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DOSSIER “CINA”

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Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (11)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

ora sono abusivi i pastori del presepe - angelo carotenuto ( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: qualche pastore napoletano prodotto in Cina. Nelle fiere di tutta Europa si chiamano stand, quelle di San Gregorio Armeno sono baracche. Già in piedi, pronte, montate in attesa degli affari di Natale. Ma quest´anno sono rimaste senza autorizzazione. Improvvisamente abusive. Strette l´una sull´altra in piazza san Gaetano, addossate alla sede della Fondazione Vico in piazzetta Olmo,

Miller: meno caro il gas per l'Europa ( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: I negoziati con la Cina per la concessione di un prestito di 25 miliardi di dollari alle compagnie russe, a fronte di un aumento delle forniture di petrolio, sono stati sospesi: non c'è accordo sui tassi di interesse e le garanzie statali. Il prestito sarebbe stato una boccata di ossigeno per le major russe colpite dalla crisi del credito:

Con la Cina Versace batte la crisi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: proseguirà gli investimenti nella rete vendita del Far East Con la Cina Versace batte la crisi Stasera la prima sfilata a Pechino e cena di gala per 900 invitati Cristina Jucker PECHINO. Dal nostro inviato Ancora immune per quest'anno dalla crisi che ha colpito il mondo intero, Versace chiuderà il prossimo bilancio con ricavi in crescita rispetto ai 310 milioni dell'anno scorso,

Accelerano i conti Tod's ( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: di cui 16 nella sola Cina), gode di un vantaggio rispetto ad altri big del lusso, quello di non essere troppo esposta al mercato americano, l'area geografica che oggi più soffre della recessione e del rallentamento dei consumi. Gli Stati Uniti, infatti, pesano per meno del 10% dell'intero giro d'affari del gruppo cui fa capo anche la griffe francese di scarpe Roger Vivier.

Non paghino i Paesi poveri ( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Adesso però ci sono Cina, India, Brasile, Sud Africa. Fino a vent'anni fa nessuno considerava questi Paesi se non per misurarne la povertà. Ora hanno un'importanza politica e tutti si sono convinti che il G-8 non rappresenta più la logica dell'economia mondiale, che i temi veri devono essere discussi con chi conta per trovare le soluzioni »

versace "adotta" i bimbi del terremoto - laura asnaghi pechino ( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Cronaca In Cina, nel Sichuan colpito dal sisma, un centro d´accoglienza messo in piedi dalla stilista italiana Un´associazione benefica insieme all´attore Jet Li e una sfilata per finanziare il progetto di solidarietà Versace "adotta" i bimbi del terremoto E i piccoli si improvvisano top model indossando capi realizzati da loro LAURA ASNAGHI PECHINO dal nostro inviato «

- alberto statera ( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Lei dirà che la Cina è più accentrata di noi. Ma lì sono un miliardo e 200 mila, per cui il policentrismo antimonarchico è fatale. In India, dove c´è una cultura alta invidiabile, la società è molto più articolata che da noi». Allora siamo vittime di una maledizione antropologica?

Un cessate il fuoco troppo bello. Cosa mai nasconderà? ( da "Avvenire" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: intesa con le altre grandi potenze Cina, Russia, India e Unione europea delle chiare aree d'interesse strategico per quanto concerne soprattutto lo sfruttamento delle fonti energetiche, petrolio in primis. Un quadro, questo, ancora frammentario e soprattutto di difficile attuazione considerando le turbolenze determinate dagli evidenti conflitti d'interessi che stanno facendo dell'

La notte bianca della ricerca e del precariato ( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: ricercatori ogni 1000 occupate/i precediamo a livello OCSE solo Turchia, Cina e Messico e siamo lontanissimi dalla Finlandia, Svezia, Giappone, Danimarca e Nuova Zelanda (oltre 10) nonché dalla media OCSE (circa 7) e dalla media della Comunità Europea a 27 Paesi (oltre 5). 3. CONFRONTO INTERNAZIONALE SUI RISULTATI SCIENTIFICI PRODOTTI IN ITALIA.

Nucleare, si ricompatta il fronte del No ( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: esponenti del mondo scientifico come Marcello Cini, Margherita Hack, Gianni Mattioli, Giorgio Nebbia, Massimo Scalia, Gianni Silvestrini, Morando Soffritti e della cultura come Dario Fo, Pietro Greco, Moni Ovadia, Dijana Pavlovic, Franca Rame, del mondo associativo come Lisa Clark, Andrea Baranes, Marco Bersani, Alfonso Navarra, Francesco Vignarca,

C'è chi sgomita e chi no ( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: est la Cina. L'indipendenza del Kossovo, assieme all'ingresso dell'Albania nella Nato (che è cosa fatta), rientra in questa strategia generale di indebolimento della Russia, in questo caso l'espulsione dai Balcani. Gli Stati Uniti hanno anche fortemente voluto l'ingresso della Turchia (da sempre membro della Nato) nell'Unione europea per ricompensarla della sua fedeltà atlantica,


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ora sono abusivi i pastori del presepe - angelo carotenuto (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Pagina I - Napoli San Gregorio Armeno Ora sono abusivi i pastori del presepe ANGELO CAROTENUTO Alte, larghe, in legno. Espongono presepi a 15 euro e qualche pastore napoletano prodotto in Cina. Nelle fiere di tutta Europa si chiamano stand, quelle di San Gregorio Armeno sono baracche. Già in piedi, pronte, montate in attesa degli affari di Natale. Ma quest´anno sono rimaste senza autorizzazione. Improvvisamente abusive. Strette l´una sull´altra in piazza san Gaetano, addossate alla sede della Fondazione Vico in piazzetta Olmo, o con la chiesa di Santa Patrizia sullo sfondo. Non hanno il permesso per la tradizionale esposizione di dicembre, una delle 15 fiere natalizie che «per tradizione» si tengono a Napoli: da quella di piazza San Pasquale con gli associati di "Aria Fresca" a quella di largo Banchi Nuovi. A San Gregorio partono in anticipo. Gli 80 consorziati dell´associazione Artigianato Presepiale scattano prima degli altri, in genere dal primo novembre. Così hanno fatto pure stavolta, senza attendere che dal Comune arrivasse la solita autorizzazione di fine anno, immancabilmente concessa «nelle more di una definitiva riorganizzazione» dell´intero settore, come sostengono all´ottava direzione centrale di Palazzo San Giacomo (sviluppo commerciale). Il permesso è rimasto stavolta congelato perché l´assessore Mario Raffa, al suo primo Natale in giunta, con delega al commercio e all´artigianato, intendeva «autorizzare sì la fiera - questa la sua posizione - ma con elementi di discontinuità rispetto al passato». Il suo primo San Gregorio da amministratore cittadino lo immaginava, e continua a immaginarlo, con più sicurezza e meno abusivismo. Solo che aspettando le sue decisioni, gli artigiani sono andati avanti per conto proprio, montando lo stesso le baracche. Sono attesi blitz e controlli. Arrivano i vigili in casa Cupiello. SEGUE A PAGINA V

