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DOSSIER “MERCATO IMMOBILIARE”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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TARTICOLI DEL  1-6 gennaio 2009       #TOP



Report "Mercato immobiliare"

·                     Indice delle sezioni

·                     Indice degli articoli

·                     Articoli

Indice delle sezioni

Mercato immobiliare (13)


Indice degli articoli

Sezione principale: Mercato immobiliare

Recessione inevitabile ( da "Sole 24 Ore, Il" del 29-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: eccesso di indebitamento delle famiglie e scomparsa del risparmio), generando bolle speculative successive, che sono state spente senza ricorrere alle tradizionali strette creditizie, per tema di dover incorrere in una recessione. Tuttavia, la recessione, come ben sanno gli economisti, non è una malattia, bensì è la cura alla malattia che genera squilibri.

I PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una riflessione da parte di tutt... ( da "Resto del Carlino, Il (Modena)" del 30-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: «Il prezzo della casa. Siamo al 92° posto, segno che da noi gli immobili costano troppo». Questo cosa comporta? «Guardiamo il dato della produzione di ricchezza, che è molto alto. Se produciamo denaro e i prezzi delle case sono alte, vuol dire che abbiamo contribuito grandemente alla creazione della bolla edilizia,

Usa: indice prezzi case -18% a ottobre ( da "Trend-online" del 30-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: Per la Bloomberg si tratta di un calo record. A pesare sul mercato immobiliare americano e quindi sui prezzi delle case e' il crescente numero di pignoramenti e la stagnazione delle vendite di immobili. Particolarmente colpite Phoenix, con -23%, e Las Vegas -32%.

In Inghilterra record di fallimenti per debiti ( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: prediletto è la carta di credito che per molti è la bolla prossima ventura. «è motivo di preoccupazione, ma non credo proprio- precisa Holgar Schmieding, chief economist di Bank of America a Londra- che potrà mai avere l'impatto globale della bolla immobiliare». Le banche più attive nel finanziare il consumo evitano di commentare sulle insolvenze eppure motivi di ansia ne hanno.

E' ( da "Corriere della Sera" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore della proprietà.

Ecco la storia (in anteprima) del 2009 ( da "Corriere.it" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008.

UK: calano prezzi case a dicembre ( da "KataWebFinanza" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: prezzi case a dicembre (Teleborsa) - Roma, 2 gen - La Halifax House Price Index, ha reso noto che i prezzi degli immobili nel Regno Unito hanno proseguito la loro spirale verso il basso nel mese di dicembre (- 2,2% ). I prezzi delle case nel mese di dicembre erano inferiori del 16,2% su base annua, nonostante il mercato immobiliare inglese abbia mostrato alcuni segni di stabilit

GRAN BRETAGNA, CADUTA LIBERA PER PREZZI DELLE CASE (-16%) ( da "Wall Street Italia" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: Gran Bretagna, caduta libera per prezzi delle case (-16%) -->Il dato, che si riferisce a dicembre, è il peggiore dal 1983. In frenata anche le concessioni di ipoteche per l'acquisto di immobili...

Il ritorno di fiamma dei titoli immobiliari ( da "Borsa(La Repubblica.it)" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: il settore immobiliare comincia il nuovo anno all'insegna del rimbalzo. Nonostante la notizia che in Gran Bretagna i prezzi delle case sono scesi in media del 16,2% nel 2008. Va detto che se da una parte i prezzi delle case potrebbero calare, dall'altra il crollo dei tassi d'interesse (con l'Euribor tornato ai minimi del 2006),

Ma l'Italia è pronta a ripartire ( da "Milano Finanza" del 03-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: del valore dell'immobile. Questo vuol dire che poteva comprare solo chi disponeva di molto denaro o di immobili da vendere. Oggi, il 45% degli acquisiti di case è fatto ricorrendo al mutuo. In ogni caso tutti i fattori positivi che hanno indotto la crescita del mercato immobiliare negli anni passati sono ancora presenti in Italia.

Le case e l'illusione di diventare ricchi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 05-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: Non esiste un nome equivalente per definire il comportamento del mercato immobiliare, perché storicamente i suoi prezzi (corretti in base all'inflazione) mediamente salivano poco, fino alla bolla del dopo-2000. Il boom di questi mercati può essere ricondotto sostanzialmente al diffondersi dell'idea che bisogna sempre detenere il maggior numero possibile di queste attività,

lo spettro del mondo è la deflazione - federico rampini ( da "Repubblica, La" del 06-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: è meno veloce in Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare fu più gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora all´ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo dell´inflazione italiana nel 2008 è comunque un indicatore imperfetto. E´ sempre stato uno specchietto retrovisore che registra un andamento già passato.

Deflazione globale, inflazione italiana ( da "KataWeb News" del 06-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare

Abstract: è meno veloce in Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare fu più gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora all'ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo dell'inflazione italiana nel 2008 è comunque un indicatore imperfetto. E' sempre stato uno specchietto retrovisore che registra un andamento già passato.


Articoli

Recessione inevitabile (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 29-12-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2008-12-28 - pag: 11 autore: DALLA PRIMA Recessione inevitabile Questi principi sono entratiprepotentemente nel dibattito pubblico, al punto che ne sono nati veri e propri movimenti politici basati su queste riforme. Dalla rivoluzionaria Margaret Thatcher che sconfisse il sindacato nel Regno Unito, alle teorie dell'offerta che erano alla base della politica del presidente americano Ronald Reagan, fino alla nascita in Italia di un nuovo partito, Forza Italia, poi non a caso confluito nel Partito delle Libertà. Tutte queste politiche e queste riforme, a cui è legata l'esplosione dell'innovazione tecnologica e la globalizzazione dei mercati, hanno concorso a modificare ampiamente il quadro di funzionamento dell'economia, che è diventata flessibile, al punto tale da alzare di molto la soglia dell'inflazione. Infatti, eventuali eccessi di domanda hanno finito per trovare sempre una rapida risposta dell'offerta senza generare inflazione, grazie alla ritrovata flessibilità del mercato del lavoro (dove operano ormai molti immigrati), di quello delle merci (con nuovi produttori a bassi salari) e di quello della finanza, dove sono sorte molte innovazioni tese a favorire una crescita sostenuta dell'economia reale. Vengono da qui gli anni della crescita senza inflazione dell'ultimo decennio,che hanno incantato la Federal Reserve americana, convinta che la produttività indotta dall'innovazione tecnologica avrebbe consentito una crescita non inflazionistica per molto tempo. L'Europa è stata in parte risparmiata da questa illusione grazie, paradossalmente, alle rigidità residue che facevano riemergere di tanto in tanto il rischio inflazione, ciò che spiega anche la maggiore prudenza della Bce nella politica monetaria. Ma l'assenza dell'inflazione non significava affatto assenza di squilibri. Questi si sono manifestati per altre vie, in particolare negli Usa (disavanzi nella bilancia dei pagamenti, squilibri di finanza pubblica, eccesso di indebitamento delle famiglie e scomparsa del risparmio), generando bolle speculative successive, che sono state spente senza ricorrere alle tradizionali strette creditizie, per tema di dover incorrere in una recessione. Tuttavia, la recessione, come ben sanno gli economisti, non è una malattia, bensì è la cura alla malattia che genera squilibri. Sicché, alla fine, anche gli Usa si sono dovuti rassegnare a controllare i loro squilibri, quando la bolla immobiliare è scoppiata e con essa è saltato tutto il castello finanziario che era stato costruito. Ora, per tentare di contrastare la recessione, invece di correggere gli eccessi e di riscrivere alcune regole dei mercati per salvaguardare le riforme che ci hanno fatto crescere, sta emergendo una nuova teoria economica, opposta a quella delle liberalizzazioni. Una teoria che rispolvera il cosiddetto pragmatismo piuttosto che il rispetto di alcuni principi, la discrezionalità della politica rispetto all'osservanza delle regole, la difesa degli interessi nazionali rispetto alle aspirazioni di libertà, la chiusura dei mercati rispetto al loro corretto funzionamento, il sostegno indiscriminato alla domanda interna invece dell'edificazione delle regole per far funzionare meglio i mercati. C'è il rischio che, ancora una volta, di fronte a problemi che sembrano presentarsi per la prima volta, si faccia un completo dietrofront che finisce, alla lunga per provocare più danni dei benefici attesi, cancellando gli enormi progressi fatti dopo la prima crisi da petrolio. La recessione, che interesserà tutto il 2009, servirà a riequilibrare i mercati. Essa non può e non deve essere evitata. Si tratta solo di attenuarne i riflessi, adeguando gli ammortizzatori sociali per difendere i redditi di quanti perderanno il lavoro, favorendo una crescita delle infrastrutture per migliorare il livello dei servizi ai cittadini, ricostruendo regole di sorveglianza dei mercati là dove esse si sono palesate manchevoli. Se non chiuderemo i nostri mercati e se manterremo la politica fuori della gestione corrente dell'economia,allora la recessione potrà essere soltanto un episodio previsto, come ce ne sono stati tanti, anche più pesanti dell'attuale, nel corso degli ultimi sessant'anni. Innocenzo Cipolletta icipoll@tin.it

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I PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una riflessione da parte di tutt... (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Resto del Carlino, Il (Modena)" del 30-12-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

