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DOSSIER “CINA”

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Report "Cina"

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Indice delle sezioni

Cina (13)


Indice degli articoli

Sezione principale: Cina

IL NODO DELL'AFRICA ESCLUSA ( da "Unita, L'" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: la Cina. In otto anni, cinque forum si sono tenuti in Brasile e qui i risultati in termini di cambiamento politico sono sotto gli occhi di tutti. Ma bisogna constatare che oggi il forum non è più uno spazio globale, ma è invece molto legato all'esperienza specifica dei movimenti latinoamericani e sotto il forte controllo del potere politico.

al forum, in discoteca e in galleria è qui la festa dei fratelli gallagher - massimo pisa ( da "Repubblica, La" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina e Sudafrica: 21 pezzi, solo sei dal nuovo disco (tra questi The shock of lightning, Falling down, I´m outta here), una manciata di classici di metà anni Novanta (Cigarettes & Alcohol, Morning Glory, Wonderwall, Supersonic, Don´t look back in anger, Champagne Supernova) e la cover della beatlesiana I am the Walrus a chiudere le danze.

quelli che puntano sul cinese - enrico bonerandi ( da "Repubblica, La" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: sogno è di trasferirmi stabilmente in Cina, e prima o poi ci riuscirò». «Non sono tutte rose e fiori - avverte Stefano Bona, trentadue anni -. In Cina incontro tanti italiani che si mantengono a stento, in attesa della buona occasione». Stefano ha studiato scienze politiche, una serie di conferenze di una docente affascinante come Enrica Collotti l´ha convinto a imparare il cinese.

Non bastano le chiacchiere. Per uscire dalla "tempesta perfetta" della crisi economica ( da "AmericaOggi Online" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: È il caso della super coppia Usa-Cina maggiore finanziatrice l'una dell'astronomico deficit degli altri, a loro volta principale mercato dell'export cinese. E, quindi, "gemelli siamesi" più che mai impossibilitati a separarsi, pena un collasso dagli effetti nefasti per entrambi.

A Davos rinuniti una ventina di ministri del Commercio ( da "AmericaOggi Online" del 01-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, India, Giappone, Africa del Sud e il commissario europeo al commercio Catherine Ashton. Per gli Stati Uniti, in attesa della nomina del nuovo rappresentante al commercio, ha partecipato l'ambasciatore presso la Wto di Ginevra. Il commercio è in calo e figura tra le vittime della crisi, ha ossevato Lamy.

Le orecchie di Bruxelles. Emergenza economia/La crisi, Obama e la vecchia Europa ( da "AmericaOggi Online" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, Russia e India, rischia di non esserci posto per una Bruxelles ancora in cerca di identità. Se l'Europa ha bisogno di Obama e dell'America è altrettanto vero che anche gli Usa e la Casa Bianca hanno bisogno del vecchio continente. In quella cabina di regia della crisi mondiale rischia di passare l'idea che dal tunnel si potrà uscire solo grazie a quella gestione totalitaria

dalla obamanomics alla gran bretagna cresce il neo-protezionismo di sinistra - (segue dalla prima pagina) federico rampini ( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, quindi senza la clausola protezionista un terzo dell´effetto di rilancio in questo settore andrebbe a vantaggio degli altiforni di Shanghai e Canton. La misura Buy American può essere impugnata davanti al Wto. Prima ancora della Cina, diversi alleati degli Stati Uniti come l´Unione europea, il Canada e l´Australia hanno già espresso forte preoccupazione per questa barriera

dall'america alla cina i nostri connazionali sono tre milioni e mezzo. tra sogni, speranze e nuove discriminazioni - paolo griseri ( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Pagina 21 - R2 Dall´America alla Cina i nostri connazionali sono tre milioni e mezzo. Tra sogni, speranze e nuove discriminazioni PAOLO GRISERI L´IDEA è quella di mettere un bel timbro con la scritta: «Fatto da un italiano all´estero». Così, per rendersi riconoscibili, orgogliosi di arrivare dal Bel paese anche se emigranti.

La creatività dei comunisti cinesi negli incentivi ( da "Unita, L'" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: appetito per i buoni del tesoro americano, fino a pochi mesi fa la Cina spendeva un settimo del suo PIL nell'acquisto del debito pubblico americano.Con un tasso di risparmio delle famiglie pari al 50% del reddito rispetto all'1,4% negli Stati Uniti e ed alla media europea del 7,1%, in Cina non si può parlare di crisi di liquidità.

l'arte globalizzata dell'estremo oriente - modena ( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Dal Giappone alla Cina con le fotografie provocatorie e surreali di Yang Zhenzhong, un vero e proprio capovolgimento del mondo, con il film di Yang Fudong sulla difficoltà del cambiamento, che in questo caso è evocato dall´impervio cammino che intraprendono due coppie: ascendono una montagna nell´aspro paesaggio della Cina del Nord.

BREVI DA DAVOS ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: Cina, India, Giappone, Stati Uniti, Unione europea. «Non siamo entrati nei dettagli, non era il caso - ha detto Lamy- ma una cosa è molto chiara a tutti: la conclusione del Doha Roundè parte integrante delle misure anti crisi». Concetto analogo ha espresso il ministro svizzero dell'Economia, Doris Leuthard: «Il Doha Round sarebbe il maggior pacchetto di aiuti possibile»

Davos, il vento è cambiato ( da "AprileOnline.info" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: europeo alla Concorrenza gli Stati Uniti e la Cina, i due colossi dell'economia mondiale, ora sono costretti dalla crisi ad adottare le due carte vincenti della Ue: i meccanismi di protezioni sociali e l'integrazione economica adottata dai 27 paesi del Vecchio continente. La prima è una rete di sicurezza interna per proteggere i disoccupati e i lavoratori minacciati dalla crisi,

Dopo Bush, Obama: discontinuità e vincoli nella politica estera ( da "AprileOnline.info" del 02-02-2009)
Argomenti: Cina

Abstract: proprio greggio verso Cina e India; dal sostegno alla produzione iraniana di nucleare civile portata avanti da Russia e Cina nel consiglio di sicurezza dell'ONU, stoppando le proposte di sanzioni, al "cartello del gas" con Russia e Qatar. Ancora: la drammatica attualità ci ricorda che oggi una soluzione del problema israelo-palestinese non si dà senza il coinvolgimento di Theran,


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IL NODO DELL'AFRICA ESCLUSA (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 01-02-2009)

Argomenti: Cina

IL NODO DELL'AFRICA ESCLUSA Ieri, alla presenza di alcuni dei suoi fondatori, sono iniziate le prime discussioni sul futuro del forum, partendo da un'analisi della storia di questo processo. Il dato significativo dei 91.000 delegati di cui solo 10.000 da fuori dal Brasile e per la maggior parte latinoamericani, ha reso necessario ammettere il carattere regionale dell'evento. Padre Daniele Moschetti, missionario e tra gli organizzatori del forum di Nairobi, ha espresso preoccupazione per l'esclusione dell'Africa da questo processo. L'Africa, dove anche grazie al forum stava lentamente nascendo una società civile capace di favorire il cambiamento politico, è stata abbandonata e la propria presenza è così scomparsa dal processo. L'aver riportato il forum in Brasile ha tagliato la possibilità di continuare il lavoro di creazione di una rete globale con la società civile in Asia, iniziato a Bombai, ed ha anche reso impossibile raggiungere la grande assente dai social forum: la Cina. In otto anni, cinque forum si sono tenuti in Brasile e qui i risultati in termini di cambiamento politico sono sotto gli occhi di tutti. Ma bisogna constatare che oggi il forum non è più uno spazio globale, ma è invece molto legato all'esperienza specifica dei movimenti latinoamericani e sotto il forte controllo del potere politico. È vero che in questo momento l'America Latina è indubbiamente il laboratorio privilegiato da cui emergono alternative coerenti in grado di rispondere alla sfide più grosse quali la crisi ecologica e l'ineguaglianza sociale, ma si sta certamente perdendo l'idea originaria di spazio aperto che parta dalla ricchezza di una diversità globale. Infine, anche nella valutazione di questo forum, non è mancata la critica sull'esclusione dei poveri. Nel dibattito è emersa la discussione relativa al fatto che il forum sia dominato da «professionisti dei movimenti sociali», che parlano e rappresentano gli esclusi, che rimangono tali anche per l'alto costo di registrazione all'evento.