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Miller: meno caro il gas per l'Europa (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2008-11-13 - pag: 14 autore: Russia. Gazprom rivedrà i listini dal 2009 Miller: meno caro il gas per l'Europa Antonella Scott Fino a pochi mesi fa, non c'era limite alle aspettative di Aleksej Miller riguardo ai prezzi del petrolio. Raggiungeranno presto i 250 dollari al barile, scommetteva l'amministratore delegato di Gazprom. Oggi il gigante russo dell'energia fa i conti con la realtà:il gas segue a ruota l'andamento del petrolio, e il prezzo attuale di 396 euro per mille metri cubi di gas è destinato a restare un record. «è assolutamente chiaro - ha detto ieri Miller dalla penisola di Yamal sull'Artico, roccaforte di Gazprom - che dall'inizio del 2009 i prezzi del gas per i consumatori europei scenderanno». Non è detto che lo facciano, a sentire Vladimir Putin. Domani a Nizza il vertice Russia-Ue definirà il ritmo del riavvicinamento, dopo il sì dell'Europa alla ripresa dei negoziati sulla partnership strategica congelati dal conflitto in Georgia. A Nizza andrà il presidente Dmitrij Medvedev, ma è Putin ad alzare i toni perché le cose vadano nel senso che desidera. Se l'Europa continuerà a sollevare dubbi sul gasdotto Nord Stream, sbotta il primo ministro russo, la Russia rinuncerà al progetto di portare gas al Nord Europa attraverso il Baltico, e in compenso costruirà impianti di liquefazione del gas. «L'Europa- ha detto ieri Putin incontrando il primo ministro finlandese, Matti Vanhanen - deve decidere se vuole il gasdotto o no. Se non lo vuole, costruiremo impianti di liquefazione e manderemo il gas sui mercati mondiali, compresi quelli europei. Solo, per voi sarà più costoso. Siete liberi di fare i vostri conti». Con un occhio a Nizza,Putin alterna bastoni e carote: dopo l'incontro con Vanhanen ha annunciato il rinvio di 9-12 mesi dell'aumento da 15 a 50 euro per metro cubo dei dazi sulle esportazioni di legname, mossa molto positiva proprio per i Paesi, tra cui la Finlandia, da cui dipende la sorte di Nord Stream. Le preoccupazioni europee per l'impatto ambientale di Nord Stream, tuttavia, irritano la Russia nel momento in cui crea problemi anche l'altro grande cliente di energia. I negoziati con la Cina per la concessione di un prestito di 25 miliardi di dollari alle compagnie russe, a fronte di un aumento delle forniture di petrolio, sono stati sospesi: non c'è accordo sui tassi di interesse e le garanzie statali. Il prestito sarebbe stato una boccata di ossigeno per le major russe colpite dalla crisi del credito: tanto più che l'emorragia di capitali dai mercati finanziari russi ieri la Borsa è stata nuovamente chiusa dopo un crollo del 12,5%- è direttamente legata al calo del petrolio, e ieri il ministro delle Finanze ha rivisto le stime. Al di sotto del livello di guardia: con meno di 70 dollari al barile, il budget della Federazione russa va in rosso. Ma secondo Aleksej Kudrin il calo della domanda globale porterà la media dei prezzi per il 2009 fino a 50 dollari al barile, «molto meno di quanto previsto in bilancio». Kudrin, l'uomo che ha creato il Fondo di stabilizzazione con i guadagni del petrolio difendendolo a spada tratta, sta mettendo da parte il suo proverbiale rigore. Il calo del greggio non costringerà il Governo a tagliare la spesa, ha detto il ministro, poiché potrà attingere a quei 135 miliardi della riserva: malgrado i piani di spesa per il 2009 fossero basati, ora sembra davvero con troppo ottimismo, su un barile a 95 dollari. Apag. 43 Gazprom punta alla spagnola Repsol LE PRESSIONI DI PUTIN Alla vigilia del summit con la Ue, il primo ministro russo minaccia di annullare il progetto Nord Stream se ci saranno altri rinvii

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Con la Cina Versace batte la crisi (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-11-13 - pag: 24 autore: Moda. La maison chiuderà l'anno in utile e proseguirà gli investimenti nella rete vendita del Far East Con la Cina Versace batte la crisi Stasera la prima sfilata a Pechino e cena di gala per 900 invitati Cristina Jucker PECHINO. Dal nostro inviato Ancora immune per quest'anno dalla crisi che ha colpito il mondo intero, Versace chiuderà il prossimo bilancio con ricavi in crescita rispetto ai 310 milioni dell'anno scorso, solo in parte grazie alle aperture di nuovi negozi, avvenute per lo più tra settembre e ottobre. I conti chiuderanno in utile, con un indebitamento netto di 50-60 milioni di euro (meno del 20% del fatturato) legato agli investimenti sostenuti per allargare la rete di vendita. Nel 2008 è stata aperta una decina di boutique, la maggior parte delle quali in Asia (ma anche in via Veneto a Roma, negli Stati Uniti, a Kuala Lumpur, in Malesia). E per il 2009, che resta comunque un anno pieno di incognite per tutti, è previsto un analogo tasso di crescita dei punti vendita. «Al momento siamo impegnati sullo sviluppo del marchio, uno dei pochi, insieme ad alcuni brand francesi, concentrato solo sulla fascia più alta del lusso, senza deviazioni – sottolinea Giancarlo Di Risio, amministratore delegato di Versace – per cui una crescita sensibile degli utili si vedrà dal 2010 in poi». Ora Di Risio punta soprattutto sulla Cina, «che non sarà certo immune dalla crisi – dice – ma ne risentirà meno di altri Paesi. Soprattutto della Russia, che in questo momento è inchiodata e sta introducendo misure particolarmente severe sia sull'importazione delle merci (che già pagano alti dazi), sia sulla concessione di visti per i viaggi all'estero». L'interesse per la Cina non si esaurisce nell'apertura di un numero sempre maggiore di negozi: le tre boutique di due anni fa ora sono già diventate 15, cui si aggiungono altre sei a Hong Kong. In questi giorni Versace ha lanciato un'altra iniziativa:la partecipazione insieme a One Foundation, istituzione creata nel 2005 dall'attore cinese Jet Li, a un programma di aiuti per i bambini sopravvissuti al terribile terremoto che nel maggio scorso aveva colpito alcune aree del Sichuan, provocando quasi 70mila morti e lasciando senza tetto oltre 5 milioni di abitanti. Il progetto messo a punto con One Foundation ha per obiettivo la creazione di alcuni centri di assistenza per i bambini, soprattutto sotto il profilo psicologico. «è più facile superare un'operazione chirurgica che un forte stress mentale» ha ricordato Donatella Versace, vicepresidente dell'azienda e madrina dell'operazione, che nei giorni scorsi ha visitato con un gruppo di giornalistie lo stesso Jet Li il primo di questi centri, cui altri seguiranno a breve. Un viaggio di alcune ore su strade ancora semidistrutte dalle moltissime frane che tuttora devastano come ferite profonde le montagne che circondano la valle al centro del sisma, oppure occupano il letto del fiume provocando allagamenti non ancora riassorbiti. I segni del terremoto sono ovunque, così come ovunque si vedono mucchi di mattoni ammassati, con i quali la gente piano piano cerca di ricostruirsi una casa, accanto a baraccopoli prefabbricate. E non è un caso che proprio nei giorni scorsi lo stesso Governo cinese abbia annunciato lo stanziamento di 147 miliardi di dollari in tre anni per ricostruire le zone colpite dal terremoto. «Questa iniziativa – ha spiegato Di Risio – appartiene a una precisa scelta strategica dell'azienda, quella di fare qualcosa per chi vive in condizioni disagiate. Donatella è testimone e partecipe del progetto. Vogliamo fare cose che non siano legate solo all'effimero, integrarci nella realtà di questo Paese condividendo uno dei suoi grandi problemi attuali». Dunque, essere un marchio "amico". I primi fondi sono già stati versati; stasera, in occasione di una grande sfilata con 900 ospiti, e una cena di gala nella Città proibita, verranno messi all'asta alcuni preziosi oggetti Versace, altri, più semplici (come una maglietta disegnata ad hoc) saranno venduti nei negozi Versace in Cina e il ricavato andrà tutto a One Foundation per l'iniziativa con i bambini. L'obiettivo è raccogliere un milione di euro entro la fine dell'anno prossimo. E dimostrare che il lusso può fare del bene. Nel Sechuan. Donatella Versace seduta tra l'attore Jet Li (alla sua sinistra) e Giancarlo Di Risio, amministratore delegato della maison

