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TARTICOLI DEL 1-6 gennaio 2009 #TOP
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Mercato immobiliare (13)
Sezione
principale: Mercato immobiliare
Recessione inevitabile
( da "Sole
24 Ore, Il" del 29-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
eccesso di
indebitamento delle famiglie e scomparsa del risparmio), generando bolle
speculative successive, che sono state spente senza ricorrere alle tradizionali
strette creditizie, per tema di dover incorrere in una recessione. Tuttavia, la
recessione, come ben sanno gli economisti, non è una malattia, bensì è la cura
alla malattia che genera squilibri.
I
PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una riflessione da parte di
tutt... ( da "Resto del Carlino, Il (Modena)"
del 30-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
«Il prezzo
della casa. Siamo al 92° posto, segno che da noi gli immobili costano troppo».
Questo cosa comporta? «Guardiamo il dato della produzione di ricchezza, che è
molto alto. Se produciamo denaro e i prezzi delle case sono alte, vuol dire che
abbiamo contribuito grandemente alla creazione della bolla edilizia,
Usa:
indice prezzi case -18% a ottobre
( da "Trend-online"
del 30-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
Per la
Bloomberg si tratta di un calo record. A pesare sul mercato immobiliare
americano e quindi sui prezzi delle case e' il crescente numero di pignoramenti
e la stagnazione delle vendite di immobili. Particolarmente colpite Phoenix,
con -23%, e Las Vegas -32%.
In
Inghilterra record di fallimenti per debiti
( da "Sole
24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
prediletto è
la carta di credito che per molti è la bolla prossima ventura. «è motivo di
preoccupazione, ma non credo proprio- precisa Holgar Schmieding, chief
economist di Bank of America a Londra- che potrà mai avere l'impatto globale
della bolla immobiliare». Le banche più attive nel finanziare il consumo
evitano di commentare sulle insolvenze eppure motivi di ansia ne hanno.
E'
( da "Corriere
della Sera" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
Per tornare a
livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del
50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i
prezzi delle case hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più
famiglie si sono ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti
superiori al valore della proprietà.
Ecco
la storia (in anteprima) del 2009
( da "Corriere.it"
del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
L'indice dei
prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava quota 206,
quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per tornare a
livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del
50%. Ma era calato meno della metà verso la fine del 2008.
UK:
calano prezzi case a dicembre ( da "KataWebFinanza"
del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
prezzi case a
dicembre (Teleborsa) - Roma, 2 gen - La Halifax House Price Index, ha reso noto
che i prezzi degli immobili nel Regno Unito hanno proseguito la loro spirale
verso il basso nel mese di dicembre (- 2,2% ). I prezzi delle case nel mese di
dicembre erano inferiori del 16,2% su base annua, nonostante il mercato
immobiliare inglese abbia mostrato alcuni segni di stabilit
GRAN
BRETAGNA, CADUTA LIBERA PER PREZZI DELLE CASE (-16%)
( da "Wall
Street Italia" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
Gran
Bretagna, caduta libera per prezzi delle case (-16%) -->Il dato, che si
riferisce a dicembre, è il peggiore dal 1983. In frenata anche le
concessioni di ipoteche per l'acquisto di immobili...
Il
ritorno di fiamma dei titoli immobiliari
( da "Borsa(La
Repubblica.it)" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
il settore
immobiliare comincia il nuovo anno all'insegna del rimbalzo. Nonostante la
notizia che in Gran Bretagna i prezzi delle case sono scesi in media del 16,2%
nel 2008. Va detto che se da una parte i prezzi delle case potrebbero calare,
dall'altra il crollo dei tassi d'interesse (con l'Euribor tornato ai minimi del
2006),
Ma
l'Italia è pronta a ripartire ( da "Milano Finanza"
del 03-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
del valore
dell'immobile. Questo vuol dire che poteva comprare solo chi disponeva di molto
denaro o di immobili da vendere. Oggi, il 45% degli acquisiti di case è fatto
ricorrendo al mutuo. In ogni caso tutti i fattori positivi che hanno indotto la
crescita del mercato immobiliare negli anni passati sono ancora presenti in
Italia.
Le
case e l'illusione di diventare ricchi
( da "Sole
24 Ore, Il" del 05-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
Non esiste un
nome equivalente per definire il comportamento del mercato immobiliare, perché
storicamente i suoi prezzi (corretti in base all'inflazione) mediamente
salivano poco, fino alla bolla del dopo-2000. Il boom di questi mercati può
essere ricondotto sostanzialmente al diffondersi dell'idea che bisogna sempre
detenere il maggior numero possibile di queste attività,
lo
spettro del mondo è la deflazione - federico rampini
( da "Repubblica,
La" del 06-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
è meno veloce
in Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare fu più
gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora
all´ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo dell´inflazione italiana nel
2008 è comunque un indicatore imperfetto. E´ sempre stato uno specchietto
retrovisore che registra un andamento già passato.
Deflazione
globale, inflazione italiana ( da "KataWeb News"
del 06-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Abstract:
è meno veloce
in Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare fu più
gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora
all'ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo dell'inflazione italiana nel
2008 è comunque un indicatore imperfetto. E' sempre stato uno specchietto
retrovisore che registra un andamento già passato.
( da "Sole 24 Ore, Il" del 29-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Il Sole-24 Ore sezione:
COMMENTI E INCHIESTE data: 2008-12-28 - pag: 11 autore: DALLA PRIMA Recessione
inevitabile Questi principi sono entratiprepotentemente nel dibattito pubblico,
al punto che ne sono nati veri e propri movimenti politici basati su queste
riforme. Dalla rivoluzionaria Margaret Thatcher che sconfisse il sindacato nel
Regno Unito, alle teorie dell'offerta che erano alla base della politica del
presidente americano Ronald Reagan, fino alla nascita in Italia di un nuovo
partito, Forza Italia, poi non a caso confluito nel Partito delle Libertà.
Tutte queste politiche e queste riforme, a cui è legata l'esplosione
dell'innovazione tecnologica e la globalizzazione dei mercati, hanno concorso a
modificare ampiamente il quadro di funzionamento dell'economia, che è diventata
flessibile, al punto tale da alzare di molto la soglia dell'inflazione.
Infatti, eventuali eccessi di domanda hanno finito per trovare sempre una
rapida risposta dell'offerta senza generare inflazione, grazie alla ritrovata
flessibilità del mercato del lavoro (dove operano ormai molti immigrati), di
quello delle merci (con nuovi produttori a bassi salari) e di quello della
finanza, dove sono sorte molte innovazioni tese a favorire una crescita
sostenuta dell'economia reale. Vengono da qui gli anni della crescita senza
inflazione dell'ultimo decennio,che hanno incantato la Federal Reserve
americana, convinta che la produttività indotta dall'innovazione tecnologica
avrebbe consentito una crescita non inflazionistica per molto tempo. L'Europa è
stata in parte risparmiata da questa illusione grazie, paradossalmente, alle
rigidità residue che facevano riemergere di tanto in tanto il rischio
inflazione, ciò che spiega anche la maggiore prudenza della Bce nella politica
monetaria. Ma l'assenza dell'inflazione non significava affatto assenza di
squilibri. Questi si sono manifestati per altre vie, in particolare negli Usa
(disavanzi nella bilancia dei pagamenti, squilibri di finanza pubblica, eccesso di indebitamento delle famiglie e scomparsa del risparmio),
generando bolle speculative successive, che sono state spente senza ricorrere
alle tradizionali strette creditizie, per tema di dover incorrere in una
recessione. Tuttavia, la recessione, come ben sanno gli economisti, non è una
malattia, bensì è la cura alla malattia che genera squilibri. Sicché,
alla fine, anche gli Usa si sono dovuti rassegnare a controllare i loro
squilibri, quando la bolla immobiliare è scoppiata e
con essa è saltato tutto il castello finanziario che era stato costruito. Ora,
per tentare di contrastare la recessione, invece di correggere gli eccessi e di
riscrivere alcune regole dei mercati per salvaguardare le riforme che ci hanno
fatto crescere, sta emergendo una nuova teoria economica, opposta a quella
delle liberalizzazioni. Una teoria che rispolvera il cosiddetto pragmatismo
piuttosto che il rispetto di alcuni principi, la discrezionalità della politica
rispetto all'osservanza delle regole, la difesa degli interessi nazionali
rispetto alle aspirazioni di libertà, la chiusura dei mercati rispetto al loro