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al forum, in discoteca e in galleria è qui la festa dei fratelli gallagher - massimo pisa (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 01-02-2009)

Argomenti: Cina

Pagina XIV - Milano Al Forum, in discoteca e in Galleria è qui la festa dei fratelli Gallagher La storica rock band arriva oggi in città e inizia un mini tour in vista del concerto di domani: ecco dove potete incontrarla Prima tappa negli studi Rai, ospiti di Fazio; stasera all´Hollywood e domani doppio appuntamento a Radio Dj e a Mtv MASSIMO PISA Sulle spalle dei giganti non ci stanno più da un pezzo ma loro, semplicemente, se ne sbattono. Provare a chiedere chi è la più grande rock band del pianeta ai fratelli Gallagher è sempre stato esercizio superfluo: «Oasis» è la stessa risposta che davano quindici anni fa, quando a quel trono stavano ascendendo, poi nei due anni successivi, quelli di Morning Glory e delle vendite planetarie, e poi ancora nei lunghi anni della caduta e delle liti, dei cambi di formazione e della critica avversa. Avanti sempre, Noel e Liam, il cervello dalla lingua tagliente e il moccioso sempre ingrugnito, sempre uguali a sé stessi e ai loro personaggi di rockstar, i prevedibili eccessi e i bassifondi della periferia di Manchester tatuati addosso, l´idolatria per John Lennon spinta fino all´emulazione di testi, accordi, comportamenti e umori o presunti tali, il resto della band (Gem Archer alla chitarra, Andy Bell al basso e il nuovo batterista Chris Sharrock) sullo sfondo. E uguale, intoccabile, è la scaletta che porteranno domani sul palco del Mediolanum Forum, la stessa con cui hanno affrontato un tour mondiale che li porterà in Giappone, Cina e Sudafrica: 21 pezzi, solo sei dal nuovo disco (tra questi The shock of lightning, Falling down, I´m outta here), una manciata di classici di metà anni Novanta (Cigarettes & Alcohol, Morning Glory, Wonderwall, Supersonic, Don´t look back in anger, Champagne Supernova) e la cover della beatlesiana I am the Walrus a chiudere le danze. Tour di alti e bassi: tra i secondi, l´assalto subito da Noel sul palco a Toronto, in agosto, da parte di uno squilibrato. E l´abbassamento di voce di Liam, tuttora in convalescenza, che ha costretto a cancellare una data tedesca. Hanno un pregio, gli Oasis. Sono gli ultimi a far notizia, sempre. Più dei loro dischi. Più dell´ultimo Dig out your soul, il settimo e il più acido della loro produzione, il più aperto alla scrittura di tutti i membri della band che non siano Noel Gallagher, con la consolidata miscela di pezzi tirati e ballate da quattro minuti. Più della loro musica, fedele bignamino dei trent´anni di rock britannico che li hanno preceduti: meno piacioni dei Beatles, meno sexy dei Rolling Stones, meno esplosivi degli Who, meno sottili dei Kinks e meno «fatti» dei Sex Pistols. NME, bibbia del rock anglosassone, li ha appena nominati in sette categorie dei propri Awards, i Grammy inglesi: migliore e peggiore (!) band, miglior disco e miglior live, miglior video. E poi Noel: eroe dell´anno e musicista meglio vestito. Il fratellone ha annunciato un nuovo album di canzoni già pronto da registrare, e poi un progetto solista. Liam, di suo, ha pubblicamente dichiarato l´addio alla cocaina per la gazosa. A Milano loro, tifosissimi del Manchester City e scottati per la vinceda Kakà, arrivano in mattinata, provenienti da Bordeaux, per un minitour promozionale: oggi pomeriggio negli studi tv di Quelli che il calcio?, domani in quelli di Radio Deejay e affacciati alla Galleria per Total Request Live su Mtv. Ma l´evento più rock and roll se lo concederanno stasera, a sentire gli spifferi dei portici: serata all´Hollywood, con cui i Gallagher hanno una partnership, insieme a Rocco Siffredi.

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quelli che puntano sul cinese - enrico bonerandi (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 01-02-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 36 - Cronaca Quelli che puntano sul cinese Nuovi orizzonti la società Per la prima volta nella storia della scuola italiana agli esami di maturità gli studenti dei licei linguistici affronteranno una prova scritta di mandarino Un risultato del boom che stanno conoscendo i corsi, pubblici e privati, di questa lingua. Nella convinzione che sia un passaporto per fare carriera e cambiare vita ENRICO BONERANDI MILANO Se ne sono accorti tutti quando il ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini, nel comunicare via You Tube la scorsa settimana le materie d´esame per le maturità, ha ammesso per la prima volta il cinese come prova scritta per i licei linguistici. Pur in pesante ritardo rispetto ad altri paesi, lo studio della lingua cinese in Italia è in pieno boom. E se nel 2009 saranno ancora pochini gli studenti alle prese con gli ideogrammi alla maturità (una dozzina forse al Manzoni di Milano e al Pigafetta di Vicenza, dove comunque lo studio del cinese nelle quinte è soltanto a livello di "terza lingua"), in un futuro prossimo verranno a maturarsi studenti che hanno scelto l´opzione curriculare per la durata di cinque anni. E così i tre licei d´avanguardia - oltre a Manzoni e Pigafetta, il Deledda di Genova - cominceranno a sfornare ragazzi (soprattutto ragazze) che la «lingua del futuro» la masticheranno con qualche dimestichezza. Entriamo in una seconda del Manzoni, banchi disposti a ferro di cavallo attorno alla cattedra. Perché avete scelto il cinese? Risponde Lucrezia: «è una cosa nuova. La Cina si sviluppa economicamente e qui ci sono tanti di loro». Però come lavoro sogna di fare la regista a Hollywood. Anche Federico tiene d´occhio la crescita economica, ma in mente ha di studiare psicologia o giornalismo. Ci sono tre studentesse con tratti somatici orientali, molto più concrete dei loro compagni. Claudine è stata convinta ad affrontare il cinese dalla mamma, che è di Singapore, e vuol fare l´avvocato di diritto internazionale. Sofia è di madre giapponese e, contro il parere di mamma, ha deciso di studiare il cinese «perché le due lingue hanno la stessa matrice» (e vuol diventare interprete simultanea). Xiao Feng: «Sono cresciuta in Italia e ormai non parlo più mandarino. Ho provato qualche corso privato, ma mi facevano solo perdere tempo e soldi. Così mi sono iscritta qui». Cosa farai da grande? «Voglio tornare a vivere in Cina». Se gli si chiede se lo studio è difficile, quelli della seconda A rispondono in coro: «Bestiale!». Uno per tutti: «Ci vuole costanza. Se non stai sempre in pari, non capisci più niente». Qualche ragazza alza gli occhi al cielo: «Sembrava così bello all´inizio...». La professoressa di cinese, Claudia Ambrosini, smonta un po´ le motivazioni della scolaresca: «Sì, va bene, la Cina è una potenza economica e conoscerne la lingua può aprire molte strade, ma questo è il parere dei genitori. Per i ragazzi vale di più la sensibilità new age, il gusto esotico. Per dirla con loro, studiare cinese è figo. Poi si accorgono che non è una passeggiata e boccheggiano. Ma non è nemmeno la fine del mondo. è vero che ci vuole memoria, soprattutto visiva, ma un adolescente ce la fa benissimo. Cinque anni sono il minimo per impadronirsi dei fondamenti e non bisogna smettere mai di studiare». Insomma, è dura. A livello universitario, nei quattro atenei di Milano, Roma, Napoli e Venezia che hanno facoltà e corsi di lingua - ma si stanno affacciando anche realtà minori, come Firenze, Torino, Pesaro e Como - gli studenti di cinese sono intorno a cinquemila. Il consorzio Almalaurea ha verificato che 1.257 laureati nei curricula sostengono di conoscere bene questa lingua. Che si è affermata a spese soprattutto del giapponese, da quando l´economia nipponica ha avuto una curva discendente. L´indice di abbandono è però abbastanza alto: «Almeno un quarto dopo qualche mese rinuncia. Quelli più anziani, che si sono avvicinati al cinese per pura curiosità, non reggono allo sforzo iniziale - ammette Luigi Stirpe, docente all´Isiao, l´Istituto per l´Africa e l´Oriente di Roma -. è un bene che lo studio sia avviato fin dal liceo, perché i risultati arrivano, ma solo dopo qualche anno». Piero Conti, industriale di Stradella, provincia di Pavia, in tutto ha preso una quarantina di ore di lezione. Ha un´azienda petrolchimica, l´Itm, e cura un gruppo di fitness e kung-fu in Europa, l´Evtf. «In Cina vado venti volte all´anno. Non conoscere la lingua era un handicap. Allora ho fatto un corso, ma potevo seguire poco per i miei impegni». E allora? «I cinesi sono molto orgogliosi. Se capiscono che ti interessi alla loro lingua, che ci provi, ti fanno salire nelle quotazioni. I convenevoli e un minimo di dialogo ora li so condurre. Nelle trattative intuisco le loro conversazioni, al di là dell´interprete. Una parola qui, una parola là. Se ti stanno fregando te ne accorgi. Il concetto chiave è guanxi, relazione. Devi metterti in relazione con loro, entrare nel gruppo, far parte della famiglia». E adesso come va il guanxi? «Molto meglio. A loro non piacciono gli imprenditori in cerca dell´affarone per poi scappare via. Vogliono un rapporto continuativo. Se quello è il tuo obbiettivo, la lingua la devi conoscere. E se ti mancano tutte le parole, ti aiuti coi gesti. Loro apprezzano, comunque». Alessandra Lavagnino, docente ordinario alla Facoltà di mediazione linguistica e culturale della Statale di Milano, ex-addetta stampa dell´ambasciata italiana a Pechino, non è d´accordo: «Sono stereotipi che lasciano il tempo che trovano. Mica sono stupidi i cinesi. Ti devi avvicinare con umiltà alla loro cultura, perché i loro manager sono molto preparati. Devi studiare parecchio, fare stage in Cina. Così si possono aprire prospettive di lavoro molto interessanti. Alcuni nostri allievi trovano lavoro ancor prima di aver concluso gli studi». Come è accaduto a Martina Pistarà, ventisei anni, di Alessandria. Ha cominciato a studiare cinese per passione culturale, ma è stata presto assunta da un´azienda italiana di abbigliamento. Dopo un anno, è passata a un altro settore, quello della gioielleria. «Ma da studentessa già lavoravo come mediatrice culturale nelle scuole. Il mio sogno è di trasferirmi stabilmente in Cina, e prima o poi ci riuscirò». «Non sono tutte rose e fiori - avverte Stefano Bona, trentadue anni -. In Cina incontro tanti italiani che si mantengono a stento, in attesa della buona occasione». Stefano ha studiato scienze politiche, una serie di conferenze di una docente affascinante come Enrica Collotti l´ha convinto a imparare il cinese. Cinque anni fa l´assunzione in una media impresa meccanica che ha una fabbrica a Suzhou e il colpo di fulmine con una ragazza di Shanghai, ora sua moglie («ma fra noi parliamo inglese. Il cinese mi serve con i suoceri»). Luci e ombre. Sacrifici. Ma poi grandi opportunità da prendere al volo. Un recente articolo dell´Herald Tribune segnala che molte aziende cinesi sono alla ricerca di manager internazionali, purché parlino la lingua con fluidità. «Quelli ai quali l´Italia va stretta, è alla Cina che devono guardare. Oltretutto, oggi laggiù la vita è molto divertente», assicura Alessandra Lavagnino. Attenzione però ai facili entusiasmi. I corsi universitari sono lunghi e impegnativi. Scuole più abbordabili ne esistono: qualche decina solo a Milano, in tutta Italia superano il centinaio. Non sempre di grande livello. Professori madrelingua, ma con scarsa esperienza didattica. Ci sono anche corsi in internet, che servono più che altro come supporto. Il vero obbiettivo, la luce che fa risplendere i curricula, è però lo Hsk (hanyu shuiping kaoshi), una sorta di proficiency riconosciuto dal governo cinese, che misura in tre categorie il grado di conoscenza della lingua. No Hsk, no party. E gli esami sono severissimi.

