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T ARTICOLI DEL 1-2 febbraio 2009#TOP
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Articoli
Cina (13)
IL NODO DELL'AFRICA ESCLUSA
( da "Unita,
L'" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: la Cina. In otto anni, cinque forum si sono tenuti in Brasile e qui i risultati in termini di cambiamento politico sono sotto gli occhi di tutti. Ma bisogna constatare che oggi il forum non è più uno spazio globale, ma è invece molto legato all'esperienza specifica dei movimenti latinoamericani e sotto il forte controllo del potere politico.
al
forum, in discoteca e in galleria è qui la festa dei fratelli gallagher -
massimo pisa ( da "Repubblica, La"
del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina e Sudafrica: 21 pezzi, solo sei dal nuovo disco (tra questi The shock of lightning, Falling down, I´m outta here), una manciata di classici di metà anni Novanta (Cigarettes & Alcohol, Morning Glory, Wonderwall, Supersonic, Don´t look back in anger, Champagne Supernova) e la cover della beatlesiana I am the Walrus a chiudere le danze.
quelli
che puntano sul cinese - enrico bonerandi
( da "Repubblica,
La" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: sogno è di trasferirmi stabilmente in Cina, e prima o poi ci riuscirò». «Non sono tutte rose e fiori - avverte Stefano Bona, trentadue anni -. In Cina incontro tanti italiani che si mantengono a stento, in attesa della buona occasione». Stefano ha studiato scienze politiche, una serie di conferenze di una docente affascinante come Enrica Collotti l´ha convinto a imparare il cinese.
Non
bastano le chiacchiere. Per uscire dalla "tempesta perfetta" della
crisi economica ( da "AmericaOggi Online"
del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: È il caso della super coppia Usa-Cina maggiore finanziatrice l'una dell'astronomico deficit degli altri, a loro volta principale mercato dell'export cinese. E, quindi, "gemelli siamesi" più che mai impossibilitati a separarsi, pena un collasso dagli effetti nefasti per entrambi.
A
Davos rinuniti una ventina di ministri del Commercio
( da "AmericaOggi
Online" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, India, Giappone, Africa del Sud e il commissario europeo al commercio Catherine Ashton. Per gli Stati Uniti, in attesa della nomina del nuovo rappresentante al commercio, ha partecipato l'ambasciatore presso la Wto di Ginevra. Il commercio è in calo e figura tra le vittime della crisi, ha ossevato Lamy.
Le
orecchie di Bruxelles. Emergenza economia/La crisi, Obama e la vecchia Europa
( da "AmericaOggi
Online" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, Russia e India, rischia di non esserci posto per una Bruxelles ancora in cerca di identità. Se l'Europa ha bisogno di Obama e dell'America è altrettanto vero che anche gli Usa e la Casa Bianca hanno bisogno del vecchio continente. In quella cabina di regia della crisi mondiale rischia di passare l'idea che dal tunnel si potrà uscire solo grazie a quella gestione totalitaria
dalla
obamanomics alla gran bretagna cresce il neo-protezionismo di sinistra - (segue
dalla prima pagina) federico rampini
( da "Repubblica,
La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, quindi senza la clausola protezionista un terzo dell´effetto di rilancio in questo settore andrebbe a vantaggio degli altiforni di Shanghai e Canton. La misura Buy American può essere impugnata davanti al Wto. Prima ancora della Cina, diversi alleati degli Stati Uniti come l´Unione europea, il Canada e l´Australia hanno già espresso forte preoccupazione per questa barriera
dall'america
alla cina i nostri connazionali sono tre milioni e mezzo. tra sogni, speranze e
nuove discriminazioni - paolo griseri
( da "Repubblica,
La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Pagina 21 - R2 Dall´America alla Cina i nostri connazionali sono tre milioni e mezzo. Tra sogni, speranze e nuove discriminazioni PAOLO GRISERI L´IDEA è quella di mettere un bel timbro con la scritta: «Fatto da un italiano all´estero». Così, per rendersi riconoscibili, orgogliosi di arrivare dal Bel paese anche se emigranti.
La
creatività dei comunisti cinesi negli incentivi
( da "Unita,
L'" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: appetito per i buoni del tesoro americano, fino a pochi mesi fa la Cina spendeva un settimo del suo PIL nell'acquisto del debito pubblico americano.Con un tasso di risparmio delle famiglie pari al 50% del reddito rispetto all'1,4% negli Stati Uniti e ed alla media europea del 7,1%, in Cina non si può parlare di crisi di liquidità.
l'arte
globalizzata dell'estremo oriente - modena
( da "Repubblica,
La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Dal Giappone alla Cina con le fotografie provocatorie e surreali di Yang Zhenzhong, un vero e proprio capovolgimento del mondo, con il film di Yang Fudong sulla difficoltà del cambiamento, che in questo caso è evocato dall´impervio cammino che intraprendono due coppie: ascendono una montagna nell´aspro paesaggio della Cina del Nord.
BREVI
DA DAVOS ( da "Sole 24 Ore, Il"
del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: Cina, India, Giappone, Stati Uniti, Unione europea. «Non siamo entrati nei dettagli, non era il caso - ha detto Lamy- ma una cosa è molto chiara a tutti: la conclusione del Doha Roundè parte integrante delle misure anti crisi». Concetto analogo ha espresso il ministro svizzero dell'Economia, Doris Leuthard: «Il Doha Round sarebbe il maggior pacchetto di aiuti possibile»
Davos,
il vento è cambiato ( da "AprileOnline.info"
del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: europeo alla Concorrenza gli Stati Uniti e la Cina, i due colossi dell'economia mondiale, ora sono costretti dalla crisi ad adottare le due carte vincenti della Ue: i meccanismi di protezioni sociali e l'integrazione economica adottata dai 27 paesi del Vecchio continente. La prima è una rete di sicurezza interna per proteggere i disoccupati e i lavoratori minacciati dalla crisi,
Dopo
Bush, Obama: discontinuità e vincoli nella politica estera
( da "AprileOnline.info"
del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Abstract: proprio greggio verso Cina e India; dal sostegno alla produzione iraniana di nucleare civile portata avanti da Russia e Cina nel consiglio di sicurezza dell'ONU, stoppando le proposte di sanzioni, al "cartello del gas" con Russia e Qatar. Ancora: la drammatica attualità ci ricorda che oggi una soluzione del problema israelo-palestinese non si dà senza il coinvolgimento di Theran,
( da "Unita, L'" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
IL NODO DELL'AFRICA
ESCLUSA Ieri, alla presenza di alcuni dei suoi fondatori, sono iniziate le prime
discussioni sul futuro del forum, partendo da un'analisi della storia di questo
processo. Il dato significativo dei 91.000 delegati di cui solo 10.000 da fuori
dal Brasile e per la maggior parte latinoamericani, ha reso necessario
ammettere il carattere regionale dell'evento. Padre Daniele Moschetti,
missionario e tra gli organizzatori del forum di Nairobi, ha espresso
preoccupazione per l'esclusione dell'Africa da questo processo. L'Africa, dove
anche grazie al forum stava lentamente nascendo una società civile capace di
favorire il cambiamento politico, è stata abbandonata e la propria presenza è
così scomparsa dal processo. L'aver riportato il forum in Brasile ha tagliato
la possibilità di continuare il lavoro di creazione di una rete globale con la
società civile in Asia, iniziato a Bombai, ed ha anche reso impossibile
raggiungere la grande assente dai social forum: la Cina. In otto anni, cinque forum si sono tenuti in Brasile e qui i
risultati in termini di cambiamento politico sono sotto gli occhi di tutti. Ma
bisogna constatare che oggi il forum non è più uno spazio globale, ma è invece
molto legato all'esperienza specifica dei movimenti latinoamericani e sotto il
forte controllo del potere politico. È vero che in questo momento
l'America Latina è indubbiamente il laboratorio privilegiato da cui emergono
alternative coerenti in grado di rispondere alla sfide più grosse quali la
crisi ecologica e l'ineguaglianza sociale, ma si sta certamente perdendo l'idea
originaria di spazio aperto che parta dalla ricchezza di una diversità globale.