corretto funzionamento, il sostegno indiscriminato alla domanda interna invece
dell'edificazione delle regole per far funzionare meglio i mercati. C'è il
rischio che, ancora una volta, di fronte a problemi che sembrano presentarsi per
la prima volta, si faccia un completo dietrofront che finisce, alla lunga per
provocare più danni dei benefici attesi, cancellando gli enormi progressi fatti
dopo la prima crisi da petrolio. La recessione, che interesserà tutto il 2009,
servirà a riequilibrare i mercati. Essa non può e non deve essere evitata. Si
tratta solo di attenuarne i riflessi, adeguando gli ammortizzatori sociali per
difendere i redditi di quanti perderanno il lavoro, favorendo una crescita
delle infrastrutture per migliorare il livello dei servizi ai cittadini,
ricostruendo regole di sorveglianza dei mercati là dove esse si sono palesate
manchevoli. Se non chiuderemo i nostri mercati e se manterremo la politica
fuori della gestione corrente dell'economia,allora la recessione potrà essere
soltanto un episodio previsto, come ce ne sono stati tanti, anche più pesanti
dell'attuale, nel corso degli ultimi sessant'anni. Innocenzo Cipolletta
icipoll@tin.it
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( da "Resto del Carlino, Il (Modena)" del
30-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
MODENA PRIMO PIANO
pag. 3 I PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una riflessione da
parte di tutt... I PARAMETRI del Sole 24 Ore sono discutibili, ma una
riflessione da parte di tutti è d?obbligo. Così la pensa Giampietro Cavazza,
presidente del Centro studi Ferrari, un ente che si occupa spesso di analisi
socio-economiche. Presidente, i parametri usati dal quotidiano di Confindustria
sono esaustivi? «Secondo me andrebbero corretti e riveduti, nel senso che
occorrerebbe coinvolgere di più le persone intervistate». In che modo? «Prima
di tutto chiedendo a loro quali sono gli aspetti più importanti in ogni singolo
settore. Per esempio, se voglio sapere qual è il grado di apprezzamento dei
servizi, devo partire chiedendo quali sono secondo i cittadini, i servizi più
importanti. Poi occorre chiedere qual è la percezione della gente sui vari
comparti, non limitarmi a dati numerici». Il Sole 24 ore lo fa «Sì, ma tiene le
classifiche separate. Da una parte i dati oggettivi, dall?altra il cosiddetto
sentiment. Bisognerebbe fare una classifica unica, la percezione dei cittadini
è troppo importante». Il dato delle presenze degli stranieri è alto. E? un
fatto positivo o negativo? «Tecnicamente è un dato complesso, e non può essere
definito né in un modo né in un altro. In questo tipo di rilevazioni non
esistono dati bianchi e neri». In questo caso è più bianco o più nero? «Secondo
un nostro recente studio, se domani si interrompesse il flusso di immigrazione
la nostra ricchezza sparirebbe. Quindi la presenza di stranieri è di per sè una
fonte di benessere, che però si porta dietro aspetti negativi. Sta a noi
controllarli e contenerli». I dati economici sembrano tenere nonostante la
crisi «Sì, ma c?è un dato che è senza dubbio allarmante». Quale? «Il prezzo della casa. Siamo al 92° posto, segno che da noi gli
immobili costano troppo». Questo cosa comporta? «Guardiamo il dato della
produzione di ricchezza, che è molto alto. Se produciamo denaro e i prezzi delle case sono alte, vuol dire che abbiamo contribuito grandemente alla
creazione della bolla edilizia, nel senso che i due dati si sono alimentati a
vicenda. E questo è un aspetto negativo da non sottovalutare». La tenuta
economica può bastare? «No. Le classifiche del Sole 24 Ore ci fanno capire che i
primati sui redditi o sulla produzione di ricchezza non sono sufficienti per
avere una qualità della vita alta. Contano anche altri parametri, alcuni non
sono nemmeno citati dal Sole 24 Ore. E soprattutto hanno un grande peso le
esigenze dei cittadini, che da noi sono particolarmente qalificate». Siamo al
ventesimo posto come presenza di infrastrutture. Eppure tutti si lamentano
perché mancano strade importanti, a partire dalla Bretella «Questo significa
che le nostre esigenze sono elevate e qualificate. Se ci paragoniamo con altre
province non possiamo lamentarci. Ma rispetto a quelle stesse province,
viaggiamo anche a velocità superiori, quindi abbiamo esigenze più forti. Poter
contare su un distretto come quello ceramico, che commercialmente ha una valenza
mondiale, significa anche aver bisogno di strade adeguate, come appunto la
Bretella». In definitiva, la perdita di 25 posti in classifica ci deve
preoccupare oppure no? «Deve preoccuparci il fatto che la gente manifesta delle
esigenze che vanno dalle infrastrutture a una maggior sicurezza. Tutti sono
chiamati a dare delle risposte». Si riferisce ai politici? «Non solo, anche
alle associazioni economiche e di categoria. La responsabilità, quando le cose
non vanno bene come una volta, deve essere sempre condivisa». Roberto Grimaldi
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( da "Trend-online" del 30-12-2008)
Argomenti: Mercato immobiliare
Usa: indice prezzi case -18% a ottobre ANSA
NEWS, clicca qui per leggere la rassegna di Ansa , 30.12.2008 16:21 Scopri le
migliori azioni per fare trading questa settimana!! (ANSA) - ROMA, 30 DIC -
L'indice S&P/Case-Shiller, che misura l'andamento dei prezzi
delle case in 20 citta' americane, a ottobre e' sceso del 18% su base
annua. Il dato e' in linea con le previsioni degli analisti, che si aspettavano
un -17,9%. Per la Bloomberg si tratta di un calo record. A
pesare sul mercato immobiliare americano e quindi sui prezzi delle case
e' il crescente numero di pignoramenti e la stagnazione delle vendite di
immobili. Particolarmente colpite Phoenix, con -23%, e Las Vegas -32%.
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( da "Sole 24 Ore, Il" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Il Sole-24 Ore
sezione: MONDO data: 2009-01-02 - pag: 9 autore: Primati d'Oltremanica In Inghilterra
record di fallimenti per debiti Leonardo Maisano LONDRA. Dal nostro
corrispondente P er mantenere la media, una sola raccomandazione: leggete
lentamente. Se ci avrete impiegato almeno quattro minuti a finire questo
articolo un inglese in più, un qualsiasi mr. Brown, si sarà aggiunto alla lista
dei falliti o, quantomeno, degli insolventi. Secondo Credit Action,
associazione che controlla il debito dei cittadini del Regno Unito, è questo il
trend. Altri, più severi osservatori abbassano i tempi a tre minuti: tanto ci
vuole perché lo stesso suddito sia in bancarotta - in Gran Bretagna esiste
anche per la persona fisica - o abbia aderito a un piano di ristrutturazione
delle sue finanze. Il debito degli inglesi (non quello pubblico, quello
personale) è fra i più alti del mondo industrializzato ma è anche generosa
fonte di occupazione nell'Inghilterra piagata dalla crisi e umiliata da una
sterlina che vale quanto l'euro. Lo studiano tutti. Sfornano analisi,
immaginano scenari. Mai stato un popolo di risparmiatori, quello inglese, ma
ora sembra in precipitosa caduta verso il primato dei fallimenti, allegramente
spinto da un Governo che incoraggia la spesa. La recessione e la deflazione
sono buoni motivi per sostenere i consumi, per promuovere anche una stagione di
acquisti "pazzi e disperatissimi", ma lo scenario di fondo mette i
brividi. «Mai vista una situazione del genere». Richard Sorsky, senior advisor
di Insolvency Helpline, il Telefono azzurro degli indebitati, è scosso dalle
sue stesse parole. «Negli ultimi mesiabbiamo assunto 40 nuovi addetti, il 20%
in più dello staff abituale. Eppure continuiamo a non avere un momento di sosta
per far fronte a una domanda aumentata del 40% nel corso del 2008. Nel 2009
abbiamo già calcolato che il nostro lavoro crescerà ancora di almeno la metà.
Aiutiamo la gente a ristrutturare l'esposizione finanziaria, a gestirla nel
tempo. Un caso tipico è quello di un agente di polizia che aveva un
"rosso" di circa 50mila sterline e doveva pagarne 700 al mese. Dopo
la separazione dalla moglie non riusciva più a sostenere gli impegni: abbiamo
riprogrammato il suo piano finanziario e ora verserà la metà di prima». Un
esempio affatto estremo se è vero, come ha rivelato PriceWaterhouseCoopers, che
le sentenze che impongono di trasferire il debito non garantito su asset
immobiliari si sono moltiplicate per dieci dal 2000 al 2007. Nel 2009 ci sarà
un nuovo primato: i tribunali emettono 500 sentenze di sequestro al giorno,
mirano alle case, già appesantite dai mutui e afflitte
dalla precipitosa caduta del valore. «La verità - aggiunge Richard Sorsky- è
che i miei concittadini spendono troppo. Il credito facile è stato spinto da
tutti. è diventata una condizione di vita da cui è difficilissimo affrancarsi».
A Insolvency Helpline lo sanno bene essendo essi stessi finanziati dal mondo
del credito che così, oltre a dare liquidità al sistema aiuta anche a
recuperarla. Il veicolo prediletto è la carta di credito
che per molti è la bolla prossima ventura. «è motivo di preoccupazione, ma non credo
proprio- precisa Holgar Schmieding, chief economist di Bank of America a
Londra- che potrà mai avere l'impatto globale della bolla immobiliare».
Le banche più attive nel finanziare il consumo evitano di commentare sulle
insolvenze eppure motivi di ansia ne hanno. Il Governo britannico anche.
