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DOSSIER “CINA”

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Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (15)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

la cina in trincea con 600 miliardi - pechino ( da "Repubblica, La" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Pagina 1 - Prima Pagina L´analisi La Cina in trincea con 600 miliardi PECHINO Contro la recessione globale scende in campo la Cina, con una manovra di rilancio della crescita che supera per le sue dimensioni quelle approvate dagli Stati Uniti e diversi paesi europei. SEGUE A PAGINA

Congo, l'Onu alza la bandiera bianca ( da "Unita, L'" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: si sta giocando una partita decisiva non solo per le relazioni tra le grandi potenze (la Cina ha messo gli occhi sulle miniere e investe 9 miliardi di dollari nelle infrastrutture) ma per i destini dell'Onu. Lo spetto del Ruanda e della Somalia incombe sulle verdi pianure che circondano il nord-Kivu, un tempo curatissimo giardino dei colonialisti belgi.

G20: agiremo contro la crisi Ma per ora nessuna proposta ( da "Unita, L'" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: la Cina ha annunciato a sorpresa un piano per dare uno stimolo a quella che è la quarta economia del mondo. Questa crisi è il risultato di un'eccessiva esposizione al rischio e di politiche macroeconomiche «inconsistenti», hanno evidenziato i ministri del G20 nel comunicato finale, esprimendo preoccupazione per il diffondersi del "

l'incubo recessione arriva a pechino via alla manovra shock da 600 miliardi - (segue dalla prima pagina) dal nostro corrispondente ( da "Repubblica, La" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Il ruolo della Cina è fondamentale per trovare una via d´uscita dalla recessione globale. L´anno scorso, secondo il Fondo monetario internazionale, la Repubblica Popolare ha contribuito per il 27% alla crescita dell´economia mondiale. E´ una locomotiva di cui l´Occidente non può fare a meno.

Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: IN PRIMO PIANO data: 2008-11-09 - pag: 5 autore: INTERVENTO Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali di Lamberto Dini * G li Stati Uniti rispondono a una delle situazioni più difficili della loro storia chiamando alla guida del Paese una forte personalità dotata di grande spirito di innovazione e di formidabile leadership.

Un modello al tramonto ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: quali Cina e India: per i primi il calo è già in termini assoluti, per i secondi vi è un rallentamento della domanda. In secondo luogo differiscono profondamente le capitalizzazioni: Toyota ad esempio, nonostante il consistente calo di utili appena annunciato, continua a valere 90 miliardi di euro, contro i 2,

Da Merrill Lynch al Governo kiwi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: si è consegnata alla storia economica per aver firmato il primo trattato di libero scambio di un Paese occidentale con la Cina. Negli ultimi tempi in difficoltà per via di una serie di scandali, che avevano costretto alle dimissioni due mini-stri, non è riuscita nella sua ultima battaglia. è quindi uscita di scena con dignità, lasciando un vuoto difficile da colmare.

La luna calante di Wall Street ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: corre subito al rapporto Stati Uniti e Cina. Può darsi che nei prossimi anni la leadership mondiale possa passare di mano da una sponda all'altra del Pacifico. Intanto però colpisce subito una coincidenza. Plutone entra stabilmente in Capricorno il mese in cui viene eletto negli States il primo presidente afro-americano, Barack Obama: l'ultima volta era transitato in Capricorno nell'

Tecnologia contro il caro-carburanti ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Tra le aree dove si esporta di più, la Cina, l'Iran, la Polonia, il Pakistan. Quest'ultimo è passato in tre anni da 300mila veicoli a metano a un milione 600mila, grazie agli incentivi governativi. Un trend che sarà seguito anche da altri Paesi.

Il clima da Crichton a Obama ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: milioni di dollari in aiuti tecnologici alla Cina e all'India sarebbero molto meglio spesi di qualche (pur sacrosanto)miliardo nell'energia solare o nei biocombustibili sul suolo americano. In un'era dominata dalla scienza –sostiene Muller –chi guida una nazione sviluppata non può fidarsi ciecamente degli esperti, e farebbe bene a prendere un po' di ripetizioni di fisica.

La Collezione Bettagno ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Arte della Fondazione Cini. E da un suo progetto avevano visto la luce la Biblioteca e la Fototeca della Fondazione veneziana, così come una lunga sequenza di esposizioni. Più di 50, di cui cura i cataloghi, e alle quali infonde prevalente natura di ricerca, in particolare nel campo del disegno veneto antico e al suo collezionismo.

Meglio un Fondo interventista ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: i candidati naturali a costituire la nuova coppia sono gli Stati Uniti, il più grande debitore del pianeta, e la Cina, il più grande risparmiatore. Se si parla di temi, la conferenza dovrebbe risolvere un nuovo tipo di problema: che cosa devono fare gli Stati per gestire i grandi flussi di capitale che negli ultimi quarant'anni sono stati mediati dal settore privato.

In Oceania destini incrociati ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Rudd ha assunto il ruolo di paladino della lotta al riscaldamento globale e si è proposto come interlocutore tra Cina e Occidente. Key ha promesso di difendere le aziende contro i costi derivanti dal carbon trading e non sembra avere ambizioni di diventare un player nella politica internazionale.

Ilaria, mente rivoluzionaria ( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: Però l'Egitto può scegliere di dipendere dai vaccini cinesi. In Cina, hanno costruito nuovi impianti che ogni anno sfornano 19 miliardi di dosi». Solo che la reputazione del made in China non è brillante. Caccia ai virus. Ilaria Capua, 42 anni

Genesi di una tragedia ( da "AprileOnline.info" del 10-11-2008)
Argomenti: Cina

Abstract: ma ultimamente si è aggiunta anche la Cina) dura tuttora, caratterizzata da sempre più frequenti stragi di civili. In questo momento è in corso uno degli scontri più sanguinosi, con almeno un milione di sfollati in fuga dalle varie regioni e i due eserciti, quello "regolare" e quello ribelle (entrambi accomunati da una totale incontrollabilità dei rispettivi soldati,


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la cina in trincea con 600 miliardi - pechino (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 1 - Prima Pagina L´analisi La Cina in trincea con 600 miliardi PECHINO Contro la recessione globale scende in campo la Cina, con una manovra di rilancio della crescita che supera per le sue dimensioni quelle approvate dagli Stati Uniti e diversi paesi europei. SEGUE A PAGINA 4

