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DOSSIER “CINA”

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Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (20)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

la scienza della felicità nell'anno più buio - (segue dalla prima pagina) timothy garton ash ( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: con Stati Uniti e Cina più vicini rispetto alle attuali posizioni in contrasto tra loro. è importante tuttavia tener presente che ho usato le seguenti parole: "qualche variante". Anche in Europa, infatti, ci sono notevoli varianti tra le combinazioni possibili di Stato e mercato e il modo col quale esse funzionano.

contraffazioni boom di sequestri ( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: provenienti soprattutto dalla Cina, a tenere banco nei sequestri operati nel 2008 nei porti e negli aeroporti pugliesi dall´Agenzia dogane, che ha competenza sui territori di Puglia e Basilicata. Nell´ultimo anno sono stati sequestrati oltre 228.000 calzature e 220.000 capi d´abbigliamento, questi ultimi provenienti in parte anche dall´Albania.

la germania resiste all'assalto cinese il record dell'export è ancora suo ( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: grande crisi la Cina, contro ogni aspettativa, non ce l´ha fatta a sorpassare la Germania e a strapparle il posto di numero uno mondiale dell´export. Nonostante il forte calo degli ordinativi a novembre e dicembre, le esportazioni tedesche hanno anzi raggiunto, nell´anno che si è appena concluso, un nuovo record storico: per la prima volta hanno sorpassato i mille miliardi di euro.

Un nuovo multilateralismo per gestire le sfide globali ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: nel caso della Cina, all'interesse a divenire parte del club fa da contrappunto quello di farsi portavoce delle rivendicazioni di Paesi meno avanzati o di organizzazioni regionali antagoniste del G-8. Un vertice più ampio contrasterebbe, almeno parzialmente, l'azione di coloro che considerano inaccettabile la pretesa di dettare soluzioni precostituite a problemi che riguardano l'

Roma guida la riforma del G-8 ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: crescita ed energia, verrà allargata al G-5 (Cina, India, Brasile, Sudafrica e Messico) oltre all'Egitto, Paese arabo moderato e ai Paesi africani. Il 10 luglio, infine, il confronto coinvolgerà Indonesia, Australia e Corea del Sud (membri del Mem, Major economies meeting, competente per i cambiamenti climatici).

Dalla Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dalla Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale Niente fuochi d'artificioe botti in Cina: il capodanno cinese è previsto per la fine di gennaio. Ma nella base militare di Wuhan il nuovo anno occidentale è stato comunque salutato con un'esercitazione del tutto particolare: i giovani del battaglione di stanza nella caserma hanno formato un prosaico 2009.

Investire nella ricerca conviene ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina ed India, investendo sempre più risorse nella ricerca, supereranno gli Stati Uniti nella scienza e tecnologia. Il paese a stelle e strisce sarà pronto a valorizzare industrialmente, meglio di "Cindia", la conoscenza da loro generata. Questa posizione, popolare nelle Business Schools americane, ha sollevato in questi anni la reazione delle maggiori istituzioni accademiche e delle

Resta intatto il fascino dell'oro ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Arabia Saudita, Italia, Turchia e Stati Uniti. L'indagine ha preso in esame l'approccio di quasi 7.500 donne di età compresa tra i 15 e i 65 anni nei confronti degli articoli di lusso e dei beni di consumo, analizzandone le opinioni circa le caratteristiche dei prodotti, i prezzi e la concorrenza di altri beni di consumo.

Ashqelon, quando la fuga è una normale quotidianità ( da "Avvenire" del 02-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: sgangherato Grad da 122 millimetri di ideazione sovietica rifatto in Cina o in Iran e spedito da mani e tunnel clandestini nella Striscia per fare una corsa di oltre cinquanta chilometri e sfondare il soffitto di una scuola elementare a poche ore dalla fine dell'anno. E tutti, dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni a noi cronisti attoniti ce ne stavamo con il naso all'insù,

Medio Oriente/Tra rischio di guerra totale e vera svolta diplomatica. Quel miracolo atteso da sessant'anni ( da "AmericaOggi Online" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: di Russia e Cina, e sorvolando sugli appelli al solito più impalpabili dell'aria del Palazzo di Vetro, resta da esaminare la posizione dei Paesi arabi moderati (segnatamente dell'Egitto e dell'Arabia) e dell'America. I primi, nonostante le roboanti condanne dell'"aggressione israeliana", in realtà felicissimi dei bombardamenti che stanno bersagliando Hamas.

i talenti da agevolare all'università di palermo - maurizio carta ( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina e India in testa). L´onere della prova ci chiede un bagno di umiltà, ci impone di uscire da un atteggiamento protezionistico spesso autoreferenziale e ci chiede di sottoporci a valutazione, di immetterci nel vortice della società, nella dinamica dei suoi processi evolutivi, di alimentarci della domanda di cultura e di accettare la tenzone con gli altri fattori di sviluppo.

ztl, un grosso guaio a chinatown ( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Volete essere più vip e meno «Cina»: è questa la sintesi, oppure ho mal considerato la vostra «puzza sotto il naso» verso tanta gente che sfacchina dalla mattina alla sera? La vostra immagine ideale di Milano mi pare quella di un ordinato cimitero. In via Sarpi siete stati parzialmente accontentati con questa truce e «truzza» Ztl,

spazio, pentagono e nasa un piano contro la cina ( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Pentagono e Nasa un piano contro la Cina WASHINGTON - La Nasa e il Pentagono uniti contro i progetti spaziali cinesi: sarebbe il presidente eletto Barack Obama, secondo l´agenzia Bloomberg, a voler far cadere le barriere fra il programma spaziale militare e quello civile e aumentare la collaborazione tra le due parti, così da accelerare i tempi di una futura nuova missione sulla Luna.

"dovranno aumentare i consumi e per noi diventa un'occasione" - eugenio occorsio ( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dovranno aumentare i consumi e per noi diventa un´occasione" La Cina può far pesare sull´Occidente la sua capacità di finanziare il debito internazionale con le sue maxi riserve EUGENIO OCCORSIO ROMA - «La crisi in Cina è pesante. Ha colto di sorpresa i cinesi e penalizza soprattutto le piccole imprese proiettate all´export».

la recessione globale è arrivata in cina: frena l'export e il manifatturiero è in crisi dall'occidente non arrivano più ordini e i pagamenti vengono ritardati nei distretti industr ( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: della Cina, dagli ex dragoni Singapore e Taiwan fino alla Corea del Sud e al Giappone, a riprova che la grande locomotiva cinese non tira più. Anche i mercati finanziari annusano il sangue: per anni la Cina era stata la destinazione favorita degli investimenti esteri, sul finire del 2008 invece l´Estremo oriente ha subito un deflusso di capitali per 60 miliardi di dollari.

la crisi si sposta verso pechino. e adesso, dopo anni di boom, anche il più grande produttore mondiale rischia la paralisi - federico rampini pechino ( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: epicentro della paura globale si sta spostando velocemente in Cina. Per capire la tensione ai vertici della Repubblica Popolare è cruciale un dato apparso ieri. La produzione industriale cinese è calata per il quinto mese consecutivo: è la più grave caduta mai verificatasi nell´èra post-maoista, cioè da quando il gigante asiatico è diventato un´economia di mercato.

Le Fs francesi rafforzano la flotta ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina di chiudere i confini alle forniture degli operatori stranieri: un vero problema in una fase delicata come quella attuale. Philippe Mellier, presidente di Alstom Transport, ha incoraggiato al boicottaggio del made in China in un'intervista rilasciata ieri al quotidiano Financial Times, sottolineando che i Paesi occidentali dovrebbero rifiutarsi di comprare treni prodotti in

Annata da dimenticare per gli indici immobiliari ( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: il Bric composto da un mix di indici di Brasile, Russia, India e Cina che si è rivelato alquanto infelice (-84%). Voltando lo sguardo verso le mete capaci di resistere alla tempesta economico-finanziaria in corso troviamo il Lussemburgo (-0,17%) seguito da Sud Africa (-7%), Belgio (-19,6%) e Portogallo (-21%).

la recessione è ormai globale - giuseppe turani ( da "Repubblica, La" del 04-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: La Cina, per esempio, che era cresciuta dell´11,9 per cento nel 2007, quest´anno crescerà di appena il 6,9 per cento. Il denaro continuerà a costare poco. La Fed ha già annullato il costo del denaro, ma questa è solo una facciata. Ha messo in atto anche misure poco ortodosse come, ad esempio, l´acquisto di commercial paper,

gomme, test e motori la crisi cambia la motogp - enrico sisti ( da "Repubblica, La" del 04-01-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: In Cina non si è più potuto andare perché il Gp di Shanghai era un bagno di sangue e per accaparrarselo il main sponsor dello scorso anno, Pramac, ha speso poco meno di 100 mila euro. In Ungheria, sul nuovo tracciato del Lago Balaton, si andrà come per scommessa.


