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ARCHIVIO GENERALE DEL DOSSIER “LA RIFORMA ELETTORALE”

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ARTICOLI DAL 19 AL 26 NOVEMBRE 2007

 

Aosta, il referendum fa flop ( da "Stampa, La" del 19-11-2007)

I "piccoli" del centrosinistra impegnati a evitare il referendum ( da "Gazzetta del Sud" del 19-11-2007)

Il rischio delle mani libere ( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-11-2007)

ROMA Ora che anche Bossi ha riconosciuto l'errore di Berlusconi , il plenipo ( da "Messaggero, Il (Abruzzo)" del 19-11-2007) + 1 altra fonte

L'Unione è già finita, il Prof quasi ( da "Panorama" del 19-11-2007)

Legge elettorale caos totale ( da "Opinione, L'" del 19-11-2007)

(continua dalla prima pagina) Roberto ( da "Gazzettino, Il" del 19-11-2007)

"RAI..fondazione" o "Ri..affondazione"? ( da "AprileOnline.info" del 19-11-2007)

Berlusconi pronto a incontrare Veltroni: <Riforma elettorale e poi il voto> ( da "Sole 24 Ore Online, Il" del 19-11-2007)

Berlusconi: Prodi faccia proporzionale, poi si voti ( da "Reuters Italia" del 19-11-2007)

BERLUSCONI: DIALOGO, SOLO RIFORMA ELETTORALE E POI VOTO ( da "Wall Street Italia" del 19-11-2007)

Riforme/ Palazzo Chigi: positive le disponibilità al dialogo ( da "Affari Italiani (Online)" del 19-11-2007)
Argomenti: Esempi esteri

Nel 2008 si rinnova il Consiglio con la riforma varata ad agosto ( da "Stampa, La" del 20-11-2007)

Politici ancora in trincea Caveri: "Esco rafforzato" ( da "Stampa, La" del 20-11-2007)

L'ultima metamorfosi - (segue dalla prima pagina) ( da "Repubblica, La" del 20-11-2007)

Riforma elettorale, la resa di Berlusconi Alla fine si rassegna al dialogo: Proporzionale puro, ma subito dopo alle urne ( da "Unita, L'" del 20-11-2007)

Sulle riforme ora è possibile il dialogo con tutta la Cdl ( da "Unita, L'" del 20-11-2007)

La retromarcia del Cavaliere ( da "Unita, L'" del 20-11-2007)

Fini va nei guai L'alleato a destra sarà Storace ( da "Giornale.it, Il" del 20-11-2007)

Il pd e lo spettro della bicamerale "non si può far cadere il governo" - goffredo de marchis ( da "Repubblica, La" del 20-11-2007)

E i "piccoli" temono di essere tagliati fuori ( da "Messaggero Veneto, Il" del 20-11-2007)

Veltroni, aperture ma senza condizioni ( da "Piccolo di Trieste, Il" del 20-11-2007)
Argomenti: Esempi esteri

Veltroni: dialogo, ma su tutto ( da "Manifesto, Il" del 20-11-2007)

Grande gelo da An, Udc e Lega ( da "Secolo XIX, Il" del 20-11-2007)

Bossi: serve armistizio tra alleati ( da "Giornale di Brescia" del 20-11-2007)

I commenti ( da "Libertà" del 20-11-2007)

Verso il 'Veltronellum'. Ipotesi fusione di due sistemi elettorali Spagnoli e Tedeschi ( da "Voce d'Italia, La" del 20-11-2007)
Argomenti: Esempi esteri

Udeur-Pdci: no a corsie preferenziali con il Pd ( da "Corriere Adriatico" del 20-11-2007)

MAGGIORITARIO E PROPOSTA VASSALLO A CONFRONTO ( da "Lavoce.info" del 20-11-2007)

L.ELETTORALE: COM. REFERENDUM BOCCIA TEDESCO, 'RITORNO A 1* REPUBBLICA' ( da "Asca" del 20-11-2007)

Veltroni smentisce l'asse con il Cavaliere: discuterò con tutti Il leader ripete che nel 2008 non si voterà, convince Mastella, apre al dialogo con Fini ( da "Unita, L'" del 21-11-2007)

La variabile Dini ( da "Unita, L'" del 21-11-2007)

Il ritorno della Nuova Dc Obiettivo il partito-pivot ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-11-2007)
Argomenti: Esempi esteri

Amato: prima le regole sui fondi ai gruppi ( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-11-2007)

Troppi luoghi comuni sull'attuale legge elettorale ( da "Manifesto, Il" del 21-11-2007)

L'inciucio è roba da pazzi ( da "Manifesto, Il" del 21-11-2007)

Veltroni teme una beffacome fu la bicamerale ( da "Secolo XIX, Il" del 21-11-2007)

L'asse Pd-Pdl piace. Non a Prodi Rifondazione esulta. Intesa Veltroni-Mastella. Il Prof: Si parli con tutti ( da "Nazione, La (Nazionale)" del 21-11-2007) + 2 altre fonti

Legge elettorale, proposte a confronto ( da "Denaro, Il" del 21-11-2007)

Maroni: Lega arbitro del dialogo sulla legge elettorale ( da "Padania, La" del 21-11-2007)

"Sì a riforme, no a grande coalizione" ( da "Stampaweb, La" del 21-11-2007)

Riforma elettorale, Segni 'Un salto indietro di 20 anni' ( da "Voce d'Italia, La" del 21-11-2007)

Berlusconi, diktat a Veltroni: "Legge elettorale, poi il voto" ( da "Giornale.it, Il" del 21-11-2007)

Riforme: Veltroni incontra Fini e Berlusconi. Prodi: non servono grandi coalizioni ( da "Sole 24 Ore Online, Il" del 21-11-2007)

Il Cavaliere: ''Il Parlamento sfiduciato non può fare le riforme" ( da "ADN Kronos" del 21-11-2007)

Per il Colle l'esempio della Germania serve a non demonizzare le larghe intese ( da "Stampa, La" del 22-11-2007)

"Progetti referendari al limite dell'eversivo" ( da "Stampa, La" del 22-11-2007)

Il Cavaliere insiste: Intesa e poi subito al voto ( da "Giornale di Brescia" del 22-11-2007)

Veltroni vede prima Fini Berlusconi per ultimo Telefonata con l'ex premier per fissare la data Non ci sono assi privilegiati ( da "Unita, L'" del 22-11-2007)

Berlusconi: punto a un sistema con due partiti - francesco bei ( da "Repubblica, La" del 22-11-2007)

E dal Quirinale arriva l'input: corsia privilegiata al modello tedesco ( da "Italia Oggi" del 22-11-2007)
Argomenti: Aspetti Legali

Walter e Silvio, primo colloquio segreto ( da "Corriere della Sera" del 22-11-2007)

Proposta Veltroni: le mie risposte ai critici ( da "Corriere della Sera" del 22-11-2007)

Berlusconi: "Vogliamo due soli grandi partiti" ( da "Tempo, Il" del 22-11-2007)

LEGGE ELETTORALE, VELTRONI SENTE BERLUSCONI ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 22-11-2007)

Romano Prodi contro le riforme ( da "Opinione, L'" del 22-11-2007)

Via alla grande trattativa: primo round Veltroni-Fini ( da "Gazzettino, Il" del 22-11-2007)

Berlusconi: basta alleanze, avanti con due grandi partiti ( da "Gazzettino, Il" del 22-11-2007)

Trambusto nei poli sulla legge elettorale: è l'effetto Berlusconi ( da "Sole 24 Ore Online, Il" del 22-11-2007)

Riforme tra ricordi distorti della bicamerale e la novità dei giorni nostri ( da "Riformista, Il" del 23-11-2007)

Veltroni: Non tratterò sulla fine del governo ( da "Arena, L'" del 23-11-2007) + 1 altra fonte

Veltroni: <Non tratterò sulla fine del governo> ( da "Giornale di Vicenza.it, Il" del 23-11-2007) + 1 altra fonte

Le prede della volpe silvio ( da "Espresso, L' (abbonati)" del 23-11-2007)

SARDEGNA: DAI CONSIGLIERI ARRIVA NUOVA PROPOSTA DI LEGGE ELETTORALE ( da "Asca" del 23-11-2007)

Prodi, Fini, cosa rossa: ecco chi teme l'asse Berlusconi-Veltroni ( da "Panorama.it" del 23-11-2007)

Veltroni: non si parla di grande coalizioneLa riforma elettorale ( da "Sicilia, La" del 23-11-2007)

"Walter deve capire che il Pd non è roba sua" ( da "Stampa, La" del 24-11-2007)

Diplomatique conversazione con l'ambasciatore tedesco in italia michael steiner ( da "Riformista, Il" del 24-11-2007)


Berlusconi la sirena e gli ingenui del Pd
( da "Manifesto, Il" del 24-11-2007)

RIFORME, IL DIRE E IL FARE ( da "Stampa, La" del 25-11-2007)

La maggioranza deve essere ampia, ma cercare l'unanimità è sbagliato ( da "Stampa, La" del 25-11-2007)

<Le riforme si fanno in Parlamento> ( da "Corriere della Sera" del 25-11-2007)

Aria da bicamerale sulle riforme ( da "Giornale di Brescia" del 25-11-2007)

"non ci sarà inciucio tra veltroni e il cavaliere riforma entro gennaio" - umberto rosso ( da "Repubblica, La" del 25-11-2007)

La sciagura del proporzionale Meglio andare al referendum ( da "Adige, L'" del 25-11-2007)

L.ELETTORALE/ BERTINOTTI: ESCLUDO INCIUCIO VELTRONI-BERLUSCONI(REP) ( da "Virgilio Notizie" del 25-11-2007)

Il pasticcio tv lega le mani a Berlusconi ( da "Sicilia, La" del 25-11-2007)

Riforme e sospetti ( da "EUROPA.it" del 25-11-2007)

Il destino di Prodi tra welfare e Walter Pierfrancesco Frerè ( da "Provincia di Sondrio, La" del 25-11-2007)

"portiamo l'italia fuori dal tunnel" - ettore boffano ( da "Repubblica, La" del 26-11-2007)

Bipolarismo, An pianta il primo picchetto Leader e alleanze prima del voto. Oggi l'incontro tra Fini e il segretario del Pd ( da "Unita, L'" del 26-11-2007)

Riforme al bivio, per ora il dialogo c'è ( da "Unita, L'" del 26-11-2007)

Romano prepara la maratona ( da "Panorama" del 26-11-2007)

Riforma a due piazze ( da "Panorama" del 26-11-2007)

Big bang della libertà ( da "Panorama" del 26-11-2007)

L. ELETTORALE/ BINDI: IL VELTRONELLUM SA DI PRIMA REPUBBLICA ( da "Virgilio Notizie" del 26-11-2007)

Ha un bel dire Franceschini che nel Partito democratico la democrazia c'è davvero ( da "Stampa, La" del 26-11-2007)

Veltroni inizia i colloqui per le riforme: faccia a faccia con Fini ( da "Rai News 24" del 26-11-2007)

Bluff, contro-bluff e veleni ( da "Opinione, L'" del 26-11-2007)

VELTRONI-TREMONTI, PROVE DI DIALOGO ( da "Mattino, Il (Circondario Sud2)" del 26-11-2007)

Fini-Veltroni: legge elettorale insieme a riforma di istituzioni ( da "Reuters Italia" del 26-11-2007)

Fini-Veltroni: legge elettorale insieme a riforma di istituzioni ( da "Websim" del 26-11-2007)


Articoli

Aosta, il referendum fa flop (sezione: Riforma elettorale)

( da "Stampa, La" del 19-11-2007)

 

CONSULTAZIONE PROPOSITIVA. SU LEGGE ELETTORALE E OSPEDALE Aosta, il referendum fa flop Alle urne solo il 27,6%. Ha avuto successo la campagna del "Non voto" [FIRMA]ENRICO MARTINET AOSTA Non passano i 5 referendum propositivi. Gli elettori valdostani, i primi in Italia a poter essere legislatori votando proposte di legge, non sono andati alle urne nella misura minima prevista: 45 per cento. Ha votato solo il 27,6 per cento degli aventi diritto. Quattro referendum erano per la riforma della legge sulle elezioni al Consiglio regionale (il voto sarà nella primavera 2008) e uno per avere un ospedale nuovo. Il fronte referendario era composto dal centrosinistra allargato a due movimenti transfughi dell'Union valdôtaine, Renouveau e Vallée d'Aoste Vive: l'alleanza che aveva vinto le elezioni politiche di aprile. Ma il successo non si è ripetuto. Gli elettori hanno seguito le indicazioni della maggioranza regionale formata da tre movimenti locali: Union valdôtaine, Fédération autonomiste e Stella alpina che proponevano il "Non voto", motivato da un giudizio di "non senso" dei referendum. Il "Non voto" è stato sostenuto con forza anche dai rappresentanti delle istituzioni, i presidenti di Regione e Consiglio e gli assessori. Nell'agosto scorso il Consiglio regionale, anche per arginare gli effetti del referendum, aveva varato leggi di riforma elettorale. La parte più innovativa delle proposte referendarie prevedeva l'elezione diretta dell'intero governo regionale. La più bassa percentuale di voto è stata per il referendum sull'ospedale, la più alta per la preferenza unica.


I "piccoli" del centrosinistra impegnati a evitare il referendum (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzetta del Sud" del 19-11-2007)

 

Franceschini rassicura gli alleati: sul sistema elettorale il Pd non giocherà da solo I "piccoli" del centrosinistra impegnati a evitare il referendum Fabrizio Nicotra ROMA Silvio Berlusconi socchiude la porta al dialogo sulle riforme. Il Cavaliere, in difficoltà con gli alleati, vuole recuperare un ruolo da protagonista e prova a far capire a tutti, nella CdL e nell'Unione, che chiunque voglia trattare deve farlo con lui. L'apertura (molto cauta, a dire il vero) viene accolta con tiepida prudenza dal governo e dal centrosinistra. I big del Partito democratico e diversi ministri, prima di fidarsi, vogliono vedere se Berlusconi fa sul serio. Il confronto tra i poli e dentro le stesse coalizioni continua e il vicesegretario del Pd Dario Franceschini vuole rassicurare i "piccoli" del centrosinistra: sulla legge elettorale non giochiamo da soli. La scena ieri è stata occupata dal presidente di Forza Italia che, a sorpresa, lancia il nuovo partito. E, sulle riforme, assicura: "Se l'altra parte avanzerà proposte o dirà si alle nostre, saremo lieti di trovare per il nostro Paese una direzione di svolta che arricchisca la democrazia, lo sviluppo e la libertà". La mossa serve a uscire dalla morsa degli alleati, che hanno messo sotto accusa la leadership del centrodestra. Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e la Lega sono pronti a sedersi al tavolo con il centrosinistra e anche ieri sono tornati a sollecitare Forza Italia, con accenti piuttosto ruvidi. Il leader di An, in un'intervista a "Repubblica", avverte: la strada più rapida per andare alle elezioni è quella di un accordo tra i poli su legge elettorale e riforme della Costituzione. E Casini chiede a Berlusconi di attivare l'uomo del dialogo, e cioè Gianni Letta. Nella CdL al momento i rapporti sono molto tesi e dunque governo e maggioranza, che da settimane offrono il confronto agli avversari, aspettano di vedere cosa succede. Franceschini, intervistato dal "Messaggero", ribadisce che l'Unione è pronta a coinvolgere tutta l'opposizione, ma nello stesso tempo avverte il Cavaliere: non ci si ferma per il no di uno solo, e se Berlusconi continua a dire no, "allora toccherà procedere anche senza di lui". Ora il leader di FI socchiude la porta e questa prima, timida disponibilità viene letta a sinistra con grande cautela. In molti, tra i parlamentari dell'Unione, ricordano che non è il caso di fidarsi dell'ex premier. Però Walter Veltroni ha sempre detto che vuole dialogare con tutti e Romano Prodi non si stanca di ripetere che serve una larga convergenza. Vedremo se le parole di Berlusconi saranno confermate dai fatti, si ragiona in ambienti del Pd vicini al presidente del Consiglio, e comunque le aperture sono sempre le benvenute. In ogni caso, Berlusconi viene visto come un interlocutore alla stregua degli altri leader della CdL. Il tempo dirà se il Cavaliere vuole realmente rientrare nei giochi con il dialogo, e in particolare toccherà a Veltroni sondare il terreno. Casini si dice certo che il segretario del Pd sta già "parlando" con Gianni Letta. Intanto, qualche giorno fa, il sindaco di Roma ha fatto capire che è alle viste un incontro con Fini. Veltroni deve comunque fronteggiare anche il dissenso degli alleati più piccoli. Pdci, Verdi, socialisti, Di Pietro e Mastella si battono contro l'ipotesi di riforma elettorale messa il campo dal segretario del neonato partito (un misto tra il sistema spagnolo e quello tedesco). Franceschini li rassicura, ma nell'Unione si registra intanto una nuova tensione. È quella tra l'Italia dei valori e Lamberto Dini. Antonio Di Pietro e i suoi hanno attaccato l'ex premier per lo smarcamento dal centrosinistra, accusandolo di essere un "estorsore politico". La replica dei diniani è immediata e durissima: "Estorsione politica? Certamente Di Pietro parla di una cosa che conosce meglio di noi". Intanto, Mastella ribadisce: "Il referendum va evitato perché porta alla creazione di due partiti unici, uno di qua, l'altro di là. La riforma elettorale è la conclusione di un'operazione programmatica che deve vedere protagoniste le forze politiche. Eliminando questa fase di asprezza che c'è assai spesso sia all'interno delle coalizioni che tra le stesse coalizioni. L'Italia è un paese bipolare, non bipartitico". (lunedì 19 novembre 2007).


