formazione per 300 collaboratori in Cigs a zero ore. Al capo delle risorse umane, Francesco Basile, in collaborazione con società di consulenza e di head hunting, il compito di gestire la riorganizzazione del lavoro sia per la fascia alta che per quella bassa. E di sorvegliare anche la conquista di tre nuovi mercati Brasile, Russia, India che verosimilmente potrebbe comportare un avvicinamento della produzione a quelle aree. A Santeramo, della vecchia struttura centralizzata con quattro direzioni generali, è rimasto ben poco. In pochi mesi sono state fatte crescere alcune figure internamente e in contemporanea è arrivato un gruppo di giovani manager «a cui sono state affidate responsabilità nuove e importanti – spiega Basile –. Dalla gestione centralizzata si è passati a una gestione basata sulla delega». Rapidità, efficienza ed efficacia sono le parole d'ordine di questa gestione che Basile chiama «lean », piatta. Ma anche global, globale. Già perché Natuzzi con la nuova squadra,un'organizzazione meno verticistica e un'attenzione forte verso il cliente vuole presentarsi al mercato come un'azienda globale,con un grande capitale umano, un prodotto competitivo e un approccio orientato a generare valore per il consumatore e per tutti gli stakeholders. L'inglese sta entrando sempre di più nella comunicazione all'interno del gruppo, portato dai manager con esperienze internazionali. In primis Aldo Uva, l'amministratore delegato. Ex Merloni elettrodomestici, ex Parmalat, ex Sarah Lee, ex Nestlé. Sempre alla guida di divisioni estere, negli Stati Uniti, in Sudamerica, in Russia. Come chief financial officer il gruppo ha scelto un manager spagnolo, Mariano Domingo che arriva da Sara Lee Corporation. Il responsabile dei mercati Bri, Brasile- Russia-India, sarà lo svizzero Christian Nils Schwab. Umberto Bedini, dopo aver avviato un rapporto di consulenza con il gruppo per l'elaborazione del business plan triennale, è il nuovo responsabile operations, un'altra figura chiave per l'implementazione della nuova organizzazione. Significativo l'ingresso di manager donne, come Fernanda Pelati, senior vice president per l'Italia, Paola Peretti, vice president responsabile della comunicazione, Silvia Di Rosa, investor relation manager. Ad accomunarle c'è una parte significativa della loro carriera all'estero. E non è finita, perché di qui a pochi mesi sono previsti nuovi ingressi in posizioni chiave per potenziare ulteriormente la struttura ad alto-medio livello e proseguire nella riorganizzazione. Nel corso del 2009 sarà rafforzato il marketing, il commerciale e il retail. Prima e durante il turn over delle persone, c'è stato un forte cambiamento culturale, in parte gestito attraverso la formazione, in parte attraverso un nuovo metodo di comunicazione. Nella nuova struttura è diventata diretta e immediata a tutti i livelli al punto che il ceo scrive e risponde alle email dei collaboratori di qualsiasi grado. «è capitato recentemente, per esempio, che abbia preso e indicato come modello da seguire un caso virtuoso di relazione con un cliente », dice Basile. I provvedimenti rapidi e semplici, come quelli che ha voluto prendere Natuzzi, possono non richiedere la stesura di un nuovo progetto strutturale. Riescono a trovare spazio nell'agenda tra gli impegni della giornata, come le email, della settimana, come i corsi di formazione, del mese, come i briefing. Rapido e semplice, significa in genere utilizzare in modo nuovo e differente piani, budget e provvedimenti già esistenti. Così a Santeramo, nel momento in cui sono arrivati segnali che la cultura aziendale rappresentava un ostacolo alla risalita, ci si è chiesti se non fosse il caso di cambiare l'approccio al business. L'esempio più significativo? «Un tempo c'era una direzione generale mondo che governava tutte le dinamiche dei diversi mercati da Santeramo in Colle molto lontano dai mercati – spiega Basile –. Adesso invece abbiamo sei dipartimenti regionali che guidano le diverse region e riescono in tempi molto più rapidi, reali, a capire la strategia da seguire ». GLI OBIETTIVI Approvato il piano triennale: entro il 2011 il fatturato dovrà passare da 635 milioni al miliardo e la redditività crescere del 15 per cento LA RIORGANIZZAZIONE La direzione generale per il mercato internazionale sarà suddivisa in sei aree: la società si rafforzerà in Brasile, Russia e India