Infine, anche nella valutazione di questo forum, non è mancata la critica
sull'esclusione dei poveri. Nel dibattito è emersa la discussione relativa al
fatto che il forum sia dominato da «professionisti dei movimenti sociali», che
parlano e rappresentano gli esclusi, che rimangono tali anche per l'alto costo
di registrazione all'evento.
( da "Repubblica, La" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Pagina XIV - Milano
Al Forum, in discoteca e in Galleria è qui la festa dei fratelli Gallagher La
storica rock band arriva oggi in città e inizia un mini tour in vista del
concerto di domani: ecco dove potete incontrarla Prima tappa negli studi Rai,
ospiti di Fazio; stasera all´Hollywood e domani doppio appuntamento a Radio Dj
e a Mtv MASSIMO PISA Sulle spalle dei giganti non ci stanno più da un pezzo ma
loro, semplicemente, se ne sbattono. Provare a chiedere chi è la più grande
rock band del pianeta ai fratelli Gallagher è sempre stato esercizio superfluo:
«Oasis» è la stessa risposta che davano quindici anni fa, quando a quel trono
stavano ascendendo, poi nei due anni successivi, quelli di Morning Glory e
delle vendite planetarie, e poi ancora nei lunghi anni della caduta e delle
liti, dei cambi di formazione e della critica avversa. Avanti sempre, Noel e
Liam, il cervello dalla lingua tagliente e il moccioso sempre ingrugnito,
sempre uguali a sé stessi e ai loro personaggi di rockstar, i prevedibili
eccessi e i bassifondi della periferia di Manchester tatuati addosso,
l´idolatria per John Lennon spinta fino all´emulazione di testi, accordi,
comportamenti e umori o presunti tali, il resto della band (Gem Archer alla
chitarra, Andy Bell al basso e il nuovo batterista Chris Sharrock) sullo
sfondo. E uguale, intoccabile, è la scaletta che porteranno domani sul palco
del Mediolanum Forum, la stessa con cui hanno affrontato un tour mondiale che
li porterà in Giappone, Cina e Sudafrica: 21 pezzi, solo sei dal nuovo disco (tra questi The
shock of lightning, Falling down, I´m outta here), una manciata di classici di
metà anni Novanta (Cigarettes & Alcohol, Morning Glory, Wonderwall,
Supersonic, Don´t look back in anger, Champagne Supernova) e la cover della
beatlesiana I am the Walrus a chiudere le danze. Tour di alti e bassi:
tra i secondi, l´assalto subito da Noel sul palco a Toronto, in agosto, da
parte di uno squilibrato. E l´abbassamento di voce di Liam, tuttora in
convalescenza, che ha costretto a cancellare una data tedesca. Hanno un pregio,
gli Oasis. Sono gli ultimi a far notizia, sempre. Più dei loro dischi. Più
dell´ultimo Dig out your soul, il settimo e il più acido della loro produzione,
il più aperto alla scrittura di tutti i membri della band che non siano Noel
Gallagher, con la consolidata miscela di pezzi tirati e ballate da quattro
minuti. Più della loro musica, fedele bignamino dei trent´anni di rock britannico
che li hanno preceduti: meno piacioni dei Beatles, meno sexy dei Rolling
Stones, meno esplosivi degli Who, meno sottili dei Kinks e meno «fatti» dei Sex
Pistols. NME, bibbia del rock anglosassone, li ha appena nominati in sette
categorie dei propri Awards, i Grammy inglesi: migliore e peggiore (!) band,
miglior disco e miglior live, miglior video. E poi Noel: eroe dell´anno e
musicista meglio vestito. Il fratellone ha annunciato un nuovo album di canzoni
già pronto da registrare, e poi un progetto solista. Liam, di suo, ha
pubblicamente dichiarato l´addio alla cocaina per la gazosa. A Milano loro,
tifosissimi del Manchester City e scottati per la vinceda Kakà, arrivano in
mattinata, provenienti da Bordeaux, per un minitour promozionale: oggi pomeriggio
negli studi tv di Quelli che il calcio?, domani in quelli di Radio Deejay e
affacciati alla Galleria per Total Request Live su Mtv. Ma l´evento più rock
and roll se lo concederanno stasera, a sentire gli spifferi dei portici: serata
all´Hollywood, con cui i Gallagher hanno una partnership, insieme a Rocco
Siffredi.
( da "Repubblica, La" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 36 - Cronaca
Quelli che puntano sul cinese Nuovi orizzonti la società Per la prima volta
nella storia della scuola italiana agli esami di maturità gli studenti dei
licei linguistici affronteranno una prova scritta di mandarino Un risultato del
boom che stanno conoscendo i corsi, pubblici e privati, di questa lingua. Nella
convinzione che sia un passaporto per fare carriera e cambiare vita ENRICO
BONERANDI MILANO Se ne sono accorti tutti quando il ministro dell´Istruzione,
Mariastella Gelmini, nel comunicare via You Tube la scorsa settimana le materie
d´esame per le maturità, ha ammesso per la prima volta il cinese come prova
scritta per i licei linguistici. Pur in pesante ritardo rispetto ad altri
paesi, lo studio della lingua cinese in Italia è in pieno boom. E se nel 2009
saranno ancora pochini gli studenti alle prese con gli ideogrammi alla maturità
(una dozzina forse al Manzoni di Milano e al Pigafetta di Vicenza, dove
comunque lo studio del cinese nelle quinte è soltanto a livello di "terza
lingua"), in un futuro prossimo verranno a maturarsi studenti che hanno
scelto l´opzione curriculare per la durata di cinque anni. E così i tre licei
d´avanguardia - oltre a Manzoni e Pigafetta, il Deledda di Genova -
cominceranno a sfornare ragazzi (soprattutto ragazze) che la «lingua del
futuro» la masticheranno con qualche dimestichezza. Entriamo in una seconda del
Manzoni, banchi disposti a ferro di cavallo attorno alla cattedra. Perché avete
scelto il cinese? Risponde Lucrezia: «è una cosa nuova. La Cina
si sviluppa economicamente e qui ci sono tanti di loro». Però come lavoro sogna
di fare la regista a Hollywood. Anche Federico tiene d´occhio la crescita
economica, ma in mente ha di studiare psicologia o giornalismo. Ci sono tre
studentesse con tratti somatici orientali, molto più concrete dei loro
compagni. Claudine è stata convinta ad affrontare il cinese dalla mamma, che è
di Singapore, e vuol fare l´avvocato di diritto internazionale. Sofia è di
madre giapponese e, contro il parere di mamma, ha deciso di studiare il cinese
«perché le due lingue hanno la stessa matrice» (e vuol diventare interprete
simultanea). Xiao Feng: «Sono cresciuta in Italia e ormai non parlo più
mandarino. Ho provato qualche corso privato, ma mi facevano solo perdere tempo
e soldi. Così mi sono iscritta qui». Cosa farai da grande? «Voglio tornare a
vivere in Cina». Se gli si chiede se lo studio è
difficile, quelli della seconda A rispondono in coro: «Bestiale!». Uno per
tutti: «Ci vuole costanza. Se non stai sempre in pari, non capisci più niente».
Qualche ragazza alza gli occhi al cielo: «Sembrava così bello all´inizio...».
La professoressa di cinese, Claudia Ambrosini, smonta un po´ le motivazioni
della scolaresca: «Sì, va bene, la Cina è una potenza
economica e conoscerne la lingua può aprire molte strade, ma questo è il parere
dei genitori. Per i ragazzi vale di più la sensibilità new age, il gusto
esotico. Per dirla con loro, studiare cinese è figo. Poi si accorgono che non è
una passeggiata e boccheggiano. Ma non è nemmeno la fine del mondo. è vero che
ci vuole memoria, soprattutto visiva, ma un adolescente ce la fa benissimo.
Cinque anni sono il minimo per impadronirsi dei fondamenti e non bisogna
smettere mai di studiare». Insomma, è dura. A livello universitario, nei
quattro atenei di Milano, Roma, Napoli e Venezia che hanno facoltà e corsi di
lingua - ma si stanno affacciando anche realtà minori, come Firenze, Torino,
Pesaro e Como - gli studenti di cinese sono intorno a cinquemila. Il consorzio
Almalaurea ha verificato che 1.257 laureati nei curricula sostengono di
conoscere bene questa lingua. Che si è affermata a spese soprattutto del
giapponese, da quando l´economia nipponica ha avuto una curva discendente.