Articoli

la scienza della felicità nell'anno più buio - (segue dalla prima pagina) timothy garton ash (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 25 - Commenti La scienza della felicità nell´anno più buio (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) TIMOTHY GARTON ASH Sarebbe nondimeno un errore marchiano se in occasione del loro ventesimo anniversario non si rivedessero e riesaminassero le premesse di quel tipo di capitalismo del libero mercato ? talora denominato "neoliberal" - che a partire dal 1989 appare trionfare da due decenni. Prima di tutto e palesemente l´equilibrio tra Stato e mercato, pubblico e privato, mano visibile e mano invisibile. Anche prima del tracollo del settembre scorso, Barack Obama aveva cercato di esortare i suoi compatrioti ad accettare l´idea che il governo non sempre è una parolaccia. Nei mesi successivi si è assistito a un plateale spostamento verso un più importante ruolo dello Stato, di solito con iniziative di improvvisazione governativa a dir poco disperate, in altri casi (come nella Londra di Gordon Brown) ideologicamente legittimate come Keynesianesimo, e in altri ancora (per esempio nella Washington di George Bush), come puro e semplice Disperazionismo. Quanto di questo spostamento sia temporaneo e quanto sia invece destinato a durare più a lungo non potremo saperlo entro la fine di quest´anno: quantunque la maggior parte di questo spostamento stia attualmente avendo luogo in direzione di un rafforzamento della mano visibile del governo, potrebbe anche non continuare a essere così. Un illustre riformista economico cinese poco tempo fa mi ha detto che la crisi finanziaria asiatica di dieci anni fa ha catalizzato una riforma maggiormente orientata al mercato dell´economia cinese, e che anche questa farà altrettanto. Se ha ragione, si potrebbe arrivare a ipotizzare addirittura una sorta di convergenza globale su qualche variante di economia di mercato sociale in stile europeo, con Stati Uniti e Cina più vicini rispetto alle attuali posizioni in contrasto tra loro. è importante tuttavia tener presente che ho usato le seguenti parole: "qualche variante". Anche in Europa, infatti, ci sono notevoli varianti tra le combinazioni possibili di Stato e mercato e il modo col quale esse funzionano. Ciò che si rivela adeguato a un piccolo Paese del Nord, può non essere efficace per un grande Paese del Sud. Non esiste una formula universale. Ciò che conta davvero è che cosa va bene per voi. Una seconda considerazione per il 2009 riguarda ciò che serve a una crescita sostenibile, verde, a bassa emissione di anidride carbonica, indispensabile a prevenire l´imminente punto di non ritorno del riscaldamento globale. In discussione, adesso, ci sono due cose: quanta crescita e quale tipo di crescita. Ancora una volta, Obama sta cercando di individuare le chance che questa crisi offre, orientando parte del suo incentivo fiscale keynesiano verso investimenti in energie alternative. Nel suo complesso, però, verosimilmente il 2009 pare prospettarsi come un altro pessimo anno, dal punto di vista della lotta al riscaldamento globale. Orientarsi verso un´economia sostenibile, a ridotta emissione di anidride carbonica, impone sia alle aziende sia ai governi di accollarsi spese a breve termine per benefici a lungo termine. Quando le aziende e i governi si ritrovano con le spalle al muro, di solito fanno il contrario. Quasi certamente, il meglio che possiamo augurarci è che i nostri leader stiano alla larga dal nazionalismo economico-rubamazzo degli anni Trenta: per consentir loro di andare oltre, si renderà inevitabile uno spostamento più incisivo delle aspettative nei loro confronti da parte degli elettori e degli azionisti. Pertanto fino a quando noi, la popolazione, saremo guidati nelle nostre scelte finanziarie e politiche dalla stella polare dei profitti economici a medio termine, non dovremmo biasimare i nostri leader di adoperarsi per darci ciò che chiediamo. Una terza, essenziale presa di coscienza ci obbliga dunque a guardare alle nostre personali stelle polari: quanti più soldi e "cose materiali" ci occorrono? Siamo sicuri che chi si accontenta gode? ("No", dicono all´unisono i pubblicitari). Potremmo farcela con meno? Che cosa vi sta davvero a cuore? Che cosa contribuisce in misura maggiore alla vostra felicità personale? Che lo crediate o meno, esiste ora un intero sottocampo di studi accademici sulla felicità: l´economista Richard Laynard ha scritto un libro molto interessante che si intitola "Happiness, Lessons from a New Science". Sarà questa ciò di cui parlava Nietzsche, alludendo alla "gaia scienza"? Uno studioso olandese, Ruut Veenhoven, ha creato un database mondiale della felicità che annovera classifiche nazionali: ha illustrato i risultati delle sue ricerche su un sito web canadese in un articolo intitolato "Il Canada supera gli Stati Uniti nell´indice di felicità globale", nel quale ovviamente è la vittoria sugli Usa a contribuire in buona parte alla felicità materiale dei canadesi. Una classifica diversa e una "mappa mondiale della felicità" a quanto pare sono state messe a punto dall´università britannica di Leicester. La Danimarca si colloca in entrambe al top della classifica. Infine, esiste anche un "Giornale di studi sulla felicità" (il cui editore molto verosimilmente se la ride per tutto il tragitto che compie fino alla banca). Indipendentemente da ciò che pensate del valore sostanziale di questa roba ? scusatemi, di questa scienza ? potete trascorrere tranquillamente un´oretta a navigare in Rete per leggerne di più e chiedervi quanto di ciò sia inventato di sana pianta. Tornando a questioni più serie, invece, alcune scelte effettivamente ricadono sui singoli cittadini della middle-class dei Paesi più ricchi. Deve essere chiaro che il pianeta non può tollerare che 6,7 miliardi di persone vivano come vive oggi la middle-class in America settentrionale e in Europa occidentale, per non parlare delle previsioni entro la metà del secolo di arrivare a nove miliardi di abitanti del pianeta: o una più ampia parte del genere umano dovrà essere escluso dai benefici del benessere, o il nostro stile di vita dovrà necessariamente cambiare. Il mantra col quale la maggior parte dei nostri leader politici e del mondo degli affari entra nel 2009 è "torniamo alla crescita economica, costi quel che costi". Similmente all´equipaggio di una barca in piena tempesta, si ripropongono di tenerla a galla e in moto sui marosi, senza curarsi di quale sia la rotta da seguire, ma mentre ci dirigiamo verso l´epicentro della tempesta, che ancora non ci ha colpiti, dovremmo dare enorme importanza alla rotta che seguiamo. Ciò rende inevitabile una leadership di alto livello, ma anche cittadini in grado di esigere una tale leadership. Per quanto mi riguarda, sarei felice di apportare al mio stile di vita i cambiamenti che dovessero rendersi necessari? Quasi sicuramente no, ma quanto meno mi piacerebbe sapere quali dovrebbero essere. www.timothygartonash.com Traduzione di Anna Bissanti

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contraffazioni boom di sequestri (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina V - Bari Il caso Contraffazioni boom di sequestri Sono i prodotti contraffatti, provenienti soprattutto dalla Cina, a tenere banco nei sequestri operati nel 2008 nei porti e negli aeroporti pugliesi dall´Agenzia dogane, che ha competenza sui territori di Puglia e Basilicata. Nell´ultimo anno sono stati sequestrati oltre 228.000 calzature e 220.000 capi d´abbigliamento, questi ultimi provenienti in parte anche dall´Albania. Sequestrati anche più di 80.000 prodotti, tra indumenti, fanali per auto, materiale fotografico e per illuminazione, che recavano il falso marchio ´made in Italy´ e invece provenivano da Albania e Turchia.

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la germania resiste all'assalto cinese il record dell'export è ancora suo (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 23 - Economia Global market La Germania resiste all´assalto cinese il record dell´export è ancora suo La crisi finanziaria globale ha risparmiato molte compagnie e ora è il momento di comprare le azioni di queste società che sono chiaramente sottovalutate Nel 2008 della grande crisi la Cina, contro ogni aspettativa, non ce l´ha fatta a sorpassare la Germania e a strapparle il posto di numero uno mondiale dell´export. Nonostante il forte calo degli ordinativi a novembre e dicembre, le esportazioni tedesche hanno anzi raggiunto, nell´anno che si è appena concluso, un nuovo record storico: per la prima volta hanno sorpassato i mille miliardi di euro. I dati sono stati appena forniti dall´associazione del commercio estero tedesco. Il cui presidente, Anton Boerner, avverte che il 2009 sarà all´inizio molto difficile, ma poi l´export tedesco potrà riprendersi. A partire dall´estate infatti, secondo il Bga, le aziende esportatrici tedesche profitteranno più di ogni concorrente al mondo dei giganteschi programmi pubblici di sostegno alla congiuntura varati o in corso di lancio da parte di molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Nonostante la recessione annunciata per la Germania dunque, l´export made in Germany terrà. «Sia che si tratti delle infrastrutture, sia di tecnologie per la difesa dell´ambiente, noi tedeschi siamo assolutamente i market leader mondiali e disponiamo delle tecnologie per il futuro», afferma Boerner. Un altro elemento a favore della Germania sono i bassi costi dei carburanti, che porteranno a uno sgravio per le aziende tedesche. L´euro forte d´altra parte potrà rincarare l´export, con effetti negativi. Andrea Tarquini [la svizzera fa i conti con il crac] Durante le festività natalizie in Svizzera si facevano i conti dei danni provocati dal crac del finanziere Bernard Madoff. Fonti attendibili riferiscono di circa un miliardo di dollari persi nella sola Lugano e addirittura di 4 miliardi di rosso in quel di Ginevra. è abbastanza assodato che gran parte di queste perdite, perlomeno quelle di Lugano, potrebbero far riferimento a aziende o privati italiani che avevano disponibilità in gestione presso intermediari rossocrociati. Per evitare cause spiacevoli e danni reputazionali diverse banche elvetiche sono corse ai ripari garantendo ai clienti la copertura fino a metà delle perdite subite ma è chiaro che con Madoff è venuto alla luce un sistema che ingrassava a dismisura i gestori e penalizzava i clienti finali. Madoff, per tenere in vita la sua catena truffaldina, retrocedeva tutte le commissioni ai gestori che piazzavano nei portafogli i suoi prodotti senza stare tanto a esaminarli nel merito. Da qualche anno a questa parte l´obbiettivo dei gestori era diventato quello di far pagare più commissioni possibili ai clienti finali piuttosto che fargli ottenere dei buoni rendimenti. E ora, sostengono in molti, anche questi gestori spregiudicati dovrebbero finire sul banco degli imputati e restituire il maltolto. Giovanni Pons

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Un nuovo multilateralismo per gestire le sfide globali (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-01-02 - pag: 8 autore: ANALISI Un nuovo multilateralismo per gestire le sfide globali di Silvio Fagiolo M orte e trasfigurazione del G-8 figurano al primo posto nel programma della presidenza italiana, che inizia il 1Ú gennaio. All'Italia tocca gestire la fase costituente di una nuova istituzione cui affidare potenzialità e prospettive non più assolvibili dal gruppo creato a metà degli anni Settanta, che altrimenti rischierebbe di sopravvivere a se stesso. Un G-8 non solo rinnovato, ma completamente reinventato per farne il nuovo cantiere del multilateralismo. Una svolta che tenga conto di un'Europa potenza adulta; di un'America che scrolli da sé il manto dell'unilateralismo; delle nuove potenze nel mondo. La crisi economica e finanziaria ha reso solo più acuta la percezione dell'inadeguatezza della formula attuale, la limitatezza dei suoi orizzonti, della sua rappresentatività rispetto a nuovi protagonismi, ai nuovi equilibri demografici. Certo, uscendo dai confini attuali si attenua un punto di forza della vecchia formazione, l'omogeneità dei suoi membri, con la parziale eccezione della Russia, intorno ai principi del mercato e della democrazia. Anche il processo decisionale sarà più difficile, per la varietà degli interessi rappresentati, per la più laboriosa ricerca del consenso con regimi politici interni diversi, con le diverse ideologie che li legittimano. Sono, questi, prezzi da pagare in nome di un disegno più avanzato, di un rinnovato strumento che sappia proporsi come fulcro e motore di un più efficace governo globale. Solo uscendo da una partecipazione ancora troppo chiusa ed elitaria sarà possibile coinvolgere altri Paesi in veste di interlocutori politici, partner di iniziative specifiche, beneficiari di azioni di sostegno e di assistenza. Sarà possibile evitare che le nuove potenze economiche coalizzino il loro veto nei grandi negoziati internazionali tuttora aperti. Così nel caso della Cina, all'interesse a divenire parte del club fa da contrappunto quello di farsi portavoce delle rivendicazioni di Paesi meno avanzati o di organizzazioni regionali antagoniste del G-8. Un vertice più ampio contrasterebbe, almeno parzialmente, l'azione di coloro che considerano inaccettabile la pretesa di dettare soluzioni precostituite a problemi che riguardano l'umanità intera. In un anno nel quale fra l'altro l'Unione Europea non potrà più contare sul protagonismo della presidenza francese, spetterà all'Italia allargare l'orizzonte politico-istituzionale della comunità internazionale. Lo esigono la crisi economica; la redistribuzione del potere mondiale; il declino della legittimità delle istituzioni esistenti. L'Occidente ha finora guidato il processo di creazione e distribuzione della ricchezza. L'ascesa del mondo "altro" rappresenta una corrente ampia e possente, destinata a durare. Nei prossimi decenni tre delle quattro maggiori economie saranno non occidentali: Cina, Giappone, India. è un fenomeno economico, ma che ha conseguenze politiche, mi-litari, culturali. Il G-8 in passato ha mostrato di saper anche riflettere nuove gerarchie internazionali, aveva per primo consacrato l'ascesa economica dei Paesi sconfitti, Italia, Germania, Giappone. Saprà anche questa volta sollecitare nuovi protagonisti. I quali a loro volta dovranno far mostra di una responsabile cultura della sovranità. Solo un G-8 di diverse dimensioni, che non sia peraltro un foro di legittimazione alternativo alle Nazioni Unite, può assumere una funzione centrale nella formulazione di una strategia per lo sviluppo dei beni pubblici globali, dalla finanza all'ambiente al commercio internazionale. Attardarsi su formule istituzionali inadeguate potrebbe indurre i singoli Paesi a muoversi secondo logiche nazionalistiche. C'è anche il rischio che l'Europa e l'Italia siano tagliate fuori in favore di formule bilaterali, ad esempio tra la Cina e gli Stati Uniti. Occorre una scelta che non sia difensiva, timorosa, protezionista, intrisa di pessimismo culturale. La paura di confrontarsi con chi ha altri valori appartiene ad altre civiltà. La scelta più delicata sarà quella dei nuovi soci tra i Paesi maggiori per responsabilità regionali, stabilità politica, sistemi economici aperti e concorrenziali. Si fronteggiano le diverse ambizioni e rivalità dei candidati. Sono state già avanzate proposte specifiche. Ad esempio la Germania suggerisce di raddoppiare il numero dei Paesi membri. Esiste peraltro un G-20, oggi sotto presidenza inglese. E che ha dato buona prova di sé nella prima riunione, il 15 novembre a Washington, senza perdere, nonostante il numero, i caratteri di informalità e di flessibilità. Una struttura capace di garantire il coinvolgimento della larga maggioranza sia della popolazione che della ricchezza del pianeta e che potrebbe fungere da guida strategica del sistema delle istituzioni internazionali. Vedremo come la presidenza italiana, giovandosi di una ricca tradizione politica e diplomatica nazionale, saprà orientare questa nuova distribuzione del potere internazionale. Condizione necessaria per cambiare le regole evitando risposte inclini al protezionismo; ridare stabilità a una economia monetaria che opera necessariamente in regime di incertezza; uscire da una crescita basata sul debito. Una strategia del cambiamento che non pretenda di rovesciare l'ordine internazionale. GLI OSTACOLI Perdita di omogeneità e processi decisionali più laboriosi sono il prezzo da pagare per il cambiamento