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Non bastano le chiacchiere. Per uscire dalla "tempesta perfetta" della crisi economica (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 01-02-2009)

Argomenti: Cina

Non bastano le chiacchiere. Per uscire dalla "tempesta perfetta" della crisi economica di Pino Agnetti 01-02-2009 "Perché abbiamo bisogno di un nuovo sistema di cooperazione globale?". Se l'era domandato speranzoso in apertura dei lavori Klaus Schwab, il fondatore dell'annuale "World Economic Forum" che si conclude oggi fra le montagne incantate di Davos. E la risposta alla fine è arrivata, a dire il vero tutt'altro che incoraggiante. Perché a cooperare seriamente per "il bene comune globale", per ora, non ci pensa proprio nessuno. O meglio. Nessuno sembra fidarsi l'uno dell'altro. Prendete, ad esempio, gli uomini forti di Mosca e Pechino. Zar Putin e il suo collega cinese Wen Jiabao hanno tracciato un quadro dettagliatissimo delle responsabilità americane nello scatenamento della "tempesta perfetta". Peccato che si siano ben guardati, il primo, dal compiere il minimo accenno autocritico circa lo stato dell'economia russa, ormai alla bancarotta dopo dodici svalutazioni di fila del rublo e con un malcontento popolare che non teme più di mostrarsi apertamente come segnalano le clamorose proteste di piazza di questi giorni a Vladivostok. Mentre il secondo, denunciata "la cieca ricerca del profitto" del capitalismo a stelle e strisce, ha completamente glissato sulla concorrenza sleale attuata da Pechino mantenendo debole ad arte la propria moneta. Come se già non bastasse, sulla magica vallata di Davos si è abbattuta la slavina della prima guerra continentale fra poveri scoppiata stavolta in Inghilterra - ma domani chissà - contro la decisione di appaltare a un'azienda "straniera" (in questo caso italiana) i lavori per la costruzione di una nuova raffineria. Quel grido di "British jobs for british works" ("Posti di lavoro inglesi per lavoratori inglesi") che sta dilagando dal Nord al Sud del Regno Unito forse non avrà mandato di traverso il gelato e lo champagne ai 2.500 "supervip" del World Economic Forum. Ma per il premier britannico Gordon Brown, egli stesso autore un anno fa dello slogan in questione, adesso sarà durissima arginare a casa propria l'inevitabile spinta a forme più o meno esplicite di protezionismo. Il fantasma che un po' tutti i leader politici e gli economisti presenti al meeting hanno cercato in ogni modo di esorcizzare, facendo ancora una volta pubblico giuramento di eterna fedeltà al libero mercato. Dimentichi della gigantesca gara planetaria in corso a chi sovvenziona prima e con aiuti più consistenti i disastrati comparti nazionali dell'auto oggi, o dell'acciaio domani. Per non parlare delle banche, prime destinatarie delle ciambelle di salvataggio "pubbliche" lanciate a piene mani fra i marosi mugghianti della crisi. Così, fra un annuncio e l'altro di nuovi e taumaturgici summit (ad aprile il "G20" di Londra che precederà facendogli non poco ombra il successivo "G8" riconvertito a "G14" della Maddalena), per il momento è giocoforza accontentarsi della solita recita in ordine sparso dei vari potenti della Terra. Che se in Europa sembrano per lo più propensi a rifugiarsi sotto l'ombra rassicurante di frau Angela Merkel (l'unica a strappare applausi a scena aperta a Davos), altrove stanno studiando come riuscire a rinforzare congiuntamente gli ormeggi delle rispettive navi. È il caso della super coppia Usa-Cina maggiore finanziatrice l'una dell'astronomico deficit degli altri, a loro volta principale mercato dell'export cinese. E, quindi, "gemelli siamesi" più che mai impossibilitati a separarsi, pena un collasso dagli effetti nefasti per entrambi. Il che spiega pure l'assenza a Davos di un qualche esponente di spicco della nuova amministrazione Obama. Anche ieri impegnatissimo, nella tradizionale "fireside chat" (chiacchierata al caminetto) del sabato trasmessa pure su Youtube, a parlar chiaro agli americani e a infondere loro coraggio. Non con messianiche visioni di nuove "Onu dell'economia". Ma preannunciando il varo di un piano finanziario mirato a ad abbassare i costi dei mutui per famiglie e imprese e accompagnato da un robusto giro di vite sui bonus milionari dei manager. Il tutto, in attesa di stringere con l'altro gigante dell'economia globale - la Cina - un nuovo patto di ferro fra Paesi creditori e Paesi de-bitori. L'unica scialuppa - forse - in grado di cavarci fuori sul serio dalla "tempesta perfetta".