MODENA PRIMO PIANO pag. 3 I PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una riflessione da parte di tutt... I PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una riflessione da parte di tutti è d?obbligo. Così la pensa Giampietro Cavazza, presidente del Centro studi Ferrari, un ente che si occupa spesso di analisi socio-economiche. Presidente, i parametri usati dal quotidiano di Confindustria sono esaustivi? «Secondo me andrebbero corretti e riveduti, nel senso che occorrerebbe coinvolgere di più le persone intervistate». In che modo? «Prima di tutto chiedendo a loro quali sono gli aspetti più importanti in ogni singolo settore. Per esempio, se voglio sapere qual è il grado di apprezzamento dei servizi, devo partire chiedendo quali sono secondo i cittadini, i servizi più importanti. Poi occorre chiedere qual è la percezione della gente sui vari comparti, non limitarmi a dati numerici». Il Sole 24 ore lo fa «Sì, ma tiene le classifiche separate. Da una parte i dati oggettivi, dall?altra il cosiddetto sentiment. Bisognerebbe fare una classifica unica, la percezione dei cittadini è troppo importante». Il dato delle presenze degli stranieri è alto. E? un fatto positivo o negativo? «Tecnicamente è un dato complesso, e non può essere definito né in un modo né in un altro. In questo tipo di rilevazioni non esistono dati bianchi e neri». In questo caso è più bianco o più nero? «Secondo un nostro recente studio, se domani si interrompesse il flusso di immigrazione la nostra ricchezza sparirebbe. Quindi la presenza di stranieri è di per sè una fonte di benessere, che però si porta dietro aspetti negativi. Sta a noi controllarli e contenerli». I dati economici sembrano tenere nonostante la crisi «Sì, ma c?è un dato che è senza dubbio allarmante». Quale? «Il prezzo della casa. Siamo al 92° posto, segno che da noi gli immobili costano troppo». Questo cosa comporta? «Guardiamo il dato della produzione di ricchezza, che è molto alto. Se produciamo denaro e i prezzi delle case sono alte, vuol dire che abbiamo contribuito grandemente alla creazione della bolla edilizia, nel senso che i due dati si sono alimentati a vicenda. E questo è un aspetto negativo da non sottovalutare». La tenuta economica può bastare? «No. Le classifiche del Sole 24 Ore ci fanno capire che i primati sui redditi o sulla produzione di ricchezza non sono sufficienti per avere una qualità della vita alta. Contano anche altri parametri, alcuni non sono nemmeno citati dal Sole 24 Ore. E soprattutto hanno un grande peso le esigenze dei cittadini, che da noi sono particolarmente qalificate». Siamo al ventesimo posto come presenza di infrastrutture. Eppure tutti si lamentano perché mancano strade importanti, a partire dalla Bretella «Questo significa che le nostre esigenze sono elevate e qualificate. Se ci paragoniamo con altre province non possiamo lamentarci. Ma rispetto a quelle stesse province, viaggiamo anche a velocità superiori, quindi abbiamo esigenze più forti. Poter contare su un distretto come quello ceramico, che commercialmente ha una valenza mondiale, significa anche aver bisogno di strade adeguate, come appunto la Bretella». In definitiva, la perdita di 25 posti in classifica ci deve preoccupare oppure no? «Deve preoccuparci il fatto che la gente manifesta delle esigenze che vanno dalle infrastrutture a una maggior sicurezza. Tutti sono chiamati a dare delle risposte». Si riferisce ai politici? «Non solo, anche alle associazioni economiche e di categoria. La responsabilità, quando le cose non vanno bene come una volta, deve essere sempre condivisa». Roberto Grimaldi

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Usa: indice prezzi case -18% a ottobre (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Trend-online" del 30-12-2008)

Argomenti: Mercato immobiliare

Usa: indice prezzi case -18% a ottobre ANSA NEWS, clicca qui per leggere la rassegna di Ansa , 30.12.2008 16:21 Scopri le migliori azioni per fare trading questa settimana!! (ANSA) - ROMA, 30 DIC - L'indice S&P/Case-Shiller, che misura l'andamento dei prezzi delle case in 20 citta' americane, a ottobre e' sceso del 18% su base annua. Il dato e' in linea con le previsioni degli analisti, che si aspettavano un -17,9%. Per la Bloomberg si tratta di un calo record. A pesare sul mercato immobiliare americano e quindi sui prezzi delle case e' il crescente numero di pignoramenti e la stagnazione delle vendite di immobili. Particolarmente colpite Phoenix, con -23%, e Las Vegas -32%.

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In Inghilterra record di fallimenti per debiti (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Il Sole-24 Ore sezione: MONDO data: 2009-01-02 - pag: 9 autore: Primati d'Oltremanica In Inghilterra record di fallimenti per debiti Leonardo Maisano LONDRA. Dal nostro corrispondente P er mantenere la media, una sola raccomandazione: leggete lentamente. Se ci avrete impiegato almeno quattro minuti a finire questo articolo un inglese in più, un qualsiasi mr. Brown, si sarà aggiunto alla lista dei falliti o, quantomeno, degli insolventi. Secondo Credit Action, associazione che controlla il debito dei cittadini del Regno Unito, è questo il trend. Altri, più severi osservatori abbassano i tempi a tre minuti: tanto ci vuole perché lo stesso suddito sia in bancarotta - in Gran Bretagna esiste anche per la persona fisica - o abbia aderito a un piano di ristrutturazione delle sue finanze. Il debito degli inglesi (non quello pubblico, quello personale) è fra i più alti del mondo industrializzato ma è anche generosa fonte di occupazione nell'Inghilterra piagata dalla crisi e umiliata da una sterlina che vale quanto l'euro. Lo studiano tutti. Sfornano analisi, immaginano scenari. Mai stato un popolo di risparmiatori, quello inglese, ma ora sembra in precipitosa caduta verso il primato dei fallimenti, allegramente spinto da un Governo che incoraggia la spesa. La recessione e la deflazione sono buoni motivi per sostenere i consumi, per promuovere anche una stagione di acquisti "pazzi e disperatissimi", ma lo scenario di fondo mette i brividi. «Mai vista una situazione del genere». Richard Sorsky, senior advisor di Insolvency Helpline, il Telefono azzurro degli indebitati, è scosso dalle sue stesse parole. «Negli ultimi mesiabbiamo assunto 40 nuovi addetti, il 20% in più dello staff abituale. Eppure continuiamo a non avere un momento di sosta per far fronte a una domanda aumentata del 40% nel corso del 2008. Nel 2009 abbiamo già calcolato che il nostro lavoro crescerà ancora di almeno la metà. Aiutiamo la gente a ristrutturare l'esposizione finanziaria, a gestirla nel tempo. Un caso tipico è quello di un agente di polizia che aveva un "rosso" di circa 50mila sterline e doveva pagarne 700 al mese. Dopo la separazione dalla moglie non riusciva più a sostenere gli impegni: abbiamo riprogrammato il suo piano finanziario e ora verserà la metà di prima». Un esempio affatto estremo se è vero, come ha rivelato PriceWaterhouseCoopers, che le sentenze che impongono di trasferire il debito non garantito su asset immobiliari si sono moltiplicate per dieci dal 2000 al 2007. Nel 2009 ci sarà un nuovo primato: i tribunali emettono 500 sentenze di sequestro al giorno, mirano alle case, già appesantite dai mutui e afflitte dalla precipitosa caduta del valore. «La verità - aggiunge Richard Sorsky- è che i miei concittadini spendono troppo. Il credito facile è stato spinto da tutti. è diventata una condizione di vita da cui è difficilissimo affrancarsi». A Insolvency Helpline lo sanno bene essendo essi stessi finanziati dal mondo del credito che così, oltre a dare liquidità al sistema aiuta anche a recuperarla. Il veicolo prediletto è la carta di credito che per molti è la bolla prossima ventura. «è motivo di preoccupazione, ma non credo proprio- precisa Holgar Schmieding, chief economist di Bank of America a Londra- che potrà mai avere l'impatto globale della bolla immobiliare». Le banche più attive nel finanziare il consumo evitano di commentare sulle insolvenze eppure motivi di ansia ne hanno. Il Governo britannico anche. Ma soprattutto i cittadini: almeno un terzo dichiara di non potere pagare i debiti. Al di là della Manica la scena è diversa. In Francia l'esposizione delle famiglie - come nel resto dei Paesi occidentali - è cresciuta ma resta lontanissima dal record britannico di 1,5 trilioni di sterline. A fine 2006, a Parigi e dintorni, era meno della metà. Una sensazione, quella di non potere pagare, che non basta come deterrente se è vero come suggeriscono numerose analisi di mercato, che gli inglesi sono ancora sicuri di poter avere accesso al credito. Sembra non esserci piena consapevolezza della crisi nonostante la stampa disegni scenari di straordinaria cupezza. La mano al portafogli corre, per ora, quasi come prima. Il Natale sarà anche stato in tono minore, con qualche libbra in meno dal tacchino, ma Westfield, il mastodontico shopping center che con un tempismo apparentemente disastroso ha aperto in ottobre allineando 265 negozi su 150mila metri quadrati, ha fatto il pieno. Lo shopping natalizio sostenuto dai saldi di Santo Stefano non è andato tanto male. Se la carta di credito si "scalda" significa che il tasso di insolvenze conoscerà nuovi primati? Sì, ci suggeriscono i quattro milioni di inglesi che devono ancora pagare il conto di Babbo Natale. Quello del 2007. CONSUMI A GO-GO Aumenta l'insolvenza dei privati che non riescono a pagare le rate dei prestiti e adesso si teme la «bolla» delle carte di credito

