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T ARTICOLI DEL 1-4 gennaio 2009#TOP
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Articoli
Cina (20)
la scienza della felicità nell'anno più buio - (segue
dalla prima pagina) timothy garton ash
( da "Repubblica,
La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: con Stati Uniti e Cina più vicini rispetto alle attuali posizioni in contrasto tra loro. è importante tuttavia tener presente che ho usato le seguenti parole: "qualche variante". Anche in Europa, infatti, ci sono notevoli varianti tra le combinazioni possibili di Stato e mercato e il modo col quale esse funzionano.
contraffazioni
boom di sequestri ( da "Repubblica, La"
del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: provenienti soprattutto dalla Cina, a tenere banco nei sequestri operati nel 2008 nei porti e negli aeroporti pugliesi dall´Agenzia dogane, che ha competenza sui territori di Puglia e Basilicata. Nell´ultimo anno sono stati sequestrati oltre 228.000 calzature e 220.000 capi d´abbigliamento, questi ultimi provenienti in parte anche dall´Albania.
la
germania resiste all'assalto cinese il record dell'export è ancora suo
( da "Repubblica,
La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: grande crisi la Cina, contro ogni aspettativa, non ce l´ha fatta a sorpassare la Germania e a strapparle il posto di numero uno mondiale dell´export. Nonostante il forte calo degli ordinativi a novembre e dicembre, le esportazioni tedesche hanno anzi raggiunto, nell´anno che si è appena concluso, un nuovo record storico: per la prima volta hanno sorpassato i mille miliardi di euro.
Un
nuovo multilateralismo per gestire le sfide globali
( da "Sole
24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: nel caso della Cina, all'interesse a divenire parte del club fa da contrappunto quello di farsi portavoce delle rivendicazioni di Paesi meno avanzati o di organizzazioni regionali antagoniste del G-8. Un vertice più ampio contrasterebbe, almeno parzialmente, l'azione di coloro che considerano inaccettabile la pretesa di dettare soluzioni precostituite a problemi che riguardano l'
Roma
guida la riforma del G-8 ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: crescita ed energia, verrà allargata al G-5 (Cina, India, Brasile, Sudafrica e Messico) oltre all'Egitto, Paese arabo moderato e ai Paesi africani. Il 10 luglio, infine, il confronto coinvolgerà Indonesia, Australia e Corea del Sud (membri del Mem, Major economies meeting, competente per i cambiamenti climatici).
Dalla
Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale
( da "Sole
24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Dalla Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale Niente fuochi d'artificioe botti in Cina: il capodanno cinese è previsto per la fine di gennaio. Ma nella base militare di Wuhan il nuovo anno occidentale è stato comunque salutato con un'esercitazione del tutto particolare: i giovani del battaglione di stanza nella caserma hanno formato un prosaico 2009.
Investire
nella ricerca conviene ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina ed India, investendo sempre più risorse nella ricerca, supereranno gli Stati Uniti nella scienza e tecnologia. Il paese a stelle e strisce sarà pronto a valorizzare industrialmente, meglio di "Cindia", la conoscenza da loro generata. Questa posizione, popolare nelle Business Schools americane, ha sollevato in questi anni la reazione delle maggiori istituzioni accademiche e delle
Resta
intatto il fascino dell'oro ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, Arabia Saudita, Italia, Turchia e Stati Uniti. L'indagine ha preso in esame l'approccio di quasi 7.500 donne di età compresa tra i 15 e i 65 anni nei confronti degli articoli di lusso e dei beni di consumo, analizzandone le opinioni circa le caratteristiche dei prodotti, i prezzi e la concorrenza di altri beni di consumo.
Ashqelon,
quando la fuga è una normale quotidianità
( da "Avvenire"
del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract:
sgangherato
Grad da
Medio
Oriente/Tra rischio di guerra totale e vera svolta diplomatica. Quel miracolo
atteso da sessant'anni ( da "AmericaOggi Online"
del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: di Russia e Cina, e sorvolando sugli appelli al solito più impalpabili dell'aria del Palazzo di Vetro, resta da esaminare la posizione dei Paesi arabi moderati (segnatamente dell'Egitto e dell'Arabia) e dell'America. I primi, nonostante le roboanti condanne dell'"aggressione israeliana", in realtà felicissimi dei bombardamenti che stanno bersagliando Hamas.
i
talenti da agevolare all'università di palermo - maurizio carta
( da "Repubblica,
La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina e India in testa). L´onere della prova ci chiede un bagno di umiltà, ci impone di uscire da un atteggiamento protezionistico spesso autoreferenziale e ci chiede di sottoporci a valutazione, di immetterci nel vortice della società, nella dinamica dei suoi processi evolutivi, di alimentarci della domanda di cultura e di accettare la tenzone con gli altri fattori di sviluppo.
ztl,
un grosso guaio a chinatown ( da "Repubblica, La"
del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Volete essere più vip e meno «Cina»: è questa la sintesi, oppure ho mal considerato la vostra «puzza sotto il naso» verso tanta gente che sfacchina dalla mattina alla sera? La vostra immagine ideale di Milano mi pare quella di un ordinato cimitero. In via Sarpi siete stati parzialmente accontentati con questa truce e «truzza» Ztl,
spazio,
pentagono e nasa un piano contro la cina
( da "Repubblica,
La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Pentagono e Nasa un piano contro la Cina WASHINGTON - La Nasa e il Pentagono uniti contro i progetti spaziali cinesi: sarebbe il presidente eletto Barack Obama, secondo l´agenzia Bloomberg, a voler far cadere le barriere fra il programma spaziale militare e quello civile e aumentare la collaborazione tra le due parti, così da accelerare i tempi di una futura nuova missione sulla Luna.
"dovranno
aumentare i consumi e per noi diventa un'occasione" - eugenio occorsio
( da "Repubblica,
La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Dovranno aumentare i consumi e per noi diventa un´occasione" La Cina può far pesare sull´Occidente la sua capacità di finanziare il debito internazionale con le sue maxi riserve EUGENIO OCCORSIO ROMA - «La crisi in Cina è pesante. Ha colto di sorpresa i cinesi e penalizza soprattutto le piccole imprese proiettate all´export».
la
recessione globale è arrivata in cina: frena l'export e il manifatturiero è in
crisi dall'occidente non arrivano più ordini e i pagamenti vengono ritardati
nei distretti industr ( da "Repubblica, La"
del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: della Cina, dagli ex dragoni Singapore e Taiwan fino alla Corea del Sud e al Giappone, a riprova che la grande locomotiva cinese non tira più. Anche i mercati finanziari annusano il sangue: per anni la Cina era stata la destinazione favorita degli investimenti esteri, sul finire del 2008 invece l´Estremo oriente ha subito un deflusso di capitali per 60 miliardi di dollari.
la
crisi si sposta verso pechino. e adesso, dopo anni di boom, anche il più grande
produttore mondiale rischia la paralisi - federico rampini pechino
( da "Repubblica,
La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: epicentro della paura globale si sta spostando velocemente in Cina. Per capire la tensione ai vertici della Repubblica Popolare è cruciale un dato apparso ieri. La produzione industriale cinese è calata per il quinto mese consecutivo: è la più grave caduta mai verificatasi nell´èra post-maoista, cioè da quando il gigante asiatico è diventato un´economia di mercato.
Le
Fs francesi rafforzano la flotta ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina di chiudere i confini alle forniture degli operatori stranieri: un vero problema in una fase delicata come quella attuale. Philippe Mellier, presidente di Alstom Transport, ha incoraggiato al boicottaggio del made in China in un'intervista rilasciata ieri al quotidiano Financial Times, sottolineando che i Paesi occidentali dovrebbero rifiutarsi di comprare treni prodotti in
Annata
da dimenticare per gli indici immobiliari
( da "Sole
24 Ore, Il" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: il Bric composto da un mix di indici di Brasile, Russia, India e Cina che si è rivelato alquanto infelice (-84%). Voltando lo sguardo verso le mete capaci di resistere alla tempesta economico-finanziaria in corso troviamo il Lussemburgo (-0,17%) seguito da Sud Africa (-7%), Belgio (-19,6%) e Portogallo (-21%).
la
recessione è ormai globale - giuseppe turani
( da "Repubblica,
La" del 04-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: La Cina, per esempio, che era cresciuta dell´11,9 per cento nel 2007, quest´anno crescerà di appena il 6,9 per cento. Il denaro continuerà a costare poco. La Fed ha già annullato il costo del denaro, ma questa è solo una facciata. Ha messo in atto anche misure poco ortodosse come, ad esempio, l´acquisto di commercial paper,
gomme,
test e motori la crisi cambia la motogp - enrico sisti
( da "Repubblica,
La" del 04-01-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: In Cina non si è più potuto andare perché il Gp di Shanghai era un bagno di sangue e per accaparrarselo il main sponsor dello scorso anno, Pramac, ha speso poco meno di 100 mila euro. In Ungheria, sul nuovo tracciato del Lago Balaton, si andrà come per scommessa.
( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 25 - Commenti
La scienza della felicità nell´anno più buio (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) TIMOTHY
GARTON ASH Sarebbe nondimeno un errore marchiano se in occasione del loro
ventesimo anniversario non si rivedessero e riesaminassero le premesse di quel
tipo di capitalismo del libero mercato ? talora denominato
"neoliberal" - che a partire dal 1989 appare trionfare da due
decenni. Prima di tutto e palesemente l´equilibrio tra Stato e mercato,
pubblico e privato, mano visibile e mano invisibile. Anche prima del tracollo
del settembre scorso, Barack Obama aveva cercato di esortare i suoi compatrioti
ad accettare l´idea che il governo non sempre è una parolaccia. Nei mesi
successivi si è assistito a un plateale spostamento verso un più importante
ruolo dello Stato, di solito con iniziative di improvvisazione governativa a
dir poco disperate, in altri casi (come nella Londra di Gordon Brown)
ideologicamente legittimate come Keynesianesimo, e in altri ancora (per esempio
nella Washington di George Bush), come puro e semplice Disperazionismo. Quanto
di questo spostamento sia temporaneo e quanto sia invece destinato a durare più
a lungo non potremo saperlo entro la fine di quest´anno: quantunque la maggior
parte di questo spostamento stia attualmente avendo luogo in direzione di un
rafforzamento della mano visibile del governo, potrebbe anche non continuare a
essere così. Un illustre riformista economico cinese poco tempo fa mi ha detto
che la crisi finanziaria asiatica di dieci anni fa ha catalizzato una riforma
maggiormente orientata al mercato dell´economia cinese, e che anche questa farà
altrettanto. Se ha ragione, si potrebbe arrivare a ipotizzare addirittura una
sorta di convergenza globale su qualche variante di economia di mercato sociale
in stile europeo, con Stati Uniti e Cina più vicini rispetto alle attuali posizioni in contrasto tra
loro. è importante tuttavia tener presente che ho usato le seguenti parole:
"qualche variante". Anche in Europa, infatti, ci sono notevoli
varianti tra le combinazioni possibili di Stato e mercato e il modo col quale
esse funzionano. Ciò che si rivela adeguato a un piccolo Paese del Nord,
può non essere efficace per un grande Paese del Sud. Non esiste una formula
universale. Ciò che conta davvero è che cosa va bene per voi. Una seconda
considerazione per il 2009 riguarda ciò che serve a una crescita sostenibile,
verde, a bassa emissione di anidride carbonica, indispensabile a prevenire
l´imminente punto di non ritorno del riscaldamento globale. In discussione,
adesso, ci sono due cose: quanta crescita e quale tipo di crescita. Ancora una
volta, Obama sta cercando di individuare le chance che questa crisi offre,
orientando parte del suo incentivo fiscale keynesiano verso investimenti in
energie alternative. Nel suo complesso, però, verosimilmente il 2009 pare
prospettarsi come un altro pessimo anno, dal punto di vista della lotta al
riscaldamento globale. Orientarsi verso un´economia sostenibile, a ridotta
emissione di anidride carbonica, impone sia alle aziende sia ai governi di
accollarsi spese a breve termine per benefici a lungo termine. Quando le
aziende e i governi si ritrovano con le spalle al muro, di solito fanno il
contrario. Quasi certamente, il meglio che possiamo augurarci è che i nostri
leader stiano alla larga dal nazionalismo economico-rubamazzo degli anni
Trenta: per consentir loro di andare oltre, si renderà inevitabile uno
spostamento più incisivo delle aspettative nei loro confronti da parte degli
elettori e degli azionisti. Pertanto fino a quando noi, la popolazione, saremo
guidati nelle nostre scelte finanziarie e politiche dalla stella polare dei
profitti economici a medio termine, non dovremmo biasimare i nostri leader di
adoperarsi per darci ciò che chiediamo. Una terza, essenziale presa di
coscienza ci obbliga dunque a guardare alle nostre personali stelle polari:
quanti più soldi e "cose materiali" ci occorrono? Siamo sicuri che
chi si accontenta gode? ("No", dicono all´unisono i pubblicitari).
Potremmo farcela con meno? Che cosa vi sta davvero a cuore? Che cosa
contribuisce in misura maggiore alla vostra felicità personale? Che lo crediate
o meno, esiste ora un intero sottocampo di studi accademici sulla felicità:
l´economista Richard Laynard ha scritto un libro molto interessante che si
intitola "Happiness, Lessons from a New Science". Sarà questa ciò di
cui parlava Nietzsche, alludendo alla "gaia scienza"? Uno studioso
olandese, Ruut Veenhoven, ha creato un database mondiale della felicità che
annovera classifiche nazionali: ha illustrato i risultati delle sue ricerche su
un sito web canadese in un articolo intitolato "Il Canada supera gli Stati
Uniti nell´indice di felicità globale", nel quale ovviamente è la vittoria
sugli Usa a contribuire in buona parte alla felicità materiale dei canadesi.
Una classifica diversa e una "mappa mondiale della felicità" a quanto
pare sono state messe a punto dall´università britannica di Leicester. La
Danimarca si colloca in entrambe al top della classifica. Infine, esiste anche
un "Giornale di studi sulla felicità" (il cui editore molto
verosimilmente se la ride per tutto il tragitto che compie fino alla banca).
Indipendentemente da ciò che pensate del valore sostanziale di questa roba ?
scusatemi, di questa scienza ? potete trascorrere tranquillamente un´oretta a
navigare in Rete per leggerne di più e chiedervi quanto di ciò sia inventato di
sana pianta. Tornando a questioni più serie, invece, alcune scelte
effettivamente ricadono sui singoli cittadini della middle-class dei Paesi più
ricchi. Deve essere chiaro che il pianeta non può tollerare che 6,7 miliardi di
persone vivano come vive oggi la middle-class in America settentrionale e in
Europa occidentale, per non parlare delle previsioni entro la metà del secolo
di arrivare a nove miliardi di abitanti del pianeta: o una più ampia parte del
genere umano dovrà essere escluso dai benefici del benessere, o il nostro stile
di vita dovrà necessariamente cambiare. Il mantra col quale la maggior parte
dei nostri leader politici e del mondo degli affari entra nel 2009 è
"torniamo alla crescita economica, costi quel che costi". Similmente
all´equipaggio di una barca in piena tempesta, si ripropongono di tenerla a
galla e in moto sui marosi, senza curarsi di quale sia la rotta da seguire, ma
mentre ci dirigiamo verso l´epicentro della tempesta, che ancora non ci ha
colpiti, dovremmo dare enorme importanza alla rotta che seguiamo. Ciò rende
inevitabile una leadership di alto livello, ma anche cittadini in grado di
esigere una tale leadership. Per quanto mi riguarda, sarei felice di apportare
al mio stile di vita i cambiamenti che dovessero rendersi necessari? Quasi
sicuramente no, ma quanto meno mi piacerebbe sapere quali dovrebbero essere.
www.timothygartonash.com Traduzione di Anna Bissanti
( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina V - Bari Il
caso Contraffazioni boom di sequestri Sono i prodotti contraffatti, provenienti soprattutto dalla Cina, a tenere
banco nei sequestri operati nel 2008 nei porti e negli aeroporti pugliesi
dall´Agenzia dogane, che ha competenza sui territori di Puglia e Basilicata.
Nell´ultimo anno sono stati sequestrati oltre 228.000 calzature e 220.000 capi
d´abbigliamento, questi ultimi provenienti in parte anche dall´Albania.
Sequestrati anche più di 80.000 prodotti, tra indumenti, fanali per auto,
materiale fotografico e per illuminazione, che recavano il falso marchio ´made
in Italy´ e invece provenivano da Albania e Turchia.
( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 23 - Economia
Global market La Germania resiste all´assalto cinese il record dell´export è
ancora suo La crisi finanziaria globale ha risparmiato molte compagnie e ora è
il momento di comprare le azioni di queste società che sono chiaramente
sottovalutate Nel 2008 della grande crisi la Cina, contro ogni aspettativa, non ce l´ha fatta a sorpassare la
Germania e a strapparle il posto di numero uno mondiale dell´export. Nonostante
il forte calo degli ordinativi a novembre e dicembre, le esportazioni tedesche
hanno anzi raggiunto, nell´anno che si è appena concluso, un nuovo record
storico: per la prima volta hanno sorpassato i mille miliardi di euro. I
dati sono stati appena forniti dall´associazione del commercio estero tedesco.
Il cui presidente, Anton Boerner, avverte che il 2009 sarà all´inizio molto
difficile, ma poi l´export tedesco potrà riprendersi. A partire dall´estate
infatti, secondo il Bga, le aziende esportatrici tedesche profitteranno più di
ogni concorrente al mondo dei giganteschi programmi pubblici di sostegno alla
congiuntura varati o in corso di lancio da parte di molti paesi, a cominciare
dagli Stati Uniti. Nonostante la recessione annunciata per la Germania dunque,
l´export made in Germany terrà. «Sia che si tratti delle infrastrutture, sia di
tecnologie per la difesa dell´ambiente, noi tedeschi siamo assolutamente i
market leader mondiali e disponiamo delle tecnologie per il futuro», afferma
Boerner. Un altro elemento a favore della Germania sono i bassi costi dei
carburanti, che porteranno a uno sgravio per le aziende tedesche. L´euro forte
d´altra parte potrà rincarare l´export, con effetti negativi. Andrea Tarquini
[la svizzera fa i conti con il crac] Durante le festività natalizie in Svizzera
si facevano i conti dei danni provocati dal crac del finanziere Bernard Madoff.
Fonti attendibili riferiscono di circa un miliardo di dollari persi nella sola
Lugano e addirittura di 4 miliardi di rosso in quel di Ginevra. è abbastanza
assodato che gran parte di queste perdite, perlomeno quelle di Lugano, potrebbero
far riferimento a aziende o privati italiani che avevano disponibilità in
gestione presso intermediari rossocrociati. Per evitare cause spiacevoli e
danni reputazionali diverse banche elvetiche sono corse ai ripari garantendo ai
clienti la copertura fino a metà delle perdite subite ma è chiaro che con
Madoff è venuto alla luce un sistema che ingrassava a dismisura i gestori e
penalizzava i clienti finali. Madoff, per tenere in vita la sua catena
truffaldina, retrocedeva tutte le commissioni ai gestori che piazzavano nei
portafogli i suoi prodotti senza stare tanto a esaminarli nel merito. Da
qualche anno a questa parte l´obbiettivo dei gestori era diventato quello di
far pagare più commissioni possibili ai clienti finali piuttosto che fargli
ottenere dei buoni rendimenti. E ora, sostengono in molti, anche questi gestori
spregiudicati dovrebbero finire sul banco degli imputati e restituire il
maltolto. Giovanni Pons
( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: MONDO data: 2009-01-02 - pag: 8 autore: ANALISI Un nuovo
multilateralismo per gestire le sfide globali di Silvio Fagiolo M orte e
trasfigurazione del G-8 figurano al primo posto nel programma della presidenza
italiana, che inizia il 1Ú gennaio. All'Italia tocca gestire la fase
costituente di una nuova istituzione cui affidare potenzialità e prospettive
non più assolvibili dal gruppo creato a metà degli anni Settanta, che
altrimenti rischierebbe di sopravvivere a se stesso. Un G-8 non solo rinnovato,
ma completamente reinventato per farne il nuovo cantiere del multilateralismo.
