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T ARTICOLI DEL 13-11-2008 #TOP
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Articoli
Cina (11)
ora sono abusivi i pastori del presepe - angelo carotenuto (
da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: qualche pastore napoletano prodotto in Cina. Nelle fiere di tutta Europa si chiamano stand, quelle di San Gregorio Armeno sono baracche. Già in piedi, pronte, montate in attesa degli affari di Natale. Ma quest´anno sono rimaste senza autorizzazione. Improvvisamente abusive. Strette l´una sull´altra in piazza san Gaetano, addossate alla sede della Fondazione Vico in piazzetta Olmo,
Miller: meno caro il gas per l'Europa (
da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: I negoziati con la Cina per la concessione di un prestito di 25 miliardi di dollari alle compagnie russe, a fronte di un aumento delle forniture di petrolio, sono stati sospesi: non c'è accordo sui tassi di interesse e le garanzie statali. Il prestito sarebbe stato una boccata di ossigeno per le major russe colpite dalla crisi del credito:
Con la Cina Versace batte la crisi (
da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: proseguirà gli investimenti nella rete vendita del Far East Con la Cina Versace batte la crisi Stasera la prima sfilata a Pechino e cena di gala per 900 invitati Cristina Jucker PECHINO. Dal nostro inviato Ancora immune per quest'anno dalla crisi che ha colpito il mondo intero, Versace chiuderà il prossimo bilancio con ricavi in crescita rispetto ai 310 milioni dell'anno scorso,
Accelerano i conti Tod's (
da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: di cui 16 nella sola Cina), gode di un vantaggio rispetto ad altri big del lusso, quello di non essere troppo esposta al mercato americano, l'area geografica che oggi più soffre della recessione e del rallentamento dei consumi. Gli Stati Uniti, infatti, pesano per meno del 10% dell'intero giro d'affari del gruppo cui fa capo anche la griffe francese di scarpe Roger Vivier.
Non paghino i Paesi poveri (
da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Adesso però ci sono Cina, India, Brasile, Sud Africa. Fino a vent'anni fa nessuno considerava questi Paesi se non per misurarne la povertà. Ora hanno un'importanza politica e tutti si sono convinti che il G-8 non rappresenta più la logica dell'economia mondiale, che i temi veri devono essere discussi con chi conta per trovare le soluzioni »
versace "adotta" i bimbi del terremoto - laura
asnaghi pechino ( da "Repubblica, La"
del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Cronaca In Cina, nel Sichuan colpito dal sisma, un centro d´accoglienza messo in piedi dalla stilista italiana Un´associazione benefica insieme all´attore Jet Li e una sfilata per finanziare il progetto di solidarietà Versace "adotta" i bimbi del terremoto E i piccoli si improvvisano top model indossando capi realizzati da loro LAURA ASNAGHI PECHINO dal nostro inviato «
- alberto statera (
da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: Lei dirà che la Cina è più accentrata di noi. Ma lì sono un miliardo e 200 mila, per cui il policentrismo antimonarchico è fatale. In India, dove c´è una cultura alta invidiabile, la società è molto più articolata che da noi». Allora siamo vittime di una maledizione antropologica?
Un cessate il fuoco troppo bello. Cosa mai nasconderà? (
da "Avvenire" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: intesa con le altre grandi potenze Cina, Russia, India e Unione europea delle chiare aree d'interesse strategico per quanto concerne soprattutto lo sfruttamento delle fonti energetiche, petrolio in primis. Un quadro, questo, ancora frammentario e soprattutto di difficile attuazione considerando le turbolenze determinate dagli evidenti conflitti d'interessi che stanno facendo dell'
La notte bianca della ricerca e del precariato (
da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: ricercatori ogni 1000 occupate/i precediamo a livello OCSE solo Turchia, Cina e Messico e siamo lontanissimi dalla Finlandia, Svezia, Giappone, Danimarca e Nuova Zelanda (oltre 10) nonché dalla media OCSE (circa 7) e dalla media della Comunità Europea a 27 Paesi (oltre 5). 3. CONFRONTO INTERNAZIONALE SUI RISULTATI SCIENTIFICI PRODOTTI IN ITALIA.
Nucleare, si ricompatta il fronte del No (
da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: esponenti del mondo scientifico come Marcello Cini, Margherita Hack, Gianni Mattioli, Giorgio Nebbia, Massimo Scalia, Gianni Silvestrini, Morando Soffritti e della cultura come Dario Fo, Pietro Greco, Moni Ovadia, Dijana Pavlovic, Franca Rame, del mondo associativo come Lisa Clark, Andrea Baranes, Marco Bersani, Alfonso Navarra, Francesco Vignarca,
C'è chi sgomita e chi no (
da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Abstract: est la Cina. L'indipendenza del Kossovo, assieme all'ingresso dell'Albania nella Nato (che è cosa fatta), rientra in questa strategia generale di indebolimento della Russia, in questo caso l'espulsione dai Balcani. Gli Stati Uniti hanno anche fortemente voluto l'ingresso della Turchia (da sempre membro della Nato) nell'Unione europea per ricompensarla della sua fedeltà atlantica,
( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Pagina I
- Napoli San Gregorio Armeno Ora sono abusivi i pastori del presepe ANGELO
CAROTENUTO Alte, larghe, in legno. Espongono presepi a 15 euro e qualche pastore napoletano prodotto in Cina. Nelle fiere
di tutta Europa si chiamano stand, quelle di San Gregorio Armeno sono baracche.