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Congo, l'Onu alza la bandiera bianca (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Congo, l'Onu alza la bandiera bianca Lo spettro della Somalia si affaccia in Congo. Un milione di profughi fugge dalla guerra; Ban Ki Moon chiede altri 3000 soldati, ma nessuno si fa avanti e i caschi blu assistono impotenti ai massacri. «Massacri nel nord-Kivu sotto gli occhi dei caschi blu». Titolo azzeccato quello apparso su Le Monde. In questo angolo di Africa, che nasconde tanto oro e tanti diamanti quanti ne basterebbero per risollevare le sorti di Wall Street, si sta giocando una partita decisiva non solo per le relazioni tra le grandi potenze (la Cina ha messo gli occhi sulle miniere e investe 9 miliardi di dollari nelle infrastrutture) ma per i destini dell'Onu. Lo spetto del Ruanda e della Somalia incombe sulle verdi pianure che circondano il nord-Kivu, un tempo curatissimo giardino dei colonialisti belgi. In questa parte dell'Africa è schierata quella che il sito ufficiale della Monuc (missione dell'Onu nella repubblica democratica del Congo) definisce «la più importante tra le 18 missioni di mantenimento delle pace avviate dalle Nazioni Unite». La spedizione iniziò il 30 novembre del 1999 in seguito agli accordi di Lusaka che posero fine alla prima guerra continentale africana (che in realtà non si è mai conclusa). Tutti i paesi che avevano preso parte al conflitto (Namibia, Ruanda, Uganda, Zambia, Zimbabwe, Congo e due movimenti ribelli) accettarono l'invio dei caschi blu messi a disposizione da alcuni Paesi asiatici. Anche alcuni ufficiali italiani sono partiti per Kinshasa. A quel tempo l'Onu voleva mostrare la propria autorevolezza in Africa, smarrita dopo le tragedie del Ruanda e della Somalia che avevano visto i caschi blu soccombere e sventolare la bandiera bianca. Venne affidato alla Monuc un mandato forte ispirato dall'articolo VII° della Carta dell'Onu (uso della forza), il palazzo di Vetro autorizzò i caschi blu «all'uso di tutti i mezzi necessari, nei limiti delle possibilità, per dissuadere ogni ricorso alla forza» da parte di tutti i gruppi armati citati nella risoluzione 1291. Nel documento licenziato a New York si parlava di «disarmo, smobilitazione delle milizie, rimpatrio dei profughi». Ma la pace è durata ben poco anche se il Congo è stato teatro di un'esperienza elettorale democratica. Quando i cinesi si sono affacciati a Kinshasa con una montagna di dollari decisi a costruire strade e ponti nella ricchissima regione orientale del Congo in cambio dei permessi di sfruttamento dei giacimenti, il capo del Congresso nazionale per la difesa del popolo, il 41enne generale Laurent Nkunda, di etnia tutsi, ha ripreso le armi con l'intenzione di mettere le mani su diamanti e oro. L'Onu, con i suoi 17mila caschi blu, si è trovata ancora una volta tra l'incudine dei ribelli ed il martello dei governativi. Ancora una volta i caschi blu sono rimasti impotenti di fronte ai massacri, hanno scortato alcuni convogli di aiuti, ma non appaiono in grado di fermare le violenze. Nkunda minaccia di marciare su Goma, capitale della regione. I capi della missione Onu hanno annunciato che non permetteranno la caduta della città e che ritengono «una priorità proteggere le popolazioni». Ban Ki Moon appare però incerto e privo di poteri reali. Nei giorni scorsi ha chiesto al consiglio di sicurezza di inviare altri 3000 soldati nell'est del Congo. Il capo dell'Onu ha stilato una lista: servono 2 battaglioni di fanteria, 2 compagnie di forze speciali, 18 elicotteri, 2 aerei da trasporto C-130. Ma nessuno è disposto a concederli. La Francia, presidente di turno della Ue, è molto attiva, ma Parigi è ancora in rotta con il Ruanda in seguito alle polemiche sul genocidio del 1994, ed il ministro degli Esteri Kouchner ha dovuto farsi accompagnare dal britannico Miliband nel giro delle capitali della regione. Nessuno tra gli europei ha mostrato disponibilità nè offerto soldati. I capi Onu sul campo lanciano appelli sempre più disperati. I profughi sono più di un milione, il colera si diffonde nei campi di raccolta degli sfollati, i massacri si estendono ed i caschi blu si limitano a dare la colpa ad entrambi i contendenti. La situazione sta precipitando nell'indifferenza dei potenti del pianeta. Da alcuni giorni si sono affacciati nei campi di battaglia anche i soldati dell'Angola, uno dei paesi protagonisti della guerra continentale degli anni novanta e il passo verso una nuova guerra panafricana appare breve. TONI FONTANA ROMA tfontana@unita.it

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G20: agiremo contro la crisi Ma per ora nessuna proposta (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

G20: agiremo contro la crisi Ma per ora nessuna proposta In Brasile si è svolta la riunione preparatoria all'atteso vertice anticrisi del G20 di sabato. Forte impegno per fronteggiare l'emergenza mentre Pechino annuncia un maxi-piano da 586 miliardi di dollari. Le parole sono sembrate quelle appropriate, per i fatti, però, occorrerà attendere il prossimo fine settimana. I rappresentanti dei paesi del G20 «prenderanno tutte le misure necessarie per ristabilire la fiducia dei mercati e minimizzare il rischio di una nuova crisi». Si è chiusa con questo impegno, tanto confortante quanto generico, la due giorni dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali, appartenenti al gruppo dei maggiori paesi industrializzati ed emergenti, che si è riunito a San Paolo con l'obiettivo di preparare il terreno al vertice dei capi di stato e di governo che si terrà il 15 novembre a Washington. E mentre in Brasile si cercava un consenso su come fronteggiare la crisi finanziaria che dagli Usa ha contagiato tutto il globo, la Cina ha annunciato a sorpresa un piano per dare uno stimolo a quella che è la quarta economia del mondo. Questa crisi è il risultato di un'eccessiva esposizione al rischio e di politiche macroeconomiche «inconsistenti», hanno evidenziato i ministri del G20 nel comunicato finale, esprimendo preoccupazione per il diffondersi del "contagio" all'economia reale, che metterà «duramente alla prova» la crescita a breve termine. Il G20 si è detto quindi pronto ad agire «con urgenza» promettendo che prenderà «tutte le misure necessarie per ridurre la volatilità ancora presente sui mercati in misura considerevole». Misure che non dovranno essere finalizzate solo alla crescita e alla stabilità finanziaria, ma anche a minimizzare l'impatto sociale negativo in particolare nei paesi emergenti e in via di sviluppo. Al tavolo di San Paolo si è anche discusso del ruolo del Fondo monetario internazionale, che si vorrebbe trasformare nel responsabile della stabilità finanziaria mondiale: «L'Fmi, la Banca mondiale e altri istituti finanziari internazionali hanno un ruolo importante nell'aiutare a stabilizzare e rafforzare il sistema finanziario internazionale», hanno concordato i ministri e i governatori del G20, sottolineando anche la necessità che l'Fmi rafforzi le proprie capacità di «allarme preventivo». Alle banche centrali, invece, il G20 ha chiesto di «continuare a monitorare attentamente» la situazione per valutare la necessità di eventuali azioni, con un chiaro riferimento ad ulteriori tagli dei tassi. Da San Paolo è arrivato anche l'apprezzamento per le recenti misure per far fronte alla crisi varate da diversi paesi. L'ultimo in ordine di tempo, come detto, è stato proprio ieri la Cina. Pechino ha intatti annunciato un piano da 586 miliardi di dollari in due anni per stimolare la crescita della propria economia, dopo che il Pil ha rallentato improvvisamente il passo nel terzo trimestre, toccando il livello più basso degli ultimi 5 anni (+9%). Infine, ci sono da registrare le parole del direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, il quale ritiene necessario «che le economie mondiali proseguano i loro sforzi per coordinare uno sforzo fiscale globale che stimoli l'economia». MARCO VENTIMIGLIA MILANO mventimiglia@unita.it