Una svolta che tenga conto di un'Europa potenza adulta; di un'America che
scrolli da sé il manto dell'unilateralismo; delle nuove potenze nel mondo. La
crisi economica e finanziaria ha reso solo più acuta la percezione
dell'inadeguatezza della formula attuale, la limitatezza dei suoi orizzonti,
della sua rappresentatività rispetto a nuovi protagonismi, ai nuovi equilibri
demografici. Certo, uscendo dai confini attuali si attenua un punto di forza
della vecchia formazione, l'omogeneità dei suoi membri, con la parziale
eccezione della Russia, intorno ai principi del mercato e della democrazia.
Anche il processo decisionale sarà più difficile, per la varietà degli
interessi rappresentati, per la più laboriosa ricerca del consenso con regimi
politici interni diversi, con le diverse ideologie che li legittimano. Sono,
questi, prezzi da pagare in nome di un disegno più avanzato, di un rinnovato
strumento che sappia proporsi come fulcro e motore di un più efficace governo
globale. Solo uscendo da una partecipazione ancora troppo chiusa ed elitaria
sarà possibile coinvolgere altri Paesi in veste di interlocutori politici,
partner di iniziative specifiche, beneficiari di azioni di sostegno e di
assistenza. Sarà possibile evitare che le nuove potenze economiche coalizzino
il loro veto nei grandi negoziati internazionali tuttora aperti. Così nel caso della Cina, all'interesse a divenire parte
del club fa da contrappunto quello di farsi portavoce delle rivendicazioni di
Paesi meno avanzati o di organizzazioni regionali antagoniste del G-8. Un
vertice più ampio contrasterebbe, almeno parzialmente, l'azione di coloro che
considerano inaccettabile la pretesa di dettare soluzioni precostituite a
problemi che riguardano l'umanità intera. In un anno nel quale fra
l'altro l'Unione Europea non potrà più contare sul protagonismo della presidenza
francese, spetterà all'Italia allargare l'orizzonte politico-istituzionale
della comunità internazionale. Lo esigono la crisi economica; la
redistribuzione del potere mondiale; il declino della legittimità delle
istituzioni esistenti. L'Occidente ha finora guidato il processo di creazione e
distribuzione della ricchezza. L'ascesa del mondo "altro" rappresenta
una corrente ampia e possente, destinata a durare. Nei prossimi decenni tre
delle quattro maggiori economie saranno non occidentali: Cina,
Giappone, India. è un fenomeno economico, ma che ha conseguenze politiche,
mi-litari, culturali. Il G-
( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: MONDO data: 2009-01-02 - pag: 8 autore: Governance mondiale. L'Italia
assume per la quinta volta la presidenza del vertice dei Grandi Roma guida la
riforma del G-8 Un meeting a geometria variabile sempre più aperto agli
outsider Gerardo Pelosi ROMA L'unica cosa certa è che il 2009 segnerà quasi
certamente la fine del G-8 inteso come "salotto buono" dei ricchi del
pianeta che da Rambouillet (1975) a oggi ha dettato, da solo, le regole della
governance mondiale. La crisi finanziaria, i temi globali come sviluppo, lotta
alle pandemie e clima, il terrorismo internazionale e le crisi regionali, da
Gaza all'Afghanistan, richiedono risposte sempre più coordinate e
responsabilità più ampie. Sarà dunque il "formato flessibile" la
novità del G-8 di cui l'Italia, da ieri, ha assunto la presidenza per la quinta
volta (tre con Silvio Berlusconi presidente del Consiglio). «Ecco perché –
spiega Giampiero Massolo, segretario generale della Farnesina e
"sherpa" del G-8 –il tema del formato ha assunto la dignità di vera
issue della nostra presidenza; non si tratta di reiterare meccanismi già
sperimentati in passato come l'outreach (aprirsi, ndr) ma di rapportarsi in
maniera permanente e strutturata alle economie emergenti coniugando
rappresentatività ed efficienza. D'ora in poi, non ci sarà più un formato unico
per gestire tutte le sfide globali». Si tratterà, innanzi tutto, di creare un
equilibrio maggiore tra formati esistenti. Ad esempio tra il G-8 (che sarà il
nocciolo duro del sistema) e il G-20 che, per tutto il 2009, sarà presieduto
dal Regno Unito e che, dopo la riunione di Washington a ottobre, si è imposto
come punto di riferimento per le ricette contro la crisi finanziaria. «Non c'è
nessuna concorrenza tra i due formati - precisa Massolo – c'è, anzi, uno
spirito di grande coordinamento anche se riteniamo che il rapporto strutturato
tra G-8 e Paesi emergenti sia da difendere perché, a differenza di formati più
allargati, consente un vero confronto tra i leader». Il G-8 cambierà dunque
pelle trasformandosi da riunione annuale degli otto grandi in un processo di
geometrie variabili. Con il summit che si terrà dall'8 al 10 luglio alla
Maddalena,la presidenza italiana intende sottolineare il carattere di
"processo". Se nella giornata dell'8 luglio si terrà il G-8
tradizionale, il giorno successivo la discussione, in particolare su sviluppo, crescita ed energia, verrà allargata al G-5 (Cina, India, Brasile, Sudafrica e Messico) oltre all'Egitto, Paese
arabo moderato e ai Paesi africani. Il 10 luglio, infine, il confronto
coinvolgerà Indonesia, Australia e Corea del Sud (membri del Mem, Major
economies meeting, competente per i cambiamenti climatici). Insomma un
G-8 come primo cerchio, un G-14 come secondo e un G-17 come terzo. Basterà
questa moltiplicazione di formati a risolvere i problemi del mondo?
«Probabilmente ancora no – risponde Massolo – ma è l'unico tentativo possibile
per favorire analisi e responsabilità condivise sia dai Paesi sviluppati che
dalle economie emergenti». Il primo banco di prova per verificare la
praticabilità delle geometrie variabili sarà la riunione del G-20 che si terrà il
2 aprile a Londra e alla quale parteciperà il nuovo presidente americano Barak
Obama. Già dalle sue dichiarazioni di insediamento, il 20 gennaio, sarà
possibile, tuttavia, trarre indicazioni su quale strada intende seguire
l'America nelle soluzioni delle sfide globali. Il G-20 si raccorderà
soprattutto con il G- 7 delleFinanze per la riforma delle istituzioni
finanziarie. Se si eccettuano i temi dell'attualità politica riservati al G-8
dei ministri degli Esteri che si terra il 26 giugno a Trieste,i temi della
Maddalena resteranno quelli di sempre: sviluppo, crisi energetica, prezzi
agricoli, lotta alla povertà con mobilitazione di tutti i soggetti ( privati,
enti pubblici, Ong). E sul clima, la presidenza italiana avrà il compito di
preparare il terreno della conferenza di Copenaghen per un nuovo accordo sul
dopo Kyoto nel 2012 coinvolgendo gli Stati Uniti e gli altri grandi inquinatori
come Cina e India. gerardo.pelosi@ilsole24ore.com
PROSSIMI PASSI L'obiettivo è costruire un rapporto più strutturale con le
economie emergenti coniugando l'efficienza alla rappresentatività
( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-02 - pag: 10 autore: Dalla Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale Niente fuochi
d'artificioe botti in Cina: il capodanno cinese è previsto per la fine di gennaio. Ma nella
base militare di Wuhan il nuovo anno occidentale è stato comunque salutato con
un'esercitazione del tutto particolare: i giovani del battaglione di stanza
nella caserma hanno formato un prosaico 2009. Solo ad Hong Kong l'anno
nuovoè stato festeggiato con fuochi d'artificio fatti esplodere sui principali
grattacieli. REUTERS
( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-02 - pag: 10 autore: Investire
nella ricerca conviene di Riccardo Viale I n una recente dichiarazione Barack
Obama ha riaffermato, in modo solenne, la priorità della scienza e tecnologia
nella futura agenda del suo governo. La stessa composizione del suo staff
sembra rispecchiare questo intento. Molti sono gli scienziati- o come ministri
o come consiglieri- che sono stati chiamati alla Casa Bianca. Questa enfasi, di
stampo kennediano, rivolta al rilancio della ricerca americana, potrebbe
sembrare eccessiva per chi, come noi, è abituato a sentire le dichiarazioni di
ricercatori italiani fuggiti nell'eldorado delle università americane; a
enumerare i premi Nobel di nazionalità americana che vengono assegnati ogni
anno; a leggere delle frequenti strabilianti scoperte che escono dai vari
laboratori universitari statunitensi; a guardare la maggiore densità dei poli
di innovazione nel territorio americano rispetto al resto del mondo, eccetera.