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E' (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Corriere della Sera" del 02-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2009-01-02 num: - pag: 16 categoria: REDAZIONALE Il mondo nuovo al tempo della crisi Così l'America si ritrovò più povera ma sempre al comando da numero uno E' stato l'anno in cui si è smesso finalmente di far previsioni per l'anno a venire. è stato l'anno in cui si è dovuto rivedere ogni pronostico — per lo più verso il basso — come minimo tre volte. è stato l'anno in cui solo chi teneva gli occhi ben chiusi ha potuto ignorare il paradosso della globalizzazione. Da un lato, la crescente integrazione dei mercati delle materie prime, dell'industria, della manodopera e del capitale ha prodotto notevoli profitti. Come Adam Smith aveva previsto ne «La ricchezza delle nazioni», la liberalizzazione economica ha consentito di impostare a livello globale economie di scala e divisione del lavoro. Dagli anni 1980 fino al 2007, l'economia mondiale aveva goduto di un'espansione sempre più diffusa e capillare, con una minore incidenza di crisi, assai passeggere, tanto che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva festeggiato con un certo compiacimento la «grande moderazione» del 2004. Dall'altro, quanto più il mondo assomigliava a una rete complessa e multinodale capace di interagire con la massima efficienza — inventari al minimo e consegne just-in-time — tanto più diventava vulnerabile a un massiccio crac sistemico. è questo il significato reale della Grande Repressione, iniziata nell'agosto del 2007, che ha toccato il punto più basso nel 2009. Chiaramente, non si è trattato di una Grande Depressione simile per portata a quella degli anni Trenta, quando la produzione industriale negli Stati Uniti declinò di un terzo e la disoccupazione toccò il 25‰. Né semplicemente di una Grande Recessione. Con il declino della produzione delle nazioni industrializzate per tutto il 2009 — nonostante i grandi sforzi delle banche centrali e dei ministeri delle Finanze — è apparsa sempre più azzeccata l'etichetta di «Grande Repressione»: pur trattandosi della peggior crisi economica in settant'anni, erano ancora in molti a non volerci credere. «Noi economisti sapevamo bene come combattere questo tipo di crisi», ha confessato un consigliere economico del dream team di Barack Obama, subito dopo il ritorno all'insegnamento universitario nel settembre 2009. «Eravamo sicuri che se la Fed avesse iniettato abbastanza liquidità nel sistema finanziario, avremmo potuto evitare la deflazione. Eravamo sicuri che se il governo avesse accumulato un deficit sostanzioso, avremmo messo fine alla recessione. Ma ci eravamo sbagliati. E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!». Alla radice del problema restava la bolla immobiliare americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso dell'anno. Molti avevano immaginato che entro la fine del 2008 il peggio sarebbe passato. Ma non è stato così. L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore della proprietà. Un aumento dei pignoramenti, d'altro canto, si è tradotto in perdite più consistenti per i titoli garantiti da prestiti ipotecari e i bilanci delle banche sono finiti sempre più spesso in rosso. Con un debito complessivo superiore al 350% del Pil americano, è stato arduo depurare gli eccessi dell'era della leva finanziaria. Le famiglie hanno stretto la cinghia e ridotto i consumi. Le banche hanno tentato di mettere un freno ai nuovi prestiti. La recessione ha fatto la sua comparsa. La disoccupazione è salita al 10%, poi oltre. La spirale economica negativa sembrava inarrestabile. Per quanto risparmiassero, gli americani erano ormai incapaci di stabilizzare il rapporto tra debiti e reddito disponibile. Paradossalmente, un incremento nei risparmi ha portato alla caduta dei consumi, che a sua volta ha innescato l'aggravarsi della disoccupazione, il calo dei redditi e via di seguito, in un vortice discendente. «La necessità saprà stimolare l'inventiva», dichiarava Obama nel discorso inaugurale il 20 gennaio. «Se sapremo investire nell'innovazione, ritroveremo la fiducia nella creatività americana. Occorre costruire nuove scuole, non nuovi centri commerciali, e produrre energia pulita, non derivati tossici». Gli analisti concordavano che il discorso richiamava alla memoria le parole di Franklin Roosevelt, pronunciate al suo insediamento alla Casa Bianca nel 1933. Ma Roosevelt parlava quando il peggio della Depressione era passato, mentre Obama si dibatteva nel cuore della tempesta. Se la retorica spiegava le ali, i mercati sprofondavano sempre di più. Il contagio si era esteso inesorabilmente dai subprime ai mutui non a rischio, fino al settore immobiliare commerciale e alle obbligazioni delle società private, per tornare poi al settore finanziario. Entro la fine di giugno, l'indice Standard & Poor's 500 era sceso a 624, il livello mensile più basso dal gennaio del 1996, e di circa il 60% inferiore al massimo toccato nell'ottobre 2007. Il nocciolo del problema era la fondamentale insolvenza delle banche principali, un'altra realtà che il mondo politico aveva tentato di ignorare. Nel 2008 la Banca d'Inghilterra aveva stimato a 2.800 miliardi di dollari le perdite complessive su attivi tossici, ma le perdite bancarie totali entro la fine del 2008 erano poco più di 583 miliardi di dollari, mentre il capitale rastrellato contava 435 miliardi di dollari. Le perdite, in altre parole, venivano o massicciamente sottovalutate, oppure erano state accumulate al di fuori del sistema bancario. Ad ogni modo, il sistema della creazione del credito era ormai fuori uso. Le banche non potevano ricorrere alla contrazione del bilancio, per via di un'infinità di linee di credito predisposte, alle quali i loro clienti si aggrappavano per disperazione, mentre l'unica fonte di nuovo capitale era il Tesoro americano, che doveva vedersela con un Congresso sempre più scettico. Le altre istituzioni del credito — specie i mercati per i titoli obbligazionari cartolarizzati — erano rimaste quasi per intero paralizzate. Era scoppiato il finimondo quando Timothy Geithner, segretario al Tesoro americano, aveva richiesto altri 300 miliardi di dollari per ricapitalizzare Citigroup, Bank of America e altre sette grandi banche, solo una settimana dopo aver varato una controversa «megafusione» nell'industria automobilistica. A Detroit, i tre grandi produttori si erano contratti in un'unica azienda, la CGF (Chrysler-General Motors-Ford). Le banche, dal canto loro, reclamavano senza sosta nuovo denaro pubblico. Eppure, per nessuna cifra al mondo erano disposte a offrire prestiti a tassi di interesse più bassi. Nelle parole di un politico del Michigan, piuttosto indignato, «nessuno vuole accettare il fatto che le banche sono fallite. Non solo hanno perso tutto il loro capitale, ma se dovessimo mettere sul mercato i loro attivi, si verrebbe a scoprire che l'hanno perso due volte. Le tre grandi industrie automobilistiche non sono mai state tanto mal gestite come queste banche». Nel primo trimestre, la Fed ha continuato a fare tutto il possibile per evitare di scivolare nella deflazione. Il tasso effettivo dei fondi federali aveva già toccato zero per la fine del 2008. In pratica, l'allentamento quantitativo era già iniziato nel novembre 2008, con acquisti massicci del debito e dei titoli garantiti da prestiti ipotecari presso istituti appoggiati dal governo (i giganti nazionalizzati Fannie Mae e Freddie Mac) e la promessa di futuri acquisti di titoli di stato. Tuttavia, l'espansione della base monetaria era stata annullata dalla contrazione di misure monetarie più ampie, come M2 (la valutazione della moneta e dei suoi «sostituti più immediati», quali i depositi di risparmio, che rappresenta un indicatore chiave dell'inflazione). Le banche malconce ingoiavano tutta la liquidità prodotta dalla Fed, che sempre di più assomigliava a uno hedge fund del governo, con una leva finanziaria superiore a 75 a 1, e un bilancio ricco di attivi di cui tutti volevano sbarazzarsi. …. Il governo federale americano non se la passava molto meglio: entro la fine del 2008, il valore complessivo di prestiti, investimenti e garanzie offerti dalla Fed e dal Tesoro dall'inizio della crisi finanziaria aveva già toccato i 7.800 miliardi di dollari. Nei dodici mesi precedenti il 30 novembre 2008, il debito totale federale era aumentato di oltre 1.500 miliardi di dollari. Morgan Stanely stimava che il deficit federale complessivo per l'anno fiscale 2009 poteva raggiungere il 12,5% del Pil. La cifra sarebbe stata ancora più alta se il presidente Obama non avesse persuaso il suo principale consigliere economico, Lawrence Summers, a congelare la prevista riforma della sanità e i fondi aggiuntivi destinati a istruzione, ricerca e aiuti umanitari. Obama si era impegnato a formare un governo in cui fossero rappresentati equamente alleati e rivali. Ma i rivali avevano un bel po' di esperienza in più rispetto agli alleati. Risultato: un governo che parlava come Barack Obama ma pensava come Bill Clinton. I veterani dell'era clintoniana, con a capo il segretario di stato Hillary Clinton, ricordavano ancora la volatilità del mercato obbligazionario che li aveva tormentati nel 1993 (tanto che il manager della campagna elettorale, James Carville, aveva affermato che se esisteva la reincarnazione avrebbe voluto rinascere come mercato obbligazionario). Terrorizzati davanti alla mole crescente del deficit, avevano sollecitato Obama a posticipare qualsiasi spesa che non fosse destinata specificatamente a contenere la crisi finanziaria. Ma il mondo era cambiato dai primi anni 1990. Malgrado i timori dell'ex segretario al Tesoro, Robert Rubin, personalità ancora assai influente, gli investitori in tutto il mondo si dimostravano più che contenti di acquistare i nuovi titoli del Tesoro americano, senza badare a spese. Contrariamente alla saggezza popolare, benché quadruplicato il deficit non aveva provocato il crollo dei prezzi dei titoli e un rialzo dei rendimenti. Anzi, la corsa alla qualità e le pressioni deflazionistiche scatenate dalla crisi in tutto il mondo avevano affossato i rendimenti a lungo termine, che sarebbero restati vicino al 3% per tutto l'anno. Né si è assistito alla disfatta del dollaro, come \\ A Detroit, i tre grandi produttori auto si erano contratti in un'unica azienda, la CGF (Chrysler-General Motors-Ford) \\ Grande Recessione? Grande Depressione? No, il 2009 è stato il punto più basso della Grande Repressione: la maggiore crisi da 70 anni a questa parte ma alla quale nessuno vuole credere Franklin D. Roosevelt Barack Obama Nicolas Sarkozy Lawrence Summers