Già in piedi, pronte, montate in attesa degli affari di Natale. Ma quest´anno
sono rimaste senza autorizzazione. Improvvisamente abusive. Strette l´una
sull´altra in piazza san Gaetano, addossate alla sede della Fondazione Vico in
piazzetta Olmo, o con la chiesa di Santa Patrizia sullo sfondo. Non
hanno il permesso per la tradizionale esposizione di dicembre, una delle 15
fiere natalizie che «per tradizione» si tengono a Napoli: da quella di piazza
San Pasquale con gli associati di "Aria Fresca" a quella di largo
Banchi Nuovi. A San Gregorio partono in anticipo. Gli 80 consorziati
dell´associazione Artigianato Presepiale scattano prima degli altri, in genere
dal primo novembre. Così hanno fatto pure stavolta, senza attendere che dal
Comune arrivasse la solita autorizzazione di fine anno, immancabilmente
concessa «nelle more di una definitiva riorganizzazione» dell´intero settore,
come sostengono all´ottava direzione centrale di Palazzo San Giacomo (sviluppo
commerciale). Il permesso è rimasto stavolta congelato perché l´assessore Mario
Raffa, al suo primo Natale in giunta, con delega al commercio e
all´artigianato, intendeva «autorizzare sì la fiera - questa la sua posizione -
ma con elementi di discontinuità rispetto al passato». Il suo primo San
Gregorio da amministratore cittadino lo immaginava, e continua a immaginarlo,
con più sicurezza e meno abusivismo. Solo che aspettando le sue decisioni, gli
artigiani sono andati avanti per conto proprio, montando lo stesso le baracche.
Sono attesi blitz e controlli. Arrivano i vigili in casa Cupiello. SEGUE A P
( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Il
Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2008-11-13 - pag: 14 autore: Russia. Gazprom
rivedrà i listini dal 2009 Miller: meno caro il gas per l'Europa Antonella
Scott Fino a pochi mesi fa, non c'era limite alle aspettative di Aleksej Miller
riguardo ai prezzi del petrolio. Raggiungeranno presto i 250 dollari al barile,
scommetteva l'amministratore delegato di Gazprom. Oggi il gigante russo
dell'energia fa i conti con la realtà:il gas segue a ruota l'andamento del
petrolio, e il prezzo attuale di 396 euro per mille metri cubi di gas è
destinato a restare un record. «è assolutamente chiaro - ha detto ieri Miller
dalla penisola di Yamal sull'Artico, roccaforte di Gazprom - che dall'inizio
del 2009 i prezzi del gas per i consumatori europei scenderanno». Non è detto che
lo facciano, a sentire Vladimir Putin. Domani a Nizza il vertice Russia-Ue
definirà il ritmo del riavvicinamento, dopo il sì dell'Europa alla ripresa dei
negoziati sulla partnership strategica congelati dal conflitto in Georgia. A
Nizza andrà il presidente Dmitrij Medvedev, ma è Putin ad alzare i toni perché
le cose vadano nel senso che desidera. Se l'Europa continuerà a sollevare dubbi
sul gasdotto Nord Stream, sbotta il primo ministro russo, la Russia rinuncerà
al progetto di portare gas al Nord Europa attraverso il Baltico, e in compenso
costruirà impianti di liquefazione del gas. «L'Europa- ha detto ieri Putin
incontrando il primo ministro finlandese, Matti Vanhanen - deve decidere se
vuole il gasdotto o no. Se non lo vuole, costruiremo impianti di liquefazione e
manderemo il gas sui mercati mondiali, compresi quelli europei. Solo, per voi
sarà più costoso. Siete liberi di fare i vostri conti». Con un occhio a
Nizza,Putin alterna bastoni e carote: dopo l'incontro con Vanhanen ha
annunciato il rinvio di 9-12 mesi dell'aumento da
( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Il Sole-24
Ore sezione: ECONOMIA E IMPRESE data: 2008-11-13 - pag: 24 autore: Moda. La
maison chiuderà l'anno in utile e proseguirà gli
investimenti nella rete vendita del Far East Con la Cina Versace batte
la crisi Stasera la prima sfilata a Pechino e cena di gala per 900 invitati
Cristina Jucker PECHINO. Dal nostro inviato Ancora immune per quest'anno dalla
crisi che ha colpito il mondo intero, Versace chiuderà il prossimo bilancio con
ricavi in crescita rispetto ai 310 milioni dell'anno scorso, solo in
parte grazie alle aperture di nuovi negozi, avvenute per lo più tra settembre e
ottobre. I conti chiuderanno in utile, con un indebitamento netto di 50-60
milioni di euro (meno del 20% del fatturato) legato agli investimenti sostenuti
per allargare la rete di vendita. Nel 2008 è stata aperta una decina di
boutique, la maggior parte delle quali in Asia (ma anche in via Veneto a Roma,
negli Stati Uniti, a Kuala Lumpur, in Malesia). E per il 2009, che resta
comunque un anno pieno di incognite per tutti, è previsto un analogo tasso di
crescita dei punti vendita. «Al momento siamo impegnati sullo sviluppo del
marchio, uno dei pochi, insieme ad alcuni brand francesi, concentrato solo
sulla fascia più alta del lusso, senza deviazioni – sottolinea Giancarlo Di
Risio, amministratore delegato di Versace – per cui una crescita sensibile
degli utili si vedrà dal
( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Il
Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2008-11-13 - pag: 47 autore:
Lusso. Grazie al buon andamento delle vendite in Asia che ha bilanciato il calo
della domanda Usa Accelerano i conti Tod's Nei nove mesi i ricavi sono saliti
del 9,9% a 550 milioni di euro MILANO Calzature e abbigliamento sostengono il
bilancio di Tod's. Il gruppo di beni di lusso, di proprietà dell'imprenditore
marchigiano Diego Della Valle, ha chiuso i primi nove mesi dell'anno con ricavi
pari a 549,7 milioni di euro, in crescita del 9,9% (a cambi correnti) rispetto
ai circa 500 milioni fatturati nello stesso periodo dello scorso anno. Gli
incrementi maggiori si sono registrati, a livello di prodotto, nei segmenti
delle scarpe e dei capi d'abbigliamento. A livello di redditività il margine
operativo lordo si è attestato a 128,8 milioni (+13,4%), mentre il risultato
operativo è ammontato a 108 milioni (+13,1%). Tod's non ha comunicato il
risultato dell'ultima riga di bilancio, né i dati relativi al terzo trimestre.