Il rischio delle mani libere (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 19-11-2007)

 

Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2007-11-18 - pag: 10 autore: Lettera Il rischio delle "mani libere" di Giovanni Guzzetta* C aro direttore la fotografia della situazione italiana, tracciata da Stefano Folli sul Sole-24 Ore di ieri, non potrebbe essere più precisa. L'approvazione della legge finanziaria al Senato apre uno scenario complesso, nel quale si ripropone l'opportunità di un intervento sulle regole di funzionamento della democrazia, a cominciare dalla legge elettorale. Ogni opportunità contiene in sé dei rischi. Ma condivido, anche dal mio particolare punto di osservazione, che sarebbe grave non correre questi rischi. Purché sia chiara la direzione di marcia. Ed è questo, in realtà, il groppo di ambiguità che il dibattito di questi giorni non è riuscito a sciogliere e ha, in un certo senso, aggravato. Ci sono due modi di uscire dal-la crisi. Ma bisogna scegliere se si vuol diventare carne o pesce. Un modo è quello di tornare indietro,sacrificando tutto all'illusione che i processi politici, a cominciare dallo sviluppo dei soggetti a vocazione maggioritaria, possano da soli risolvere i problemi di sistema. In questa prospettiva si muove chi propone una legge elettorale che dia una spintarella ai partiti più grandi e riduca un po' il peso dei piccoli. La speranza è che ne seguano effetti virtuosi a catena. è lo schema della Dc degasperiana. Un partito grande che disciplina gli alleati e relega all'opposizione i partiti avversari. Questo schema, per mille ragioni, oggi non funzionerebbe. I soggetti a vocazione maggioritaria di oggi non hanno la solidità che aveva la Dc di De Gasperi. Il contesto politico è completamente diverso e gli aspiranti al gioco del governo sono molti di più.Così come gli schemi di gioco e le strategie delle alleanze post-elettorali. C'è chi ritiene che il bipolarismo sia ormai radicato. Certamente non è radicata la fedeltà di schieramento di molti partiti. L'esito paradossale di una strategia del genere sarebbe invece quello di indebolire i soggetti a vocazione maggioritaria. Perché da un partito del 30% non rifarne due del 15, ma con maggiore potere di interdizione e potenziale di coalizione? Aumenterebbe il peso dei partiti "centristi", veri e propri croupier del tavolo di governo. Aumenterebbe per i partiti delle estreme, che finalmente potrebbero abbandonare l'ambiguità di fare i partiti di lotta e di governo e tornare ad essere partiti di lotta e basta. Perciò non mi sorprende che Bertinotti e Casini, per ragioni diverse, coltivino questa strategia. Questo schema ha un rischio certo. Buttare a mare l'idea che ha costituito il cuore delle conquiste degli ultimi anni, sin dal referendum del 1993. L'idea che le maggioranze di governo le scelgono i cittadini e non sono rimesse alle manovre parlamentari, alle mani libere dei partiti. Per questo non convince la legge elettorale proposta da Veltroni. Non assicura la formazione di maggioranze, ma tutt'al più può dare una spintarella ai partiti maggiori.Il fatto che debba passare per le forche caudine di un negoziato- tritacarne rende probabile l'esito "né carne né pesce". E si aprirebbe la strada ai nostalgici delle "mani libere". L'altra strada è quella di migliorare il bipolarismo. Ed in questo senso mi pare si muova Folli. Ma perché ciò accada bisogna andare avanti e non mettere in discussione le conquiste ottenute. Ciò vuol dire, sul piano della legge elettorale, un sistema che premi significativamente la vocazione maggioritaria, assicurando quanto più è possibile il conseguimento di una maggioranza alle elezioni. A mio avviso il sistema che risulta dal referendum andrebbe molto bene. Ma si può pensare anche ad altro. Si dice: la legge elettorale non basta.Personalmente ritengo che potrebbe bastare se i famosi "soggetti a vocazione maggioritaria" avranno il coraggio di rischiare. Comunque, nulla impedisce ulteriori riforme.E ce n'è una sulla quale dovrebbero essere tutti d'accordo. Qualunque legge elettorale sarà sempre minacciata dallo sconcio di gruppi parlamentari che nascono e muoiono indipendentemente dai risultati delle elezioni. Bastano poche righe per affermare il principio inderogabile che i gruppi parlamentari debbano corrispondere alle singole liste che effettivamente si sono presentate alle elezioni, senza deroghe ed eccezioni. Si faccia subito una semplice riforma che eviti il trionfo del trasformismo, lo spacchettamento dei partiti dopo le elezioni. Una riforma dei regolamenti parlamentari senza trucchi potrebbe farsi domani. E renderebbe anche più credibile il dibattito sulla legge elettorale. Perché non si comincia da lì? Il resto sarebbe molto più facile. Certo, non si può escludere che anche in quel caso qualcuno evochi il "parlamentarismo coatto" ed invochi il diritto costituzionale allo spacchettamento. Ma almeno non potrà appellarsi strumentalmente alla Germania. Perché " persino" lì si fa così. * Presidente del Comitato promotore dei referendum elettorali IL MIO NO AL VASSALLUM Svanirebbe la conquista seguita al referendum '93: le maggioranze le scelgono i cittadini, non escono da manovre parlamentari.


ROMA Ora che anche Bossi ha riconosciuto l'errore di Berlusconi , il plenipo (sezione: Riforma elettorale)

( da "Messaggero, Il (Abruzzo)" del 19-11-2007)
Pubblicato anche in:
(Messaggero, Il)

 

Di CLAUDIA TERRACINA ROMA Ora che anche Bossi ha riconosciuto "l'errore di Berlusconi", il plenipotenziario leghista al tavolo delle trattative sulla legge elettorale, Roberto Maroni, è convinto che "confrontarsi è un dovere e che lo farà anche Berlusconi. Perchè gli conviene e per onorare il patto che ha stretto con la Lega a Gemonio, quando fu stabilito il percorso per evitare il referendum". Adesso però, onorevole Maroni, Berlusconi chiede solo e sempre il voto anticipato, anche se pare che Gianni Letta sia incaricato di trattare riservatamente con la maggioranza". "Una trattativa segreta, o comunque parallela sulla legge elettorale sarebbe un fatto gravissimo. Non siamo a Bisanzio. Non abbiamo bisogno di ambasciatori, nè di tavole appartate, o crostate. Dobbiamo piuttosto sederci tutti insieme a un tavolo istituzionale per confrontarci alla luce del sole". Tutti chi? La Cdl, dichiarata sepolta da Fini e Casini, o il nuovo partito del popolo delle libertà, annunciato da Berlusconi? "Tutto il centrodestra. Berlusconi sta pensando a un nuovo partito? Auguri, ma non è una cosa che riguarda noi leghisti. E' una vecchia fissazione di Silvio quella dei nuovi contenitori a cui cambia continuamente nomi. Ma così dimostra di non saper fare politica". Bossi vuol davvero trattare sulla legge elettorale, anche se ha firmato l'appello per il voto di Forza Italia? "Ovviamente. Del resto, questo era il percorso deciso insieme a Berlusconi. Siamo tutti con lui per tentare di mandare a casa Prodi, ma se questo non succede, e non è successo, si apre la fase due con il confronto per riformare l'attuale sistema elettorale. Questo è il patto e penso che Berlusconi lo onorerà senz'altro". Come riuscirete a convincerlo? "Ora insiste perchè aspetta di vedere se, per caso, il governo non cada sulle pensioni o quando la Finanziaria tornerà al Senato. Ma, alla fine, prenderà atto della realtà e cioè che in democrazia i governi cadono solo se in Parlamento viene meno la maggioranza che li sostiene. Cosa che non si è realizzata e che, secondo noi, non si realizzerà neppure nelle prossime settimane". Non crede però che l'opposizione, divisa come è, si troverà a trattare su posizioni più deboli? "Credo che sia folle dividersi ora e non condivido gli attacchi di Fini e Casini a Berlusconi, scatenati dalla sindrome del delfino e da problemi personalistici. Comunque, sono affari che non riguardano la Lega, che ha un patto trasparente con Berlusconi". Ma a voi leghisti piace il modello di legge elettorale proposto da Veltroni? "Noi chiediamo di sapere se quella proposta è condivisa da tutto il centrosinistra, cosa che, per ora, non sembra proprio. Certo, potrebbe anche darsi che il tutto sia un espediente per allungare la vita al governo, ma se c'è la volontà di trattare sul serio, abbiamo il dovere di andare a vedere le carte". Sempre che non prevalga l'ipotesi di un governo istituzionale.. "Inutile che circolino strane idee, che piacciono all'Udc e magari anche ad An. Noi non ci stiamo. La cosa più saggia è studiare un nuovo modello elettorale, basato sul ritorno del proporzionale, la scelta preventiva del premier e il premio di maggioranza. Credo che questa sia l'unica strada per la Cdl, anche se ora la vedo impantanata in liti che non porteranno nulla di buono. La Lega, comunque, va avanti. Se il governo arriva al 2009 sarebbe una pazzia illudersi di fare una continua guerriglia parlamentare, invece di usare il tempo in modo costruttivo per ottenere anche la riforma costituzionale, a partire dal Senato federale".


L'Unione è già finita, il Prof quasi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Panorama" del 19-11-2007)

 

L'Unione è già finita, il Prof quasi CARLO PUCA governo Dopo il voto sulla Finanziaria, il futuro di Prodi sembra segnato. Dini è in uscita dalla maggioranza, Mastella tratta con Berlusconi. E adesso si gioca tutto sul tavolo della riforma elettorale. "Prodi l'ho fregato io, rispondendo sì al dialogo sulle riforme. Altro che Finanziaria: nel centrosinistra, il vero terremoto lo ha prodotto l'apertura sulla legge elettorale. E il terremoto, notoriamente, fa più crepe di qualche spallata". È un vispo Pier Ferdinando Casini quello che in piena votazione per la Finanziaria conversa amabilmente con i suoi "grandi amici", abituali per lui ma non per la grande stampa. Gente dell'associazionismo cattolico, appartenente al Movimento per la vita di Carlo Casini o al Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli, e altri portatori di voti e valori (cattolici, s'intende). Sono tutti compagni di ventura in allarme per le voci sull'unione di fatto tra Savino Pezzotta, l'uomo del Family day, con il centrosinistra. "Aspetterei a vedere l'approdo di Savino, certo è che una netta smentita non è mai arrivata" è stato il commento di Casini agli amici, con i quali si è intrattenuto anche su altri temi. Anzi, sul tema dei temi, il più difficile da scandagliare: il futuro. Anche il leader dell'Udc ritiene che Romano Prodi sia politicamente finito, spallate o meno. Un Prodi bis, con metà ministri e Lamberto Dini dentro? Un governo utile ad approvare la legge elettorale? Può darsi che si facciano, può darsi di no. In ogni caso, se nuovo governo ci sarà, sarà a tempo. Ma quel che è più chiaro è il seguente postulato: "A decidere l'eventuale nuova legge elettorale per conto del centrosinistra sarà il premier ombra, Walter Veltroni" ha spiegato Casini ai suoi interlocutori. Resta da capire se il sindaco di Roma vorrà "finalmente buttare a mare la zavorra", la sinistra radicale dei Diliberto, dei Pecoraro e dei Mussi, "quella che si è ribellata quando ho aperto a Veltroni". Casini salva soltanto Bertinotti: "Ha tutto l'interesse a dialogare con noi. E noi a dialogare con lui sul sistema tedesco, non sul modello spagnolo mascherato di Veltroni. Se la proposta rimane questa, noi non ci stiamo. Nel frattempo, mal che vada, capitalizziamo le divisioni nell'Unione". E poi non è detto che non si vada al voto subito, già a marzo, come continua a sostenere Silvio Berlusconi. Ed ecco perché il leader centrista ha avvertito gli amici che sognano il grande centro sganciato dai poli: "La politica si fa sull'esistente. Se la legge elettorale rimane il porcellum, alle elezioni noi andremo con il centrodestra. Dialogo con la maggioranza sì, ma nessuna frattura insanabile con la Casa delle libertà". Anche perché sono tanti gli ostacoli sulla strada impervia del centrosinistra: i mal di pancia di tante parti dell'Unione, a cominciare da quelli di Dini; il modello spagnolo, che ha appunto diviso i piccoli partiti dai grandi; il referendum sulla legge elettorale, che si celebrerà a maggio o giugno. Su Dini la sensazione è che sia l'apripista di ben altri sommovimenti. Se ne è accorto per primo il quotidiano Europa di Stefano Menichini, la voce più vicina a quella del vicepremier Francesco Rutelli. Sommovimenti che di fatto sanciscono la fine dell'Unione, almeno nella versione prodiana. Succede quando metti assieme cani e gatti. Prendiamo il welfare. Già mercoledì sera il senatore ex di Rifondazione Franco Turigliatto denunciava il "colpo mortale alla stabilizzazione dei precari stabilito con il protocollo sul welfare", che pure a Dini non è mai piaciuto, ma per ragioni opposte. Essere comunista o essere liberale, questo è da sempre il problema di Prodi. Ma fin qui parliamo di singole personalità (o quasi). Il problema diventa ancor più sentito se la faccenda investe interi partiti, che già prima della Finanziaria si scannavano sull'ipotesi di legge elettorale proposta da Veltroni. Willer Bordon, a capo della neonata Unione democratica, dice apertamente che "è meglio staccare la spina che il Veltronellum". Cesare Salvi ribadisce che in Russia "c'è una soglia di sbarramento del 7 per cento, ma almeno è chiara e non mascherata come quella di Walter". Massimo D'Alema organizza con la sua fondazione, la Italianieuropei, convegni bipartisan dai quali emerge un modello diverso da quello veltroniano. Insomma, ognuno va per la sua strada. Soprattutto Mastella. Lui, il Clemente nazionale, finora ha criticato l'operato della maggioranza ma si è ben guardato dal far aprire la crisi alla sua Udeur. Ma con la legge elettorale cambia tutto. A suo tempo diede a Prodi una scadenza precisa: "Caro Romano" spiegò "piuttosto che far passare il referendum elettorale, faccio tornare il Paese alle urne". Oggi che il pallino ce l'ha in mano Veltroni, la posizione non è cambiata. Anzi, è diventata ancora più critica. Il leader dell'Udeur sospetta quello che sospettano (quasi) tutti, Casini compreso, che anche per questo non alza i toni contro il Cav di lotta e di postgoverno. Qual è il sospetto? Semplice: che il sindaco di Roma abbia fatto la sua proposta sapendo che non passerà; quindi potrà cavalcare "da vittima del sistema dei partiti" (Mastella) il referendum; ottenuta la nuova legge elettorale per via referendaria, a quel punto vorrebbe anche le elezioni politiche. Dato questo calendario, si celebrerebbero più o meno nell'autunno 2008, dopo aver assicurato al 30 per cento dell'attuale Parlamento il raggiungimento dell'agognato vitalizio, il vero punto critico per la fine della legislatura. E così Mastella ha riaperto un canale con Berlusconi (e viceversa). Cosa si siano detti i due la settimana scorsa trapela soltanto come ragionamento. In pratica, "Clemente" ha fatto notare "all'amico Silvio" che stante il referendum la più interessata a tornare alle urne è proprio l'Udeur. Ma che il passaggio al centrodestra è prematuro. Però, dal punto di vista di Forza Italia, si giustificherebbe con un atto politico forte: un patto di desistenza che non vincolerebbe il Campanile al programma della Cdl. Sarebbe il Mastella delle semilibertà. Fatto sta che con il "Porcellum" e il Clemente desistente, in caso di voto Berlusconi potrebbe vincere al Senato anche in almeno tre regioni finite al centrosinistra nel 2006. E garantirsi così a Palazzo Madama una maggioranza più sicura di quella che ha snervato Prodi, al netto dei senatori a vita. Il Cavaliere ha blandito Mastella, nonostante gli alleati, che in caso di accordo con l'Udeur non sarebbero propriamente contenti. Così come sono già scontenti per il fiorire di partiti satellite di Forza Italia, dalla Dca di Gianfranco Rotondi al Pdl di Michela Vittoria Brambilla. Ma per rimediare alle "intemperanze degli alleati", così le definisce in privato Berlusconi, "c'è sempre tempo e modo". Il leader di Forza Italia ha già in mente una sua "exit strategy" per le prossime settimane. Prima la raccolta di 5 milioni di firme per chiedere di andare al voto il prima possibile; poi, in caso di necessità, lo scavalco di Casini e Fini sul dialogo con Veltroni; infine, sempre in caso di necessità, la cavalcata verso il referendum. Non a caso dal quartier generale del comitato referendario giunge notizia di una cordiale telefonata del Cavaliere al coordinatore Mario Segni. Telefonata arrivata dopo che Segni aveva bocciato Veltroni attraverso il quotidiano La Stampa: "Walter ha sempre detto di ispirarsi a Kennedy", ha accusato Segni "ma si sta comportando come un voltagabbana, si sta rimangiando 15 anni di battaglie fatte con noi per il maggioritario e per il sindaco d'Italia". E ancora: "Ha ragione Berlusconi, questa è una proposta che riporta indietro l'Italia di 20 anni". Letta l'intervista, il Cav ha pensato che un ringraziamento bisognava farlo, in attesa degli eventi e di un via libera di Umberto Bossi, il capo leghista che mentre i due Roberto, Calderoli e Maroni, aprivano alla possibilità di dia logare con l'Unione, se n'è stato calmo e zitto. Del Senatur resta l'ultima dichiarazione sul punto, quella del 23 ottobre: "Siamo alla fine di un governo. Andiamo alle elezioni. Non c'è più tempo per fare una riforma elettorale". Gianfranco Fini ritiene invece che Berlusconi prima o poi approderà al referendum, se ci si arriverà. "È troppo sveglio per non cavalcarlo", ha spiegato ai suoi collaboratori il leader di Alleanza nazionale. Che pure non ha ancora perdonato al Cavaliere di aver sponsorizzato la nascita della Destra di Francesco Storace. Certo, i veleni restano. Ma anche per Fini non è più tempo di fare le facce troppo feroci, meglio aspettare il dopo-elezioni per riaprire le grandi ferite. Esattamente come all'epoca tribolata della convivenza con Marco Follini.