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l'incubo recessione arriva a pechino via alla manovra shock da 600 miliardi - (segue dalla prima pagina) dal nostro corrispondente (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Pagina 4 - Economia Il governo cinese mette in campo il 20% del Pil: in due anni tagli alle tasse e più investimenti pubblici L´incubo recessione arriva a Pechino via alla manovra shock da 600 miliardi La mossa punta a prevenire una esplosione della conflittualità sociale è sfumata l´illusione che le potenze emergenti potessero restare immuni dalla crisi (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) DAL NOSTRO CORRISPONDENTE federico rampini E´ segno che il governo di Pechino è in allerta per la minaccia alla stabilità sociale e politica del paese: ieri il Consiglio di Stato ha annunciato una terapia d´urto senza precedenti. La Repubblica Popolare mette in campo 586 miliardi di dollari di risorse statali in un biennio, l´equivalente del 20% del Pil cinese. (Il paragone non va fatto coi 700 miliardi del piano Paulson destinati a ricapitalizzare le banche ma coi 200 miliardi di dollari di sostegno alla crescita varati quest´anno negli Usa). Il clima di emergenza che regna tra i leader cinesi è sottolineato dall´annuncio fatto di domenica, dopo aver richiamato improvvisamente a Pechino per "impegni prioritari" il ministro delle Finanze, che stava partecipando al vertice G20 in Brasile. «Negli ultimi due mesi - si legge nel comunicato diffuso ieri a Pechino - la crisi finanziaria globale ha avuto un´accelerazione giorno dopo giorno. Di fronte a questa minaccia dobbiamo aumentare gli investimenti pubblici in modo energico e rapido». Il Consiglio di Stato, un organo dell´esecutivo, preannuncia una «politica fiscale aggressiva» fatta di maggiore spesa pubblica e sgravi d´imposte, insieme con una «politica monetaria espansiva» (nuovi tagli dei tassi, dopo che la banca centrale ha già ridotto per ben tre volte il costo del denaro da metà settembre). La terapia shock sarà mirata anzitutto a «migliorare le condizioni di vita della popolazione, perché possa aumentare i consumi». L´annuncio cinese rappresenta una svolta che era attesa nel resto del mondo. Il ruolo della Cina è fondamentale per trovare una via d´uscita dalla recessione globale. L´anno scorso, secondo il Fondo monetario internazionale, la Repubblica Popolare ha contribuito per il 27% alla crescita dell´economia mondiale. E´ una locomotiva di cui l´Occidente non può fare a meno. Ma fino a qualche mese fa l´atteggiamento dei leader cinesi era improntato alla cautela. Per tutto il primo semestre del 2008 sugli schermi radar dei dirigenti comunisti il pericolo numero uno era l´inflazione: i forti rincari di tutte le materie prime (dal petrolio ai metalli, dalle derrate agricole al legname) avevano messo sotto pressione un´economia di trasformazione manifatturiera come quella cinese, oltre a creare tensioni sociali per l´aumento del costo della vita. Solo dopo l´estate Pechino ha cominciato ad aggiustare il tiro. E da un paio di mesi è sfumata definitivamente l´illusione del "decoupling", l´idea cioè che le potenze emergenti potessero "sganciarsi" da questa recessione e restarne sostanzialmente immuni. Il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao inoltre hanno seguito con inquietudine le dichiarazioni di Barack Obama in campagna elettorale: i toni protezionisti, e la richiesta alla Cina di rivalutare la sua moneta. Tra una settimana i leader di Pechino vogliono presentarsi al vertice G14 di Washington con le carte in regola, mostrando che stanno facendo la loro parte per rilanciare lo sviluppo economico nel mondo intero. Un aumento dei consumi delle famiglie cinesi è sempre stato considerato dai governi dell´Occidente come la via maestra perché la Cina eserciti un effetto benefico sulla crescita globale (una parte di quei consumi infatti si traduce in importazioni di prodotti europei, americani, giapponesi). La maximanovra varata ieri risponde anche a impellenti necessità interne. Anche l´economia cinese sta perdendo colpi vistosamente. La decelerazione della crescita è impressionante. L´anno scorso il Pil aumentò dell´11,7% segnando un record storico. Nel primo semestre di quest´anno il tasso di crescita era già passato al 10%. Nel trimestre scorso (da luglio a settembre) la crescita si è attestata al 9%. Per il 2009 le stime più attendibili prevedono un "magro" +7,5%, il minimo da vent´anni. Una crescita superiore al 7% farebbe sognare ogni altro paese al mondo, ma per la Cina è motivo di allarme. Ogni anno in media 15 milioni di contadini cinesi abbandonano le campagne per cercare lavoro in città. Ad essi vanno aggiunti i giovani che escono dalla scuola e appartengono ancora a generazioni numerose, una "gobba" demografica che ancora non sconta gli effetti della denatalità. In totale se la crescita cinese non riesce a creare almeno venti milioni di nuovi posti di lavoro all´anno, ci sono tutte le condizioni per un´esplosione di conflittualità sociale. E´ quello che in effetti si sta già verificando in alcune zone del paese. Il Guangdong, la regione meridionale che ha la più alta densità di industrie, è da mesi l´epicentro di tensioni. Migliaia di fabbriche hanno chiuso per fallimento - soprattutto nel settore tessile-abbigliamento e nella produzione di giocattoli - e i licenziamenti di massa hanno scatenato proteste diffuse. Ancora pochi giorni fa la ricca metropoli industriale di Shenzhen è stata il teatro di scene di guerriglia urbana, migliaia di manifestanti hanno affrontato la polizia. Il detonatore di quest´ultima rivolta - almeno secondo le ricostruzioni dei mass media ufficiali - sembra essere stato un banale diverbio dopo un incidente stradale, ma la sensazione è che le difficoltà economiche stiano trasformando quell´area in una polveriera. Ora con la maximanovra di politica economica il governo spera di aggiungere due punti alla crescita del Pil dell´anno prossimo. La terapia d´urto include nuovi investimenti pubblici nell´edilizia popolare, l´accelerazione della costruzione di ferrovie e aeroporti; investimenti nelle energie rinnovabili; spese sociali a favore delle fasce più indigenti; prestiti alle piccole e medie imprese; detassazione sugli acquisti di macchinari industriali. E´ una lunga lista di provvedimenti che hanno un denominatore comune: fare affluire il più rapidamente possibile nuovo potere d´acquisto alla popolazione, prima che sia troppo tardi. Il bilancio pubblico cinese è abbastanza solido da poter reggere un boom di nuove spese. Il dubbio semmai riguarda il peso della corruzione, che può limitare la parte degli aiuti che finirà veramente a beneficio della popolazione.

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Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-11-09 - pag: 5 autore: INTERVENTO Per Usa e Cina l'ora di nuove regole globali di Lamberto Dini * G li Stati Uniti rispondono a una delle situazioni più difficili della loro storia chiamando alla guida del Paese una forte personalità dotata di grande spirito di innovazione e di formidabile leadership. Ciò avviene al termine di una splendida campagna elettorale, nella quale sono emerse anche le ottime capacità dell'antagonista sconfitto ed entrambi i contendenti hanno mostrato di condividere un forte orgoglio nazionale e una grande fiducia nella democrazia. Per Barak Obama tener fede alle immense speranze generate ovunque nel mondo dalla sua elezione non sarà certo facile. La politica, l'economia, la finanza internazionale hanno bisogno di un nuovo equilibrio e di nuove regole. Le responsabilità di chi guiderà il Paese che è al contempo la più grande democrazia e la più grande economia del pianeta sono enormi. Sul fronte economico, la crisi finanziaria esplosa nell'agosto dello scorso anno non è affatto conclusa; incombe la prospettiva di una recessione globale. Alla nuova Amministrazione Usa spetta anzitutto il compito di mettere ordine in casa propria: la regolamentazione finanziaria interna si è rivelata inadeguata; le stesse autorità hanno commesso errori gravi. Regole ed autorità dovranno essere rinnovate. Ma non bisogna sottovalutare i problemi di macro-regolazione messi in evidenza dalla crisi. La forte crescita globale delle economie degli ultimi quattro lustri è stata resa possibile da un circuito alla lunga rivelatosi perverso. Gli Stati Uniti si sono sistematicamente consentiti un livello di consumi ( pubblici e privati) superiore alla loro capacità di produzione. Hanno potuto farlo, al solito, perché emettono la principale moneta di riserva internazionale. Ma, in condizioni normali, anche la disponibilità dei non- americani a detenere dollari incontra un limite. In questa occasione il limite è stato abbondantemente superato, perché negli stessi anni la Cina (insieme a un gruppo di altri paesi minori del Far East) si rendeva disponibile a detenere i dollari in eccesso: evitava così la rivalutazione della propria moneta, e poteva continuare a far crescere le proprie esportazioni a ritmi inusitati. Per sostenere un livello dei consumi tanto elevato, gli USA hanno fatto sistematico ricorso a politiche monetarie e di bilancio fortemente espansive. Così inondando il mondo di liquidità. Tutto ciò non si è tradotto in aumenti dei prezzi al consumo, perché le esportazioni di manufatti prodotti nel Far East a costi bassi fungeva da calmiere. Ma quell'inflazione da eccesso di liquidità che non si manifestava sui prezzi al consumo si è manifestata sui beni ad offerta più rigida: materie prime, immobili, prezzi di borsa. Da qui sono nate le "bolle", la cui esplosione stiamo pagando tanto cara. Il problema nasce dunque dai comportamenti dei grandi players internazionali. Grandi gli Stati Uniti per la dimensione del loro prodotto e del loro mercato finanziario; grande la Cina per la velocità di crescita del proprio prodotto e per il volume accumulato di attività finanziarie. I due Paesi si sono appropriati degli speciali vantaggi loro assicurati dalla globalizzazione, ma non si sono assunti le rispettive responsabilità globali. E qui si viene ai problemi della macroregolazione. Non esiste oggi nessun soggetto, nessuna regola capace di richiamare la Cina alla necessità di bilanciare il vantaggio che le deriva dall'apertura dei mercati alle sue merci con il dovere di non manovrare al di là del lecito e del ragionevole la propria moneta, accumulando un volume di riserve di per sé stesso, alla lunga, fattore di instabilità. Non esiste alcun soggetto, alcuna regola, capace di richiamare gli Stati Uniti alla necessità di bilanciare il vantaggio che deriva loro dall'essere gli emittenti della principale moneta internazionale di riserva con la responsabilità di evitare che una produzione eccessiva di questa moneta finisca per terremotate i mercati - finanziari e non solo - globali. Ora l'insostenibilità di quel disequilibrio è venuta alla luce. E delle due l'una. O si dà - finalmente - luogo a un sistema di regole in base al quale anche un paese grande, grandissimo come gli USA si impegnano ad evitare un sistematico e prolungato consumo interno superiore alle risorse prodotte; e in base al quale un paese a forte crescita come la Cina si impegna a riportare in equilibrio la propria bilancia dei pagamenti, e a smetterla di accumulare - grazie all'apertura del commercio internazionale - riserve da utilizzare come potenziale massa di manovra politica. Ovvero, data l'insostenibilità del disequilibrio, si finirà per mettere in discussione la stessa apertura dei commerci (e, prima o poi, la stessa libertà di movimento dei capitali, e con essa la convertibilità delle valute), pregiudicando gravemente il tasso di crescita futuro dell'economia globale. Di questi temi dovrà farsi carico anzitutto la nuova Amministrazione americana. Di come favorire la costruzione di un nuovo sistema di macro-regole che governino la competizione economica e finanziaria globale. Se possibile, utilizzando il Fondo Monetario Internazionale, istituzione che altrimenti ha probabilmente esaurito ogni effettiva capacità di intervento. In questo percorso c'è sicuramente un ruolo per l'Europa, capace di offrire al mondo l'esempio di un sistema di regole che favorisce il superamento degli squilibri senza cadere nella trappola dei protezionismi. Ma questo esempio tanto più saprà farsi valere quanto più l'Europa sarà in grado di darsi una leadership adeguata. Leadership che il Presidente Sarkozy è stato in grado di assicurare ad esempio nella crisi Georgiana, ma che bisogna l'Europa si dimostri in grado di garantire con maggiore continuità. E c'è un ruolo anche per l'Italia. La coincidenza dell'avvio della presidenza Obama e del periodo italiano di presidenza del G8 rappresenta per noi una grande occasione per far sentire la nostra voce nella costruzione delle nuove macro-regole globali. * senatore Pdl, presidente della commissione Esteri IL RUOLO DEL FONDO MONETARIO Gli americani consumano in eccesso, i cinesi manovrano la moneta e accumulano riserve oltre il lecito - All'Fmi una nuova missione come regolatore