Da gennaio a settembre il gruppo ha effettuato investimenti per 35,2 milioni,
mentre a fine settembre in cassa c'erano 29,6 milioni, in calo rispetto ai 40,6
milioni di liquidità registrati alla stessa data del 2007. Nella relazione di
gestione la società ha spiegato che il movimento è dovuto anche alla
stagionalità del business che assorbe più circolante nei mesi estivi e ai
negozi vengono consegnate le collezioni autunnoinverno. Nell'ultima parte
dell'anno il fenomeno è contrario con l'azienda che incassa liquidità man mano
che i negozi vendono la merce. «Gli ottimi risultati dei primi nove mesi
dell'anno confermano la forza dei nostri marchi nel loro core business, anche
in un contesto particolarmente impegnativo », ha commentato Della Valle,
presidente e amministratore delegato del gruppo. Tod's, che ha aperto 27 nuovi
negozi quest'anno (di cui 16 nella sola Cina), gode di un vantaggio rispetto ad altri big del lusso, quello
di non essere troppo esposta al mercato americano, l'area geografica che oggi
più soffre della recessione e del rallentamento dei consumi. Gli Stati Uniti,
infatti, pesano per meno del 10% dell'intero giro d'affari del gruppo cui fa
capo anche la griffe francese di scarpe Roger Vivier. Altri big del
settore, come ad esempio la holding francese Ppr (che controlla i marchi Gucci,
Bottega Veneta, Sergio Rossi e Yves Saint-Laurent) hanno quote di mercato
attorno al 20%. Nei giorni scorsi Tod's,ha inaugurato l'apertura di tre
boutique in India (oltre a quelle già presenti a New Delhi, Bangalore e
Mumbai). Per l'intero anno Tod's si attende risultati e utili in crescita,
nonostante l'arrivo della recessione che però dovrebbe interessare di più i
segmenti più retail del mercato e impattare meno sul comparto del lusso. Della
Valle ha ricordato che «pur considerando l'attuale maggiore volatilità delle
vendite nei negozi, le nostre aspettative di crescita di ricavi ed utile
nell'intero esercizio siano pienamente raggiungibile». Il recente ingaggio
dell'attrice Gwyneth Paltrow come testimonial della nuova linea di borse
"Pashmy" potrebbe dare un'ulteriore spinta alle vendite. S.Fi.
SOLIDITà AZIENDALE Secondo il presidente e a.d. Diego Della Valle i risultati
confermano la forza dei marchi del gruppo anche in un contesto difficile
( da "Sole 24 Ore, Il" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Il
Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-11-13 - pag: 8 autore: «Non
paghino i Paesi poveri» Per il presidente brasiliano vanno tutelate le economie
deboli Orazio Carabini ROMA «Mi è perfettamente chiaro che la situazione è
difficile, ma il mondo ci sta chiedendo di far ve-dere perché siamo stati eletti,
e di trovare in fretta soluzioni appropriate alla crisi». Luis Inacio Lula da
Silva, presidente del Brasile, non è un tipo che si tira indietro. La riunione
del G-20 si avvicinae Lula intende fare la sua parte al vertice dei Paesi che
rappresentano le economie più importanti del mondo. «Il Brasile –dice Lula nel
corso della sua visita a Roma –non farà proposte, ma sono ottimista. Da due
anni vado dicendo che i leader politici devono incontrarsi per affrontare i
grandi problemi del mondo:il commercio internazionale, l'economia, i conflitti.
Già, perché se gli Stati Uniti avessero ascoltato gli altri Paesi non avremmo
avuto la guerra in Iraq e avremmo trovato una soluzione per la Palestina ».
Lula elenca tre priorità: riprendere la trattativa sul Doha Round per il
commercio internazionale; dare nuove regole al sistema finanziario mondiale e
«irrigare» l'economia per far tornare il credito alla produzione e ai
consumatori; rimettere le istituzioni multilaterali, dall'Onu al Fondo
monetario, in condizione di funzionare. «La realtà – osserva Lula – è che
queste istituzioni, dal Fondo monetario alla Banca mondiale, furono create per
aiutare i Paesi poveri. Quando la crisi affliggeva l'Argentina e il Brasile,
tutti sapevano che cosa fare. Adesso che è arrivata negli Stati Uniti e in
Europa, non sanno che cosa fare. Io dico solo che non devono essere i Paesi
poveri a pagare. Non possono essere loro le vittime dell'irresponsabilità del
sistema finanziario». Per questo servono soluzioni rapide e credibili. «Manca il
credito – continua Lula –e lacrisi sta raggiungendo l'economia reale: questo
significa più disoccupazione, una riduzione del potere d'acquisto dei
salari,più esclusione sociale. Si rischia di tornare agli anni 80. Di questo
dobbiamo discutere al G-20». Intanto però il Brasile ha scelto una sua strada
per affrontare la crisi. «Se ogni Paese sostiene la crescita e fa sì, come fa
il Brasile, che la produzione industriale continui ad aumentare – osserva Lula
– potremo evitare la crisi». L'economia brasiliana sta peraltro rallentando
come le altre: dal 5,4% di crescita del 2007 scenderà al 2,5% nel 2009 passando
per un 5% nel 2008. Ce la farà Barack Obama, neoeletto presidente degli Stati
Uniti con il quale Lula ha avuto ieri una conversazione telefonica, a risollevare
l'economia americana? «Quando sono stato eletto nel 2002 tutti dicevano
–racconta Lula – che il Brasile non ce l'avrebbe fatta e che il Paese sarebbe
fallito. è andata diversamente e in cinque anni abbiamo creato 11 milioni di
nuovi posti di lavoro. Con Obama sarà lo stesso. Dicono che non ce la farà e
che gli Stati Uniti falliranno, ma una persona eletta con le aspetattive che
Obama porta con sé non può fallire. Quanti secoli dovrebbero passare prima che
un altro nero sia eletto alla Casa Bianca se Obama fallisse? Ma Obama ha un
capitale politico enorme che gli consentirà di prendere misure importanti,
quelle che forse Bush non ha preso». Lula ripone grandi speranze in Obama.