Legge elettorale caos totale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Opinione, L'" del 19-11-2007)

 

Oggi è Lun, 19 Nov 2007 Edizione 251 del 19-11-2007 Al convegno voluto dalla fondazione "Italianieuropei" mille tesi a confronto Legge elettorale caos totale di Barbara Alessandrini Prove generali di dialogo sulla riforma della legge elettorale. Non, però, almeno al momento e presumibilmente fino al giorno della caduta del governo Prodi, per il leader della Cdl Silvio Berlusconi. Che ieri pomeriggio, al convegno organizzato dalla Fondazione Italiani-europei dal titolo "Legge elettorale: una sfida per la politica" ha fatto il convitato di pietra. Tenendo il punto sulla sua posizione di chiusura alla modifica della legge che regolamenta il voto, di cui ufficialmente Berlusconi ritiene giusto cambiare solo "la parte che riguarda l'attribuzione del premio di maggioranza da regionale a nazionale". Anche se, al di là dei tecnicismi che inducono il Cavaliere a ricordare al centrosinistra il buon funzionamento dell'attuale legge alla Camera e ad rimarcare che " noi al Senato abbiamo vinto con 250mila voti in più e i signori della sinistra riescono ad avere la maggioranza al Senato soltanto appoggiandosi ai voti dei senatori a vita", il punto è ben altro. Non concedere alla coalizione di maggioranza alcun margine di trattativa fino a quando non avrà la testa di Romano Prodi. Questa la sostanza del comportamento con cui Berlusconi ha replicato sia al leader del Pd Valter Veltroni sia al ministro degli Esteri Massimo D'Alema sia a Palazzo Chigi impegnati ad invitare il Cavaliere al dialogo sulle riforme. Anche il vicepresidente del gruppo dell'Ulivo al Senato Nicola La Torre ha rinnovato l'invito al Cavaliere. " Si puo' essere o meno d'accordo con l'azione del governo, e su questo e' chiaro il nostro giudizio e' diverso da quello di Berlusconi e della Cdl, ma che in Italia la riforma della legge elettorale non sia più rinviabile è un fatto incontrovertibile, sul quale Forza Italia farebbe bene a riflettere. Ora si apre una nuova fase politica, una fase in cui il muro contro muro non e' produttivo. Dobbiamo dialogare per varare una riforma della legge elettorale che sia il piu'possibile condivisa". Ora, al di là dei calcoli politici, Berlusconi, mantenendo la sua linea dura che gli impone di non gettarsi in questa arena del confronto, rischia anche di avvalorare di fronte ai suoi elettori quell'immagine di leader restio ai teatrini della politica. Dato che la discussione sulla legge elettorale ancora di nitido ha ben poco. Ad ognuno i suoi tatticismi. Le posizioni emerse dalla convention di ieri pomeriggio sono a dir poco articolate e l'impressione è che sebbene Veltroni abbia indicato nella sua ricetta chiari principi di massima (stabilità al governo; proporzionale che eviti la frammentazione senza il premio di maggioranza ma con un vero bipolarismo programmatico e possibilità per i cittadini di scegliere gli eletti o con liste ridotte o con collegi uninominali), ancora molta chiarezza debba essere fatta in materia di riforma elettorale. Lo stesso professor Giovanni Sartori, un guru in materia,ha bocciato la proposta Ceccanti- Vassallo elaborata per ricercare una convergenza tra maggioranza e opposizione sulla riforma elettorale. Sartori ha infatti puntato il dito contro il cosiddetto modello ispano-tedesco considerato "troppo furbo" poiché' fonde due voti diversi: quello espresso con la proporzionale e quello maggioritario. "Dichiaro di essere contro, senza se e senza ma -ha spiegato il politologo - al premio di maggioranza. E' nefasto e lo sconsiglio. Con il sistema parlamentare italiano, che prevede 20-25 partiti, la coalizione che vince prende tutto e mette insieme cani e gatti, porci e cani. Questo non va bene" . Stesse corde per quella che il Professore ha definito " la miscela ibero-tedesca" che " mi lascia perplesso plesso in quanto mi sembra che questo sistema sia più' spagnolo che tedesco e si perde in meandri che pochi riescono a capire. Credo sia stato escogitato per ragioni di furbizia, per aggirare la soglia di sbarramento che molti partiti non vogliono". Di parere opposto il costituzionalista Stefano Ceccanti, autore della proposta e convinto che " non c'è maggioranza per arrivare ad una riforma elettorale sul modello tedesco, che comunque nel contesto italiano porterebbe ad un sistema peggiore di quello che potrebbe scaturire dal referendum. "Italiaieuropei". Oltretutto " il tedesco puro -spiega Ceccanti- ci porterebbe probabilmente alla grande coalizione A torto o a ragione (io credo a ragione) anche settori significativi del Pd e della maggioranza ritengono che un sistema cosi' fotografico come quello tedesco potrebbe avere come conseguenza più probabile, nel nostro contesto, una spinta verso la grande coalizione, con un nuovo blocco al centro della democrazia senza alternative". Di fatto un richiamo ufficiale al ministro dell'Interno Giuliano Amato che la scorsa estate ne parlò. E proprio a parere di Amato non basta cambiare la legge elettorale se regolamenti parlamentari e "norme di contorno" rimangono gli stessi. Tanto che secondo il ministro prima che sulla legge elettorale e' necessario intervenire prima su questi due aspetti al fine di consentire al modello elettorale di contenere la frammentazione parlamentare. Mentre ora i partiti si riuniscono nelle coalizioni e si presentano agli elettori ma una volta giunti in Parlamento ognuno va per conto proprio. Infine, "ora che siamo diventati grandi più grandi -ha continuato ritengo sarebbe bene evitare il viagra del premio di maggioranza". Convinto che "la vocazione del Pd è quella di concorrere ad una nuova legge elettorale che abbia il maggior consenso possibile e veda la convergenza con le forze dell'opposizione" Francesco Rutelli, il cui cuore batterebbe per il sistema francese, ha però proposto di adottare il sistema tedesco "ma senza snaturarlo". Disponibilità al confronto è stata espressa dal capogruppo di An Ignazio La Russa copnvinto che "per arrivare presto alle elezioni la strada migliore passa attraverso una nuova legge elettorale". Ma con due paletti: " il no alla frammentazione", e il fatto che per noi il bipolarismo è una bandiera". Aspetto non secondario "senza un reale premio di maggioranza il bipolarismo e' una scommessa: siamo pronti ad ascoltare proposte, ma finora nessuna convincente e' arrivata". E Maroni? "La Lega - ha detto il capogruppo alla Camera del Carroccio ? è contro il Referendum a tutti i costi, ribadisce l'intenzione di dialogare se il percorso è serio e non un modo per tirare a campare ed è favorevole al sistema proporzionale, all'indicazione del candidato premier prima delle elezioni come criteri per il nuovo testo di legge". Ma nessun appoggio per prolungare l'agonia dell'esecutivo. Allora, tutti d'accordo?.


(continua dalla prima pagina) Roberto (sezione: Riforma elettorale)

( da "Gazzettino, Il" del 19-11-2007)

 

(continua dalla prima pagina)Roberto Maroni ha il mandato di un irritato Umberto Bossi a trattare con la sinistra per modificare la legge elettorale e evitare il referendum.Quando scoprirà le carte?"È una posizione che teniamo da tempo quella di capire se la maggioranza sia disponibile a un'iniziativa seria sul piano delle riforme; così come annunciato".In quel caso..."Da un anno abbiamo aperto discussioni col ministro Chiti, ed esponenti della maggioranza. Che hanno preso un impegno di fare una proposta sul federalismo fiscale, sul Senato Federale e sulla legge elettorale".Tre cose che possono cambiare il volto di un paese...."Soprattutto la legge elettorale è un tema di grande attualità. Perché se non si fa nulla fra otto mesi ci sarà ci sarà un referendum".Disponibili a..."A certe condizioni. La prima: che non si confonda l'azione di governo col Parlamento. Le riforme le fa il Parlamento e questo non significa, ne può significare per noi, un sostegno al Governo".Governo che..."Soprattutto su sicurezza, immigrazione e tasse è quanto più distante ci sia dalla nostra posizione. Ma quando abbiamo chiarito che non c'è alcun sostegno al governo...".In quel momento?"Se Prodi va avanti fino al 2009: non vedo perché in Parlamento non si possa discutere di riforme...".Lei che dice?"Dopo il voto dell'altro ieri credo che quella che il governo resti sia una possibilità molto concreta. Purtroppo...".E tutte 'ste firme che Forza Italia raccoglie contro il governo quanto valgono?"Le due cose sono distinte: per noi l'obiettivo è far cadere il governo; ma se Prodi sta su fino al 2009 possiamo passare il tempo tutti giorni a chiederne le dimissioni. Oppure...".Oppure?"Cercare di fare qualcosa di buono in Parlamento. Se il Professore resta al governo - senza aiutarlo - preferisco, francamente, se esiste una maggioranza, fare la riforma federale".Bossi è apparso molto scorato nei confronti de Berlusconi che prevedeva "spallate" a Prodi ogni due giorni. È anche un sentimento diffuso nella Lega?"Molto, come quel sentimento che dice: finora siamo stati buoni e tranquilli dietro Berlusconi. Abbiamo assecondato la sua strategia, perché siamo stati leali. Però adesso dovremo capire che posizione tenere visti i futuri appuntamenti".Capire quanto rimane su il governo e che altro?"Che ha mente Berlusconi... Come diceva Mao "c'è grande confusione e quindi la situazione è eccellente". Si riaprono tutti i giochi".Cosa pensa Berlusconi?"Di far cadere il governo. È un sentimento diffuso ma non basta".Perché?"Perché come si è visto - e questa è la novità vera di questi giorni - quelli che Berlusconi pensava che avrebbero dovuto ribellarsi per far cadere Prodi in realtà avevano in mente un'altra cosa".Del tipo?"Dini, Manzione...hanno in mente non di far cadere Prodi e di andare a votare bensì di farlo cadere. E far nascere un governo, ma istituzionale".Magari con loro alla guida?"Esattamente. È per questo che non l'hanno fatto cadere adesso. Se Prodi cade ora si fa a votare. Se cade a febbraio non c'è più tempo per andare a votare e allora si dà vita ad un governo dei lobbisti".Vi piacerebbe?"Per noi sarebbe peggio del governo Prodi!. Non ci stiamo a fare il gioco di chi vuole mandare al governo gente che nessuno ha votato, nessuno ha eletto. Il governo dei lobbisti, il governo tecnico sono la negazione della democrazia".Federalismo fiscale, senato federale e legge elettorale: mica direte solo si o no?"Non partiamo da zero: ci sono già numerose proposte sulla legge elettorale; e per il Senato Federale siamo già alla discussione in aula dopo averla discussa in commissione alla Camera. Siamo già avanti. Per il federalismo fiscale c'è la proposta approvata dal governo in agosto: è già in commissione. Ci sono proposte del governo e nostre: bisogna capire se esistano condizioni per discutere, approvandole".Strade più concrete?"Sì, anche c'è molta ideologia diffusa e molto personalismo. elementi che nuocciono all'approccio concreto che ha la Lega: non siamo ideologici. Vogliamo affrontare e risolvere i problemi con molto pragmatismo: ciò che serve al Nord va bene. Se non serve non va bene. A prescindere da chi offre sostegno".Stop al muro contro muro?"Noi siamo l'ancoraggio al pragmatismo, speriamo che finisca tutto quello che radicalizza i problemi".Lei con chi parla dell'Unione?"Ce ne sono tanti di uomini che possono guidare queste trasformazioni. Si tratta di capire se ci siano confluenze politiche di là dei singoli".Concretamente?"Spesso col presidente della Camera Bertinotti che pure appartiene ad un partito ideologico. Ma essendo lui del Nord si rende conto che il Federalismo serve. È persona assai ragionevole come ce ne sono tante nell'Unione".Lo scenario dentro la Cdl?"Mi pare semplice: se, come credo il Governo non cade sulla Finanziaria allora è evidente che resterà fino al 2009. Questi 18 mesi davanti dovrebbero tutti, primo Berlusconi, a dire: mettiamoci d'accordo per il Senato federale e la Legge elettorale".Fiducioso?"Dubito perché i pasdaran di tutti i partiti si impegnerebbero solo a impedire le riforme, non a far cader il governo. E ci sono le questioni interne ai partiti...".Casini. Fini- Come stanno le cose nella Cdl?"Anche qui ci sono difficoltà, però non è un problema nostro. Prima o poi, se non cade Prodi, si chiarirà la strategia. Ma credo quella del confronto la più utile".Il 16 la Lega manifesta."Per la sicurezza che è emergenza vera al Nord: denunceremo l'incapacità del governo. Un recente sondaggio di Mannheimer dice che il 51\% di italiani è favorevole alle ronde: controllo e presidio del territorio l'abbiamo inventato noi. Poi il federalismo".Se cadesse il governo?"Subito alle elezioni e non vedo negativamente la legge elettorale vigente."Torniamo all'Unione."Sentirò Veltroni che mi aveva già chiesto incontro, ma abbiamo atteso in vista finanziaria. Ci vedremo la settimana".Casini e Fini?"Ci sentiamo tutti i giorni. Ma lei sa che a noi non interessa la leadership della Cdl...".Adriano Favaro.


"RAI..fondazione" o "Ri..affondazione"? (sezione: Riforma elettorale)

( da "AprileOnline.info" del 19-11-2007)

 

Gianni Rossi, 19 novembre 2007 Politica Siamo ormai all'emergenza istituzionale e aziendale per Viale Mazzini. Il rischio è che, continuando con le battaglie legali o lasciando questo tema, fondamentale per le sorti della democrazia e per la formazione dell'opinione pubblica, subito dopo una nuova tornata elettorale, se vincesse il centro-destra, Berlusconi resterà così il proprietario dell'interruttore unico mediatico. Intervista a Giuseppe Giulietti, parlamentare Ulivo e portavoce Articolo 21 Dopo la sentenza del TAR del Lazio sulla RAI, che ha dato ragione in parte al consigliere Angelo Maria Petroni, espressione di Forza Italia, c'è ora il rischio che la "questione RAI" venga gestita con metodi e rimedi che già nel recente passato hanno procurato la crisi cui assistiamo. La "questione RAI", invece è un'emergenza politica di grande rilevanza, come la riforma elettorale e il conflitto di interessi. L'eventualità di non prendere una soluzione immediata, legandola invece alla nuova stagione di riforme, che da sinistra e da destra si invoca, è concreta. I danni immediati sarebbero incalcolabili, sia per il sistema democratico, sia per il futuro industriale del Servizio pubblico. Per queste ragioni Articolo 21 lancia un appello alle forze del centro-sinistra, ma anche a quei settori del centro-destra che in questi ultimi giorni sembrano aver intrapreso una via di marcamento dalle sorti iconoclastiche del "padre-padrone" dell'opposizione. Silvio Berlusconi: aprire un dialogo concreto sulla riforma della "governance" RAI, così come proposta dalla legge del ministro Gentiloni, arrivando ad una sua rapida approvazione; opporsi a qualsiasi escamotage che utilizzi l'attuale fonte di nomina, così come prevista dalla scellerata legge Gasparri; mettere in grado il vertice di Viale Mazzini di proseguire nell'attuazione del Pian o industriale e del Piano editoriale, senza che la Commissione di Vigilanza si erga a vero e proprio "contro-CDA" del Servizio pubblico. Come proposta di lavoro, mi sembra piuttosto impegnativa... Bisogna finirla di fare finta che si possa scorporare la questione della RAI dal più generale tema della legge elettorale e dell'assetto dei media. In che senso? Milioni e milioni di italiani,tra le altre ragioni per le quali ci hanno dato il voto, vi era anche la necessità di superare la legge elettorale "porcata", ma anche di cancellare quelle altre autentiche "leggi porcate", rappresentate dal conflitto di interessi e dalla legge Gasparri, che ha sancito il controllo integrale da parte dei governi e dei partiti sulla RAI. Se, per disgrazia, si dovesse tornare al voto tra qualche mese anche con una nuova legge elettorale, e la destra berlusconiana dovesse tornare a vincere, senza colpo ferire e senza dover abrogare alcunché, riassumerà il controllo integrale del sistema radio-televisivo. Noi torneremo a fare i cortei ( sempre meno credibili) , l'Europa si indignerà e Berlusconi se la riderà! Non ci sarà nemmeno bisogno di un altro editto bulgaro, nemmeno dalla sua villa Certosa in Sardegna! Basterà che il "portatore sano di conflitto di interessi", Berlusconi, applichi le norme attuali, che sono le stesse approvate durante il suo passato governo, e le medesime che hanno suscitato scandalo in tutto mondo liberale. Se non si cambia questo sistema, Berlusconi resterà così il proprietario dell'interruttore unico mediatico. Uno scenario a tinte fosche, dunque. Ma cosa proponi di fare? E' quindi necessario che questo tema generale del sistema dei media, e non solo la RAI, entri finalmente nelle priorità del governo e della maggioranza. Che sia considerato un argomento di prima grandezza e che sia connesso alle modalità dell'esercizio del voto, come avviene in qualsiasi altro paese civile occidentale. E' assolutamente necessaria una riunione della maggioranza ai più altri livelli su questi argomenti, per costruire il più largo e convinto schieramento a favore della riforma Gentiloni. E una maggioranza più solida e compatta potrà dialogare positivamente anche con l'opposizione. Attualmente vedo in giro troppi trasversalismi deteriori. Troppi interessi particolari che tendono a prevalere su quelli generali. Dopo la sentenza del TAR allora cosa dovrebbe cambiare per la RAI? Intanto, mi auguro che un giorno qualcuno voglia spiegarci le ragioni per le quali si è deciso di procedere in quel modo e nei confronti del solo consigliere Petroni e, scartando invece la strada di procedere contro i 5 consiglieri che, nominando Meocci a Direttore generale, avevano provocato un gravissimo danno patrimoniale. C'è qualcosa in questa vicenda che non mi ha mai convinto, che resta misteriosa... Penso che in questo momento la priorità non possa essere data alla battaglia in tribunale, ma alla necessità di assicurare subito una nuova fonte di nomina all'interesse del Servizio pubblico. Per quanto ci riguarda, come Articolo 21 daremo un nostro appoggio, a cominciare dalla proposta di legge Gentiloni, ma solo e soltanto ad una legge che in modo chiaro ed inequivocabile metterà fine all'attuale metodo, metterà alla porta qualsiasi governo e ridurrà drasticamente l'interferenza dei singoli partiti nella gestione del CDA e dell'azienda RAI. Ci sembra inoltre che non sia più tollerabile per la stessa azienda e la sua sopravvivenza che esistano due Consigli di amministrazione, con la stessa uguale fonte di nomina: uno a Viale Mazzini e un'altra, la Commissione di vigilanza, a via San Macuto. E' del tutto evidente che uno dei due organismi, in questa condizione, è assolutamente superfluo e vada abrogato. Dal momento che questo CDA, comunque, è arrivato alla sua scadenza naturale, e che non è neppure ipotizzabile che si possa utilizzare la Gasparri a parti invertite, è del tutto evidente che le decisioni e i provvedimenti conseguenti debbono essere assunti nei prossimi giorni. Senza dimenticarsi che la televisione pubblica è dei cittadini che pagano il canone e che pretenderebbero di vedere dei cambiamenti attraverso l'audio e il video, nel segno della qualità, dello stile, della fantasia e dell'innovazione alta verso la produzione. In queste condizioni, invece, mi sembra difficile che un'azienda così complessa possa approvare Piano industriale e Piano editoriale e dare segnali forti di cambiamento ai propri abbonati. Giovanni Minoli ha parlato nei giorni scorsi di una necessità di una "RAIfondazione"... Ho la sensazione che siamo alla vigilia di una "Riaffondazione" del Servizio pubblico, a tutto vantaggio dei soliti noti, anzi del notissimo e solitissimo padre-padrone dell'opposizione.