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Un modello al tramonto (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-11-09 - pag: 6 autore: *DALLA PRIMA Un modello al tramonto Due giorni fa, a un secolo di distanza, Ford ha dovuto annunciare di aver bruciato nell'ultimo trimestre 7,7 miliardi di dollari di cassa e di averne persi quasi 3 nell'auto. Non va certo meglio General Motors, che aveva sottratto all'inizio degli anni 30 a Ford la leadership statunitense e mondiale tuttora (anche se di strettissima misura) nelle sue mani - inventando il marketing: scoprendo cioè gli enormi vantaggi che si possono trarre da una corretta segmentazione del mercato. La liquidità di Gm si sta rapidamente esaurendo, mettendo a rischio lo stesso finanziamento del capitale circolante e rendendo impossibile quella fusione con Chrysler (anch'essa in gravi difficoltà dopo la rottura con Daimler) che le potrebbe permettere una maggiore com-petitività: al punto che, senza gli aiuti federali che Obama ha promesso, il ricorso al chapter 11 rimarrebbe l'unica via per tentare il salvataggio di quella che è stata per tanti anni una delle più importanti e prestigiose imprese del mondo. Perché questo disastro, che ha portato Gm e Ford a valere insieme meno di Fiat e che rischia di propagarsi a catena per il ruolo trainante che l'auto da sempre ha su larga parte dell'economia?C'è sicuramente una ragione contingente, il forte calo della domanda di auto sul mercato statunitense: iniziato con l'impennata del prezzo del petrolio, che negli Stati Uniti si scarica in modo molto più diretto che in Europa (ove le elevatissime accise attenuano l'impatto proporzionale) sui prezzi di benzina e gasolio; accentuatosi poi, nonostante il calo del petrolio, all'esplodere della crisi finanziaria e dei suoi riflessi sui comportamenti di acquisto. C'è una aggravante strutturale: le "tre grandi" statunitensi, che per questo hanno perso quote oltre che volumi rispetto ai competitori stranieri, hanno storicamente centrato il loro portafoglio sui modelli di gamma più alta e di grande dimensione (Suv, ecc.), maggiormente remunerativi, e non si sono curate dei livelli elevati dei consumi, perché il basso prezzo dei carburanti non lo richiedeva. Una aggravante che richiederà forti correzioni di rotta, con una maggiore attenzione anche all'impatto ambientale. è un disastro geograficamente circoscritto o che si estenderà all'intera industria automobilistica mondiale? Il forte calo percentuale che si è avuto nell'ultimo anno nelle capitalizzazioni di Borsa anche di molte imprese automobilistiche non statunitensi sembra indicare una scommessa del mercato a favore del peggioramento, in connessione a un progressivo estendersi della crisi dell'economia reale e a una corrispondente riduzione della domanda di auto che gli ultimi dati purtroppo confermano. Ma ci sono anche sensibili differenze che devono essere messe in luce. Innanzitutto il calo avviene a partire da livelli molto diversi per Paesi a economia stagnante, quali in larga misura gli europei, e Paesi in forte sviluppo, quali Cina e India: per i primi il calo è già in termini assoluti, per i secondi vi è un rallentamento della domanda. In secondo luogo differiscono profondamente le capitalizzazioni: Toyota ad esempio, nonostante il consistente calo di utili appena annunciato, continua a valere 90 miliardi di euro, contro i 2,5 di Gm e i 4 di Ford; Daimler ne vale 25, Bmw 13 e Fiat 7,5. Differisconoi conti al 30 giugno, ancora nettamente migliori per le imprese europee e giapponesi. Differisce la capacità di limitare i consumi e le emissioni negative per l'ambiente. Ma tutto questo rischia di non bastare se la crisi della domanda sarà prolungata. In tale caso tre mi sembrano le possibili reazioni: un ritorno ad aiuti di Stato consistenti, che potrebbero - se non coordinati alterare ingiustificatamente il quadro competitivo (come sta accadendo nel sistema bancario); una accentuazione delle forme più diverse di cooperazione, sulla scia di quanto ha fatto Fiat negli ultimi anni; nuovi tentativi di fusione, favoriti dalla numerosità (forse eccessiva) dei competitori ma frenati dai molti insuccessi succedutisi in questo comparto nel tempo. Ci saranno vincenti e perdenti, come sempre nelle fasi di forte fluidità. La disponibilità di risorse per sopravvivere e investire sarà una precondizione per essere nel primo gruppo, ma dovrà essere accompagnata da una forte capacità di comprendere le reali esigenze future: probabilmente abbastanza diverse dalle attuali, in un mondo reso discontinuo dalla crisi in atto. Umberto Bertelè VINCENTI E PERDENTI La disponibilità di risorse per sopravvivere che arriverà dagli aiuti di Stato non basterà se non si capiranno le nuove esigenze dei mercati