«Deve fare dei gesti – prosegue –deve capire,per esempio, che non ci sono più
ragioni per l'embargo a Cuba. Non ci sono più spiegazioni politiche: la guerra
fredda è finita, il Muro di Berlino è caduto. Gli Stati Uniti possono fare
questo gesto, hanno la forza politica per farlo ». Ma toccherà sempre agli
Stati Uniti la leadership sullo scenario internazionale? «Nessuno chiede a
Obama – risponde Lula – di essere leader o di non esserlo. Gli Stati Uniti
avranno sempre un ruolo importante: hanno la potenza militare più forte, una
supremazia straordinaria nella tecnologia. è inevitabile che abbiano un ruolo,
anche se ne hanno approfittato un po' troppo dopo la seconda guerra mondiale. Adesso però ci sono Cina, India,
Brasile, Sud Africa. Fino a vent'anni fa nessuno considerava questi Paesi se
non per misurarne la povertà. Ora hanno un'importanza politica e tutti si sono
convinti che il G-8 non rappresenta più la logica dell'economia mondiale, che i
temi veri devono essere discussi con chi conta per trovare le soluzioni ».
E il Brasile? Che ruolo intende giocare nel G-20, questo vertice allargato
dell'economia mondiale di cui ha temporaneamente la presidenza? «Il Brasile –
risponde Lula – aveva meno importanza perché era succube degli Stati Uniti e
dell'Europa. Ma ho imparato nella mia attività di sindacalista che un
interlocutore, se nonè rispettato, non ha peso. Se entro in una riunione
dicendo "amen", nessuno rispetterà quello che penso o che propongo».
orazio.carabini@ilsole24ore.com www.ilsole24ore.com Il testo integrale
dell'intervista «La recessione causata dallo shock finanziario rischia di
aumentare l'emergenza sociale» «Obama riuscirà a cambiare l'America». Il
presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva a Roma EPA
( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Pagina
44 - Cronaca In Cina, nel Sichuan
colpito dal sisma, un centro d´accoglienza messo in piedi dalla stilista italiana
Un´associazione benefica insieme all´attore Jet Li e una sfilata per finanziare
il progetto di solidarietà Versace "adotta" i bimbi del terremoto E i
piccoli si improvvisano top model indossando capi realizzati da loro LAURA
ASNAGHI PECHINO dal nostro inviato «è come se li avessi adottati, senza
però portarli via dalla loro terra». Non sono pochi i ragazzini che Donatella
Versace ha deciso diaiutare. Per ora sono 400 ma nel giro di 3 anni
diventeranno 5mila, con una raccolta fondi, a fine 2008, di oltre un milione di
euro. Dopo Madonna e Angelina Jolie anche Donatella Versace scende in campo per
una operazione umanitaria. E per farlo ha scelto una delle terre più povere e
disastrate del mondo. Il Sichuan, la regione della Cina
devastata dal violento terremoto del maggio scorso. A sei mesi di distanza dal
disastro che ha provocato 78 mila morti, di cui 10 mila bambini, Donatella
Versace è andata a trovare i «suoi piccoli», in un centro di accoglienza messo
in piedi da lei, con un investimento di 100 mila euro, a San Jiang, un
villaggio di montagna sconvolto dal sisma. Per raggiungere le zone terremotate,
inaccessibili fino a poco tempo fa, la stilista ha organizzato una carovana di
venti jeep, con polizia al seguito. In testa, lei, in tailleur pantalone nero e
gli inseparabili tacchi (alti15 centimetri) e l´attore cinese Jet Li, una vera
celebrità in Cina. Lui, ex campione di arti marziali,
è l´uomo che ha creato One Foundation, l´associazione, legata alla Croce Rossa,
in difesa dei più deboli, di cui Donatella Versace è diventata partner.
Raggiungere San Jiang non è stato facile. Quattro ore per andare e tornare su
fuoristrada, con strade fangose, distrutte da frane paurose, attraversando
villaggi rasi al suolo dal terremoto e dove, faticosamente, si cerca di
ricostruire. Lassù, l´arrivo di Donatella Versace è stato un evento. I bimbi
della stilista giocano e studiano in grandi prefabbricati, assistiti da medici,
insegnanti e da uno staff di una decina di psicologi che li aiuta a dimenticare
gli orrori del terremoto. «No, per fortuna non sono orfani - ha ricordato
Donatella Versace - comunque il terremoto per loro è stato un trauma che devono
imparare a superare per ritrovare la gioia di vivere». A San Jiang il freddo è
pungente, i bimbi hanno addossosolo felpe e Donatella Versace si pente di non
essere arrivata con uncarico di 400 piumini. «Domani li ordino - ha garantito -
e li faccioarrivare qui». Per lei, la stilista venuta da lontano, e l´attore
più popolare e amato in Cina (che ha perso una figlia
durante lo tsunami), i bambini hanno organizzato danze, musiche e perfino una
sfilata, con abiti inventati da loro, in cui facevano il verso alle top-model.
Con Donatella Versacehanno giocato a ping pong e, insieme ai contadini della
zona, l´hanno presa d´assalto per l´autografo. Fuori dal gruppo se ne stava
Fji, una bimba con il volto sfigurato. «Non chiedete nulla ai bambini del
terremoto» si è raccomandato il capo villaggio «sono ancora scossi». E per mano
teneva il piccolo Chuan, che si è salvato solo perché era fuori dalla classe a
fare ginnastica. Ma tutti i suoi compagni sono morti. Di centri di accoglienza
come quello di San Jiang, Donatella Versace ne vuole creare tre. E, per
dimostrare che la moda non è solo glamour fine a se stesso, stasera organizzerà
a Pechino un grande charity, con la sua prima sfilata in Cina,
in una palazzina storica nella zona delle ambasciate, seguita da una cena con
asta benefica. Ma per raccogliere il milione di euro a favore di questa
operazione di solidarietà, Versace metterà in vendita nelle sue 21 boutique
cinesi anche t-shirt "made in Italy" e altri accessori con il logo di
One Foundation. «Versace in Cina rappresenta uno dei
marchi del lusso - ha ricordato Giancarlo Di Risio, l´amministratore delegato -
ed è proprio il lusso d´alto livello che inquesto momento salva le grandi
griffe dalla crisi». E aiuta DonatellaVersace a raccogliere fondi per la sua
missione umanitaria.