Berlusconi pronto a incontrare Veltroni: <Riforma elettorale e poi il voto> (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore Online, Il" del 19-11-2007)

 

Berlusconi pronto a incontrare Veltroni: "Riforma elettorale e poi il voto". commenti - | | 19 novembre 2007 ANALISI No di Fini a Berlusconi: An non confluirà nel Partito del Popolo ANALISI L'idea ambiziosa del Cavaliere di Stefano Folli Berlusconi fonda nuovo partito Riforma elettorale, la proposta Veltroni Sondaggio/ Il nuovo partito di Berlusconi Processo Mediaset: per Berlusconi prescritta l'accusa di falso in bilancio Nel corso della conferenza stampa a Roma di presentazione del suo nuovo partito, Silvio Berlusconi si dice pronto ad incontrare il leader del Pd, Walter Veltroni. E fa sapere che la riforma elettorale si può fare con questo governo. Ma la sua apertura al dialogo riguarda solo ed esclusivamente la riforma della legge elettorale. Subito dopo, ha detto Berlusconi, si deve andare al voto. "Solo se c'è l'assicurazione che dopo l'approvazione di questa nuova legge elettorale si va al voto", c'è la sua disponibilità. Per quanto riguarda invece la riforma istituzionale per Berlusconi se ne dovrà occupare il nuovo parlamento. Il nuovo partito guidato da Silvio Berlusconi si chiamerà "Popolo delle libertà o Partito delle libertà". Lo ha detto il leader di Forza Italia nel corso della conferenza stampa a Roma, al Tempio di Adriano. Il nome, ha aggiunto Berlusconi, "sarà scelto da un assemblea di cittadini". Il simbolo, però, sembra già pronto: un contrassegno tondo di sfondo verde con in basso a destra i colori della bandiera italiana e la scritta in blu, in grande e in stampatello, "Il popolo della libertà". Berlusconi ha detto che il nuovo partito "sarà il corrispondente dell'European people party, perché noi siamo parte della famiglia della libertà in Europa". "Non possiamo deludere e disperdere la forza di 10 milioni di cittadini", ha proseguito Berlusconi, riferendosi alle firme raccolte da Forza Italia in tutta la penisola nelle giornate di venerdì, sabato e domenica per chiedere il ritorno alle urne. "È nostra intenzione che il nuovo partito nasca non come una fusione a freddo, come il Pd, ma dal basso, dalla gente - ha commentato Berlusconi - Per questo, nel prossimo week-end ci saranno ancora gli stessi gazebo per raccogliere le adesioni al nuovo partito".


Berlusconi: Prodi faccia proporzionale, poi si voti (sezione: Riforma elettorale)

( da "Reuters Italia" del 19-11-2007)

 

7.25 Versione per stampa ROMA (Reuters) - Silvio Berlusconi, annunciando oggi la nascita del suo nuovo partito, ha proposto che il governo Prodi faccia in tempi rapidi una nuova riforma elettorale in senso proporzionale con soglie di sbarramento e che poi si vada al voto. Dopo l'annuncio di ieri, quella di oggi è apparsa come il compimento di una vera e propria virata nella politica del leader di Forza Italia che, come chiedevano i suoi alleati, non insiste più sulla caduta del governo Prodi ma anzi chiede all'attuale governo ("non è nelle possibilità delle opposizioni di far cadere un governo") di approvare in tempi brevi una riforma elettorale alla tedesca. "Non difendiamo più l'attuale legge elettorale [...]. Alla fine mi sono dovuto rendere conto che il bipolarismo non è qualcosa che può funzionare per il governo del nostro Paese. Da qui la scelta di un sistema proporzionale puro con uno sbarramento che possa evitare il frazionamento", ha detto Berlusconi. Secca anche la bocciatura di un governo istituzionale, proposta avanzata da Lamberto Dini nei giorni scorsi, per fare le riforme istituzionali, riforma elettorale inclusa: "Con questo governo si può fare benissimo", ed ha anche detto di "non avere mai parlato di far cadere il governo perché non è nelle possibilità delle opposizioni di far cadere il governo". Per il nuovo partito partecipare a questo processo di riforma elettorale avrà come unica condizione "l'assicurazione che una volta approvata la legge elettorale si vada subito al voto". Berlusconi è stato molto duro con i suoi attuali alleati, ed ha avuto parole di ringraziamento solo per il leader della Lega Umberto Bossi, con il quale ha detto di avere parlato oggi. Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini non li ha mai citati direttamente ("non si risponde alle piccole polemiche del momento", ha risposto a chi gli chiedeva un commento alle critiche ricevute dai due alleati). Circa il nuovo partito, che si dovrebbe chiamare Il popolo delle libertà -- come mostrava il simbolo mostrato alle spalle di Berlusconi nel corso della conferenza stampa --, ha detto che sarà formato nei prossimi tempi e che "avrà regole strette di democrazia: sono il primo a mettere a disposizione la mia responsabilità", lasciando intendere quindi di pensare che passeranno almeno alcuni mesi prima delle prossime elezioni. Il nome ed il simbolo del partito saranno decisi democraticamente: "Non c'è altra via per assumere la rappresentanza che passare da assemblee ed elezioni interne e le porte saranno aperte a tutti".


BERLUSCONI: DIALOGO, SOLO RIFORMA ELETTORALE E POI VOTO (sezione: Riforma elettorale)

( da "Wall Street Italia" del 19-11-2007)

 

Berlusconi: dialogo, solo riforma elettorale e poi voto di ANSA Disposto a incontrare Veltroni, punta a proporzionale puro -->(ANSA) - ROMA, 19 NOV - Berlusconi fa sapere che la sua apertura al dialogo riguarda solo la riforma della legge elettorale, subito dopo si deve andare al voto. Per quanto riguarda la riforma istituzionale per Berlusconi se ne dovra' occupare il nuovo parlamento. In questo senso, ha detto di essere disponibile 'nell'immediato ad un incontro a questo fine' con Veltroni su una proposta di riforma elettorale ed ha parlato di 'proporzionale puro con sbarramento'. Con una precisazione: Il bipolarismo 'oggi in Italia, con queste forze politiche, con queste individualita', non e' piu' possibile'. Anche se, ha ammesso, le riforme 'si possono fare benissimo anche con questo governo'. L'ex premier si e' poi soffermato sulla nuova formazione: si chiamera' 'Popolo della liberta'' o 'Partito della liberta'', lo decidera' un'assemblea, e sara' il corrispondente dell'European people party. Qualunque sia il nome, il nuovo partito non nascera' 'come una fusione a freddo, come il Pd, ma dal basso, dalla gente. Per questo, nel prossimo week-end ci saranno ancora gli stessi gazebo per raccogliere le adesioni'. Berlusconi comincera' un tour in tutta Italia. Agli alleati lancia un appello a confluire poiche' 'il programma e' chiaro, quello dei nostri 5 anni di governo'.(ANSA).


Riforme/ Palazzo Chigi: positive le disponibilità al dialogo (sezione: Riforma elettorale)

( da "Affari Italiani (Online)" del 19-11-2007)

Argomenti: Esempi esteri

Lunedí 19.11.2007 19:12 --> "Sulle riforme si è già lavorato in Parlamento. Il dialogo, ad esempio sulle riforme istituzionali alla Camera, c'è stato e va rilanciato. Ci sono già forze di opposizione che hanno dato il loro assenso al dialogo. Se, per ultime, arrivano ulteriori disponibilità a dialogare, le accogliamo in modo favorevole". Lo affermano fonti di Palazzo Chigi sulla posizione del partito di Silvio Berlusconi. I giornalisti sottolineano che Berlusconi sarebbe disponibile a dialogare sulla legge elettorale a patto di andare subito dopo al voto... "Il dialogo - commentano le stesse fonti di palazzo Chigi - non può avere dei però...". Alla domanda se il Governo sia favorevole ad un sistema elettorale di tipo tedesco, le fonti di palazzo Chigi replicano: "Il Governo non parla di sistemi elettorali". D'ALEMA: SEMPRE STATO FAVOREVOLE AL SISTEMA TEDESCO. Alla richiesta di un commento sulla nascita a destra del Partito del popolo della libertà, il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha risposto che si tratta di una "una situazione complessa che va studiata prima di fare dichiarazioni troppo affrettate". Poi, però, a chi gli chiede se tutto questo non lasci intravedere la fine del maggioritario, D'Alema ricorda "di non essere mai stato contrario ad una riforma del sistema elettorale basata sull'impianto tedesco". Il ministro degli Esteri dice di averne parlato ancora di recente in un convegno, dove "Fabrizio Cicchitto (vicecoordinatore di Forza Italia, ndr) ha detto che non se ne parlava nemmeno. Dopo pochi minuti - ha scandito Massimo D'Alema - è stato smentito da Berlusconi. Ma questo è un problema loro". -->.


Nel 2008 si rinnova il Consiglio con la riforma varata ad agosto (sezione: Riforma elettorale)

( da "Stampa, La" del 20-11-2007)

 

Sfiducia costruttiva e "quote rosa" al 20% La novità prevede anche il doppio turno Nel 2008 si rinnova il Consiglio con la riforma varata ad agosto Tutto come è oggi: i referendum sulla riforma elettorale non hanno raggiunto il quorum, quindi nella primavera del 2008 i cittadini andranno a votare per il rinnovo del Consiglio regionale secondo il sistema che è stato riformato ad agosto con un'ampia maggioranza, 30 "Sì" su 35 consiglieri. Secondo le leggi in vigore il sistema resta proporzionale, così come il numero degli amministratori pubblici che siederanno nell'assemblea di piazza Deffeyes: 35. Ciò che cambia rispetto al 2003 è che è previsto un doppio turno di votazione qualora nessuna lista raggiunga i 18 seggi, oppure superi il 50 per cento dei voti validi. Se la maggioranza non viene raggiunta, ma viene superata la soglia del 50% allora scatta il premio dei 21 seggi. Premio che scende a 18 per chi vince al secondo turno. L'altra novità è rappresentata dalla possibilità delle coalizioni. Le preferenze, invece, restano invariate: ogni elettore può esprimere tre preferenze (la proposta referendaria ne indicava soltanto una). Al contrario di quanto indicato dai referendum il governo regionale viene eletto dal Consiglio fra i 35 consiglieri. La riforma di agosto ha poi introdotto la sfiducia costruttiva, la possibilità cioè di cambiare l'intero governo senza interrompere la legislatura e andare al voto anticipato. Per farlo però ci vuole un governo alternativo che abbia i voti e che presenti al Consiglio l'intera giunta con un programma dettagliato. La proposta referendaria divideva governo da Consiglio che condividevano però l'identico destino in caso di presidente sfiduciato. Si doveva cioè tornare alle urne. L'ultima novità della riforma in vigore è quella delle "quote rosa": ogni lista ha un limite minimo del 20 per cento. Il referendum chiedeva fosse il 33.\.


Politici ancora in trincea Caveri: "Esco rafforzato" (sezione: Riforma elettorale)

( da "Stampa, La" del 20-11-2007)

 

REFERENDUM.NON SI PLACA LO SCONTRO Nuovo ospedale Politici ancora in trincea Caveri: "Esco rafforzato" Il presidente annuncia "La legge va migliorata ma non lo faremo in questa legislatura" Ipotesi bocciata dagli elettori [FIRMA]ENRICO MARTINET AOSTA E adesso? Scivoleranno ancora veleni a inquinare politica e società? I referendum naufragano, gli elettori non rispondono. I cittadini non vogliono fare i legislatori. Ma c'è chi avverte "non è stato compreso il valore del referendum propositivo". Le barricate, le accuse di attacco alla democrazia, il "Non voto", gli ammiccamenti perfino ad una possibile rivoluzione pacifica, a un capovolgimento del sistema, tutto spazzato? Pare di no. Elio Riccarand, uno degli sconfitti, "padre" della legge sui referendum varati dal Consiglio, e sulle proposte referendarie: "Ci speravamo e invece niente rivoluzione". Lo dice sorridendo. Aggiunge: "Forse era troppo chiederla, non c'è una domanda di cambiamento così profonda. Occasione sprecata, deviata dal ''non voto'' che ha condizionato la vicenda impedendo un confronto democratico". Paolo Louvin, leader di Vallée d'Aoste Vive, ricorda l'aprile di vittoria alle politiche: "Rispetto ad allora c'è di mezzo la segretezza del voto. Ora non c'è stata, battaglia impari. Il controllo, sempre il controllo, non se ne esce. Contro chi gioca a carte truccate non c'è niente da fare. Finché tutto è basato su piccoli o grandi privilegi il cambiamento è difficile, lento". No, non c'è pace. Ancora trincee. Il fronte dei vincitori sostiene che la democrazia non è mai stata in pericolo, quello degli sconfitti insiste nel dire il contrario. E così i cittadini non sono riusciti a comprendere i contenuti delle leggi referendarie per poterle bocciare o approvare. E' sembrato uno scontro quasi ideologico, una sorta di rivincita di quell'aprile. Il presidente della Regione Luciano Caveri è sceso in campo più di una volta, ha scritto e parlato del perché non si doveva votare. Convinto e, visti i risultati, convincente. Ora dice: "Provo una grande soddisfazione e vivo lo stupore per i trionfalismi di chi è stato sconfitto dalle urne. Dopo le politiche ho detto con chiarezza ''hanno vinto gli altri''. Invece adesso la sconfitta ha paternità incerte, il bimbo referendario è in cerca di un padre che non si trova". Annuncio di "guerra" per il Consiglio regionale di domani: "All'assemblea farò il punto politico, parlerò del fenomeno di causa-effetto. Tra i referendari c'era chi intendeva questo voto come la cacciata del governo Caveri. Se guardiamo i risultati, posso dire non soltanto che questa strategia è stata sconfitta, ma che il mio governo esce rafforzato dal referendum. Sono più forte di prima". Aggiunge: "Fossi Raimondo Donzel, segretario del Pd appena formato... Beh, mi guarderei per bene allo specchio". E non evita la battuta caustica: "I referendari hanno chiuso la campagna offrendo una castagnata, in realtà la castagnata gliel'hanno data gli elettori". Se questo è l'annuncio politico, in Consiglio ci sarà battaglia. Riccarand dice "noi non molliamo" e ricorda come "il giochino del non voto sia stato meschino, sleale". Spiega: "Ho sentito dichiarazioni dei leader del Leone che parlano di Union valdôtaine ritornata al centro. Come? Non partecipando? Troppo comodo. Posso ricordare che se non ci fossero state le proposte referendarie nulla, ma proprio nulla del sistema elettorale sarebbe cambiato? Invece c'è stata la riforma che qualcosa ha migliorato. Sono state introdotte le quote rosa e si faranno le coalizioni. Questi sono risultati, sono strumenti di democrazia, piccoli passi, ma ci sono. E adesso dobbiamo stare attenti che i referendum propositivi non vengano cancellati. Certo non accadrà in questa legislatura, ma sarà al centro della prossima. Lo sappiamo, l'ha detto con chiarezza il presidente Caveri". Il presidente: "La legge c'è e ce la teniamo. E' da rendere più razionale, ma non in questa legislatura. La logica è la tutela della democrazia rappresentativa. Fatto così il referendum non ha alcun significato, sarebbe stato molto più logico proporre agli elettori la soluzione A, quella referendaria, e quella B, cioè le riforme del Consiglio. Il meccanismo del referendum propositivo è sbilenco, una legge di iniziativa popolare che diventa legge senza passare per il Consiglio non si è mai vista al mondo".La proposta referendaria sul nuovo ospedale è quella che ha avuto meno consensi. Lo scarto è minimo per la percentuale dei votanti, ma è significativo il 36,44% di "No". Segno che costruire un nuovo ospedale è stato giudicato sbagliato. La Regione ha già approvato l'ipotesi dell'ampliamento ad Est. La Cgil insiste: "Non è possibile. Non vedremo mai quell'ampliamento. E' un progetto folle". Il segretario Claudio Viale aggiunge: "Non pensavo che il referendum fosse ammesso, tuttavia, voti o non voti, la proposta di legge è servita per aprire un dialogo che mai c'è stato".


L'ultima metamorfosi - (segue dalla prima pagina) (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica, La" del 20-11-2007)

 

Commenti L'ULTIMA METAMORFOSI Il fondatore di Forza Italia scioglie il partito in un giorno solo, senza congressi, dibattiti e altre democratiche perdite di tempo e ne fa uno nuovo (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Chiusa la conta sulla cifra tonda, Berlusconi ha smesso i panni dell'agitatore di piazza e si è messo in fila per trattare con Walter Veltroni. Anzi, da buon italiano, arrivando per ultimo ha sorpassato chi in fila era già da tempo, Fini e Casini. E' lui da oggi il primo interlocutore del leader democratico per la riforma della legge elettorale. L'ennesima trasformazione di Berlusconi non ha nulla di strabiliante. Se non forse la rapidità nel cambiare marchio, strategia, opinioni, per giunta indossando lo stesso completo da trent'anni. Il "padre del bipolarismo italiano", come lo celebrava Ferrara, da oggi è per il proporzionale. Il fondatore di Forza Italia scioglie il partito in un giorno solo, senza congressi, dibattiti, lacrimucce e altre democratiche perdite di tempo, e ne inaugura uno nuovo, "il Partito della Libertà, anzi il Popolo della Libertà", o come si chiamerà. Il nome della cosa in effetti conta meno della proprietà, che rimane la stessa. E' questione di marketing. L'uomo che aveva promesso di distruggere la sinistra, sfascia la destra e fa rottamare in fretta il suo contenitore, la Casa della Libertà, in vista di una nuova stagione, improntata al "dialogo, al rispetto reciproco, al senso di responsabilità". Spallate al governo? "Mai parlato di spallate". Una mossa abile. Del genere che, praticato da altri, viene bollato come "politica politicante". Oppure storicamente irriso ("contrordine, compagni"). Berlusconi, fallita la spallata, temeva che Fini e Casini potessero accordarsi con Veltroni alle sue spalle. E magari non soltanto quei due, ma anche Bossi, in cambio di un qualche regalo federalista. Si è rassicurato con una telefonata al leader leghista, ed è partito per la svolta. Per sedersi al tavolo della trattativa aveva bisogno della prova di forza, i gazebo, le firme, la piazza. Il cambio repentino di strategia dal braccio di ferro al dialogo rientra in una logica aziendale. Il gruppo ha troppi interessi al sole per permettersi il lusso di sfidare le vituperate manovre dei politicanti e finire tagliato fuori da alleanze trasversali. Non si sa mai. Si comincia con la legge elettorale ma si può finire a discutere la riforma televisiva. Sono vent'anni che il gruppo Berlusconi riesce alla fine a mettersi d'accordo con qualsiasi maggioranza al potere, purché non si tocchino le faccende essenziali (televisioni, pubblicità). Dall'attuale governo, da questo punto di vista, non sembrano arrivare minacce. In più, Berlusconi può offrire a Veltroni una serie di offerte speciali. Comanda il partito più consistente, senza il quale è complicato varare una riforma elettorale. E condivide con Veltroni il vantaggio di poter giocare su due tavoli, quello delle riforme e quello del referendum. Se vincessero i quesiti referendari il premio di maggioranza andrebbe tutto o al Partito Democratico o all'ex Forza Italia. E' vero che pretende in cambio molto e forse troppo. Per esempio la data delle elezioni anticipate, meglio se in pochi mesi. Ma è un'altra strategia aziendale. Chiedere cento per ottenere la metà, ovvero le elezioni nella primavera 2009. Tutto torna, insomma. E torna Berlusconi, come sempre. Ma stavolta forse la mossa non è del tutto azzeccata. Agli occhi del famoso popolo della destra, il grande leader conferma d'aver smarrito l'iniziativa originale, il colpo spiazzante, il carisma magico. E' costretto a inseguire l'uomo del momento, Veltroni, scimmiotta la nascita del Partito Democratico, si accoda alle riforme proposte dal rivale. Non è più al centro della scena. Per sua fortuna, le telecamere che la riprendono sono ancora le sue.