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Roma guida la riforma del G-8 (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-01-02 - pag: 8 autore: Governance mondiale. L'Italia assume per la quinta volta la presidenza del vertice dei Grandi Roma guida la riforma del G-8 Un meeting a geometria variabile sempre più aperto agli outsider Gerardo Pelosi ROMA L'unica cosa certa è che il 2009 segnerà quasi certamente la fine del G-8 inteso come "salotto buono" dei ricchi del pianeta che da Rambouillet (1975) a oggi ha dettato, da solo, le regole della governance mondiale. La crisi finanziaria, i temi globali come sviluppo, lotta alle pandemie e clima, il terrorismo internazionale e le crisi regionali, da Gaza all'Afghanistan, richiedono risposte sempre più coordinate e responsabilità più ampie. Sarà dunque il "formato flessibile" la novità del G-8 di cui l'Italia, da ieri, ha assunto la presidenza per la quinta volta (tre con Silvio Berlusconi presidente del Consiglio). «Ecco perché – spiega Giampiero Massolo, segretario generale della Farnesina e "sherpa" del G-8 –il tema del formato ha assunto la dignità di vera issue della nostra presidenza; non si tratta di reiterare meccanismi già sperimentati in passato come l'outreach (aprirsi, ndr) ma di rapportarsi in maniera permanente e strutturata alle economie emergenti coniugando rappresentatività ed efficienza. D'ora in poi, non ci sarà più un formato unico per gestire tutte le sfide globali». Si tratterà, innanzi tutto, di creare un equilibrio maggiore tra formati esistenti. Ad esempio tra il G-8 (che sarà il nocciolo duro del sistema) e il G-20 che, per tutto il 2009, sarà presieduto dal Regno Unito e che, dopo la riunione di Washington a ottobre, si è imposto come punto di riferimento per le ricette contro la crisi finanziaria. «Non c'è nessuna concorrenza tra i due formati - precisa Massolo – c'è, anzi, uno spirito di grande coordinamento anche se riteniamo che il rapporto strutturato tra G-8 e Paesi emergenti sia da difendere perché, a differenza di formati più allargati, consente un vero confronto tra i leader». Il G-8 cambierà dunque pelle trasformandosi da riunione annuale degli otto grandi in un processo di geometrie variabili. Con il summit che si terrà dall'8 al 10 luglio alla Maddalena,la presidenza italiana intende sottolineare il carattere di "processo". Se nella giornata dell'8 luglio si terrà il G-8 tradizionale, il giorno successivo la discussione, in particolare su sviluppo, crescita ed energia, verrà allargata al G-5 (Cina, India, Brasile, Sudafrica e Messico) oltre all'Egitto, Paese arabo moderato e ai Paesi africani. Il 10 luglio, infine, il confronto coinvolgerà Indonesia, Australia e Corea del Sud (membri del Mem, Major economies meeting, competente per i cambiamenti climatici). Insomma un G-8 come primo cerchio, un G-14 come secondo e un G-17 come terzo. Basterà questa moltiplicazione di formati a risolvere i problemi del mondo? «Probabilmente ancora no – risponde Massolo – ma è l'unico tentativo possibile per favorire analisi e responsabilità condivise sia dai Paesi sviluppati che dalle economie emergenti». Il primo banco di prova per verificare la praticabilità delle geometrie variabili sarà la riunione del G-20 che si terrà il 2 aprile a Londra e alla quale parteciperà il nuovo presidente americano Barak Obama. Già dalle sue dichiarazioni di insediamento, il 20 gennaio, sarà possibile, tuttavia, trarre indicazioni su quale strada intende seguire l'America nelle soluzioni delle sfide globali. Il G-20 si raccorderà soprattutto con il G- 7 delleFinanze per la riforma delle istituzioni finanziarie. Se si eccettuano i temi dell'attualità politica riservati al G-8 dei ministri degli Esteri che si terra il 26 giugno a Trieste,i temi della Maddalena resteranno quelli di sempre: sviluppo, crisi energetica, prezzi agricoli, lotta alla povertà con mobilitazione di tutti i soggetti ( privati, enti pubblici, Ong). E sul clima, la presidenza italiana avrà il compito di preparare il terreno della conferenza di Copenaghen per un nuovo accordo sul dopo Kyoto nel 2012 coinvolgendo gli Stati Uniti e gli altri grandi inquinatori come Cina e India. gerardo.pelosi@ilsole24ore.com PROSSIMI PASSI L'obiettivo è costruire un rapporto più strutturale con le economie emergenti coniugando l'efficienza alla rappresentatività

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Dalla Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-02 - pag: 10 autore: Dalla Cina saluti marziali al nuovo anno occidentale Niente fuochi d'artificioe botti in Cina: il capodanno cinese è previsto per la fine di gennaio. Ma nella base militare di Wuhan il nuovo anno occidentale è stato comunque salutato con un'esercitazione del tutto particolare: i giovani del battaglione di stanza nella caserma hanno formato un prosaico 2009. Solo ad Hong Kong l'anno nuovoè stato festeggiato con fuochi d'artificio fatti esplodere sui principali grattacieli. REUTERS

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Investire nella ricerca conviene (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-02 - pag: 10 autore: Investire nella ricerca conviene di Riccardo Viale I n una recente dichiarazione Barack Obama ha riaffermato, in modo solenne, la priorità della scienza e tecnologia nella futura agenda del suo governo. La stessa composizione del suo staff sembra rispecchiare questo intento. Molti sono gli scienziati- o come ministri o come consiglieri- che sono stati chiamati alla Casa Bianca. Questa enfasi, di stampo kennediano, rivolta al rilancio della ricerca americana, potrebbe sembrare eccessiva per chi, come noi, è abituato a sentire le dichiarazioni di ricercatori italiani fuggiti nell'eldorado delle università americane; a enumerare i premi Nobel di nazionalità americana che vengono assegnati ogni anno; a leggere delle frequenti strabilianti scoperte che escono dai vari laboratori universitari statunitensi; a guardare la maggiore densità dei poli di innovazione nel territorio americano rispetto al resto del mondo, eccetera. Ciononostante essa riflette un reale timore che nasce da due fatti. Il primo è un indebolimento della posizione americana nelle graduatorie sulla ricerca e l'innovazione. Negli ultimi quattro anni si è visto un peggioramento nella capacità scientifica, brevettuale e nella bilancia tecnologica. Il fatto più allarmante è però che sta prendendo piede una tesi, negli ambienti istituzionali e politici americani, sulla inutilità del primato nella scienza e tecnologia per mantenere quello di tipo industriale. Questa tesi che potremmo definire italiana, trova la sua recente espressione nel recente libro di Amar Bhidé The Ventursome Economy. Il succo di questa posizione, spesso richiamata da buona parte della nostra classe politica ed imprenditoriale, è che non valga la pena di investire cospicue risorse per avere molti scienziati, produrre scoperte e brevetti, tanto ciò che conta è come si utilizza la conoscenza a livello industriale. Quindi non si deve temere di essere secondi nella ricerca ed importare tecnologie dall'estero quando si è primi nella loro commercializzazione, diffusione ed uso. Questo primato è, a sua volta reso possibile non solo dalla superiore cultura manageriale delle imprese americane, ma anche da una caratteristica unica degli Stati Uniti: l'alta propensione innovativa dei consumatori, disposti a sperimentare senza timore e, almeno fino a prima della crisi, a comprare ogni tipo di prodotto innovativo. Non c'è quindi da temere per il futuro se Cina ed India, investendo sempre più risorse nella ricerca, supereranno gli Stati Uniti nella scienza e tecnologia. Il paese a stelle e strisce sarà pronto a valorizzare industrialmente, meglio di "Cindia", la conoscenza da loro generata. Questa posizione, popolare nelle Business Schools americane, ha sollevato in questi anni la reazione delle maggiori istituzioni accademiche e delle imprese più esposte alla frontiera della competizione tecnologica. Ultimamente Eric Schmidt, Ceo della Google, alla luce del trend di disimpegno dalla ricerca di questi anni, ha fatto balenare lo spettro di un'America come mera destinazione finale di consumo di prodotti ideati e realizzati altrove. Chi sostiene questo tipo di tesi sembra dimenticare il ruolo trainante che la ricerca ha avuto nello sviluppo industriale americano, in tutto l'Ottocento e il Novecento, ma soprattutto a partire dalle interpretazioni della legge antitrust del 1890 e da quella sulla proprietà intellettuale del 1898. Si calcola che dal 1909 al 1949 l'87,5% dell'aumento totale della produttività americana sia derivata da ricerca ed innovazione. La creazione di interi nuovi settori industriali come l'informatica, la microelettronica, la farmaceutica e le biotecnologie è figlia diretta della ricerca. Essa solo permette ad una impresa il "lead time" (cioè l'anticipo rispetto ai concorrenti) per affermare nel mercato i propri standard tecnologici e, nel caso, le esternalità di rete (si pensi ad internet o al telefonino). In Italia lo scetticismo, presente tra politici ed imprenditori, sul contributo della ricerca allo sviluppo industriale riflette la precedente posizione di "fondamentalismo manageriale" (ciò che conta non è la conoscenza, ma il management), uno dei frutti avvelenati della subcultura delle nostre Business School. Ad esso si aggiunge, all'estremo opposto,un altro fondamentalismo di tipo anti-industriale di una parte del mondo accademico che, riecheggiando le posizioni ottocentesche del matematico torinese Giuseppe Peano, si oppone a qualsiasi finalità "pragmatica" della ricerca. Tra gli Scilla della classe politica e di parte del ceto imprenditoriale ed i Cariddi del mondo accademico, il risultato è che la ricerca scientifica e tecnologica italiana da dopo il ministero di Antonio Ruberti (1989-1992) ad oggi non ha fatto che indietreggiare. Come in un gioco degli specchi la posizione degli uni è diventata l'alibi per il non fare degli altri. Anche oggi assistiamo alla stessa dinamica. Da una parte il Governo taglia in modo diretto ed indiretto i fondi per la ricerca, non presidia i centri decisionali della politica scientifica e tecnologica (si veda l'attuale stato di paralisi decisionale del settore ricerca al Miur), non prevede alcuna analisi di priorità e di prospettiva della ricerca (ad esempio un nuovo piano nazionale della ricerca) e depotenzia l'Agenzia dell'Innovazione di Milano (togliendole il ruolo chiave di valutazione delle proposte di ricerca industriale). In sintesi dimostra di non credere nella reale utilità economica della ricerca, soprattutto di quella accademica. Dall'altra il mondo universitario non fa che sostenere, inconsapevolmente, le argomentazioni dei "nemici" della ricerca, opponendosi a qualsiasi apertura significativa delle università verso il mondo industriale e verso un sistema che premi, nell'università, chi genera tecnologia, innovazione e capacità imprenditoriale. L'augurio è che in tutto questo entusiasmo verso Obama la nostra classe dirigente sviluppi, nel tempo, qualche forma di contagio anche verso i temi della scienza e della tecnologia. riccardo.viale@fondazionerosselli.it IN ITALIA Lo scetticismo della politica e il fondamentalismo dell'accademia hanno prodotto un cortocircuito tra i laboratori e il mondo produttivo