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Ecco la storia (in anteprima) del 2009 (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Corriere.it" del 02-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

retrospettiva immaginaria del 2009 Il nuovo mondo al tempo della crisi Cade Ahmadinejad, Al Qaeda cerca di uccidere Obama mentre in Cina... E' stato l'anno in cui si è smesso finalmente di far previsioni per l'anno a venire. È stato l'anno in cui si è dovuto rivedere ogni pronostico per lo più verso il basso come minimo tre volte. È stato l'anno in cui solo chi teneva gli occhi ben chiusi ha potuto ignorare il paradosso della globalizzazione. Da un lato, la crescente integrazione dei mercati delle materie prime, dell'industria, della manodopera e del capitale ha prodotto notevoli profitti. Come Adam Smith aveva previsto ne «La ricchezza delle nazioni», la liberalizzazione economica ha consentito di impostare a livello globale economie di scala e divisione del lavoro. Dagli anni 1980 fino al 2007, l'economia mondiale aveva goduto di un'espansione sempre più diffusa e capillare, con una minore incidenza di crisi, assai passeggere, tanto che il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva festeggiato con un certo compiacimento la «grande moderazione» del 2004. Dall'altro, quanto più il mondo assomigliava a una rete complessa e multinodale capace di interagire con la massima efficienza inventari al minimo e consegne just-in-time tanto più diventava vulnerabile a un massiccio crac sistemico. LA GRANDE REPRESSIONE - È questo il significato reale della Grande Repressione, iniziata nell'agosto del 2007, che ha toccato il punto più basso nel 2009. Chiaramente, non si è trattato di una Grande Depressione simile per portata a quella degli anni Trenta, quando la produzione industriale negli Stati Uniti declinò di un terzo e la disoccupazione toccò il 250. Né semplicemente di una Grande Recessione. Con il declino della produzione delle nazioni industrializzate per tutto il 2009 nonostante i grandi sforzi delle banche centrali e dei ministeri delle Finanze è apparsa sempre più azzeccata l'etichetta di «Grande Repressione»: pur trattandosi della peggior crisi economica in settant'anni, erano ancora in molti a non volerci credere. «Noi economisti sapevamo bene come combattere questo tipo di crisi», ha confessato un consigliere economico del dream team di Barack Obama, subito dopo il ritorno all'insegnamento universitario nel settembre 2009. «Eravamo sicuri che se la Fed avesse iniettato abbastanza liquidità nel sistema finanziario, avremmo potuto evitare la deflazione. Eravamo sicuri che se il governo avesse accumulato un deficit sostanzioso, avremmo messo fine alla recessione. Ma ci eravamo sbagliati. E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!». LA BOLLA IMMOBILIARE - Alla radice del problema restava la bolla immobiliare americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso dell'anno. Molti avevano immaginato che entro la fine del 2008 il peggio sarebbe passato. Ma non è stato così. L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore della proprietà. Un aumento dei pignoramenti, d'altro canto, si è tradotto in perdite più consistenti per i titoli garantiti da prestiti ipotecari e i bilanci delle banche sono finiti sempre più spesso in rosso. Con un debito complessivo superiore al 350% del Pil americano, è stato arduo depurare gli eccessi dell'era della leva finanziaria. Le famiglie hanno stretto la cinghia e ridotto i consumi. Le banche hanno tentato di mettere un freno ai nuovi prestiti. La recessione ha fatto la sua comparsa. La disoccupazione è salita al 10%, poi oltre. La spirale economica negativa sembrava inarrestabile. Per quanto risparmiassero, gli americani erano ormai incapaci di stabilizzare il rapporto tra debiti e reddito disponibile. Paradossalmente, un incremento nei risparmi ha portato alla caduta dei consumi, che a sua volta ha innescato l'aggravarsi della disoccupazione, il calo dei redditi e via di seguito, in un vortice discendente. «INVESTIRE IN INNOVAZIONE» - «La necessità saprà stimolare l'inventiva», dichiarava Obama nel discorso inaugurale il 20 gennaio. «Se sapremo investire nell'innovazione, ritroveremo la fiducia nella creatività americana. Occorre costruire nuove scuole, non nuovi centri commerciali, e produrre energia pulita, non derivati tossici». Gli analisti concordavano che il discorso richiamava alla memoria le parole di Franklin Roosevelt, pronunciate al suo insediamento alla Casa Bianca nel 1933. Ma Roosevelt parlava quando il peggio della Depressione era passato, mentre Obama si dibatteva nel cuore della tempesta. Se la retorica spiegava le ali, i mercati sprofondavano sempre di più. Il contagio si era esteso inesorabilmente dai subprime ai mutui non a rischio, fino al settore immobiliare commerciale e alle obbligazioni delle società private, per tornare poi al settore finanziario. Entro la fine di giugno, l'indice Standard & Poor's 500 era sceso a 624, il livello mensile più basso dal gennaio del 1996, e di circa il 60% inferiore al massimo toccato nell'ottobre 2007. L'INSOLVENZA DELLE BANCHE - Il nocciolo del problema era la fondamentale insolvenza delle banche principali, un'altra realtà che il mondo politico aveva tentato di ignorare. Nel 2008 la Banca d'Inghilterra aveva stimato a 2.800 miliardi di dollari le perdite complessive su attivi tossici, ma le perdite bancarie totali entro la fine del 2008 erano poco più di 583 miliardi di dollari, mentre il capitale rastrellato contava 435 miliardi di dollari. Le perdite, in altre parole, venivano o massicciamente sottovalutate, oppure erano state accumulate al di fuori del sistema bancario. Ad ogni modo, il sistema della creazione del credito era ormai fuori uso. Le banche non potevano ricorrere alla contrazione del bilancio, per via di un'infinità di linee di credito predisposte, alle quali i loro clienti si aggrappavano per disperazione, mentre l'unica fonte di nuovo capitale era il Tesoro americano, che doveva vedersela con un Congresso sempre più scettico. Le altre istituzioni del credito specie i mercati per i titoli obbligazionari cartolarizzati erano rimaste quasi per intero paralizzate. Era scoppiato il finimondo quando Timothy Geithner, segretario al Tesoro americano, aveva richiesto altri 300 miliardi di dollari per ricapitalizzare Citigroup, Bank of America e altre sette grandi banche, solo una settimana dopo aver varato una controversa «megafusione» nell'industria automobilistica. A Detroit, i tre grandi produttori si erano contratti in un'unica azienda, la CGF (Chrysler-General Motors-Ford). Le banche, dal canto loro, reclamavano senza sosta nuovo denaro pubblico. Eppure, per nessuna cifra al mondo erano disposte a offrire prestiti a tassi di interesse più bassi. Nelle parole di un politico del Michigan, piuttosto indignato, «nessuno vuole accettare il fatto che le banche sono fallite. Non solo hanno perso tutto il loro capitale, ma se dovessimo mettere sul mercato i loro attivi, si verrebbe a scoprire che l'hanno perso due volte. Le tre grandi industrie automobilistiche non sono mai state tanto mal gestite come queste banche». I TASSI A ZERO - Nel primo trimestre, la Fed ha continuato a fare tutto il possibile per evitare di scivolare nella deflazione. Il tasso effettivo dei fondi federali aveva già toccato zero per la fine del 2008. In pratica, l'allentamento quantitativo era già iniziato nel novembre 2008, con acquisti massicci del debito e dei titoli garantiti da prestiti ipotecari presso istituti appoggiati dal governo (i giganti nazionalizzati Fannie Mae e Freddie Mac) e la promessa di futuri acquisti di titoli di stato. Tuttavia, l'espansione della base monetaria era stata annullata dalla contrazione di misure monetarie più ampie, come M2 (la valutazione della moneta e dei suoi «sostituti più immediati», quali i depositi di risparmio, che rappresenta un indicatore chiave dell'inflazione). Le banche malconce ingoiavano tutta la liquidità prodotta dalla Fed, che sempre di più assomigliava a uno hedge fund del governo, con una leva finanziaria superiore a 75 a 1, e un bilancio ricco di attivi di cui tutti volevano sbarazzarsi. .. IL DEFICIT FEDERALE - Il governo federale americano non se la passava molto meglio: entro la fine del 2008, il valore complessivo di prestiti, investimenti e garanzie offerti dalla Fed e dal Tesoro dall'inizio della crisi finanziaria aveva già toccato i 7.800 miliardi di dollari. Nei dodici mesi precedenti il 30 novembre 2008, il debito totale federale era aumentato di oltre 1.500 miliardi di dollari. Morgan Stanely stimava che il deficit federale complessivo per l'anno fiscale 2009 poteva raggiungere il 12,5% del Pil. La cifra sarebbe stata ancora più alta se il presidente Obama non avesse persuaso il suo principale consigliere economico, Lawrence Summers, a congelare la prevista riforma della sanità e i fondi aggiuntivi destinati a istruzione, ricerca e aiuti umanitari. Obama si era impegnato a formare un governo in cui fossero rappresentati equamente alleati e rivali. Ma i rivali avevano un bel po' di esperienza in più rispetto agli alleati. Risultato: un governo che parlava come Barack Obama ma pensava come Bill Clinton. I veterani dell'era clintoniana, con a capo il segretario di stato Hillary Clinton, ricordavano ancora la volatilità del mercato obbligazionario che li aveva tormentati nel 1993 (tanto che il manager della campagna elettorale, James Carville, aveva affermato che se esisteva la reincarnazione avrebbe voluto rinascere come mercato obbligazionario). Terrorizzati davanti alla mole