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A Davos rinuniti una ventina di ministri del Commercio (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 01-02-2009)

Argomenti: Cina

A Davos rinuniti una ventina di ministri del Commercio 01-02-2009 DAVOS (SVIZZERA). Riuniti ieri a Davos (Svizzera) per discutere delle sorti del Doha round, una ventina di ministri del Commercio si sono impegnati a combattere le pressioni protezionistiche alimentate dalla crisi economica e finanziaria globale ed hanno approvato una dichiarazione comune in favore della conclusione dei negoziati dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto): "i progressi compiuti nel 2008 forniscono le basi per una soluzione delle divergenze nel 2009", afferma la dichiarazione. Ma il testo - adottato al termine di un incontro cui ha preso parte anche il direttore generale della Wto Pascal Lamy - si concentra in primo luogo sulle crescenti pressioni protezionistiche. I ministri si sono impegnati ad astenersi dall'alzare nuove barriere agli scambi di beni e servizi o ad adottare misure contrarie alla Wto per stimolare le esportazioni. Per Lamy, infatti, il libero mercato è una parte "urgente ed integrale del pacchetto anti-crisi", perché la conclusione del Round consentirebbe di meglio resistere alle pressioni protezionistiche, avrebbe un effetto positivo sull'economia e manderebbe un segnale di fiducia al mondo. All'incontro di Davos hanno preso parte, in particolare, i ministri di Australia, Brasile, Cina, India, Giappone, Africa del Sud e il commissario europeo al commercio Catherine Ashton. Per gli Stati Uniti, in attesa della nomina del nuovo rappresentante al commercio, ha partecipato l'ambasciatore presso la Wto di Ginevra. Il commercio è in calo e figura tra le vittime della crisi, ha ossevato Lamy. La Wto sta inoltre sorvegliando l'evoluzione sul fronte del protezionismo, analizzando le misure ed i pacchetti di stimoli approvati dai governi. Per ora la situazione non è drammatica, ha osservato Lamy, ma bisogna restare vigili. Lamy ha esortato il Senato statunitense a considerare con molta attenzione la clausola 'buy american' del pacchetto di stimoli per l'economia sull'utilizzo d'acciaio statunitense. "Spero che i senatori saranno abbastanza saggi da prendere in considerazione gli obblighi internazionali degli Usa", in materia commerciale. La decisione dell'Ue di ristabilire i sussidi all'export di prodotti del latte, manda un segnale politico sbagliato, ha commentato Lamy. "L'apertura dei mercati è la migliore cosa che possiamo fare per combattere la crisi", ha detto il ministro svizzero Doris Leuthard, che ha indetto l'ormai tradizionale incontro. Ed anche per il ministro degli esteri del Brasile Celso Amorim "il solo antidoto contro la malattia del protezionismo è concludere il round al più presto". Senza passi in avanti, il rischio è di tornare indietro. In attesa di segnali da parte della nuova amministrazione Usa, l'incontro di Davos - svoltosi a margine del World economic Forum tra i Grandi del mondo - non ha indicato una data per una futura riunione ministeriale sul Doha Round. Il ciclo negoziale della Wto, lanciato nella capitale del Qatar nel 2001, da anni è bloccato dalle divergenze divergenze tra Paesi del sud, emergenti, e del Nord sulle modalità dei tagli ai dazi e sussidi per i prodotti agricoli ed industriali. Nel dicembre sorso, Lamy aveva rinunciato a convocare una riunione a livello ministeriale ritenendo le posizioni ancora troppo distanti per un'intesa.

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Le orecchie di Bruxelles. Emergenza economia/La crisi, Obama e la vecchia Europa (sezione: Cina)

( da "AmericaOggi Online" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Le orecchie di Bruxelles. Emergenza economia/La crisi, Obama e la vecchia Europa di Riccardo Bormioli 02-02-2009 L'entusiasmo che ha accompagnato l'ingresso di Barack Obama alla Casa Bianca sembra aver trovato conferma anche dopo le prime mosse del neo-presidente. In politica interna (aborto e staminali) e in politica estera (la chiusura di Guantanamo e la mano tesa verso l'Islam moderato) Obama ha mostrato di voler restare fedele a quel programma elettorale che lo ha portato a succedere a George W Bush. È ovvio però che l'attenzione dell'Occidente si rivolge soprattutto a come la Casa Bianca intende muoversi per sanare i guasti provocati dalla crisi economica che ha investito gli Stati Uniti e il resto del mondo. Il via libera della Camera al pacchetto di misure varato dalla Presidenza è un segnale certamente positivo così come l'annunciato piano di investimenti per invertire la rotta in campo energetico puntando a ridurre la dipendenza degli Usa dal petrolio. Molti economisti sostengono che il piano di aiuti non basterà a ridare slancio all'economia americana e di conseguenza a quella del mondo occidentale; probabilmente il primo a rendersene conto è lo stesso Obama ben conscio che dalla crisi non si esce solo con pur consistenti aiuti di Stato, ma ridisegnando l'idea stessa di capitalismo e di globalizzazione. Si tratta di un progetto ambizioso per il quale sarà necessario l'apporto non solo dell'Occidente ma anche di quei Paesi che si affacciano all'economia di mercato e che aspirano ad un ruolo da grandi potenze sullo scacchiere mondiale. Non è dunque un caso che sia stato affidato proprio al primo ministro cinese e al leader russo Vladimir Putin il compito di aprire i lavori al vertice economico di Davos. Così come non è senza significato che proprio da Wen Jabao sia venuta una critica severa alla struttura dell'economia americana e un monito a Obama perchè non ceda a tentazioni protezionistiche. Il rischio che gli Stati Uniti possano "criptare" il loro mercato interno esiste, ma se l'idea di Obama rimane quella di cambiare l'America per poter cambiare il mondo è difficile che il presidente americano scelga una strada che finirebbe per isolarlo mettendo a rischio partnership delle quali non può fare a meno. Resta comunque il fatto che il primo obiettivo del neo-presidente è quello di rilanciare l'economia Usa con un bagno di fiducia (oltre che di interventi mirati e strutturali) che almeno all'inizio, dovrà scontare qualche attrito con il resto del pianeta e più in particolare, probabilmente, con l'occidente la cui crescita non è certo paragonabile a quella cinese, che pure rallenta, o a quella russa che pure sta pagando una contrazione dei ricavi energetici. Questo per dire che non è detto che le priorità dell'agenda del presidente americano debbano per forza coincidere con quelle della vecchia Europa. Molto probabilmente le cancellerie europee pensano o credono che l'arrivo sulla scena politica di Obama possa segnare una vera svolta nei rapporti tra le due sponde dell'Atlantico passando, per semplificare, da una politica di attenzione interessata a una politica di attenzione motivata. Sarà certamente così, ma certo non è questa la più urgente delle priorità per il neo-presidente. Proprio le prime mosse di Obama, certo dettate in parte anche dalla necessità di incidere rapidamente sui meccanismi della crisi, lo fanno pensare. Rilancio dell'economia, prima di tutto e in primis, com'è ovvio, di quella americana; dialogo con l'Islam moderato e ricostruzione dell'immagine dell'America nel Terzo e Quarto mondo, come ha fatto capire Obama con la sua intervista al network Al Arabja; l'urgenza di un nuovo e rinnovato disgelo con la Russia di Putin che comprenda sia le questione strategiche sia quelle che investono i diritti civili; il rafforzamento della partnership con Pechino che secondo alcuni analisti, sarà per il futuro l'interlocutore privilegiato della Casa Bianca. E infine l'Europa che dalla sua può sicuramente vantare, per storia e per Dna, una sintonia del tutto particolare con gli Stati Uniti ma che ha altresì la necessità, agli occhi del nuovo inquilino della Casa Bianca, di riconquistare quel ruolo di leadership anche culturale e morale disperso negli ultimi decenni tra polemiche e divisioni. A conclusione del processo che ha portato alla moneta unica il percorso verso l'unità politica e militare del vecchio continente si è arenato se non del tutto interrotto e il rischio è che agli occhi di Barack Obama un'Europa così divisa e così balbettante nelle sue liti da cortile non serva, o quantomeno serva a poco. Nella cabina di regia che dovrà gestire la crisi economica di oggi e il mondo nuovo di domani, cabina nella quale si affacciano, accanto agli Stati Uniti, Cina, Russia e India, rischia di non esserci posto per una Bruxelles ancora in cerca di identità. Se l'Europa ha bisogno di Obama e dell'America è altrettanto vero che anche gli Usa e la Casa Bianca hanno bisogno del vecchio continente. In quella cabina di regia della crisi mondiale rischia di passare l'idea che dal tunnel si potrà uscire solo grazie a quella gestione totalitaria dell'economia così ben impersonificata proprio da Cina e Russia dove l'impatto dei conflitti sociali viene regolato in modo ben diverso che non in occidente. Idea pericolosa anche per chi, come Obama, ha l'ambizione di cambiare il mondo. E dunque la presenza di un'Europa forte e che parli un solo linguaggio diventa fattore decisivo per la svolta a medio e a lungo termine che la situazione impone. E se Obama non può essere certo la panacea dei mali europei può essere però l'occasione, la grande occasione, per ridisegnare prima di un mondo nuovo, una nuova Europa. A patto che Bruxelles apra le orecchie.