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Resta intatto il fascino dell'oro (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: STILE E TENDENZE data: 2009-01-02 - pag: 17 autore: Gioielli Resta intatto il fascino dell'oro S ono i gioielli in oro gli oggetti più amati dalle donne tra i beni "discrezionali". è quanto emerge dall'indagine 2008 del World Gold Council (Wgc), What Women Want: Global Discretionary Spending Report, condotta dalla società di ricerche di mercato GfK sui principali mercati di gioielli in oro in India, Cina, Arabia Saudita, Italia, Turchia e Stati Uniti. L'indagine ha preso in esame l'approccio di quasi 7.500 donne di età compresa tra i 15 e i 65 anni nei confronti degli articoli di lusso e dei beni di consumo, analizzandone le opinioni circa le caratteristiche dei prodotti, i prezzi e la concorrenza di altri beni di consumo. Dall'indagine emerge che, nel complesso, malgrado la contrazione del potere di acquisto delle donne a livello globale e la crescente concorrenza di altri beni discrezionali, i gioielli in oro hanno continuato a esercitare il loro fascino. Anche se in Italia la fiducia dei consumatori è in generale inferiore a quella degli altri Paesi presi in esame per effetto del clima economico. «Sullo sfondo di un aumento della quotazione aurea, che all'inizio del 2008 ha raggiunto nuovi picchi massimi –commenta Daniela Invernizzi, country manager per l'Italia del World Gold Council – era importante che l'indagine si concentrasse sull'approccio dei consumatori e la propensione all'acquisto, visto che la gioielleria rappresenta circail 70% della domanda d'oro globale. Lo studio ha mostrato come i consumatori italiani, già prudenti, lo siano diventati ancora di più: la stragrande maggioranza delle donne sceglie di accontentarsi dell'oro che già possiede o di comprarne solo per un'occasione speciale. Tra le amanti dell'oro, tuttavia, si assiste ad alcuni trend positivi dovuti al fatto che l'aumento della quotazione dell'oro è la conferma della sua esclusività.» Mentre la percentuale di donne che possiede gioielli in oro rimane solida ( 98%), a fare concorrenza ai beni di consumo discrezionali non sono altri gioielli di alta gamma, bensì "must" di tipo differente, accessori di moda e gadget come i cellulari e altri apparecchi elettronici, posseduti dal 97% delle donne intervistate. G.Cr. www.gold.org L'INDAGINE Per il World Gold Council l'aumento del prezzo rafforza la percezione di esclusività Esempi di creatività. Dall'alto, anello Chopard in oro bianco e diamanti, penna Dupont in oro rosa e 160 diamanti e l'anello da viaggio Tiah, apribile.

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Ashqelon, quando la fuga è una normale quotidianità (sezione: Cina)

( da "Avvenire" del 02-01-2009)

Argomenti: Cina

MONDO 02-01-2009 Ashqelon, quando la fuga è una normale quotidianità DAL NOSTRO INVIATO A ASHQELON « L ei mi chiede " in tempi normali" quanti palestinesi ricoveriamo ogni giorno? È dai tempi di Sansone che non c'è stato un giorno normale qui ad Ashqelon. Anche prima che chiudessero il valico di Eretz arrivavano giovanotti con le ginocchia spaccate dai proiettili: erano quelli di Fatah, che i miliziani di Hamas andavano a prendere di notte casa per casa per ridurli poi così» . Ron Lobel ha 57 anni, gli occhi azzurro chiaro, una barba rossa che vira al grigio, una schietta discendenza yiddish e un posto di grande responsabilità, visto che oltre che medico internista è direttore dei servizi di emergenza del Barzilai Medical Center di Ashqelon, antica città filistea, dove Sansone allestì un enigma crudele per risolvere il quale corse il sangue e si ordirono congiure. E un enigma non lo stesso, certamente anche oggi siamo costretti a tentare di risolverlo: come si può vivere in una città in cui dieci, venti volte al giorno la sirena dell'allarme annuncia l'arrivo di un missile Qassam lanciato da Gaza e da quel momento hai quindici secondi di tempo per metterti al riparo prima che un boato lontano o vicino cambia poco ti faccia tirare un sospiro di sollievo e tu possa dire: anche stavolta ce l'ho fatta? Dalia Tal, che gestisce la mensa dell'ospedale, ha due figlie, una nell'aeronautica militare, l'altra nei servizi a terra. Prova lei a rispondere: «Quando arriva il missile penso a loro due. E dico, meglio me che le mie figlie...» . Ma innegabilmente una differenza profonda e forse qui sta la soluzione dell'enigma tra il giornalista che arriva per la prima volta a Ashqelon e chi da otto anni si aspetta ogni momento un razzo malandrino la puoi scorgere nei singoli movimenti, nei gesti ritualizzati, nella sconcertante lentezza con cui gli abitanti di questa città si mettono al riparo e scendono nei rifugi: noi giornalisti corriamo, con il cuore in gola e nelle orecchie un orologio segreto che conta i secondi, loro no, fanno tutto con meccanica efficienza, affrontando l'ingorgo di telefonate ai parenti, ai figli, agli amici, dopo ogni botto. Perché questa è diventata la normalità di questa bella cittadina affacciata sul mare, come è diventato normale incassare la testa nel collo a Sderot, piuttosto che a Yad Mordechai. «Ma non creda che ci si abitui dice il dottor Lobel , per mesi migliaia di bambini si svegliano con la paura e vanno a dormire con la stessa paura. Il 20% dei pazienti dei nosti reparti psichiatrici è affetto da una sindrome permanente di panico, patologie dalle quali non guariranno mai più. Questo è il danno vero dei Qassam, non le buche che fanno nei marciapiedi o i dodici morti all'anno. E tra l'altro stanno colpendo sempre più lontano e sempre più precisi» . È vero. Ce ne rendiamo conto a Be'er Sheva, capitale del Negev e antichissima città dove Isacco fece scavare sette pozzi ( donde il nome), duecentomila abitanti, la sesta città di Israele e soprattutto un luogo che si credeva fuori della portata dei missili di Gaza. Ma sul finire del 2008 la sorpresa è stata amarissima: basta uno sgangherato Grad da 122 millimetri di ideazione sovietica rifatto in Cina o in Iran e spedito da mani e tunnel clandestini nella Striscia per fare una corsa di oltre cinquanta chilometri e sfondare il soffitto di una scuola elementare a poche ore dalla fine dell'anno. E tutti, dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni a noi cronisti attoniti ce ne stavamo con il naso all'insù, a rimirare questo squarcio nel soffitto e domandarci cosa sarebbe successo se in quel locale ci fossero stati anche gli alunni. «Il difficile sarà recuperare alla normalità i bambini ansiosi e quelli emotivamente destabilizzati quando riapriremo la scuola» , dice la direttrice Gila Belaish. Normalità. Parola che nella costellazione di città che attorniano la Striscia di Gaza assume un significato per noi imparagonabile, e in parte inedito anche per loro. «Ora che i missili arrivano anche qui dice Yitzhak Yagna, pensionato di Be'er Sheva capisco cosa hanno provato in questi anni gli abitanti di Ashqelon, di Ashdod, di Sderot. E adesso ho paura anch'io» . Ma non è il solo. Ieri a Tel Aviv si sono cominciati a preparare i rifugi pubblici e altre misure di emergenza nell'ipotesi, ritenuta per ora remota, che Hamas disponga di razzi in grado di coprire i settanta chilometri che separano il nord della Striscia con la capitale dello Stato di Israele. Giorgio Ferrari Migliaia di bambini si svegliano di notte: «Dopo 8 anni di esplosioni il 20% dei pazienti psichiatrici è affetto da panico permanente». A Be'er Sheva un razzo Grad squarcia il soffitto della scuola: «Poteva essere una strage» Una condotta fognaria trasformata in rifugio ad Ashqelon (Epa)