Ma soprattutto i cittadini: almeno un terzo dichiara di non potere pagare i
debiti. Al di là della Manica la scena è diversa. In Francia l'esposizione
delle famiglie - come nel resto dei Paesi occidentali - è cresciuta ma resta
lontanissima dal record britannico di 1,5 trilioni di sterline. A fine 2006, a Parigi e dintorni,
era meno della metà. Una sensazione, quella di non potere pagare, che non basta
come deterrente se è vero come suggeriscono numerose analisi di mercato, che
gli inglesi sono ancora sicuri di poter avere accesso al credito. Sembra non
esserci piena consapevolezza della crisi nonostante la stampa disegni scenari
di straordinaria cupezza. La mano al portafogli corre, per ora, quasi come
prima. Il Natale sarà anche stato in tono minore, con qualche libbra in meno
dal tacchino, ma Westfield, il mastodontico shopping center che con un tempismo
apparentemente disastroso ha aperto in ottobre allineando 265 negozi su 150mila
metri quadrati, ha fatto il pieno. Lo shopping natalizio sostenuto dai saldi di
Santo Stefano non è andato tanto male. Se la carta di credito si
"scalda" significa che il tasso di insolvenze conoscerà nuovi
primati? Sì, ci suggeriscono i quattro milioni di inglesi che devono ancora
pagare il conto di Babbo Natale. Quello del 2007. CONSUMI A GO-GO Aumenta
l'insolvenza dei privati che non riescono a pagare le rate dei prestiti e
adesso si teme la «bolla» delle carte di credito
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( da "Corriere della Sera" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2009-01-02 num: - pag: 16 categoria:
REDAZIONALE Il mondo nuovo al tempo della crisi Così l'America si ritrovò più
povera ma sempre al comando da numero uno E' stato l'anno in cui si è smesso
finalmente di far previsioni per l'anno a venire. è stato l'anno in cui si è
dovuto rivedere ogni pronostico — per lo più verso il basso — come minimo tre
volte. è stato l'anno in cui solo chi teneva gli occhi ben chiusi ha potuto
ignorare il paradosso della globalizzazione. Da un lato, la crescente
integrazione dei mercati delle materie prime, dell'industria, della manodopera
e del capitale ha prodotto notevoli profitti. Come Adam Smith aveva previsto ne
«La ricchezza delle nazioni», la liberalizzazione economica ha consentito di
impostare a livello globale economie di scala e divisione del lavoro. Dagli
anni 1980 fino al 2007, l'economia
mondiale aveva goduto di un'espansione sempre più diffusa e capillare, con una
minore incidenza di crisi, assai passeggere, tanto che il presidente della
Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva festeggiato con un certo compiacimento la
«grande moderazione» del 2004. Dall'altro, quanto più il mondo assomigliava a
una rete complessa e multinodale capace di interagire con la massima efficienza
— inventari al minimo e consegne just-in-time — tanto più diventava vulnerabile
a un massiccio crac sistemico. è questo il significato reale della Grande
Repressione, iniziata nell'agosto del 2007, che ha toccato il punto più basso
nel 2009. Chiaramente, non si è trattato di una Grande Depressione simile per
portata a quella degli anni Trenta, quando la produzione industriale negli Stati
Uniti declinò di un terzo e la disoccupazione toccò il 25‰. Né semplicemente di
una Grande Recessione. Con il declino della produzione delle nazioni
industrializzate per tutto il 2009 — nonostante i grandi sforzi delle banche
centrali e dei ministeri delle Finanze — è apparsa sempre più azzeccata
l'etichetta di «Grande Repressione»: pur trattandosi della peggior crisi
economica in settant'anni, erano ancora in molti a non volerci credere. «Noi
economisti sapevamo bene come combattere questo tipo di crisi», ha confessato
un consigliere economico del dream team di Barack Obama, subito dopo il ritorno
all'insegnamento universitario nel settembre 2009. «Eravamo sicuri che se la
Fed avesse iniettato abbastanza liquidità nel sistema finanziario, avremmo
potuto evitare la deflazione. Eravamo sicuri che se il governo avesse
accumulato un deficit sostanzioso, avremmo messo fine alla recessione. Ma ci
eravamo sbagliati. E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!». Alla
radice del problema restava la bolla immobiliare
americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso dell'anno. Molti avevano
immaginato che entro la fine del 2008 il peggio sarebbe passato. Ma non è stato
così. L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert
Shiller nel 2006 sfiorava quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena
sei anni prima. Per tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare, l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno
della metà verso la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case
hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono
ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore
della proprietà. Un aumento dei pignoramenti, d'altro canto, si è tradotto
in perdite più consistenti per i titoli garantiti da prestiti ipotecari e i
bilanci delle banche sono finiti sempre più spesso in rosso. Con un debito
complessivo superiore al 350% del Pil americano, è stato arduo depurare gli
eccessi dell'era della leva finanziaria. Le famiglie hanno stretto la cinghia e
ridotto i consumi. Le banche hanno tentato di mettere un freno ai nuovi
prestiti. La recessione ha fatto la sua comparsa. La disoccupazione è salita al
10%, poi oltre. La spirale economica negativa sembrava inarrestabile. Per
quanto risparmiassero, gli americani erano ormai incapaci di stabilizzare il
rapporto tra debiti e reddito disponibile. Paradossalmente, un incremento nei
risparmi ha portato alla caduta dei consumi, che a sua volta ha innescato l'aggravarsi
della disoccupazione, il calo dei redditi e via di seguito, in un vortice
discendente. «La necessità saprà stimolare l'inventiva», dichiarava Obama nel
discorso inaugurale il 20 gennaio. «Se sapremo investire nell'innovazione,
ritroveremo la fiducia nella creatività americana. Occorre costruire nuove
scuole, non nuovi centri commerciali, e produrre energia pulita, non derivati
tossici». Gli analisti concordavano che il discorso richiamava alla memoria le
parole di Franklin Roosevelt, pronunciate al suo insediamento alla Casa Bianca
nel 1933. Ma Roosevelt parlava quando il peggio della Depressione era passato,
mentre Obama si dibatteva nel cuore della tempesta. Se la retorica spiegava le
ali, i mercati sprofondavano sempre di più. Il contagio si era esteso
inesorabilmente dai subprime ai mutui non a rischio, fino al settore immobiliare commerciale e alle obbligazioni delle società
private, per tornare poi al settore finanziario. Entro la fine di giugno,
l'indice Standard & Poor's 500 era sceso a 624, il livello mensile più
basso dal gennaio del 1996, e di circa il 60% inferiore al massimo toccato
nell'ottobre 2007. Il nocciolo del problema era la fondamentale insolvenza
delle banche principali, un'altra realtà che il mondo politico aveva tentato di
ignorare. Nel 2008 la Banca d'Inghilterra aveva stimato a 2.800 miliardi di
dollari le perdite complessive su attivi tossici, ma le perdite bancarie totali
entro la fine del 2008 erano poco più di 583 miliardi di dollari, mentre il
capitale rastrellato contava 435 miliardi di dollari. Le perdite, in altre
parole, venivano o massicciamente sottovalutate, oppure erano state accumulate
al di fuori del sistema bancario. Ad ogni modo, il sistema della creazione del
credito era ormai fuori uso. Le banche non potevano ricorrere alla contrazione
del bilancio, per via di un'infinità di linee di credito predisposte, alle
quali i loro clienti si aggrappavano per disperazione, mentre l'unica fonte di
nuovo capitale era il Tesoro americano, che doveva vedersela con un Congresso
sempre più scettico. Le altre istituzioni del credito — specie i mercati per i
titoli obbligazionari cartolarizzati — erano rimaste quasi per intero
paralizzate. Era scoppiato il finimondo quando Timothy Geithner, segretario al
Tesoro americano, aveva richiesto altri 300 miliardi di dollari per
ricapitalizzare Citigroup, Bank of America e altre sette grandi banche, solo
una settimana dopo aver varato una controversa «megafusione» nell'industria
automobilistica. A Detroit, i tre grandi produttori si erano contratti in
un'unica azienda, la CGF (Chrysler-General Motors-Ford). Le banche, dal canto
loro, reclamavano senza sosta nuovo denaro pubblico. Eppure, per nessuna cifra
al mondo erano disposte a offrire prestiti a tassi di interesse più bassi. Nelle
parole di un politico del Michigan, piuttosto indignato, «nessuno vuole
accettare il fatto che le banche sono fallite. Non solo hanno perso tutto il
loro capitale, ma se dovessimo mettere sul mercato i loro attivi, si verrebbe a
scoprire che l'hanno perso due volte. Le tre grandi industrie automobilistiche
non sono mai state tanto mal gestite come queste banche». Nel primo trimestre,
la Fed ha continuato a fare tutto il possibile per evitare di scivolare nella
deflazione. Il tasso effettivo dei fondi federali aveva già toccato zero per la
fine del 2008. In
pratica, l'allentamento quantitativo era già iniziato nel novembre 2008, con
acquisti massicci del debito e dei titoli garantiti da prestiti ipotecari
presso istituti appoggiati dal governo (i giganti nazionalizzati Fannie Mae e
Freddie Mac) e la promessa di futuri acquisti di titoli di stato. Tuttavia,
l'espansione della base monetaria era stata annullata dalla contrazione di
misure monetarie più ampie, come M2 (la valutazione della moneta e dei suoi «sostituti
più immediati», quali i depositi di risparmio, che rappresenta un indicatore
chiave dell'inflazione). Le banche malconce ingoiavano tutta la liquidità
prodotta dalla Fed, che sempre di più assomigliava a uno hedge fund del
governo, con una leva finanziaria superiore a 75 a 1, e un bilancio ricco di
attivi di cui tutti volevano sbarazzarsi. …. Il governo federale americano non
se la passava molto meglio: entro la fine del 2008, il valore complessivo di
prestiti, investimenti e garanzie offerti dalla Fed e dal Tesoro dall'inizio
della crisi finanziaria aveva già toccato i 7.800 miliardi di dollari. Nei
dodici mesi precedenti il 30 novembre 2008, il debito totale federale era
aumentato di oltre 1.500 miliardi di dollari. Morgan Stanely stimava che il deficit
federale complessivo per l'anno fiscale 2009 poteva raggiungere il 12,5% del
Pil. La cifra sarebbe stata ancora più alta se il presidente Obama non avesse
persuaso il suo principale consigliere economico, Lawrence Summers, a congelare
la prevista riforma della sanità e i fondi aggiuntivi destinati a istruzione,
ricerca e aiuti umanitari. Obama si era impegnato a formare un governo in cui
fossero rappresentati equamente alleati e rivali. Ma i rivali avevano un bel
po' di esperienza in più rispetto agli alleati. Risultato: un governo che
parlava come Barack Obama ma pensava come Bill Clinton. I veterani dell'era
clintoniana, con a capo il segretario di stato Hillary Clinton, ricordavano
ancora la volatilità del mercato obbligazionario che li aveva tormentati nel
1993 (tanto che il manager della campagna elettorale, James Carville, aveva
affermato che se esisteva la reincarnazione avrebbe voluto rinascere come
mercato obbligazionario). Terrorizzati davanti alla mole crescente del deficit,
avevano sollecitato Obama a posticipare qualsiasi spesa che non fosse destinata
specificatamente a contenere la crisi finanziaria. Ma il mondo era cambiato dai
primi anni 1990. Malgrado i timori dell'ex segretario al Tesoro, Robert Rubin,
personalità ancora assai influente, gli investitori in tutto il mondo si
dimostravano più che contenti di acquistare i nuovi titoli del Tesoro
americano, senza badare a spese. Contrariamente alla saggezza popolare, benché
quadruplicato il deficit non aveva provocato il crollo dei prezzi
dei titoli e un rialzo dei rendimenti. Anzi, la corsa alla qualità e le
pressioni deflazionistiche scatenate dalla crisi in tutto il mondo avevano
affossato i rendimenti a lungo termine, che sarebbero restati vicino al 3% per
tutto l'anno. Né si è assistito alla disfatta del dollaro, come \\ A Detroit, i
tre grandi produttori auto si erano contratti in un'unica azienda, la CGF
(Chrysler-General Motors-Ford) \\ Grande Recessione? Grande Depressione? No, il
2009 è stato il punto più basso della Grande Repressione: la maggiore crisi da
70 anni a questa parte ma alla quale nessuno vuole credere Franklin D.