Riforma elettorale, la resa di Berlusconi Alla fine si rassegna al dialogo: Proporzionale puro, ma subito dopo alle urne (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 20-11-2007)

 

Stai consultando l'edizione del Riforma elettorale, la resa di Berlusconi Alla fine si rassegna al dialogo: "Proporzionale puro, ma subito dopo alle urne" di Natalia Lombardo / Roma LA STRAMBATA In quarant'otto ore Silvio Berlusconi azzera FI e pure la Cdl nel partito del "Popolo delle libertà" copiando il Pd e liberandosi di Fini e Casini. E si dice pronto a dialogare con Veltroni ma solo sul "proporzionale puro" con sbarramento al 7%, un soglia così alta che sbaraglia i piccoli partiti (per la Lega un salvagente territoriale). Fatta la legge "tornare a votare subito", è la nuova strategia di Berlusconi che ora tradisce il "porcellum": non difendiamo più la vigente legge elettorale. Siamo per un proporzionale puro - applauso - con uno sbarramento che eviti il frazionamento dei partiti". Niente esecutivi istituzionali, la legge elettorale "con questo governo si può fare benissimo". Meglio ancora dialogare con Veltroni: "Ho intenzione di rendermi disponibile nell'immediato ad un incontro a questo fine". Dialogo sì, ma con uno sbarramento: no alle riforme costituzionali, il governo durerebbe almeno fino al 2009. Dopo l'annuncio suggellato dal bacio alla rossa Brambilla, ieri Silvio Berlusconi ha formalizzato la nascita del nuovo partito nello stesso posto in cui Walter Veltroni ha celebrato le primarie: il tempio di Adriano a piazza di Pietra, sede della Confcommercio. "Ci copia", ha commentato il segretario del Pd domenica, e in effetti così appare: l'ex premier ha trasformato in primarie per sé gli "8 milioni di firme, 10 con quelle raccolte dai Circoli" di Michela Brambilla e di Dell'Utri (rivali accorpati d'ufficio). Il nome non è deciso ma basta aggiungere una "elle" al Pd: si chiamerà o "il popolo delle libertà o il partito delle libertà", lascia in sospeso il cavaliere. Ma la sigla è uguale: Pdl. Addio bipolarismo, stavolta con la benedizione di Giuliano Ferrara. Addio CdL, Avanti tutta col Pdl. Con chi? "Con tutti, a partire dagli alleati" (che hanno detto di no), Regole "strette della democrazia", decisioni a maggioranza, organi eletti e primarie per i vertici. Ci sono volute ben due telefonate per placare l'ira di Umberto Bossi (che lo accusava pure di "svendersi per salvare le proprie tv"). "La Lega ha la sua autonomia e avrà con noi lo stesso rapporto di prima", assicura Berlusconi. Ma ha dovuto promettere al Senatur di cambiare legge elettorale per evitare il referendum. Eppure la prospettiva dei "due grandi partiti, uno di qua e uno di là", indicata dall'ex premier (e da Prodi), si avvicina all'esito del referendum. Il Pdl nasce nella famiglia dell'"European people party" (fa più scena di Ppe); "nasce dal basso e non è un fusione fredda tra vertici come il Pd", azzarda. Infatti è nato solo da lui... Silvio, che fa balenare il passo indietro: "Sono il primo a rimettere a disposizione il mio ruolo". Non senza aver fatto il "giro d'Italia" per promuovere il Pdl. Niente battute, tono (solo quello) da statista e da condottiero ("ci sono appuntamenti della storia che non si possono mancare"), Berlusconi torna alla "scesa in campo" del '94 per fare fuori la Cdl dei "veti, i giochetti, i compromessi della politica italiana". Non ha più convocato vertici "per le troppe divisioni", ammette. Fini e Casini, anche loro "parrucconi"? "I mestieranti della politica che vivono nel Palazzo. Io invece capisco la gente". Sulla quale si tuffa in un comizio volante ma preparato. Arriva a piedi a Palazzo Grazioli, "i sondaggi sono ottimisti", dice "senza rimpianti". Secondo Bonaiuti a convincere Berlusconi alla "strambata" sono stati i fischi lanciati a Fabrizio Cicchitto dalla platea di An riunita ad Assisi (proprio i berluscones Gasparri e La Russa) domenica. Quando Fini ha fatto un ultimatum: "O si cambia oppure ognuno per sé"; Casini lo aveva già bacchettato ma ieri coglie con favore "l'uscita dallo stallo". Stufo, Silvio come sempre ha fatto "tana" tagliando fuori i due prima che potessero dire A. Scelta "plebiscitaria" accusa Fini "Non rispondo a piccole polemiche occasionali", chiude Berlusconi. E Bonaiuti scherza e sintetizza: "tiè"... Sullo sfondo compare il logo con la scritta "Il popolo delle Libertà" e non il "partito" registrato dalla Brambilla. Sparito il logo di Forza Italia; Francesco Giro guarda il maxischermo in piazza sconsolato: "vede? il simbolo non c'è più..." Come l'avete presa? "Insomma, mica tanto bene... ma nasce una cosa bellissima". Lo stato maggiore forzista è colpito, colto di sorpresa, Bondi, Vito, Verdini sono arretrati in terza fila, Cicchitto osa la prima con Schifani. Oggi alle 16 a Montecitorio Berlusconi farà digerire il rospo ai suoi parlamentari. Partito nuovo facce nuove. In prima le donne, Mara Carfagna, la giovane Lorenzin, la Brambilla che arriva in un vortice rosso al seguito di Silvio. Già si comporta da numero due. Il nuovo partito vedrà la mutazione di FI in un Ogm con tante particelle: la Dc di Rotondi, i Circoli, i pensionati di Fatuzzo, la Dc di Pizza, la liaison con Storace e chi più ne ha più ne metta. "Certo ci saranno dei problemi", ammette Cicchitto, "voi ne sapete qualcosa eh? - dice a l'Unità - verremo a scuola da voi... magari da Bettini".


Sulle riforme ora è possibile il dialogo con tutta la Cdl (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 20-11-2007)

 

Stai consultando l'edizione del NICOLA LATORREIl vicepresidente dei senatori dell'Ulivo: "Nel Pd devono essere garantite prerogative importanti per gli iscritti" "Sulle riforme ora è possibile il dialogo con tutta la Cdl" di Ninni Andriolo / Roma Senatore Latorre ha sentito Berlusconi? "Ho visto la diretta tv, naturalmente. Non c'è che dire, Berlusconi è uno che perde, ma sa anche perdere". Anche lei pensa che il Cavaliere sia riuscito a ribaltare il tavolo? "I contenuti della conferenza stampa di ieri, così come la lettera di Fini e le dichiarazioni di Bossi e Casini, hanno confermato che l'approvazione della Finanziaria segna un cambio di fase nella vita di questa legislatura. La crisi politico-strategica della Cdl, in realtà, è frutto della sconfitta elettorale del 2006, confermata dal referendum costituzionale. Il sì del Senato alla legge di Bilancio si è incaricato solo di farla esplodere". Esplosione che mette in forse l'attuale leadership della Cdl? "In ballo non c'è solo la leadership, liquidare così la crisi del centrodestra sarebbe un errore. Nella Cdl si pongono questioni strategiche che non possono essere eluse". La rottura è avvenuta dopo il flop della spallata, ma anche Berlusconi adesso apre al dialogo con la maggioranza... "La novità è che, superata la Finanziaria, il centrodestra assume come centrale il tema delle riforme, considerato non più rinviabile già dal centrosinistra. I due schieramenti scendono sullo stesso terreno di confronto". Il Cavaliere guarda alla legge elettorale e non ad altre riforme... "Per noi è essenziale il dialogo con tutti i partiti dell'opposizione. Sicuramente c'è da affrontare come prioritario il problema della legge elettorale. Sul tappeto, però, ci sono alcune riforme urgenti che non possono essere rinviate. Nel centrodestra, tra l'altro, questa consapevolezza è presente. È la Lega che pone il tema del Senato Federale. È Fini che associa il sistema tedesco alla necessità di un premier forte. Le proposte per dare maggiore potere al capo del governo e per superare il bicameralismo perfetto sono parte integrante del pacchetto in discussione alla Camera. Possibile, quindi, un primo terreno di collaborazione tra maggioranza e opposizione. Occorre metter mano, anche, ai regolamenti parlamentari, poi. E a proposito di finanziamenti ai partiti, credo si debba vincolare la formazione dei gruppi agli stessi simboli sotto i quali deputati e senatori si presentano alle elezioni. Un modo, questo, per impedire la frammentazione che produce instabilità politica" Per Berlusconi dopo la legge elettorale ci sono solo le elezioni. Lei è d'accordo? "Nessun medico ha ordinato che dopo la riforma elettorale ci debba essere il voto. Se è legittimo che Berlusconi chieda elezioni, è altrettanto chiaro che noi lavoriamo per dare una prospettiva di legislatura al governo Prodi". Fine del bipolarismo, in ogni caso? "Il problema non è arretrare dal bipolarismo, ma eliminare i difetti di questo sistema: la frammentazione e la demonizzazione degli avversari politici. Questi limiti possono essere superati rinnovando il meccanismo elettorale, il quadro istituzionale e il sistema politico del Paese" Che idea si è fatto del Partito del popolo o delle libertà messo in campo all'improvviso da Berlusconi? "Capiremo meglio qual è il disegno, per il momento abbiamo di fronte soltanto un simbolo. C'è, tra l'altro, un margine di ambiguità evidente nelle parole del Cavaliere. Detto ciò, credo indispensabile che si proceda sulla strada di un'autoriforma del sistema politico. Verso grandi aggregazioni che semplifichino il campo, quindi. Il Pd è nato da questo presupposto. Devo rilevare, in ogni caso, che nessuno si scandalizza più di fronte alla parola partito. Perfino Berlusconi fa nascere un partito e abbandona il termine "movimento". Un fatto positivo visto che una democrazia non può vivere senza partiti". L'urgenza di cambiare i connotati di Forza Italia nasce dalla novità di un Pd che potrebbe erodere consensi alla Cdl? "Per la prima volta è Berlusconi a dover inseguire l'elemento di novità rappresentato dal Pd. Lo dico con il rispetto dovuto a chi si è posto il problema di rispondere in positivo a una sconfitta. La determinazione con la quale il governo Prodi e il centrosinistra hanno tenuto il campo in passaggi difficili, ultimo quello della Finanziaria, ha contribuito a rendere più esplicita la crisi del centrodestra. La nascita del Pd, poi, ha rafforzato la coalizione e ha prodotto contraddizioni nell'opposizione. E tutto questo ha fatto piazza pulita di considerazioni strumentali sul Pd che avrebbe indebolito Prodi e rafforzato il centrodestra. È accaduto l'esatto contrario. La nascita del Partito democratico ha rappresentato un fatto dirompente nel sistema politico italiano". Soltanto positivi, quindi, i primi passi del Pd? "Importanti e positivi, anche per i risultati politici già ottenuti. Un'impresa rilevante ha preso le mosse con il giusto tono. Il grande successo delle primarie, il risultato ottenuto da Veltroni, l'Assemblea costituente di Milano, hanno rappresentato un ottimo inizio. Adesso si tratta di portare avanti il lavoro necessario per strutturare il partito e valorizzarne l'ingrediente essenziale già richiamato da Veltroni". Quale, senatore? "La grande partecipazione democratica che si registra. La discussione sullo Statuto è aperta. Si tratta di compiere scelte capaci di valorizzare sia coloro i quali vorranno aderire al nuovo partito, sia coloro i quali vorranno votare per il suo simbolo. Gli iscritti dovranno avere il ruolo e la funzione che già assegnano loro i grandi partiti europei. Nel contempo, però, bisognerà trovare il modo per valorizzare coloro che, magari, non intendono espressamente iscriversi, pur non volendo rinunciare alle occasioni di partecipazione che riguardano le grandi scelte politiche" Nel Pd non deciderà solo chi milita a tempo pieno, quindi? "Non voglio anticipare la discussione che si deve sviluppare all'interno della Commissione per lo Statuto. Sono convinto, però, che non si possa rinunciare al ruolo e alla funzione prioritaria di chi aderisce a un partito, prevedendo prerogative importanti da definire. Dall'altro lato, però, sarebbe un errore circoscrivere il contributo decisivo alle scelte politiche fondamentali. Ed è per questo che bisognerà sancire una partecipazione attiva dei cosiddetti elettori. Da questo punto di vista non dovremo inventare particolari meccanismi. Basta guardare all'esperienza dei grandi partiti europei. Dei laburisti inglesi o dei socialisti danesi, ad esempio". La fase costituente si concluderà con un congresso fondativo del Pd o questo non sarà necessario dopo le primarie? "Che le primarie abbiano legittimato la leadership di Veltroni è fuori discussione. Che non si debbano rifare congressi che ripropongano riti tradizionali è logico, visto che fondiamo un partito nuovo. Dopodiché, credo non sarebbe giusto rinunciare - nei tempi che riterremo utili - a un passaggio congressuale che definisca in maniera compiuta non solo gli assetti ma anche le prospettive del Pd. Questo passaggio si renderà indispensabile".


La retromarcia del Cavaliere (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 20-11-2007)

 

Stai consultando l'edizione del La retromarcia del Cavaliere Gianfranco Pasquino Segue dalla Prima I candidati che vincono,e, ma anche quelli che hanno perso per poco, mantengono tutto l'interesse a fare funzionare l'organizzazione e a diffondere il marchio, anche soltanto per rimanere in politica. Per di più, a prescindere dagli errori di Berlusconi e dalle sue sbruffonate, gli elettori di Forza Italia esistono e, probabilmente, esistono anche elettori degli altri partiti di centro-destra che non sarebbero affatto disposti a vedere i loro partiti andarsene distanti da Forza Italia e da Berlusconi, come hanno dimostrato i risultati delle elezioni del 2006. Anche se sommerso dai fischi di Alleanza Nazionale, aveva ragione Cicchitto a ricordare, nient'affatto retoricamente, a quei militanti di An che, senza un rapporto con Forza Italia, non potrebbero andare da nessuna parte. Mentre Bossi e la Lega sanno benissimo che Berlusconi è il più sensibile ai loro interessi e alle loro richieste, Alleanza Nazionale e persino l'Udc sembrano avere dimenticato che nei loro gruppi dirigenti e ancor più nel loro elettorato esiste un nucleo duro di berlusconiani. Infine, anche senza essere truccati o esagerati, i sondaggi continuano a dare esistente una maggioranza complessivamente favorevole al centro-destra nel suo insieme. Naturalmente, tra i sondaggi e le elezioni anticipate che Berlusconi reclamava a gran voce ci starebbe, anzitutto, una campagna elettorale che, se condotta in ordine sparso, potrebbe non giovare né a Forza Italia né al centro-destra. In secondo luogo, sta anche l'eventuale riforma elettorale oppure il referendum. Le variabili politiche si incrociano con le variabili istituzionali. Questa lunga premessa consente di capire meglio perché Berlusconi abbia deciso di prendere atto che, come sostengono da qualche tempo i suoi ex-alleati, la Casa delle Libertà non esiste più. Non c'è dunque neppure più bisogno di un sistema elettorale che imponga la formazione di coalizioni non omogenee decisive per vincere, in difficoltà per governare. Se bisognerà contarsi, deve avere finalmente ragionato Berlusconi, allora il sistema elettorale tedesco, presumo considerato nella sua interezza, potrebbe costituire una buona soluzione. In questo modo, da un lato, Berlusconi va incontro all'Udc di Casini, che vuole fortemente proprio quel sistema elettorale, dall'altro, dà la sua disponibilità anche a Veltroni su una proposta chiara e, come stanno i rapporti di forza nel Parlamento, rapidamente praticabile. Costruire il bipolarismo non è necessariamente compito del sistema elettorale. Anzi, sono le modalità di competizione e di collaborazione fra i partiti che danno vita e linfa al bipolarismo. Magari non è il bipolarismo quello che desiderano l'Udc, l'Udeur e altri (nel centro-sinistra), ma il Partito del Popolo avrebbe, pensa Berlusconi, voti e seggi sufficienti a convincere qualche alleato riluttante, a entrare in trattative dopo il voto, se non addirittura a essere il perno di una nuova alleanza di governo. La vera novità, che potrebbe cambiare il volto di questa legislatura e, forse, addirittura del sistema politico italiano, è costituita dal riconoscimento da parte di Berlsuconi, tardivo, ma non fuori tempo massimo, che nello schieramento di centro-sinistra esistono persone con le quali il capo di Forza Italia potrebbe dialogare. La prova immediata è data dalla riforma elettorale che potrebbe essere la premessa di un ritorno alle urne, magari non altrettanto immediato se Veltroni e Violante insistessero, come forse dovrebbero, ad accompagnare quella riforma, in special modo se tedesca, con meccanismi di stabilizzazione del governo, ovvero con la sfiducia costruttiva (che regolamenta e rende difficili i tanto temuti "ribaltoni") che richiede una riforma costituzionale. Resta tutto da vedere. Per il momento, tuttavia, è lecito concluderne che la costruzione del Partito Democratico ha messo in moto un processo di cambiamento e di ristrutturazione anche nel centro-destra; che la disciplina e la presenza dei senatori del centro-sinistra hanno efficacemente segnalato che il governo può anche durare per parecchio tempo; che i tentativi di Berlusconi di sovvertire con la piazza o con la "persuasione" l'esito delle elezioni dell'aprile 2006 sono falliti. Si sta per aprire una nuova fase che, con l'obiettivo di riforme di alto profilo sistemico, potrebbe vedere rapporti imprevisti e impensati fra i maggiori partiti italiani. Senza precorrere i tempi e senza pregiudicare i modi, una Grande Coalizione che sappia fare le riforme istituzionali e economiche necessarie in tempi relativamente contenuti potrebbe non essere del tutto riprovevole. In fondo, sospendendo il giudizio, in Germania questa è la situazione attuale.