( da "Repubblica, La" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Pagina
40 - Economia "Le moderne élite si formano nel policentrismo O non si
formano affatto" "Le classi dirigenti in vetta con i soldi, la
corruzione, la parentela e magari il sesso" ALBERTO STATERA Gerontocrazia,
partitocrazia, parentocrazia, clientocrazia, persino - new entry lessicale -
mignottocrazia. Tutto ciò che finisce in «zia» si declina in Italia molto più
di meritocrazia, ciò che tutti dicono di desiderare. Perché? E come uscirne? Come
stappare un sistema leaderistico che, perso nella sua arretratezza culturale,
assiste allibito a un nero nato nel 1961 che viene eletto presidente della più
grande democrazia del mondo? Giuseppe De Rita, animatore del Censis, sguardo
cattolico disinibito e maestro delle analisi icastiche, attribuisce il nostro
deficit nientemeno che a Menenio Agrippa: «Ricorda la vecchia metafora di
Menenio Agrippa? Diceva che tutto il corpo fa riferimento al cervello, le mani,
i piedi, lo stomaco sono sensori stupidi. Se uno si scotta un dito è perché il
senso del dolore arriva al cervello, tutti gli impulsi confluiscono nella
testa». Abbia pazienza, professor De Rita, ma che c´entra con la vecchiezza
delle classi dirigenti, la persistenza di élites modeste, che anzi via via
sembrano peggiorare? Che c´entra con il mancato ricambio, i giovani
imbottigliati in un destino di minorità, magari geni della ricerca a 1000 euro
al mese, che vedono nominare ministri della Repubblica calendariste e
portaborse, diventare ricche (o potenti) ragazzotte che fanno le veline?
«C´entra eccome. Il problema che stiamo affrontando è quello di una logica
gerarchico-piramidale, di un sistema antico controllato da una classe dirigente
che si annida nella vetta della piramide e manda tutto il resto all´inferno. E´
l´effetto di uno Stato accentrato fin dal Risorgimento, che ha prodotto una
stratificazione sociale e di potere granitica che non si intacca se non si
riesce a cambiare la governance del paese». Col Risorgimento la prendiamo un
po´ da lontano in un paese che si dice tutto proteso alle liberalizzazioni. «Ma
è quello che ci ha portato questa eredità, rispetto ad altri paesi che hanno
saputo entrare nella logica cibernetica». Cibernetica? «Sì. Oggi i vari
terminali dei computer dialogano tra loro producendo quel policentrismo
liberatorio che l´Italia non riesce ad avere nell´arroccamento in vetta alla
piramide che rovina il paese. Il dialogo diretto, non mediato dal centro,
questo è la cibernetica rispetto a un sistema organicistico». Vuol dire che la
piramide è così forte da produrre gerontocrazia, clientela, parentela e
immobilità? «Mancando l´articolazione delle responsabilità nella primazia
totale dello Stato, le classi dirigenti sono quelle che conquistano la puntina
della piramide in mille modi: con i soldi, i media, la corruzione, la
parentela, magari il sesso. Mentre le vere classi dirigenti si fanno in
periferia con il policentrismo. Il presidente degli Stati Uniti è il frutto del
policentrismo degli sceriffi, dei sindaci, dei senatori, dei governatori. In
America crescono, arrivano, li vediamo per otto anni poi scompaiono tutti,
presidenti, segretari di Stato, tranne naturalmente Henry Kissinger. Noi non ne
usciamo se non cambiamo l´architettura del potere, che invece di autentiche classi
dirigenti ci regala classi monarchiche, classi di Corte». Cortigiani? Lei pensa
soprattutto alla politica, ma anche nelle aziende c´è una sorta di
perpetuazione di potere, spesso affidato a yesmen inadeguati da una
pseudo-borghesia capitalistica che non ha dato grandi prove. «Credo invece che,
alla fine, nelle aziende, come nel sindacato e nelle regioni un po´ di classe
dirigente si formi, nonostante tutto. Beneduce quando creò l´Iri durante il
fascismo, si fece una sua classe dirigente di qualità, ma credo sia un fatto
irripetibile. Però negli ultimi anni ho visto crescere fior di manager. Che ne
so? Penso alla Merloni, a Caio, a Guerra, a Milani. E a molti altri. Per cui
attenti a dire che le classi dirigenti sono tutte vecchie, inefficienti o
mignottizzate. Il circuito però è stretto, è vero. Per stappare la bottiglia
bisogna allargarlo di molto quel circuito». Come allargare il sentiero se il
modello resta quello della politica di relazione e del capitalismo di
relazione, a dispetto di ogni invocazione a una società più aperta? «C´è una
questione di struttura di governance. Da quella organicistica di Menenio
Agrippa, che produce classe di Corte, militare o mantenuta, bisogna passare a
una governance cibernetica, prendendo coscienza del fatto che, come mi ha
appena detto Paolo Prodi con immagine felice, è finito lo Stato sovrano, incede
ormai lo Stato-sistema, che deve mettere toppe di qua e di là abbandonando la
logica monarchico-piramidale». Torniamo sempre allo Stato, professor De Rita.
Ma qui parliamo dell´intera società imprigionata in un collo di bottiglia.
«Certo che torniamo allo Stato. Lei lo vede che i ministeri sono svuotati?
Brunetta dice che sono pieni di fannulloni. Ma il problema non è che ci sono i
fannulloni, è invece che il vertice della piramide è lì chiuso nella sua punta
e a quelli non gli fa fare niente. Se ne esce soltanto passando dalla monarchia
piramidale alla poliarchia. Le moderne élite si formano nel policentrismo. O
non si formano affatto». Lei sta dicendo che si perpetua la logica del
cervellone elettronico di tanti anni fa, immenso nel sotterraneo, e non quella
dei moderni terminali che dialogano tra loro in periferia? «Nel mio annoso
mestiere, quando lavoravamo con Pasquale Saraceno al piano Vanoni c´era l´idea
del consigliere del principe. Ma sono passati i tempi del principe. Il principe
non c´è più. I politici più avveduti devono evitare di fare i capi-macchina, la
logica dell´accentramento monarchico non funziona più. Berlusconi e Veltroni?