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dalla obamanomics alla gran bretagna cresce il neo-protezionismo di sinistra - (segue dalla prima pagina) federico rampini (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 8 - Economia A Davos tutti i potenti della terra hanno lanciato appelli per il liberismo. Ma tornati a casa fanno l´esatto contrario Dalla Obamanomics alla Gran Bretagna cresce il neo-protezionismo di sinistra I governi, pressati dalle lobby, hanno scelto di sostenere le industrie e non i consumatori Nel pacchetto di aiuti all´economia di Washington c´è la clausola "buy american" (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) FEDERICO RAMPINI L´Amministrazione Obama, il più autorevole governo progressista del momento, dà l´esempio eclatante di un neoprotezionismo "di sinistra". La manovra di spesa pubblica anti-recessione che è stata approvata dai democratici al Congresso la settimana scorsa (e arriva al Senato questa settimana) contiene una clausola specifica Buy American, "comprare americano". Quel pacchetto di misure da 825 miliardi di dollari richiede che nei nuovi investimenti pubblici siano acquistati solo prodotti made in Usa. Questo obbligo è stato inserito per aiutare soprattutto l´industria dell´acciaio. Gli imponenti lavori pubblici che Washington vuole finanziare per modernizzare le infrastrutture saranno una manna per l´industria dell´acciaio: tondini per il cemento armato nelle autostrade e negli edifici scolastici, rotaie per le nuove metropolitane o il treno ad alta velocità. Ma attualmente l´America importa il 30% del suo acciaio dalla Cina, quindi senza la clausola protezionista un terzo dell´effetto di rilancio in questo settore andrebbe a vantaggio degli altiforni di Shanghai e Canton. La misura Buy American può essere impugnata davanti al Wto. Prima ancora della Cina, diversi alleati degli Stati Uniti come l´Unione europea, il Canada e l´Australia hanno già espresso forte preoccupazione per questa barriera protezionista (peraltro già imitata da altri paesi tra cui la Spagna). "Se resta in vigore � dice l´economista Andrew Rose dell´università di Berkeley � noi americani finiremo per pagare più cari prodotti più scadenti. Questo accade quando si soffoca la concorrenza internazionale". Ma la clausola Buy American è molto popolare. Un recente sondaggio ha indicato che l´approvano l´86% degli americani. Il presidente dell´associazione confindustriale dei siderurgici Usa, Thomas Gibson, commenta così il sondaggio: "I contribuenti vogliono essere sicuri che il loro denaro servirà a creare posti di lavoro americani in America, non posti di lavoro cinesi in Cina". Se questa frase suona familiare, c´è una buona ragione. Uno slogan identico è scandito in questi giorni dagli operai inglesi nella protesta contro i lavoratori italiani: "British jobs for British workers". Il loro premier Gordon Brown a Davos ha preso le distanze dallo sciopero anti-italiano, che ha definito "indifendibile". Ma quello slogan sui posti di lavoro inglesi per gli inglesi lo aveva lanciato proprio lui, due anni fa a un congresso del partito laburista. E´ un altro esempio di protezionismo "di sinistra" che fa presa nel mondo operaio. La questione del protezionismo affiora anche nella scelta fondamentale che devono fare tutti i governi in questa crisi: è più giusto sostenere la domanda o l´offerta? E´ meglio aiutare i consumatori, oppure venire in soccorso all´industria? In una fase di profonda e generalizzata sfiducia, il sostegno ai redditi delle famiglie dovrebbe avere la priorità. E´ inutile finanziare l´industria dell´auto se non tira la domanda di vetture: le case produttrici avranno bilanci un po´ meno scassati ma i loro piazzali resteranno pieni di modelli invenduti. Ma sui governi premono le lobby industriali. In quei casi in cui gli Stati scelgono di sostenere l´offerta, cioè i produttori, rispunta il protezionismo. Washington ha deciso che l´industria dell´auto americana si chiama General Motors, Ford e Chrysler: in realtà da decenni le uniche case che creano posti di lavoro sul territorio americano si chiamano Toyota, Honda, Bmw e Volkswagen, con i loro stabilimenti in Alabama e South Carolina. Gordon Brown a Davos ha ricordato che esiste un´altra minaccia protezionista sui mercati finanziari. Gli Stati che si dissanguano per salvare le loro banche, in cambio vogliono che gli istituti di credito tornino a privilegiare l´attività domestica. Inoltre c´è un "mercantilismo finanziario" implicito nella escalation dei deficit pubblici. L´America quest´anno rovescerà sui mercati 2.000 miliardi di nuovi buoni del Tesoro per coprire le sue spese. La corsa a collocare titoli pubblici mette in difficoltà i paesi meno solvibili come l´Italia, la Grecia, e ora anche l´Inghilterra. Nel protezionismo finanziario tutti possono lasciarci le penne. Obama ha parzialmente smentito l´attacco che il suo ministro del Tesoro aveva lanciato contro la Cina accusandola di mantenere la sua moneta troppo debole. Il neopresidente deve essersi accorto del rischio che corre. Se davvero i cinesi volessero rivalutare lo yuan, il modo più semplice è smettere di comprare i titoli del debito pubblico americano, visto che gli investimenti di capitali asiatici nei Treasury Bonds Usa sono una stampella che evita una frana del dollaro. Infine c´è una forma di protezionismo in cui eccelle l´Italia. E´ l´atteggiamento che in America si definisce del "free rider" e che potremmo tradurre con i "portoghesi": quelli che non pagano il biglietto sui mezzi pubblici. In una fase in cui altri paesi stanziano risorse pubbliche importanti per rilanciare la crescita � 820 miliardi di dollari gli Usa, 600 miliardi la Cina, 50 miliardi di euro la Germania � chi spende poco o nulla fa un calcolo apparentemente astuto. L´Italia aspetta che siano gli altri a ripartire: quando tornerà la crescita americana e tedesca ci tirerà fuori dai guai rilanciando le nostre esportazioni. Ma i "portoghesi" sono mal visti da chi paga il biglietto. In questo caso America, Cina o Germania possono essere rafforzati nella convinzione che bisogna trattenere dentro le proprie frontiere il massimo delle risorse pubbliche dispiegate nelle manovre anticrisi. Un pretesto in più per alimentare la spirale dei protezionismi.

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dall'america alla cina i nostri connazionali sono tre milioni e mezzo. tra sogni, speranze e nuove discriminazioni - paolo griseri (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 21 - R2 Dall´America alla Cina i nostri connazionali sono tre milioni e mezzo. Tra sogni, speranze e nuove discriminazioni PAOLO GRISERI L´IDEA è quella di mettere un bel timbro con la scritta: «Fatto da un italiano all´estero». Così, per rendersi riconoscibili, orgogliosi di arrivare dal Bel paese anche se emigranti. La proposta è venuta dai ragazzi della «Prima conferenza dei giovani italiani nel mondo» organizzata dal ministero degli esteri a Roma nel dicembre scorso. «I lavoratori del nostro paese - è scritto nella relazione finale - hanno un´immagine positiva, di gente capace di lavorare e creare. Questa immagine viene poco sfruttata dagli italiani che vivono all´estero anche se proprio loro hanno contribuito a crearla e diffonderla. Per questo proponiamo la nascita di una denominazione di manifattura». Il timbro «made by italian people» è certamente un segnale in controtendenza nell´epoca in cui, in Inghilterra, la crisi scatena invece la caccia agli «italians». Vista dai blog, la comunità italiana sparsa per il mondo vive e combatte sospesa tra i luoghi comuni: quelli della madrepatria, delle navi d´inizio Novecento che partivano cariche di drammi e poveracci verso destinazioni ignote, e quelli dei paesi di approdo dove gli «italians» sono il popolo indisciplinato che fa scattare con maggiore frequenza gli allarmi dei metal detector negli aeroporti. Il 7 gennaio scorso Andrea ha scritto sul suo blog «Bodrato.bloggatore.com»: «Siamo vittime di una visione dell´Italia e degli italiani completamente distorta». SEGUE NELLE PAGINE SUCCESSIVE CON UN ARTICOLO DI GIAMPIERO MARTINOTTI SEGUE A PAGINA 22

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La creatività dei comunisti cinesi negli incentivi (sezione: Cina)

( da "Unita, L'" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

La creatività dei comunisti cinesi negli incentivi A novembre il governo cinese ha stanziato 600 miliardi di dollari in opere pubbliche - strade, scuole, ospedali, servizi dei trasporti - per sostenere il mercato del lavoro e la produzione. Si tratta di poca cosa rispetto alle riserve bancarie pari a 2 mila miliardi di dollari. L'obiettivo non è assorbire i 20 milioni di lavoratori che ogni anno accedono al mercato del lavoro, ma contenere l'impennata della disoccupazione. Pechino ha approvato sgravi fiscali alle imprese, ha stanziato fondi per il settore privato e aiuti economici per la spesa sociale e le infrastrutture. Le autorità hanno ordinato alle banche di aumentare le linee di credito alla piccola e media impresa. Il Nuovo Corso comunista ha ridotto l'appetito per i buoni del tesoro americano, fino a pochi mesi fa la Cina spendeva un settimo del suo PIL nell'acquisto del debito pubblico americano.Con un tasso di risparmio delle famiglie pari al 50% del reddito rispetto all'1,4% negli Stati Uniti e ed alla media europea del 7,1%, in Cina non si può parlare di crisi di liquidità. Tra gli incentivi: un sussidio per l'acquisto di telefonini, lavatrici e televisori al plasma; aiuti ai contadini che vogliono acquistare frigoriferi, DVD ed altri prodotti. I cinesi sono più creativi di noi occidentali.