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Brembo apre gli impianti in India (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2009-01-21 - pag: 35 autore: Industria. Inaugurato il nuovo stabilimento che produrrà freni per motociclette Brembo apre gli impianti in India Marco Masciaga NEW DELHI A pochi mesi dall'acquisizione del 100% delle azioni della propria joint venture indiana con Bosch, Brembo ha inaugurato ieri il suo nuovo stabilimento rivolto al mercato delle moto e scooter di piccola e media cilindrata (125 e 250 cc) del Subcontinente. Gli impianti di Chakan,a circa 50 chilometri dall'hub dell'automotive di Pune e 160 da Mumbai si estendono su 5mila metri quadri, impiegheranno 220 dipendenti e riforniranno gli stabilimenti dei principali player del mercato indiano delle due ruote come Bajaj, Hero Honda, Yamaha Suzuki e Royal Enfield.L'inaugurazione della nuova unità produttiva è stata anche l'occasione per presentare "Breco" il marchio della casa di Curno (Bg) dedicato ai sistemi frenanti per scooter e motociclette di piccola e media cilindrata commercializzati nei Paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e del sud est asiatico. La filiale indiana, che cambierà presto nome da Kbx in Brembo Brake India, è stata costituita nel febbraio del 2006 come joint venture paritetica tra Brembo e il colosso tedesco della componentistica Bosch. La stima di fatturato 2008 è di circa 105 crore (al cambio attuale più di 16,6 milioni di euro) ed è il frutto di investimenti che, negli ultimi tre anni, hanno superato un miliardo di rupie. La guida della società è stata affidata a Paolo Magri, direttore a livello globale della business unit moto. Il manager sostituirà Umberto Simonelli che, dopo avere seguito in prima persona lo sviluppo della filiale asiatica, tornerà nel corporate del gruppo. Le attività di Brembo in India sono iniziate nell'anno fiscale 1988-99 attraverso una licenza della propria tecnologia per la produzione di dischi freno per moto al gruppo indiano Kalayani Brakes, acquisito poi da Bosch Chassis Systems India Ltd., la controllata indiana della multinazionale tedesca. La nascita della Kbx risale al 2006. Brembo è presente in India dal 2007 anche con un centro design a supporto delle attività di ricerca e sviluppo del gruppo e presto la presenza indiana sarà potenziata mediante la nascita di una unità organizzativa dedicata agli acquisti per tutte le aziende del gruppo Brembo. Una strada, quella del sourcing della componentistica del settore automotive dall'India, intrapresa da un numero crescente di produttori tra cui Fiat che si appresta ad approfondire i propri legami con il Sucontinente negli anni a venire: entro la fine del 2010 la casa di Torino si rifornirà sul mercato indiano per 250 milioni di euro all'anno. Quello indiano è il secondo mercato mondiale delle due ruote e, nonostante una brusca frenata registrata a novembre (quando le vendite hanno registrato un calo del 14,7% rispetto al 2007), dall'inizio dell'anno fiscale in corso ( aprile 2008) il settore ha registrato un incremento del 3,76%. Nel periodo tra aprile e novembre, il segmento più dinamico è stato quello degli scooter, cresciuto del 7,5% rispetto ai primi tre trimestri dell'anno fiscale 2007-08. Brembo, proprietaria anche dei marchi Marchesini e Sabelt, opera in 14 Paesi di 3 continenti, con 33 fra stabilimenti e siti commerciali, dando lavoro a poco meno di 6mila persone, di cui il 9% sono ingegneri e specialisti di prodotto che lavorano nel settore della ricerca e sviluppo. Le stime di fatturato per il 2008 sono superiori a 1 miliardo di euro. IL CONTESTO Il mercato delle due ruote del Paese asiatico è il secondo al mondo e nonostante la crisi registra una crescita del 3,7% Il presidente. Alberto Bombassei INFOPHOTO

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Zegna: Mercati spiazzati da saldi e precollezioni (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-01-2009)