Roosevelt Barack Obama Nicolas Sarkozy Lawrence Summers
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( da "Corriere.it" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
retrospettiva
immaginaria del 2009 Il nuovo mondo al tempo della crisi Cade Ahmadinejad, Al
Qaeda cerca di uccidere Obama mentre in Cina... E' stato l'anno in cui si è
smesso finalmente di far previsioni per l'anno a venire. È stato l'anno in cui
si è dovuto rivedere ogni pronostico per lo più verso il basso come minimo tre
volte. È stato l'anno in cui solo chi teneva gli occhi ben chiusi ha potuto
ignorare il paradosso della globalizzazione. Da un lato, la crescente
integrazione dei mercati delle materie prime, dell'industria, della manodopera
e del capitale ha prodotto notevoli profitti. Come Adam Smith aveva previsto ne
«La ricchezza delle nazioni», la liberalizzazione economica ha consentito di
impostare a livello globale economie di scala e divisione del lavoro. Dagli
anni 1980 fino al 2007, l'economia
mondiale aveva goduto di un'espansione sempre più diffusa e capillare, con una
minore incidenza di crisi, assai passeggere, tanto che il presidente della
Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva festeggiato con un certo compiacimento la
«grande moderazione» del 2004. Dall'altro, quanto più il mondo assomigliava a
una rete complessa e multinodale capace di interagire con la massima efficienza
inventari al minimo e consegne just-in-time tanto più diventava vulnerabile a
un massiccio crac sistemico. LA GRANDE REPRESSIONE - È questo il significato
reale della Grande Repressione, iniziata nell'agosto del 2007, che ha toccato
il punto più basso nel 2009. Chiaramente, non si è trattato di una Grande
Depressione simile per portata a quella degli anni Trenta, quando la produzione
industriale negli Stati Uniti declinò di un terzo e la disoccupazione toccò il 250.
Né semplicemente di una Grande Recessione. Con il declino della produzione
delle nazioni industrializzate per tutto il 2009 nonostante i grandi sforzi
delle banche centrali e dei ministeri delle Finanze è apparsa sempre più
azzeccata l'etichetta di «Grande Repressione»: pur trattandosi della peggior
crisi economica in settant'anni, erano ancora in molti a non volerci credere.
«Noi economisti sapevamo bene come combattere questo tipo di crisi», ha
confessato un consigliere economico del dream team di Barack Obama, subito dopo
il ritorno all'insegnamento universitario nel settembre 2009. «Eravamo sicuri
che se la Fed avesse iniettato abbastanza liquidità nel sistema finanziario,
avremmo potuto evitare la deflazione. Eravamo sicuri che se il governo avesse
accumulato un deficit sostanzioso, avremmo messo fine alla recessione. Ma ci
eravamo sbagliati. E noi che ci eravamo fidati di Keynes e Friedman!». LA BOLLA
IMMOBILIARE - Alla radice del problema restava la bolla
immobiliare americana, che ha continuato a sgonfiarsi nel corso
dell'anno. Molti avevano immaginato che entro la fine del 2008 il peggio
sarebbe passato. Ma non è stato così. L'indice dei prezzi immobiliari dell'economista Robert Shiller nel 2006 sfiorava
quota 206, quasi il doppio del livello toccato appena sei anni prima. Per
tornare a livelli anteriori alla bolla immobiliare,
l'indice sarebbe dovuto scendere del 50%. Ma era calato meno della metà verso
la fine del 2008. Di conseguenza, i prezzi delle case
hanno continuato a scendere negli Stati Uniti e sempre più famiglie si sono
ritrovate ad affrontare posizioni negative, con debiti superiori al valore
della proprietà. Un aumento dei pignoramenti, d'altro canto, si è tradotto in
perdite più consistenti per i titoli garantiti da prestiti ipotecari e i
bilanci delle banche sono finiti sempre più spesso in rosso. Con un debito
complessivo superiore al 350% del Pil americano, è stato arduo depurare gli
eccessi dell'era della leva finanziaria. Le famiglie hanno stretto la cinghia e
ridotto i consumi. Le banche hanno tentato di mettere un freno ai nuovi
prestiti. La recessione ha fatto la sua comparsa. La disoccupazione è salita al
10%, poi oltre. La spirale economica negativa sembrava inarrestabile. Per
quanto risparmiassero, gli americani erano ormai incapaci di stabilizzare il
rapporto tra debiti e reddito disponibile. Paradossalmente, un incremento nei
risparmi ha portato alla caduta dei consumi, che a sua volta ha innescato
l'aggravarsi della disoccupazione, il calo dei redditi e via di seguito, in un
vortice discendente. «INVESTIRE IN INNOVAZIONE» - «La necessità saprà stimolare
l'inventiva», dichiarava Obama nel discorso inaugurale il 20 gennaio. «Se
sapremo investire nell'innovazione, ritroveremo la fiducia nella creatività
americana. Occorre costruire nuove scuole, non nuovi centri commerciali, e
produrre energia pulita, non derivati tossici». Gli analisti concordavano che
il discorso richiamava alla memoria le parole di Franklin Roosevelt,
pronunciate al suo insediamento alla Casa Bianca nel 1933. Ma Roosevelt parlava
quando il peggio della Depressione era passato, mentre Obama si dibatteva nel
cuore della tempesta. Se la retorica spiegava le ali, i mercati sprofondavano
sempre di più. Il contagio si era esteso inesorabilmente dai subprime ai mutui
non a rischio, fino al settore immobiliare commerciale
e alle obbligazioni delle società private, per tornare poi al settore
finanziario. Entro la fine di giugno, l'indice Standard & Poor's 500 era
sceso a 624, il livello mensile più basso dal gennaio del 1996, e di circa il
60% inferiore al massimo toccato nell'ottobre 2007. L'INSOLVENZA DELLE
BANCHE - Il nocciolo del problema era la fondamentale insolvenza delle banche
principali, un'altra realtà che il mondo politico aveva tentato di ignorare.
Nel 2008 la Banca d'Inghilterra aveva stimato a 2.800 miliardi di dollari le
perdite complessive su attivi tossici, ma le perdite bancarie totali entro la
fine del 2008 erano poco più di 583 miliardi di dollari, mentre il capitale
rastrellato contava 435 miliardi di dollari. Le perdite, in altre parole,
venivano o massicciamente sottovalutate, oppure erano state accumulate al di
fuori del sistema bancario. Ad ogni modo, il sistema della creazione del
credito era ormai fuori uso. Le banche non potevano ricorrere alla contrazione
del bilancio, per via di un'infinità di linee di credito predisposte, alle
quali i loro clienti si aggrappavano per disperazione, mentre l'unica fonte di
nuovo capitale era il Tesoro americano, che doveva vedersela con un Congresso
sempre più scettico. Le altre istituzioni del credito specie i mercati per i
titoli obbligazionari cartolarizzati erano rimaste quasi per intero
paralizzate. Era scoppiato il finimondo quando Timothy Geithner, segretario al Tesoro
americano, aveva richiesto altri 300 miliardi di dollari per ricapitalizzare
Citigroup, Bank of America e altre sette grandi banche, solo una settimana dopo
aver varato una controversa «megafusione» nell'industria automobilistica. A
Detroit, i tre grandi produttori si erano contratti in un'unica azienda, la CGF
(Chrysler-General Motors-Ford). Le banche, dal canto loro, reclamavano senza
sosta nuovo denaro pubblico. Eppure, per nessuna cifra al mondo erano disposte
a offrire prestiti a tassi di interesse più bassi. Nelle parole di un politico
del Michigan, piuttosto indignato, «nessuno vuole accettare il fatto che le
banche sono fallite. Non solo hanno perso tutto il loro capitale, ma se
dovessimo mettere sul mercato i loro attivi, si verrebbe a scoprire che l'hanno
perso due volte. Le tre grandi industrie automobilistiche non sono mai state
tanto mal gestite come queste banche». I TASSI A ZERO - Nel primo trimestre, la
Fed ha continuato a fare tutto il possibile per evitare di scivolare nella
deflazione. Il tasso effettivo dei fondi federali aveva già toccato zero per la
fine del 2008. In
pratica, l'allentamento quantitativo era già iniziato nel novembre 2008, con
acquisti massicci del debito e dei titoli garantiti da prestiti ipotecari
presso istituti appoggiati dal governo (i giganti nazionalizzati Fannie Mae e
Freddie Mac) e la promessa di futuri acquisti di titoli di stato. Tuttavia,
l'espansione della base monetaria era stata annullata dalla contrazione di
misure monetarie più ampie, come M2 (la valutazione della moneta e dei suoi
«sostituti più immediati», quali i depositi di risparmio, che rappresenta un
indicatore chiave dell'inflazione). Le banche malconce ingoiavano tutta la
liquidità prodotta dalla Fed, che sempre di più assomigliava a uno hedge fund
del governo, con una leva finanziaria superiore a 75 a 1, e un bilancio ricco di
attivi di cui tutti volevano sbarazzarsi. .. IL DEFICIT FEDERALE - Il governo
federale americano non se la passava molto meglio: entro la fine del 2008, il
valore complessivo di prestiti, investimenti e garanzie offerti dalla Fed e dal
Tesoro dall'inizio della crisi finanziaria aveva già toccato i 7.800 miliardi
di dollari. Nei dodici mesi precedenti il 30 novembre 2008, il debito totale
federale era aumentato di oltre 1.500 miliardi di dollari. Morgan Stanely
stimava che il deficit federale complessivo per l'anno fiscale 2009 poteva
raggiungere il 12,5% del Pil. La cifra sarebbe stata ancora più alta se il
presidente Obama non avesse persuaso il suo principale consigliere economico,
Lawrence Summers, a congelare la prevista riforma della sanità e i fondi
aggiuntivi destinati a istruzione, ricerca e aiuti umanitari. Obama si era
impegnato a formare un governo in cui fossero rappresentati equamente alleati e
rivali. Ma i rivali avevano un bel po' di esperienza in più rispetto agli
alleati. Risultato: un governo che parlava come Barack Obama ma pensava come
Bill Clinton. I veterani dell'era clintoniana, con a capo il segretario di
stato Hillary Clinton, ricordavano ancora la volatilità del mercato
obbligazionario che li aveva tormentati nel 1993 (tanto che il manager della
campagna elettorale, James Carville, aveva affermato che se esisteva la
reincarnazione avrebbe voluto rinascere come mercato obbligazionario).