Ciononostante essa riflette un reale timore che nasce da due fatti. Il primo è
un indebolimento della posizione americana nelle graduatorie sulla ricerca e
l'innovazione. Negli ultimi quattro anni si è visto un peggioramento nella
capacità scientifica, brevettuale e nella bilancia tecnologica. Il fatto più
allarmante è però che sta prendendo piede una tesi, negli ambienti
istituzionali e politici americani, sulla inutilità del primato nella scienza e
tecnologia per mantenere quello di tipo industriale. Questa tesi che potremmo
definire italiana, trova la sua recente espressione nel recente libro di Amar
Bhidé The Ventursome Economy. Il succo di questa posizione, spesso richiamata
da buona parte della nostra classe politica ed imprenditoriale, è che non valga
la pena di investire cospicue risorse per avere molti scienziati, produrre
scoperte e brevetti, tanto ciò che conta è come si utilizza la conoscenza a
livello industriale. Quindi non si deve temere di essere secondi nella ricerca
ed importare tecnologie dall'estero quando si è primi nella loro
commercializzazione, diffusione ed uso. Questo primato è, a sua volta reso
possibile non solo dalla superiore cultura manageriale delle imprese americane,
ma anche da una caratteristica unica degli Stati Uniti: l'alta propensione
innovativa dei consumatori, disposti a sperimentare senza timore e, almeno fino
a prima della crisi, a comprare ogni tipo di prodotto innovativo. Non c'è
quindi da temere per il futuro se Cina ed India, investendo sempre più
risorse nella ricerca, supereranno gli Stati Uniti nella scienza e tecnologia.
Il paese a stelle e strisce sarà pronto a valorizzare industrialmente, meglio
di "Cindia", la conoscenza da loro generata. Questa posizione,
popolare nelle Business Schools americane, ha sollevato in questi anni la
reazione delle maggiori istituzioni accademiche e delle imprese più
esposte alla frontiera della competizione tecnologica. Ultimamente Eric
Schmidt, Ceo della Google, alla luce del trend di disimpegno dalla ricerca di
questi anni, ha fatto balenare lo spettro di un'America come mera destinazione
finale di consumo di prodotti ideati e realizzati altrove. Chi sostiene questo
tipo di tesi sembra dimenticare il ruolo trainante che la ricerca ha avuto
nello sviluppo industriale americano, in tutto l'Ottocento e il Novecento, ma
soprattutto a partire dalle interpretazioni della legge antitrust del 1890 e da
quella sulla proprietà intellettuale del 1898. Si calcola che dal 1909 al
( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: STILE E TENDENZE data: 2009-01-02 - pag: 17 autore: Gioielli Resta
intatto il fascino dell'oro S ono i gioielli in oro gli oggetti più amati dalle
donne tra i beni "discrezionali". è quanto emerge dall'indagine 2008
del World Gold Council (Wgc), What Women Want: Global Discretionary Spending
Report, condotta dalla società di ricerche di mercato GfK sui principali
mercati di gioielli in oro in India, Cina, Arabia Saudita, Italia,
Turchia e Stati Uniti. L'indagine ha preso in esame l'approccio di quasi 7.500
donne di età compresa tra i 15 e i 65 anni nei confronti degli articoli di
lusso e dei beni di consumo, analizzandone le opinioni circa le caratteristiche
dei prodotti, i prezzi e la concorrenza di altri beni di consumo.
Dall'indagine emerge che, nel complesso, malgrado la contrazione del potere di
acquisto delle donne a livello globale e la crescente concorrenza di altri beni
discrezionali, i gioielli in oro hanno continuato a esercitare il loro fascino.
Anche se in Italia la fiducia dei consumatori è in generale inferiore a quella
degli altri Paesi presi in esame per effetto del clima economico. «Sullo sfondo
di un aumento della quotazione aurea, che all'inizio del
( da "Avvenire" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina
MONDO 02-01-2009
Ashqelon, quando la fuga è una normale quotidianità DAL NOSTRO INVIATO A
ASHQELON « L ei mi chiede " in tempi normali" quanti palestinesi
ricoveriamo ogni giorno? È dai tempi di Sansone che non c'è stato un giorno
normale qui ad Ashqelon. Anche prima che chiudessero il valico di Eretz arrivavano
giovanotti con le ginocchia spaccate dai proiettili: erano quelli di Fatah, che
i miliziani di Hamas andavano a prendere di notte casa per casa per ridurli poi
così» . Ron Lobel ha 57 anni, gli occhi azzurro chiaro, una barba rossa che
vira al grigio, una schietta discendenza yiddish e un posto di grande
responsabilità, visto che oltre che medico internista è direttore dei servizi
di emergenza del Barzilai Medical Center di Ashqelon, antica città filistea,
dove Sansone allestì un enigma crudele per risolvere il quale corse il sangue e
si ordirono congiure. E un enigma non lo stesso, certamente anche oggi siamo
costretti a tentare di risolverlo: come si può vivere in una città in cui
dieci, venti volte al giorno la sirena dell'allarme annuncia l'arrivo di un
missile Qassam lanciato da Gaza e da quel momento hai quindici secondi di tempo
per metterti al riparo prima che un boato lontano o vicino cambia poco ti
faccia tirare un sospiro di sollievo e tu possa dire: anche stavolta ce l'ho
fatta? Dalia Tal, che gestisce la mensa dell'ospedale, ha due figlie, una
nell'aeronautica militare, l'altra nei servizi a terra. Prova lei a rispondere:
«Quando arriva il missile penso a loro due. E dico, meglio me che le mie
figlie...» . Ma innegabilmente una differenza profonda e forse qui sta la
soluzione dell'enigma tra il giornalista che arriva per la prima volta a
Ashqelon e chi da otto anni si aspetta ogni momento un razzo malandrino la puoi
scorgere nei singoli movimenti, nei gesti ritualizzati, nella sconcertante lentezza
con cui gli abitanti di questa città si mettono al riparo e scendono nei
rifugi: noi giornalisti corriamo, con il cuore in gola e nelle orecchie un
orologio segreto che conta i secondi, loro no, fanno tutto con meccanica
efficienza, affrontando l'ingorgo di telefonate ai parenti, ai figli, agli
amici, dopo ogni botto. Perché questa è diventata la normalità di questa bella
cittadina affacciata sul mare, come è diventato normale incassare la testa nel
collo a Sderot, piuttosto che a Yad Mordechai. «Ma non creda che ci si abitui
dice il dottor Lobel , per mesi migliaia di bambini si svegliano con la paura e
vanno a dormire con la stessa paura. Il 20% dei pazienti dei nosti reparti
psichiatrici è affetto da una sindrome permanente di panico, patologie dalle
quali non guariranno mai più. Questo è il danno vero dei Qassam, non le buche
che fanno nei marciapiedi o i dodici morti all'anno. E tra l'altro stanno
colpendo sempre più lontano e sempre più precisi» . È vero. Ce ne rendiamo
conto a Be'er Sheva, capitale del Negev e antichissima città dove Isacco fece
scavare sette pozzi ( donde il nome), duecentomila abitanti, la sesta città di
Israele e soprattutto un luogo che si credeva fuori della portata dei missili
di Gaza. Ma sul finire del 2008 la sorpresa è stata amarissima: basta uno sgangherato Grad da
( da "AmericaOggi Online" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Medio Oriente/Tra
rischio di guerra totale e vera svolta diplomatica. Quel miracolo atteso da sessant'anni
di Pino Agnetti 31-12-2008 Esiste uno sbocco diplomatico alla Prima Guerra di
Gaza? La domanda al centro anche del vertice straordinario Ue di ieri
pomeriggio a Parigi è destinata a rimanere a lungo senza una reale risposta. E,
ciò che è ovviamente peggio per le vittime che continuano a crescere di ora in
ora, senza che nessuno sia in grado di dire per quanto. Eppure, forse mai un
conflitto ha seguito una "tabella di marcia" politico-diplomatica
tanto precisa e cadenzata. Basta riavvolgere il nastro delle dichiarazioni di
parte israeliana. Fase uno: dopo il rifiuto unilaterale di Hamas di prorogare
la tregua metteremo fine al suo dominio su Gaza e ai lanci indiscriminati di
razzi contro le nostre città. Fase due: i raid aerei sulla Striscia sono solo
un primo stadio, cui se necessario (cioè se Hamas non si piegherà accettando un
cessate il fuoco a condizioni ben più rigide di prima) seguiranno anche le
operazioni terrestri. Fase tre: nella Striscia di Gaza governi chiunque, tranne
loro. Più chiaro di così. Talmente chiaro che i 27 ministri degli Esteri
dell'Unione convocati d'urgenza da Sarkozy (il nostro Frattini è rimasto a Roma
per riferire al Parlamento degli sviluppi della crisi) hanno potuto solo
invocare l'apertura di un corridoio umanitario a Gaza. Richiesta accolta da
Israele che già aveva risposto positivamente agli analoghi appelli della regina
Rania di Giordania e del governo turco. Riepilogando, il panorama del
cosiddetto "pressing internazionale" è dunque il seguente. A fine
settimana, Sarkozy riceverà a Parigi il ministro degli Esteri di Gerusalemme,
quella Tzipi Livni che fra meno di due mesi potrebbe diventare la nuova Golda
Meir d'Israele. Ma, a quel punto, il capo dell'Eliseo non sarà più il
presidente di turno Ue, dato che dal 1 gennaio lo scettro dell'Unione passerà
nelle mani del premier ceco. E sarebbe folle pensare che il pur bravo Mirek
Topolanek possa avere più voce in capitolo di "Sua maestà Sarkò".