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Accelerano i conti Tod's (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2008-11-13 - pag: 47 autore: Lusso. Grazie al buon andamento delle vendite in Asia che ha bilanciato il calo della domanda Usa Accelerano i conti Tod's Nei nove mesi i ricavi sono saliti del 9,9% a 550 milioni di euro MILANO Calzature e abbigliamento sostengono il bilancio di Tod's. Il gruppo di beni di lusso, di proprietà dell'imprenditore marchigiano Diego Della Valle, ha chiuso i primi nove mesi dell'anno con ricavi pari a 549,7 milioni di euro, in crescita del 9,9% (a cambi correnti) rispetto ai circa 500 milioni fatturati nello stesso periodo dello scorso anno. Gli incrementi maggiori si sono registrati, a livello di prodotto, nei segmenti delle scarpe e dei capi d'abbigliamento. A livello di redditività il margine operativo lordo si è attestato a 128,8 milioni (+13,4%), mentre il risultato operativo è ammontato a 108 milioni (+13,1%). Tod's non ha comunicato il risultato dell'ultima riga di bilancio, né i dati relativi al terzo trimestre. Da gennaio a settembre il gruppo ha effettuato investimenti per 35,2 milioni, mentre a fine settembre in cassa c'erano 29,6 milioni, in calo rispetto ai 40,6 milioni di liquidità registrati alla stessa data del 2007. Nella relazione di gestione la società ha spiegato che il movimento è dovuto anche alla stagionalità del business che assorbe più circolante nei mesi estivi e ai negozi vengono consegnate le collezioni autunnoinverno. Nell'ultima parte dell'anno il fenomeno è contrario con l'azienda che incassa liquidità man mano che i negozi vendono la merce. «Gli ottimi risultati dei primi nove mesi dell'anno confermano la forza dei nostri marchi nel loro core business, anche in un contesto particolarmente impegnativo », ha commentato Della Valle, presidente e amministratore delegato del gruppo. Tod's, che ha aperto 27 nuovi negozi quest'anno (di cui 16 nella sola Cina), gode di un vantaggio rispetto ad altri big del lusso, quello di non essere troppo esposta al mercato americano, l'area geografica che oggi più soffre della recessione e del rallentamento dei consumi. Gli Stati Uniti, infatti, pesano per meno del 10% dell'intero giro d'affari del gruppo cui fa capo anche la griffe francese di scarpe Roger Vivier. Altri big del settore, come ad esempio la holding francese Ppr (che controlla i marchi Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi e Yves Saint-Laurent) hanno quote di mercato attorno al 20%. Nei giorni scorsi Tod's,ha inaugurato l'apertura di tre boutique in India (oltre a quelle già presenti a New Delhi, Bangalore e Mumbai). Per l'intero anno Tod's si attende risultati e utili in crescita, nonostante l'arrivo della recessione che però dovrebbe interessare di più i segmenti più retail del mercato e impattare meno sul comparto del lusso. Della Valle ha ricordato che «pur considerando l'attuale maggiore volatilità delle vendite nei negozi, le nostre aspettative di crescita di ricavi ed utile nell'intero esercizio siano pienamente raggiungibile». Il recente ingaggio dell'attrice Gwyneth Paltrow come testimonial della nuova linea di borse "Pashmy" potrebbe dare un'ulteriore spinta alle vendite. S.Fi. SOLIDITà AZIENDALE Secondo il presidente e a.d. Diego Della Valle i risultati confermano la forza dei marchi del gruppo anche in un contesto difficile

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Non paghino i Paesi poveri (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-11-13 - pag: 8 autore: «Non paghino i Paesi poveri» Per il presidente brasiliano vanno tutelate le economie deboli Orazio Carabini ROMA «Mi è perfettamente chiaro che la situazione è difficile, ma il mondo ci sta chiedendo di far ve-dere perché siamo stati eletti, e di trovare in fretta soluzioni appropriate alla crisi». Luis Inacio Lula da Silva, presidente del Brasile, non è un tipo che si tira indietro. La riunione del G-20 si avvicinae Lula intende fare la sua parte al vertice dei Paesi che rappresentano le economie più importanti del mondo. «Il Brasile –dice Lula nel corso della sua visita a Roma –non farà proposte, ma sono ottimista. Da due anni vado dicendo che i leader politici devono incontrarsi per affrontare i grandi problemi del mondo:il commercio internazionale, l'economia, i conflitti. Già, perché se gli Stati Uniti avessero ascoltato gli altri Paesi non avremmo avuto la guerra in Iraq e avremmo trovato una soluzione per la Palestina ». Lula elenca tre priorità: riprendere la trattativa sul Doha Round per il commercio internazionale; dare nuove regole al sistema finanziario mondiale e «irrigare» l'economia per far tornare il credito alla produzione e ai consumatori; rimettere le istituzioni multilaterali, dall'Onu al Fondo monetario, in condizione di funzionare. «La realtà – osserva Lula – è che queste istituzioni, dal Fondo monetario alla Banca mondiale, furono create per aiutare i Paesi poveri. Quando la crisi affliggeva l'Argentina e il Brasile, tutti sapevano che cosa fare. Adesso che è arrivata negli Stati Uniti e in Europa, non sanno che cosa fare. Io dico solo che non devono essere i Paesi poveri a pagare. Non possono essere loro le vittime dell'irresponsabilità del sistema finanziario». Per questo servono soluzioni rapide e credibili. «Manca il credito – continua Lula –e lacrisi sta raggiungendo l'economia reale: questo significa più disoccupazione, una riduzione del potere d'acquisto dei salari,più esclusione sociale. Si rischia di tornare agli anni 80. Di questo dobbiamo discutere al G-20». Intanto però il Brasile ha scelto una sua strada per affrontare la crisi. «Se ogni Paese sostiene la crescita e fa sì, come fa il Brasile, che la produzione industriale continui ad aumentare – osserva Lula – potremo evitare la crisi». L'economia brasiliana sta peraltro rallentando come le altre: dal 5,4% di crescita del 2007 scenderà al 2,5% nel 2009 passando per un 5% nel 2008. Ce la farà Barack Obama, neoeletto presidente degli Stati Uniti con il quale Lula ha avuto ieri una conversazione telefonica, a risollevare l'economia americana? «Quando sono stato eletto nel 2002 tutti dicevano –racconta Lula – che il Brasile non ce l'avrebbe fatta e che il Paese sarebbe fallito. è andata diversamente e in cinque anni abbiamo creato 11 milioni di nuovi posti di lavoro. Con Obama sarà lo stesso. Dicono che non ce la farà e che gli Stati Uniti falliranno, ma una persona eletta con le aspetattive che Obama porta con sé non può fallire. Quanti secoli dovrebbero passare prima che un altro nero sia eletto alla Casa Bianca se Obama fallisse? Ma Obama ha un capitale politico enorme che gli consentirà di prendere misure importanti, quelle che forse Bush non ha preso». Lula ripone grandi speranze in Obama. «Deve fare dei gesti – prosegue –deve capire,per esempio, che non ci sono più ragioni per l'embargo a Cuba. Non ci sono più spiegazioni politiche: la guerra fredda è finita, il Muro di Berlino è caduto. Gli Stati Uniti possono fare questo gesto, hanno la forza politica per farlo ». Ma toccherà sempre agli Stati Uniti la leadership sullo scenario internazionale? «Nessuno chiede a Obama – risponde Lula – di essere leader o di non esserlo. Gli Stati Uniti avranno sempre un ruolo importante: hanno la potenza militare più forte, una supremazia straordinaria nella tecnologia. è inevitabile che abbiano un ruolo, anche se ne hanno approfittato un po' troppo dopo la seconda guerra mondiale. Adesso però ci sono Cina, India, Brasile, Sud Africa. Fino a vent'anni fa nessuno considerava questi Paesi se non per misurarne la povertà. Ora hanno un'importanza politica e tutti si sono convinti che il G-8 non rappresenta più la logica dell'economia mondiale, che i temi veri devono essere discussi con chi conta per trovare le soluzioni ». E il Brasile? Che ruolo intende giocare nel G-20, questo vertice allargato dell'economia mondiale di cui ha temporaneamente la presidenza? «Il Brasile – risponde Lula – aveva meno importanza perché era succube degli Stati Uniti e dell'Europa. Ma ho imparato nella mia attività di sindacalista che un interlocutore, se nonè rispettato, non ha peso. Se entro in una riunione dicendo "amen", nessuno rispetterà quello che penso o che propongo». orazio.carabini@ilsole24ore.com www.ilsole24ore.com Il testo integrale dell'intervista «La recessione causata dallo shock finanziario rischia di aumentare l'emergenza sociale» «Obama riuscirà a cambiare l'America». Il presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva a Roma EPA