Terrorizzati davanti alla mole crescente del deficit, avevano sollecitato Obama
a posticipare qualsiasi spesa che non fosse destinata specificatamente a
contenere la crisi finanziaria. IL DOLLARO - Ma il mondo era cambiato dai primi
anni 1990. Malgrado i timori dell'ex segretario al Tesoro, Robert Rubin,
personalità ancora assai influente, gli investitori in tutto il mondo si
dimostravano più che contenti di acquistare i nuovi titoli del Tesoro
americano, senza badare a spese. Contrariamente alla saggezza popolare, benché
quadruplicato il deficit non aveva provocato il crollo dei prezzi
dei titoli e un rialzo dei rendimenti. Anzi, la corsa alla qualità e le
pressioni deflazionistiche scatenate dalla crisi in tutto il mondo avevano
affossato i rendimenti a lungo termine, che sarebbero restati vicino al 3% per
tutto l'anno. Né si è assistito alla disfatta del dollaro, come molti avevano
temuto. L'appetito estero per la moneta americana ha resistito alle bizzarrie
della Fed, nella sua frenesia di stampare denaro, e i tassi di cambio effettivi
si sono addirittura rivalutati nel 2009. Era questa l'ironia nel cuore della
crisi: per moltissimi versi, la Grande Repressione portava l'etichetta «Made in
America», ma le sue conseguenze si sarebbero rivelate più pesanti nel resto del
mondo. Gli Stati Uniti sono così riusciti a salvaguardare la fama di «bene
rifugio» per la loro moneta. Con il peggiorare della crisi in Europa, in
Giappone e nei mercati emergenti, sempre più investitori hanno acquistato
titoli del Tesoro in dollari. GIAPPONE ED EUROPA - Per il resto del mondo, il
2009 si sarebbe rivelato un anno orribile. Il Giappone si è visto ripiombare
nell'incubo deflazionistico degli anni 1990 con la rivalutazione dello yen e il
crollo della fiducia dei consumatori. In Europa, le cose sono andate un tantino
meglio. Nel 2008, i leader europei avevano puntato un dito accusatorio contro
gli americani. Il presidente francese Nicolas Sarkozy era intervenuto al summit
del G20 a Washington come se da solo avesse potuto salvare l'economia mondiale.
Il premier britannico, Gordon Brown, aveva tentato di dare la stessa
impressione, reclamando la paternità della strategia della ricapitalizzazione
bancaria. Il cancelliere tedesco, Angela Merkel, nel frattempo, condannava
senza mezzi termini l'immenso deficit americano. Entro il primo trimestre del
2009, tuttavia, lo stato d'animo in Europa si era fatto più cupo. Era chiaro
che i problemi delle banche europee erano altrettanto seri di quelli che
affliggevano la controparte americana. Anzi, le passività a breve termine delle
banche di Belgio, Svizzera, Gran Bretagna e Italia erano ben maggiori, in
rapporto alle economie di quei Paesi, mentre le banche di Germania, Francia e
Danimarca si erano rivelate più esposte alla leva finanziaria. Per di più, in assenza
di un ministero delle Finanze dell'Unione Europea, tutti i bei propositi
riguardo un pacchetto europeo di stimolo all'economia sono rimasti quello che
erano, cioè parole vuote. In pratica, la politica fiscale è diventata una
questione di «si salvi chi può», e ogni Paese europeo ha improvvisato di
propria iniziativa salvataggi e incentivi all'economia. Il risultato è stato
caotico. Le valute esterne all'eurozona sono state colpite da grave volatilità.
All'interno dell'eurozona, la volatilità è rimasta confinata al mercato
obbligazionario, con i differenziali degli interessi sui titoli greci e
italiani incapaci di tenere il passo con quelli tedeschi. Il quadro si è fatto
ancor più preoccupante nella maggior parte dei mercati emergenti. In Europa
orientale, i paesi più colpiti sono stati Bulgaria, Romania, Ucraina e
Ungheria. Dei cosiddetti Bric (Brasile, Russia, India e Cina), il Brasile ha
avuto l'anno migliore, la Russia il peggiore. CINE E INDIA - È stato un anno
pessimo per i paesi esportatori di gas e petrolio, dove il crollo dei prezzi che ha trascinato con sé anche valute come il rublo.
Il mercato azionario indiano, nel frattempo, è stato scosso dalle crescenti
tensioni tra New Delhi e Islamabad in seguito agli attacchi terroristici di
Mumbai. L'instabilità politica ha colpito anche la Cina, dove disordini
innescati dai licenziamenti a Shenzhen e altri centri di esportazione hanno
provocato la pesante repressione del governo, ma anche il rinnovato sforzo da
parte della Banca popolare della Cina di impedire la rivalutazione dello yuan,
acquistando altre centinaia di miliardi di dollari del Tesoro americano. La
«Chimerica» il rapporto simbiotico tra Cina e America - non solo è
sopravvissuta alla crisi, ma ne ha tratto beneficio. Anche se la decisione di Obama
di partecipare al primo vertice G2 a Pechino in aprile ha sconcertato alcuni
liberali, gran parte degli osservatori ha riconosciuto che il commercio ha
fatto passare in secondo piano la questione del Tibet, in un momento di grave
crisi economica. LA CREDIBILITÀ AMERICANA - Il carattere asimmetrico della
crisi globale il fatto che gli scossoni si sono rivelati più distruttivi in
aree periferiche piuttosto che all'epicentro - ha inflitto notevoli svantaggi
agli Stati Uniti. Le speranze che l'America potesse sottrarsi, grazie alla
svalutazione, al fardello del debito estero sono svanite quando sia il dollaro
che i rendimenti a dieci anni hanno resistito al colpo. Ma i produttori
americani non hanno ricevuto una boccata d'ossigeno dalla ripresa delle esportazioni,
come sarebbe accaduto con la svalutazione. La Fed è riuscita, a malapena, a
mantenere l'inflazione in territorio positivo. Coloro che temevano
un'inflazione galoppante e la fine del dollaro come valuta di riserva sono
rimasti a bocca aperta. I problemi del resto del mondo, tuttavia, indicavano
che in termini relativi gli Stati Uniti si sono avvantaggiati politicamente ed
economicamente. Molti analisti avevano avvertito nel 2008 che la crisi
finanziaria avrebbe conficcato l'ultimo chiodo nella bara della credibilità
americana in tutto il mondo. I neoconservatori erano già stati screditati in
Iraq, e ora veniva affossata la politica di Washington del libero mercato. LA
CADUTA DI AHMADINEJAD - Ma non erano stati presi in considerazione due fattori:
il primo, che quasi tutti gli altri sistemi economici avrebbero superato la
crisi assai più malconci degli Stati Uniti. I Paesi che più vigorosamente
avevano criticato l'America - Russia e Venezuela - ne erano usciti con le ossa
rotte. Il secondo, che la presidenza di Barack Obama avrebbe risollevato
enormemente la reputazione internazionale americana. ... Se occorrevano prove
per dimostrare che la costituzione americana era più che mai attuale, che
l'America aveva scontato il suo peccato originale della discriminazione
razziale, che gli americani erano pragmatici, non seguaci di ideologie, la
dimostrazione era sotto gli occhi di tutti. Non tanto che il nuovo «New Deal»
di Obama - annunciato dopo l'allontanamento dei clintoniani a inizio settembre
- avesse prodotto un miracolo economico (nessuno se lo aspettava), quanto
piuttosto che l'acquisizione federale delle grandi banche e la conversione di
tutti i debiti ipotecari delle famiglie in nuovi titoli «Obama » a
cinquant'anni segnalavano una stupefacente audacia da parte del nuovo
presidente. Lo stesso poteva dirsi della decisione di Obama di volare a Teheran
a giugno, una decisione che ha guastato i rapporti con Hillary Clinton, i cui
sostenitori non si sono mai ripresi dalla vista dell'ex candidata presidenziale
avvolta nel velo islamico. Non che la cosiddetta «apertura all'Iran» abbia
prodotto grandi miglioramenti in Medio Oriente (nessuno se lo aspettava). Ma il
solo gesto, come la visita di Richard Nixon in Cina nel 1972, simboleggiava la
volontà di Obama di riconsiderare le basi stesse della strategia globale
americana. E la caduta del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad - seguita
subito dopo dalla rinuncia al programma di armamenti nucleari - è stata una
ricompensa meritata. Con l'economia a pezzi, i pragmatici di Teheran si sono
dichiarati pronti a fare la pace con il «Grande Satana», in cambio di
investimenti indispensabili alla ripresa del paese. AL QAEDA E OBAMA - Nel
frattempo, il tentativo fallito di Al Qaeda di assassinare Obama - alla vigilia
della Festa del Ringraziamento - è servito a screditare l'estremismo islamico e
a rafforzare l'immagine pubblica del presidente statunitense. Tra le tante
ironie del 2009, il risveglio religioso sollecitato dalla crisi economica è
andato a tutto vantaggio dei democratici, anziché dei repubblicani, segnati da
profonde divisioni. Entro la fine dell'anno, per la prima volta si è avuta la
sensazione - e non solo la speranza che la fine della Grande Repressione fosse
imminente. La spirale discendente del mercato immobiliare
e del sistema bancario in America era stata finalmente interrotta dalle
drastiche misure che il governo inizialmente aveva esitato a varare. Allo
stesso tempo, i ben più gravi problemi economici del resto del mondo hanno dato
a Obama l'occasione unica di riaffermare la leadership americana, specie in
Asia e in Medio Oriente. Quel «momento unipolare» è finito, indubbiamente. Ma
il potere è un concetto relativo, come il presidente ha fatto notare
nell'ultima conferenza stampa dell'anno: «Avevano detto che l'America era
destinata al declino, e certamente quest'anno ci siamo ritrovati tutti più
poveri. Ma gli altri sono scesi ancora più in basso, e l'America ha conservato
il primo posto. Nel paese dei ciechi, dopo tutto, chi ha un occhio solo è re».