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Il Sole-24 Ore sezione: STILE E TENDENZE data: 2009-01-21 - pag: 20 autore: STRATEGIE ANTI-CRISI Zegna: «Mercati spiazzati da saldi e precollezioni» di Cristina Jucker è arrivato il momento di fare qualcosa. Anzi, di rimettere in discussione tutto il modello di business della moda. Gildo Zegna, amministratore delegato del gruppo omonimo, alla presentazione della nuova collezione (nella foto un modello per il prossimo autunnoinverno) lancia un invito ad approfittare di questa crisi per ripensare alcuni aspetti. Anzitutto i saldi:«Dobbiamo smetterla –dice – di spiazzare tutto il mercato con vendite scontate che negli Stati Uniti sono cominciate a metà novembre, con riduzioni di prezzo spaventose. è un comportamento autodistruttivo». è molto determinato l'a.d. del gruppo biellese che ha chiuso il 2007 con 843 milioni di ricavi e un utile netto di 70 milioni, e prevede di mettere a segno anche per il 2008 una crescita non inferiore al 3 per cento. Il secondo attacco è sul tema «multicollezioni ». Spiega Zegna: «Basta con questi continui anticipi su anticipi: portano a costi per le aziende molto superiori a quanto si riesca a gestire. Dobbiamo tutti rivedere il modo in cui lavoriamo, nelle nostre aziende e con la grande distribuzione ». A pensarla così sono ormai in tanti, dopo che per primi Dolce & Gabbana avevano annunciato di non essere più disposti ad accettare il diktat dei ritmi frenetici delle precollezioni (si veda Il Sole 24 Ore dell'11 dicembre scorso). «L'anno scorso – prosegue Gildo Zegna – abbiamo venduto bene in Cina e in Sudamerica, soprattutto in Brasile e Messico; poi anche in Corea. Decisamente in frenata, invece, l'est Europa, in particolare la Russia». E gli Stati Uniti, che per Zegna sono un mercato importante (il 25% circa dei ricavi)? «Il retail, cioè le vendite dei nostri negozi, sono andate abbastanza bene; quello che ha ceduto è il wholesale (le vendite ai dettaglianti, ndr). Questo ci conferma nella strategia di aprire due nuovi negozi all'anno».Sui prezzi ci sarà qualche ritocco: «Non abbasseremo i listini ma faremo qualche riposizionamento di alcuni prodotti all'interno delle collezioni. Ma con un punto fermo: Zegna è e resterà un lusso autentico». Confermata l'intenzione di partecipare anche quest'anno alla Fashion Week di New York che parte il 13 febbraio prossimo, qualche taglio, invece, si profila sugli altri costi e forse anche nell'organico: «Qualche pensiero lo stiamo facendo. Per ora sto lavorando molto sulla riduzione dei costi, senza intaccare la qualità del prodotto ». E le previsioni per quest'anno?«Il budget 2009 l'ho fatto e anche rifatto. E penso che lo rifaremo di giorno in giorno » risponde Zegna.

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Adozioni internazionali: il 2008 anno record (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 21-01-2009)

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CRONACA 21-01-2009 PIANETA INFANZIA Il sottosegretario delegato alla Famiglia: «Ai primi posti per provenienza Ucraina, Russia e Brasile» Per il 43 per cento sono bambini tra i 5 e i 9 anni Ora anche dalla Cina Adozioni internazionali: il 2008 anno record Giovanardi: in Italia sfiorata quota 4mila DA ROMA ANGELO PICARIELLO I l 2008 è stato un «anno record» per le adozioni internazionali in Italia. Sfiorata quota 4mila (3.977), con un buon incremento rispetto all'anno precedente, che aveva già registrato un trend positivo, con 3.420 minori adottati. «È una risposta positiva per tante coppie italiane che aspettano di adottare un bambino», sottolinea Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alla Famiglia. Si tratta per il 43 per cento di bambini tra i 5 e i 9 anni; per il 34,5 tra uno e quattro; per l'11,2 di più di 10 anni; solo il 10,6 per cento invece non raggiunge un anno, a testimoniare il lungo iter che in genere l'adozione all'estero comporta. Resta, con alcune eccezioni, il divario Nord- Sud: in valori assoluti la Lombardia è prima con 903 adozioni. Ma è il dato sui Paesi di provenienza che dettaglia le ragioni di questo mini-boom. Al primo posto c'è l'Ucraina con 640 adozioni, dalla quale però possono essere adottati solo più fratelli, per evitare, nelle intenzioni di quel Paese, dolorose separazioni. Segue la Federazione russa con 466, Colombia (434), Brasile (371), Etiopia (338), Vietnam (313), Polonia (241), Cambogia (188) e India (142). Tranne che per quest'ultima, che registra un brusco stop, la tendenza positiva è quasi tutta frutto dei positivi rapporti con questi Paesi, restando al momento marginali, o sperimentali, l'apporto che arriva da un'altra cinquantina di Stati. C'è però tutto l'impegno del governo e delle strutture preposte ad aprire nuove frontiere. Giovanardi che ha presentato questi dati con il sottosegretario Paolo Bonaiuti e la vicepresidente della Commissione per le adozioni internazionali Daniela Bacchetta indica ad esempio la Cina come la novità più importante, da dove, entro fine mese, arriveranno le prime bambine (22, solo bambine) mentre nuovi accordi si profilano con Gambia e Burkina Faso. L'Italia si colloca al terzo posto, in valori assoluti, per numero di minori accolti, dietro Usa e Spagna. ma anche se si va alle percentuali in base alla popolazione, il nostro Paese resta pur sempre settimo dietro Norvegia, Spagna, Svezia, Danimarca e Stati U- niti. Ma, assicura Giovanardi, non c'è la rincorsa alle adozioni a tutti i costi, anche in senso letterale. L'Italia conferma, infatti, la sua linea che colloca l'adozione nell'ambito di una più complessa attività di cooperazione e di relazioni bilaterali, ed è per questo che da noi, come in Norvegia. non sono consentite le adozioni 'indipendenti'. Preferendo quelle che sono «frutto della presenza capillare degli enti di cooperazione internazionale e questo assicura Giovanardi elimina alla radice il rischio di traffico». Sugli enti il governo assicura «attento monitoraggio». E i costi, spesso ingenti, che occorrono per un'adozione internazionale essendo gratuita quella in ambito italiano si motiva con le spese vive che i ripetuti 'viaggi della speranza' comportano. Costi però «rimborsabili al 50 per cento per le famiglie con reddito inferiore ai 70mila euro, e deducibili per il 50 per cento restante».