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l'arte globalizzata dell'estremo oriente - modena (sezione: Cina)

( da "Repubblica, La" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Pagina 32 - Cultura Un´esposizione di video e fotografie di giapponesi, cinesi, coreani Un´esposizione di video e fotografie di giapponesi, cinesi, coreani L´arte globalizzata dell´Estremo Oriente MODENA La globalizzazione? La rende visibile un esempio emiliano: in questa regione grazie alla collezione di una fondazione bancaria è possibile intraprendere un viaggio nella contemporaneità asiatica. Accade a Modena: gli spazi espositivi del Foro Boario ospitano la mostra "Asian Dub Photography", in cui vengono presentate le prime acquisizioni della nuova raccolta di fotografia contemporanea della locale Fondazione Cassa di Risparmio (a cura di Filippo Maggia, fino al 1 marzo, catalogo Skira). Un tempo queste Fondazioni quasi sempre si dedicavano all´arte locale. Oggi viene presentato un colorato tragitto realizzato da ventuno tra i più importanti artisti contemporanei asiatici. Video, film e fotografie - ottanta opere - offrono lo spaccato di un mondo che non è più lontano, che trasforma l´immagine in un medium universale e trans-generazionale. è questo il primo appuntamento con una raccolta che è stata strutturata per aree geografiche. Siamo dunque nell´Estremo Oriente e nel Sud Est Asiatico, con una sezione ricca e importante dedicata al Giappone e che include, come dice il curatore Filippo Maggia, «opere imprescindibili dei grandi nomi affiancate a opere di artisti emergenti nel panorama internazionale». Ecco dunque la serie Flowers di Nobuyoshi Araki, una serie di cibachrome in cui le forme sinuose e i colori accesi di dalie, orchidee e fiori di ogni specie rimandano alla sua idea di bellezza e a quella di morte, di innocenza e di peccato, di purezza e di lussuria. E resta presente nell´astratta colorazione floreale la perversa sensualità dei Bondages, le famose immagini di nudi femminili divenute ormai icone di questo celebrato artista. Quasi a contrasto il mondo di raffinati bianco e nero creato da Hiroshi Sugimoto, dove l´emozione non viene dalla bellezza o dalla perfezione dei dettagli o dal mistero dell´immagine, ma dall´idea che l´ha suscitata, senza le stampelle di tecnologie ed effetti speciali. è un percorso segnato dalle graffianti fotografie di Daido Moriyama, frammenti di un viaggio continuo attraverso le strade del Giappone e la sua storia, e dalle apocalittiche immagini di Ryuji Miyamoto, che ritraggono in modo rigoroso e formale la città di Kobe devastata dal terremoto del 1995, oppure la serie A Bird (Blast #130) di Naoya Hatakeyama, in cui la staticità della sequenza progressiva di un´esplosione concede il tempo di riflettere sulle potenzialità umane di distruzione e sul violento sfruttamento della natura. è quello che evoca il video Laugh at the Dictator, che è di Yasumasa Morimura, maestro del travestimento: con tanto di baffetti reincarna Hitler per lanciare un caustico attacco contro ogni forma di dittatura passata e presente. Sono questi artisti assai noti in Europa celebrati anche in Italia, celebrati nel Padiglione Italia dei veneziani Giardini di Castello e da musei come il napoletano Capodimonte. Sono assai noti mentre appartengono invece alle generazioni successive Risaku Suzuki, Miwa Yanagi, Rika Noguchi, Haruki Maiko, la giovane Tabaimo... Dal Giappone alla Cina con le fotografie provocatorie e surreali di Yang Zhenzhong, un vero e proprio capovolgimento del mondo, con il film di Yang Fudong sulla difficoltà del cambiamento, che in questo caso è evocato dall´impervio cammino che intraprendono due coppie: ascendono una montagna nell´aspro paesaggio della Cina del Nord. O la giovanissima Cao Fei e il poliedrico Ai Weiwei, da sempre lucido osservatore delle dinamiche sociali e politiche e a cui si deve il disegno dello stadio olimpico, il celebre "nido d´uccello" progettato dagli architetti Herzog e de Meuron. E ancora: opere fotografiche e video di artisti provenienti dalla Corea come Kimsooja, o Yeondoo Jung, con le immagini della serie Location, grandi formati che testimoniano l´intreccio illusorio tra fantasia e realtà. Dalla Malesia Wong Hoy Cheong, da Taiwan Hung-Chih Peng e tre lavori di Rirkrit Tiravanija, artista di origini tailandesi che ha fatto del nomadismo culturale e dell´interazione sociale i cardini della sua ricerca artistica. è un altro mondo, che nasce dalla globalizzazione, è una percezione che arriva da questa collezione, che può suscitare meraviglia per i linguaggi che includono lo splendore di raffinate antiche poetiche.

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BREVI DA DAVOS (sezione: Cina)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Il Sole-24 Ore sezione: IN PRIMO PIANO data: 2009-02-01 - pag: 3 autore: BREVI DA DAVOS Lamy: «Chiudere il Doha round entro il 2009 per uscire dalla recessione» Un appello contro il protezionismo, un invito a considerare che è possibile concludere entro il 2009 il Doha Round. Per un vertice che ha corso il rischio di non tenersi, oppure di chiudere con un nulla di fatto, il bilancio è accettabile. Già negli ultimi due anni la Wto e la Svizzera ospitante avevano tentato di riannodare a Davos i fili del negoziato sulla liberalizzazione dei commerci. Ne erano uscite buone dichiarazioni, ma tutto era rimasto lì. Il rischio c'è anche per l'appello di quest'anno, ma a far la differenza è la durezza della crisi. Avere a Davos una ventina di ministri economici e non riunirsi, sarebbe stato doppiamente colpevole, ha lasciato intendere il direttore della Wto, Pascal Lamy (nella foto). Così, il vertice si è tenuto. Tra i Paesi presenti, Australia, Brasile, Cina, India, Giappone, Stati Uniti, Unione europea. «Non siamo entrati nei dettagli, non era il caso - ha detto Lamy- ma una cosa è molto chiara a tutti: la conclusione del Doha Roundè parte integrante delle misure anti crisi». Concetto analogo ha espresso il ministro svizzero dell'Economia, Doris Leuthard: «Il Doha Round sarebbe il maggior pacchetto di aiuti possibile». L'obiettivo di Lamy è arrivare a un meeting decisivo a Ginevra in estate. Polemiche sui bonus tra Berna e Ubs Botta e risposta a distanza tra il presidente del consiglio d' amministrazione di Ubs, Peter Kurer, e il ministro elvetico dell'Economia, Doris Leuthard. Entrambi al Forum, non si sono incontrati ma si sono lanciati frecciate sul tema dei bonus. Nei giorni scorsi è circolata la cifra di due miliardi di franchi, non confermata da Ubs. «Sarebbe meglio che Ubs fosse più trasparente e dicesse qualcosa prima della conferenza stampa del 10 febbraio», ha detto la Leuthard. «Manterremo la data, d'altronde stiamo già riducendo la massa salariale complessiva», ha risposto Kurer. Ubs ha incassato i fondi anticrisi del Governo elvetico. Che ora dice la sua. Lino Terlizzi REUTERS