E con un sorrisetto ammiccante, il presidente Barack Obama ha augurato al mondo
intero un felice anno nuovo. Niall Ferguson © The Financial Times Limited 2008
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( da "KataWebFinanza" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
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[14.22.30] 02/01/2009 ore 14.22 PUBBLICITA' Cerca NOVITà: Le quotazioni del
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Obbligazioni Valute Petrolio Tutte | Repubblica.it | Agi | Teleborsa | Kataweb
| Altre testate UK: calano prezzi case a dicembre (Teleborsa) - Roma, 2 gen - La Halifax House Price
Index, ha reso noto che i prezzi degli immobili nel Regno
Unito hanno proseguito la loro spirale verso il basso nel mese di dicembre (-
2,2% ). I prezzi
delle case nel mese di dicembre erano
inferiori del 16,2% su base annua, nonostante il mercato immobiliare inglese abbia mostrato alcuni segni di stabilit
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( da "Wall Street Italia" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Gran Bretagna,
caduta libera per prezzi delle case (-16%) -->Il
dato, che si riferisce a dicembre, è il peggiore dal 1983. In frenata anche le
concessioni di ipoteche per l'acquisto di immobili...
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( da "Borsa(La Repubblica.it)" del 02-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Il ritorno di fiamma
dei titoli immobiliari MILANO - Dopo aver vinto la maglia nera nel 2008, il settore immobiliare comincia il nuovo anno all'insegna del rimbalzo. Nonostante la
notizia che in Gran Bretagna i prezzi delle case sono scesi in
media del 16,2% nel 2008. Va detto che se da una parte i prezzi delle case potrebbero calare, dall'altra il crollo dei tassi d'interesse
(con l'Euribor tornato ai minimi del 2006), favorisce comunque l'intero
comparto che in Borsa tratta a prezzi da saldo. E così
oggi alcuni titoli italiani hanno registrato addirittura rialzi a due cifre.
Tra questi c'è Bastogi (più 27,8% a 1,89 euro) che dopo il riassetto della
filiera societaria adesso si prepara a sfruttare le aree vicine a dove sorgerà
l'Expo di Milano, piuttosto che Pirelli Re (più 16,6% a 4,73 euro) che il prossimo
11 febbraio annuncerà il nuovo piano industriale. Inoltre nonostante la crisi e
dopo mesi di fiacca, a cavallo del periodo festivo alcune società del settore
hanno annunciato nuove e importanti operazioni straordinarie. Nel corso delle
vacanze natalizie, Risanamento (più 2,8% a 0,44 euo) ha infatti ceduto al fondo
Limitless del Dubai l'ex area Falck a Sesto San Giovanni incassando 475 milioni
con cui la società potrà ripianare parte dei suoi debiti. Igd (più 8,1 a 1,13 euro) il 30
dicembre ha comprato un centro commerciale a Crema per 52,3 milioni: si tratta
di uffici e negozi già interamente affittati, che frutteranno al gruppo che fa
capo alle Coop un rendimento implicito del 6,55%. Ma anche Beni Stabili (più
4,4% a 0,517 euro) poco prima della fine del 2008 ha annunciato alcune
dismissioni, tra cui quella di un immobile a Roma da 11,5 milioni (a un prezzo
in linea con il valore di bilancio di 11,4 milioni), quello dell'immobile di
corso di Porta Nuova a Milano per 73,5 milioni (di cui 2,5 di plusvalenza),
rimandando però la vendita di un palazzo a Milano in Corso Matteotti valutato
120 milioni (di cui 21 di plusvalenza) su cui è già stata versata una caparra
di 20 milioni. Infine oggi anche le azioni di Uniland (più 18% a 0,75 euro)
hanno preso il volo, dopo che la società ha venduto un immobile in provincia di
Ferrara da 8 milioni, con cui ripianerà 3,7 milioni di debiti. La chiusura,
invece, dell'annoso contratto per rilevare gli immobili e i terreni dell'ex
eredità Borghese - un accordo annunciato lo scorso anno e mai definito per una
serie di complicazioni - dovrebbe essere perfezionata il prossimo 20 febbraio.
02/01/2009 - 19:15
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( da "Milano Finanza" del 03-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Milano Finanza
Numero 002 pag. 40 del 3/1/2009 | Indietro Ma l'Italia è
pronta a ripartire I VOSTRI SOLDI NEL MATTONE Negli ultimi quarant'anni il
mercato immobiliare italiano ha registrato almeno tre
grandi cicli che si sono tradotti in variazioni considerevoli dei prezzi. I primi due sono durati otto anni circa, mentre
l'ultimo ha avuto un'ampiezza maggiore estendendosi dal 1998 fino al 2008. Se è
vero che per prevedere il futuro è utile l'analisi del passato, è importante
capire quali sono state le determinanti dei cicli pregressi e cosa ha influito
sulla loro durata. Milano Finanza lo ha chiesto a Mario Breglia, presidente di
Scenari Immobiliari ed esperto di lungo corso del real estate italiano.
Domanda. Dal dopoguerra a oggi, il mercato immobiliare
italiano ha registrato un'alternanza di fasi positive e negative. Cosa
determina la durata di un ciclo immobiliare ed è
possibile stabilirla con un certo rigore scientifico? Risposta. La vera
anomalia del mercato immobiliare non è la durata di un
trend, ma la sua stessa esistenza. In un'economia sana, le variazioni dei prezzi delle case dovrebbero registrare scostamenti di poco
conto come in effetti è stato nell'Italia degli ani Sessanta o nell'America del
periodo 1940-2000. I saliscendi sono un'anomalia determinata fondamentalmente
da fattori distorsivi del mercato. D. Quali sono, allora, gli elementi che
hanno determinato una fluttuazione tanto marcata nei prezzi delle
case e nel numero di compravendite in Italia dagli anni '70 a oggi? R. Il primo ciclo,
quello del 78-83, è scaturito dal balzo in avanti dei prezzi,
con punte del +20-25% all'anno, e che si è tradotto in una voglia di
patrimonializzare i risparmi da parte delle famiglie. A questo si deve
aggiungere l'effetto equo canone: chi possedeva una casa ha preferito
disfarsene, a volte sotto costo, aprendo le porte all'acquisto da parte degli
inquilini. Tutto questo senza alcuna ragione di tipo finanziario visto che i
tassi sui mutui erano arrivati al 30%. D. L'inflazione è stata alla base anche
del secondo grande ciclo immobiliare, quello da inizio
'88 al dicembre 1992_ R. La pressione sui prezzi ha di
certo contribuito ad aumentare la voglia di casa da parte degli italiani per
mettere al sicuro i propri soldi. Ma ci sono stati anche altri fattori. In
quegli anni, per esempio, si è assistito a un forte incremento della domanda di
abitazioni a cui non ha fatto seguito un'offerta di nuove costruzioni
commisurata alle necessità del paese. Dal gennaio 1993 il mercato è entrato,
invece, in una fase di stasi per tre lunghi anni. I prezzi
erano saliti molto, l'inflazione si manteneva alta, attorno al 20%, i mutui
costavano in media il 25% e i titoli di Stato rendevano il 22%. Non c'era
ragione per acquistare un immobile, meglio comprare Bot e Cct. Solo i forzati
all'acquisto come gli sposini compravano casa. Ed è per questo che il mercato,
in quel periodo, ha toccato un minimo è il numero di compravendite è sceso a
380-400 mila all'anno. D. Che cosa ha interrotto la fase di stasi ridando
benzina alla locomotiva delle compravendite immobiliari? R. Dall'inizio del
'98, il crollo dell'inflazione accompagnato alla riduzione del costo del denaro
ha arrestato il favore degli italiani per gli investimenti in titoli di Stato.