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versace "adotta" i bimbi del terremoto - laura asnaghi pechino (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 44 - Cronaca In Cina, nel Sichuan colpito dal sisma, un centro d´accoglienza messo in piedi dalla stilista italiana Un´associazione benefica insieme all´attore Jet Li e una sfilata per finanziare il progetto di solidarietà Versace "adotta" i bimbi del terremoto E i piccoli si improvvisano top model indossando capi realizzati da loro LAURA ASNAGHI PECHINO dal nostro inviato «è come se li avessi adottati, senza però portarli via dalla loro terra». Non sono pochi i ragazzini che Donatella Versace ha deciso diaiutare. Per ora sono 400 ma nel giro di 3 anni diventeranno 5mila, con una raccolta fondi, a fine 2008, di oltre un milione di euro. Dopo Madonna e Angelina Jolie anche Donatella Versace scende in campo per una operazione umanitaria. E per farlo ha scelto una delle terre più povere e disastrate del mondo. Il Sichuan, la regione della Cina devastata dal violento terremoto del maggio scorso. A sei mesi di distanza dal disastro che ha provocato 78 mila morti, di cui 10 mila bambini, Donatella Versace è andata a trovare i «suoi piccoli», in un centro di accoglienza messo in piedi da lei, con un investimento di 100 mila euro, a San Jiang, un villaggio di montagna sconvolto dal sisma. Per raggiungere le zone terremotate, inaccessibili fino a poco tempo fa, la stilista ha organizzato una carovana di venti jeep, con polizia al seguito. In testa, lei, in tailleur pantalone nero e gli inseparabili tacchi (alti15 centimetri) e l´attore cinese Jet Li, una vera celebrità in Cina. Lui, ex campione di arti marziali, è l´uomo che ha creato One Foundation, l´associazione, legata alla Croce Rossa, in difesa dei più deboli, di cui Donatella Versace è diventata partner. Raggiungere San Jiang non è stato facile. Quattro ore per andare e tornare su fuoristrada, con strade fangose, distrutte da frane paurose, attraversando villaggi rasi al suolo dal terremoto e dove, faticosamente, si cerca di ricostruire. Lassù, l´arrivo di Donatella Versace è stato un evento. I bimbi della stilista giocano e studiano in grandi prefabbricati, assistiti da medici, insegnanti e da uno staff di una decina di psicologi che li aiuta a dimenticare gli orrori del terremoto. «No, per fortuna non sono orfani - ha ricordato Donatella Versace - comunque il terremoto per loro è stato un trauma che devono imparare a superare per ritrovare la gioia di vivere». A San Jiang il freddo è pungente, i bimbi hanno addossosolo felpe e Donatella Versace si pente di non essere arrivata con uncarico di 400 piumini. «Domani li ordino - ha garantito - e li faccioarrivare qui». Per lei, la stilista venuta da lontano, e l´attore più popolare e amato in Cina (che ha perso una figlia durante lo tsunami), i bambini hanno organizzato danze, musiche e perfino una sfilata, con abiti inventati da loro, in cui facevano il verso alle top-model. Con Donatella Versacehanno giocato a ping pong e, insieme ai contadini della zona, l´hanno presa d´assalto per l´autografo. Fuori dal gruppo se ne stava Fji, una bimba con il volto sfigurato. «Non chiedete nulla ai bambini del terremoto» si è raccomandato il capo villaggio «sono ancora scossi». E per mano teneva il piccolo Chuan, che si è salvato solo perché era fuori dalla classe a fare ginnastica. Ma tutti i suoi compagni sono morti. Di centri di accoglienza come quello di San Jiang, Donatella Versace ne vuole creare tre. E, per dimostrare che la moda non è solo glamour fine a se stesso, stasera organizzerà a Pechino un grande charity, con la sua prima sfilata in Cina, in una palazzina storica nella zona delle ambasciate, seguita da una cena con asta benefica. Ma per raccogliere il milione di euro a favore di questa operazione di solidarietà, Versace metterà in vendita nelle sue 21 boutique cinesi anche t-shirt "made in Italy" e altri accessori con il logo di One Foundation. «Versace in Cina rappresenta uno dei marchi del lusso - ha ricordato Giancarlo Di Risio, l´amministratore delegato - ed è proprio il lusso d´alto livello che inquesto momento salva le grandi griffe dalla crisi». E aiuta DonatellaVersace a raccogliere fondi per la sua missione umanitaria.