Fini va nei guai L'alleato a destra sarà Storace (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale.it, Il" del 20-11-2007)

 

Di Redazione - martedì 20 novembre 2007, 07:00 Stampa Dimensioni Versione PDF Invia ad un amico Vota 1 2 3 4 5 Risultato La fine della Casa delle libertà mette in evidenza che i tre partiti alleati godevano di una rendita di posizione grazie a Berlusconi. La Lega, ormai residua dal suo grande momento, usufruiva della sua forza al nord per costringere Berlusconi a darle voti e seggi. Scegliendo di collaborare per la riforma della Costituzione e per il federalismo fiscale, la Lega ha rotto di fatto, sotto la direzione di Roberto Maroni, il suo vincolo con la Casa delle libertà. Il proporzionale alla tedesca riduce le possibilità elettorali della Lega anche al nord. Alleanza nazionale vedrà Fini in difficoltà: l'alleanza con Berlusconi gli dava la possibilità di essere padre padrone in An. Non essendo più il partner di Berlusconi, Fini perde i poteri assoluti che aveva in Alleanza nazionale. Egli ha scelto di abbandonare la linea di Giorgio Almirante, che considerava il postfascismo come un elemento della democrazia italiana. Ha invece scelto una linea di destra laica neogollista, in un paese in cui non c'è la tradizione nazionale della Francia e l'eredità di De Gaulle. Del resto non si vedono in Fini l'attivismo e le competenze di Sarkozy. Gasparri, La Russa e Alemanno avevano cercato di trovare legittimità nel rapporto con il mondo cattolico. Fini ha duramente condannato questi sforzi, che invece appartenevano alla tradizione di Almirante. È probabile che in An le correnti filocattoliche tradizionali riprendano forza. Fini dovrà fare i conti anche con la posizione di Almirante che è stata assunta da Francesco Storace e corrisponde ai temi fondamentali del postfascismo. E, non a caso, il primo segno che Berlusconi stava per rompere con Fini è venuto dalla partecipazione del leader di Forza Italia al congresso di fondazione della Destra. Ciò vuol dire che Storace sarà alleato di Berlusconi al posto di Fini. Il leader di An puntava sul referendum e sulla legge elettorale proposta dai referendari che comporta un'alleanza stretta con Berlusconi. Ma ora anche su questo punto Fini si trova senza strategia. Berlusconi lo ha aggirato a destra: una manovra tattica perfetta. La posizione di Casini è paradossale. Egli chiedeva la proporzionale alla tedesca e Berlusconi l'ha scelta. Ma un conto era imporla a Berlusconi inchiodato sul bipolarismo e un altro è l'essere imposta da Berlusconi. Casini, che ha usato persino la perfidia di Follini per umiliare Berlusconi, si trova ora, come si dice in gergo, in "braghe di tela". Cambieranno le cose anche in Forza Italia, l'accenno ai "parrucconi" è significativo. Berlusconi non ha certamente dimenticato le pressioni che alcuni senatori di Forza Italia gli avevano fatto per essere garantiti della loro elezione, minacciando altrimenti di disertare il voto in Senato. Egli certamente gradirà contornarsi di giovani, perché questa è la sua intenzione da più di tre anni quando disse che Forza Italia si era secolarizzata, cioè aveva perduto il sentimento della battaglia. Forza Brambilla. Pagina successiva >>.


Il pd e lo spettro della bicamerale "non si può far cadere il governo" - goffredo de marchis (sezione: Riforma elettorale)

( da "Repubblica, La" del 20-11-2007)

 

Il leader e il premier temono trappole dal Cavaliere. Ma D'Alema apprezza il sì al proporzionale Il Pd e lo spettro della bicamerale "Non si può far cadere il governo" Il Professore però esulta per la lite nella Cdl: "Godiamoci questo momento" GOFFREDO DE MARCHIS ROMA - "Lui sta all'opposizione, regola i conti dentro la Cdl e fa come gli pare. Noi invece non possiamo far cadere il governo". Su questa linea si è mosso ieri Walter Veltroni dopo la nascita del nuovo partito di Silvio Berlusconi. Una linea costruita anche attraverso una serie di telefonate con Romano Prodi. Al premier naturalmente non è piaciuto il riferimento del Cavaliere a una riforma elettorale approvata in Parlamento che dovrebbe portare automaticamente a nuove elezioni politiche. "Anzi, sembra quasi che la legge elettorale sia solo un corollario, l'obiettivo resta la caduta del mio esecutivo". Queste le note dolenti. Lo ha soddisfatto di più osservare l'implosione del Polo: "Godiamoci questo momento - ha detto il Professore ai suoi fedelissimi - . Perché la Finanziaria non è ancora stata votata in via definitiva, ma adesso il suo percorso è molto più scorrevole". E sul resto? "Wait and see", risponde Prodi facendo il verso all'ex premier. Ufficialmente, Palazzo Chigi guarda con favore alla disponibilità berlusconiana sulle riforme. Così fa il segretario del Partito democratico. Massimo D'Alema si spinge oltre. Ricorda di essere stato lui a immaginare per primo un proporzionale alla tedesca come chiave per uscire dalla crisi di sistema. Dunque, apprezza la svolta del Cavaliere. Goffredo Bettini ieri pomeriggio si è attaccato al telefono per cercare Gianni Letta. Obiettivo: capire meglio gli effetti della sortita berlusconiana e come il Partito del popolo influisce sui progressi della trattativa sotterranea tra Pd e Forza Italia. All'appello del Cavaliere per un incontro immediato Veltroni risponde con il silenzio, rilanciando la linea del dialogo a tutto campo. Teme anche i corsi e ricorsi storici. Con il pensiero fisso alla Bicamerale di D'Alema, una sede di confronto in cui Berlusconi andò fino in fondo prima di mollare tutto lasciando a terra il centrosinistra. "L'opposizione è divisa in tre-quattro pezzi - spiega il sindaco - . Voglio parlare con tutti. Certo, Berlusconi compreso". Ma su quali basi? Il Vassallum, la bozza di riforma sottoscritta dal sindaco di Roma, parte dal proporzionale ma punta a non distruggere il bipolarismo. Come dialogare allora con chi dice che quella stagione è finita? Assieme al testo, i costituzionalisti che lo hanno scritto hanno spedito un allegato a Veltroni in cui si diceva che gli interlocutori privilegiati potevano essere An e Lega bypassando, se necessario, Forza Italia. Ma Veltroni non vuole seguire questo binario, non vuole alimentare la disarticolazione della Cdl. E soprattutto Veltroni non può rimanere scoperto dentro il Partito democratico. Le parole di D'Alema di ieri, in questo senso, sono un monito chiaro: una parte importante del Partito democratico sposa il modello prospettato ieri dal Cavaliere. Prendere tempo, perciò. Per sé e per il governo. "Non basta la riforma elettorale - dice Veltroni -. Le modifiche costituzionali non solo sono necessarie, ma sarebbero anche più capite dall'opinione pubblica. La legge per il voto è roba di Palazzo, una cosa tutta interna ai partiti. La fine del bicameralismo, il taglio dei parlamentari invece è anche una risposta alla protesta sui costi della politica". Il Pd tende a vedere cosa succede nel campo del centrodestra. Ma nella cerchia più vicina a Veltroni si immagina anche un altro scenario: "Berlusconi vuole andare dritto al referendum e si sta già creando un partito pronto a raccogliere tutti, come prevede la legge modificata attraverso il quesito". Se fosse questo lo sbocco, il Pd ha già detto da che parte sta. "Se andiamo al referendum, i democratici sosterranno il sì", ha annunciato il vicesegretario Dario Franceschini.


E i "piccoli" temono di essere tagliati fuori (sezione: Riforma elettorale)

( da "Messaggero Veneto, Il" del 20-11-2007)

 

Attualità E i "piccoli" temono di essere tagliati fuori LE REAZIONI ROMA. Silvio Berlusconi si siede al tavolo della riforma elettorale. "Sono pronto a incontrare Veltroni", fa sapere spiegando che il modello al quale guarda è un proporzionale alla tedesca. Un fatto politico nuovo dopo i tanti no del Cavaliere, anche se in qualche modo anticipato da un intervento di apertura di Gianni Letta al "Corsera" sulle riforme e dalla presenza del vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto al convegno di "Italianieuropei" sulla modifica del sistema di voto. Proprio in quell'occasione il numero tre azzurro aveva sottolineato come, sulle riforme, "la maggioranza non può prescindere dal dialogo con il primo partito dell'opposizione". E, in effetti, l'uscita di Berlusconi non lascia indifferente l'Unione. Nei "piccoli" si materializza immediatamente lo spettro di un accordo che li tagli fuori; il Pd, invece, adotta la tecnica del "wait and see" ("aspettiamo che cada la polvere", osserva il ministro delle Riforme Vannino Chiti) per capire meglio le intenzioni dell'ex premier. Si dialoga con tutti - è il ragionamento - ma sull'intero pacchetto che comprende anche riforma costituzionale e dei regolamenti parlamentari. Berlusconi propone di modificare solo la legge elettorale e poi andare al voto? Palazzo Chigi replica che il dialogo "non può avere dei però". Lo dice esplicitamente Chiti: "Abbiamo già detto e ridetto - sottolinea - che esiste un pacchetto di riforme senza il quale la legge elettorale non ha senso. Tutti hanno capito che non si voterà nel 2008". Il prossimo anno, puntualizza anche Veltroni, va impiegato per le riforme, "per noi questa rimane la scadenza". I "cespugli" dell'Unione, però, avvertono, che una corsia preferenziale per il dialogo con Forza Italia può rappresentare la pietra tombale per il governo. "Un dialogo privilegiato con gli azzurri - osserva il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio - sarebbe un modo per mandare a casa Prodi". Anche l'Udeur è preoccupato: "Qualcuno - ragiona Mauro Fabris - in un campo e nell'altro vuole eliminare gli alleati". Mentre Rifondazione, da tempo sul tedesco, plaude (così come, dall'altra parte l'Udc), i "piccoli" (che pure fanno sapere di aver avuto assicurazioni sul fatto che "non ci sono ancora proposte definite") continuano a chiedere un vertice per trovare una proposta condivisa nel centro-sinistra da proporre alla Cdl. Ma il Pd punta al dialogo in Parlamento e con tutti, "senza pregiudiziali o veti". Da questa prossima settimana - spiegano fonti della maggioranza - si accelera in commissione affari costituzionali al Senato ed entro una decina di giorni al massimo potrebbe essere depositato un testo base al quale sta lavorando il costituzionalista Antonio Agosta (chiamato proprio dalla commissione la scorsa settimana). Anche negli ulivisti serpeggia il malumore. "Berlusconi - è l'appello del ministro della Difesa Arturo Parisi - non ceda al proporzionale". E non butti a mare il bipolarismo. Ma la strada sembra ormai segnata. Lo stesso si potrebbe dire per il referendum dopo l'apertura di Berlusconi. Un parte del Pd teme che il Cavaliere punti alla fine a quello, ma molti altri sono più convinti che lo voglia cavalcare unicamente come arma contro l'Unione. "Berlusconi - è il ragionamento di un esponente del Pd - si siederà al tavolo e dialogherà anche perchè, vista la sfida che sta lanciando ad avversari e alleati, è chiaro che non vuole il referendum".


Veltroni, aperture ma senza condizioni (sezione: Riforma elettorale)

( da "Piccolo di Trieste, Il" del 20-11-2007)

Argomenti: Esempi esteri

La maggioranza fra ottimismo e cautela: "Per ora l'unica certezza è la fine della Casa delle libertà" Il ministro degli Esteri D'Alema: "Non sono mai stato contrario a un cambiamento basato sul sistema elettorale tedesco" Veltroni, aperture ma senza condizioni "Una discussione a tutto campo, anche se il governo non si tocca" ROMA Walter Veltroni e Palazzo Chigi danno il benvenuto all'apertura al confronto da parte di Silvio Berlusconi. A patto che, spiega in mattinata il leader del Pd, il dialogo sia a tutto campo, dalla legge elettorale alle riforme costituzionali; e che, concordano in serata fonti di Palazzo Chigi, non "abbia però", cioè non preveda l'equazione nuova legge elettorale-voto. E che non tocchi questo governo. Tra ottimismo e cautela, il Pd guarda alle mosse del Cavaliere e alle conseguenze che il terremoto nella Cdl può portare al tavolo del confronto sulle riforme. Ottimismo perchè, è la convinzione di Veltroni ma anche del premier Romano Prodi, il dialogo con il principale partito di opposizione è necessario per raggiungere le più ampie convergenze anche se bisogna andare con i piedi di piombo per mandare davvero in porto le riforme ed evitare fallimenti come quello della Bicamerale, quando proprio Berlusconi fece saltare all'ultimo l'accordo politico. Luci e ombre del nuovo scenario politico sono state, ieri mattina, al centro dell'esecutivo del Pd, nel quale Veltroni ha ribadito che il partito "dialogherà con tutte le forze che sono disponibili a collaborare" senza pregiudiziali nè preferenze. Ma una subordinata è fondamentale per il leader del Pd: si discute su tutto il pacchetto e non solo sulla riforma elettorale, per continuare a considerare il Vassallum "una soluzione possibile" e da tenere come base di discussione. "Benissimo il dialogo - è la rotta di Veltroni - benissimo il confronto, ma per quanto ci riguarda la prospettiva è che legge elettorale, riforme istituzionali e nuovi regolamenti parlamentari vadano insieme". E al Cavaliere, che condiziona il dialogo sulla legge elettorale al voto, il leader del Pd fa sapere già dalla mattinata che "l'unica scadenza è che il 2008 deve essere impegnato" per fare le riforme. Alla stessa pretesa del leader azzurro fonti di Palazzo Chigi rispondono a caldo, subito dopo la manifestazione di piazza di Pietra: "Il dialogo è dialogo, non può avere un però". Sotto la lente di ingrandimento del nuovo vertice del Pd non è finita ieri mattina solo l'eventuale strategia di Berlusconi sul terreno delle riforme. Anche la nuova creatura politica è stata analizzata da Veltroni e dai suoi ed il giudizio, in attesa di capirne caratteristiche e peso, non è certo stato lusinghiero. "Per ora Berlusconi annuncia la fine della stagione politica della Cdl - dice il segretario del Pd - nel merito valuteremo dopo, perchè, allo stato, più che la nascita di un nuovo partito sembra un cambiamento di denominazione". Certo, hanno sottolineato alcuni esponenti dell'esecutivo, al momento il Partito del popolo "non sembra meritarsi la patente di novità politica", anzi l'impressione è che il Cavaliere ricalchi l'idea di un Pd di destra, copiando l'idea dei gazebo e dei votanti e addirittura scegliendo per il battesimo lo stesso luogo, il tempo di Adriano, scelto da Veltroni per festeggiare la vittoria delle primarie e dare il via alla "nuova stagione". Alla richiesta di un commento sulla nascita a destra del Partito del popolo delle libertà, il ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha risposto che si tratta di una "una situazione complessa che va studiata prima di fare dichiarazioni troppo affrettate". Poi, però, a chi gli chiedeva se tutto questo non lasci intravedere la fine del maggioritario, D'Alema ricordava "di non essere mai stato contrario ad una riforma del sistema elettorale basata sull'impianto tedesco". Il ministro degli Esteri ha detto di averne parlato ancora di recente in un convegno, dove "Fabrizio Cicchitto (vicecoordinatore di Forza Italia, ndr) ha detto che non se ne parlava nemmeno. Dopo pochi minuti - ha scandito Massimo D'Alema - è stato smentito da Berlusconi. Ma questo è un problema loro". "Pur da avversari, non abbiamo mai misconosciuto il ruolo di Berlusconi nell'evoluzione del sistema politico italiano nella direzione del bipolarismo e di una democrazia competitiva. Oggi registriamo con rammarico che da innovatore-riformatore Berlusconi si trasforma in restauratore di un sistema segnato da pratiche e dei vizi antichi: frammentazione, instabilità, trasformismo". Così Franco Monaco, deputato ulivista del Pd, commenta il giudizio del leader di Fi, secondo il quale il bipolarismo in Italia "oggi non è più possibile". "Indifferente alla configurazione del sistema politico - conclude Monaco - il Cavaliere ora si contenta di esserci e contare. Da un progetto maiuscolo a uno minuscolo di mero potere".


Veltroni: dialogo, ma su tutto (sezione: Riforma elettorale)

( da "Manifesto, Il" del 20-11-2007)

 

Il leader Pd non si fida. Bene la svolta di Berlusconi "ma discutiamo anche sulle riforme". Da Palazzo Chigi un no al voto anticipato Daniela Dalerci Roma La stagione politica della Cdl è finita, "ora la geografia del centrodestra cambierà". La prima reazione di Walter Veltroni alla svolta di Silvio arriva in mattinata, nell'esecutivo del Partito democratico. Ma è una fotografia. Non più di una presa d'atto, persino cauta. Il soggetto Berlusconi è mobile, e quanto ad accelerazioni ha dimostrato di non essere secondo a nessuno. Neanche a Veltroni. Aspettare, dunque, ancora qualche scossa di assestamento. "Aspettiamo che scenda la polvere", dice il ministro Vannino Chiti. Prima di azzardare un bilancio del dopo-terremoto, ovvero la nuova fase politica aperta ieri da Silvio Berlusconi nella sua ultima e favolosa interpretazione. Nei panni di "Pa-Peròn", dice Francesco Cossiga, in quelli dell'ennesimo leader nuovo di zecca, questa volta capo del (presunto) popolo delle libertà. Ma se si apre un dialogo, continua Veltroni appena riprende fiato, "per noi il quadro non è solo la legge elettorale. Per noi sul tavolo ci sono tutte le questioni, che vanno insieme". Quindi da qui all'eventuale voto anticipato non c'è solo una riforma elettorale, ma anche "la riforma istituzionale e la modifica del regolamento parlamentare". La road map del governo, secondo Veltroni, è questa, e occuperà tutto il 2008. Dialogo sì, senza "però" né condizioni. Lo manda a dire anche Palazzo Chigi in serata, quando l'effetto sorpresa è quasi svanito, ma resta il dubbio sulle reali intenzioni dell'ex leader della Cdl. Romano Prodi è in Germania, da dove fioccano le anticipazioni di una sua intervista alla 'Sueddeutsche Zeitung'. Rilasciata però il 15 novembre. Al quotidiano tedesco il premier ribadisce la ferma intenzione di governare fino a fine legislatura, "anche se i sondaggi sono veramente brutti. Poi una stoccatina al leader del Pd: "Io ho vinto le elezioni, e non Veltroni. Perciò governerò per cinque anni, a meno che il Parlamento non mi conceda più la fiducia".Poi spiega: "Veltroni ed io abbiamo sempre collaborato. Ho già annunciato di non ricandidarmi dopo la fine della presente legislatura. Fra Veltroni e me esiste, quindi, un programma temporale che rispetta sia la democrazia, sia il rapporto fra di noi". Fatto sta che la risposta a Berlusconi a nome del centrosinistra, ieri l'ha data Veltroni, e non Prodi. Il leader del primo partito della coalizione, e non quello del governo. E Veltroni è stato cautissimo, timoroso di non aprire una linea di credito nei confronti di Berlusconi, con il rischio di rimanere bruciato in caso di fallimento. Come ai tempi della Bicamerale successe a Massimo D'Alema. Veltroni tranquillizza gli alleati e ribadisce che non ci sarà un confronto privilegiato fra il Pd e il partito del popolo delle libertà, o come diavolo si chiamerà la nuova formazione azzurra. Gli alleati, però, non si fidano: "Un dialogo privilegiato con gli azzurri sarebbe un modo per mandare a casa Prodi", per il Pdci. E Mauro Fabris, dell'Udeur: "Qualcuno in un campo e nell'altro vuole eliminare gli alleati". Ma altri dubbi arrivano dall'interno del Pd. Il Cavaliere punta al referendum, fingendo di dialogare per poi fare saltare il banco? O sono a demolire l'Unione. "Berlusconi - ragiona un esponente del Pd - si siederà al tavolo e dialogherà anche perchè, vista la sfida che sta lanciando ad avversari e alleati, è chiaro che non vuole il referendum che, con il premio di maggioranza, lo costringerebbe a fare coalizione con patiti dei quali, a detta di lui stesso, si è rotto...". "L'offerta di trattare con il segretario del Pd Veltroni è seria. E io so quel che dico", chiosa Cossiga. Sarà. Intanto la proposta di una legge elettorale ispirata al sistema tedesco senza variazioni, ovvero proporzionale più soglia di sbarramento, spariglia le carte delle consultazioni avviate dal segretario del Pd. Rischia di piacere, almeno quanto o più della proposta Vassallo-Ceccanti, l'arzigogolato tedesco in salsa spagnola. Ieri Gennaro Migliore (Prc), lo ha detto esplicitamente. "Per noi il proporzionale alla tedesca è la soluzione migliore". Ora il percorso delle riforme dovrebbe spostarsi della scrivania di Veltroni alla commissione Affari Costituzionali al Senato, dove entro dieci giorni potrebbe arrivare un testo base al quale - vi starebbe il costituzionalista Antonio Agost, chiamato dalla commissione la scorsa settimana.