A questo si devono aggiungere il boom della migrazione verso i grandi centri
urbani, il ciclo economico positivo e l'aumento dell'occupazione. Tutti fattori
che hanno spinto le persone a comprare casa. Non si tratta, però, di un
fenomeno solo italiano: lo stesso è accaduto in Francia, Gran Bretagna, Spagna,
Usa. Meno in Germania dove il mercato continua a essere dominato da affitti
particolarmente bassi che si traducono in una scarsa propensione dei tedeschi all'acquisto
di immobili. D. è qui che nasce la fame di mutui che ha caratterizzato i
mercati di tutto il mondo nell'ultimo decennio e che alla fine si è risolto
nella crisi dei subprime_ R. Negli anni '90 in Italia il mutuo copriva appena il 15% del valore dell'immobile. Questo vuol dire che poteva comprare
solo chi disponeva di molto denaro o di immobili da vendere. Oggi, il 45% degli
acquisiti di case è fatto ricorrendo al mutuo. In ogni caso tutti i fattori
positivi che hanno indotto la crescita del mercato immobiliare negli
anni passati sono ancora presenti in Italia. Per questo, stavolta, il
ciclo negativo dovrebbe avere durata molto breve: la ripresa del mercato
potrebbe arrivare già a partire dalla seconda metà del 2009. prezzi
immobiliare Mario Breglia ciclo
mercato Italia Alias Prima di lasciare un commento e'
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( da "Sole 24 Ore, Il" del 05-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Il Sole-24 Ore
sezione: COMMENTI E INCHIESTE data: 2009-01-04 - pag: 9 autore: Alle origini
della crisi americana Le case e l'illusione di
diventare ricchi di Robert J. Shiller C he cosa c'è dietro al crollo dei prezzi delle case che ha scatenato, nel 2008, la crisi
finanziaria in cui buona parte del mondo si trova invischiata allo stato
attuale? I prezzi delle case negli Stati Uniti,
calcolati secondo l'Indice dei prezzi degli immobili
Standard & Poor's/Case-Shiller,in alcune importanti città è precipitato -
tenuto conto dell'inflazione- di oltre il 40% rispetto al picco raggiunto
all'inizio del 2006. A
livello nazionale, prendendo in considerazione tutte le città, il calo supera
il 25 per cento. Il mercato dei futures alla Borsa di Chicago al momento
prevede ulteriori cali del 15% prima di toccare il fondo, nel 2010. Queste sono
le previsioni del mercato (e non è un mercato con grande liquidità), ma chi fa
queste previsioni sottintende diminuzioni reali, dalle stelle alle stalle, in
certe città di oltre il 50 per cento. Perché stiamo assistendo a tracolli tanto
accentuati dei prezzi? E perché il mercato immobiliare in tantissimi altri Paesi ora manifesta
condizioni analoghe? Vi sono sia cause contingenti che cause di fondo. La causa
contingente per gli Stati Uniti è l'allentamento dei parametri del credito che
ha consentito alla gente, fino al 2006, di comprare case
a prezzi sempre più alti. Mutui più facili hanno
permesso ai prezzi delle case di salire fino a livelli
grotteschi. Si vendevano catapecchie per un milione di dollari. Dopo il picco,
i prestatori hanno adottato parametri più rigorosi.Quando l'acquirente non
riesce a trovare i soldi per comprare la casa, il venditore deve abbassare il
prezzo. Gli alti e bassi dei prestiti rappresentano un ciclo del credito, e i
cicli del credito giocano da secoli un ruolo preponderante nelle fluttuazioni
dell'economia. Nel suo libro del 1873, Lombard Street, Walter Bagehot, l'uomo
d'affari britannico che fu anche direttore dell'Economist, descriveva questi
cicli alla perfezione. Il boom che precedette la depressione degli anni 70
dell'Ottocento, secondo la descrizione che ce ne fornisce Bagehot, ha
moltissimi punti in comune con quello che è successo prima dell'attuale crisi.
Quando il credito si espande, scriveva Bagehot, «il risultato certo è un
avanzamento della prosperità nazionale: il Paese balza in avanti come per
magia. Ma solo una parte di questa prosperità ha una ragione concreta questa
prosperità è precaria». Ma il ciclo del credito non fu la causa decisiva, né
della depressione degli anni Settanta dell'Ottocento né di quella odierna. La
domanda che in definitiva bisogna porsi è: perché i parametri del credito prima
si allentano e poi si restringono? Il ciclo del credito è un meccanismo
amplificatore. L'instabilità del settore del credito è sempre presente e la
crisi si manifesta soltanto se c'è un fattore scatenante che la innesca.
Inoltre,l'allentamento estremo e poi l'irrigidimento dei parametri del credito
sembra essere un fenomeno limitato agli Stati Uniti, mentre il boom del mercato
immobiliare seguito dal tracollo ha riguardato il
mondo intero. Il fattore scatenante che ha condotto alla situazione attuale ha
a che fare con l'evoluzione della nostra cultura mondiale, diffusa rapidamente
attraverso media (inclusa internet) sempre più presenti, e come questa cultura
percepisce i mercati. Ha a che fare con la profonda ammirazione verso i mercati
che si è sviluppata durante il boom, in linea con la "Teoria del mercato
efficiente" dell'economia finanziaria. è diventata opinione diffusa che i
mercati finanziari, mettendo insieme un numero così elevato di informazioni,
possano rappresentare un giudizio collettivo che trascende quello di qualsiasi
comune mortale. Il bestseller del 2004 di James Surowiecki, dallo stravagante
titolo La saggezza delle folle, portava avanti questa idea nel momento di
massimo fulgore del boom immobiliare. Il boom dei
mercato immobiliare e di quello azionario tra il 2003
e il 2006 è stato provocato da quest'idea errata, e dall'idea che gli
investimenti in case e in azioni siano una via sicura
verso la ricchezza. Era diventato un articolo di fede l'idea che il valore
delle case e delle azioni aumenta inevitabilmente sul
lungo periodo, e che è una follia cercare di regolare il mercato. Si credeva
sinceramente, supportati da un radicato giudizio intuitivo, che eventuali
interruzioni in questa corsa al rialzo potessero essere solo fenomeni limitati
e transitori. La gente sembrava pensare che la rapida rivalutazione di questi
mercati fosse diventata una costante universale, come la velocità della luce.
Non c'è altra spiegazione del fatto che durante il boom, fino al 2006, i
prestatori siano stati tanto disponibili ad allentare i parametri del credito
sui mutui per le abitazioni, che le autorità di regolamentazione siano state
tanto disponibili a lasciarglielo fare, che le agenzie di rating siano state
tanto disponibili a concedere valutazioni positive ai titoli ipotecari
cartolarizzati e che gli investitori siano stati tanto disponibili a bersi
tutto questo. Nessuna teoria economica autorizza a pensare che i prezzi degli asset in questi mercati siano destinati
inevitabilmente a salire. Al contrario, il tasso di incremento che storicamente
caratterizza il mercato azionario è una cosa che lascia interdetti gli
economisti, che infatti lo hanno definito l'equity premium puzzle. Non esiste un nome equivalente per definire il comportamento del
mercato immobiliare, perché storicamente i suoi prezzi (corretti
in base all'inflazione) mediamente salivano poco, fino alla bolla del dopo-2000. Il boom di questi mercati può essere ricondotto
sostanzialmente al diffondersi dell'idea che bisogna sempre detenere il maggior
numero possibile di queste attività, come l'idea che bisogna bere tè
verde o cioccolato fondente ogni giorno per gli antiossidanti. Idee di questo
genere creano una domanda artificiale, ma solo per un breve periodo. Del resto,
nessuno ormai fuma più sigarette per prevenire le infezioni. La gente crede in
molte cose se è convinta che ci credano anche i ricchi e i famosi. Ma queste
convinzioni possono venir scosse alle radici se intervengono a contraddirle
eventi chiaramente visibili. è quello che sta succedendo ora e il 2009 vedrà il
disincanto dilagare ancora di più. Copyright: Project Syndicate (Traduzione di
Fabio Galimberti) LA TEORIA DELL'EFFICIENZA Dopo il 2000 è cresciuta la
convinzione che i mercati finanziari con le informazioni a disposizione
potessero soltanto distribuire profitti
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( da "Repubblica, La" del 06-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Pagina 18 - Economia
Berlino però resta concentrata sull´inflazione e la mancanza di competitività
frena gli effetti sul sistema Italia Lo spettro del mondo è la deflazione E gli
Usa già temono il passo successivo: la Grande Depressione Incertezza per i
capovolgimenti registrati da materie prime e paesi emergenti FEDERICO RAMPINI
Il petrolio ha chiuso il 2008
in calo del 54%. L´inflazione italiana nello stesso anno
ha segnato il massimo dal 1996. Dov´è l´errore? Ambedue i dati sono esatti.
Allora è la deflazione o l´inflazione il vero pericolo da combattere nel 2009?
Con un rincaro dei prezzi al consumo del 3,3% nel 2008
il costo della vita nel nostro paese ha avuto il suo aumento più forte degli
ultimi dodici anni. L´inflazione per i consumatori italiani è stata perfino più
alta se misurata con l´indice armonizzato europeo: +3,5%. Il 2008 però si è
chiuso con un andamento dei prezzi italiani a dicembre
� mese su mese � in regresso dello 0,1%. Certo siamo ancora lontani dalle
discese dei prezzi registrate negli Stati Uniti: meno
un per cento nel solo mese di ottobre, seguito da un pesante meno 1,7% a
novembre. Per la mancanza di competitività che affligge diversi settori
dell´economia italiana � dalla distribuzione dei carburanti alle parcelle
delle libere professioni, dalle banche ai servizi municipali � la riduzione
dei costi a monte non si trasmette rapidamente sull´utente finale. Il lato
buono della deflazione � la riduzione del costo della vita che aumenta il
potere d´acquisto degli occupati � è più lento a manifestarsi in Italia
rispetto ad altri paesi sviluppati. Anche l´aspetto più distruttivo della
deflazione � la svalutazione massiccia di tutti gli attivi patrimoniali e il
parallelo peggioramento dei debiti � è meno veloce in
Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare
fu più gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora all´ordine del giorno da noi. Il dato medio annuo
dell´inflazione italiana nel 2008 è comunque un indicatore imperfetto. E´
sempre stato uno specchietto retrovisore che registra un andamento già passato.