L´indice di abbandono è però abbastanza alto: «Almeno un quarto dopo qualche
mese rinuncia. Quelli più anziani, che si sono avvicinati al cinese per pura
curiosità, non reggono allo sforzo iniziale - ammette Luigi Stirpe, docente
all´Isiao, l´Istituto per l´Africa e l´Oriente di Roma -. è un bene che lo
studio sia avviato fin dal liceo, perché i risultati arrivano, ma solo dopo
qualche anno». Piero Conti, industriale di Stradella, provincia di Pavia, in
tutto ha preso una quarantina di ore di lezione. Ha un´azienda petrolchimica,
l´Itm, e cura un gruppo di fitness e kung-fu in Europa, l´Evtf. «In Cina vado venti volte all´anno. Non conoscere la lingua era
un handicap. Allora ho fatto un corso, ma potevo seguire poco per i miei
impegni». E allora? «I cinesi sono molto orgogliosi. Se capiscono che ti
interessi alla loro lingua, che ci provi, ti fanno salire nelle quotazioni. I
convenevoli e un minimo di dialogo ora li so condurre. Nelle trattative
intuisco le loro conversazioni, al di là dell´interprete. Una parola qui, una
parola là. Se ti stanno fregando te ne accorgi. Il concetto chiave è guanxi,
relazione. Devi metterti in relazione con loro, entrare nel gruppo, far parte
della famiglia». E adesso come va il guanxi? «Molto meglio. A loro non
piacciono gli imprenditori in cerca dell´affarone per poi scappare via.
Vogliono un rapporto continuativo. Se quello è il tuo obbiettivo, la lingua la
devi conoscere. E se ti mancano tutte le parole, ti aiuti coi gesti. Loro
apprezzano, comunque». Alessandra Lavagnino, docente ordinario alla Facoltà di
mediazione linguistica e culturale della Statale di Milano, ex-addetta stampa
dell´ambasciata italiana a Pechino, non è d´accordo: «Sono stereotipi che
lasciano il tempo che trovano. Mica sono stupidi i cinesi. Ti devi avvicinare
con umiltà alla loro cultura, perché i loro manager sono molto preparati. Devi
studiare parecchio, fare stage in Cina. Così si
possono aprire prospettive di lavoro molto interessanti. Alcuni nostri allievi
trovano lavoro ancor prima di aver concluso gli studi». Come è accaduto a
Martina Pistarà, ventisei anni, di Alessandria. Ha cominciato a studiare cinese
per passione culturale, ma è stata presto assunta da un´azienda italiana di
abbigliamento. Dopo un anno, è passata a un altro settore, quello della
gioielleria. «Ma da studentessa già lavoravo come mediatrice culturale nelle
scuole. Il mio sogno è di trasferirmi stabilmente in Cina, e prima o poi ci riuscirò». «Non sono tutte rose e fiori -
avverte Stefano Bona, trentadue anni -. In Cina incontro
tanti italiani che si mantengono a stento, in attesa della buona occasione».
Stefano ha studiato scienze politiche, una serie di conferenze di una docente
affascinante come Enrica Collotti l´ha convinto a imparare il cinese.
Cinque anni fa l´assunzione in una media impresa meccanica che ha una fabbrica
a Suzhou e il colpo di fulmine con una ragazza di Shanghai, ora sua moglie («ma
fra noi parliamo inglese. Il cinese mi serve con i suoceri»). Luci e ombre.
Sacrifici. Ma poi grandi opportunità da prendere al volo. Un recente articolo
dell´Herald Tribune segnala che molte aziende cinesi sono alla ricerca di
manager internazionali, purché parlino la lingua con fluidità. «Quelli ai quali
l´Italia va stretta, è alla Cina che devono guardare.
Oltretutto, oggi laggiù la vita è molto divertente», assicura Alessandra
Lavagnino. Attenzione però ai facili entusiasmi. I corsi universitari sono
lunghi e impegnativi. Scuole più abbordabili ne esistono: qualche decina solo a
Milano, in tutta Italia superano il centinaio. Non sempre di grande livello.
Professori madrelingua, ma con scarsa esperienza didattica. Ci sono anche corsi
in internet, che servono più che altro come supporto. Il vero obbiettivo, la
luce che fa risplendere i curricula, è però lo Hsk (hanyu shuiping kaoshi), una
sorta di proficiency riconosciuto dal governo cinese, che misura in tre
categorie il grado di conoscenza della lingua. No Hsk, no party. E gli esami
sono severissimi.
( da "AmericaOggi Online" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
Non bastano le
chiacchiere. Per uscire dalla "tempesta perfetta" della crisi
economica di Pino Agnetti 01-02-2009 "Perché abbiamo bisogno di un nuovo
sistema di cooperazione globale?". Se l'era domandato speranzoso in
apertura dei lavori Klaus Schwab, il fondatore dell'annuale "World
Economic Forum" che si conclude oggi fra le montagne incantate di Davos. E
la risposta alla fine è arrivata, a dire il vero tutt'altro che incoraggiante.
Perché a cooperare seriamente per "il bene comune globale", per ora,
non ci pensa proprio nessuno. O meglio. Nessuno sembra fidarsi l'uno
dell'altro. Prendete, ad esempio, gli uomini forti di Mosca e Pechino. Zar
Putin e il suo collega cinese Wen Jiabao hanno tracciato un quadro
dettagliatissimo delle responsabilità americane nello scatenamento della
"tempesta perfetta". Peccato che si siano ben guardati, il primo, dal
compiere il minimo accenno autocritico circa lo stato dell'economia russa,
ormai alla bancarotta dopo dodici svalutazioni di fila del rublo e con un
malcontento popolare che non teme più di mostrarsi apertamente come segnalano
le clamorose proteste di piazza di questi giorni a Vladivostok. Mentre il
secondo, denunciata "la cieca ricerca del profitto" del capitalismo a
stelle e strisce, ha completamente glissato sulla concorrenza sleale attuata da
Pechino mantenendo debole ad arte la propria moneta. Come se già non bastasse,
sulla magica vallata di Davos si è abbattuta la slavina della prima guerra
continentale fra poveri scoppiata stavolta in Inghilterra - ma domani chissà -
contro la decisione di appaltare a un'azienda "straniera" (in questo
caso italiana) i lavori per la costruzione di una nuova raffineria. Quel grido
di "British jobs for british works" ("Posti di lavoro inglesi
per lavoratori inglesi") che sta dilagando dal Nord al Sud del Regno Unito
forse non avrà mandato di traverso il gelato e lo champagne ai 2.500
"supervip" del World Economic Forum. Ma per il premier britannico
Gordon Brown, egli stesso autore un anno fa dello slogan in questione, adesso
sarà durissima arginare a casa propria l'inevitabile spinta a forme più o meno
esplicite di protezionismo. Il fantasma che un po' tutti i leader politici e
gli economisti presenti al meeting hanno cercato in ogni modo di esorcizzare,
facendo ancora una volta pubblico giuramento di eterna fedeltà al libero
mercato. Dimentichi della gigantesca gara planetaria in corso a chi sovvenziona
prima e con aiuti più consistenti i disastrati comparti nazionali dell'auto
oggi, o dell'acciaio domani. Per non parlare delle banche, prime destinatarie
delle ciambelle di salvataggio "pubbliche" lanciate a piene mani fra
i marosi mugghianti della crisi. Così, fra un annuncio e l'altro di nuovi e
taumaturgici summit (ad aprile il "G20" di Londra che precederà
facendogli non poco ombra il successivo "G8" riconvertito a
"G14" della Maddalena), per il momento è giocoforza accontentarsi
della solita recita in ordine sparso dei vari potenti della Terra. Che se in
Europa sembrano per lo più propensi a rifugiarsi sotto l'ombra rassicurante di
frau Angela Merkel (l'unica a strappare applausi a scena aperta a Davos),
altrove stanno studiando come riuscire a rinforzare congiuntamente gli ormeggi
delle rispettive navi. È il caso della super coppia Usa-Cina maggiore finanziatrice l'una dell'astronomico deficit degli
altri, a loro volta principale mercato dell'export cinese. E, quindi,
"gemelli siamesi" più che mai impossibilitati a separarsi, pena un
collasso dagli effetti nefasti per entrambi. Il che spiega pure
l'assenza a Davos di un qualche esponente di spicco della nuova amministrazione
Obama. Anche ieri impegnatissimo, nella tradizionale "fireside chat"
(chiacchierata al caminetto) del sabato trasmessa pure su Youtube, a parlar
chiaro agli americani e a infondere loro coraggio. Non con messianiche visioni
di nuove "Onu dell'economia". Ma preannunciando il varo di un piano
finanziario mirato a ad abbassare i costi dei mutui per famiglie e imprese e
accompagnato da un robusto giro di vite sui bonus milionari dei manager. Il
tutto, in attesa di stringere con l'altro gigante dell'economia globale - la Cina - un nuovo patto di ferro fra Paesi creditori e Paesi
de-bitori. L'unica scialuppa - forse - in grado di cavarci fuori sul serio
dalla "tempesta perfetta".