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- alberto statera (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 40 - Economia "Le moderne élite si formano nel policentrismo O non si formano affatto" "Le classi dirigenti in vetta con i soldi, la corruzione, la parentela e magari il sesso" ALBERTO STATERA Gerontocrazia, partitocrazia, parentocrazia, clientocrazia, persino - new entry lessicale - mignottocrazia. Tutto ciò che finisce in «zia» si declina in Italia molto più di meritocrazia, ciò che tutti dicono di desiderare. Perché? E come uscirne? Come stappare un sistema leaderistico che, perso nella sua arretratezza culturale, assiste allibito a un nero nato nel 1961 che viene eletto presidente della più grande democrazia del mondo? Giuseppe De Rita, animatore del Censis, sguardo cattolico disinibito e maestro delle analisi icastiche, attribuisce il nostro deficit nientemeno che a Menenio Agrippa: «Ricorda la vecchia metafora di Menenio Agrippa? Diceva che tutto il corpo fa riferimento al cervello, le mani, i piedi, lo stomaco sono sensori stupidi. Se uno si scotta un dito è perché il senso del dolore arriva al cervello, tutti gli impulsi confluiscono nella testa». Abbia pazienza, professor De Rita, ma che c´entra con la vecchiezza delle classi dirigenti, la persistenza di élites modeste, che anzi via via sembrano peggiorare? Che c´entra con il mancato ricambio, i giovani imbottigliati in un destino di minorità, magari geni della ricerca a 1000 euro al mese, che vedono nominare ministri della Repubblica calendariste e portaborse, diventare ricche (o potenti) ragazzotte che fanno le veline? «C´entra eccome. Il problema che stiamo affrontando è quello di una logica gerarchico-piramidale, di un sistema antico controllato da una classe dirigente che si annida nella vetta della piramide e manda tutto il resto all´inferno. E´ l´effetto di uno Stato accentrato fin dal Risorgimento, che ha prodotto una stratificazione sociale e di potere granitica che non si intacca se non si riesce a cambiare la governance del paese». Col Risorgimento la prendiamo un po´ da lontano in un paese che si dice tutto proteso alle liberalizzazioni. «Ma è quello che ci ha portato questa eredità, rispetto ad altri paesi che hanno saputo entrare nella logica cibernetica». Cibernetica? «Sì. Oggi i vari terminali dei computer dialogano tra loro producendo quel policentrismo liberatorio che l´Italia non riesce ad avere nell´arroccamento in vetta alla piramide che rovina il paese. Il dialogo diretto, non mediato dal centro, questo è la cibernetica rispetto a un sistema organicistico». Vuol dire che la piramide è così forte da produrre gerontocrazia, clientela, parentela e immobilità? «Mancando l´articolazione delle responsabilità nella primazia totale dello Stato, le classi dirigenti sono quelle che conquistano la puntina della piramide in mille modi: con i soldi, i media, la corruzione, la parentela, magari il sesso. Mentre le vere classi dirigenti si fanno in periferia con il policentrismo. Il presidente degli Stati Uniti è il frutto del policentrismo degli sceriffi, dei sindaci, dei senatori, dei governatori. In America crescono, arrivano, li vediamo per otto anni poi scompaiono tutti, presidenti, segretari di Stato, tranne naturalmente Henry Kissinger. Noi non ne usciamo se non cambiamo l´architettura del potere, che invece di autentiche classi dirigenti ci regala classi monarchiche, classi di Corte». Cortigiani? Lei pensa soprattutto alla politica, ma anche nelle aziende c´è una sorta di perpetuazione di potere, spesso affidato a yesmen inadeguati da una pseudo-borghesia capitalistica che non ha dato grandi prove. «Credo invece che, alla fine, nelle aziende, come nel sindacato e nelle regioni un po´ di classe dirigente si formi, nonostante tutto. Beneduce quando creò l´Iri durante il fascismo, si fece una sua classe dirigente di qualità, ma credo sia un fatto irripetibile. Però negli ultimi anni ho visto crescere fior di manager. Che ne so? Penso alla Merloni, a Caio, a Guerra, a Milani. E a molti altri. Per cui attenti a dire che le classi dirigenti sono tutte vecchie, inefficienti o mignottizzate. Il circuito però è stretto, è vero. Per stappare la bottiglia bisogna allargarlo di molto quel circuito». Come allargare il sentiero se il modello resta quello della politica di relazione e del capitalismo di relazione, a dispetto di ogni invocazione a una società più aperta? «C´è una questione di struttura di governance. Da quella organicistica di Menenio Agrippa, che produce classe di Corte, militare o mantenuta, bisogna passare a una governance cibernetica, prendendo coscienza del fatto che, come mi ha appena detto Paolo Prodi con immagine felice, è finito lo Stato sovrano, incede ormai lo Stato-sistema, che deve mettere toppe di qua e di là abbandonando la logica monarchico-piramidale». Torniamo sempre allo Stato, professor De Rita. Ma qui parliamo dell´intera società imprigionata in un collo di bottiglia. «Certo che torniamo allo Stato. Lei lo vede che i ministeri sono svuotati? Brunetta dice che sono pieni di fannulloni. Ma il problema non è che ci sono i fannulloni, è invece che il vertice della piramide è lì chiuso nella sua punta e a quelli non gli fa fare niente. Se ne esce soltanto passando dalla monarchia piramidale alla poliarchia. Le moderne élite si formano nel policentrismo. O non si formano affatto». Lei sta dicendo che si perpetua la logica del cervellone elettronico di tanti anni fa, immenso nel sotterraneo, e non quella dei moderni terminali che dialogano tra loro in periferia? «Nel mio annoso mestiere, quando lavoravamo con Pasquale Saraceno al piano Vanoni c´era l´idea del consigliere del principe. Ma sono passati i tempi del principe. Il principe non c´è più. I politici più avveduti devono evitare di fare i capi-macchina, la logica dell´accentramento monarchico non funziona più. Berlusconi e Veltroni? Icone, sono icone». Scusi De Rita, lei dice che occorre una rivoluzione culturale nella governance, come oggi si dice, di questo paese. Le sembra che qualcuno ne abbia veramente coscienza e soprattutto voglia? «Qualcuno dovrà pur accorgersi prima o poi che nella formazione delle classi dirigenti siamo più arretrati di tutti gli altri, forse persino dei francesi, che sono ancora napoleonici. Lei dirà che la Cina è più accentrata di noi. Ma lì sono un miliardo e 200 mila, per cui il policentrismo antimonarchico è fatale. In India, dove c´è una cultura alta invidiabile, la società è molto più articolata che da noi». Allora siamo vittime di una maledizione antropologica? «Beh, è vero che siamo un paese antropologico, fatto di familismo, furbizia e quant´altro, ma non credo sia questo che produce il collo di bottiglia, che blocca il ricambio delle classi dirigenti. Riflettiamo piuttosto sulla cibernetica e Menenio Agrippa».

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Un cessate il fuoco troppo bello. Cosa mai nasconderà? (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