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Medio Oriente/Tra rischio di guerra totale e vera svolta diplomatica. Quel miracolo atteso da sessant'anni (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Medio Oriente/Tra rischio di guerra totale e vera svolta diplomatica. Quel miracolo atteso da sessant'anni di Pino Agnetti 31-12-2008 Esiste uno sbocco diplomatico alla Prima Guerra di Gaza? La domanda al centro anche del vertice straordinario Ue di ieri pomeriggio a Parigi è destinata a rimanere a lungo senza una reale risposta. E, ciò che è ovviamente peggio per le vittime che continuano a crescere di ora in ora, senza che nessuno sia in grado di dire per quanto. Eppure, forse mai un conflitto ha seguito una "tabella di marcia" politico-diplomatica tanto precisa e cadenzata. Basta riavvolgere il nastro delle dichiarazioni di parte israeliana. Fase uno: dopo il rifiuto unilaterale di Hamas di prorogare la tregua metteremo fine al suo dominio su Gaza e ai lanci indiscriminati di razzi contro le nostre città. Fase due: i raid aerei sulla Striscia sono solo un primo stadio, cui se necessario (cioè se Hamas non si piegherà accettando un cessate il fuoco a condizioni ben più rigide di prima) seguiranno anche le operazioni terrestri. Fase tre: nella Striscia di Gaza governi chiunque, tranne loro. Più chiaro di così. Talmente chiaro che i 27 ministri degli Esteri dell'Unione convocati d'urgenza da Sarkozy (il nostro Frattini è rimasto a Roma per riferire al Parlamento degli sviluppi della crisi) hanno potuto solo invocare l'apertura di un corridoio umanitario a Gaza. Richiesta accolta da Israele che già aveva risposto positivamente agli analoghi appelli della regina Rania di Giordania e del governo turco. Riepilogando, il panorama del cosiddetto "pressing internazionale" è dunque il seguente. A fine settimana, Sarkozy riceverà a Parigi il ministro degli Esteri di Gerusalemme, quella Tzipi Livni che fra meno di due mesi potrebbe diventare la nuova Golda Meir d'Israele. Ma, a quel punto, il capo dell'Eliseo non sarà più il presidente di turno Ue, dato che dal 1 gennaio lo scettro dell'Unione passerà nelle mani del premier ceco. E sarebbe folle pensare che il pur bravo Mirek Topolanek possa avere più voce in capitolo di "Sua maestà Sarkò". Vero è che in queste giornate drammatiche è tornata farsi sentire la voce del cancelliere tedesco Angela Merkel. La quale ha comunque chiarito che Israele è più che legittimata a difendere i propri civili e il proprio territorio e che la responsabilità della tragedia di Gaza appartiene "chiaramente ed esclusivamente" ad Hamas. Lasciando da parte le proteste e le preoccupazioni (ambedue scontate) di Russia e Cina, e sorvolando sugli appelli al solito più impalpabili dell'aria del Palazzo di Vetro, resta da esaminare la posizione dei Paesi arabi moderati (segnatamente dell'Egitto e dell'Arabia) e dell'America. I primi, nonostante le roboanti condanne dell'"aggressione israeliana", in realtà felicissimi dei bombardamenti che stanno bersagliando Hamas. La seconda, costretta a una latitanza forzata (e secondo molti provvidenziale) dalla transizione in corso fra l'attuale e la futura amministrazione. Conclusione dell'excursus: diplomazia, sia pure non immobile, sostanzialmente al palo. E parola ancora alle armi, con un'escalation da parte israeliana che - a giorni o forse ore - potrebbe evolversi dai raid aerei all'invasione di terra. A questo punto, la vera domanda è se il conflitto resterà circoscritto a Gaza. Cioè, se l'operazione "Piombo fuso" non finirà col riattizzare l'incendio libanese (vedi i bellicosi proclami del leader di hezbollah, Hassan Nasrallah), se non una guerra totale nella regione come minacciato dall'Iran. Ma proprio questo rischio estremo potrebbe sortire la svolta che il Medio Oriente attende ormai da 60 anni: l'avvio di un negoziato finale fra palestinesi e israeliani, supportato da una missione internazionale col mandato di vigilare sul cessate il fuoco e sulla successiva nascita di due stati finalmente in pace e in sicurezza. Inutile dire che l'unico in grado di far da "levatrice" a uno sbocco del genere è lui, Barack Obama. Ma la pre-condizione perché Mr "Yes we can" possa riuscire in un miracolo siffatto è la definitiva sconfitta politico-militare di Hamas per mano dei palestinesi moderati e di Israele. Un'alleanza mai come in queste tragiche ore necessaria e, purtroppo per chi soffre e continua a morire in Terra Santa, da fantascienza.

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i talenti da agevolare all'università di palermo - maurizio carta (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XV - Palermo I TALENTI DA AGEVOLARE ALL´UNIVERSITà DI PALERMO MAURIZIO CARTA L A CRISI CHE ATTRAVERSA L´UNIVERSITà - come testimoniato anche da altri interventi su queste pagine - è una crisi strutturale, oggi amplificata e accelerata dal conflitto tra le aspirazioni di crescita del sistema universitario nazionale e le necessità di riduzione delle spese del governo. La situazione dell´Ateneo palermitano non è in questo molto diversa da quella delle altre università italiane. Non vi è dubbio che le proteste di novembre e dicembre, le grida di allarme nei confronti delle conseguenze dei tagli già inferti al Fondo di funzionamento ordinario e le ipotesi di riforma generale dirette verso la riduzione del ruolo dell´università statale chiedono la nostra attenzione, vigilanza e capacità di indignazione. Ma chiedono anche di superare un atteggiamento puramente reattivo per assumerne uno attivo, propositivo e progettuale. Non vorrei che mentre erigiamo le barricate qualcuno ne approfittasse per chiuderci dentro le nostre mura a lasciarci consumare le ultime risorse, per poi acquisire a basso costo le nostre spoglie. Credo invece che dobbiamo avere la sincerità di ammettere che negli ultimi trenta anni è assolutamente mancato un vero progetto per l´università, come invece hanno elaborato altri paesi europei Francia in testa. è mancata la definizione del ruolo dell´università nella società italiana: di massa o meritocratica, selettiva o inclusiva, separata o integrata, responsabile o autoreferenziale, di volta in volta siamo stati tutto questo insieme. Oggi, soprattutto se come sembra ci sarà il tempo e l´occasione di un confronto serio nel paese, che parta dal riconoscimento delle responsabilità e dalla consapevolezza che la crisi è strutturale e non contingente, dobbiamo mutare atteggiamento. Dobbiamo avere la volontà e la capacità di lavorare ad un «progetto culturale» che miri a ridefinire il contributo reale dell´Università statale alla «promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica» come ci impone l´articolo 9 della Costituzione Italiana. Se l´università vuole davvero essere un «motore culturale» per la qualità, la competitività e la coesione del territorio in cui opera, abbiamo l´obbligo di definire meglio dove dobbiamo andare per non far girare a vuoto il motore una volta reso più potente. Sappiamo tutti che non basta dichiarare la funzione strutturale e motrice dell´università, poiché non funzione come un «mantra» che basta recitare innumerevoli volte perché si concretizzi. Essa ci impone l´onere della prova. All´Università tocca oggi non solo rimettere a posto le proprie articolazioni interne, non solo valutare meglio gli effetti (i costi) delle sue scelte autonome, non solo ridurre gli sprechi e rafforzare le innovazioni di sistema tra le sue componenti, non solo eliminare il sospetto di privilegi in un mondo in crisi, tocca anche - e soprattutto - dimostrare di saper essere un tassello indispensabile al rafforzamento dell´armatura culturale del Paese, vera risorsa nel «capitalismo di territorio» che l´Italia deve mettere a valore nella competizione con gli altri Paesi. Siamo circondati da paesi che investono sull´università e sul sistema della ricerca (Francia, Spagna, la Slovenia) e siamo immersi in una competizione globale che si gioca anche sulla qualità del sistema dell´alta formazione (Cina e India in testa). L´onere della prova ci chiede un bagno di umiltà, ci impone di uscire da un atteggiamento protezionistico spesso autoreferenziale e ci chiede di sottoporci a valutazione, di immetterci nel vortice della società, nella dinamica dei suoi processi evolutivi, di alimentarci della domanda di cultura e di accettare la tenzone con gli altri fattori di sviluppo. Non si tratta solo di migliorare la formazione degli studenti perché siano i protagonisti delle sfide del cambiamento nei diversi campi in cui utilizzeranno le loro competenze, professionalità e sensibilità, si tratta soprattutto di migliorare il rapporto tra la ricerca - tutta e senza anacronistiche distinzioni tra umanistica e scientifica - e il territorio, la comunità civile, il tessuto imprenditoriale e il sistema istituzionale. Noi studiosi dobbiamo avere la capacità di re-immaginare il ruolo della nostra ricerca non solo come avanzamento disciplinare - indispensabile per la proiezione internazionale - ma come fattore qualificativo e moltiplicativo dello sviluppo della società, dell´ambiente e dell´uomo. Non da oggi abbiamo questo compito, già l´Agenda di Lisbona e la Dichiarazione di Bologna per la competitività dell´Europa ci impegnavano, insieme a tutte le istituzioni, a lavorare per accelerare il passaggio a una nuova economia più competitiva e dinamica, basata sulla conoscenza e fondata su tre cardini: promuovere l´istruzione e l´informazione per vivere e lavorare nella nuova Società dei Saperi; potenziare lo sviluppo della ricerca e dell´innovazione; ed infine creare un ambiente favorevole alla nascita e allo sviluppo dell´innovazione. Dobbiamo avere la capacità di trasferire le nostre ricerche verso il più ampio spettro di utilizzatori, dobbiamo farle diventare indispensabili all´evoluzione del paese. Non mi riferisco solo al trasferimento tecnologico nei confronti delle imprese, ma parlo di sviluppare l´economia della cultura, di migliorare i processi decisionali, di animare il dibattito civile e quant´altro possiamo immaginare come nostro ruolo attivo. Naturalmente tale trasferimento è oneroso, non semplice e immediato, ma è imprescindibile. E non può essere sempre condotto dal singolo studioso. è invece una di quelle innovazioni di sistema di cui abbiamo bisogno, è un compito dell´intero Ateneo, delle sue strutture centrali e periferiche. Un compito di facilitazione, di assistenza e di servizio che agevoli la trasmissione dell´energia creativa prodotta dall´Università verso il territorio, trasformandola in energia cinetica. L´Università di Palermo dovrà ripensare la sua multidisciplinarità, agevolando le sinergie tra competenze, ricerche, approcci e talenti dei suoi ricercatori. Solo se non ci sottrarremo a tale onere di responsabilizzazione, di valutazione dei risultati, di chiarezza degli obiettivi riusciremo non solo a salvare l´università statale, ma anche ad imprimere alla Sicilia e in definitiva all´intero Paese l´accelerazione che gli serve. Solo quando chiunque, anche chi non ci frequenta direttamente, griderà «nessuno tocchi l´Università» potremmo dire di aver rispettato la nostra missione. L´autore è direttore del Dipartimento città e territorio all´Università di Palermo