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Da Merrill Lynch al Governo kiwi (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2008-11-09 - pag: 10 autore: Nuova Zelanda. Il voto premia il Partito nazionale dell'ex finanziere Key, che ottiene il 45% dei consensi Da Merrill Lynch al Governo kiwi I conservatori sconfiggono dopo nove anni i laburisti della Clark Barbara Pezzotti WELLINGTON è la fine di un'era. Helen Clark non ce l'ha fatta: i laburisti al potere da nove anni in Nuova Zelanda hanno subito ieri una pesante sconfitta e il primo ministro kiwi ha annunciato, scioccando il Paese, le sue dimissioni da leader del partito. I conservatori del Partito nazionale, guidati da John Key, hanno ottenuto il 45% dei voti e si avviano a governarea capo di una coalizione allargata di centrodestra. La vittoria del Partito nazionale era annunciata: nonostante una rimonta avviata dalla sinistra sull'onda delle preoccupazioni per la crisi economica internazionale, il gap, negli ultimi sondaggi era rimasto ampio. Il responso delle urne ha confermato l'aspirazione dei kiwi a un cambio di rotta. Il Partito nazionale si è aggiudicato 59 seggi, contro i 43 dei laburisti. Il partito di destra Act, tradizionale alleato dei nazionali, ha ottenuto5 seggi, mentre la compagine di ispirazione cristiana United Future si è dovuta accontentare di uno. Numeri sufficienti, comunque, per governare un Paese la cui Camera unica conta oggi 122 seggi. Ma Key ha voluto aprire anche al Partito maori, che in questa tornata è arrivato a controllare 5 dei 7 seggi destinati ai discendenti dell'etnia originaria neozelandese. Un'ampia coalizione è necessaria a Key, 47 anni, relativamente nuovo alla politica. Studi ad Harvard, già responsabile globale del Foreign exchange di Merrill Lynch e membro del Foreign exchange committee della Fed dal 1999 al 2001, sposato, due figli, Key, che ama paragonarsi a Barak Obama per via delle umili origini, deve ora affrontare un triennio difficile, a cominciare dalla crisi economica. Un ampio appoggio gli servirà anche per crearsi una base di popolarità e oscurare l'ingombrante fantasma della Clark, 58 anni: la lady di ferro dell'emisfero australe, attiva in Parlamento per 27 anni. Leader del partito dal 1993, lo ha guidato per cinque campagne elettorali. Ha governato per 9 anni, segnando il record nazionale del primo ministro più a lungo al potere. Nel discorso di commiato, la Clark ha orgogliosamente ricordato le battaglie vinte dal partito sotto la sua leadership, ma si è anche assunta la responsabilità della sconfitta e ha annunciato le sue dimissioni da leader del partito. Applausi scroscianti hanno accompagnato il tributo offertole da Key durante il suo discorso di investitura. Per amici e avversari è difficile pensare alla vita politica senza una donna battagliera che, protestando contro la guerra in Vietnam e i test atomici francesi nel Pacifico, ha risalito la piramide del partito laburista. Sotto la sua guida appassionata, la Nuova Zelanda si è contraddistinta per una politica internazionale indipendente dagli Stati Uniti e all'avanguardia nella lotta al nucleare e al riscaldamento globale. Sul fronte interno, si è battuta per il Welfare, ha rinazionalizzato le ferrovie e ha istituito kiwisaver, un sistema pensionistico integrativo in una nazione fortemente indebitata. Infine, si è consegnata alla storia economica per aver firmato il primo trattato di libero scambio di un Paese occidentale con la Cina. Negli ultimi tempi in difficoltà per via di una serie di scandali, che avevano costretto alle dimissioni due mini-stri, non è riuscita nella sua ultima battaglia. è quindi uscita di scena con dignità, lasciando un vuoto difficile da colmare. IL CONGEDO DI HELEN Il capo del Governo, tra applausi bipartisan, ha annunciato le dimissioni da leader del partito dopo tre mandati alla guida del Paese Addio commosso. Il premier Helen Clark, dopo aver riconosciuto la sconfitta elettorale, abbraccia la madre AFP

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La luna calante di Wall Street (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2008-11-09 - pag: 27 autore: Arti divinatorie. Parla l'astrologa che aveva previsto la recessione La luna calante di Wall Street di Andrea Gennai S e l'economia statunitense entra in recessione e la ripresa scatta solo nella seconda metà del 2009 non resta che rassegnarsi: la colpa è del nodo lunare sfavorevole. Gli scrutatori degli astri non sono infatti stupiti dall'attuale fase di crisi e sorridono, con un senso di rivincita, di fronte alla famosa battuta di John Kenneth Galbraith, secondo il quale«l'unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l'astrologia ». Gli ultimi accadimenti hanno riportato prepotentemente alla ribalta la teoria dell'influenza del nodo lunare sull'economia Usa (e quindi sulle Borse) individuata nel lontano 1930 dalla studiosa americana, Louise McWhirther. Il nodo lunare è l'intersezione tra l'orbita lunare a quella terrestre. Nel corso di 18,6 anni, questa la durata del ciclo, il nodo transita nei vari segni zodiacali in maniera retrograda (cioè al contrario). Ebbene quando il nodo lunare passa in Acquario diventa portatore di sventure per l'economia americana (e dal dicembre dello scorso anno, manco a dirlo, si è verificata questa condizione che durerà fino al 21 agosto prossimo). Il picco di euforia si ottiene quando il nodo transita in Leone. Non a caso l'ultima volta che ciò è successo è stato tra l'ottobre 1998 e l'aprile 2000 (con un precisione quasi millimetrica sul ciclo rialzista, visto che Wall Street ha registrato il top esattamente un mese prima, il 10 marzo). In occasione di transiti precedenti in Acquario (1969-1971 e 1989-1990) si sono avute puntuali fasi recessive nell'economia statunitense con inevitabili ripercussioni ricadute in Borsa. Curiosità nella curiosità, sia il presidente George Bush padre, alla fine degli anni '80, che il figlio, in questi mesi, hanno dovuto fare i conti con il nodo lunare sfavorevole. I transiti del nodo lunare in ogni segno durano 18 mesi e nel caso odierno la permanenza in Acquario durerà fino all'agosto 2009: poi dovrebbe partire un lento recupero. Il vero cambio di direzione, in positivo, si dovrebbe registrare quando il nodo lunare si trova in Scorpione (a partire dal settembre 2012), e proseguire lentamente verso i livelli massimi di espansione nel Leone (il prossimo transito è tra circa 9 anni, cioè dal 10 maggio 2017). Anche sulla base di questa teoria, una delle massime esperte di astrologia finanziaria, Grazia Mirti, alla fine del 1999 mandò in stampa un libro (Investire con gli astri, edito dal Sole 24 Ore) dove annunciava di lì a breve la fine del ciclo espansivo legato al nodo lunare in Leone e soprattutto sottolineava una frase che letta nove anni dopo fa un po' impressione («il punto di massima debolezza è segnalato tra il 2008 e il 2009»). Oggi Grazia Mirti ricorda che la teoria del nodo lunare resta una delle più importanti per il settore finanziario anche se non è la sola. «Grande attenzione –sottolinea – va anche attribuita a mercurio retrogrado. Il movimento si è verificato tra il 24 settembre e il 15 ottobre scorso, con un effetto di debolezza sulle quotazioni azionarie. Mercurio tornerà retrogrado dal prossimo 11 gennaio fino alla fine dello stesso mese per cui penso che il primo mese dell'anno andrà considerato con estrema cautela». L'orientamento di Grazia Mirti è generalmente improntato alla massima prudenza per il futuro. L'attenzione è anche concentrata su un grande evento che accadrà alla fine di novembre: ovvero l'ingresso stabile di Plutone nel Capricorno. Un evento che non si verificava dal 1776. L'ingresso in Capricorno andrà a toccare gli assetti del potere a livello internazionale. Per i prossimi 13 anni sarà questo il tema centrale e il pensiero corre subito al rapporto Stati Uniti e Cina. Può darsi che nei prossimi anni la leadership mondiale possa passare di mano da una sponda all'altra del Pacifico. Intanto però colpisce subito una coincidenza. Plutone entra stabilmente in Capricorno il mese in cui viene eletto negli States il primo presidente afro-americano, Barack Obama: l'ultima volta era transitato in Capricorno nell'anno dell'indipendenza americana (il 1776 appunto). a.gennai@ilsole24ore.com VISIONI ECONOMICHE Grazia Mirti, studiosa di costellazioni, nel 1999 aveva annunciato «il punto di massima debolezza tra il 2008 e il 2009»