POLITICA 13-11-2008 Un cessate il fuoco troppo bello. Cosa mai nasconderà? L'ULTIMA MOSSA DEL DITTATORE DEL SUDAN GIULIO ALBANESE È giusto fidarsi di un personaggio del calibro di Omar Hassan el Beshir? Com'è noto questo signore , su cui pesa un mandato di cattura internazionale, domina da anni incontrastato la scena sudanese, con l'appoggio più o meno esplicito del mondo arabo e il sostegno del governo cinese. Eppure ieri ha annunciato con grande clamore che il suo governo avvierà il disarmo delle milizie e limiterà l'uso delle armi nell'esercito. In sostanza si tratta della proclamazione altisonante di un 'cessate il fuoco' unilaterale senza condizioni tra le forze armate sudanesi e le decine di fazioni belligeranti contro Khartum, ha spiegato ostentando un patos disarmante che contrasta con l'immagine monolitica del regime di cui egli è al comando. Premesso che, tornando indietro con la moviola della storia, Beshir ha quasi sempre disatteso le promesse distensive nei confronti dei suoi oppositori, soprattutto in riferimento alla drammatica crisi darfuriana, il messaggio è pur sempre di buon auspicio, almeno dal punto di vista contenutistico, essendo in dissonanza col linguaggio jihadista tanto caro a molti dei suoi seguaci. Se da una parte va certamente preso col beneficio d'inventario, dall'altra è pur sempre una dichiarazione che impegna il suo esecutivo a passare decisamente dalle parole ai fatti. Ma al di là di qualsiasi valutazione che possa sconfinare nel registro della cosiddetta fantapolitica, il dato interessante è che l'annuncio di cui sopra è avvenuto a conclusione di una conferenza per la soluzione pacifica del conflitto svoltasi nella 'Friendship Hall' di Khartum. E in quella assise, in un'atmosfera a dir poco surreale, l'unico capo di Stato presente in prima fila era il presidente eritreo, Isayas Afeworki, il quale, di questi tempi, com'è noto, pare stia aspirando al palmares delle vessazioni con il suo omologo sudanese, nella classifica dei 'presidenti-padroni' più autoritari del continente africano. È lecito fidarsi di una platea dove l'integralismo di matrice salafita pare essere diventato il fondamento della politica di questi due Paesi? Non v'è dubbio che è difficile compiere un'ermeneutica delle parole di Beshir in simili circostanze, anche se, considerando la recente svolta alla Casa Bianca con la vittoria di Barack Obama, potrebbe trattarsi di un segnale distensivo nei confronti della nuova amministrazione della Casa Bianca. In effetti, nei circoli diplomatici accreditati in Africa, qualcuno prefigura una svolta nella politica americana che, dopo i due mandati di Bush, sarebbe più propensa a risolvere una volta per tutte i conflitti in atto nel continente, dal Darfur alla Somalia fino al grande Congo. L'intento di Washington, in effetti tutto da dimostrare, sarebbe quello di procedere ad una sorta di normalizzazione definendo, d'intesa con le altre grandi potenze Cina, Russia, India e Unione europea delle chiare aree d'interesse strategico per quanto concerne soprattutto lo sfruttamento delle fonti energetiche, petrolio in primis. Un quadro, questo, ancora frammentario e soprattutto di difficile attuazione considerando le turbolenze determinate dagli evidenti conflitti d'interessi che stanno facendo dell'Africa una linea di faglia tra Oriente e Occidente. Nel frattempo, comunque, già ieri uno dei movimenti ribelli che opera nel Darfur, il Jem, ha declinato l'invito alla tregua a riprova che comunque la diplomazia internazionale avrà ancora chissà per quanto filo da torcere nel riconciliare le parti. Ed è per questa ragione che risuonano come provvidenziali le parole di Benedetto XVI che ha lanciato nel corso della tradizionale udienza del Mercoledì un appello per la pace nel mondo e in particolare nel nord Kivu e nel Darfur, rammentando una verità sacrosanta: che solo Dio può convertire il cuore degli uomini. «Dobbiamo dire con grande urgenza nelle circostanze del nostro tempo ha detto con tono commosso vieni Signore, vieni nei campi dei profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu». Chi ha orecchi per intendere, intenda.

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La notte bianca della ricerca e del precariato (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

La notte bianca della ricerca e del precariato ***, 12 novembre 2008, 12:50 L'iniziativa Organizzata da FLC CGIL, CISL FIR e UIL PA UR dell'ISS, presso l'Istituto Superiore di Sanità, nella notte del 13 novembre, alla vigilia dello sciopero della Ricerca, Università ed Alta Formazione Artistica e Musicale che si terrà il 14 e che vedrù una manifestazione nazionale a Roma. Qualche spunto di riflessione per i partecipanti 1. IL CONTESTO EUROPEO: LA STRATEGIA DI LISBONA PER LA CRESCITA E L'OCCUPAZIONE. Nel marzo del 2000, a Lisbona, il Consiglio Europeo adottò per la Comunità l'obiettivo strategico di "diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica nel mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile per nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale". L'Europa si era posta come orizzonte temporale per realizzare questo obiettivo generale 10 anni, durante i quali si sarebbero dovute sviluppare nei vari paesi politiche adatte ad incrementare gli investimenti nel campo della conoscenza, attraverso interventi in tema di formazione e ricerca. Il 2010 è ormai alla porta e dobbiamo constatare con amarezza che nel nostro Paese la strategia di Lisbona è stata completamente disattesa come si evince dai dati di seguito riportati. 2. IL CONFRONTO CON I DATI OCSE/ COMUNITA' EUROPEA SU RISORSE E PERSONALE DELLA RICERCA. Le risorse impegnate in attività di Ricerca e Sviluppo (R&S) sono pari in Italia ad un misero 1.1% del PIL, presentando livelli tipici delle economie dei Paesi ancora in via di sviluppo piuttosto che di un paese membro del G8; nella classifica sugli ultimi dati disponibili (2005) precediamo solo Paesi come l'Ungheria, il Sudafrica, la Repubblica Slovacca ecc... Non solo questo investimento è basso, ma è anche molto modesto il suo tasso di crescita: le risorse totali per R&S sono cresciute nel periodo 1997-2004 del 2.4% all'anno, con una performance scadente che ci colloca agli ultimi posti tra i Paesi OCSE. Scomponendo questo dato, la situazione è assai grave quando si considerano le risorse pubbliche investite in R&S, che sono cresciute nel periodo 2000-2006 di un modestissimo 0.2% all'anno; tra i Paesi OCSE hanno fatto peggio di noi solo Messico e Polonia. Ma se l'Atene degli investimenti pubblici in R&S piange, la Sparta degli investimenti privati non ride affatto: le imprese italiane spendono soltanto lo 0.8% del valore aggiunto dell'industria, a fronte del doppio (1.6%) della media dei 27 Paesi dell'Unione Europea e di quasi il triplo della media OCSE (2.2%). Per contro, siamo ai primi posti per il sostegno della mano pubblica alla ricerca industriale, preceduti solo da Russi, Slovacchi e Cechi. In sintesi, nel nostro Paese si investe poco in ricerca: spende poco l'industria, spende poco lo Stato e di questo poco, ne affida molto all'industria, anziché alle proprie istituzioni e questo trend sconfortante non mostra elementi di inversione. Completano questo quadro negativo i dati che riguardano l'ammontare di personale della ricerca, che ci vede ancora molto lontani da quelli dei Paesi con cui l'Italia dovrebbe confrontarsi: con 3 ricercatrici/ricercatori ogni 1000 occupate/i precediamo a livello OCSE solo Turchia, Cina e Messico e siamo lontanissimi dalla Finlandia, Svezia, Giappone, Danimarca e Nuova Zelanda (oltre 10) nonché dalla media OCSE (circa 7) e dalla media della Comunità Europea a 27 Paesi (oltre 5). 3. CONFRONTO INTERNAZIONALE SUI RISULTATI SCIENTIFICI PRODOTTI IN ITALIA. A fronte dei pochi investimenti, la ricerca effettuata nel nostro Paese raggiunge invece punte di eccellenza. Un recente documento elaborato dal Prof. Ugo Amaldi, che commenta un lungo articolo di Sir David King - Chief Scientific Advisor to HM Government - pubblicato su Nature dal titolo "The Scientific Impact of Nations" (1), evidenzia dei dati importanti e, in un clima di scarsa e peggio malevola attenzione alla ricerca, anche sorprendentemente positivi. Riassumendo, l'articolo di Nature prende in considerazione gli articoli scientifici che negli anni 1997-2001 hanno ricevuto più citazioni, classificati dal Thomson Institute for Scientific Information; che è, come è noto, la massima istituzione nel campo della valutazione delle pubblicazioni scientifiche, fondata nel 1960 da Eugene Garfield, il padre della scientometria; in questa indagine sono state analizzate oltre 8000 riviste scientifiche scritte in 36 lingue. Sono stati adottati criteri assai rigorosi ed è stata presa in considerazione solo la fascia più alta degli articoli citati (comprendente solo l'1% del totale). Ebbene, in questa elite dei "1% of highly cited publications" il nostro Paese si colloca in un dignitosissimo settimo posto, dietro USA, Gran Bretagna, Germania, Giappone, Francia e Canada, precedendo però paesi quali Olanda, Svezia,Spagna, Danimarca, Finlandia ecc.. Ma quando si vanno a normalizzare questi risultati rispetto al numero di ricercatori e all'ammontare delle risorse investite in R&S - dati che come abbiamo visto vedono l'Italia assai sfavorita - il nostro Paese balza al terzo posto, preceduto solo da Gran Bretagna e Canada, ma essendo seguito da Usa, Francia e Germania. Dunque, queste elaborazioni mostrano che la nostra ricerca di punta è di ottimo livello e che i nostri (pochi!) fondi sono bene investiti. 4. IL RUOLO DEL PRECARIATO NELLA RICERCA ITALIANA. In questo panorama di pochi fondi e poco personale, ma buoni risultati, spicca il contributo del personale precario. A causa degli endemici blocchi nelle assunzioni negli EPR, causate dalle misure generali di risparmi nel Pubblico Impiego, ovvero a causa delle deroghe date con il contagocce, negli ultimi lustri (non anni!) si è dovuto sopperire alla mancanza di personale di ricerca con il reclutamento delle più svariate forme di lavoro precario: dai contratti a Tempo Determinato - quelli con maggiori tutele - ai Contratti di Collaborazione, alle forme più fantasiose (percezione di Partita IVA, persone assunte con contratti da una certa istituzione che invece prestano la loro opera presso un'altra e via discorrendo). Questo personale ha subito un vaglio selettivo e, cosa che ancor di più conta in ambito scientifico, ha fornito un importante contributo alle ricerche, come testimoniano le centinaia di articolo pubblicati su riviste indicizzate che annoverano tra gli autori per l'appunto ricercatrici e ricercatori precari. 5. L'EUROPA E IL LAVORO PRECARIO Nel 2005 la Commissione Europea, nell'intento di perseguire il progetto di creare l'Area Europea della Ricerca, elaborò la Carta Europea dei Ricercatori con il codice di condotta per la loro assunzione. Lo scopo era quello di fornire delle linee guida che servissero a rendere attraente per le persone giovani entrare nella ricerca ("L'esistenza di prospettive di carriera migliori e più visibili contribuisce anche allo sviluppo di un atteggiamento positivo del pubblico nei confronti della professione di ricercatore, spingendo con ciò più giovani ad abbracciare una carriera nel settore della ricerca"). La Carta raccomanda di prevedere per i (giovani) ricercatori carriere con sufficienti garanzie, ad es. pensionistiche; la Linea guida della Carta è di fornire ai giovani ricercatori regolari contratti di lavoro. Il nostro Paese ha solennemente riconosciuto la Carta, ma ne ha disatteso completamente il significato. Con la Finanziaria 2007 si era appena avviato un processo di stabilizzazione delle donne e uomini impiegate/i in lavoro precari della ricerca, confermato seppure con alcune restrizioni dalla Finanziaria 2008 . I recenti provvedimenti governativi rischiano (con una probabilità pericolosamente vicina ad 1!) di farci tornare indietro nel processo virtuoso di valorizzazione della ricerca, schiacciandoci al ruolo umiliante di fanalino di coda dell'Europa della Conoscenza. BIBLIOGRAFIA 1. D A King . The scientific impact of Nations. Nature. 430: 311-16 (2004)