Vero è che in queste giornate drammatiche è tornata farsi sentire la voce del
cancelliere tedesco Angela Merkel. La quale ha comunque chiarito che Israele è
più che legittimata a difendere i propri civili e il proprio territorio e che
la responsabilità della tragedia di Gaza appartiene "chiaramente ed
esclusivamente" ad Hamas. Lasciando da parte le proteste e le
preoccupazioni (ambedue scontate) di Russia e Cina, e sorvolando sugli appelli al solito più impalpabili dell'aria
del Palazzo di Vetro, resta da esaminare la posizione dei Paesi arabi moderati
(segnatamente dell'Egitto e dell'Arabia) e dell'America. I primi, nonostante le
roboanti condanne dell'"aggressione israeliana", in realtà
felicissimi dei bombardamenti che stanno bersagliando Hamas. La seconda,
costretta a una latitanza forzata (e secondo molti provvidenziale) dalla
transizione in corso fra l'attuale e la futura amministrazione. Conclusione
dell'excursus: diplomazia, sia pure non immobile, sostanzialmente al palo. E
parola ancora alle armi, con un'escalation da parte israeliana che - a giorni o
forse ore - potrebbe evolversi dai raid aerei all'invasione di terra. A questo
punto, la vera domanda è se il conflitto resterà circoscritto a Gaza. Cioè, se
l'operazione "Piombo fuso" non finirà col riattizzare l'incendio
libanese (vedi i bellicosi proclami del leader di hezbollah, Hassan Nasrallah),
se non una guerra totale nella regione come minacciato dall'Iran. Ma proprio
questo rischio estremo potrebbe sortire la svolta che il Medio Oriente attende
ormai da 60 anni: l'avvio di un negoziato finale fra palestinesi e israeliani,
supportato da una missione internazionale col mandato di vigilare sul cessate
il fuoco e sulla successiva nascita di due stati finalmente in pace e in
sicurezza. Inutile dire che l'unico in grado di far da "levatrice" a
uno sbocco del genere è lui, Barack Obama. Ma la pre-condizione perché Mr
"Yes we can" possa riuscire in un miracolo siffatto è la definitiva
sconfitta politico-militare di Hamas per mano dei palestinesi moderati e di
Israele. Un'alleanza mai come in queste tragiche ore necessaria e, purtroppo
per chi soffre e continua a morire in Terra Santa, da fantascienza.
( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina XV - Palermo
I TALENTI DA AGEVOLARE ALL´UNIVERSITà DI PALERMO MAURIZIO CARTA L A CRISI CHE
ATTRAVERSA L´UNIVERSITà - come testimoniato anche da altri interventi su queste
pagine - è una crisi strutturale, oggi amplificata e accelerata dal conflitto
tra le aspirazioni di crescita del sistema universitario nazionale e le
necessità di riduzione delle spese del governo. La situazione dell´Ateneo
palermitano non è in questo molto diversa da quella delle altre università
italiane. Non vi è dubbio che le proteste di novembre e dicembre, le grida di
allarme nei confronti delle conseguenze dei tagli già inferti al Fondo di
funzionamento ordinario e le ipotesi di riforma generale dirette verso la
riduzione del ruolo dell´università statale chiedono la nostra attenzione,
vigilanza e capacità di indignazione. Ma chiedono anche di superare un
atteggiamento puramente reattivo per assumerne uno attivo, propositivo e
progettuale. Non vorrei che mentre erigiamo le barricate qualcuno ne approfittasse
per chiuderci dentro le nostre mura a lasciarci consumare le ultime risorse,
per poi acquisire a basso costo le nostre spoglie. Credo invece che dobbiamo
avere la sincerità di ammettere che negli ultimi trenta anni è assolutamente
mancato un vero progetto per l´università, come invece hanno elaborato altri
paesi europei Francia in testa. è mancata la definizione del ruolo
dell´università nella società italiana: di massa o meritocratica, selettiva o
inclusiva, separata o integrata, responsabile o autoreferenziale, di volta in
volta siamo stati tutto questo insieme. Oggi, soprattutto se come sembra ci
sarà il tempo e l´occasione di un confronto serio nel paese, che parta dal
riconoscimento delle responsabilità e dalla consapevolezza che la crisi è strutturale
e non contingente, dobbiamo mutare atteggiamento. Dobbiamo avere la volontà e
la capacità di lavorare ad un «progetto culturale» che miri a ridefinire il
contributo reale dell´Università statale alla «promozione dello sviluppo della
cultura e della ricerca scientifica e tecnica» come ci impone l´articolo 9
della Costituzione Italiana. Se l´università vuole davvero essere un «motore
culturale» per la qualità, la competitività e la coesione del territorio in cui
opera, abbiamo l´obbligo di definire meglio dove dobbiamo andare per non far
girare a vuoto il motore una volta reso più potente. Sappiamo tutti che non
basta dichiarare la funzione strutturale e motrice dell´università, poiché non
funzione come un «mantra» che basta recitare innumerevoli volte perché si
concretizzi. Essa ci impone l´onere della prova. All´Università tocca oggi non
solo rimettere a posto le proprie articolazioni interne, non solo valutare
meglio gli effetti (i costi) delle sue scelte autonome, non solo ridurre gli
sprechi e rafforzare le innovazioni di sistema tra le sue componenti, non solo
eliminare il sospetto di privilegi in un mondo in crisi, tocca anche - e
soprattutto - dimostrare di saper essere un tassello indispensabile al
rafforzamento dell´armatura culturale del Paese, vera risorsa nel «capitalismo
di territorio» che l´Italia deve mettere a valore nella competizione con gli
altri Paesi. Siamo circondati da paesi che investono sull´università e sul
sistema della ricerca (Francia, Spagna, la Slovenia) e siamo immersi in una
competizione globale che si gioca anche sulla qualità del sistema dell´alta
formazione (Cina e India in testa). L´onere della prova ci chiede un bagno di
umiltà, ci impone di uscire da un atteggiamento protezionistico spesso
autoreferenziale e ci chiede di sottoporci a valutazione, di immetterci nel
vortice della società, nella dinamica dei suoi processi evolutivi, di
alimentarci della domanda di cultura e di accettare la tenzone con gli altri
fattori di sviluppo. Non si tratta solo di migliorare la formazione
degli studenti perché siano i protagonisti delle sfide del cambiamento nei
diversi campi in cui utilizzeranno le loro competenze, professionalità e
sensibilità, si tratta soprattutto di migliorare il rapporto tra la ricerca -
tutta e senza anacronistiche distinzioni tra umanistica e scientifica - e il
territorio, la comunità civile, il tessuto imprenditoriale e il sistema
istituzionale. Noi studiosi dobbiamo avere la capacità di re-immaginare il
ruolo della nostra ricerca non solo come avanzamento disciplinare -
indispensabile per la proiezione internazionale - ma come fattore qualificativo
e moltiplicativo dello sviluppo della società, dell´ambiente e dell´uomo. Non
da oggi abbiamo questo compito, già l´Agenda di Lisbona e la Dichiarazione di
Bologna per la competitività dell´Europa ci impegnavano, insieme a tutte le
istituzioni, a lavorare per accelerare il passaggio a una nuova economia più
competitiva e dinamica, basata sulla conoscenza e fondata su tre cardini:
promuovere l´istruzione e l´informazione per vivere e lavorare nella nuova
Società dei Saperi; potenziare lo sviluppo della ricerca e dell´innovazione; ed
infine creare un ambiente favorevole alla nascita e allo sviluppo
dell´innovazione. Dobbiamo avere la capacità di trasferire le nostre ricerche
verso il più ampio spettro di utilizzatori, dobbiamo farle diventare
indispensabili all´evoluzione del paese. Non mi riferisco solo al trasferimento
tecnologico nei confronti delle imprese, ma parlo di sviluppare l´economia
della cultura, di migliorare i processi decisionali, di animare il dibattito
civile e quant´altro possiamo immaginare come nostro ruolo attivo. Naturalmente
tale trasferimento è oneroso, non semplice e immediato, ma è imprescindibile. E
non può essere sempre condotto dal singolo studioso. è invece una di quelle
innovazioni di sistema di cui abbiamo bisogno, è un compito dell´intero Ateneo,
delle sue strutture centrali e periferiche. Un compito di facilitazione, di
assistenza e di servizio che agevoli la trasmissione dell´energia creativa
prodotta dall´Università verso il territorio, trasformandola in energia
cinetica. L´Università di Palermo dovrà ripensare la sua multidisciplinarità,
agevolando le sinergie tra competenze, ricerche, approcci e talenti dei suoi
ricercatori. Solo se non ci sottrarremo a tale onere di responsabilizzazione,
di valutazione dei risultati, di chiarezza degli obiettivi riusciremo non solo
a salvare l´università statale, ma anche ad imprimere alla Sicilia e in
definitiva all´intero Paese l´accelerazione che gli serve. Solo quando
chiunque, anche chi non ci frequenta direttamente, griderà «nessuno tocchi
l´Università» potremmo dire di aver rispettato la nostra missione. L´autore è
direttore del Dipartimento città e territorio all´Università di Palermo
( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina XII - Milano
Ztl, un grosso guaio a Chinatown "Noi di Paolo Sarpi non vogliamo essere
la Svizzera di Milano, ma solo un quartiere normale. Perché lei non ci vuole
capire?" Gentile dottor Colaprico, in risposta a «Via Sarpi senza taxi/2»,
misurato intervento-lettera di una residente, lei risponde che non ne può più
di via Paolo Sarpi e dell´associazione Vivisarpi e giura che non capisce.