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le alleanze del Lingotto (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 21-01-2009)

Argomenti: Cina

ECONOMIA 21-01-2009 le alleanze del Lingotto FORD Assieme per sviluppare la Ka e la 500 Dal novembre 2005 Fiat ha lavorato con Ford per sviluppare auto piccole: Panda e 500 per il Lingotto, Ka per gli americani. Le vetture sono oggi sul mercato, tutte prodotte nello stabilimento Fiat di Tychy, in Polonia. Sono realizzati da Fiat tutti i motori e i cambi. SEVERSTAL Commercio e assemblaggio in Russia La prima alleanza di Fiat con Severstal risale al 2006: un'intesa tra gli italiani e russi per commercializzare le auto del Lingotto, assemblare la Palio, l'Albea e il Doblò, produrre il Ducato. Un accordo successivo riguarda anche l'assemblaggio di motori diesel di Fiat in Russia. TATA Intesa da 3 anni con il potente alleato indiano Con Tata, colosso locale da 62 miliardi di dollari di fatturato, Fiat vende, dal 2006, i suoi veicoli in India e ha siglato due accordi di joint venture per aziende che realizzano auto e motori. Intesa anche tra Tata e Iveco per collaborare sui veicoli commerciali. CHERY In Cina per produrre le Alfa Romeo Nell'agosto del 2007 Fiat e Chery hanno siglato una joint venture per produrre vetture Alfa Romeo e Chery in Cina, a Wuhu, nella provincia di Anhui. Le due aziende prevedono di realizzare 175 mila automobili all'anno, a partire da quest'anno. BMW Il progetto è collaborare sui componenti Con Bmw, Fiat ha firmato un memorandum d'intesa lo scorso luglio. Le due aziende progettano di collaborare su piattaforme e componenti per le Alfa Romeo e le Mini. Fiat punta anche ad avere un aiuto di Bmw per tornare a vendere le Alfa in Usa.

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Fiat-Chrysler, accordo anti-crisi (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 21-01-2009)