( da "AmericaOggi Online" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina
A Davos rinuniti una
ventina di ministri del Commercio 01-02-2009 DAVOS (SVIZZERA). Riuniti ieri a
Davos (Svizzera) per discutere delle sorti del Doha round, una ventina di
ministri del Commercio si sono impegnati a combattere le pressioni
protezionistiche alimentate dalla crisi economica e finanziaria globale ed
hanno approvato una dichiarazione comune in favore della conclusione dei
negoziati dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto): "i progressi
compiuti nel 2008 forniscono le basi per una soluzione delle divergenze nel
2009", afferma la dichiarazione. Ma il testo - adottato al termine di un
incontro cui ha preso parte anche il direttore generale della Wto Pascal Lamy -
si concentra in primo luogo sulle crescenti pressioni protezionistiche. I
ministri si sono impegnati ad astenersi dall'alzare nuove barriere agli scambi
di beni e servizi o ad adottare misure contrarie alla Wto per stimolare le
esportazioni. Per Lamy, infatti, il libero mercato è una parte "urgente ed
integrale del pacchetto anti-crisi", perché la conclusione del Round
consentirebbe di meglio resistere alle pressioni protezionistiche, avrebbe un
effetto positivo sull'economia e manderebbe un segnale di fiducia al mondo.
All'incontro di Davos hanno preso parte, in particolare, i ministri di
Australia, Brasile, Cina, India, Giappone, Africa del Sud e il commissario europeo al
commercio Catherine Ashton. Per gli Stati Uniti, in attesa della nomina del
nuovo rappresentante al commercio, ha partecipato l'ambasciatore presso la Wto
di Ginevra. Il commercio è in calo e figura tra le vittime della crisi, ha
ossevato Lamy. La Wto sta inoltre sorvegliando l'evoluzione sul fronte
del protezionismo, analizzando le misure ed i pacchetti di stimoli approvati
dai governi. Per ora la situazione non è drammatica, ha osservato Lamy, ma
bisogna restare vigili. Lamy ha esortato il Senato statunitense a considerare
con molta attenzione la clausola 'buy american' del pacchetto di stimoli per
l'economia sull'utilizzo d'acciaio statunitense. "Spero che i senatori
saranno abbastanza saggi da prendere in considerazione gli obblighi
internazionali degli Usa", in materia commerciale. La decisione dell'Ue di
ristabilire i sussidi all'export di prodotti del latte, manda un segnale
politico sbagliato, ha commentato Lamy. "L'apertura dei mercati è la
migliore cosa che possiamo fare per combattere la crisi", ha detto il
ministro svizzero Doris Leuthard, che ha indetto l'ormai tradizionale incontro.
Ed anche per il ministro degli esteri del Brasile Celso Amorim "il solo
antidoto contro la malattia del protezionismo è concludere il round al più
presto". Senza passi in avanti, il rischio è di tornare indietro. In
attesa di segnali da parte della nuova amministrazione Usa, l'incontro di Davos
- svoltosi a margine del World economic Forum tra i Grandi del mondo - non ha
indicato una data per una futura riunione ministeriale sul Doha Round. Il ciclo
negoziale della Wto, lanciato nella capitale del Qatar nel 2001, da anni è bloccato
dalle divergenze divergenze tra Paesi del sud, emergenti, e del Nord sulle
modalità dei tagli ai dazi e sussidi per i prodotti agricoli ed industriali.
Nel dicembre sorso, Lamy aveva rinunciato a convocare una riunione a livello
ministeriale ritenendo le posizioni ancora troppo distanti per un'intesa.
( da "AmericaOggi Online" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Le orecchie di
Bruxelles. Emergenza economia/La crisi, Obama e la vecchia Europa di Riccardo
Bormioli 02-02-
( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 8 - Economia
A Davos tutti i potenti della terra hanno lanciato appelli per il liberismo. Ma
tornati a casa fanno l´esatto contrario Dalla Obamanomics alla Gran Bretagna
cresce il neo-protezionismo di sinistra I governi, pressati dalle lobby, hanno
scelto di sostenere le industrie e non i consumatori Nel pacchetto di aiuti
all´economia di Washington c´è la clausola "buy american" (SEGUE
DALLA PRIMA PAGINA) FEDERICO RAMPINI L´Amministrazione Obama, il più autorevole
governo progressista del momento, dà l´esempio eclatante di un neoprotezionismo
"di sinistra". La manovra di spesa pubblica anti-recessione che è
stata approvata dai democratici al Congresso la settimana scorsa (e arriva al
Senato questa settimana) contiene una clausola specifica Buy American,
"comprare americano". Quel pacchetto di misure da 825 miliardi di
dollari richiede che nei nuovi investimenti pubblici siano acquistati solo
prodotti made in Usa. Questo obbligo è stato inserito per aiutare soprattutto
l´industria dell´acciaio. Gli imponenti lavori pubblici che Washington vuole
finanziare per modernizzare le infrastrutture saranno una manna per l´industria
dell´acciaio: tondini per il cemento armato nelle autostrade e negli edifici
scolastici, rotaie per le nuove metropolitane o il treno ad alta velocità. Ma
attualmente l´America importa il 30% del suo acciaio dalla Cina, quindi senza
la clausola protezionista un terzo dell´effetto di rilancio in questo settore
andrebbe a vantaggio degli altiforni di Shanghai e Canton. La misura Buy
American può essere impugnata davanti al Wto. Prima ancora della Cina, diversi alleati degli Stati Uniti come l´Unione europea, il
Canada e l´Australia hanno già espresso forte preoccupazione per questa
barriera protezionista (peraltro già imitata da altri paesi tra cui la
Spagna). "Se resta in vigore � dice l´economista Andrew Rose
dell´università di Berkeley � noi americani finiremo per pagare più cari
prodotti più scadenti. Questo accade quando si soffoca la concorrenza
internazionale". Ma la clausola Buy American è molto popolare. Un recente
sondaggio ha indicato che l´approvano l´86% degli americani. Il presidente
dell´associazione confindustriale dei siderurgici Usa, Thomas Gibson, commenta
così il sondaggio: "I contribuenti vogliono essere sicuri che il loro
denaro servirà a creare posti di lavoro americani in America, non posti di lavoro
cinesi in Cina". Se questa frase suona familiare,
c´è una buona ragione. Uno slogan identico è scandito in questi giorni dagli
operai inglesi nella protesta contro i lavoratori italiani: "British jobs
for British workers". Il loro premier Gordon Brown a Davos ha preso le
distanze dallo sciopero anti-italiano, che ha definito
"indifendibile". Ma quello slogan sui posti di lavoro inglesi per gli
inglesi lo aveva lanciato proprio lui, due anni fa a un congresso del partito
laburista. E´ un altro esempio di protezionismo "di sinistra" che fa
presa nel mondo operaio. La questione del protezionismo affiora anche nella
scelta fondamentale che devono fare tutti i governi in questa crisi: è più
giusto sostenere la domanda o l´offerta? E´ meglio aiutare i consumatori, oppure
venire in soccorso all´industria? In una fase di profonda e generalizzata
sfiducia, il sostegno ai redditi delle famiglie dovrebbe avere la priorità. E´
inutile finanziare l´industria dell´auto se non tira la domanda di vetture: le
case produttrici avranno bilanci un po´ meno scassati ma i loro piazzali
resteranno pieni di modelli invenduti. Ma sui governi premono le lobby
industriali. In quei casi in cui gli Stati scelgono di sostenere l´offerta,
cioè i produttori, rispunta il protezionismo. Washington ha deciso che
l´industria dell´auto americana si chiama General Motors, Ford e Chrysler: in
realtà da decenni le uniche case che creano posti di lavoro sul territorio
americano si chiamano Toyota, Honda, Bmw e Volkswagen, con i loro stabilimenti
in Alabama e South Carolina. Gordon Brown a Davos ha ricordato che esiste
un´altra minaccia protezionista sui mercati finanziari. Gli Stati che si
dissanguano per salvare le loro banche, in cambio vogliono che gli istituti di
credito tornino a privilegiare l´attività domestica. Inoltre c´è un
"mercantilismo finanziario" implicito nella escalation dei deficit
pubblici. L´America quest´anno rovescerà sui mercati 2.000 miliardi di nuovi
buoni del Tesoro per coprire le sue spese. La corsa a collocare titoli pubblici
mette in difficoltà i paesi meno solvibili come l´Italia, la Grecia, e ora
anche l´Inghilterra. Nel protezionismo finanziario tutti possono lasciarci le
penne. Obama ha parzialmente smentito l´attacco che il suo ministro del Tesoro
aveva lanciato contro la Cina accusandola di mantenere
la sua moneta troppo debole. Il neopresidente deve essersi accorto del rischio
che corre. Se davvero i cinesi volessero rivalutare lo yuan, il modo più
semplice è smettere di comprare i titoli del debito pubblico americano, visto
che gli investimenti di capitali asiatici nei Treasury Bonds Usa sono una
stampella che evita una frana del dollaro. Infine c´è una forma di
protezionismo in cui eccelle l´Italia. E´ l´atteggiamento che in America si
definisce del "free rider" e che potremmo tradurre con i
"portoghesi": quelli che non pagano il biglietto sui mezzi pubblici.