Infatti, si vede: 1) confonde i poteri di una associazione di residenti
(Vivisarpi) con quelli del Comune di Milano e dell´ATM che hanno disposto e
gestiscono la ZTL; 2) dimentica dieci e più anni di occupazione invasiva del
quartiere da parte di centinaia di punti vendita di merce all´ingrosso
destinata alle bancarelle di mercati rionali (di mezza Italia e oltre
frontiera) che operano quotidianamente nel quartiere, caricando e scaricando
mercanzia in continuazione, in spregio a ogni regolamento e alla presenza dei
residenti al novanta per cento milanesi. Questa ZTL, bella o brutta che sia, è
il primo intervento concreto attuato dall´Amministrazione pubblica inteso come primo
passo per risolvere il problema. E certamente costa sacrifici anche
significativi a residenti e commercianti. Non sopportiamo però commenti che
appaiono supponenti e superficiali, né pretendiamo di diventare la
"Svizzera di Milano". Pretendiamo solo di essere un quartiere come
gli altri e non un mercato a cielo aperto per fornitori, clienti, merci che
nulla hanno a che fare con la vita di un quartiere milanese. Grazie se vorrà
pubblicare. Lisi Vallardi Prego, ma confermo: e come sopporto io i suoi commenti,
così lei sopporti Postacelere. Via Paolo Sarpi mi stava simpatica, ci abitava
il mio amico Pietro Valpreda, ci ho mangiato, bevuto, passeggiato. Ma con voi è
ormai come con gli Oh bej oh bej. Era una fiera bella e popolare, grazie
all´intervento della giunta è diventato un baraccone dove si vendono pentole e
baggianate. Gli artigiani sono stati mandati via, soluzione davvero penosa. A
me dei voti e dei consensi non m´interessa niente, sono un cronista e un
giallista. Ma della qualità della vita di questa città sì, ci vivo, ci stanno i
miei figli. Lei sa bene che il vostro era il «quartiere cinese» da sempre
(diciamo dai primi ?900): e sa che ai tanti cinesi arrivati negli ultimi dieci
anni qualcuno avrà dato licenze e permessi, o venduto negozi e case. O no? Chi
è stato? La giunta di centrodestra e i milanesi del quartiere devono dividersi
e prendersi questa responsabilità, a mio parere. Ma voi (lei, per la verità,
perché l´associazione non rappresenta tutti) non sopportate voci dissonanti. E
volete essere «un quartiere come gli altri». Ecco, qua sta il punto. A chi
volete somigliare? Ci dica, signora. Ai Navigli, col suo caos per i locali? O a
Quarto Oggiaro, dove ancora oggi ti può capitare di prendere una sberla da un
«picciotto»? La Centrale, via Padova, via Imbonati? No, è che voi (lei) sognate
corso Vittorio Emanuele. Volete essere più vip e meno «Cina»: è questa la sintesi, oppure ho mal considerato la vostra
«puzza sotto il naso» verso tanta gente che sfacchina dalla mattina alla sera?
La vostra immagine ideale di Milano mi pare quella di un ordinato cimitero. In
via Sarpi siete stati parzialmente accontentati con questa truce e «truzza»
Ztl, riposate in pace.
( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 10 - Esteri
Il progetto Spazio, Pentagono e Nasa un piano contro la Cina WASHINGTON - La Nasa e il Pentagono uniti contro i progetti
spaziali cinesi: sarebbe il presidente eletto Barack Obama, secondo l´agenzia
Bloomberg, a voler far cadere le barriere fra il programma spaziale militare e
quello civile e aumentare la collaborazione tra le due parti, così da
accelerare i tempi di una futura nuova missione sulla Luna. Una
collaborazione fra il Pentagono e la Nasa, l´Agenzia spaziale civile,
renderebbe più rapida e meno costosa la costruzione del veicolo per le
esplorazioni spaziali del futuro, il successore degli Shuttle, inizialmente
progettato per entrare in funzione nel 2015. La rapida crescita del programma
spaziale cinese, potrebbe far orientare Obama verso un potenziamento
dell´iniziativa spaziale, con l´obiettivo di prevenire possibili minacce di
Pechino ai satelliti americani. Negli ultimi anni, il governo cinese si è
segnalato per l´intensa attività spaziale: in settembre è arrivata la prima
passeggiata nello spazio e un programma militare del governo sta lavorando per
mandare una sonda-robot sulla Luna nel 2012.
( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 29 - Economia
L´intervista L´Occidente Beniamino Quintieri, numero uno per l´Italia all´Expo
di Shanghai "Dovranno aumentare i consumi e per noi
diventa un´occasione" La Cina può far pesare sull´Occidente
la sua capacità di finanziare il debito internazionale con le sue maxi riserve
EUGENIO OCCORSIO ROMA - «La crisi in Cina è pesante. Ha
colto di sorpresa i cinesi e penalizza soprattutto le piccole imprese
proiettate all´export». Un anno e mezzo fa, quando Beniamino Quintieri,
docente di economia internazionale a Tor Vergata nonché presidente dell´Ice dal
2001 al 2005, venne nominato commissario del governo per l´Expo di Shanghai
2010, sembrava che l´evento fosse destinato a celebrare l´apoteosi della
potenza cinese che sbaraglia il mondo immune da scossoni. Invece la recessione
non risparmia la Cina colpendola dove è più esposta, e
cioè la capacità di esportare, a causa del crollo della domanda mondiale.
«Intendiamoci: alla fine il Paese ne uscirà più forte di prima, perché nel
frattempo proprio sotto la spinta delle difficoltà avrà migliorato
l´organizzazione e il sistema finanziario di supporto, arcaico e inadeguato.
Speriamo solo che ce la faccia per il 2010». Intanto però il 2009 comincia
sotto i peggiori auspici. Recessione ovunque, banche allo sbando, aziende che licenziano...
«I segnali della crisi sono ovunque a partire dalle regioni dove era stato più
massiccio lo spostamento dei lavoratori dalla terra alla fabbrica, Sichuan e
Guangdong. E delle 60mila aziende di Hong Kong con basi produttive in Cina, 10mila potrebbero chiudere». Cosa dovrebbero fare i
cinesi per evitare il peggio? «Intanto sviluppare la domanda interna. Meno del
50% del reddito è speso in consumi perché la gente deve pagarsi la scuola, le
pensioni, i servizi sociali: è l´unico punto dove la Cina
è andata indietro». Quello che Tremonti definisce con toni sprezzanti
"mercatismo"... «Mi sembra che il ministro, e anche Berlusconi che è
venuto qui due mesi fa, abbiano assunto di recente posizioni più prudenti e
ragionevoli. Attenzione: i cinesi queste cose le percepiscono e se le
ricordano, non come i russi che le accantonano quando è il momento di fare
affari. C´è poco da accusare: tutti i paesi, compreso il nostro, quando hanno
fatto il salto da economia agricola a potenza industriale, hanno rinviato le
riforme sociali e l´assistenza pubblica». C´è pericolo di misure
protezionistiche? «La Cina non ha avuto la lezione del
?29 che il protezionismo non è il rimedio, e i sussidi all´export che minaccia
potrebbero richiamare ritorsioni. Ma Pechino può far pesare la sua capacità di
finanziare il debito internazionale, e l´atteggiamento occidentale
difficilmente sarà di contrapposizione. Piuttosto esistono le condizioni per
una rivalutazione dello yuan quale l´America chiede da tempo». Sulla base della
sua esperienza, come sono i rapporti con l´Italia? «Abbiamo poche
multinazionali e siamo esclusi dai grandi appalti. La gara per il nostro
padiglione all´Expo è stata vinta da una società cinese con 18mila dipendenti
di cui 3mila tecnici: un grande gruppo specializzato, quale noi non abbiamo
più. Quanto alle medie aziende, dovrebbero lanciarsi con più convinzione nelle
joint-venture ora che è migliorata la governance e i rischi d´investimento sono
minori».
( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 28 - Economia
La recessione globale è arrivata in Cina: frena
l´export e il manifatturiero è in crisi Dall´Occidente non arrivano più ordini
e i pagamenti vengono ritardati nei distretti industriali le fabbriche
licenziano e gli operai tornano nelle campagne La crescita sfiora ancora l´8%
ma è sotto il livello di guardia: il Paese ha bisogno ogni anno di venti
milioni di nuovi posti di lavoro per evitare lo scontro sociale Sussidi e aiuti
di Stato porterebbero Obama a reagire con forti misure protezionistiche L´unica
via d´uscita è aumentare lo stato sociale e il peso dei servizi sul Pil Pechino
ha sentito l´emergenza prima degli Usa e ha stanziato 600 miliardi di dollari
(SEGUE DALLA COPERTINA) DAL NOSTRO CORRISPONDENTE federico rampini Dietro il
miracolo economico c´era la necessità di reggere l´urto del più vasto esodo
rurale mai verificatosi negli annali dell´umanità. Ogni anno in media 15
milioni di contadini hanno abbandonato le campagne, fuggendo da un´agricoltura
troppo povera per mantenerli, e sono andati a cercare lavoro nelle fabbriche. A
loro si aggiungono, ogni anno, almeno 6 milioni di giovani cinesi che escono
dal sistema scolastico con una laurea o un diploma. Se la velocità dello
sviluppo scende sotto l´8% annuo - è la stima della banca centrale di Pechino -
non si creano i venti milioni di posti di lavoro indispensabili ogni anno per
mantenere l´ordine e la pace sociale. Per questo cinque mesi consecutivi di
calo della produzione industriale sono già l´equivalente di una seria
recessione. E si aggiungono a un altro dato preoccupante: il calo delle
esportazioni made in China a novembre, un segno meno nelle vendite al resto del
mondo che non si verificava dall´11 settembre 2001. Anche questa è una frenata
ancora più grave di quanto appaia. Il dato ufficiale segna meno 2,2% in dollari
ma tradotto in moneta locale (renminbi) diventa meno 9,6% e depurato
dall´inflazione è meno 11,4%: un disastro che ha colpito "la fabbrica del
pianeta" proprio alla vigilia di Natale, nel periodo dell´anno
tradizionalmente più fausto per l´industria cinese. Si accumulano i segnali di
uno stress inaudito. Le navi portacontainer lasciano i porti di Hong Kong e
Shanghai semivuote, nonostante che gli armatori abbiano abbattuto le tariffe
dei noli. Note catene di supermercati americani - a loro volta lambite dalla
bancarotta - non pagano i fornitori cinesi prima di 120 giorni, trascinando con
sé nel crac migliaia di piccole imprese di Canton e Shenzhen. Nell´industria
tessile del Guangdong si moltiplicano i casi di operai che si autolicenziano
sperando così di incassare almeno l´ultimo salario, prima che il loro datore di
lavoro fallisca e diventi insolvente. Sono vuoti quei "treni della
speranza" che un tempo partivano dal Sichuan e da altre provincie povere,
carichi di emigranti verso la costa industrializzata del Guangdong. Ora quei
treni fanno il pieno solo nella direzione opposta. Le vacanze del Capodanno
lunare sono cominciate con un mese di anticipo sul calendario ufficiale e sono
la celebrazione di una sconfitta tremenda: il ritorno a casa degli ex operai,
un controesodo verso delle campagne che non possono mantenere questo esercito
di disoccupati. «Andrà peggio nel 2009, qualsiasi cosa faccia il governo non
impedirà un´annata di crisi», dice l´economista Qing Wang di Hong Kong. Sono
già sprofondati nella recessione i "satelliti economici" della Cina, dagli ex dragoni Singapore e Taiwan fino alla Corea del Sud e
al Giappone, a riprova che la grande locomotiva cinese non tira più. Anche i
mercati finanziari annusano il sangue: per anni la Cina era stata la
destinazione favorita degli investimenti esteri, sul finire del 2008 invece
l´Estremo oriente ha subito un deflusso di capitali per 60 miliardi di dollari.