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Tecnologia contro il caro-carburanti (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2008-11-09 - pag: 7 autore: Aziende che battono la recessione/1. La Landi Renzo investe 12 milioni per un centro di ricerca Tecnologia contro il caro-carburanti Nicoletta Picchio ROMA Un investimento appena avviato da 12 milioni di euro per aprire un centro di ricerca entro il 2010. E per il prossimo anno un aumento del fatturato «in linea con gli anni precedenti », e quindi a due cifre. Alla Landi Renzo di Reggio Emilia si continua a crescere, grazie a quella nicchia di mercato, che ormai così nicchia non è più, della trasformazione e fornitura a case automobilistiche di impianti alternativi per motori a Gpl e metano. Un settore in cui l'azienda lavora da cinquant'anni e che oggi la vede leader mondiale, con una quota di mercato del 30 per cento. Stefano Landi, figlio del fondatore Renzo ed oggi amministratore delegato dell'azienda, riesce ad andare in contro tendenza rispetto alla congiuntura grazie ad una felice intuizione del padre: già nel 1967, in una pubblicità del prodotto, tra le caratteristiche che dovevano invogliare all'acquisto c'era scritto "minore inquinamento". «Mia madre era perplessa, ma mio padre è sempre stato convinto che l'aspettoclimatico e ambientale piano piano si sarebbe fatto largo». Aveva ragione, già allora. Tra rispetto del clima e costi dei carburanti, il mercato automobilistico di oggi affianca al calo drammatico delle vendite benzina e diesel un aumento delle immatricolazioni nei primi mesi dell'anno del 24% nel segmento benzina-metano e dell'83% su benzina-Gpl. Negli ultimi 4 anni la fornitura alle case automobilistiche è passata da quasi zero al 50% del fatturato, che nel 2008 arriverà a 205 milioni di euro con un aumento del 25% rispetto al 2007, 7 punti in più del previsto. E anche il titolo, nonostante la bufera, ha ancora davanti un segno positivo attorno al 30% (l'azienda è quotata al segmento Star). «Il grande driver di crescita deriva dal prezzo competitivo dei carburanti e dal basso impatto ambientale », spiega Stefano Landi. Che ora sta puntando sull'idrogeno: il centro di ricerca in via di costruzione ha già in programma un progetto sull'idrogeno per conto di General Motors. Si sta studiando un auto ad idrogeno con tecnologia celle a combustibile. «Le tecnologie usate per metano e idrogeno si assomigliano, possiamo utilizzare i risultati di tutta la nostra ricerca », continua Landi. Proprio poche settimane fa l'azienda ha acquisito una concorrente italiana, la Lovato, per 63 milioni di euro, a riprova della volontà di crescita. Un'operazione in parte autofinanziata, in parte realizzata grazie ad un prestito bancario di 30 milioni di euro. «L'abbiamo ottenuto senza problemi». Sul fatturato dell'azienda, il mercato italiano rappresenta circa un quarto. Tra le aree dove si esporta di più, la Cina, l'Iran, la Polonia, il Pakistan. Quest'ultimo è passato in tre anni da 300mila veicoli a metano a un milione 600mila, grazie agli incentivi governativi. Un trend che sarà seguito anche da altri Paesi.

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Il clima da Crichton a Obama (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: COPERTINA data: 2008-11-09 - pag: 31 autore: Contrappunto Il clima da Crichton a Obama di Riccardo Chiaberge L' ironia delle Parche ha fatto incrociare i loro destini in una giornata storica. Martedì 4 novembre 2008, nelle stesse ore in cui il pianeta era abbagliato dalla supernova di Barack Obama, ultima incarnazione del sogno americano, a Los Angeles si spegneva un'altra stella,che dell'America aveva interpretato soprattutto gli incubi: Michael Crichton, incontestato re del techno-thriller,l'autore miliardario di Jurassic Park. Il cancro se l'è portato via a 66 anni, e neppure i suoi eroi in camice bianco, i medici in prima linea di ER, hanno potuto strapparlo alle fauci del mostro. Non ha fatto in tempo a vedere l'apoteosi del primo presidente nero, il povero Michael, e forse non ne avrebbe nemmeno gioito. Da tempo convertito alla dottrina neocon, si era inimicato il mondo ambientalista con un romanzo, Stato di paura, che smontava il protocollo di Kyoto. Una banda di ecoterroristi, manovrati da industriali e agitatori assatanati di potere, tenta di provocare una catastrofe planetaria, per convincere l'umanità che il riscaldamento globale è un processo già in atto. Se fosse vero questo scenario fantapolitico, Obama dovrebbe stare trai cattivi, visto che prende la minaccia climatica molto sul serio e promette di spendere cifre colossali per scongiurarla. Ma più probabilmente, con la pietà che si deve ai defunti, è semmai lo scrittore che dovrebbe andarea tener compagnia agli amati bestioni del Giurassico, come un relitto dell'evoluzione,per avere sottovalutato il pericolo. Prima ancora di conoscere il responso delle urne, un geniale fisico di Berkeley, Richard Muller, ha dato alle stampe un libro di consigli non richiesti al nuovo inquilino della Casa Bianca, Physics for Future Presidents. Ci sono almento tre fronti, spiega Muller in un'intervista alla rivista «Wired», in cui la scienza può venire in soccorso di Obama: la strategia antiterrorismo, che invece delle fantomatiche «bombe sporche» o del Tnt dovrebbe tenere d'occhio armi più convenzionali, ma più distruttive, come il carburante degli aerei; le imprese spaziali, che è meno costoso affidare ai robot. E la difesa dell'ambiente:se è vero che l'Asia corre più in fretta degli Stati Uniti e dell'Europa,bisogna fare in modo che sporchi di meno l'atmosfera.Cento milioni di dollari in aiuti tecnologici alla Cina e all'India sarebbero molto meglio spesi di qualche (pur sacrosanto)miliardo nell'energia solare o nei biocombustibili sul suolo americano. In un'era dominata dalla scienza –sostiene Muller –chi guida una nazione sviluppata non può fidarsi ciecamente degli esperti, e farebbe bene a prendere un po' di ripetizioni di fisica. Provi a spiegarlo ai politici italiani, che passano il loro tempo nei talk show. http://riccardochiaberge. blog.ilsole24ore.com Re del techno-thriller. Michael Crichton è morto il 4 novembre

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La Collezione Bettagno (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: ARTE data: 2008-11-09 - pag: 48 autore: Milano La Collezione Bettagno di Laura Torretta «L a vita di Antonio Canal non è ricca di avvenimenti biografici ed è priva di episodi significativi; sembra essere stato un uomo dedito unicamente al suo lavoro» : così scriveva Alessandro Bettagno, storico dell'arte e massimo esperto italiano del grande vedutista. Era l'inizio del saggio che sarebbe stato pubblicato nel catalogo della mostra «Canaletto. Il trionfo della veduta» alla cui realizzazione si era dedicato con entusiastico impegno. Inaugurata a Roma nel marzo 2005, nelle sale di Palazzo Giustiniani, avrebbe attirato più di 60mila visitatori. Ma Bettagno non poté assaporare il successo: si era spento alcuni mesi prima. Per lunghi anni era stato docente a Cà Foscari e diret-tore dell'Istituto di Storia dell'Arte della Fondazione Cini. E da un suo progetto avevano visto la luce la Biblioteca e la Fototeca della Fondazione veneziana, così come una lunga sequenza di esposizioni. Più di 50, di cui cura i cataloghi, e alle quali infonde prevalente natura di ricerca, in particolare nel campo del disegno veneto antico e al suo collezionismo. In Laguna ancora si ricorda la raffinata rassegna predisposta nel 2001 per festeggiare il mezzo secolo della Fondazione Cini. Un evento storico tanto per la meticolosa ricostruzione degli anni giovanili di Canaletto, quanto per l'importanza dei "prestiti"ottenuti da Bettagno grazie alla sua notorietà internazionale. «Il nemico dei neghittosi» ha un'attività a dir poco frenetica:oltre a insegnare e a guidare l'Istituto dell'Arte, dirige collane di volumi e due riviste. Nulla di ciò che nella Serenissima avviene in campo culturale e artistico sfugge al suo "controllo" e le Biennali costituiscono una fonte inesauribile di conoscenze e di nuove amicizia con gli artisti. Primo tra tutti Guttuso, uno dei fondatori, con Birolli, Santomaso, Melotti, Turcato e Vedova del «Fronte nuovo delle arti». Se il suo cuore inevitabilmente "batte" per i maestri antichi, un lato poco conosciuto della sua personalità di personaggio pubblico è la sua privatissima passione per l'arte moderna.Una predilezione documentata perché una parte della sua raccolta di disegni di au-tori italiani, testimonianze preziose dell'ambiente artistico, letterario e poetico della Venezia degli anni '50 e '60, il 20 novembre verrà proposta all'asta a Milano (Via S.Maria Valle, 2) da Porro & C. è una singolare collezione di "carte" caratterizzata da stime accessibili ( da 500 a 8mila euro) nella quale, accanto a lavori di Birolli e Guttuso, Rosai e Gino Rossi, Vedova e Tancredi, de Pisis e Cassinari, Severini e Dottori, figurano pezzi unici e divertenti come L'idiota-Leo, caricatura a carboncino di Leo Longanesi e il Ritratto di Tinto Brass, un acquarello eseguito da Mino Maccari. Bozzetto d'artista. Renato Guttuso, «Composizione con otto nudi», 1940