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ztl, un grosso guaio a chinatown (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XII - Milano Ztl, un grosso guaio a Chinatown "Noi di Paolo Sarpi non vogliamo essere la Svizzera di Milano, ma solo un quartiere normale. Perché lei non ci vuole capire?" Gentile dottor Colaprico, in risposta a «Via Sarpi senza taxi/2», misurato intervento-lettera di una residente, lei risponde che non ne può più di via Paolo Sarpi e dell´associazione Vivisarpi e giura che non capisce. Infatti, si vede: 1) confonde i poteri di una associazione di residenti (Vivisarpi) con quelli del Comune di Milano e dell´ATM che hanno disposto e gestiscono la ZTL; 2) dimentica dieci e più anni di occupazione invasiva del quartiere da parte di centinaia di punti vendita di merce all´ingrosso destinata alle bancarelle di mercati rionali (di mezza Italia e oltre frontiera) che operano quotidianamente nel quartiere, caricando e scaricando mercanzia in continuazione, in spregio a ogni regolamento e alla presenza dei residenti al novanta per cento milanesi. Questa ZTL, bella o brutta che sia, è il primo intervento concreto attuato dall´Amministrazione pubblica inteso come primo passo per risolvere il problema. E certamente costa sacrifici anche significativi a residenti e commercianti. Non sopportiamo però commenti che appaiono supponenti e superficiali, né pretendiamo di diventare la "Svizzera di Milano". Pretendiamo solo di essere un quartiere come gli altri e non un mercato a cielo aperto per fornitori, clienti, merci che nulla hanno a che fare con la vita di un quartiere milanese. Grazie se vorrà pubblicare. Lisi Vallardi Prego, ma confermo: e come sopporto io i suoi commenti, così lei sopporti Postacelere. Via Paolo Sarpi mi stava simpatica, ci abitava il mio amico Pietro Valpreda, ci ho mangiato, bevuto, passeggiato. Ma con voi è ormai come con gli Oh bej oh bej. Era una fiera bella e popolare, grazie all´intervento della giunta è diventato un baraccone dove si vendono pentole e baggianate. Gli artigiani sono stati mandati via, soluzione davvero penosa. A me dei voti e dei consensi non m´interessa niente, sono un cronista e un giallista. Ma della qualità della vita di questa città sì, ci vivo, ci stanno i miei figli. Lei sa bene che il vostro era il «quartiere cinese» da sempre (diciamo dai primi ?900): e sa che ai tanti cinesi arrivati negli ultimi dieci anni qualcuno avrà dato licenze e permessi, o venduto negozi e case. O no? Chi è stato? La giunta di centrodestra e i milanesi del quartiere devono dividersi e prendersi questa responsabilità, a mio parere. Ma voi (lei, per la verità, perché l´associazione non rappresenta tutti) non sopportate voci dissonanti. E volete essere «un quartiere come gli altri». Ecco, qua sta il punto. A chi volete somigliare? Ci dica, signora. Ai Navigli, col suo caos per i locali? O a Quarto Oggiaro, dove ancora oggi ti può capitare di prendere una sberla da un «picciotto»? La Centrale, via Padova, via Imbonati? No, è che voi (lei) sognate corso Vittorio Emanuele. Volete essere più vip e meno «Cina»: è questa la sintesi, oppure ho mal considerato la vostra «puzza sotto il naso» verso tanta gente che sfacchina dalla mattina alla sera? La vostra immagine ideale di Milano mi pare quella di un ordinato cimitero. In via Sarpi siete stati parzialmente accontentati con questa truce e «truzza» Ztl, riposate in pace.

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spazio, pentagono e nasa un piano contro la cina (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 10 - Esteri Il progetto Spazio, Pentagono e Nasa un piano contro la Cina WASHINGTON - La Nasa e il Pentagono uniti contro i progetti spaziali cinesi: sarebbe il presidente eletto Barack Obama, secondo l´agenzia Bloomberg, a voler far cadere le barriere fra il programma spaziale militare e quello civile e aumentare la collaborazione tra le due parti, così da accelerare i tempi di una futura nuova missione sulla Luna. Una collaborazione fra il Pentagono e la Nasa, l´Agenzia spaziale civile, renderebbe più rapida e meno costosa la costruzione del veicolo per le esplorazioni spaziali del futuro, il successore degli Shuttle, inizialmente progettato per entrare in funzione nel 2015. La rapida crescita del programma spaziale cinese, potrebbe far orientare Obama verso un potenziamento dell´iniziativa spaziale, con l´obiettivo di prevenire possibili minacce di Pechino ai satelliti americani. Negli ultimi anni, il governo cinese si è segnalato per l´intensa attività spaziale: in settembre è arrivata la prima passeggiata nello spazio e un programma militare del governo sta lavorando per mandare una sonda-robot sulla Luna nel 2012.

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"dovranno aumentare i consumi e per noi diventa un'occasione" - eugenio occorsio (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 29 - Economia L´intervista L´Occidente Beniamino Quintieri, numero uno per l´Italia all´Expo di Shanghai "Dovranno aumentare i consumi e per noi diventa un´occasione" La Cina può far pesare sull´Occidente la sua capacità di finanziare il debito internazionale con le sue maxi riserve EUGENIO OCCORSIO ROMA - «La crisi in Cina è pesante. Ha colto di sorpresa i cinesi e penalizza soprattutto le piccole imprese proiettate all´export». Un anno e mezzo fa, quando Beniamino Quintieri, docente di economia internazionale a Tor Vergata nonché presidente dell´Ice dal 2001 al 2005, venne nominato commissario del governo per l´Expo di Shanghai 2010, sembrava che l´evento fosse destinato a celebrare l´apoteosi della potenza cinese che sbaraglia il mondo immune da scossoni. Invece la recessione non risparmia la Cina colpendola dove è più esposta, e cioè la capacità di esportare, a causa del crollo della domanda mondiale. «Intendiamoci: alla fine il Paese ne uscirà più forte di prima, perché nel frattempo proprio sotto la spinta delle difficoltà avrà migliorato l´organizzazione e il sistema finanziario di supporto, arcaico e inadeguato. Speriamo solo che ce la faccia per il 2010». Intanto però il 2009 comincia sotto i peggiori auspici. Recessione ovunque, banche allo sbando, aziende che licenziano... «I segnali della crisi sono ovunque a partire dalle regioni dove era stato più massiccio lo spostamento dei lavoratori dalla terra alla fabbrica, Sichuan e Guangdong. E delle 60mila aziende di Hong Kong con basi produttive in Cina, 10mila potrebbero chiudere». Cosa dovrebbero fare i cinesi per evitare il peggio? «Intanto sviluppare la domanda interna. Meno del 50% del reddito è speso in consumi perché la gente deve pagarsi la scuola, le pensioni, i servizi sociali: è l´unico punto dove la Cina è andata indietro». Quello che Tremonti definisce con toni sprezzanti "mercatismo"... «Mi sembra che il ministro, e anche Berlusconi che è venuto qui due mesi fa, abbiano assunto di recente posizioni più prudenti e ragionevoli. Attenzione: i cinesi queste cose le percepiscono e se le ricordano, non come i russi che le accantonano quando è il momento di fare affari. C´è poco da accusare: tutti i paesi, compreso il nostro, quando hanno fatto il salto da economia agricola a potenza industriale, hanno rinviato le riforme sociali e l´assistenza pubblica». C´è pericolo di misure protezionistiche? «La Cina non ha avuto la lezione del ?29 che il protezionismo non è il rimedio, e i sussidi all´export che minaccia potrebbero richiamare ritorsioni. Ma Pechino può far pesare la sua capacità di finanziare il debito internazionale, e l´atteggiamento occidentale difficilmente sarà di contrapposizione. Piuttosto esistono le condizioni per una rivalutazione dello yuan quale l´America chiede da tempo». Sulla base della sua esperienza, come sono i rapporti con l´Italia? «Abbiamo poche multinazionali e siamo esclusi dai grandi appalti. La gara per il nostro padiglione all´Expo è stata vinta da una società cinese con 18mila dipendenti di cui 3mila tecnici: un grande gruppo specializzato, quale noi non abbiamo più. Quanto alle medie aziende, dovrebbero lanciarsi con più convinzione nelle joint-venture ora che è migliorata la governance e i rischi d´investimento sono minori».

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la recessione globale è arrivata in cina: frena l'export e il manifatturiero è in crisi dall'occidente non arrivano più ordini e i pagamenti vengono ritardati nei distretti industr (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 28 - Economia La recessione globale è arrivata in Cina: frena l´export e il manifatturiero è in crisi Dall´Occidente non arrivano più ordini e i pagamenti vengono ritardati nei distretti industriali le fabbriche licenziano e gli operai tornano nelle campagne La crescita sfiora ancora l´8% ma è sotto il livello di guardia: il Paese ha bisogno ogni anno di venti milioni di nuovi posti di lavoro per evitare lo scontro sociale Sussidi e aiuti di Stato porterebbero Obama a reagire con forti misure protezionistiche L´unica via d´uscita è aumentare lo stato sociale e il peso dei servizi sul Pil Pechino ha sentito l´emergenza prima degli Usa e ha stanziato 600 miliardi di dollari (SEGUE DALLA COPERTINA) DAL NOSTRO CORRISPONDENTE federico rampini Dietro il miracolo economico c´era la necessità di reggere l´urto del più vasto esodo rurale mai verificatosi negli annali dell´umanità. Ogni anno in media 15 milioni di contadini hanno abbandonato le campagne, fuggendo da un´agricoltura troppo povera per mantenerli, e sono andati a cercare lavoro nelle fabbriche. A loro si aggiungono, ogni anno, almeno 6 milioni di giovani cinesi che escono dal sistema scolastico con una laurea o un diploma. Se la velocità dello sviluppo scende sotto l´8% annuo - è la stima della banca centrale di Pechino - non si creano i venti milioni di posti di lavoro indispensabili ogni anno per mantenere l´ordine e la pace sociale. Per questo cinque mesi consecutivi di calo della produzione industriale sono già l´equivalente di una seria recessione. E si aggiungono a un altro dato preoccupante: il calo delle esportazioni made in China a novembre, un segno meno nelle vendite al resto del mondo che non si verificava dall´11 settembre 2001. Anche questa è una frenata ancora più grave di quanto appaia. Il dato ufficiale segna meno 2,2% in dollari ma tradotto in moneta locale (renminbi) diventa meno 9,6% e depurato dall´inflazione è meno 11,4%: un disastro che ha colpito "la fabbrica del pianeta" proprio alla vigilia di Natale, nel periodo dell´anno tradizionalmente più fausto per l´industria cinese. Si accumulano i segnali di uno stress inaudito. Le navi portacontainer lasciano i porti di Hong Kong e Shanghai semivuote, nonostante che gli armatori abbiano abbattuto le tariffe dei noli. Note catene di supermercati americani - a loro volta lambite dalla bancarotta - non pagano i fornitori cinesi prima di 120 giorni, trascinando con sé nel crac migliaia di piccole imprese di Canton e Shenzhen. Nell´industria tessile del Guangdong si moltiplicano i casi di operai che si autolicenziano sperando così di incassare almeno l´ultimo salario, prima che il loro datore di lavoro fallisca e diventi insolvente. Sono vuoti quei "treni della speranza" che un tempo partivano dal Sichuan e da altre provincie povere, carichi di emigranti verso la costa industrializzata del Guangdong. Ora quei treni fanno il pieno solo nella direzione opposta. Le vacanze del Capodanno lunare sono cominciate con un mese di anticipo sul calendario ufficiale e sono la celebrazione di una sconfitta tremenda: il ritorno a casa degli ex operai, un controesodo verso delle campagne che non possono mantenere questo esercito di disoccupati. «Andrà peggio nel 2009, qualsiasi cosa faccia il governo non impedirà un´annata di crisi», dice l´economista Qing Wang di Hong Kong. Sono già sprofondati nella recessione i "satelliti economici" della Cina, dagli ex dragoni Singapore e Taiwan fino alla Corea del Sud e al Giappone, a riprova che la grande locomotiva cinese non tira più. Anche i mercati finanziari annusano il sangue: per anni la Cina era stata la destinazione favorita degli investimenti esteri, sul finire del 2008 invece l´Estremo oriente ha subito un deflusso di capitali per 60 miliardi di dollari. Il più favoloso miracolo economico della storia, un exploit durato trent´anni, sembra giunto a una svolta. Il senso di urgenza è palpabile a Pechino, la reattività dei leader è estrema. Molto prima che Obama potesse insediarsi alla Casa Bianca, Wen Jiabao aveva già annunciato il New Deal cinese, 600 miliardi di dollari di nuovi investimenti pubblici e spese sociali. «è solo un assaggio - dice Qing Wang - nel 2009 è probabile che arrivi un´altra manovra pubblica di sostegno alla crescita, di dimensioni ancora superiori». Anche nei contenuti il piano di rilancio cinese sembra anticipare le intenzioni di Obama: immensi progetti di modernizzazione delle infrastrutture, grandi opere, lavori pubblici. Con 2.000 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate grazie ai suoi attivi commerciali, e una finanza pubblica in ordine, in teoria la Repubblica Popolare ha un arsenale poderoso per contrastare la recessione. Eppure ai piani alti del regime traspare insicurezza. Nessuno è veramente convinto che le manovre di spesa pubblica saranno decisive. I tecnocrati della banca centrale hanno esposto a Wen Jiabao e al presidente Hu Jintao l´impresa immane che il paese deve affrontare: si tratta di cambiare il modello di sviluppo che ha funzionato egregiamente per tre decenni. Se l´Occidente esangue non potrà più assorbire dosi crescenti di prodotti made in China, bisogna che siano i consumatori cinesi a spendere di più. Ma per ridurre la loro ossessiva parsimonia (mettono da parte oltre il 30% del reddito), occorre placare l´insicurezza delle famiglie cinesi, che non hanno Welfare State. Pensioni, sanità e istruzione sono scadenti - se pubbliche - o molto costose nel privato. Aumentare il peso dei consumi privati; alzare la quota dei servizi sul Pil nazionale: è un´evoluzione che ha richiesto molti decenni nei paesi occidentali, e che la Cina dovrebbe fare in corsa, sotto la minaccia di un collasso. è una "mission impossible". Si capisce lo scetticismo di molti leader comunisti di fronte a una terapia così radicale. Affiora la tentazione di ricorrere a ricette più tradizionali: sussidi di Stato alle aziende in crisi, agevolazioni fiscali per gli esportatori, forme di protezionismo occulto. Nonché il rinvio implicito per le riforme più ambiziose degli ultimi anni: dalla lotta all´inquinamento al miglioramento dei diritti dei lavoratori. è la strada più facile, il tentativo di rianimare il motore tradizionale e collaudatissimo dell´ascesa cinese: la macchina da guerra delle esportazioni. è una scorciatoia che stavolta rischia di riservare brutte sorprese. Perché se la domanda dei consumatori europei e americani ristagna, non c´è aiuto che possa rilanciare il made in China verso le traiettorie fantastiche del passato. E il tentativo di "drogare" l´export con aiuti fiscali e tariffari potrebbe spingere l´Amministrazione Obama sul sentiero delle rappresaglie protezioniste. Per i vertici cinesi questa potrebbe diventare un sfida per la sopravvivenza. «Dobbiamo ad ogni costo creare nove milioni di nuovi posti di lavoro entro quest´anno, solo nelle aree urbane», rivela il ministro del Lavoro Yin Weimin. Il 2009 è un anno carico di ricorrenze. Importanti e pericolose. A giugno saranno vent´anni dal massacro di Piazza Tienanmen, l´ultimo episodio che vide i giovani studenti rivoltarsi contro il regime. Prima ancora c´è un altro anniversario carico di significato. Vent´anni fa, nei primi mesi del 1979, insieme con le riforme capitaliste fiorì il "Muro della democrazia", uno squarcio di libertà di espressione. Su quel muro i cittadini presero l´abitudine di esibire dazebao (manifesti) che criticavano i dirigenti, chiedevano libertà e democrazia; finché Deng impose la fine dell´esperimento. Oggi al posto di quel muro c´è l´ingresso di un lussuoso shopping mall. Uno dei tanti, troppi che sono spuntati a Pechino negli ultimi anni, e che di questi tempi rivelano una evidente penuria di clienti. Se dovesse chiudere quel centro commerciale, al posto delle sue vetrine luccicanti i leader cinesi potrebbero ritrovarsi di fronte a un muro di risentimento.