crescente del deficit, avevano sollecitato Obama a posticipare qualsiasi spesa che non fosse destinata specificatamente a contenere la crisi finanziaria. IL DOLLARO - Ma il mondo era cambiato dai primi anni 1990. Malgrado i timori dell'ex segretario al Tesoro, Robert Rubin, personalità ancora assai influente, gli investitori in tutto il mondo si dimostravano più che contenti di acquistare i nuovi titoli del Tesoro americano, senza badare a spese. Contrariamente alla saggezza popolare, benché quadruplicato il deficit non aveva provocato il crollo dei prezzi dei titoli e un rialzo dei rendimenti. Anzi, la corsa alla qualità e le pressioni deflazionistiche scatenate dalla crisi in tutto il mondo avevano affossato i rendimenti a lungo termine, che sarebbero restati vicino al 3% per tutto l'anno. Né si è assistito alla disfatta del dollaro, come molti avevano temuto. L'appetito estero per la moneta americana ha resistito alle bizzarrie della Fed, nella sua frenesia di stampare denaro, e i tassi di cambio effettivi si sono addirittura rivalutati nel 2009. Era questa l'ironia nel cuore della crisi: per moltissimi versi, la Grande Repressione portava l'etichetta «Made in America», ma le sue conseguenze si sarebbero rivelate più pesanti nel resto del mondo. Gli Stati Uniti sono così riusciti a salvaguardare la fama di «bene rifugio» per la loro moneta. Con il peggiorare della crisi in Europa, in Giappone e nei mercati emergenti, sempre più investitori hanno acquistato titoli del Tesoro in dollari. GIAPPONE ED EUROPA - Per il resto del mondo, il 2009 si sarebbe rivelato un anno orribile. Il Giappone si è visto ripiombare nell'incubo deflazionistico degli anni 1990 con la rivalutazione dello yen e il crollo della fiducia dei consumatori. In Europa, le cose sono andate un tantino meglio. Nel 2008, i leader europei avevano puntato un dito accusatorio contro gli americani. Il presidente francese Nicolas Sarkozy era intervenuto al summit del G20 a Washington come se da solo avesse potuto salvare l'economia mondiale. Il premier britannico, Gordon Brown, aveva tentato di dare la stessa impressione, reclamando la paternità della strategia della ricapitalizzazione bancaria. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, nel frattempo, condannava senza mezzi termini l'immenso deficit americano. Entro il primo trimestre del 2009, tuttavia, lo stato d'animo in Europa si era fatto più cupo. Era chiaro che i problemi delle banche europee erano altrettanto seri di quelli che affliggevano la controparte americana. Anzi, le passività a breve termine delle banche di Belgio, Svizzera, Gran Bretagna e Italia erano ben maggiori, in rapporto alle economie di quei Paesi, mentre le banche di Germania, Francia e Danimarca si erano rivelate più esposte alla leva finanziaria. Per di più, in assenza di un ministero delle Finanze dell'Unione Europea, tutti i bei propositi riguardo un pacchetto europeo di stimolo all'economia sono rimasti quello che erano, cioè parole vuote. In pratica, la politica fiscale è diventata una questione di «si salvi chi può», e ogni Paese europeo ha improvvisato di propria iniziativa salvataggi e incentivi all'economia. Il risultato è stato caotico. Le valute esterne all'eurozona sono state colpite da grave volatilità. All'interno dell'eurozona, la volatilità è rimasta confinata al mercato obbligazionario, con i differenziali degli interessi sui titoli greci e italiani incapaci di tenere il passo con quelli tedeschi. Il quadro si è fatto ancor più preoccupante nella maggior parte dei mercati emergenti. In Europa orientale, i paesi più colpiti sono stati Bulgaria, Romania, Ucraina e Ungheria. Dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), il Brasile ha avuto l'anno migliore, la Russia il peggiore. CINE E INDIA - È stato un anno pessimo per i paesi esportatori di gas e petrolio, dove il crollo dei prezzi che ha trascinato con sé anche valute come il rublo. Il mercato azionario indiano, nel frattempo, è stato scosso dalle crescenti tensioni tra New Delhi e Islamabad in seguito agli attacchi terroristici di Mumbai. L'instabilità politica ha colpito anche la Cina, dove disordini innescati dai licenziamenti a Shenzhen e altri centri di esportazione hanno provocato la pesante repressione del governo, ma anche il rinnovato sforzo da parte della Banca popolare della Cina di impedire la rivalutazione dello yuan, acquistando altre centinaia di miliardi di dollari del Tesoro americano. La «Chimerica» il rapporto simbiotico tra Cina e America - non solo è sopravvissuta alla crisi, ma ne ha tratto beneficio. Anche se la decisione di Obama di partecipare al primo vertice G2 a Pechino in aprile ha sconcertato alcuni liberali, gran parte degli osservatori ha riconosciuto che il commercio ha fatto passare in secondo piano la questione del Tibet, in un momento di grave crisi economica. LA CREDIBILITÀ AMERICANA - Il carattere asimmetrico della crisi globale il fatto che gli scossoni si sono rivelati più distruttivi in aree periferiche piuttosto che all'epicentro - ha inflitto notevoli svantaggi agli Stati Uniti. Le speranze che l'America potesse sottrarsi, grazie alla svalutazione, al fardello del debito estero sono svanite quando sia il dollaro che i rendimenti a dieci anni hanno resistito al colpo. Ma i produttori americani non hanno ricevuto una boccata d'ossigeno dalla ripresa delle esportazioni, come sarebbe accaduto con la svalutazione. La Fed è riuscita, a malapena, a mantenere l'inflazione in territorio positivo. Coloro che temevano un'inflazione galoppante e la fine del dollaro come valuta di riserva sono rimasti a bocca aperta. I problemi del resto del mondo, tuttavia, indicavano che in termini relativi gli Stati Uniti si sono avvantaggiati politicamente ed economicamente. Molti analisti avevano avvertito nel 2008 che la crisi finanziaria avrebbe conficcato l'ultimo chiodo nella bara della credibilità americana in tutto il mondo. I neoconservatori erano già stati screditati in Iraq, e ora veniva affossata la politica di Washington del libero mercato. LA CADUTA DI AHMADINEJAD - Ma non erano stati presi in considerazione due fattori: il primo, che quasi tutti gli altri sistemi economici avrebbero superato la crisi assai più malconci degli Stati Uniti. I Paesi che più vigorosamente avevano criticato l'America - Russia e Venezuela - ne erano usciti con le ossa rotte. Il secondo, che la presidenza di Barack Obama avrebbe risollevato enormemente la reputazione internazionale americana. ... Se occorrevano prove per dimostrare che la costituzione americana era più che mai attuale, che l'America aveva scontato il suo peccato originale della discriminazione razziale, che gli americani erano pragmatici, non seguaci di ideologie, la dimostrazione era sotto gli occhi di tutti. Non tanto che il nuovo «New Deal» di Obama - annunciato dopo l'allontanamento dei clintoniani a inizio settembre - avesse prodotto un miracolo economico (nessuno se lo aspettava), quanto piuttosto che l'acquisizione federale delle grandi banche e la conversione di tutti i debiti ipotecari delle famiglie in nuovi titoli «Obama » a cinquant'anni segnalavano una stupefacente audacia da parte del nuovo presidente. Lo stesso poteva dirsi della decisione di Obama di volare a Teheran a giugno, una decisione che ha guastato i rapporti con Hillary Clinton, i cui sostenitori non si sono mai ripresi dalla vista dell'ex candidata presidenziale avvolta nel velo islamico. Non che la cosiddetta «apertura all'Iran» abbia prodotto grandi miglioramenti in Medio Oriente (nessuno se lo aspettava). Ma il solo gesto, come la visita di Richard Nixon in Cina nel 1972, simboleggiava la volontà di Obama di riconsiderare le basi stesse della strategia globale americana. E la caduta del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad - seguita subito dopo dalla rinuncia al programma di armamenti nucleari - è stata una ricompensa meritata. Con l'economia a pezzi, i pragmatici di Teheran si sono dichiarati pronti a fare la pace con il «Grande Satana», in cambio di investimenti indispensabili alla ripresa del paese. AL QAEDA E OBAMA - Nel frattempo, il tentativo fallito di Al Qaeda di assassinare Obama - alla vigilia della Festa del Ringraziamento - è servito a screditare l'estremismo islamico e a rafforzare l'immagine pubblica del presidente statunitense. Tra le tante ironie del 2009, il risveglio religioso sollecitato dalla crisi economica è andato a tutto vantaggio dei democratici, anziché dei repubblicani, segnati da profonde divisioni. Entro la fine dell'anno, per la prima volta si è avuta la sensazione - e non solo la speranza che la fine della Grande Repressione fosse imminente. La spirale discendente del mercato immobiliare e del sistema bancario in America era stata finalmente interrotta dalle drastiche misure che il governo inizialmente aveva esitato a varare. Allo stesso tempo, i ben più gravi problemi economici del resto del mondo hanno dato a Obama l'occasione unica di riaffermare la leadership americana, specie in Asia e in Medio Oriente. Quel «momento unipolare» è finito, indubbiamente. Ma il potere è un concetto relativo, come il presidente ha fatto notare nell'ultima conferenza stampa dell'anno: «Avevano detto che l'America era destinata al declino, e certamente quest'anno ci siamo ritrovati tutti più poveri. Ma gli altri sono scesi ancora più in basso, e l'America ha conservato il primo posto. Nel paese dei ciechi, dopo tutto, chi ha un occhio solo è re». E con un sorrisetto ammiccante, il presidente Barack Obama ha augurato al mondo intero un felice anno nuovo. Niall Ferguson © The Financial Times Limited 2008 stampa |