In una fase in cui altri paesi stanziano risorse pubbliche importanti per
rilanciare la crescita � 820 miliardi di dollari gli Usa, 600 miliardi la Cina, 50 miliardi di euro la Germania � chi spende poco o
nulla fa un calcolo apparentemente astuto. L´Italia aspetta che siano gli altri
a ripartire: quando tornerà la crescita americana e tedesca ci tirerà fuori dai
guai rilanciando le nostre esportazioni. Ma i "portoghesi" sono mal
visti da chi paga il biglietto. In questo caso America, Cina
o Germania possono essere rafforzati nella convinzione che bisogna trattenere
dentro le proprie frontiere il massimo delle risorse pubbliche dispiegate nelle
manovre anticrisi. Un pretesto in più per alimentare la spirale dei
protezionismi.
( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Pagina
21 - R2 Dall´America alla Cina i nostri
connazionali sono tre milioni e mezzo. Tra sogni, speranze e nuove
discriminazioni PAOLO GRISERI L´IDEA è quella di mettere un bel timbro con la
scritta: «Fatto da un italiano all´estero». Così, per rendersi riconoscibili,
orgogliosi di arrivare dal Bel paese anche se emigranti. La proposta è venuta dai ragazzi
della «Prima conferenza dei giovani italiani nel mondo» organizzata dal
ministero degli esteri a Roma nel dicembre scorso. «I lavoratori del nostro
paese - è scritto nella relazione finale - hanno un´immagine positiva, di gente
capace di lavorare e creare. Questa immagine viene poco sfruttata dagli italiani
che vivono all´estero anche se proprio loro hanno contribuito a crearla e
diffonderla. Per questo proponiamo la nascita di una denominazione di
manifattura». Il timbro «made by italian people» è certamente un segnale in
controtendenza nell´epoca in cui, in Inghilterra, la crisi scatena invece la
caccia agli «italians». Vista dai blog, la comunità italiana sparsa per il
mondo vive e combatte sospesa tra i luoghi comuni: quelli della madrepatria,
delle navi d´inizio Novecento che partivano cariche di drammi e poveracci verso
destinazioni ignote, e quelli dei paesi di approdo dove gli «italians» sono il
popolo indisciplinato che fa scattare con maggiore frequenza gli allarmi dei
metal detector negli aeroporti. Il 7 gennaio scorso Andrea ha scritto sul suo
blog «Bodrato.bloggatore.com»: «Siamo vittime di una visione dell´Italia e
degli italiani completamente distorta». SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE CON UN
ARTICOLO DI GIAMPIERO MARTINOTTI SEGUE A PAGINA 22
( da "Unita, L'" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
La creatività dei
comunisti cinesi negli incentivi A novembre il governo cinese ha stanziato 600 miliardi
di dollari in opere pubbliche - strade, scuole, ospedali, servizi dei trasporti
- per sostenere il mercato del lavoro e la produzione. Si tratta di poca cosa
rispetto alle riserve bancarie pari a 2 mila miliardi di dollari. L'obiettivo
non è assorbire i 20 milioni di lavoratori che ogni anno accedono al mercato
del lavoro, ma contenere l'impennata della disoccupazione. Pechino ha approvato
sgravi fiscali alle imprese, ha stanziato fondi per il settore privato e aiuti
economici per la spesa sociale e le infrastrutture. Le autorità hanno ordinato
alle banche di aumentare le linee di credito alla piccola e media impresa. Il
Nuovo Corso comunista ha ridotto l'appetito per i buoni del
tesoro americano, fino a pochi mesi fa la Cina spendeva un
settimo del suo PIL nell'acquisto del debito pubblico americano.Con un tasso di
risparmio delle famiglie pari al 50% del reddito rispetto all'1,4% negli Stati
Uniti e ed alla media europea del 7,1%, in Cina non si può
parlare di crisi di liquidità. Tra gli incentivi: un sussidio per
l'acquisto di telefonini, lavatrici e televisori al plasma; aiuti ai contadini
che vogliono acquistare frigoriferi, DVD ed altri prodotti. I cinesi sono più
creativi di noi occidentali.
( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Pagina 32 - Cultura
Un´esposizione di video e fotografie di giapponesi, cinesi, coreani
Un´esposizione di video e fotografie di giapponesi, cinesi, coreani L´arte
globalizzata dell´Estremo Oriente MODENA La globalizzazione? La rende visibile
un esempio emiliano: in questa regione grazie alla collezione di una fondazione
bancaria è possibile intraprendere un viaggio nella contemporaneità asiatica.
Accade a Modena: gli spazi espositivi del Foro Boario ospitano la mostra
"Asian Dub Photography", in cui vengono presentate le prime
acquisizioni della nuova raccolta di fotografia contemporanea della locale
Fondazione Cassa di Risparmio (a cura di Filippo Maggia, fino al 1 marzo,
catalogo Skira). Un tempo queste Fondazioni quasi sempre si dedicavano all´arte
locale. Oggi viene presentato un colorato tragitto realizzato da ventuno tra i
più importanti artisti contemporanei asiatici. Video, film e fotografie -
ottanta opere - offrono lo spaccato di un mondo che non è più lontano, che
trasforma l´immagine in un medium universale e trans-generazionale. è questo il
primo appuntamento con una raccolta che è stata strutturata per aree geografiche.