Il più favoloso miracolo economico della storia, un exploit durato trent´anni,
sembra giunto a una svolta. Il senso di urgenza è palpabile a Pechino, la
reattività dei leader è estrema. Molto prima che Obama potesse insediarsi alla
Casa Bianca, Wen Jiabao aveva già annunciato il New Deal cinese, 600 miliardi
di dollari di nuovi investimenti pubblici e spese sociali. «è solo un assaggio
- dice Qing Wang - nel 2009 è probabile che arrivi un´altra manovra pubblica di
sostegno alla crescita, di dimensioni ancora superiori». Anche nei contenuti il
piano di rilancio cinese sembra anticipare le intenzioni di Obama: immensi
progetti di modernizzazione delle infrastrutture, grandi opere, lavori
pubblici. Con 2.000 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate grazie
ai suoi attivi commerciali, e una finanza pubblica in ordine, in teoria la
Repubblica Popolare ha un arsenale poderoso per contrastare la recessione.
Eppure ai piani alti del regime traspare insicurezza. Nessuno è veramente
convinto che le manovre di spesa pubblica saranno decisive. I tecnocrati della
banca centrale hanno esposto a Wen Jiabao e al presidente Hu Jintao l´impresa
immane che il paese deve affrontare: si tratta di cambiare il modello di
sviluppo che ha funzionato egregiamente per tre decenni. Se l´Occidente esangue
non potrà più assorbire dosi crescenti di prodotti made in China, bisogna che
siano i consumatori cinesi a spendere di più. Ma per ridurre la loro ossessiva
parsimonia (mettono da parte oltre il 30% del reddito), occorre placare
l´insicurezza delle famiglie cinesi, che non hanno Welfare State. Pensioni,
sanità e istruzione sono scadenti - se pubbliche - o molto costose nel privato.
Aumentare il peso dei consumi privati; alzare la quota dei servizi sul Pil
nazionale: è un´evoluzione che ha richiesto molti decenni nei paesi
occidentali, e che la Cina dovrebbe fare in corsa,
sotto la minaccia di un collasso. è una "mission impossible". Si
capisce lo scetticismo di molti leader comunisti di fronte a una terapia così
radicale. Affiora la tentazione di ricorrere a ricette più tradizionali:
sussidi di Stato alle aziende in crisi, agevolazioni fiscali per gli
esportatori, forme di protezionismo occulto. Nonché il rinvio implicito per le
riforme più ambiziose degli ultimi anni: dalla lotta all´inquinamento al
miglioramento dei diritti dei lavoratori. è la strada più facile, il tentativo
di rianimare il motore tradizionale e collaudatissimo dell´ascesa cinese: la
macchina da guerra delle esportazioni. è una scorciatoia che stavolta rischia
di riservare brutte sorprese. Perché se la domanda dei consumatori europei e
americani ristagna, non c´è aiuto che possa rilanciare il made in China verso
le traiettorie fantastiche del passato. E il tentativo di "drogare"
l´export con aiuti fiscali e tariffari potrebbe spingere l´Amministrazione Obama
sul sentiero delle rappresaglie protezioniste. Per i vertici cinesi questa
potrebbe diventare un sfida per la sopravvivenza. «Dobbiamo ad ogni costo
creare nove milioni di nuovi posti di lavoro entro quest´anno, solo nelle aree
urbane», rivela il ministro del Lavoro Yin Weimin. Il 2009 è un anno carico di
ricorrenze. Importanti e pericolose. A giugno saranno vent´anni dal massacro di
Piazza Tienanmen, l´ultimo episodio che vide i giovani studenti rivoltarsi
contro il regime. Prima ancora c´è un altro anniversario carico di significato.
Vent´anni fa, nei primi mesi del 1979, insieme con le riforme capitaliste fiorì
il "Muro della democrazia", uno squarcio di libertà di espressione.
Su quel muro i cittadini presero l´abitudine di esibire dazebao (manifesti) che
criticavano i dirigenti, chiedevano libertà e democrazia; finché Deng impose la
fine dell´esperimento. Oggi al posto di quel muro c´è l´ingresso di un lussuoso
shopping mall. Uno dei tanti, troppi che sono spuntati a Pechino negli ultimi
anni, e che di questi tempi rivelano una evidente penuria di clienti. Se
dovesse chiudere quel centro commerciale, al posto delle sue vetrine luccicanti
i leader cinesi potrebbero ritrovarsi di fronte a un muro di risentimento.
( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 27 - R2 La
crisi si sposta verso Pechino. E adesso, dopo anni di boom, anche il più grande
produttore mondiale rischia la paralisi FEDERICO RAMPINI PECHINO dal nostro
corrispondente Neppure dopo i 70.000 morti del terremoto nel Sichuan i cinesi
hanno visto il loro premier in televisione così spesso. Tre giorni fa Wen
Jiabao è stato ripreso mentre visitava la fabbrica di automobili Chang´An, dove
ha dichiarato che «arrestare il declino della crescita è la priorità di
quest´anno». L´altroieri ha parlato agli studenti universitari: «Voi
neolaureati in cerca di lavoro siete in cima ai nostri pensieri, vivo le vostre
difficoltà come fossero mie». Ieri il primo ministro ha lanciato un appello a
scienziati, economisti e tutta l´élite intellettuale: «Aiutateci a trovare
soluzioni a questa crisi». Colpisce il contrasto con Barack Obama in vacanza
con la famiglia alle Hawaii: a giudicare dal livello di allarme dei suoi
leader, l´epicentro della paura globale si sta spostando
velocemente in Cina. Per capire la tensione ai vertici della Repubblica Popolare è
cruciale un dato apparso ieri. La produzione industriale cinese è calata per il
quinto mese consecutivo: è la più grave caduta mai verificatasi nell´èra
post-maoista, cioè da quando il gigante asiatico è diventato un´economia di
mercato. «La Cina è entrata di fatto in una
recessione tecnica», sentenzia l´economista Eric Fishwick dell´istituto Clsa di
Hong Kong. è un verdetto grave, inimmaginabile fino all´autunno. E non deve
ingannare il fatto che il Pil cinese continui a crescere. Da quando Deng
Xiaoping l´avviò sulla strada del capitalismo, proprio trent´anni fa, la
nazione più popolosa del pianeta ha inanellato una serie di record eccezionali,
con una crescita media del 10% annuo. Il massimo storico fu toccato nel 2007,
con l´aumento dell´11,8% del Pil. La frenata del 2008 è stata così improvvisa e
brutale che solo nell´ultimo trimestre è apparsa di colpo sugli schermi radar.
La crescita del Pil è scesa già attorno al 9% e l´anno prossimo potrebbe
decelerare sotto l´8% o addirittura il 7%. Certo, sono percentuali che
farebbero sognare qualsiasi altro paese del mondo. A Pechino invece fanno
scattare l´allarme rosso. Perché la Cina è un altro
pianeta. I suoi bisogni di sviluppo non possono essere compresi da chi vive in
Occidente. SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE CON UN ARTICOLO DI EUGENIO OCCORSIO
SEGUE A PAGINA 28
( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: FINANZA E MERCATI data: 2009-01-03 - pag: 30 autore: Trasporti.
Previsti 700 milioni di investimenti supplementari Le Fs francesi rafforzano la
flotta Leonardo Martinelli PARIGI Sono esattamente 700 milioni di euro gli
investimenti supplementari previsti dalla Sncf, le Ferrovie francesi, fra il
2009 e il 2010.L'annuncio è arrivato ieri: i treni, un settore dove la Francia
puo' vantare un invidiabile know how, rappresenteranno una leva importante del
piano di rilancio voluto da Nicolas Sarkozy per combattere la crisi. Sullo
stesso fronte i vertici di Alstom, il colosso che fabbrica i mitici Tgv,
secondo produttore mondiale di materiale ferroviario, hanno accusato la Cina di chiudere i confini alle forniture degli operatori stranieri:
un vero problema in una fase delicata come quella attuale. Philippe Mellier,
presidente di Alstom Transport, ha incoraggiato al boicottaggio del made in
China in un'intervista rilasciata ieri al quotidiano Financial Times,
sottolineando che i Paesi occidentali dovrebbero rifiutarsi di comprare treni
prodotti in Cina. «Il loro mercato – ha
dichiarato - si chiude progressivamente per lasciar prosperare le aziende
nazionali. Allora non è giusto che gli altri Paesi acquistino la tecnologia
cinese, perché non c'è reciprocità ». Aziende del Paese asiatico hanno vinto
recentemente appalti nel Regno Unito, mentre in Cina
quelli relativi alla linea ad alta velocità prevista tra Pechino e Shanghai
prevedono solo forniture di prodotti fabbricati in loco. La Francia punta molto
sul suo savoir faire nel comparto per reagire alla crisi. Proprio ieri il
premier FranÇois Fillon e il presidente della Sncf Guillaume Pépy hanno
annunciato nuovi investimenti nel settore per un totale di 700 milioni di euro
nel 2009 e nel 2010 (400 milioni il primo anno e 300 milioni il secondo).