Icone, sono icone». Scusi De Rita, lei dice che occorre una rivoluzione
culturale nella governance, come oggi si dice, di questo paese. Le sembra che
qualcuno ne abbia veramente coscienza e soprattutto voglia? «Qualcuno dovrà pur
accorgersi prima o poi che nella formazione delle classi dirigenti siamo più
arretrati di tutti gli altri, forse persino dei francesi, che sono ancora
napoleonici. Lei dirà che la Cina è più
accentrata di noi. Ma lì sono un miliardo e 200 mila, per cui il policentrismo
antimonarchico è fatale. In India, dove c´è una cultura alta invidiabile, la
società è molto più articolata che da noi». Allora siamo vittime di una
maledizione antropologica? «Beh, è vero che siamo un paese
antropologico, fatto di familismo, furbizia e quant´altro, ma non credo sia
questo che produce il collo di bottiglia, che blocca il ricambio delle classi
dirigenti. Riflettiamo piuttosto sulla cibernetica e Menenio Agrippa».
( da "Avvenire" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
POLITICA
13-11-2008 Un cessate il fuoco troppo bello. Cosa mai nasconderà? L'ULTIMA
MOSSA DEL DITTATORE DEL SUDAN GIULIO ALBANESE È giusto fidarsi di un
personaggio del calibro di Omar Hassan el Beshir? Com'è noto questo signore ,
su cui pesa un mandato di cattura internazionale, domina da anni incontrastato
la scena sudanese, con l'appoggio più o meno esplicito del mondo arabo e il
sostegno del governo cinese. Eppure ieri ha annunciato con grande clamore che
il suo governo avvierà il disarmo delle milizie e limiterà l'uso delle armi
nell'esercito. In sostanza si tratta della proclamazione altisonante di un
'cessate il fuoco' unilaterale senza condizioni tra le forze armate sudanesi e
le decine di fazioni belligeranti contro Khartum, ha spiegato ostentando un
patos disarmante che contrasta con l'immagine monolitica del regime di cui egli
è al comando. Premesso che, tornando indietro con la moviola della storia,
Beshir ha quasi sempre disatteso le promesse distensive nei confronti dei suoi
oppositori, soprattutto in riferimento alla drammatica crisi darfuriana, il
messaggio è pur sempre di buon auspicio, almeno dal punto di vista
contenutistico, essendo in dissonanza col linguaggio jihadista tanto caro a
molti dei suoi seguaci. Se da una parte va certamente preso col beneficio
d'inventario, dall'altra è pur sempre una dichiarazione che impegna il suo
esecutivo a passare decisamente dalle parole ai fatti. Ma al di là di qualsiasi
valutazione che possa sconfinare nel registro della cosiddetta fantapolitica,
il dato interessante è che l'annuncio di cui sopra è avvenuto a conclusione di
una conferenza per la soluzione pacifica del conflitto svoltasi nella
'Friendship Hall' di Khartum. E in quella assise, in un'atmosfera a dir poco
surreale, l'unico capo di Stato presente in prima fila era il presidente
eritreo, Isayas Afeworki, il quale, di questi tempi, com'è noto, pare stia
aspirando al palmares delle vessazioni con il suo omologo sudanese, nella
classifica dei 'presidenti-padroni' più autoritari del continente africano. È
lecito fidarsi di una platea dove l'integralismo di matrice salafita pare
essere diventato il fondamento della politica di questi due Paesi? Non v'è
dubbio che è difficile compiere un'ermeneutica delle parole di Beshir in simili
circostanze, anche se, considerando la recente svolta alla Casa Bianca con la
vittoria di Barack Obama, potrebbe trattarsi di un segnale distensivo nei
confronti della nuova amministrazione della Casa Bianca. In effetti, nei
circoli diplomatici accreditati in Africa, qualcuno prefigura una svolta nella
politica americana che, dopo i due mandati di Bush, sarebbe più propensa a
risolvere una volta per tutte i conflitti in atto nel continente, dal Darfur
alla Somalia fino al grande Congo. L'intento di Washington, in effetti tutto da
dimostrare, sarebbe quello di procedere ad una sorta di normalizzazione
definendo, d'intesa con le altre grandi potenze Cina, Russia, India e Unione europea delle chiare aree d'interesse
strategico per quanto concerne soprattutto lo sfruttamento delle fonti
energetiche, petrolio in primis. Un quadro, questo, ancora frammentario e
soprattutto di difficile attuazione considerando le turbolenze determinate
dagli evidenti conflitti d'interessi che stanno facendo dell'Africa una
linea di faglia tra Oriente e Occidente. Nel frattempo, comunque, già ieri uno
dei movimenti ribelli che opera nel Darfur, il Jem, ha declinato l'invito alla
tregua a riprova che comunque la diplomazia internazionale avrà ancora chissà
per quanto filo da torcere nel riconciliare le parti. Ed è per questa ragione
che risuonano come provvidenziali le parole di Benedetto XVI che ha lanciato
nel corso della tradizionale udienza del Mercoledì un appello per la pace nel
mondo e in particolare nel nord Kivu e nel Darfur, rammentando una verità
sacrosanta: che solo Dio può convertire il cuore degli uomini. «Dobbiamo dire
con grande urgenza nelle circostanze del nostro tempo ha detto con tono
commosso vieni Signore, vieni nei campi dei profughi, nel Darfur, nel Nord
Kivu». Chi ha orecchi per intendere, intenda.
( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
La notte
bianca della ricerca e del precariato ***, 12 novembre 2008, 12:50 L'iniziativa
Organizzata da FLC CGIL, CISL FIR e UIL PA UR dell'ISS, presso l'Istituto
Superiore di Sanità, nella notte del 13 novembre, alla vigilia dello sciopero
della Ricerca, Università ed Alta Formazione Artistica e Musicale che si terrà
il 14 e che vedrù una manifestazione nazionale a Roma. Qualche spunto di
riflessione per i partecipanti 1. IL CONTESTO EUROPEO: LA STRATEGIA DI LISBONA PER
LA CRESCITA E L'OCCUPAZIONE. Nel marzo del
( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
Nucleare,
si ricompatta il fronte del No Matilde Giovenale, 11 novembre 2008, 17:39
L'iniziativa/2 Il 24 novembre a Roma si costituirà ufficialmente il Comitato
per "un'alternativa energetica", basata sulle fonti rinnovabili e il
risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull'uso di fonti
fossili e di quella nucleare, come propone il governo Dicono di aver
"dormito" un po' troppo ma- dopo aver fatto ammenda- sono pronti a
svegliarsi. Si ricompatta, così, il fronte italiano dei 'no nuke' e promette
che sarà il cagnaccio da guardia di questo governo. Perché- nel silenzio
pressoché totale (anche dell'attuale opposizione)- l'esecutivo sta, nei fatti,
riportando il nucleare nel Belpaese. Un'ipoesti "scellerata" per il
futuro. Con queste premesse, il 24 novembre a Roma si costituirà ufficialmente
il Comitato per "un'alternativa energetica, basata sulle fonti rinnovabili
e il risparmio, anziché su un ingiustificato aumento dei consumi e sull'uso di
fonti fossili e di quella nucleare, come propone il governo". Tiene a
battesimo, un appello siglato da oltre 150 personalità del nostro paese:
europarlamentari come Vittorio Agnoletto, Giovanni Berlinguer, Umberto Guidoni,
Roberto Musacchio, esponenti del mondo scientifico come
Marcello Cini, Margherita Hack, Gianni Mattioli, Giorgio Nebbia, Massimo
Scalia, Gianni Silvestrini, Morando Soffritti e della cultura come Dario Fo,
Pietro Greco, Moni Ovadia, Dijana Pavlovic, Franca Rame, del mondo associativo
come Lisa Clark, Andrea Baranes, Marco Bersani, Alfonso Navarra, Francesco
Vignarca, Alex Zanotelli, dell'ambientalismo, del sindacato e della
politica, amministratori regionali e comunali. Tutti hanno sottoscritto a
titolo personale l'appello per la formazione del comitato nazionale che ha
l'obiettivo di contribuire alla crescita di un progetto energetico alternativo
alla forzatura del Governo che vuole reintrodurre il nucleare in Italia..
L'appello è stato presentato oggi da una rappresentanza del Comitato composta
da Fabio Alberti, Fulvia Bandoli, Mauro Bulgarelli, Paolo Cento, Nicola
Cipolla, Antonio Filippi, Mirko Lombardi, Walter Mancini, Gianni Naggi, Ciro
Pesacane, Vittorio Sartogo, Massimo Serafini, Vincenzo Vita, Alfiero Grandi e
Gianni Mattioli. Secondo i promotori dell'iniziativa "serve a svegliarci".
Berlusconi e il suo esecutivo - ricordano - "promettono di individuare
entro sei mesi i territori destinati ad ospitare le centrali" italiane.
Dunque "non aspetteremo che siano individuati i siti per opporci a questa
scelta e non lasceremo sole le località che rischiano di subire una decisione
antidemocratica, calata dall'alto e per più militarizzata
nell'attuazione". E ancora spiega il proto-comitato: "Sosterremo il
diritto delle popolazioni locali a fare valere la loro opinione anche, se
necessario, con referendum territoriali, tanto più che costruire nuove centrali
nucleari contrasterebbe con l'impostazione dei piani energetico ambientali
regionali già approvati". Berlusconi e i suoi ministri - in contrasto con
l'Europa che propone il 20/20/20, cioè risparmio e fonti rinnovabili - cercano
di convincere che compiono questa scelta in nome della lotta ai cambiamenti
climatici e per garantire energia abbondante e poco costosa al paese
rafforzando anche la sua autonomia energetica". Queste affermazioni, conclude
il comitato, "sono entrambe false: il nucleare non serve né a combattere i
cambiamenti climatici né a ridurre la bolletta energetica del paese e per di
più è un'enorme consumatore di acqua, bene sempre più scarso". Il nucleare
oltre ai noti pericoli per le persone e l'ambiente ha in realtà costi
proibitivi, molto più alti del risparmio e dello sviluppo delle fonti
rinnovabili che costituiscono una ben più valida alternativa e il governo di
centrodestra vuole impegnare tutte le risorse economiche disponibili per
obiettivi pericolosi, sorpassati e per di più vuole perseguire questi obiettivi
senza tenere conto della volontà delle comunità locali, anzi vuole
militarizzare le decisioni in materia di energia.
( da "AprileOnline.info" del 13-11-2008)
Argomenti: Cina
C'è chi
sgomita e chi no Randolph Ash, 13 novembre 2008, 16:45 Politica estera
Berlusconi punta il dito nei confronti dell'amministrazione Bush accusandola di
"provocazione" (immaginiamo presto anche di avventurismo). E' stato
tra i suoi più entusiastici sostenitori quando era forte, la prende a calci
adesso che è debole e in procinto di lasciare la scena. Cerca semplicemente di
riposizionarsi in vista della nuova amministrazione Diciamolo subito a scanso
di equivoci. A differenza del presidente del consiglio, noi non consideriamo
"una provocazione" il progetto americano di installare uno scudo
missilistico ai confini della Russia; non consideriamo una provocazione
l'offerta di ingresso accelerato nella Nato a Georgia e Ucraina; non
consideriamo una provocazione il riconoscimento dell'indipendenza del Kossovo.
Si tratta di tutt'altro, se per provocazione si intende -- come fanno i dizionari
-- un'azione apparentemente contraria ai propri interessi che ha lo scopo di
provocare una reazione favorevole ai propri interessi. Quella degli Stati Uniti
non è una provocazione: è esattamente il contrario. E' la coerente attuazione
di una strategia di politica estera e di difesa (o offesa, che dir si voglia),
che è iniziata con la dissoluzione dell'Unione sovietica nel 1991 e che dura
quindi da almeno diciassette anni. Allora gli Stati Uniti si scoprirono unico
protagonista sulla scena mondiale e decisero che, vinta la guerra fredda, era
il momento di dare il colpo di grazia al gigante atterrato, l'orso sovietico
sconfitto. Si trattava (e fu fatto nei primi anni '90) di renderlo
economicamente dipendente dall'Occidente e dalla Banca mondiale con una
politica finanziaria e di "investimenti" analoga a quella attuata
negli anni '70 e '80 per saccheggiare molti paesi in via di sviluppo. Si
trattava di renderlo permanentemente inoffensivo strappando pezzi consistenti
al suo impero, inserendoli nel campo occidentale e spingendo il dispositivo
militare della Nato fino a ridosso dei suoi confini. Con questo obbiettivo e
d'intesa con l'Europa, è stato celermente attuato l'ingresso di Polonia,
Ungheria, Repubblica ceca, paesi baltici, Romania, Bulgaria, prima nella Nato e
poi nell'Unione europea. Ma non bastava. Negli anni 2000 sono state stimolate e
finanziate le cosiddette "rivoluzioni colorate" in paesi come
l'Ucraina e la Georgia, paesi slavi e russofoni da sempre culturalmente e
politicamente considerati parte integrante dell'Impero zarista e dell'Unione
sovietica. Anche a questi è stato offerto di entrare nella Nato, così da
completare l'accerchiamento militare della nuova Federazione: a ovest, a nord e
a sud la Nato, a est la Cina.