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la crisi si sposta verso pechino. e adesso, dopo anni di boom, anche il più grande produttore mondiale rischia la paralisi - federico rampini pechino (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 27 - R2 La crisi si sposta verso Pechino. E adesso, dopo anni di boom, anche il più grande produttore mondiale rischia la paralisi FEDERICO RAMPINI PECHINO dal nostro corrispondente Neppure dopo i 70.000 morti del terremoto nel Sichuan i cinesi hanno visto il loro premier in televisione così spesso. Tre giorni fa Wen Jiabao è stato ripreso mentre visitava la fabbrica di automobili Chang´An, dove ha dichiarato che «arrestare il declino della crescita è la priorità di quest´anno». L´altroieri ha parlato agli studenti universitari: «Voi neolaureati in cerca di lavoro siete in cima ai nostri pensieri, vivo le vostre difficoltà come fossero mie». Ieri il primo ministro ha lanciato un appello a scienziati, economisti e tutta l´élite intellettuale: «Aiutateci a trovare soluzioni a questa crisi». Colpisce il contrasto con Barack Obama in vacanza con la famiglia alle Hawaii: a giudicare dal livello di allarme dei suoi leader, l´epicentro della paura globale si sta spostando velocemente in Cina. Per capire la tensione ai vertici della Repubblica Popolare è cruciale un dato apparso ieri. La produzione industriale cinese è calata per il quinto mese consecutivo: è la più grave caduta mai verificatasi nell´èra post-maoista, cioè da quando il gigante asiatico è diventato un´economia di mercato. «La Cina è entrata di fatto in una recessione tecnica», sentenzia l´economista Eric Fishwick dell´istituto Clsa di Hong Kong. è un verdetto grave, inimmaginabile fino all´autunno. E non deve ingannare il fatto che il Pil cinese continui a crescere. Da quando Deng Xiaoping l´avviò sulla strada del capitalismo, proprio trent´anni fa, la nazione più popolosa del pianeta ha inanellato una serie di record eccezionali, con una crescita media del 10% annuo. Il massimo storico fu toccato nel 2007, con l´aumento dell´11,8% del Pil. La frenata del 2008 è stata così improvvisa e brutale che solo nell´ultimo trimestre è apparsa di colpo sugli schermi radar. La crescita del Pil è scesa già attorno al 9% e l´anno prossimo potrebbe decelerare sotto l´8% o addirittura il 7%. Certo, sono percentuali che farebbero sognare qualsiasi altro paese del mondo. A Pechino invece fanno scattare l´allarme rosso. Perché la Cina è un altro pianeta. I suoi bisogni di sviluppo non possono essere compresi da chi vive in Occidente. SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE CON UN ARTICOLO DI EUGENIO OCCORSIO SEGUE A PAGINA 28

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Le Fs francesi rafforzano la flotta (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: FINANZA E MERCATI data: 2009-01-03 - pag: 30 autore: Trasporti. Previsti 700 milioni di investimenti supplementari Le Fs francesi rafforzano la flotta Leonardo Martinelli PARIGI Sono esattamente 700 milioni di euro gli investimenti supplementari previsti dalla Sncf, le Ferrovie francesi, fra il 2009 e il 2010.L'annuncio è arrivato ieri: i treni, un settore dove la Francia puo' vantare un invidiabile know how, rappresenteranno una leva importante del piano di rilancio voluto da Nicolas Sarkozy per combattere la crisi. Sullo stesso fronte i vertici di Alstom, il colosso che fabbrica i mitici Tgv, secondo produttore mondiale di materiale ferroviario, hanno accusato la Cina di chiudere i confini alle forniture degli operatori stranieri: un vero problema in una fase delicata come quella attuale. Philippe Mellier, presidente di Alstom Transport, ha incoraggiato al boicottaggio del made in China in un'intervista rilasciata ieri al quotidiano Financial Times, sottolineando che i Paesi occidentali dovrebbero rifiutarsi di comprare treni prodotti in Cina. «Il loro mercato – ha dichiarato - si chiude progressivamente per lasciar prosperare le aziende nazionali. Allora non è giusto che gli altri Paesi acquistino la tecnologia cinese, perché non c'è reciprocità ». Aziende del Paese asiatico hanno vinto recentemente appalti nel Regno Unito, mentre in Cina quelli relativi alla linea ad alta velocità prevista tra Pechino e Shanghai prevedono solo forniture di prodotti fabbricati in loco. La Francia punta molto sul suo savoir faire nel comparto per reagire alla crisi. Proprio ieri il premier FranÇois Fillon e il presidente della Sncf Guillaume Pépy hanno annunciato nuovi investimenti nel settore per un totale di 700 milioni di euro nel 2009 e nel 2010 (400 milioni il primo anno e 300 milioni il secondo). Questi fondi fanno parte dei 26 miliardi di euro previsti dal piano di rilancio annunciato da Sarkozy all'inizio di dicembre, senza specificare i settori di intervento e i fondi relativi. Sono investimenti pubblici, perché verranno direttamente dal bilancio della Sncf, controllata dallo Stato francese. Serviranno a rinnovare linee e stazioni, ma anche ad acquistare nuovi treni. «Invece degli undici convogli di Tgv che volevamo comprare nel 2009 –ha precisato Pépy – saliremo a quindici».

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Annata da dimenticare per gli indici immobiliari (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 03-01-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: CASA E CASE data: 2009-01-03 - pag: 20 autore: Borsa. Italia (-54,9%) in linea con il dato mondiale - In positivo solo il Venezuela Annata da dimenticare per gli indici immobiliari Enrico Bronzo Per il settore immobiliare il 2008 è stato un anno molto pesante. Gli indici di Borsa legati ai titoli real estate hanno perso in molti Paesi oltre il 50% del proprio valore. Come nel caso dell'Italia, dove la perdita è stata del 54,9%, in linea con l'indice mondiale che ha chiuso l'anno con un calo del 55,2 per cento. Così invece l'andamento degli altri grandi Paesi dell'area euro: Germania (-44%); Francia (-42,2%); Spagna (-58,6%). Ha fatto peggio il Regno Unito con il 60,8%, un valore che tiene conto anche del deprezzamento della sterlina nei confronti dell'euro. Altrimenti il 2008 si sarebbe chiuso con una perdita del 48,4 per cento. Tra i principali motivi del calo c'è la sfiducia verso il mercato residenziale. In Gran Bretagna, secondo la società di consulenza Hometrack, nel 2008 i prezzi delle case sono scesi dell'8,7%mentre per Halifax,divisione mutui del gruppo Hbos, nell'ultimo trimestre dell'anno scorso i prezzi delle case hanno registrato un calo del 16,2% rispetto all'analogo periodo del 2007. Si tratta del maggiore calo tendenziale mai registrato da quando l'istituto ha iniziato le rilevazioni, 25 anni fa. Ora il prezzo medio di un'abitazione è sceso a quota 159.900 sterline (pari oggi a 166.775 euro), gli stessi livelli di agosto 2004. E la situazione quest'anno secondo Halifax è destinata a peggiorare, viste le minori possibilità di spesa dei cittadini e la restrizione del credito seguita alla crisi finanziaria. Tornando agli indici real estate di Borsa, il podio dei peggiori vede al primo posto la Russia (-92,5%), seguita dall'Irlanda (-84,6%) e dall'India (-81,2%). In realtà preceduta da un incide trasversale, il Bric composto da un mix di indici di Brasile, Russia, India e Cina che si è rivelato alquanto infelice (-84%). Voltando lo sguardo verso le mete capaci di resistere alla tempesta economico-finanziaria in corso troviamo il Lussemburgo (-0,17%) seguito da Sud Africa (-7%), Belgio (-19,6%) e Portogallo (-21%). Ma è soprattutto il Venezuela a mettersi in evidenza con l'unico dato positivo sulle 46 rilevazioni di Thomson Reuters, con un indice di +15,6% che diventa del 20,2% tenendo conto del cambio con l'euro. La Borsa Usa ha invece chiuso l'anno con un-43 per cento. enrico.bronzo@ilsole24ore.com