Questi fondi fanno parte dei 26 miliardi di euro previsti dal piano di rilancio
annunciato da Sarkozy all'inizio di dicembre, senza specificare i settori di
intervento e i fondi relativi. Sono investimenti pubblici, perché verranno
direttamente dal bilancio della Sncf, controllata dallo Stato francese.
Serviranno a rinnovare linee e stazioni, ma anche ad acquistare nuovi treni.
«Invece degli undici convogli di Tgv che volevamo comprare nel 2009 –ha
precisato Pépy – saliremo a quindici».
( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: CASA E CASE data: 2009-01-03 - pag: 20 autore: Borsa. Italia (-54,9%)
in linea con il dato mondiale - In positivo solo il Venezuela Annata da
dimenticare per gli indici immobiliari Enrico Bronzo Per il settore immobiliare
il 2008 è stato un anno molto pesante. Gli indici di Borsa legati ai titoli
real estate hanno perso in molti Paesi oltre il 50% del proprio valore. Come
nel caso dell'Italia, dove la perdita è stata del 54,9%, in linea con l'indice
mondiale che ha chiuso l'anno con un calo del 55,2 per cento. Così invece
l'andamento degli altri grandi Paesi dell'area euro: Germania (-44%); Francia
(-42,2%); Spagna (-58,6%). Ha fatto peggio il Regno Unito con il 60,8%, un
valore che tiene conto anche del deprezzamento della sterlina nei confronti
dell'euro. Altrimenti il 2008 si sarebbe chiuso con una perdita del 48,4 per
cento. Tra i principali motivi del calo c'è la sfiducia verso il mercato
residenziale. In Gran Bretagna, secondo la società di consulenza Hometrack, nel
2008 i prezzi delle case sono scesi dell'8,7%mentre per Halifax,divisione mutui
del gruppo Hbos, nell'ultimo trimestre dell'anno scorso i prezzi delle case
hanno registrato un calo del 16,2% rispetto all'analogo periodo del 2007. Si
tratta del maggiore calo tendenziale mai registrato da quando l'istituto ha
iniziato le rilevazioni, 25 anni fa. Ora il prezzo medio di un'abitazione è
sceso a quota 159.900 sterline (pari oggi a 166.775 euro), gli stessi livelli
di agosto 2004. E la situazione quest'anno secondo Halifax è destinata a
peggiorare, viste le minori possibilità di spesa dei cittadini e la restrizione
del credito seguita alla crisi finanziaria. Tornando agli indici real estate di
Borsa, il podio dei peggiori vede al primo posto la Russia (-92,5%), seguita
dall'Irlanda (-84,6%) e dall'India (-81,2%). In realtà preceduta da un incide
trasversale, il Bric composto da un mix di indici di
Brasile, Russia, India e Cina che si è rivelato alquanto infelice (-84%). Voltando lo sguardo
verso le mete capaci di resistere alla tempesta economico-finanziaria in corso
troviamo il Lussemburgo (-0,17%) seguito da Sud Africa (-7%), Belgio (-19,6%) e
Portogallo (-21%). Ma è soprattutto il Venezuela a mettersi in evidenza
con l'unico dato positivo sulle 46 rilevazioni di Thomson Reuters, con un
indice di +15,6% che diventa del 20,2% tenendo conto del cambio con l'euro. La
Borsa Usa ha invece chiuso l'anno con un-43 per cento.
enrico.bronzo@ilsole24ore.com
( da "Repubblica, La" del 04-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 18 - Economia
AFFARI&POLITICA LA RECESSIONE è ORMAI GLOBALE GIUSEPPE TURANI Previsioni
fosche, ma realistiche, sull´anno che è appena cominciato. Anche se, qui e là
(ma non in Europa e in Italia), si intravedono segni di una risposta robusta
alla crisi. In sostanza, comunque, l´economia mondiale continuerà nel
( da "Repubblica, La" del 04-01-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 42 - Sport
Gomme, test e motori la crisi cambia la MotoGp E spunta un´idea: unificazione
con la Superbike Dopo la rinuncia della Kawasaki vertice mercoledì in Giappone
tra i team sopravvissuti ENRICO SISTI ROMA - Motori solo dolori. Tirandosi
indietro la Kawasaki ha spinto il bottone dell´allarme rosso e ora la MotoGp
rischia di dimagrire al punto da non essere più se stessa. Mercoledì in
Giappone, a casa della Suzuki, a Tokyo, dovrebbero incontrarsi le parti, ognuna
impaurita a modo suo: i team sopravvissuti e quelli che hanno già mollato (la
Kawasaki appunto), i dubbiosi (Honda, che è storicamente la più impegnata
economicamente con i suoi 300 mln di euro all´anno) e i più robusti, almeno
psicologicamente (Ducati e Yamaha). Considerato che non è più possibile
continuare a muovere il circo delle due ruote ai costi attuali, dovranno
capire, insieme, senza riluttanze, e con provvedimenti concreti d´applicazione
immediata, cosa fare per evitare il collasso. Gli sponsor storici, tecnici e
non, Alice, Repsol, Rizla, Pramac, Tissot, Cinzano, Bwin, fino al
"mostro" Red Bull, sono pronti a non mollare la presa, a non
scappare, ma il fil di fumo che si è levato da sotto il tendone e la puzza di
bruciato provocata dalle dimissioni "forzate" e apparentemente
irreversibili della Kawasaki, date nel giro di 24 ore, sono un segnale più
forte di quel che si pensi. Perché se il colosso giapponese, che pure produce
portaerei, aerei, elicotteri, materiali per le centrali nucleari, impianti
industriali e persino aeroporti, ha sentito il bisogno di cancellare la voce
"moto da competizione", una goccia nel mare, considerandola
improvvisamente "voluttuaria", vuol dire che il gioco non vale più la
candela nemmeno per un incrollabile gigante dell´industria internazionale.
Troppo sganciata dalla realtà e dal mercato reale la natura dei prototipi della
MotoGp, che da un giorno all´altro si è scoperta fragile e anti-funzionale.
Troppo inutili le sue sperimentazioni e la ricerca sui motori (tanto è vero che
la stessa casa di Akashi manterrà la sua presenza nella Superbike - che sono
moto di serie - dove il prossimo anno garantirà 1 mln di euro alle ZX-10R).
Cosa non torna? Tutto. La MotoGp costa circa 1,5 miliardi di euro all´anno,
compresi ingaggi, sponsor, viaggi aerei, pernotti, la paga degli autisti dei
camion e gli antinfiammatori nei mobiletti del pronto soccorso. Ma ormai non
sta più in piedi, come Lorenzo dopo la prima caduta a Shanghai. Un fantoccio
milionario, troppo "leggero" per reggere l´urto della crisi e la
pesantezza del mondo sottosopra. A piedi Melandri e Hopkins, si sono ridotti a
17 i potenziali partenti del prossimo mondiale (inizio il 12 aprile in Qatar).
Uno in meno di quanto garantito dalla Dorna, mai così pochi (nel 2003 erano addirittura
24). Ed è possibile che la povertà di piloti spinga addirittura a rivedere il
sistema di punteggio, figlio di un´epoca in cui in griglia si presentavano in
trenta. Sopravvivere si può? «Sì - ha già ammesso più volte Fausto Gresini,
storico dei box e attualmente responsabile delle due Honda private - ma
dobbiamo metterci in testa di ridurre del 30% forse del 40% i costi». Costi cui
converrà pensare bene. Dopo aver già decretato la fine della costosissima gomma
da qualifica (quest´anno la Bridgestone, gomma unica dopo l´addio della
Michelin, pensa di sborsare circa 2 mln di euro ma non di più), già avanzano le
prime ipotesi su come tagliare altrove: motori di maggior durata anzitutto e
meno attenzione per il loro sviluppo, poi un possibile ritorno ai freni in
acciaio: solo questo provvedimento, che eliminerebbe gli elevati costi del
carbonio, potrebbe abbattere di 250/300 mila euro le spese di ogni singolo
team. E non è detto che non si decida di stornare anche qualche giorno dal
monte orario dei test (i primi prenderanno il via fra poco più un mese a
Sepang). E che non si metta un tetto agli ingaggi. La verità è che la crisi
della MotoGp, diversa da quelle di rally e F1, non nasce ieri. In Cina non si è più potuto andare perché il Gp di Shanghai era un bagno
di sangue e per accaparrarselo il main sponsor dello scorso anno, Pramac, ha
speso poco meno di 100 mila euro. In Ungheria, sul nuovo tracciato del Lago
Balaton, si andrà come per scommessa. In America si continua a correre,
anzi si è raddoppiato l´impegno con l´avvento del Gp di Indianapolis, ma
soltanto perché la Red Bull ha un ritorno economico del tutto particolare, dai
confini quasi misteriosi, vista l´autorevolezza con cui la ditta austriaca,
forte del suo esercito di bevande energizzanti, riesce a dominare il mercato
statunitense andando in controtendenza rispetto persino alla Coca Cola.
Intanto, fra un angoscia e l´altra, c´è chi vagheggia l´impossibile: e se
unificassimo MotoGp e Superbike? E se nascesse la Superlega delle moto, con
Valentino di nuovo contro Max? Roba da Walt Disney?