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Nucleare, si ricompatta il fronte del No (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)

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Nucleare, si ricompatta il fronte del No Matilde Giovenale, 11 novembre 2008, 17:39 L'iniziativa/2 Il 24 novembre a Roma si costituirà ufficialmente il Comitato per "un'alternativa energetica", basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull'uso di fonti fossili e di quella nucleare, come propone il governo Dicono di aver "dormito" un po' troppo ma- dopo aver fatto ammenda- sono pronti a svegliarsi. Si ricompatta, così, il fronte italiano dei 'no nuke' e promette che sarà il cagnaccio da guardia di questo governo. Perché- nel silenzio pressoché totale (anche dell'attuale opposizione)- l'esecutivo sta, nei fatti, riportando il nucleare nel Belpaese. Un'ipoesti "scellerata" per il futuro. Con queste premesse, il 24 novembre a Roma si costituirà ufficialmente il Comitato per "un'alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull'uso di fonti fossili e di quella nucleare, come propone il governo". Tiene a battesimo, un appello siglato da oltre 150 personalità del nostro paese: europarlamentari come Vittorio Agnoletto, Giovanni Berlinguer, Umberto Guidoni, Roberto Musacchio, esponenti del mondo scientifico come Marcello Cini, Margherita Hack, Gianni Mattioli, Giorgio Nebbia, Massimo Scalia, Gianni Silvestrini, Morando Soffritti e della cultura come Dario Fo, Pietro Greco, Moni Ovadia, Dijana Pavlovic, Franca Rame, del mondo associativo come Lisa Clark, Andrea Baranes, Marco Bersani, Alfonso Navarra, Francesco Vignarca, Alex Zanotelli, dell'ambientalismo, del sindacato e della politica, amministratori regionali e comunali. Tutti hanno sottoscritto a titolo personale l'appello per la formazione del comitato nazionale che ha l'obiettivo di contribuire alla crescita di un progetto energetico alternativo alla forzatura del Governo che vuole reintrodurre il nucleare in Italia.. L'appello è stato presentato oggi da una rappresentanza del Comitato composta da Fabio Alberti, Fulvia Bandoli, Mauro Bulgarelli, Paolo Cento, Nicola Cipolla, Antonio Filippi, Mirko Lombardi, Walter Mancini, Gianni Naggi, Ciro Pesacane, Vittorio Sartogo, Massimo Serafini, Vincenzo Vita, Alfiero Grandi e Gianni Mattioli. Secondo i promotori dell'iniziativa "serve a svegliarci". Berlusconi e il suo esecutivo - ricordano - "promettono di individuare entro sei mesi i territori destinati ad ospitare le centrali" italiane. Dunque "non aspetteremo che siano individuati i siti per opporci a questa scelta e non lasceremo sole le località che rischiano di subire una decisione antidemocratica, calata dall'alto e per più militarizzata nell'attuazione". E ancora spiega il proto-comitato: "Sosterremo il diritto delle popolazioni locali a fare valere la loro opinione anche, se necessario, con referendum territoriali, tanto più che costruire nuove centrali nucleari contrasterebbe con l'impostazione dei piani energetico ambientali regionali già approvati". Berlusconi e i suoi ministri - in contrasto con l'Europa che propone il 20/20/20, cioè risparmio e fonti rinnovabili - cercano di convincere che compiono questa scelta in nome della lotta ai cambiamenti climatici e per garantire energia abbondante e poco costosa al paese rafforzando anche la sua autonomia energetica". Queste affermazioni, conclude il comitato, "sono entrambe false: il nucleare non serve né a combattere i cambiamenti climatici né a ridurre la bolletta energetica del paese e per di più è un'enorme consumatore di acqua, bene sempre più scarso". Il nucleare oltre ai noti pericoli per le persone e l'ambiente ha in realtà costi proibitivi, molto più alti del risparmio e dello sviluppo delle fonti rinnovabili che costituiscono una ben più valida alternativa e il governo di centrodestra vuole impegnare tutte le risorse economiche disponibili per obiettivi pericolosi, sorpassati e per di più vuole perseguire questi obiettivi senza tenere conto della volontà delle comunità locali, anzi vuole militarizzare le decisioni in materia di energia.