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la recessione è ormai globale - giuseppe turani (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 18 - Economia AFFARI&POLITICA LA RECESSIONE è ORMAI GLOBALE GIUSEPPE TURANI Previsioni fosche, ma realistiche, sull´anno che è appena cominciato. Anche se, qui e là (ma non in Europa e in Italia), si intravedono segni di una risposta robusta alla crisi. In sostanza, comunque, l´economia mondiale continuerà nel 2009 a soffrire la peggiore recessione dal secondo dopoguerra. E non ci saranno eccezioni. La crisi, cioè, è davvero globale, universale. Ecco, qui di seguito, la fotografia del 2009 per mano di Nariman Behravesh, capo economista di Global Insight (un centro di ricerca che tiene sotto controllo le economie di oltre 140 paesi e che dispone di una banca dati sterminata). Quest´anno l´economia mondiale crescerà tra lo 0 e lo 0,5 per cento, contro il 2,8 per cento del 2008 (in anni recenti era cresciuta anche fra il 4 e il 5 per cento). Global Insight si attende una flessione di almeno l´1,8 per cento del Pil Usa nel 2009. L´attuale periodo di contrazione dell´economia - iniziata a dicembre 2007 - sta diventando il più lungo degli ultimi sei decenni. Le previsioni sono di una contrazione del Pil del 5 per cento (dato annualizzato) nel quarto trimestre 2008 e del 3,8 per cento nel primo trimestre 2009. Guai anche per il resto del mondo. Il Giappone e alcuni paesi dell´Unione europea sono già in recessione. Le altre economie seguiranno. Per l´Europa sarà la maggiore contrazione da inizio anni Novanta e la prima per la zona euro. Global Insight stima una contrazione dell´1 per cento del Pil della zona euro quest´anno, una contrazione dell´1,3 per cento per il Regno Unito. Giù del 2 per cento il Pil del Giappone, che vivrà la peggiore recessione dal 1998 quando l´economia scese del 2,1 per cento. Problemi, molto seri, anche per i paesi emergenti. Alla fine, la crescita del Pil di molti di questi paesi sarà la metà di quella del 2007 o di inizio 2008. La Cina, per esempio, che era cresciuta dell´11,9 per cento nel 2007, quest´anno crescerà di appena il 6,9 per cento. Il denaro continuerà a costare poco. La Fed ha già annullato il costo del denaro, ma questa è solo una facciata. Ha messo in atto anche misure poco ortodosse come, ad esempio, l´acquisto di commercial paper, mutui e debiti di piccole aziende, studenti e acquirenti di auto. La Bce è ferma al 2,50 per cento e la Boe al 2 per cento (minimo dal 1951). Global Insight pensa che la Bce porterà i tassi all´1 per cento e la Boe allo 0,5 per cento. Ossigeno per la congiuntura. In America Obama ha parlato di stimoli per 500 e 700 miliardi di dollari, tra il 3 e il 5 per cento del Pil, tra tagli alle tasse, spesa per infrastrutture e altro. Ma è possibile che il pacchetto sia alla fine molto più elevato. L´unico altro paese che ha preso in considerazione un forte stimolo è la Cina, che ha annunciato un pacchetto di due anni del valore di circa 586 miliardi di dollari, pari al 16 per cento del suo Pil. Senza di esso, la crescita dell´economia cinese potrebbe essere quest´anno del 5 per cento. Le altre economie hanno previsto per ora piani fiscali molto più modesti, tra l´1 e l´1,5 per cento del loro Pil. L´aiuto del petrolio. Global Insight vede il prezzo del petrolio sotto i 40 dollari al barile quest´anno, con la possibilità di una caduta a 30 dollari. E il ribasso del greggio è di fatto come un taglio alle tasse per imprese e consumatori. Solo in America rappresenta l´equivalente di una manovra fiscale da 230 miliardi di dollari. Niente più inflazione. Nel giro di pochi mesi i timori di inflazione sono stati sostituiti da quella della deflazione. Global Insight stima che negli Usa prezzi al consumo e alla produzione resteranno negativi fino alla prossima estate. Movimenti simili, ma un po´ meno pronunciati, sono attesi anche in Europa, mentre in Giappone, che già soffre di deflazione, ci sarà una ricaduta. La correzione lungamente attesa degli squilibri mondiali sta per verificarsi. Il deficit delle partite correnti americane dovrebbe precipitare da 731 miliardi di dollari del 2007 e 660 miliardi del 2008 a 282 miliardi quest´anno, complice il calo del prezzo del petrolio. Il destino della valuta americana. Nel mezzo dell´attuale crisi, quella che è considerata il porto sicuro con status di principale riserva valutaria ha battuto tutte le altre paure. E così, mentre la crisi continua, il dollaro è probabile che rimanga forte. Inoltre, i mercati sembrano avere un po´ più fiducia nel fatto che gli Stati Uniti riusciranno a uscire prima dalla crisi e più velocemente rispetto alle altre parti del mondo. Una volta che la crisi sarà superata, le pressioni ribassiste sul dollaro è probabile che torneranno. A inizio anno è probabile che l´euro/dollaro starà a 1,26- 1,28 arrivando poi a 1,30 alla fine dell´anno. Europa e Giappone troppo timidi. La risposta politica a questa crisi deve essere grande, coraggiosa e rapida - sostiene il capo economista di Global Insight -. La buona notizia è che sia gli Usa che la Cina hanno preso la crisi in maniera molto seria. La non bella notizia è che la risposta politica nelle altre regioni, specie in Giappone e nella zona euro, sembra essere molto più timida. Questo potrebbe significare una più profonda e più duratura recessione in quei paesi, che potrebbe tradursi in una crescita mondiale ancora più debole nel 2009.

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gomme, test e motori la crisi cambia la motogp - enrico sisti (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 04-01-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 42 - Sport Gomme, test e motori la crisi cambia la MotoGp E spunta un´idea: unificazione con la Superbike Dopo la rinuncia della Kawasaki vertice mercoledì in Giappone tra i team sopravvissuti ENRICO SISTI ROMA - Motori solo dolori. Tirandosi indietro la Kawasaki ha spinto il bottone dell´allarme rosso e ora la MotoGp rischia di dimagrire al punto da non essere più se stessa. Mercoledì in Giappone, a casa della Suzuki, a Tokyo, dovrebbero incontrarsi le parti, ognuna impaurita a modo suo: i team sopravvissuti e quelli che hanno già mollato (la Kawasaki appunto), i dubbiosi (Honda, che è storicamente la più impegnata economicamente con i suoi 300 mln di euro all´anno) e i più robusti, almeno psicologicamente (Ducati e Yamaha). Considerato che non è più possibile continuare a muovere il circo delle due ruote ai costi attuali, dovranno capire, insieme, senza riluttanze, e con provvedimenti concreti d´applicazione immediata, cosa fare per evitare il collasso. Gli sponsor storici, tecnici e non, Alice, Repsol, Rizla, Pramac, Tissot, Cinzano, Bwin, fino al "mostro" Red Bull, sono pronti a non mollare la presa, a non scappare, ma il fil di fumo che si è levato da sotto il tendone e la puzza di bruciato provocata dalle dimissioni "forzate" e apparentemente irreversibili della Kawasaki, date nel giro di 24 ore, sono un segnale più forte di quel che si pensi. Perché se il colosso giapponese, che pure produce portaerei, aerei, elicotteri, materiali per le centrali nucleari, impianti industriali e persino aeroporti, ha sentito il bisogno di cancellare la voce "moto da competizione", una goccia nel mare, considerandola improvvisamente "voluttuaria", vuol dire che il gioco non vale più la candela nemmeno per un incrollabile gigante dell´industria internazionale. Troppo sganciata dalla realtà e dal mercato reale la natura dei prototipi della MotoGp, che da un giorno all´altro si è scoperta fragile e anti-funzionale. Troppo inutili le sue sperimentazioni e la ricerca sui motori (tanto è vero che la stessa casa di Akashi manterrà la sua presenza nella Superbike - che sono moto di serie - dove il prossimo anno garantirà 1 mln di euro alle ZX-10R). Cosa non torna? Tutto. La MotoGp costa circa 1,5 miliardi di euro all´anno, compresi ingaggi, sponsor, viaggi aerei, pernotti, la paga degli autisti dei camion e gli antinfiammatori nei mobiletti del pronto soccorso. Ma ormai non sta più in piedi, come Lorenzo dopo la prima caduta a Shanghai. Un fantoccio milionario, troppo "leggero" per reggere l´urto della crisi e la pesantezza del mondo sottosopra. A piedi Melandri e Hopkins, si sono ridotti a 17 i potenziali partenti del prossimo mondiale (inizio il 12 aprile in Qatar). Uno in meno di quanto garantito dalla Dorna, mai così pochi (nel 2003 erano addirittura 24). Ed è possibile che la povertà di piloti spinga addirittura a rivedere il sistema di punteggio, figlio di un´epoca in cui in griglia si presentavano in trenta. Sopravvivere si può? «Sì - ha già ammesso più volte Fausto Gresini, storico dei box e attualmente responsabile delle due Honda private - ma dobbiamo metterci in testa di ridurre del 30% forse del 40% i costi». Costi cui converrà pensare bene. Dopo aver già decretato la fine della costosissima gomma da qualifica (quest´anno la Bridgestone, gomma unica dopo l´addio della Michelin, pensa di sborsare circa 2 mln di euro ma non di più), già avanzano le prime ipotesi su come tagliare altrove: motori di maggior durata anzitutto e meno attenzione per il loro sviluppo, poi un possibile ritorno ai freni in acciaio: solo questo provvedimento, che eliminerebbe gli elevati costi del carbonio, potrebbe abbattere di 250/300 mila euro le spese di ogni singolo team. E non è detto che non si decida di stornare anche qualche giorno dal monte orario dei test (i primi prenderanno il via fra poco più un mese a Sepang). E che non si metta un tetto agli ingaggi. La verità è che la crisi della MotoGp, diversa da quelle di rally e F1, non nasce ieri. In Cina non si è più potuto andare perché il Gp di Shanghai era un bagno di sangue e per accaparrarselo il main sponsor dello scorso anno, Pramac, ha speso poco meno di 100 mila euro. In Ungheria, sul nuovo tracciato del Lago Balaton, si andrà come per scommessa. In America si continua a correre, anzi si è raddoppiato l´impegno con l´avvento del Gp di Indianapolis, ma soltanto perché la Red Bull ha un ritorno economico del tutto particolare, dai confini quasi misteriosi, vista l´autorevolezza con cui la ditta austriaca, forte del suo esercito di bevande energizzanti, riesce a dominare il mercato statunitense andando in controtendenza rispetto persino alla Coca Cola. Intanto, fra un angoscia e l´altra, c´è chi vagheggia l´impossibile: e se unificassimo MotoGp e Superbike? E se nascesse la Superlega delle moto, con Valentino di nuovo contro Max? Roba da Walt Disney?

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