Nel caso dell´anno appena concluso quel dato è la sintesi impossibile fra due
tendenze diametralmente opposte. Il 2008 ha concentrato nell´arco di due semestri
capovolgimenti così brutali che un tempo venivano "spalmati" su molti
anni, o addirittura decenni. E´ lo stesso anno che nel primo semestre ha visto
impazzire i mercati delle materie prime, con un´iperinflazione che ha portato
il barile di petrolio al suo record storico di 147 dollari (luglio); si è
concluso con il calo del 54% dello stesso greggio, non rispetto a luglio ma nei
confronti del dato di gennaio! E il petrolio è in buona compagnia. Per tutte le
materie prime (con due eccezioni non collegate fra loro: oro e cacao) è stato
l´anno più disastroso dei tempi moderni. L´indice sintetico dei prezzi delle materie prime S&P Gsci rileva una caduta
del 46,5%, peggio di quanto hanno fatto le Borse mondiali che in media hanno
perso il 42% dall´inizio di gennaio a fine dicembre. Nel caso delle materie
prime il dato annuo finale è ancora più clamoroso perché il primo semestre era
stato una forsennata galoppata al rialzo: a metà 2008 segnavano massimi storici
non solo il petrolio ma anche il platino, il rame, l´alluminio, molte derrate
agroalimentari di prima necessità. E´ dopo la prima metà dell´anno che sono
improvvisamente tramontati due miti affini: da un lato l´idea che le materie
prime fossero in mezzo a un "superciclo secolare" di rialzo dovuto
all´aumento inesorabile dei consumi nei paesi emergenti; dall´altro il mito del
"decoupling" e cioè l´idea che Cina, India, Brasile, Russia potessero
sganciarsi dall´influenza economica dell´Occidente e continuare a crescere per
conto loro o addirittura trainare il resto del mondo. La fine di quei miti
porta con sé anche alcune conseguenze geopolitiche tutt´altro che sgradite. Il
potere oligopolistico dei fornitori di risorse naturali fa meno paura. A fine
dicembre l´annuncio da Mosca della creazione di un cartello del gas ha lasciato
indifferenti i mercati. Il braccio di ferro tra Gazprom e l´Ucraina fa meno
paura all´Europa occidentale di quello che avvenne due anni fa. I regimi
autoritari o gli Stati-canaglia che prosperavano grazie alla bolla
delle materie prime � da Chavez all´Iran � rischiano di apparire come delle
tigri di carta. Il verdetto sul 2009 però non è ancora unanime. A Washington il
consenso della classe dirigente è schiacciante: siamo già in piena deflazione,
il prossimo rischio è scivolare in una Grande Depressione, per evitarlo non
bisogna badare a spese. Il dato sulla disoccupazione americana atteso venerdì
potrebbe confermare questo pessimismo. Nonostante che il Tesoro Usa abbia già
in circolazione il volume record di 10.600 miliardi di dollari di
Treasury-Bonds, il debito è destinato ad aumentare a vista d´occhio con il
piano Obama di sgravi fiscali e nuove spese pubbliche. La realtà sembra diversa
vista da Berlino, dove il governo tedesco continua a temere che l´inondazione
di liquidità da parte delle banche centrali sta seminando i germi di una futura
inflazione. Giovedì la Bank of England potrebbe seguire l´esempio dei tassi
zero americani. Mentre la Bce, che all´Eurozona impone uno scarto di 250 punti
base rispetto ai tassi direttivi della Fed, aspetterà a riunirsi fino al 15
gennaio. Il 2009 dirà chi aveva visto giusto.
Torna all'inizio
( da "KataWeb News" del 06-01-2009)
Argomenti: Mercato immobiliare
Deflazione globale,
inflazione italiana 6 gennaio 2009 alle 11:39 — Fonte:
rampini.blogautore.repubblica.it — 0 commenti Il petrolio ha chiuso il 2008 in calo del 54%.
L'inflazione italiana nello stesso anno ha segnato il massimo dal 1996. Dov'è
l'errore? Ambedue i dati sono esatti. Allora è la deflazione o l'inflazione il
vero pericolo da combattere nel 2009? Con un rincaro dei prezzi
al consumo del 3,3% nel 2008 il costo della vita nel nostro paese ha avuto il
suo aumento più forte degli ultimi dodici anni. L'inflazione per i consumatori
italiani è stata perfino più alta se misurata con l'indice armonizzato europeo:
+3,5%. Il 2008 però si è chiuso con un andamento dei prezzi
italiani a dicembre - mese su mese - in regresso dello 0,1%. Certo siamo ancora
lontani dalle discese dei prezzi registrate negli
Stati Uniti: meno un per cento nel solo mese di ottobre, seguito da un pesante
meno 1,7% a novembre. Per la mancanza di competitività che affligge diversi
settori dell'economia italiana - dalla distribuzione dei carburanti alle
parcelle delle libere professioni, dalle banche ai servizi municipali - la
riduzione dei costi a monte non si trasmette rapidamente sull'utente finale. Il
lato buono della deflazione - la riduzione del costo della vita che aumenta il
potere d'acquisto degli occupati - è più lento a manifestarsi in Italia
rispetto ad altri paesi sviluppati. Anche l'aspetto più distruttivo della
deflazione - la svalutazione massiccia di tutti gli attivi patrimoniali e il
parallelo peggioramento dei debiti - è meno veloce in
Italia rispetto agli Stati Uniti dove la bolla immobiliare
fu più gigantesca: cadute del 20% o del 30% dei valori delle case non sono ancora all'ordine del giorno da noi. Il dato medio
annuo dell'inflazione italiana nel 2008 è comunque un indicatore imperfetto. E'
sempre stato uno specchietto retrovisore che registra un andamento già passato.
Nel caso dell'anno appena concluso quel dato è la sintesi impossibile fra due
tendenze diametralmente opposte. Il 2008 ha concentrato nell'arco di due semestri
capovolgimenti così brutali che un tempo venivano "spalmati" su molti
anni, o addirittura decenni. E' lo stesso anno che nel primo semestre ha visto
impazzire i mercati delle materie prime, con un'iperinflazione che ha portato
il barile di petrolio al suo record storico di 147 dollari (luglio); si è
concluso con il calo del 54% dello stesso greggio, non rispetto a luglio ma nei
confronti del dato di gennaio! E il petrolio è in buona compagnia. Per tutte le
materie prime (con due eccezioni non collegate fra loro: oro e cacao) è stato
l'anno più disastroso dei tempi moderni. L'indice sintetico dei prezzi delle materie prime S&P Gsci rileva una caduta
del 46,5%, peggio di quanto hanno fatto le Borse mondiali che in media hanno
perso il 42% dall'inizio di gennaio a fine dicembre. Nel caso delle materie
prime il dato annuo finale è ancora più clamoroso perché il primo semestre era stato
una forsennata galoppata al rialzo: a metà 2008 segnavano massimi storici non
solo il petrolio ma anche il platino, il rame, l'alluminio, molte derrate
agroalimentari di prima necessità. E' dopo la prima metà dell'anno che sono
improvvisamente tramontati due miti affini: da un lato l'idea che le materie
prime fossero in mezzo a un "superciclo secolare" di rialzo dovuto
all'aumento inesorabile dei consumi nei paesi emergenti; dall'altro il mito del
"decoupling" e cioè l'idea che Cina India Brasile Russia potessero
sganciarsi dall'influenza economica dell'Occidente e continuare a crescere per
conto loro o addirittura trainare il resto del mondo. La fine di quei miti
porta con sé anche alcune conseguenze geopolitiche tutt'altro che sgradite. Il
potere oligopolistico dei fornitori di risorse naturali fa meno paura. A fine
dicembre l'annuncio da Mosca della creazione di un cartello del gas ha lasciato
indifferenti i mercati. Il braccio di ferro tra Gazprom e l'Ucraina fa meno
paura all'Europa occidentale di quello che avvenne due anni fa. I regimi
autoritari o gli Stati-canaglia che prosperavano grazie alla bolla
delle materie prime - da Chavez all'Iran - rischiano di apparire come delle
tigri di carta. Il verdetto sul 2009 però non è ancora unanime. A Washington il
consenso della classe dirigente è schiacciante: siamo già in piena deflazione,
il prossimo rischio è scivolare in una Grande Depressione, per evitarlo non
bisogna badare a spese. Il dato sulla disoccupazione americana atteso venerdì
potrebbe confermare questo pessimismo. Nonostante che il Tesoro Usa abbia già
in circolazione il volume record di 10.600 miliardi di dollari di
Treasury-Bonds, il debito è destinato ad aumentare a vista d'occhio con il
piano Obama di sgravi fiscali e nuove spese pubbliche. La realtà sembra diversa
vista da Berlino, dove il governo tedesco continua a temere che l'inondazione
di liquidità da parte delle banche centrali sta seminando i germi di una futura
inflazione. Giovedì la Bank of England potrebbe seguire l'esempio dei tassi
zero americani. Mentre la Bce, che all'Eurozona impone uno scarto di 250 punti
base rispetto ai tassi direttivi della Fed, aspetterà a riunirsi fino al 15
gennaio. Il 2009 dirà chi aveva visto giusto. rampini
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