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UK: calano prezzi case a dicembre (sezione: Mercato immobiliare)

( da "KataWebFinanza" del 02-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

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GRAN BRETAGNA, CADUTA LIBERA PER PREZZI DELLE CASE (-16%) (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Wall Street Italia" del 02-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Gran Bretagna, caduta libera per prezzi delle case (-16%) -->Il dato, che si riferisce a dicembre, è il peggiore dal 1983. In frenata anche le concessioni di ipoteche per l'acquisto di immobili...

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Il ritorno di fiamma dei titoli immobiliari (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Borsa(La Repubblica.it)" del 02-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Il ritorno di fiamma dei titoli immobiliari MILANO - Dopo aver vinto la maglia nera nel 2008, il settore immobiliare comincia il nuovo anno all'insegna del rimbalzo. Nonostante la notizia che in Gran Bretagna i prezzi delle case sono scesi in media del 16,2% nel 2008. Va detto che se da una parte i prezzi delle case potrebbero calare, dall'altra il crollo dei tassi d'interesse (con l'Euribor tornato ai minimi del 2006), favorisce comunque l'intero comparto che in Borsa tratta a prezzi da saldo. E così oggi alcuni titoli italiani hanno registrato addirittura rialzi a due cifre. Tra questi c'è Bastogi (più 27,8% a 1,89 euro) che dopo il riassetto della filiera societaria adesso si prepara a sfruttare le aree vicine a dove sorgerà l'Expo di Milano, piuttosto che Pirelli Re (più 16,6% a 4,73 euro) che il prossimo 11 febbraio annuncerà il nuovo piano industriale. Inoltre nonostante la crisi e dopo mesi di fiacca, a cavallo del periodo festivo alcune società del settore hanno annunciato nuove e importanti operazioni straordinarie. Nel corso delle vacanze natalizie, Risanamento (più 2,8% a 0,44 euo) ha infatti ceduto al fondo Limitless del Dubai l'ex area Falck a Sesto San Giovanni incassando 475 milioni con cui la società potrà ripianare parte dei suoi debiti. Igd (più 8,1 a 1,13 euro) il 30 dicembre ha comprato un centro commerciale a Crema per 52,3 milioni: si tratta di uffici e negozi già interamente affittati, che frutteranno al gruppo che fa capo alle Coop un rendimento implicito del 6,55%. Ma anche Beni Stabili (più 4,4% a 0,517 euro) poco prima della fine del 2008 ha annunciato alcune dismissioni, tra cui quella di un immobile a Roma da 11,5 milioni (a un prezzo in linea con il valore di bilancio di 11,4 milioni), quello dell'immobile di corso di Porta Nuova a Milano per 73,5 milioni (di cui 2,5 di plusvalenza), rimandando però la vendita di un palazzo a Milano in Corso Matteotti valutato 120 milioni (di cui 21 di plusvalenza) su cui è già stata versata una caparra di 20 milioni. Infine oggi anche le azioni di Uniland (più 18% a 0,75 euro) hanno preso il volo, dopo che la società ha venduto un immobile in provincia di Ferrara da 8 milioni, con cui ripianerà 3,7 milioni di debiti. La chiusura, invece, dell'annoso contratto per rilevare gli immobili e i terreni dell'ex eredità Borghese - un accordo annunciato lo scorso anno e mai definito per una serie di complicazioni - dovrebbe essere perfezionata il prossimo 20 febbraio. 02/01/2009 - 19:15

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Ma l'Italia è pronta a ripartire (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Milano Finanza" del 03-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Milano Finanza Numero 002  pag. 40 del 3/1/2009 | Indietro Ma l'Italia è pronta a ripartire I VOSTRI SOLDI NEL MATTONE Negli ultimi quarant'anni il mercato immobiliare italiano ha registrato almeno tre grandi cicli che si sono tradotti in variazioni considerevoli dei prezzi. I primi due sono durati otto anni circa, mentre l'ultimo ha avuto un'ampiezza maggiore estendendosi dal 1998 fino al 2008. Se è vero che per prevedere il futuro è utile l'analisi del passato, è importante capire quali sono state le determinanti dei cicli pregressi e cosa ha influito sulla loro durata. Milano Finanza lo ha chiesto a Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari ed esperto di lungo corso del real estate italiano. Domanda. Dal dopoguerra a oggi, il mercato immobiliare italiano ha registrato un'alternanza di fasi positive e negative. Cosa determina la durata di un ciclo immobiliare ed è possibile stabilirla con un certo rigore scientifico? Risposta. La vera anomalia del mercato immobiliare non è la durata di un trend, ma la sua stessa esistenza. In un'economia sana, le variazioni dei prezzi delle case dovrebbero registrare scostamenti di poco conto come in effetti è stato nell'Italia degli ani Sessanta o nell'America del periodo 1940-2000. I saliscendi sono un'anomalia determinata fondamentalmente da fattori distorsivi del mercato. D. Quali sono, allora, gli elementi che hanno determinato una fluttuazione tanto marcata nei prezzi delle case e nel numero di compravendite in Italia dagli anni '70 a oggi? R. Il primo ciclo, quello del 78-83, è scaturito dal balzo in avanti dei prezzi, con punte del +20-25% all'anno, e che si è tradotto in una voglia di patrimonializzare i risparmi da parte delle famiglie. A questo si deve aggiungere l'effetto equo canone: chi possedeva una casa ha preferito disfarsene, a volte sotto costo, aprendo le porte all'acquisto da parte degli inquilini. Tutto questo senza alcuna ragione di tipo finanziario visto che i tassi sui mutui erano arrivati al 30%. D. L'inflazione è stata alla base anche del secondo grande ciclo immobiliare, quello da inizio '88 al dicembre 1992_ R. La pressione sui prezzi ha di certo contribuito ad aumentare la voglia di casa da parte degli italiani per mettere al sicuro i propri soldi. Ma ci sono stati anche altri fattori. In quegli anni, per esempio, si è assistito a un forte incremento della domanda di abitazioni a cui non ha fatto seguito un'offerta di nuove costruzioni commisurata alle necessità del paese. Dal gennaio 1993 il mercato è entrato, invece, in una fase di stasi per tre lunghi anni. I prezzi erano saliti molto, l'inflazione si manteneva alta, attorno al 20%, i mutui costavano in media il 25% e i titoli di Stato rendevano il 22%. Non c'era ragione per acquistare un immobile, meglio comprare Bot e Cct. Solo i forzati all'acquisto come gli sposini compravano casa. Ed è per questo che il mercato, in quel periodo, ha toccato un minimo è il numero di compravendite è sceso a 380-400 mila all'anno. D. Che cosa ha interrotto la fase di stasi ridando benzina alla locomotiva delle compravendite immobiliari? R. Dall'inizio del '98, il crollo dell'inflazione accompagnato alla riduzione del costo del denaro ha arrestato il favore degli italiani per gli investimenti in titoli di Stato. A questo si devono aggiungere il boom della migrazione verso i grandi centri urbani, il ciclo economico positivo e l'aumento dell'occupazione. Tutti fattori che hanno spinto le persone a comprare casa. Non si tratta, però, di un fenomeno solo italiano: lo stesso è accaduto in Francia, Gran Bretagna, Spagna, Usa. Meno in Germania dove il mercato continua a essere dominato da affitti particolarmente bassi che si traducono in una scarsa propensione dei tedeschi all'acquisto di immobili. D. è qui che nasce la fame di mutui che ha caratterizzato i mercati di tutto il mondo nell'ultimo decennio e che alla fine si è risolto nella crisi dei subprime_ R. Negli anni '90 in Italia il mutuo copriva appena il 15% del valore dell'immobile. Questo vuol dire che poteva comprare solo chi disponeva di molto denaro o di immobili da vendere. Oggi, il 45% degli acquisiti di case è fatto ricorrendo al mutuo. In ogni caso tutti i fattori positivi che hanno indotto la crescita del mercato immobiliare negli anni passati sono ancora presenti in Italia. Per questo, stavolta, il ciclo negativo dovrebbe avere durata molto breve: la ripresa del mercato potrebbe arrivare già a partire dalla seconda metà del 2009. prezzi  immobiliare  Mario Breglia  ciclo  mercato  Italia   Alias Prima di lasciare un commento e' necessario scegliere un alias Inserisci Alias* Strumenti Invia il tuo commento  |   Leggi i commenti        Ricevi RSS    |  