Grande gelo da An, Udc e Lega (sezione: Riforma elettorale)

( da "Secolo XIX, Il" del 20-11-2007)

 

Fini: "Non se ne parla". Maroni: "Non siamo interessati". Casini però rischia: Giovanardi se ne va Roma. Ognuno va per la sua strada. Spiazzati dall'annuncio fatto in tv, gli alleati di Silvio Berlusconi prendono le distanze da quella che il leader di An, Gianfranco Fini, non esita a bollare come "scorciatoia plebiscitaria e confusa". Una cosa è certa: la mossa del Cavaliere segna l'inizio della fine della Casa delle libertà e apre nuovi scenari, anche sulla riforma elettorale. Ma gli altri non accettano un salto nel buio: non vogliono salire su un treno in corsa e diretto verso una meta stabilita da Berlusconi. Più di tutti è Fini, che si sente tradito. Proprio lui, addirittura considerato il delfino nel caso di un matrimonio tra Fi e An, non accetta di incassare uno smacco come quello che gli ha inferto Berlusconi, liquidandolo addirittura come uno dei "parrucconi" della politica da mettere in disparte. Del nuovo partito, battezzato in piazza, Fini non ne vuole sapere: "No, non se ne parla proprio. An non si scioglierà", dice. La proposta del Cavaliere non convince neanche Lega e Udc, che però non hanno mai accettato l'idea di deporre le rispettive insegne per entrare in un partito unico del centrodestra concepito per fare concorrenza al neonato Pd di Walter Veltroni. E dunque, ora che il dado è tratto, anche loro dicono no: "La Lega non è interessata", afferma Roberto Maroni. "Ognuno ha la sua storia. L'Udc non c'era prima e non c'è ora", spiega il segretario centrista, Lorenzo Cesa. Del resto, Pier Ferdinando Casini si è sempre smarcato rispetto alle scelte strategiche di Berlusconi: è stato lui il più feroce critico della mitica spallata sulla Finanziaria. In fin dei conti, la svolta del Cavaliere, per quanto non condivisa, gli dà ragione ma di questo Casini può compiacersi fino a un certo punto. Già, perché il nuovo partito rimescola le carte della Cdl ma può diventare una scossa tellurica in grado di scuotere i singoli partiti del centrodestra. Il più insidiato è proprio Casini, che rischia di perdere pezzi: i berlusconiani, guidati da Carlo Giovanardi, sono pronti a fare le valigie e a traslocare nel Partito della libertà. Giovanardi non fa giri di parole e avverte: "Dobbiamo sciogliere l'Udc per concorrere alla nascita del nuovo partito". Anche il senatore Francesco D'Onofrio non snobba la mossa a sorpresa di Berlusconi anche se gli alleati non sono stati neanche invitati: "A gennaio, quando sarà chiara la sorte di Prodi, l'Udc dovrà cogliere la sfida basata su un nuovo equilibrio tra popolo e Parlamento". Dentro An, Fini sembra per ora avere il controllo dei suoi colonnelli, che ieri si sono riuniti per fare il punto della situazione e decidere la linea da adottare ora che ognuno ha le mani libere. In ballo, c'è l'opposizione da fare al governo ora che la spallata non è più all'ordine del giorno. Ma bisognerà anche studiare il da farsi sul versante della riforma elettorale, rispetto alla quale Berlusconi si è rimesso in gioco pronunciandosi a favore del sistema proporzionale tedesco e preparandosi però anche al referendum se la Corte Costituzionale darà il suo via libera a gennaio. Rispetto a Lega e Udc, An oggi ha una necessità più urgente di aggiustare la rotta dopo che il Cavaliere ha scelto il campo, su cui giocare la partita a modo suo. L'irritazione di Fini è comprensibile perché in un colpo soltanto rischia di perdere tutto il vantaggio, che finora aveva accumulato come più fedele e stimato alleato romano dell'ex premier, che lo metteva sullo stesso piano di Umberto Bossi. Ora invece si vede costretto a difendersi di fronte all'offensiva mediatica e politica del Cavaliere: "Non mi riconosco nella categoria dei parrucconi", taglia corto Fini. Il quale deve prendere atto che la Cdl è stata archiviata ed è arrivato il momento di andare oltre, ma con un'avvertenza: "Si rischia di fare l'interesse dell'altra parte. Berlusconi esagera quando se la prende con coloro che restano indispensabili per non far vincere Prodi", si sfoga con i suoi il capo di An. "Non rispondo alle piccole polemiche", lo liquida Berlusconi, invitandolo a tornare a Canossa. I colonnelli di An fanno quadrato: "Non ci possiamo sciogliere. An va avanti per la sua strada. Ma valuteremo le proposte sulle riforme", osservano un po' tutti. L'importante è ridare smalto al partito ora che a destra c'è aria di resa dei conti, con Francesco Storace e Alessandra Mussolini che applaudono al colpo di teatro. Anche Umberto Bossi non sale sul carro del nuovo partito ma Berlusconi telefona per due volte al Senatur per rassicurarlo: "Non è una cosa contro di voi. Troveremo un accordo". Forse Bossi è l'unico che si aspettava e non stigmatizza lo strappo. La Lega si è sempre tenuta distante da un progetto di partito unico e quindi è la meno spiazzata. Ma ora si apre la partita della riforma elettorale. E il Cavaliere sembra intenzionato a giocarla in proprio senza vincoli né concessioni agli ex alleati. Michele Lombardi 20/11/2007 ognuno ha la sua storia. Non c'eravamo prima, non ci siamo ora lorenzo cesaSegretario Udc 20/11/2007 " 20/11/2007.


Bossi: serve armistizio tra alleati (sezione: Riforma elettorale)

( da "Giornale di Brescia" del 20-11-2007)

 

Edizione: 20/11/2007 testata: Giornale di Brescia sezione:IN PRIMO PIANO LA LEGA D'ACCORDO SUL SISTEMA TEDESCO Bossi: serve armistizio tra alleati Umberto Bossi con Roberto Maroni e Roberto Castelli nella sede milanese della Lega MILANO - La Lega Nord non è disposta a confluire nel nuovo partito ma tra Bossi e Berlusconi l'"asse del Nord" sembra comunque essere saldo. No al nuovo partito, dicono "rassicurati" da Via Bellerio dove ieri si è svolto il federale del Carroccio, sì al proporzionale. "Ho parlato con Berlusconi - ha detto il Senatur - e devo dire che mostra una grande capacità politica, perché a mio parere sta cercando un armistizio per arrivare a fare la riforma elettorale". E anche il Senatur sembra essere d'accordo con Berlusconi: "Suggerisco agli alleati un armistizio per la riforma della legge elettorale. Ripartendo dal patto di Gemonio". Per quanto riguarda la proposta della Lega sulla legge elettorale: "Proporzionale, indicazione del premier e stabilità dei governi". Sembra per altro che sulla nuova legge elettorale che eviti il referendum ci sia un accordo tra Bossi e Berlusconi. A confermarlo è Roberto Maroni, che ha dichiarato: "Abbiamo fatto un accordo con Berlusconi sulla necessità di fare una nuova legge elettorale che eviti il referendum. Oggi Bossi ha parlato con Berlusconi e mi pare che l'accordo ci sia e siamo fiduciosi che qualsiasi cosa abbia in mente Berlusconi, non ci sia un cambiamento su questo punto". Positiva anche la valutazione di Roberto Castelli, capogruppo del Carroccio in Senato: "L'annuncio fatto da Berlusconi sulla formazione di una nuova compagine politica ha portato "a un riazzeramento delle posizioni, poi si vedrà. È una mossa importante e il Federale è stato convocato per valutare questo fatto".


I commenti (sezione: Riforma elettorale)

( da "Libertà" del 20-11-2007)

 

Quotidiano partner di Gruppo Espresso LIBERTA' di martedì 20 novembre 2007 > In Primo Piano i commenti I "piccoli" in fibrillazione: no a percorsi privilegiati ROMA - Silvio Berlusconi si siede al tavolo della riforma elettorale. "Sono pronto a incontrare Veltroni", fa sapere spiegando che il modello al quale guarda è un proporzionale alla tedesca. Un fatto politico nuovo dopo i tanti no del Cavaliere, anche se in qualche modo anticipato da un'intervento di apertura di Gianni Letta al "Corsera" sulle riforme e dalla presenza del vice coordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto al convegno di Italianieuropei sulla modifica del sistema di voto. Proprio in quell'occasione il numero tre azzurro aveva sottolineato come, sulle riforme, "la maggioranza non può prescindere dal dialogo con il primo partito dell'opposizione". E, in effetti, l'uscita di Berlusconi non lascia indifferente l'Unione. Nei piccoli si materializza immediatamente lo spettro di un accordo che li tagli fuori; il Pd, invece, adotta la tecnica del "wait and see" ("aspettiamo che cada la polvere", osserva il ministro delle Riforme Vannino Chiti) per capire meglio le intenzioni dell'ex-premier. Si dialoga con tutti - è il ragionamento - ma sull'intero pacchetto che comprende anche riforma costituzionale e dei regolamenti parlamentari. Berlusconi propone di modificare solo la legge elettorale e poi andare al voto? Palazzo Chigi replica che il dialogo "non può avere dei però". Lo dice esplicitamente Chiti: "Abbiamo già detto e ridetto - sottolinea - che esiste un pacchetto di riforme senza il quale la legge elettorale non ha senso. Tutti hanno capito che non si voterà nel 2008". Il prossimo anno, puntualizza anche Veltroni, va impiegato per le riforme, "per noi questa rimane la scadenza". I "cespugli" dell'Unione, però, avvertono, che una corsia preferenziale per il dialogo con Forza Italia può rappresentare la pietra tombale per il governo. "Un dialogo privilegiato con gli azzurri - osserva il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio - sarebbe un modo per mandare a casa Prodi". Anche l'Udeur è preoccupato: "Qualcuno - ragiona Mauro Fabris - in un campo e nell'altro vuole eliminare gli alleati". Mentre Rifondazione, da tempo sul tedesco, plaude (così come, dall'altra parte l'Udc), i piccoli (che pure fanno sapere di aver avuto assicurazioni sul fatto che "non ci sono ancora proposte definite") continuano a chiedere un vertice per trovare una proposta condivisa nel centrosinistra da proporre alla Cdl. Ma il Pd punta al dialogo in Parlamento e con tutti. "Da questa prossima settimana - spiegano fonti della maggioranza - si accelera in commissione Affari Costituzionali al Senato e entro una decina di giorni al massimo potrebbe essere depositato un testo base al quale sta lavorando il costituzionalista Antonio Agosta" (chiamato proprio dalla Commissione la scorsa settimana). Anche negli ulivisti serpeggia il malumore. "Berlusconi - è l'appello del ministro della Difesa Arturo Parisi - non ceda al proporzionale". E non butti a mare il bipolarismo. Ma la strada sembra ormai segnata. Lo stesso si potrebbe dire per il referendum dopo l'apertura di Berlusconi. Un parte del Pd teme che il Cavaliere punti alla fine a quello, ma molti altri sono più convinti che lo voglia cavalcare unicamente come arma contro l'Unione. "Berlusconi - è il ragionamento di un esponente del Pd - si siederà al tavolo e dialogherà anche perchè, vista la sfida che sta lanciando ad avversari e alleati, è chiaro che non vuole il referendum che, con il premio di maggioranza, lo costringerebbe a fare coalizione con patiti dei quali, a detta di lui stesso, si è rotto...". Alessandra Chini [.


Verso il 'Veltronellum'. Ipotesi fusione di due sistemi elettorali Spagnoli e Tedeschi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Voce d'Italia, La" del 20-11-2007)

Argomenti: Esempi esteri

La Voce d'Italia - nuova edizione anno II n.64 del 20/11/2007 Home Cronaca Politica Esteri Economia Scienze Spettacolo Cultura Sport Focus Politica Votata la finanziaria, si torna a parlare di riforme Verso il "Veltronellum". Ipotesi fusione di due sistemi elettorali Spagnoli e Tedeschi Intanto le acque si agitano in seno Cdl Trapani, 20 Nov.- Votata al Senato la Finanziaria 2008 si ritorna a parlare di riforme elettorali. Lo spunto lo ha dato la proposta di riforma avanzata dal Leader del Pd Walter Veltroni: "Un sistema proporzionale, senza premio di maggioranza, che riduca la frammentazione e dia la possibilità ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti" questo secondo il leader del neonato Pd. L'ipotesi avanzata dal sindaco romano, prevederebbe una legge elettorale che sia vicina anche se non in tutti i punti, a quella in vigore in Germania: un proporzionale corretto, con sbarramento al 5 per cento e senza premio di maggioranza, il tutto riveduto e corretto con tracce del sistema elettorale spagnolo. Il quale, per il suo modus operandi, tende a produrre una drastica semplificazione del sistema dei partiti e un sensibile rafforzamento delle maggioranze parlamentari. E' di fatto il sistema elettorale proporzionale con i più rilevanti effetti maggioritari: tra i partiti con consenso uniforme sul territorio nazionale, vengono avvantaggiati i partiti maggiori mentre sono danneggiati i partiti più piccoli. Evidentemente le conclusioni devono essere balzate agli occhi dei "cespugli" dell'Unione che si sono detti pronti a controbattere. Ma mentre Veltroni getta il sasso nello stagno, le acque si agitano in seno alla Cdl. Mentre Forza Italia annuncia di aver raccolto quasi 2 milioni e mezzo di firme nella sua campagna per chiedere elezioni anticipate, il presidente di An Gianfranco Fini torna a criticare Silvio Berlusconi, dicendo che "bisogna votare solo dopo la riforma istituzionale e che chiedere le dimissioni del premier Romano Prodi lo rafforza".Sulla riforma elettorale, ha detto l'ex premier, "ci sono troppe posizioni nella maggioranza. Neppure la proposta di Veltroni è chiara... il governo cadrà e neanche le polemiche all'interno del centrodestra bloccheranno questo processo. Mai come ora ho tanto consenso nel Paese. Lascio a tutti gli altri, alleati compresi, i giochi di Palazzo, il teatrino della politica", così si pronuncia ancora il leader di Forza Italia. Non resta che aspettare la prossima settimana per vedere a che gioco si giocherà, mentre l'opione pubblica continua a sorbirsi il "reality show" quotidiano. Alessandro De Bartolomeo politica.milano@voceditalia.it.


Udeur-Pdci: no a corsie preferenziali con il Pd (sezione: Riforma elettorale)

( da "Corriere Adriatico" del 20-11-2007)

 

Ma i "cespugli" bocciano l'apertura Udeur-Pdci: no a corsie preferenziali con il Pd ROMA - Silvio Berlusconi si siede al tavolo della riforma elettorale. "Sono pronto a incontrare Veltroni", fa sapere spiegando che il modello al quale guarda è un proporzionale alla tedesca. Un fatto politico nuovo dopo i tanti no del Cavaliere, anche se in qualche modo anticipato da un'intervento di apertura di Gianni Letta al "Corsera" sulle riforme e dalla presenza del vice coordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto al convegno di Italianieuropei sulla modifica del sistema di voto. Proprio in quell'occasione il numero tre azzurro aveva sottolineato come, sulle riforme, "la maggioranza non può prescindere dal dialogo con il primo partito dell'opposizione". E, in effetti, l'uscita di Berlusconi non lascia indifferente l'Unione. Nei piccoli si materializza immediatamente lo spettro di un accordo che li tagli fuori; il Pd, invece, adotta la tecnica del 'wait and see' ("aspettiamo che cada la polvere", osserva il ministro delle Riforme Vannino Chiti - nella foto con Prodi) per capire meglio le intenzioni dell'ex-premier. Si dialoga con tutti - è il ragionamento - ma sull'intero pacchetto che comprende anche riforma costituzionale e dei regolamenti parlamentari. Berlusconi propone di modificare solo la legge elettorale e poi andare al voto? Palazzo Chigi replica che il dialogo "non può avere dei però". Lo dice esplicitamente Chiti: "Abbiamo già detto e ridetto - sottolinea - che esiste un pacchetto di riforme senza il quale la legge elettorale non ha senso. Tutti hanno capito che non si voterà nel 2008". Il prossimo anno, puntualizza anche Veltroni, va impiegato per le riforme, "per noi questa rimane la scadenza". I 'cespugli' dell'Unione, però, avvertono, che una corsia preferenziale per il dialogo con Forza Italia può rappresentare la pietra tombale per il governo. "Un dialogo privilegiato con gli azzurri - osserva il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio - sarebbe un modo per mandare a casa Prodi". Anche l'Udeur è preoccupato: "Qualcuno - ragiona Mauro Fabris - in un campo e nell'altro vuole eliminare gli alleati". Mentre Rifondazione, da tempo sul tedesco, plaude (così come, dall'altra parte l'Udc), i piccoli (che pure fanno sapere di aver avuto assicurazioni sul fatto che "non ci sono ancora proposte definite") continuano a chiedere un vertice per trovare una proposta condivisa nel centrosinistra da proporre alla Cdl. Ma il Pd punta al dialogo in Parlamento e con tutti, "senza pregiudiziali o veti". Da questa prossima settimana - spiegano fonti della maggioranza - si accelera in commissione Affari Costituzionali al Senato e entro una decina di giorni al massimo potrebbe essere depositato un testo base al quale sta lavorando il costituzionalista Antonio Agosta (chiamato proprio dalla Commissione la scorsa settimana). Anche negli ulivisti serpeggia il malumore. "Berlusconi - è l'appello del ministro della Difesa Arturo Parisi - non ceda al proporzionale". E non butti a mare il bipolarismo. Ma la strada sembra ormai segnata. Lo stesso si potrebbe dire per il referendum dopo l'apertura di Berlusconi. ALESSANDRA CHINI ,.