Siamo dunque nell´Estremo Oriente e nel Sud Est Asiatico, con una sezione ricca
e importante dedicata al Giappone e che include, come dice il curatore Filippo
Maggia, «opere imprescindibili dei grandi nomi affiancate a opere di artisti
emergenti nel panorama internazionale». Ecco dunque la serie Flowers di
Nobuyoshi Araki, una serie di cibachrome in cui le forme sinuose e i colori
accesi di dalie, orchidee e fiori di ogni specie rimandano alla sua idea di
bellezza e a quella di morte, di innocenza e di peccato, di purezza e di
lussuria. E resta presente nell´astratta colorazione floreale la perversa
sensualità dei Bondages, le famose immagini di nudi femminili divenute ormai
icone di questo celebrato artista. Quasi a contrasto il mondo di raffinati
bianco e nero creato da Hiroshi Sugimoto, dove l´emozione non viene dalla
bellezza o dalla perfezione dei dettagli o dal mistero dell´immagine, ma
dall´idea che l´ha suscitata, senza le stampelle di tecnologie ed effetti
speciali. è un percorso segnato dalle graffianti fotografie di Daido Moriyama,
frammenti di un viaggio continuo attraverso le strade del Giappone e la sua
storia, e dalle apocalittiche immagini di Ryuji Miyamoto, che ritraggono in
modo rigoroso e formale la città di Kobe devastata dal terremoto del 1995,
oppure la serie A Bird (Blast #130) di Naoya Hatakeyama, in cui la staticità
della sequenza progressiva di un´esplosione concede il tempo di riflettere
sulle potenzialità umane di distruzione e sul violento sfruttamento della
natura. è quello che evoca il video Laugh at the Dictator, che è di Yasumasa
Morimura, maestro del travestimento: con tanto di baffetti reincarna Hitler per
lanciare un caustico attacco contro ogni forma di dittatura passata e presente.
Sono questi artisti assai noti in Europa celebrati anche in Italia, celebrati
nel Padiglione Italia dei veneziani Giardini di Castello e da musei come il
napoletano Capodimonte. Sono assai noti mentre appartengono invece alle
generazioni successive Risaku Suzuki, Miwa Yanagi, Rika Noguchi, Haruki Maiko,
la giovane Tabaimo... Dal Giappone alla Cina con le fotografie provocatorie e surreali di Yang Zhenzhong, un
vero e proprio capovolgimento del mondo, con il film di Yang Fudong sulla
difficoltà del cambiamento, che in questo caso è evocato dall´impervio cammino
che intraprendono due coppie: ascendono una montagna nell´aspro paesaggio della
Cina del Nord. O la giovanissima Cao Fei e il poliedrico Ai
Weiwei, da sempre lucido osservatore delle dinamiche sociali e politiche e a
cui si deve il disegno dello stadio olimpico, il celebre "nido
d´uccello" progettato dagli architetti Herzog e de Meuron. E ancora: opere
fotografiche e video di artisti provenienti dalla Corea come Kimsooja, o
Yeondoo Jung, con le immagini della serie Location, grandi formati che
testimoniano l´intreccio illusorio tra fantasia e realtà. Dalla Malesia Wong
Hoy Cheong, da Taiwan Hung-Chih Peng e tre lavori di Rirkrit Tiravanija,
artista di origini tailandesi che ha fatto del nomadismo culturale e
dell´interazione sociale i cardini della sua ricerca artistica. è un altro
mondo, che nasce dalla globalizzazione, è una percezione che arriva da questa
collezione, che può suscitare meraviglia per i linguaggi che includono lo
splendore di raffinate antiche poetiche.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Il Sole-24 Ore
sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-02-01 - pag: 3 autore: BREVI DA DAVOS Lamy: «Chiudere
il Doha round entro il 2009 per uscire dalla recessione» Un appello contro il
protezionismo, un invito a considerare che è possibile concludere entro il 2009
il Doha Round. Per un vertice che ha corso il rischio di non tenersi, oppure di
chiudere con un nulla di fatto, il bilancio è accettabile. Già negli ultimi due
anni la Wto e la Svizzera ospitante avevano tentato di riannodare a Davos i
fili del negoziato sulla liberalizzazione dei commerci. Ne erano uscite buone
dichiarazioni, ma tutto era rimasto lì. Il rischio c'è anche per l'appello di
quest'anno, ma a far la differenza è la durezza della crisi. Avere a Davos una
ventina di ministri economici e non riunirsi, sarebbe stato doppiamente
colpevole, ha lasciato intendere il direttore della Wto, Pascal Lamy (nella
foto). Così, il vertice si è tenuto. Tra i Paesi presenti, Australia, Brasile, Cina, India, Giappone, Stati Uniti, Unione europea. «Non siamo
entrati nei dettagli, non era il caso - ha detto Lamy- ma una cosa è molto
chiara a tutti: la conclusione del Doha Roundè parte integrante delle misure
anti crisi». Concetto analogo ha espresso il ministro svizzero dell'Economia,
Doris Leuthard: «Il Doha Round sarebbe il maggior pacchetto di aiuti possibile».
L'obiettivo di Lamy è arrivare a un meeting decisivo a Ginevra in estate.
Polemiche sui bonus tra Berna e Ubs Botta e risposta a distanza tra il
presidente del consiglio d' amministrazione di Ubs, Peter Kurer, e il ministro
elvetico dell'Economia, Doris Leuthard. Entrambi al Forum, non si sono incontrati
ma si sono lanciati frecciate sul tema dei bonus. Nei giorni scorsi è circolata
la cifra di due miliardi di franchi, non confermata da Ubs. «Sarebbe meglio che
Ubs fosse più trasparente e dicesse qualcosa prima della conferenza stampa del
10 febbraio», ha detto la Leuthard. «Manterremo la data, d'altronde stiamo già
riducendo la massa salariale complessiva», ha risposto Kurer. Ubs ha incassato
i fondi anticrisi del Governo elvetico. Che ora dice la sua. Lino Terlizzi
REUTERS
( da "AprileOnline.info" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Davos, il vento è
cambiato Leo Sansone, 02 febbraio 2009, 11:59 Politica Dal Forum internazionale
dell'economia si indica il mercato sociale della Ue come modello da imitare per
contrastare la recessione internazionale. Il segno che il turbocapitalismo
morde il freno e si riscopre una tradizione politica che si deve al partito
socialista e alle lotte operaie. La stessa formazione partitica che in Italia è
sparita, rendendo possibile a Berlusconi l'assalto al welfare Apprezzamenti,
lodi, encomi. L'Europa, vista fino ad un anno fa come un continente in
inarrestabile declino sotto i colpi della concorrenza statunitense ed asiatica,
ora è indicata come un punto di riferimento da imitare per affrontare e
superare la tempesta della recessione economica internazionale. Al Forum
economico mondiale di Davos, i campioni del capitalismo senza vincoli hanno
indicato l'Unione Europea come il modello da imitare, con la centralità
assegnata all'economia sociale di mercato. Lo sprezzante appellativo di
"vecchia Europa" è andato in soffitta. Per la Ue "il primo punto
di forza è l'economia sociale di mercato", ha scritto qualche giorno fa
Mario Monti sulla prima pagina del "Corriere della Sera", stilando il
bilancio di Davos con un fondo dal titolo "L'egoismo delle nazioni".
Per l'ex commissario europeo alla Concorrenza gli Stati
Uniti e la Cina, i due colossi dell'economia mondiale, ora sono costretti dalla
crisi ad adottare le due carte vincenti della Ue: i meccanismi di protezioni
sociali e l'integrazione economica adottata dai 27 paesi del Vecchio
continente. La prima è una rete di sicurezza interna per proteggere i disoccupati
e i lavoratori minacciati dalla crisi, la seconda è un'azione di
coordinamento internazionale delle politiche economiche per schivare i rischi
di dazi e di protezionismi. Il professor Monti, in passato un convinto
liberista, teorizzatore di una concorrenza senza freni per competere con gli
Usa e le "tigri" asiatiche, anche a costo di smontare lo Stato
sociale, sembra aver rettificato la sua impostazione. Ma anche a Washington e a
Pechino non spira più il liberismo di un tempo. Barack Obama ha presentato un
programma di 819 miliardi di dollari, dopo i 700 miliardi stanziati da George
Bush per salvare le banche, per sostenere l'economia in recessione e
riconvertirla in chiave ambientalista. Il nuovo presidente Usa prevede
interventi anche per aiutare chi non riesce più a pagare le rate del mutuo di
casa. Wen Jabao, primo ministro di Pechino, pensa di adottare molti meccanismi
europei di protezione sociale nella sua Cina centauro:
una dittatura comunista con una economia ipercapitalista. La crisi, passata
dalla finanza americana all'economia reale internazionale, comincia a far
paura. "La crisi è un disastro continuo per le famiglie dei lavoratori
americani", ha tuonato il primo presidente afro-americano degli Usa.