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C'è chi sgomita e chi no (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)

Argomenti: Cina

C'è chi sgomita e chi no Randolph Ash, 13 novembre 2008, 16:45 Politica estera Berlusconi punta il dito nei confronti dell'amministrazione Bush accusandola di "provocazione" (immaginiamo presto anche di avventurismo). E' stato tra i suoi più entusiastici sostenitori quando era forte, la prende a calci adesso che è debole e in procinto di lasciare la scena. Cerca semplicemente di riposizionarsi in vista della nuova amministrazione Diciamolo subito a scanso di equivoci. A differenza del presidente del consiglio, noi non consideriamo "una provocazione" il progetto americano di installare uno scudo missilistico ai confini della Russia; non consideriamo una provocazione l'offerta di ingresso accelerato nella Nato a Georgia e Ucraina; non consideriamo una provocazione il riconoscimento dell'indipendenza del Kossovo. Si tratta di tutt'altro, se per provocazione si intende -- come fanno i dizionari -- un'azione apparentemente contraria ai propri interessi che ha lo scopo di provocare una reazione favorevole ai propri interessi. Quella degli Stati Uniti non è una provocazione: è esattamente il contrario. E' la coerente attuazione di una strategia di politica estera e di difesa (o offesa, che dir si voglia), che è iniziata con la dissoluzione dell'Unione sovietica nel 1991 e che dura quindi da almeno diciassette anni. Allora gli Stati Uniti si scoprirono unico protagonista sulla scena mondiale e decisero che, vinta la guerra fredda, era il momento di dare il colpo di grazia al gigante atterrato, l'orso sovietico sconfitto. Si trattava (e fu fatto nei primi anni '90) di renderlo economicamente dipendente dall'Occidente e dalla Banca mondiale con una politica finanziaria e di "investimenti" analoga a quella attuata negli anni '70 e '80 per saccheggiare molti paesi in via di sviluppo. Si trattava di renderlo permanentemente inoffensivo strappando pezzi consistenti al suo impero, inserendoli nel campo occidentale e spingendo il dispositivo militare della Nato fino a ridosso dei suoi confini. Con questo obbiettivo e d'intesa con l'Europa, è stato celermente attuato l'ingresso di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, paesi baltici, Romania, Bulgaria, prima nella Nato e poi nell'Unione europea. Ma non bastava. Negli anni 2000 sono state stimolate e finanziate le cosiddette "rivoluzioni colorate" in paesi come l'Ucraina e la Georgia, paesi slavi e russofoni da sempre culturalmente e politicamente considerati parte integrante dell'Impero zarista e dell'Unione sovietica. Anche a questi è stato offerto di entrare nella Nato, così da completare l'accerchiamento militare della nuova Federazione: a ovest, a nord e a sud la Nato, a est la Cina. L'indipendenza del Kossovo, assieme all'ingresso dell'Albania nella Nato (che è cosa fatta), rientra in questa strategia generale di indebolimento della Russia, in questo caso l'espulsione dai Balcani. Gli Stati Uniti hanno anche fortemente voluto l'ingresso della Turchia (da sempre membro della Nato) nell'Unione europea per ricompensarla della sua fedeltà atlantica, della sua alleanza con Israele e della sua moderazione verso i curdi iracheni. In tutti questi anni l'Italia è stata sempre un fedele alleato degli Stati Uniti e ha totalmente aderito a questa strategia, con qualche distinguo (soprattutto sull'Iraq, ma non sul Kossovo) quando al governo c'era il centrosinistra, con entusiastica adesione spinta fino alla piaggeria quando c'era il centrodestra, cioè Berlusconi. Anche l'Europa nel suo insieme ha seguito gli Stati Uniti sulla strada dell'indebolimento e dell'accerchiamento della Russia; con qualche distinzione diplomatica e qualche invito alla moderazione, stanti gli interessi commerciali delle sue aziende in Russia e la sua dipendenza dal petrolio e dal gas russi, ma con sostanziale unità di intenti. Tutti i paesi dell'Est già satelliti dell'Unione sovietica sono così stati rapidamente inseriti nell'Unione europea, nonostante le enormi disparità istituzionali ed economiche. Numerosi paesi europei, tra cui l'Italia, hanno prontamente riconosciuto l'indipendenza del Kossovo, nonostante la Russia mettesse in guardia che così si apriva la strada ad altre richieste di indipendenza che la riguardavano direttamente, come nel caso dell'Ossezia del Sud, dell'Abkhazia e della Transnistria. Solo sull'immediato ingresso di Georgia e Ucraina nella Nato l'Europa ha fatto resistenze. Sullo scudo missilistico la questione è stata derubricata a rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e i due stati interessati, come se non si trattasse di un problema centrale per la politica estera e di difesa europea. Non ha quindi torto il ministro degli esteri francese Kouchner (presidente di turno dell'Unione) quando dichiara - ricordandolo implicitamente ai vari Berlusconi - che "l'Europa negli ultimi tempi ... ha parlato con una sola voce". In realtà l'Europa ha quasi sempre taciuto o ha parlato sottovoce; ha fatto molto poco, ma senza forti e visibili dissensi riguardo alla strategia generale, fosse in Afghanistan, in Kossovo e nei confronti di un risorgente potere russo. Oggi invece Berlusconi parla, e punta il dito nei confronti dell'amministrazione Bush accusandola di "provocazione" (immaginiamo presto anche di avventurismo). E' stato tra i suoi più entusiastici sostenitori quando era forte, la prende a calci adesso che è debole e in procinto di lasciare la scena. Cerca semplicemente di riposizionarsi in vista della nuova amministrazione. Come ha sempre compiaciuto il presidente attuale, adesso vuole compiacere quello futuro, supponendo (qualcuno alla Farnesina glielo avrà detto) che intenda modificare la strategia fin qui perseguita dal suo paese. Con le sue sortite il presidente del consiglio e il ministro degli esteri fanno la figura dei grilli parlanti o, peggio, di quei ragazzacci che prendono a calci un cane bastonato quando è a catena e non c'è pericolo che li azzanni. Tutto questo non ha nulla a che fare con il merito delle questioni, che sono gravi e serie e riguardano il ruolo di un'Europa che sia finalmente un soggetto incisivo di politica estera, il ruolo delle alleanze militari nel XXI secolo, il ruolo di una Russia nuovamente forte e rispettata, ma che sia anche rispettosa degli interessi altrui, e, soprattutto in questo frangente, la ridefinizione di una diversa politica estera degli Stati Uniti. Sono questioni gravi e complicate, da non affrontare con le facili sentenze e i protagonismi dei grilli parlanti. Il presidente del consiglio si propone anche come mediatore tra Russia, Stati Uniti e Europa. Ma un mediatore per essere credibile deve essere autorevole e non dare l'impressione di cambiare opinione per compiacere il potente di turno. Soprattutto non deve irritare preliminarmente i suoi interlocutori. E' facile invece immaginare l'irritazione e la preoccupazione che le sortite di Berlusconi e del suo ministro degli esteri debbono avere provocato nelle cancellerie europee e oltreatlantico. Sarà irritato il presidente francese Sarkozy, che da sempre osteggia l'ingresso della Turchia nell'Unione e ha chiesto di rallentare il processo di adesione; sarà preoccupato il primo ministro turco Erdogan di fronte alla promessa mirabolante e non concordata di "tagliare della metà i tempi di ingresso nell'Unione": di un avvocato di ufficio così proprio non ne aveva bisogno; saranno irritati i capi di governo polacco e ceco che hanno accettato, dietro forti incentivi economici, di costruire lo scudo missilistico contro il parere di larga parte della loro opinione pubblica; sarà infastidito il ministro degli esteri dell'Unione Solana, che cerca pazientemente di costruire una politica collegiale; sarà dispiaciuto il presidente Bush che rifletterà mestamente sul destino che attende i potenti quando non lo sono più; sarà irritato e preoccupato Barack Obama al pensiero di avere a che fare con tali alleati che, invece di riflettere e concordare, sgomitano per farsi belli davanti a lui.

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