L'indipendenza del Kossovo, assieme all'ingresso dell'Albania nella Nato (che è
cosa fatta), rientra in questa strategia generale di indebolimento della
Russia, in questo caso l'espulsione dai Balcani. Gli Stati Uniti hanno anche
fortemente voluto l'ingresso della Turchia (da sempre membro della Nato)
nell'Unione europea per ricompensarla della sua fedeltà atlantica, della
sua alleanza con Israele e della sua moderazione verso i curdi iracheni. In
tutti questi anni l'Italia è stata sempre un fedele alleato degli Stati Uniti e
ha totalmente aderito a questa strategia, con qualche distinguo (soprattutto
sull'Iraq, ma non sul Kossovo) quando al governo c'era il centrosinistra, con
entusiastica adesione spinta fino alla piaggeria quando c'era il centrodestra,
cioè Berlusconi. Anche l'Europa nel suo insieme ha seguito gli Stati Uniti
sulla strada dell'indebolimento e dell'accerchiamento della Russia; con qualche
distinzione diplomatica e qualche invito alla moderazione, stanti gli interessi
commerciali delle sue aziende in Russia e la sua dipendenza dal petrolio e dal
gas russi, ma con sostanziale unità di intenti. Tutti i paesi dell'Est già
satelliti dell'Unione sovietica sono così stati rapidamente inseriti
nell'Unione europea, nonostante le enormi disparità istituzionali ed economiche.
Numerosi paesi europei, tra cui l'Italia, hanno prontamente riconosciuto
l'indipendenza del Kossovo, nonostante la Russia mettesse in guardia che così
si apriva la strada ad altre richieste di indipendenza che la riguardavano
direttamente, come nel caso dell'Ossezia del Sud, dell'Abkhazia e della
Transnistria. Solo sull'immediato ingresso di Georgia e Ucraina nella Nato
l'Europa ha fatto resistenze. Sullo scudo missilistico la questione è stata
derubricata a rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e i due stati
interessati, come se non si trattasse di un problema centrale per la politica
estera e di difesa europea. Non ha quindi torto il ministro degli esteri
francese Kouchner (presidente di turno dell'Unione) quando dichiara -
ricordandolo implicitamente ai vari Berlusconi - che "l'Europa negli
ultimi tempi ... ha parlato con una sola voce". In realtà l'Europa ha
quasi sempre taciuto o ha parlato sottovoce; ha fatto molto poco, ma senza
forti e visibili dissensi riguardo alla strategia generale, fosse in Afghanistan,
in Kossovo e nei confronti di un risorgente potere russo. Oggi invece
Berlusconi parla, e punta il dito nei confronti dell'amministrazione Bush
accusandola di "provocazione" (immaginiamo presto anche di
avventurismo). E' stato tra i suoi più entusiastici sostenitori quando era
forte, la prende a calci adesso che è debole e in procinto di lasciare la
scena. Cerca semplicemente di riposizionarsi in vista della nuova
amministrazione. Come ha sempre compiaciuto il presidente attuale, adesso vuole
compiacere quello futuro, supponendo (qualcuno alla Farnesina glielo avrà
detto) che intenda modificare la strategia fin qui perseguita dal suo paese.
Con le sue sortite il presidente del consiglio e il ministro degli esteri fanno
la figura dei grilli parlanti o, peggio, di quei ragazzacci che prendono a
calci un cane bastonato quando è a catena e non c'è pericolo che li azzanni.
Tutto questo non ha nulla a che fare con il merito delle questioni, che sono
gravi e serie e riguardano il ruolo di un'Europa che sia finalmente un soggetto
incisivo di politica estera, il ruolo delle alleanze militari nel XXI secolo,
il ruolo di una Russia nuovamente forte e rispettata, ma che sia anche
rispettosa degli interessi altrui, e, soprattutto in questo frangente, la ridefinizione
di una diversa politica estera degli Stati Uniti. Sono questioni gravi e
complicate, da non affrontare con le facili sentenze e i protagonismi dei
grilli parlanti. Il presidente del consiglio si propone anche come mediatore
tra Russia, Stati Uniti e Europa. Ma un mediatore per essere credibile deve
essere autorevole e non dare l'impressione di cambiare opinione per compiacere
il potente di turno. Soprattutto non deve irritare preliminarmente i suoi
interlocutori. E' facile invece immaginare l'irritazione e la preoccupazione
che le sortite di Berlusconi e del suo ministro degli esteri debbono avere
provocato nelle cancellerie europee e oltreatlantico. Sarà irritato il
presidente francese Sarkozy, che da sempre osteggia l'ingresso della Turchia
nell'Unione e ha chiesto di rallentare il processo di adesione; sarà
preoccupato il primo ministro turco Erdogan di fronte alla promessa mirabolante
e non concordata di "tagliare della metà i tempi di ingresso
nell'Unione": di un avvocato di ufficio così proprio non ne aveva bisogno;
saranno irritati i capi di governo polacco e ceco che hanno accettato, dietro
forti incentivi economici, di costruire lo scudo missilistico contro il parere
di larga parte della loro opinione pubblica; sarà infastidito il ministro degli
esteri dell'Unione Solana, che cerca pazientemente di costruire una politica
collegiale; sarà dispiaciuto il presidente Bush che rifletterà mestamente sul
destino che attende i potenti quando non lo sono più; sarà irritato e
preoccupato Barack Obama al pensiero di avere a che fare con tali alleati che,
invece di riflettere e concordare, sgomitano per farsi belli davanti a lui.