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Meglio un Fondo interventista (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI data: 2008-11-09 - pag: 12 autore: Meglio un Fondo interventista di Harold James PROFESSORE PRINCETON UNIVERSITY I l caos e i costi della risposta internazionale al disordine finanziario che sta affliggendo il pianeta hanno spinto il presidente francese Nicolas Sarkozy, il primo ministro britannico Gordon Brown e il presidente tedesco Horst KÖhler, ex direttore del Fondo monetario internazionale, a invocare una nuova Conferenza di Bretton Woods per tracciare i contorni di un nuovo sistema finanziario globale. Ma una richiesta simile presuppone avere ben chiaro in mente che cosa potrebbe offrire un nuovo accordo. è comprensibile il desiderio di fare tabula rasa dell'attuale architettura finanziaria globale, perché è evidente che ci sono un mucchio di cose che non funzionano. Le istituzioni esistenti sono sembrate sempre più irrilevanti in tempi normali e inefficaci in tempi di crisi. Il Fmi ha fornito cifre tristemente accurate sui probabili costi del disastro immobiliare americano, ma in pratica non ha giocato nessun ruolo nella risposta alla crisi attuale. Questa è stata la prima crisi finanziaria internazionale dal 1944, l'anno della Conferenza di Bretton Woods, in cui il Fmiè rimasto in disparte. Il principale attore internazionale invece è stato il G7, un gruppo dove predominano le potenze europee di medio calibro e dove le dinamiche economie emergenti dell'Asia, la fonte di risparmi del pianeta allo stato attuale, non sono rappresentate. Bretton Woods non fu un successo perché mise insieme tutti gli Stati o perché i partecipanti si impegnarono in approfondite disquisizioni. John Maynard Keynes, uno degli architetti di Bretton Woods, era convinto che gli insuccessi dell'era della Depressione, negli anni 30, erano dovuti proprio all'ipertrofia e al caos della Conferenza economica mondiale che si tenne a Londra nel 1933. Keynes giunse alla conclusione che si sarebbe potuto elaborareun piano realmente efficace solo su insistenza di «una singola potenza o di un gruppo di potenze che la pensavano allo stesso modo». Keynes aveva sostanzialmente ragione, ma avrebbe dovuto aggiungere che è ancora meglio quando un'unica potenza può negoziare con un'unica altra potenza. In passato, gli esempi più efficaci di diplomazia finanziaria sono venuti da confronti bilaterali tra due Stati potenti fautori di approcci diversi all'economia internazionale. Andò così anche nella fase preparatoria al vertice di Bretton Woods. I Paesi partecipanti erano 44, ma solo due contavano veramente, la Gran Bretagna e soprattutto gli Stati Uniti. L'accordo prese forma a partire dal dialogo angloamericano, con occasionali mediazioni da parte di Francia e Canada. In seguito, i colloqui bilaterali rimasero il fattore decisivo di ogni successo importante della diplomazia finanziaria su larga scala. Nei primi anni 70, quando si mise fine al sistema dei cambi a tasso fisso, il Fmi sembrava aver esaurito la sua funzione. Gli statuti dell'istituzione furono rinegoziati dagli Stati Uniti, che cercavano più flessibilità, e dalla Francia, che voleva preservare almeno in parte la solidità e la prevedibilità del vecchio gold standard. Più avanti, sempre negli anni 70, quando Francia, Germania e Gran Bretagna provarono a tenere dei colloqui sulle relazioni monetarie europee la situazione si risolse in stallo, ma tutto si sbloccò quando il negoziato fu ristretto a Parigi e Berlino soltanto. A metà degli anni 80, quando le forti oscillazioni dei cambi stavano provocando forti spinte protezionistiche, Stati Uniti e Giappone trovarono una soluzione che comprendeva una stabilizzazione dei tassi di cambio. E allora quale forma dovrebbe assumere oggi il bilateralismo? Se si parla di Paesi, i candidati naturali a costituire la nuova coppia sono gli Stati Uniti, il più grande debitore del pianeta, e la Cina, il più grande risparmiatore. Se si parla di temi, la conferenza dovrebbe risolvere un nuovo tipo di problema: che cosa devono fare gli Stati per gestire i grandi flussi di capitale che negli ultimi quarant'anni sono stati mediati dal settore privato. Fino al 2008, due erano i modelli alternativi che sembravano funzionare. Da un lato il modello americano, con i flussi di capitale gestiti da una varietà di banche regolamentate,banche d'affari poco regolamentate e hedge fund in gran parte non regolamentati. Dall'altro lato, la soluzione cinese, con una gestione delle riserve sempre più costosa che ha portato alla creazione dei fondi sovrani, attivamente impegnati a cercare partecipazioni strategiche in investimenti all'estero. Tutti e due gli approcci presentavano dei difetti e si prestavano a contestazioni politiche. Il modello americanoè fallito perché le banche si sono dimostrate altamente vulnerabili al panico non appena è diventato chiaro che i nuovi, sofisticati strumenti finanziari avevano dato vita a un ginepraio di perdite considerevoli, pericolose e indigeribili. E, inevitabilmente, le imponenti operazioni di salvataggio dei nostri giorni sono state seguite da polemiche gravide di implicazioni politiche su quali banche venivano salvate e quali interessi venivano protetti. è già in corso un violento dibattito sull'influenza di Goldman Sachs sul Dipartimento del Tesoro americano. Anche i colossali interventi di salvataggio nel Vecchio Continente ( che in Germania hanno raggiunto livelli pari al 20% del Pil) hanno prodotto controversie sulla distribuzione dei costi. La soluzione cinese, da parte sua, ha suscitato timori nazionalistici per la possibilità di un abuso di questi fondi sovrani finalizzato a impadronirsi a fini strategici di attività fondamentali o di interi settori di un'economia. L'ispirazione originaria che motivò la creazione del Fmi era che un organismo in gran parte automatico e vincolato da un regolamento avrebbe rappresentato una via molto meno politicizzata alla stabilizzazione di mercati e aspettative. Resta vero anche oggi: gestire partecipazioni temporanee in banche che necessitano di essere rica-pitalizzate, in nome dei grandi fornitori di capitali (come i Paesi asiatici con eccedenze di bilancio) consentirebbe di mettere un cuscinetto neutrale e depoliticizzato tra gli Stati e le istituzioni del settore privato. Il Fmi fu concepito originariamente nel 1944, in un mondo dove non c'erano importanti flussi di capitali, un mondo in cui quasi tutte le transazioni internazionali erano effettuate dagli Stati. Estendere la missione del Fondo includendovi determinate operazioni di salvataggio del settore equivale semplicemente a riconoscere il ruolo preponderante interpretato oggi dai mercati. Al tempo stesso, il coinvolgimento di un organismo internazionale vincolato da un regolamento permetterebbe di ridurre al minimo il veleno politico associato alle ricapitalizzazioni delle banche e agli interventi valutari. Copyright: Project Syndicate, 2008 (Traduzione di Fabio Galimberti) JANE MARINSKY/CORBIS

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In Oceania destini incrociati (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

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Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI data: 2008-11-09 - pag: 12 autore: ... CENTRO-DESTRA IN NUOVA ZELANDA In Oceania destini incrociati è destino che l'Australia e la Nuova Zelanda non si "incontrino" politicamente. A quasi un anno dalla vittoria di Kevin Rudd, che ha riportato i laburisti al potere a Canberra, Wellington, guidata per anni dalla sinistra, si ritrova ora un esecutivo di Centro- destra, con il neo-eletto John Key. Un rovesciamento curioso, se si osservano altre analogie. I due premier attuali, pur rappresentando partiti avversari, condividono un passato di difficoltà superato con tenacia e dedizione. Rudd, 51 anni, figlio di un farmer del Queensland, ha perso il padre a 11 anni e la sua famiglia è stata costretta a vendere la fattoria di proprietà, ma è riuscito a fare carriera in diplomazia. Key,anch'egli orfano,ha vissuto in una casa statale e allevato dalla sola madre, un'immigrata austriaca, si è costruito poi una carriera nella finanza, prima di entrare in politica. Le analogie per ora finiscono qui. Rudd ha assunto il ruolo di paladino della lotta al riscaldamento globale e si è proposto come interlocutore tra Cina e Occidente. Key ha promesso di difendere le aziende contro i costi derivanti dal carbon trading e non sembra avere ambizioni di diventare un player nella politica internazionale.