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Davos, il vento è cambiato (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Davos, il vento è cambiato Leo Sansone, 02 febbraio 2009, 11:59 Politica Dal Forum internazionale dell'economia si indica il mercato sociale della Ue come modello da imitare per contrastare la recessione internazionale. Il segno che il turbocapitalismo morde il freno e si riscopre una tradizione politica che si deve al partito socialista e alle lotte operaie. La stessa formazione partitica che in Italia è sparita, rendendo possibile a Berlusconi l'assalto al welfare Apprezzamenti, lodi, encomi. L'Europa, vista fino ad un anno fa come un continente in inarrestabile declino sotto i colpi della concorrenza statunitense ed asiatica, ora è indicata come un punto di riferimento da imitare per affrontare e superare la tempesta della recessione economica internazionale. Al Forum economico mondiale di Davos, i campioni del capitalismo senza vincoli hanno indicato l'Unione Europea come il modello da imitare, con la centralità assegnata all'economia sociale di mercato. Lo sprezzante appellativo di "vecchia Europa" è andato in soffitta. Per la Ue "il primo punto di forza è l'economia sociale di mercato", ha scritto qualche giorno fa Mario Monti sulla prima pagina del "Corriere della Sera", stilando il bilancio di Davos con un fondo dal titolo "L'egoismo delle nazioni". Per l'ex commissario europeo alla Concorrenza gli Stati Uniti e la Cina, i due colossi dell'economia mondiale, ora sono costretti dalla crisi ad adottare le due carte vincenti della Ue: i meccanismi di protezioni sociali e l'integrazione economica adottata dai 27 paesi del Vecchio continente. La prima è una rete di sicurezza interna per proteggere i disoccupati e i lavoratori minacciati dalla crisi, la seconda è un'azione di coordinamento internazionale delle politiche economiche per schivare i rischi di dazi e di protezionismi. Il professor Monti, in passato un convinto liberista, teorizzatore di una concorrenza senza freni per competere con gli Usa e le "tigri" asiatiche, anche a costo di smontare lo Stato sociale, sembra aver rettificato la sua impostazione. Ma anche a Washington e a Pechino non spira più il liberismo di un tempo. Barack Obama ha presentato un programma di 819 miliardi di dollari, dopo i 700 miliardi stanziati da George Bush per salvare le banche, per sostenere l'economia in recessione e riconvertirla in chiave ambientalista. Il nuovo presidente Usa prevede interventi anche per aiutare chi non riesce più a pagare le rate del mutuo di casa. Wen Jabao, primo ministro di Pechino, pensa di adottare molti meccanismi europei di protezione sociale nella sua Cina centauro: una dittatura comunista con una economia ipercapitalista. La crisi, passata dalla finanza americana all'economia reale internazionale, comincia a far paura. "La crisi è un disastro continuo per le famiglie dei lavoratori americani", ha tuonato il primo presidente afro-americano degli Usa. Barcolla tutta l'industria americana, dall'automobile all'elettronica, e Obama non vuole assistere inerte al fallimento delle imprese e all'arrivo di milioni di disoccupati. Anche l'Europa soffre i morsi della crisi, "ma ha il vantaggio - ha scritto Monti - di avere gli strumenti che l'America e l'Asia sentono ora il bisogno d'introdurre". Gran parte dell'Unione Europea ha una forte rete di protezione sociale. Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Svezia e Italia sono paesi dotati di una antica struttura di assistenza sociale: la sanità pubblica gratuita per tutti; la previdenza sociale obbligatoria, pubblica e universale; l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro: indennità di disoccupazione, di cassa integrazione accompagnate a corsi di formazione per chi perde il lavoro; la negoziazione nazionale dei contratti di lavoro di primo livello e quella aziendale di secondo livello; l'orario di lavoro di 40 ore settimanali. Sono conquiste, Monti questo non lo dice, che non sono arrivate gratis. Sono diritti realizzati in 150 anni di lotte, condotte dai partiti socialisti e dai movimenti operai europei. Karl Kautsky, Eduard Berstein, Filippo Turati (visti come "rinnegati" dai comunisti), spesero una vita e affrontarono mille pericoli nelle battaglie contro i governi conservatori e contro gli industriali per l'emancipazione politica ed economica della masse popolari. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris nel 1898 fece sparare con i cannoni sulla folla, che protestava contro il caro vita a Milano. Per decenni i governi e le imprese europei si opposero all'introduzione di una rete di garanzie sociali, temendo di perdere profitti e competitività. Ma, alla fine, accettarono le novità, capendo che le migliori condizioni di vita dei lavoratori avrebbero ridotto la conflittualità sociale e accresciuto la produzione da un punto di vista sia quantitativo e sia qualitativo. Grazie a queste lotte nacque, tra gli anni Trenta e Sessanta del 1900, lo Stato sociale, un vanto di civiltà per l'Europa. Negli anni Ottanta, l'era di Margareth Tatcher e di Ronald Reagan, s'impose invece il modello del liberismo e della globalizzazione, una folle corsa verso i profitti senza riguardi per il rispetto dei lavoratori e dell'ambiente, che si è infranta a settembre sugli scogli dei primi fallimenti delle banche americane, inventrici dei mutui e dei "derivati" speculativi. Ora il vento sta cambiando a livello mondiale perché la recessione accresce gli già insopportabili squilibri sociali e geopolitici e rischia di far naufragare interi paesi. Gli Usa e la Cina se ne sono accorti e, in modo diverso, stanno cercando di imitare il modello sociale europeo, di matrice socialista e cristiano-democratica. Solo l'Italia, sempre in ritardo su tutto, sembra non accorgersene. Da noi il governo Berlusconi continua a ridurre i livelli di protezione sociale. L'esecutivo il 22 gennaio, senza la firma della Cgil, ha stipulato un accordo separato con Cisl, Uil, Ugl e Confindustria che depotenzia il contratto nazionale e i salari (gli aumenti non saranno più legati all'inflazione programmata, ma al costo delle vita europeo armonizzato e deputato dei rincari dell'energia). Non solo. Giulio Tremonti ha ipotizzato, per poi smentirla, l'ennesima riforma delle pensioni. Strani discorsi. Il ministro dell'Economia in campagna elettorale, come Silvio Berlusconi, indicava la necessità di aumentare il potere d'acquisto delle retribuzioni e delle pensioni, ora suona una musica ben diversa. In Italia, al contrario di altri paesi europei, si discute poco su come affrontare la crisi e su quali strumenti allestire contro il rischio della disoccupazione per milioni di lavoratori e precari. I 4 milioni e mezzo di immigrati sono considerai come un problema di ordine pubblico o etnico (il razzismo è sempre in agguato) e non come lavoratori indispensabili all'economia, da tutelare come i compagni italiani. Si discute molto, invece, sul varo di uno sbarramento elettorale del 4% dei voti (fortemente voluto da Walter Veltroni) alla vigilia delle elezioni europee di giugno, oppure si parla della riforma della giustizia (perseguita con tenacia da Silvio Berlusconi). L'Italia è il paese delle anomalie. Qui pesa il vuoto dell'assenza di un grande partito socialista, che permette pericolose incursioni contro la struttura dello Stato sociale. Nelle altre nazioni europee gli attacchi al Welfare sono più difficili, perché è sempre presente un grande partito socialista o socialdemocratico. "Carlo Marx è stato mandato in soffitta", disse con una battuta ironica Giovanni Giolitti nel 1911 alla Camera, presentando il suo quarto governo. Ma non era così, anzi: Marx, nella versione socialdemocratica, cominciava a dare frutti. Il presidente del Consiglio annunciò grandi novità: il suffragio universale, il monopolio pubblico delle assicurazioni sulla vita, le indennità ai parlamentari. Erano le battaglie storiche del Psi, nato nel 1892. Difatti i socialisti di Turati votarono il sostegno a quelle grandi riforme. Fu un grande risultato soprattutto il suffragio universale, che ruppe i meccanismi di potere dei potentati liberali ed aprì la strada alla democrazia dei ceti popolari.

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Dopo Bush, Obama: discontinuità e vincoli nella politica estera (sezione: Cina)

( da "AprileOnline.info" del 02-02-2009)