Argomenti: Cina

ECONOMIA 21-01-2009 ECONOMIA E IMPRESE L'accordo annunciato ieri sarà formalizzato in aprile. Montezemolo: intesa molto importante Soddisfazione nel mondo politico e sindacale Resta il nodo degli incentivi al settore auto i commenti Tremonti: segno di vitalità Marcegaglia: si va nella direzione giusta. I sindacati: ricadute sull'occupazione Fredda la Borsa: -1,35% Fiat-Chrysler, accordo anti-crisi Torino avrà il 35%. Marchionne: una pietra miliare. Reazioni positive DA MILANO MARCO GIRARDO U no scatto per dribblare la crisi globale che ha travolto il settore. Una rivincita, anche, dopo il matrimonio fallito con General Motors. Una strada in discesa, infine, per riportare la leggenda Alfa e la scommessa 500 sull'asfalto degli States. C'è tutto questo e molto ancora lo si vedrà nei prossimi mesi in calce all'accordo firmato ieri tra Fiat e Chrysler, un preliminare che consegna (per ora) al Lingotto il 35% del terzo costruttore d'automobili Usa. Di certo l'amministratore delegato della casa torinese, Sergio Marchionne, ha mantenuto la sua promessa. O meglio: ha gettato le basi per farlo. Non a caso, commentando la sigla, ha parlato ieri di «pietra miliare». Perché quanto promesso poco più di un mese fa ai top manager del gruppo richiede ancora, nei piani di Marchionne, un piccolo sforzo. Serve un passo indietro, allora , verso l'8 dicembre 2008, per capire di che si tratta. Al tradizionale incontro di auguri, proprio quando iniziavano a piovere i numeri più cupi sul settore auto, la guida del Lingotto così metteva in guardia i suoi generali: «Nel giro di un paio di anni solo sei gruppi internazionali scaturiranno dalle colossali manovre che avvengono in questi mesi». Sbilanciandosi poi: «Esiste una soglia critica di produzione che si dimostrerà determinante: 5,5 milioni di vetture l'anno». Ora, con Chrysler, Fiat si avvicina ai potenziali «sopravvissuti » ( Toyota, Gm, Volkswagen, Ford e Renault- Nissan, tutti già sopra i 6 milioni). Formando un gruppo, il sesto al mondo, in grado di sfornare almeno 4 milioni di macchine ogni anno. Il manager che nel febbraio del 2005 ruppe il «sogno americano», sciogliendo l'intesa con General Motors raggiunta nel 2000 da Paolo Fresco, riparte dunque dagli Stati Uniti per completare quel mosaico di alleanze che, dalla Cina alla Russia, dovrebbe consegnare Fiat al futuro. «Sceglieremo noi il partner», aveva concluso l'8 febbraio nel salutare i manager. Da preda predatore, l'ha scelto in fretta, edificando un nuovo ponte fra Torino e Detroit senza spendere mezzo euro. Il preliminare non prevede infatti per Fiat alcun investimento in contanti né un impegno a finanziare Chrysler. Il Lingotto dovrà semplicemente condividere le sue piattaforme e la sua tecnologia per comprare un terzo dell'ex rivale. Il presidente, Luca Cordero di Montezemolo, parla di accordo «molto importante», utile per la Fiat che «potrà accedere finalmente al mercato Usa con l'Alfa Romeo e la 500». Soddisfatto anche Bob Nardelli, presidente e ad della Chrysler, per il quale «la partnership è la combinazione ideale in quanto crea il potenziale per un nuovo e forte concorrente a livello globale». E se la Borsa per ora nicchia il titolo ha chiuso in ribasso dell'1,34%, al minimo storico di 4,42 euro l'intesa con Chrysler mette d'accordo tutti, dal sindacato alla politica, passando per gli analisti. Strappa persino un applauso a Gary Dugan, capo-investimenti per l'Europa, l'Africa e il Medio-Oriente di Merrill Lynch global wealth management. Ieri a Milano per presentare le stime 2009 sui mercati, Dugan ha commentato a caldo: «Qui abbiamo un'azienda automobilistica italiana che ne sta acquistando una americana: un tempo era completamente il contrario. Credo che questo dimostri quanto siano forti alcune imprese tricolore. Probabilmente coglieranno l'opportunità della bassa valutazione di molte attività in giro per il mondo per continuare a comprare a fare crescere il business». Via libera anche dai sindacati. I leader della Cisl, Raffaele Bonanni, e della Uil, Luigi Angeletti, considerano l'intesa un'opportunità con ricadute positive sull'occupazione. «Mi sembra un accordo interessante che va nella direzione indicata da Marchionne già da mesi», ha commentato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Speranzosi, infine, i giudizi dal mondo politico. «Una buona notizia, un accordo importante che è segno di vitalità e di flessibilità industriale», ha detto il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, mentre il titolare dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola ha definito l'intesa «una grande opportunità per avviare un percorso di ripresa». Anche il leader dell'opposizione, Walter Veltroni, considera «un fatto importante per il Paese che Fiat possa avere una presenza così forte in un gruppo come Chrysler». Sergio Marchionne (Reuters)

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