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Ilaria, mente rivoluzionaria (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: SCIENZE E FILOSOFIA data: 2008-11-09 - pag: 38 autore: Epidemiologia Ilaria, mente rivoluzionaria di Sylvie Coyaud P er «Scientific American », Ilaria Capua era tra i 25 innovatori del 2007. Martedì prossimo per «Seed», un'influente rivista statunitense di scienza e società, sarà tra le cinque "menti rivoluzionarie" del 2008. è un'habituée dei riconoscimenti. In agosto il suo laboratorio all'Istituto zoologico sperimentale delle tre Venezie è diventato il centro italiano di riferimento per i virus aviari. Lo era dal 2003 per la Fao e per l'Oie che si occupa di sanità animale, ora anche per l'Organizzazione mondiale della sanità tout court (Oms). C'è voluta una rivoluzione. Nel 2005, la Capua lanciava l'appello«Epidemiologi e virologi di tutto il mondo unitevi!». Visto che il 70% delle malattie umane emerge dai "serbatoi animali", vien da chiedersi come mai non ci fossero arrivati da soli. I medici non volevano essere confusi con i veterinari? Fao, Oie e Oms erano gelose delle rispettive competenze? Quest'anno,il trio ha finalmente incaricato Ilaria Capua di riunire i migliori epidemiologi e virologi dei 26 Paesi-chiave, una prima assoluta. Dal 7 al 9 ottobre, nel palazzo Verità Poeta di Verona, hanno discusso delle procedure comuni per migliorare il monitoraggio, la prevenzione e gli interventi d'emergenza. Ne è uscito un elenco di carenze da colmare e un piano d'azione che la Fao ha messo on-line; servirà da modello alle interfacce tra noi e ovini, bovini e suini. Un altro progetto di Ilaria Capua si è realizzato, la bancadati pubblica Gisaid, dove arrivano sequenze genetiche da Paesi del terzo mondo che prima si rifiutavano di condividerle. Temevano che gli occidentali ne derivassero brevetti su kit diagnostici, farmaci, vaccini dai quali non avrebbero avuto alcun vantaggio, ma sono stati rassicurati dalle regole della Gisaid. Al corrente di questo ri-sultato, i ministri dell'agricoltura hanno chiesto alla Capua di intervenire al vertice di Sharmel- Sheik, due settimane fa, e lei ne ha approfittato per criticare le loro priorità. Le sembrava il momento? «Certo. In caso di pandemia, il primo mondo produrrà a malapena gli antivirali e i vaccini sufficienti per sé stesso e i ministri lo sanno. Invece di rendersi autonomi, chiedono altri aiuti internazionali per costruire laboratori di massima sicurezza dove far ricerche proprie. Ho detto che era sbagliato». Il ministro egiziano Amin Abaza l'ha invitata a una cena insieme al ministro saudita, perché si spiegasse meglio. «Soldi in più, con la crisi finanziaria, chissà quando ci saranno », riassume, assicurando di esser stata più diplomatica di così. «Con quelli già stanziati, dovrebbero invece ammodernare i propri impianti per produrre vaccini». Animali o umani? «C'è poca differenza. Senza aspettare tecnologie ricombinanti che non sono in uso nemmeno da noi e spendendo di più per formare epidemiologi e virologi». Come l'hanno presa? «Bene, credo. Con il ministro Abaza resto in contatto perché gli serve una valutazione precisa. Fino al 2006, in Egitto l'influenza dei polli non c'era mai stata, adesso è endemica in tutti gli allevamenti che vengono controllati. La strage continua e i conti sono presto fatti. Però l'Egitto può scegliere di dipendere dai vaccini cinesi. In Cina, hanno costruito nuovi impianti che ogni anno sfornano 19 miliardi di dosi». Solo che la reputazione del made in China non è brillante. Caccia ai virus. Ilaria Capua, 42 anni

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Genesi di una tragedia (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 10-11-2008)

Argomenti: Cina

Genesi di una tragedia Chiama l'Africa, 10 novembre 2008, 12:30 Storia d'Europa/il Congo In questo momento è in corso uno degli scontri più sanguinosi, con almeno un milione di sfollati in fuga dalle varie regioni e i due eserciti, quello "regolare" e quello ribelle, che gareggiano in stupri e massacri delle popolazioni Il Regno del Congo risale al XIV secolo, esattamente come i grandi regni europei. A differenza di questi però finì presto sotto la dominazione di paesi di altri continenti (soprattutto Portogallo e Olanda) e non riuscì mai quindi ad avere un governo proprio e stabile, nè città moderne nè scuole; venne usato soprattutto come fonte di schiavi per i grandi proprietari arabi, europei e americani. Nel 1885, a Berlino, i Paesi europei si divisero fra di loro quelli africani. Il Congo toccò al re del Belgio, che lo governò sanguinosamente (il numero delle vittime secondo alcuni supera il milione) facendo mutilare o uccidere gli abitanti che si rifiutavano di lavorare. Lo scandalo internazionale (rapporto Casement) suscitato da queste atrocità convinse il Belgio a gestire direttamente il Congo come una "normale" colonia. Le vittime diminuirono, ma non si accrebbe l'alfabetizzazione nè il livello di vita della popolazione, le cui lamentele venivano raccolte solo da alcuni missionari. Dopo la seconda guerra mondiale, fra i numerosi movimenti di liberazione dei popoli conquistati, ci fu anche quello dei congolesi. Questi trovarono il loro Obama in un giovane intellettuale locale, il 35enne Patrice Lumumba. Il Congo tornò indipendente il 30 giugno del 1960. Lumumba vinse a gran maggioranza le prime (e ultime) libere elezioni e divenne, fra l'entusiasmo di tutti, primo ministro. Si avviò dunque a fare le riforme di cui il paese aveva bisogno, ma la potente Compagnia Mineraria franco-belga, che gestiva tutte le risorse dell'ex colonia, non si rassegnò e convinse il capo della provincia mineraria Moises Ciombè (una specie di Bossi nero) a proclamare la secessione del Katanga, ribellandosi al legittimo governo. Ciombè venne largamente aiutato dagli antichi padroni, in cambio delle miniere, con armi, denaro e reparti scelti di mercenari bianchi. Riuscì così a catturare Lumumba, che alla sua presenza fu torturato, ucciso e infine disciolto nell'acido. Da quel momento in tutto il Congo dilagò la guerra civile, con vari capi che si succedevano sanguinosamente l'uno all'altro. Quello che durò più a lungo fu Mobutu Sese, sostenuto prima dalla Francia e poi dagli Stati Uniti, che regnò per trent'anni massacrando tutti gli oppositori. Nel '97 fuggì davanti all'ennesima rivolta, il cui capo Laurent Kabila, proclamatosi a sua volta dittatore, fu assassinato quattro anni dopo. La guerra fra le varie fazioni, sostenute da questo o quel paese occidentale (ma ultimamente si è aggiunta anche la Cina) dura tuttora, caratterizzata da sempre più frequenti stragi di civili. In questo momento è in corso uno degli scontri più sanguinosi, con almeno un milione di sfollati in fuga dalle varie regioni e i due eserciti, quello "regolare" e quello ribelle (entrambi accomunati da una totale incontrollabilità dei rispettivi soldati, per lo più adolescenti), che gareggiano in stupri e massacri delle popolazioni. I pochi che riescono a fuggire vengono respinti alle frontiere dei paesi europei, che nonostante le loro responsabilità nella genesi di questa tragedia si rifiutano di alleviarla concedendo almeno asilo umanitario alle vittime di tante sciagure. (Appello per la pace in Congo: info@chiamafrica.it)

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