Argomenti: Cina

Dopo Bush, Obama: discontinuità e vincoli nella politica estera Silvana Pisa, 02 febbraio 2009, 15:48 Approfondimento Perché la vittoria di Obama passi dal piano simbolico a quello della realtà, occorre che la Casa Bianca inverta le priorità: non è il nucleare iraniano a premere (anche i servizi segreti Usa lo hanno riconosciuto e il tema della denuclearizzazione riguarderebbe l'intera area, da Israele a Pakistan) ma il medio oriente come "madre di tutte le questioni": l'ingiustizia e l'assimetria tra un paese che c'è e un popolo senza paese E' difficile prevedere se Obama riuscirà a risolvere il grande disordine mondiale ereditato da Bush. A occhio c'è da dubitarne: non tanto per la mancanza di volontà soggettiva del neo presidente quanto per la complessità della situazione. Ad una crisi economica globale di proporzioni inedite, per cui le grandi lobby finanziarie ed economiche si aggrappano al collo altrui pur di non naufragare, si aggiunge un contesto internazionale fortemente deteriorato dall'amministrazione precedente. Bush, col suo comitato d'affari ossessionato dal possesso delle risorse energetiche (Cheney, l'Hallyburton,ecc) e supportato dagli ideologi neocon che hanno coperto le politiche di guerra Usa con l'esportazione della democrazia, ha lasciato terra bruciata. Ormai è evidente che la "guerra al terrorismo" non solo ha aggravato l'instabilità mondiale - che, con effetto domino si è ampliata dal Medio Oriente al Pakistan - ma è stata utilizzata come pretesto per scopi geopolitici e strategici precisi, di marca prettamente unilaterale. Si è trattato del controllo delle fonti e delle reti energetiche che a loro volta determinano gerarchie economiche e influenze politiche. Per questo Bush si è inventato gli "stati canaglia" (Afghanistan, Iraq, Siria e Iran) da colpire in sucessione, con lo scopo di sottrarre gasdotti e petrolio al controllo e all'utilizzo di altre potenze (Russia, Cina e India). Per questi stessi scopi espansionistici gli Usa hanno aumentato la spesa militare (warfare contro welfare) costringendo gli alleati della Nato a fare altrettanto. La prova della scelleratezza delle delle scelte di Bush è data dalla maggioranza schiacciante della vittoria elettorale di Obama. Il punto è capire se,al di là delle promesse fatte in campagna elettorale, il primo presidente afroamericano saprà costruirsi margini per attuare la discontinuità promessa. Segnali in questo senso Obama li ha lanciati fin dal discorso del suo insediamento. Ha esplicitato gli errori dell'amministrazione precedente: la limitazione dei diritti civili del Patriot Act, l'uso della tortura non solo nel carcere di Guantanamo, le renditions nei paesi stranieri; ha proposto il metodo del dialogo nei confronti del mondo islamico "noi americani non siamo vostri nemici!". Ma, come ha recentemente scritto il generale Fabio Mini: "un terzo delle buone intenzioni di un presidente naufragano durante il primo briefing coi servizi segreti, un terzo glielo affonda il Pentagono e un terzo glielo stritolano i gestori del sistema economico - industriale.." Per le guerre in corso (Afghanistan e Iraq) la possibilità di discontinuità è molto limitata nonostante che la promessa del ritiro dei militari dall'Iraq entro il 2010 sia stato un punto chiave della sua campagna elettorale. Su questo impegno deve averci fatto conto il presidente iracheno Al Maliki che ha insistito per ottenere un calendario dettagliato del ritiro totale dei soldati americani e ha firmato con gli Usa, il 18 novembre scorso, l'accordo bilaterale che ne regola l'exit strategy. In questo accordo tra l'altro, oltre ai termini perentori del ritiro,è previsto il divieto ai militari statunitensi di operare nel paese senza la piena approvazione e il coordinamento con gli iracheni; il divieto di imprigionare cittadini iracheni senza il consenso delle autorità locali; il divieto di utilizzo del territorio e dello spazio aereo iracheno per lanciare attacchi ad altri paesi. Fin da subito l'amministrazione Bush, in attesa del passaggio effettivo di poteri, adottava "interpretazioni" dell'Accordo per aggirarlo: le unità militari operative vengono rinominate" addestratori" e come tali liberate dai vincoli ( l'Italia in Afghanistan ha utilizzato lo stesso metodo per modificare i limiti previsti dalle nostre regole d'ingaggio); per giustificare raid contro obbiettivi situati in altri paesi, è sufficiente invocare una generica "legittima difesa"che, come si sa, in zone di guerra non è difficile da trovare. Questa marcia indietro è effetto degli equilibri immutati al Pentagono: Obama ha ricevuto pressioni per confermare il repubblicano Robert Gates come ministro della Difesa e il controllo del ritiro dall'Iraq difficilmente passerà dal Pentagono al Dipartimento di Stato. Come hanno già rivelato editorialisti Usa a fine novembre, in Iraq resteranno comunque 70.000 militari statunitensi "per un lungo periodo, anche al di là del 2011..!" Continuità si prospetta anche in Afghanistan. Obama si è impegnato a proseguirne l'occupazione militare: anzi ha promesso un aumento delle truppe, ridislocate dall'Iraq, in vista di un altro "surge". Si dimentica che la relativa stabilizzazione irachena è intervenuta non tanto per l'intervento militare del generale Petreus, quanto per l'avere prodotto - finalmente - alcune soluzioni politiche: come la trattativa coi sunniti che, tra le altre cose, ha reintegrato piu' di 100.000 appartenenti al partito Baath, già espulsi con miopia all'indomani della conquista militare di Baghdad. La popolazione afgana è sempre più ostile ai militari stranieri per via dei frequenti bombardamenti sui civili e per il peggioramento delle condizioni di vita: l'incremento di truppe non può essere considerato come fattore di stabilizzazione, tutt'altro e persino il presidente Karzai, intervenendo il 20 gennaio all'apertura del parlamento, ha chiesto alle forze straniere presenti nel paese di "rivedere la strategia militare e di sicurezza". I militari stranieri non solo non hanno conquistato cuori e menti degli afgani ma se li stanno inimicando sempre più: uno zelante generale Usa ha addirittura recentemente proposto di "sparare a vista" sui produttori di papaveri da oppio! Se poi l'aumento delle Truppe Usa e Nato tende a costruire basi avanzate per intervenire militarmente sui taliban in Pakistan, è chiaro che questo significa ampliare l'instabilità a tutta la regione. Quello che manca ancora è una soluzione politica sostenuta da adeguate risorse economiche che accompagnino una strategia d'uscita. Novità di rilievo Obama potrebbe produrle rispetto a Russia e Iran. Il disgelo con la Russia si è manifestato nelle settimane scorse con dichiarazioni di distensione del duo Medvedev-Putin a cui è seguito l'annuncio di ritiro dellla minaccia di utilizzo dei missili Iskander dalla base russa di Kaliningrad: minaccia fatta per ritorsione alle politiche aggressive di Bush, condotte per interposta Nato ( pressioni su Ucraina e Georgia per entrare nel Patto Atlantico ampliando l'isolamento della Russia) e sostanziate militarmente con l'installazione di tecnologie antimissilistiche nella repubblica Ceca e in Polonia: proprio ai confini con la Russia in pregiudizio degli equilibri strategici esistenti. Il fatto che Obama, fin dalla campagna elettorale, avesse dichiarato di volere "verificare l'utilità" dello scudo antimissile, ha aperto una porta nei confronti del dialogo con Mosca. Gli Stati Uniti hanno bisogno di vie di transito in territorio russo, per gli approvvigionamenti delle truppe che operano in Afghanistan: questo punto è stato anche merce di scambio, durante la recente guerra in Georgia, rispetto alla presenza di navi Usa della sesta flotta lungo le coste del Caspio. Altro terreno, minato da Bush e quindi da disinnescare, riguarda il rapporto con l'Europa divisa dai neocon tra nuova e vecchia Europa secondo un intransigente "o con noi o contro di noi". Non c'è dubbio che l'Europa dipenda in gran parte dalle risorse energetiche russe ma questo non significa perdita di autonomia politica, problema che, caso mai, si è evidenziato nei confronti degli Usa (basi militari, coproduzioni di armamenti, collaborazioni militari..).. La vera chiave per la stabilizzazione dell'intera area medio orientale e asiatica è nel rapporto che Obama saprà costruire con l'Iran, per via della molteplicità delle questioni che questo paese assume: dall'influenza di Teheran sul mondo scita (Iraq e Hezbollah in Libano) a quello radicale sunnita (Hamas nei territori palestinesi e Siria); dalla collaborazione nella stabilizzazione di Iraq e Afghanistan, ai rapporti economici che riguardano l'esportazioni del proprio greggio verso Cina e India; dal sostegno alla produzione iraniana di nucleare civile portata avanti da Russia e Cina nel consiglio di sicurezza dell'ONU, stoppando le proposte di sanzioni, al "cartello del gas" con Russia e Qatar. Ancora: la drammatica attualità ci ricorda che oggi una soluzione del problema israelo-palestinese non si dà senza il coinvolgimento di Theran, piu' ancora che della Lega araba. Per gli Stati Uniti, è necessario riconoscere il ruolo dell'Iran come potenza regionale, a costo di riequilibrare l'interlocuzione privilegiata col fronte arabo sunnita (Arabia Saudita, Egitto, Giordania). Questo significa richiamare Israele ad un principio di realtà. A poco vale aver dotato Tel Aviv dell'esercito più potente della regione quando questo continua a produrre morte ed odio. La "terra promessa" non era disabitata e non si può chiedere ad un popolo di morire in silenzio. Perché la vittoria di Obama passi dal piano simbolico a quello della realtà, occorre che la Casa Bianca inverta le priorità: non è il nucleare iraniano a premere (anche i servizi segreti Usa lo hanno riconosciuto e il tema della denuclearizzazione riguarderebbe l'intera area, da Israele a Pakistan) ma il medio oriente come "madre di tutte le questioni": l'ingiustizia e l'assimetria tra un paese che c'è e un popolo senza paese.

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