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Le case e l'illusione di diventare ricchi (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 05-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Il Sole-24 Ore sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-04 - pag: 9 autore: Alle origini della crisi americana Le case e l'illusione di diventare ricchi di Robert J. Shiller C he cosa c'è dietro al crollo dei prezzi delle case che ha scatenato, nel 2008, la crisi finanziaria in cui buona parte del mondo si trova invischiata allo stato attuale? I prezzi delle case negli Stati Uniti, calcolati secondo l'Indice dei prezzi degli immobili Standard & Poor's/Case-Shiller,in alcune importanti città è precipitato - tenuto conto dell'inflazione- di oltre il 40% rispetto al picco raggiunto all'inizio del 2006. A livello nazionale, prendendo in considerazione tutte le città, il calo supera il 25 per cento. Il mercato dei futures alla Borsa di Chicago al momento prevede ulteriori cali del 15% prima di toccare il fondo, nel 2010. Queste sono le previsioni del mercato (e non è un mercato con grande liquidità), ma chi fa queste previsioni sottintende diminuzioni reali, dalle stelle alle stalle, in certe città di oltre il 50 per cento. Perché stiamo assistendo a tracolli tanto accentuati dei prezzi? E perché il mercato immobiliare in tantissimi altri Paesi ora manifesta condizioni analoghe? Vi sono sia cause contingenti che cause di fondo. La causa contingente per gli Stati Uniti è l'allentamento dei parametri del credito che ha consentito alla gente, fino al 2006, di comprare case a prezzi sempre più alti. Mutui più facili hanno permesso ai prezzi delle case di salire fino a livelli grotteschi. Si vendevano catapecchie per un milione di dollari. Dopo il picco, i prestatori hanno adottato parametri più rigorosi.Quando l'acquirente non riesce a trovare i soldi per comprare la casa, il venditore deve abbassare il prezzo. Gli alti e bassi dei prestiti rappresentano un ciclo del credito, e i cicli del credito giocano da secoli un ruolo preponderante nelle fluttuazioni dell'economia. Nel suo libro del 1873, Lombard Street, Walter Bagehot, l'uomo d'affari britannico che fu anche direttore dell'Economist, descriveva questi cicli alla perfezione. Il boom che precedette la depressione degli anni 70 dell'Ottocento, secondo la descrizione che ce ne fornisce Bagehot, ha moltissimi punti in comune con quello che è successo prima dell'attuale crisi. Quando il credito si espande, scriveva Bagehot, «il risultato certo è un avanzamento della prosperità nazionale: il Paese balza in avanti come per magia. Ma solo una parte di questa prosperità ha una ragione concreta questa prosperità è precaria». Ma il ciclo del credito non fu la causa decisiva, né della depressione degli anni Settanta dell'Ottocento né di quella odierna. La domanda che in definitiva bisogna porsi è: perché i parametri del credito prima si allentano e poi si restringono? Il ciclo del credito è un meccanismo amplificatore. L'instabilità del settore del credito è sempre presente e la crisi si manifesta soltanto se c'è un fattore scatenante che la innesca. Inoltre,l'allentamento estremo e poi l'irrigidimento dei parametri del credito sembra essere un fenomeno limitato agli Stati Uniti, mentre il boom del mercato immobiliare seguito dal tracollo ha riguardato il mondo intero. Il fattore scatenante che ha condotto alla situazione attuale ha a che fare con l'evoluzione della nostra cultura mondiale, diffusa rapidamente attraverso media (inclusa internet) sempre più presenti, e come questa cultura percepisce i mercati. Ha a che fare con la profonda ammirazione verso i mercati che si è sviluppata durante il boom, in linea con la "Teoria del mercato efficiente" dell'economia finanziaria. è diventata opinione diffusa che i mercati finanziari, mettendo insieme un numero così elevato di informazioni, possano rappresentare un giudizio collettivo che trascende quello di qualsiasi comune mortale. Il bestseller del 2004 di James Surowiecki, dallo stravagante titolo La saggezza delle folle, portava avanti questa idea nel momento di massimo fulgore del boom immobiliare. Il boom dei mercato immobiliare e di quello azionario tra il 2003 e il 2006 è stato provocato da quest'idea errata, e dall'idea che gli investimenti in case e in azioni siano una via sicura verso la ricchezza. Era diventato un articolo di fede l'idea che il valore delle case e delle azioni aumenta inevitabilmente sul lungo periodo, e che è una follia cercare di regolare il mercato. Si credeva sinceramente, supportati da un radicato giudizio intuitivo, che eventuali interruzioni in questa corsa al rialzo potessero essere solo fenomeni limitati e transitori. La gente sembrava pensare che la rapida rivalutazione di questi mercati fosse diventata una costante universale, come la velocità della luce. Non c'è altra spiegazione del fatto che durante il boom, fino al 2006, i prestatori siano stati tanto disponibili ad allentare i parametri del credito sui mutui per le abitazioni, che le autorità di regolamentazione siano state tanto disponibili a lasciarglielo fare, che le agenzie di rating siano state tanto disponibili a concedere valutazioni positive ai titoli ipotecari cartolarizzati e che gli investitori siano stati tanto disponibili a bersi tutto questo. Nessuna teoria economica autorizza a pensare che i prezzi degli asset in questi mercati siano destinati inevitabilmente a salire. Al contrario, il tasso di incremento che storicamente caratterizza il mercato azionario è una cosa che lascia interdetti gli economisti, che infatti lo hanno definito l'equity premium puzzle. Non esiste un nome equivalente per definire il comportamento del mercato immobiliare, perché storicamente i suoi prezzi (corretti in base all'inflazione) mediamente salivano poco, fino alla bolla del dopo-2000. Il boom di questi mercati può essere ricondotto sostanzialmente al diffondersi dell'idea che bisogna sempre detenere il maggior numero possibile di queste attività, come l'idea che bisogna bere tè verde o cioccolato fondente ogni giorno per gli antiossidanti. Idee di questo genere creano una domanda artificiale, ma solo per un breve periodo. Del resto, nessuno ormai fuma più sigarette per prevenire le infezioni. La gente crede in molte cose se è convinta che ci credano anche i ricchi e i famosi. Ma queste convinzioni possono venir scosse alle radici se intervengono a contraddirle eventi chiaramente visibili. è quello che sta succedendo ora e il 2009 vedrà il disincanto dilagare ancora di più. Copyright: Project Syndicate (Traduzione di Fabio Galimberti) LA TEORIA DELL'EFFICIENZA Dopo il 2000 è cresciuta la convinzione che i mercati finanziari con le informazioni a disposizione potessero soltanto distribuire profitti

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lo spettro del mondo è la deflazione - federico rampini (sezione: Mercato immobiliare)