Barcolla tutta l'industria americana, dall'automobile all'elettronica, e Obama
non vuole assistere inerte al fallimento delle imprese e all'arrivo di milioni
di disoccupati. Anche l'Europa soffre i morsi della crisi, "ma ha il
vantaggio - ha scritto Monti - di avere gli strumenti che l'America e l'Asia
sentono ora il bisogno d'introdurre". Gran parte dell'Unione Europea ha
una forte rete di protezione sociale. Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna,
Svezia e Italia sono paesi dotati di una antica struttura di assistenza
sociale: la sanità pubblica gratuita per tutti; la previdenza sociale
obbligatoria, pubblica e universale; l'assicurazione obbligatoria contro gli
infortuni sul lavoro: indennità di disoccupazione, di cassa integrazione
accompagnate a corsi di formazione per chi perde il lavoro; la negoziazione
nazionale dei contratti di lavoro di primo livello e quella aziendale di
secondo livello; l'orario di lavoro di 40 ore settimanali. Sono conquiste,
Monti questo non lo dice, che non sono arrivate gratis. Sono diritti realizzati
in 150 anni di lotte, condotte dai partiti socialisti e dai movimenti operai
europei. Karl Kautsky, Eduard Berstein, Filippo Turati (visti come
"rinnegati" dai comunisti), spesero una vita e affrontarono mille
pericoli nelle battaglie contro i governi conservatori e contro gli industriali
per l'emancipazione politica ed economica della masse popolari. Il generale
Fiorenzo Bava Beccaris nel 1898 fece sparare con i cannoni sulla folla, che
protestava contro il caro vita a Milano. Per decenni i governi e le imprese
europei si opposero all'introduzione di una rete di garanzie sociali, temendo
di perdere profitti e competitività. Ma, alla fine, accettarono le novità,
capendo che le migliori condizioni di vita dei lavoratori avrebbero ridotto la
conflittualità sociale e accresciuto la produzione da un punto di vista sia
quantitativo e sia qualitativo. Grazie a queste lotte nacque, tra gli anni
Trenta e Sessanta del 1900, lo Stato sociale, un vanto di civiltà per l'Europa.
Negli anni Ottanta, l'era di Margareth Tatcher e di Ronald Reagan, s'impose
invece il modello del liberismo e della globalizzazione, una folle corsa verso
i profitti senza riguardi per il rispetto dei lavoratori e dell'ambiente, che
si è infranta a settembre sugli scogli dei primi fallimenti delle banche americane,
inventrici dei mutui e dei "derivati" speculativi. Ora il vento sta
cambiando a livello mondiale perché la recessione accresce gli già
insopportabili squilibri sociali e geopolitici e rischia di far naufragare
interi paesi. Gli Usa e la Cina se ne sono accorti e,
in modo diverso, stanno cercando di imitare il modello sociale europeo, di
matrice socialista e cristiano-democratica. Solo l'Italia, sempre in ritardo su
tutto, sembra non accorgersene. Da noi il governo Berlusconi continua a ridurre
i livelli di protezione sociale. L'esecutivo il 22 gennaio, senza la firma
della Cgil, ha stipulato un accordo separato con Cisl, Uil, Ugl e Confindustria
che depotenzia il contratto nazionale e i salari (gli aumenti non saranno più
legati all'inflazione programmata, ma al costo delle vita europeo armonizzato e
deputato dei rincari dell'energia). Non solo. Giulio Tremonti ha ipotizzato,
per poi smentirla, l'ennesima riforma delle pensioni. Strani discorsi. Il
ministro dell'Economia in campagna elettorale, come Silvio Berlusconi, indicava
la necessità di aumentare il potere d'acquisto delle retribuzioni e delle
pensioni, ora suona una musica ben diversa. In Italia, al contrario di altri
paesi europei, si discute poco su come affrontare la crisi e su quali strumenti
allestire contro il rischio della disoccupazione per milioni di lavoratori e
precari. I 4 milioni e mezzo di immigrati sono considerai come un problema di
ordine pubblico o etnico (il razzismo è sempre in agguato) e non come
lavoratori indispensabili all'economia, da tutelare come i compagni italiani.
Si discute molto, invece, sul varo di uno sbarramento elettorale del 4% dei
voti (fortemente voluto da Walter Veltroni) alla vigilia delle elezioni europee
di giugno, oppure si parla della riforma della giustizia (perseguita con
tenacia da Silvio Berlusconi). L'Italia è il paese delle anomalie. Qui pesa il
vuoto dell'assenza di un grande partito socialista, che permette pericolose
incursioni contro la struttura dello Stato sociale. Nelle altre nazioni europee
gli attacchi al Welfare sono più difficili, perché è sempre presente un grande
partito socialista o socialdemocratico. "Carlo Marx è stato mandato in
soffitta", disse con una battuta ironica Giovanni Giolitti nel 1911 alla
Camera, presentando il suo quarto governo. Ma non era così, anzi: Marx, nella
versione socialdemocratica, cominciava a dare frutti. Il presidente del
Consiglio annunciò grandi novità: il suffragio universale, il monopolio
pubblico delle assicurazioni sulla vita, le indennità ai parlamentari. Erano le
battaglie storiche del Psi, nato nel 1892. Difatti i socialisti di Turati
votarono il sostegno a quelle grandi riforme. Fu un grande risultato
soprattutto il suffragio universale, che ruppe i meccanismi di potere dei
potentati liberali ed aprì la strada alla democrazia dei ceti popolari.
( da "AprileOnline.info" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina
Dopo Bush, Obama:
discontinuità e vincoli nella politica estera Silvana Pisa, 02 febbraio 2009,
15:48 Approfondimento Perché la vittoria di Obama passi dal piano simbolico a
quello della realtà, occorre che la Casa Bianca inverta le priorità: non è il
nucleare iraniano a premere (anche i servizi segreti Usa lo hanno riconosciuto
e il tema della denuclearizzazione riguarderebbe l'intera area, da Israele a
Pakistan) ma il medio oriente come "madre di tutte le questioni":
l'ingiustizia e l'assimetria tra un paese che c'è e un popolo senza paese E'
difficile prevedere se Obama riuscirà a risolvere il grande disordine mondiale
ereditato da Bush. A occhio c'è da dubitarne: non tanto per la mancanza di
volontà soggettiva del neo presidente quanto per la complessità della
situazione. Ad una crisi economica globale di proporzioni inedite, per cui le
grandi lobby finanziarie ed economiche si aggrappano al collo altrui pur di non
naufragare, si aggiunge un contesto internazionale fortemente deteriorato
dall'amministrazione precedente. Bush, col suo comitato d'affari ossessionato
dal possesso delle risorse energetiche (Cheney, l'Hallyburton,ecc) e supportato
dagli ideologi neocon che hanno coperto le politiche di guerra Usa con
l'esportazione della democrazia, ha lasciato terra bruciata. Ormai è evidente
che la "guerra al terrorismo" non solo ha aggravato l'instabilità
mondiale - che, con effetto domino si è ampliata dal Medio Oriente al Pakistan
- ma è stata utilizzata come pretesto per scopi geopolitici e strategici precisi,
di marca prettamente unilaterale. Si è trattato del controllo delle fonti e
delle reti energetiche che a loro volta determinano gerarchie economiche e
influenze politiche. Per questo Bush si è inventato gli "stati
canaglia" (Afghanistan, Iraq, Siria e Iran) da colpire in sucessione, con
lo scopo di sottrarre gasdotti e petrolio al controllo e all'utilizzo di altre
potenze (Russia, Cina e India). Per questi stessi
scopi espansionistici gli Usa hanno aumentato la spesa militare (warfare contro
welfare) costringendo gli alleati della Nato a fare altrettanto. La prova della
scelleratezza delle delle scelte di Bush è data dalla maggioranza schiacciante
della vittoria elettorale di Obama. Il punto è capire se,al di là delle
promesse fatte in campagna elettorale, il primo presidente afroamericano saprà
costruirsi margini per attuare la discontinuità promessa. Segnali in questo
senso Obama li ha lanciati fin dal discorso del suo insediamento. Ha
esplicitato gli errori dell'amministrazione precedente: la limitazione dei
diritti civili del Patriot Act, l'uso della tortura non solo nel carcere di
Guantanamo, le renditions nei paesi stranieri; ha proposto il metodo del
dialogo nei confronti del mondo islamico "noi americani non siamo vostri
nemici!". Ma, come ha recentemente scritto il generale Fabio Mini:
"un terzo delle buone intenzioni di un presidente naufragano durante il
primo briefing coi servizi segreti, un terzo glielo affonda il Pentagono e un
terzo glielo stritolano i gestori del sistema economico - industriale.."