( da "Repubblica, La" del 06-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Pagina 18 - Economia Berlino però resta concentrata sull´inflazione e la mancanza di competitività frena gli effetti sul sistema Italia Lo spettro del mondo è la deflazione E gli Usa già temono il passo successivo: la Grande Depressione Incertezza per i capovolgimenti registrati da materie prime e paesi emergenti FEDERICO RAMPINI Il petrolio ha chiuso il 2008 in calo del 54%. L´inflazione italiana nello stesso anno ha segnato il massimo dal 1996. Dov´è l´errore? Ambedue i dati sono esatti. Allora è la deflazione o l´inflazione il vero pericolo da combattere nel 2009? Con un rincaro dei prezzi al consumo del 3,3% nel 2008 il costo della vita nel nostro paese ha avuto il suo aumento più forte degli ultimi dodici anni. L´inflazione per i consumatori italiani è stata perfino più alta se misurata con l´indice armonizzato europeo: +3,5%. Il 2008 però si è chiuso con un andamento dei prezzi italiani a dicembre � mese su mese � in regresso dello 0,1%. Certo siamo ancora lontani dalle discese dei prezzi registrate negli Stati Uniti: meno un per cento nel solo mese di ottobre, seguito da un pesante meno 1,7% a novembre. Per la mancanza di competitività che affligge diversi settori dell´economia italiana � dalla distribuzione dei carburanti alle parcelle delle libere professioni, dalle banche ai servizi municipali � la riduzione dei costi a monte non si trasmette rapidamente sull´utente finale. Il lato buono della deflazione � la riduzione del costo della vita che aumenta il potere d´acquisto degli occupati � è più lento a manifestarsi in Italia rispetto ad altri paesi sviluppati. Anche l´aspetto più distruttivo della deflazione � la svalutazione massiccia di tutti gli attivi patrimoniali e il parallelo peggioramento dei debiti � è meno veloce in Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare fu più gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora all´ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo dell´inflazione italiana nel 2008 è comunque un indicatore imperfetto. E´ sempre stato uno specchietto retrovisore che registra un andamento già passato. Nel caso dell´anno appena concluso quel dato è la sintesi impossibile fra due tendenze diametralmente opposte. Il 2008 ha concentrato nell´arco di due semestri capovolgimenti così brutali che un tempo venivano "spalmati" su molti anni, o addirittura decenni. E´ lo stesso anno che nel primo semestre ha visto impazzire i mercati delle materie prime, con un´iperinflazione che ha portato il barile di petrolio al suo record storico di 147 dollari (luglio); si è concluso con il calo del 54% dello stesso greggio, non rispetto a luglio ma nei confronti del dato di gennaio! E il petrolio è in buona compagnia. Per tutte le materie prime (con due eccezioni non collegate fra loro: oro e cacao) è stato l´anno più disastroso dei tempi moderni. L´indice sintetico dei prezzi delle materie prime S&P Gsci rileva una caduta del 46,5%, peggio di quanto hanno fatto le Borse mondiali che in media hanno perso il 42% dall´inizio di gennaio a fine dicembre. Nel caso delle materie prime il dato annuo finale è ancora più clamoroso perché il primo semestre era stato una forsennata galoppata al rialzo: a metà 2008 segnavano massimi storici non solo il petrolio ma anche il platino, il rame, l´alluminio, molte derrate agroalimentari di prima necessità. E´ dopo la prima metà dell´anno che sono improvvisamente tramontati due miti affini: da un lato l´idea che le materie prime fossero in mezzo a un "superciclo secolare" di rialzo dovuto all´aumento inesorabile dei consumi nei paesi emergenti; dall´altro il mito del "decoupling" e cioè l´idea che Cina, India, Brasile, Russia potessero sganciarsi dall´influenza economica dell´Occidente e continuare a crescere per conto loro o addirittura trainare il resto del mondo. La fine di quei miti porta con sé anche alcune conseguenze geopolitiche tutt´altro che sgradite. Il potere oligopolistico dei fornitori di risorse naturali fa meno paura. A fine dicembre l´annuncio da Mosca della creazione di un cartello del gas ha lasciato indifferenti i mercati. Il braccio di ferro tra Gazprom e l´Ucraina fa meno paura all´Europa occidentale di quello che avvenne due anni fa. I regimi autoritari o gli Stati-canaglia che prosperavano grazie alla bolla delle materie prime � da Chavez all´Iran � rischiano di apparire come delle tigri di carta. Il verdetto sul 2009 però non è ancora unanime. A Washington il consenso della classe dirigente è schiacciante: siamo già in piena deflazione, il prossimo rischio è scivolare in una Grande Depressione, per evitarlo non bisogna badare a spese. Il dato sulla disoccupazione americana atteso venerdì potrebbe confermare questo pessimismo. Nonostante che il Tesoro Usa abbia già in circolazione il volume record di 10.600 miliardi di dollari di Treasury-Bonds, il debito è destinato ad aumentare a vista d´occhio con il piano Obama di sgravi fiscali e nuove spese pubbliche. La realtà sembra diversa vista da Berlino, dove il governo tedesco continua a temere che l´inondazione di liquidità da parte delle banche centrali sta seminando i germi di una futura inflazione. Giovedì la Bank of England potrebbe seguire l´esempio dei tassi zero americani. Mentre la Bce, che all´Eurozona impone uno scarto di 250 punti base rispetto ai tassi direttivi della Fed, aspetterà a riunirsi fino al 15 gennaio. Il 2009 dirà chi aveva visto giusto.

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Deflazione globale, inflazione italiana (sezione: Mercato immobiliare)

( da "KataWeb News" del 06-01-2009)

Argomenti: Mercato immobiliare

Deflazione globale, inflazione italiana 6 gennaio 2009 alle 11:39 — Fonte: rampini.blogautore.repubblica.it — 0 commenti Il petrolio ha chiuso il 2008 in calo del 54%. L'inflazione italiana nello stesso anno ha segnato il massimo dal 1996. Dov'è l'errore? Ambedue i dati sono esatti. Allora è la deflazione o l'inflazione il vero pericolo da combattere nel 2009? Con un rincaro dei prezzi al consumo del 3,3% nel 2008 il costo della vita nel nostro paese ha avuto il suo aumento più forte degli ultimi dodici anni. L'inflazione per i consumatori italiani è stata perfino più alta se misurata con l'indice armonizzato europeo: +3,5%. Il 2008 però si è chiuso con un andamento dei prezzi italiani a dicembre - mese su mese - in regresso dello 0,1%. Certo siamo ancora lontani dalle discese dei prezzi registrate negli Stati Uniti: meno un per cento nel solo mese di ottobre, seguito da un pesante meno 1,7% a novembre. Per la mancanza di competitività che affligge diversi settori dell'economia italiana - dalla distribuzione dei carburanti alle parcelle delle libere professioni, dalle banche ai servizi municipali - la riduzione dei costi a monte non si trasmette rapidamente sull'utente finale. Il lato buono della deflazione - la riduzione del costo della vita che aumenta il potere d'acquisto degli occupati - è più lento a manifestarsi in Italia rispetto ad altri paesi sviluppati. Anche l'aspetto più distruttivo della deflazione - la svalutazione massiccia di tutti gli attivi patrimoniali e il parallelo peggioramento dei debiti - è meno veloce in Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare fu più gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora all'ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo dell'inflazione italiana nel 2008 è comunque un indicatore imperfetto. E' sempre stato uno specchietto retrovisore che registra un andamento già passato. Nel caso dell'anno appena concluso quel dato è la sintesi impossibile fra due tendenze diametralmente opposte. Il 2008 ha concentrato nell'arco di due semestri capovolgimenti così brutali che un tempo venivano "spalmati" su molti anni, o addirittura decenni. E' lo stesso anno che nel primo semestre ha visto impazzire i mercati delle materie prime, con un'iperinflazione che ha portato il barile di petrolio al suo record storico di 147 dollari (luglio); si è concluso con il calo del 54% dello stesso greggio, non rispetto a luglio ma nei confronti del dato di gennaio! E il petrolio è in buona compagnia. Per tutte le materie prime (con due eccezioni non collegate fra loro: oro e cacao) è stato l'anno più disastroso dei tempi moderni. L'indice sintetico dei prezzi delle materie prime S&P Gsci rileva una caduta del 46,5%, peggio di quanto hanno fatto le Borse mondiali che in media hanno perso il 42% dall'inizio di gennaio a fine dicembre. Nel caso delle materie prime il dato annuo finale è ancora più clamoroso perché il primo semestre era stato una forsennata galoppata al rialzo: a metà 2008 segnavano massimi storici non solo il petrolio ma anche il platino, il rame, l'alluminio, molte derrate agroalimentari di prima necessità. E' dopo la prima metà dell'anno che sono improvvisamente tramontati due miti affini: da un lato l'idea che le materie prime fossero in mezzo a un "superciclo secolare" di rialzo dovuto all'aumento inesorabile dei consumi nei paesi emergenti; dall'altro il mito del "decoupling" e cioè l'idea che Cina India Brasile Russia potessero sganciarsi dall'influenza economica dell'Occidente e continuare a crescere per conto loro o addirittura trainare il resto del mondo. La fine di quei miti porta con sé anche alcune conseguenze geopolitiche tutt'altro che sgradite. Il potere oligopolistico dei fornitori di risorse naturali fa meno paura. A fine dicembre l'annuncio da Mosca della creazione di un cartello del gas ha lasciato indifferenti i mercati. Il braccio di ferro tra Gazprom e l'Ucraina fa meno paura all'Europa occidentale di quello che avvenne due anni fa. I regimi autoritari o gli Stati-canaglia che prosperavano grazie alla bolla delle materie prime - da Chavez all'Iran - rischiano di apparire come delle tigri di carta. Il verdetto sul 2009 però non è ancora unanime. A Washington il consenso della classe dirigente è schiacciante: siamo già in piena deflazione, il prossimo rischio è scivolare in una Grande Depressione, per evitarlo non bisogna badare a spese. Il dato sulla disoccupazione americana atteso venerdì potrebbe confermare questo pessimismo. Nonostante che il Tesoro Usa abbia già in circolazione il volume record di 10.600 miliardi di dollari di Treasury-Bonds, il debito è destinato ad aumentare a vista d'occhio con il piano Obama di sgravi fiscali e nuove spese pubbliche. La realtà sembra diversa vista da Berlino, dove il governo tedesco continua a temere che l'inondazione di liquidità da parte delle banche centrali sta seminando i germi di una futura inflazione. Giovedì la Bank of England potrebbe seguire l'esempio dei tassi zero americani. Mentre la Bce, che all'Eurozona impone uno scarto di 250 punti base rispetto ai tassi direttivi della Fed, aspetterà a riunirsi fino al 15 gennaio. Il 2009 dirà chi aveva visto giusto. rampini

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