Per le guerre in corso (Afghanistan e Iraq) la possibilità di discontinuità è
molto limitata nonostante che la promessa del ritiro dei militari dall'Iraq
entro il 2010 sia stato un punto chiave della sua campagna elettorale. Su
questo impegno deve averci fatto conto il presidente iracheno Al Maliki che ha
insistito per ottenere un calendario dettagliato del ritiro totale dei soldati
americani e ha firmato con gli Usa, il 18 novembre scorso, l'accordo bilaterale
che ne regola l'exit strategy. In questo accordo tra l'altro, oltre ai termini
perentori del ritiro,è previsto il divieto ai militari statunitensi di operare
nel paese senza la piena approvazione e il coordinamento con gli iracheni; il
divieto di imprigionare cittadini iracheni senza il consenso delle autorità
locali; il divieto di utilizzo del territorio e dello spazio aereo iracheno per
lanciare attacchi ad altri paesi. Fin da subito l'amministrazione Bush, in
attesa del passaggio effettivo di poteri, adottava "interpretazioni"
dell'Accordo per aggirarlo: le unità militari operative vengono
rinominate" addestratori" e come tali liberate dai vincoli ( l'Italia
in Afghanistan ha utilizzato lo stesso metodo per modificare i limiti previsti
dalle nostre regole d'ingaggio); per giustificare raid contro obbiettivi
situati in altri paesi, è sufficiente invocare una generica "legittima
difesa"che, come si sa, in zone di guerra non è difficile da trovare.
Questa marcia indietro è effetto degli equilibri immutati al Pentagono: Obama
ha ricevuto pressioni per confermare il repubblicano Robert Gates come ministro
della Difesa e il controllo del ritiro dall'Iraq difficilmente passerà dal
Pentagono al Dipartimento di Stato. Come hanno già rivelato editorialisti Usa a
fine novembre, in Iraq resteranno comunque 70.000 militari statunitensi
"per un lungo periodo, anche al di là del 2011..!" Continuità si
prospetta anche in Afghanistan. Obama si è impegnato a proseguirne
l'occupazione militare: anzi ha promesso un aumento delle truppe, ridislocate
dall'Iraq, in vista di un altro "surge". Si dimentica che la relativa
stabilizzazione irachena è intervenuta non tanto per l'intervento militare del
generale Petreus, quanto per l'avere prodotto - finalmente - alcune soluzioni
politiche: come la trattativa coi sunniti che, tra le altre cose, ha
reintegrato piu' di 100.000 appartenenti al partito Baath, già espulsi con
miopia all'indomani della conquista militare di Baghdad. La popolazione afgana
è sempre più ostile ai militari stranieri per via dei frequenti bombardamenti sui
civili e per il peggioramento delle condizioni di vita: l'incremento di truppe
non può essere considerato come fattore di stabilizzazione, tutt'altro e
persino il presidente Karzai, intervenendo il 20 gennaio all'apertura del
parlamento, ha chiesto alle forze straniere presenti nel paese di
"rivedere la strategia militare e di sicurezza". I militari stranieri
non solo non hanno conquistato cuori e menti degli afgani ma se li stanno
inimicando sempre più: uno zelante generale Usa ha addirittura recentemente
proposto di "sparare a vista" sui produttori di papaveri da oppio! Se
poi l'aumento delle Truppe Usa e Nato tende a costruire basi avanzate per
intervenire militarmente sui taliban in Pakistan, è chiaro che questo significa
ampliare l'instabilità a tutta la regione. Quello che manca ancora è una
soluzione politica sostenuta da adeguate risorse economiche che accompagnino
una strategia d'uscita. Novità di rilievo Obama potrebbe produrle rispetto a
Russia e Iran. Il disgelo con la Russia si è manifestato nelle settimane scorse
con dichiarazioni di distensione del duo Medvedev-Putin a cui è seguito
l'annuncio di ritiro dellla minaccia di utilizzo dei missili Iskander dalla
base russa di Kaliningrad: minaccia fatta per ritorsione alle politiche
aggressive di Bush, condotte per interposta Nato ( pressioni su Ucraina e
Georgia per entrare nel Patto Atlantico ampliando l'isolamento della Russia) e
sostanziate militarmente con l'installazione di tecnologie antimissilistiche
nella repubblica Ceca e in Polonia: proprio ai confini con la Russia in
pregiudizio degli equilibri strategici esistenti. Il fatto che Obama, fin dalla
campagna elettorale, avesse dichiarato di volere "verificare
l'utilità" dello scudo antimissile, ha aperto una porta nei confronti del
dialogo con Mosca. Gli Stati Uniti hanno bisogno di vie di transito in
territorio russo, per gli approvvigionamenti delle truppe che operano in
Afghanistan: questo punto è stato anche merce di scambio, durante la recente
guerra in Georgia, rispetto alla presenza di navi Usa della sesta flotta lungo
le coste del Caspio. Altro terreno, minato da Bush e quindi da disinnescare,
riguarda il rapporto con l'Europa divisa dai neocon tra nuova e vecchia Europa
secondo un intransigente "o con noi o contro di noi". Non c'è dubbio
che l'Europa dipenda in gran parte dalle risorse energetiche russe ma questo
non significa perdita di autonomia politica, problema che, caso mai, si è
evidenziato nei confronti degli Usa (basi militari, coproduzioni di armamenti,
collaborazioni militari..).. La vera chiave per la stabilizzazione dell'intera
area medio orientale e asiatica è nel rapporto che Obama saprà costruire con
l'Iran, per via della molteplicità delle questioni che questo paese assume:
dall'influenza di Teheran sul mondo scita (Iraq e Hezbollah in Libano) a quello
radicale sunnita (Hamas nei territori palestinesi e Siria); dalla
collaborazione nella stabilizzazione di Iraq e Afghanistan, ai rapporti
economici che riguardano l'esportazioni del proprio greggio
verso Cina e India; dal sostegno alla produzione iraniana di nucleare
civile portata avanti da Russia e Cina nel consiglio
di sicurezza dell'ONU, stoppando le proposte di sanzioni, al "cartello del
gas" con Russia e Qatar. Ancora: la drammatica attualità ci ricorda che
oggi una soluzione del problema israelo-palestinese non si dà senza il
coinvolgimento di Theran, piu' ancora che della Lega araba. Per gli
Stati Uniti, è necessario riconoscere il ruolo dell'Iran come potenza
regionale, a costo di riequilibrare l'interlocuzione privilegiata col fronte
arabo sunnita (Arabia Saudita, Egitto, Giordania). Questo significa richiamare
Israele ad un principio di realtà. A poco vale aver dotato Tel Aviv
dell'esercito più potente della regione quando questo continua a produrre morte
ed odio. La "terra promessa" non era disabitata e non si può chiedere
ad un popolo di morire in silenzio. Perché la vittoria di Obama passi dal piano
simbolico a quello della realtà, occorre che la Casa Bianca inverta le
priorità: non è il nucleare iraniano a premere (anche i servizi segreti Usa lo
hanno riconosciuto e il tema della denuclearizzazione riguarderebbe l'intera
area, da Israele a Pakistan) ma il medio oriente come "madre di tutte le
questioni": l'ingiustizia e l'assimetria tra un paese che c'è e un popolo
senza paese.