MAGGIORITARIO E PROPOSTA VASSALLO A CONFRONTO (sezione: Riforma elettorale)

( da "Lavoce.info" del 20-11-2007)

 

Istituzioni e Federalismo MAGGIORITARIO E PROPOSTA VASSALLO A CONFRONTO di Tommaso Nannicini 20.11.2007 Il maggioritario a turno unico può garantire il bipolarismo, ma non la governabilità. Il doppio turno favorirebbe entrambe le cose, ma non ha nessuna chance di essere adottato. La proposta Vassallo si muove sul terreno delle scelte possibili: riduce la frammentazione, ma non troppo; favorisce la credibilità delle opzioni di governo, ma può creare scricchiolii nel bipolarismo. Mentre il vero effetto della legge elettorale sulla qualità e l'impegno della classe politica dipende dal grado di concorrenza che si crea in contesti diversi. Ora che si allontana lo spettro delle elezioni anticipate e si avvicina quello del referendum, il dibattito sulla riforma elettorale entra nel vivo. Tito Boeri e Vincenzo Galasso mettono sul piatto il dilemma che minaccia di dividere il fronte degli innovatori: sistema maggioritario o proposta Vassallo? Gli effetti delle due alternative dovrebbero essere valutati sia in un'ottica macro (sistema partitico e governabilità) sia in un'ottica micro (caratteristiche della classe politica). Gli effetti sul sistema politico La proposta Vassallo ha il merito di introdurre un obiettivo troppo spesso sottovalutato: evitare il formarsi di "coalizioni pre-elettorali artificiose, prive di coesione programmatica". È il problema che Giovanni Sartori pone da anni: la stabilità (dei governi) si rivela dannosa se non è accompagnata dall'effettività (del governare). Nella Seconda Repubblica, tutte le maggioranze governative si sono rivelate eterogenee e inconcludenti. Il sistema prevalentemente maggioritario (al 75 per cento) che abbiamo sperimentato dal 1994 al 2001 non ha ridotto la frammentazione partitica. Boeri e Galasso si chiedono se ciò non sia dipeso dal fatto che il maggioritario era "diluito" (dal 25 per cento della quota proporzionale). La frammentazione, tuttavia, era tale solo nella parte maggioritaria e non in quella proporzionale (con sbarramento). Nell'ultima legislatura del Mattarellum (2001-06), i deputati eletti nel proporzionale appartenevano a cinque partiti, mentre i deputati eletti nel maggioritario appartenevano a ben tredici. Le formazioni minori, grazie al loro potere di ricatto ("se non mi dai qualche collegio sicuro, mi presento ovunque e ti faccio perdere"), riuscivano a far eleggere i loro esponenti proprio nei collegi uninominali. È vero che, in un'ottica dinamica, si potrebbe pensare che, a forza di votare con il maggioritario a turno unico (al 100 per cento), i partiti minori potrebbero sparire a causa delle poche occasioni per contarsi. Ma in Italia, dove si vota con il proporzionale a molti livelli (regionale, comunale) e i regolamenti parlamentari permettono la formazione di piccoli gruppi non presenti sulla scheda elettorale, le occasioni di visibilità politica esisterebbero comunque. Solo il doppio turno ridurrebbe il potere di ricatto dei partiti minori, ma proprio per questo la probabilità che si faccia strada è quasi nulla. D'altro canto, è vero che il Mattarellum ha consentito una competizione bipolare e la scelta della maggioranza di governo da parte degli elettori. Mentre esiste il rischio paventato da Boeri e Galasso che la proposta Vassallo aumenti il potere d'interdizione dei partitini di centro, riducendo, però, il potere di ricatto dei partitini alle estreme. Quella proposta, tuttavia, è perfettamente compatibile con una competizione bipolare incentrata su due grandi partiti a vocazione maggioritaria, che collaborino con le formazioni minori senza snaturare il proprio programma di governo. Ma, affinché ciò si realizzi, dovrebbero verificarsi condizioni non così scontate nel contesto italiano, come un accordo esplicito tra le forze maggiori. In Spagna, ad esempio, il partito socialista ha già dichiarato ufficialmente che, se dovesse prendere anche un solo voto in meno del suo diretto antagonista , lo lascerebbe governare, anche qualora il partito popolare non raggiungesse il 50 per cento e fosse realizzabile una coalizione alternativa formata dal Psoe e dai partiti minori (comunisti, nazionalisti). Un'altra peculiarità italiana che, sposandosi con la riforma Vassallo, rischia di aumentare a dismisura il potere dei partitini di centro è l'invadenza della politica in molti settori economici e sociali. L'Italia è ancora piena di "partiti degli assessori" che si auto-riproducono grazie al potere discrezionale del ceto politico in molti campi. È chiaro che molti esponenti di questo ceto periferico verrebbero attratti, come gli orsi dal miele, dal nuovo potere d'interdizione delle piccole formazioni di centro. Diciamola così: in un'ottica macro, il maggioritario a turno unico può garantire il bipolarismo, ma non la governabilità. Il doppio turno favorirebbe tutte e due le cose, ma non ha nessuna chance di essere adottato. La proposta Vassallo si muove sul terreno delle scelte possibili: riduce la frammentazione, ma non troppo (per schivare il fuoco dei veti incrociati); favorisce la credibilità delle opzioni di governo, ma può creare scricchiolii nel bipolarismo (soprattutto se non si sposerà con un accordo tra i partiti maggiori e una riduzione dell'invadenza della politica nella società). Gli effetti sulla qualità del personale politico Quali sono invece gli effetti che possiamo attenderci dalla riforma Vassallo (o da un ritorno al maggioritario) in termini di selezione della classe politica? Un recente studio econometrico sui deputati eletti con il Mattarellum (1) mostra che gli eletti nella parte maggioritaria danno prova di un maggiore impegno parlamentare rispetto ai loro colleghi eletti con il proporzionale, secondo le misure disponibili di produttività parlamentare: assenteismo alle votazioni elettroniche, produzione legislativa. In termini di caratteristiche osservabili, inoltre, il maggioritario favorisce chi ha avuto esperienze amministrative a livello locale (56 per cento contro il 43 per cento nel proporzionale), mentre sfavorisce le donne (9 contro il 24 per cento) e chi ha avuto incarichi nazionali di partito (21 contro il 27 per cento). Il ritorno al maggioritario, quindi, favorirebbe l'accountability politica e il controllo degli elettori sugli eletti, ma potrebbe avere effetti collaterali sull'eguaglianza di genere. La proposta Vassallo, dal canto suo, sarebbe associata a una minore accountability rispetto al maggioritario, pur rappresentando un miglioramento rispetto all'attuale legge elettorale con (lunghe) liste bloccate. Anche se il ruolo delle liste bloccate nella proposta Vassallo restasse esiguo (al momento, sarebbero rilevanti solo per quei partiti che ottengono più del 50 per cento dei voti in una circoscrizione), gli incentivi individuali verrebbero ridotti dal fatto che gli sconfitti nei collegi uninominali che vengono ripescati perdono comunque il contatto con l'elettorato e, in prima battuta, hanno pochi stimoli a impegnarsi sapendo di essere eletti in ogni caso. Per esempio, i dati sul Senato eletto con il Mattarellum ci dicono che i "ripescati" mostravano un tasso di assenteismo parlamentare del 49 per cento contro il 35 per cento dei vincitori nei collegi uninominali. È probabile, tuttavia, che il vero effetto della legge elettorale sulla qualità e l'impegno della classe politica dipenda dal grado di concorrenza che si crea in contesti diversi. Anche con il maggioritario, se la distribuzione ideologica dei votanti tra aree del paese rendesse tutti i collegi "sicuri" in favore di una parte politica o dell'altra, gli incentivi a selezionare i candidati migliori o agire nell'interesse degli elettori sarebbero comunque tenui. Certo, con le liste bloccate decise dalle segreterie dei partiti gli incentivi sono pressoché nulli. Ma se la proposta Vassallo si conciliasse con le primarie per ogni singola candidatura, alcuni elementi di apertura potrebbero essere recuperati. L'importante è trovare modi efficaci per aumentare la contestabilità di tutte le cariche elettive. Solo così si potranno rimuovere i due effetti perversi della scarsa concorrenza politica: la "solitocrazia" (il basso tasso di ricambio della classe dirigente) e la "gerontocrazia" (la difficoltà delle giovani generazioni nel raggiungere posizioni di responsabilità). (1) Si veda Gagliarducci S., Nannicini T. e Naticchioni P. (2007), "Electoral Rules and Politicians' Behavior: A Micro Test", Cemfi Working Paper n.0716.


L.ELETTORALE: COM. REFERENDUM BOCCIA TEDESCO, 'RITORNO A 1* REPUBBLICA' (sezione: Riforma elettorale)

( da "Asca" del 20-11-2007)

 

(ASCA) - Roma, 20 apr - Bocciatura netta e senza appello, da parte del Comitato per il referendum, della proposta di riforma elettorale adottando il modello tedesco. ''Si tratterebbe - ha detto Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato, in una conferenza stampa a Montecitorio - di un ritorno alla prima Repubblica, un ritorno al proporzionale. Una grande contraddizione con le scelte da parte dei cittadini che quando hanno potuto esprimersi hanno sempre scelto il maggioritario. E' evidente - ha aggiunto - che se le maggioranze non escono dalle elezioni poi si formano in parlamento e insieme al consociativismo delle colaizioni sopravvirebbero i ricatti. Resto convinto che senza incentivi non si realizza un vero bipolarismo. Mentre il nostro problema e' quello di liberaci della schiavitu' delle coalizioni''. Guzzetta boccia anche la motivazione espressa da Berlusconi per giustificare il suo repentino cambiamento: ''Non condivido l'affermazione di Berlusconi che nel nostro Paese il bipolarismo non e' possibile. L'Italia e' invece pronta a vivere uno schema politico bipolare. Gli italiani vogliono scegliere chi dovra' governare e non affidare questa scelta ad alchimie di palazzo''. Giudizio negativo anche per il mix tedesco-spagnolo, ovvero per la variante che con l'adozione di circoscrizioni piu' piccole favorirebbe la bipolarizzazione. ''Anche qui - e' il commento di Guzzetta - non si garantisce una maggioranza e non si garantisce che dopo le elezioni i soggetti politici rimangano tali, che non si scindano. E poi il sistema puo' funzionare con una serie di meccanismi che devono tutti coesistere. Ne dovesse mancare anche uno solo... E' difficile credere che passando al vaglio del parlamento non ci saranno modifiche''. min/mcc/sr.


Veltroni smentisce l'asse con il Cavaliere: discuterò con tutti Il leader ripete che nel 2008 non si voterà, convince Mastella, apre al dialogo con Fini (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 21-11-2007)

 

Stai consultando l'edizione del Veltroni smentisce l'asse con il Cavaliere: discuterò con tutti Il leader ripete che nel 2008 non si voterà, convince Mastella, apre al dialogo con Fini di Bruno Miserendino/ Roma ASSI Non sarà affatto un blitz. Veltroni e Berlusconi si incontreranno presto, visto che i mediatori, ossia Bettini e Gianni Letta si sono già sentiti più volte nelle ultime ore, ma l'accordo di cui si parla e che vorrebbe Partito democratico e nuova creatura del Cavaliere pronti a fare sfracelli sulla legge elettorale a danno dei "piccoli", al momento non c'è. Anzi, non ci sarà. Eccolo il grande bubbone, scoppiato dopo la sortita del Cavaliere. I boatos danno per fatto il Grande Accordo. Caldarola, ad esempio, assicura che l'intesa è prossima. Invece i messaggi che arrivano dal Campidoglio ma anche da tutti quelli che in queste ore hanno sentito Veltroni, dicono che la partita è più complicata e che il segretario del Pd è pronto ad accelerare ma non vuol sentir parlare di assi privilegiati. "Il problema - dicono - è far capire a Berlusconi che per quanto lui si adoperi, nel 2008 non si voterà, e che Prodi non cadrà. A quel punto il Cavaliere, placata la furia anti-alleati, potrebbe essere tentato da un modello più bipolare del tedesco puro che adesso invoca". Si potrebbe aggiungere, rispondendo anche all'ultima proposta berlusconiana, ossia governo istituzionale per fare la legge elettorale se cade Prodi e Grosse Koalition se necessario, dopo le elezioni, che nel Pd non c'è alcuna tentazione di larghe intese con il Cavaliere né adesso né dopo. Veltroni, assicurano, vuole parlare con tutti e ha perfettamente presente i rischi di un accordo privilegiato con Berlusconi. Tanto per dire, ha sentito le parole di Fini a proposito della necessità di preservare il bipolarismo e ha commentato così: "Molto interessante la sua posizione". Del resto il leader di An ha indirettamente ricambiato: "Io voglio fare le riforme, Berlusconi no". Per intenderci An è disponibile (e subito) al confronto su tutte le riforme, compresi i ritocchi costituzionali indispensabili. Insomma se il dialogo prenderà corpo e realizzerà qualche risultato, si capirà quando davvero la Finanziaria sarà approvata definitivamente, e quando tramonteranno definitivamente gli improbabili scenari alternativi all'attuale maggioranza. Indicative ieri le parole di Mastella dopo l'incontro con Walter Veltroni. Teoricamente il ministro della Giustizia è tra i più preoccupati di ogni ipotesi di riforma elettorale, per non parlare del referendum. Invece ha preso atto che l'ipotesi del "Vassallum", ossia il mix iberico-tedesco sponsorizzato al momento da Veltroni, gli garantisce una rappresentanza come forza radicata regionalmente. Si è detto disponibile al confronto su questa e altre proposte, purché ci sia "lealtà" tra gli alleati. Lui, per quanto lo riguarda, assicura la sua al governo Prodi: il premier, dice "sta raccogliendo dal suo lavoro frutti positivi e ha dimostrato, sia pure tra molte difficoltà, di governare bene e di poter andare avanti". Esattamente il contrario, notano i maliziosi, di quel che ha detto Dini qualche giorno fa al Senato. Difficile, tanto per dirne una, che si faccia il gruppo Dini-Mastella-Bordon, se questa è l'analisi della situazione. Certo l'allarme dei cespugli c'è, e Diliberto e Angius gli hanno dato voce: "L'offerta del Cavaliere è una polpetta avvelenata, Veltroni non cada nella trappola". I Verdi consigliano "più cura per gli alleati", mentre Bertinotti ricorda che "la trattativa a due è una via sbagliata perché individua degli azionisti di maggioranza e invece serve il concerto di tutte le forze". Conclusione: servirà molto equilibrio. Ma da parte di tutti.


La variabile Dini (sezione: Riforma elettorale)

( da "Unita, L'" del 21-11-2007)

 

Stai consultando l'edizione del La variabile Dini Giuseppe Tamburrano Non è facile capire quali sono i fini della clamorosa iniziativa di Berlusconi né quali possono essere le conseguenze. La spiegazione più semplice è che sconfitto nello scontro con il governo Prodi rilancia; un'altra spiegazione è che vuole far cadere le alleanze che gli hanno tarpato le ali e combattere da solo certo di essere il più forte. Ma ci sono cose che non quadrano: e la più importante è che oggi è in testa nei sondaggi. Se il governo dura e lavora e Veltroni fa bene il suo mestiere gli umori dei cittadini possono cambiare; d'altronde l'elettorato del Partito del popolo può essere galvanizzato dalle otto milioni di firme (chi era quello che aveva otto milioni di baionette?), ma l'elettorato complessivo di centro-destra può essere scoraggiato dalla crisi dell'alleanza: e può riprendere fiducia quello del centro-sinistra. La verità è che il tempo è un fattore decisivo per l'ambizione di Berlusconi a tornare a Palazzo Chigi. Ma forse stiamo sottovalutando una variabile. Sottovalutiamo la talpa che scava sotto la poltrona di Prodi. Mi riferisco a Dini il quale ha in mano tre carte pericolose per il governo: a) fa parte della maggioranza; b) capeggia un gruppo di senatori ben individuati; c) critica duramente il governo e la sua politica. A questo punto, sulla carta, Prodi non ha più la maggioranza al Senato. Si paleserà con un voto impegnativo questo mutamento e di conseguenza avremo la crisi? Questa ipotesi è più realistica di quella agitata - a vuoto, s'è visto - da Berlusconi poiché non sono ombre o fantasmi i parlamentari che sono con Dini: hanno nome e cognome. Certo, il governo può anche andare in minoranza - come è successo su alcune norme della finanziaria - senza che ciò comporti l'obbligo di dimettersi. Ma Dini ha uno strumento decisivo nelle mani: il voto di sfiducia. Del governo ha detto: non è stato capace in questi diciotto mesi di trovare rimedi al degrado, al declino economico, all'insicurezza, alla sfiducia nelle istituzioni, all'ondata di populismo: è una situazione di scollamento. Sono espressioni forti, di chi ha preso le distanze dal governo. Se alla fine il governo cade, quali possono essere i percorsi politici istituzionali per uscire dalla crisi? Elezioni subito? Su questo punto l'opposizione non sembra più oggi compatta. Del resto il Capo dello Stato sa bene che è suo dovere cercare una maggioranza parlamentare se c'è. Ed ha sconsigliato ripetutamente di votare con la legge elettorale in vigore. L'uovo di Colombo è l'incarico a Veltroni, il leader più autorevole dell'attuale maggioranza. Il quale Veltroni, d'accordo in ciò con Napolitano, è deciso a cambiare la legge elettorale e alcune norme costituzionali: in otto mesi - ha detto - si può fare (anche meno se vi è la volontà politica). E se il problema principale è questo, chi meglio di Veltroni può affrontarlo ora che anche Berlusconi sembra disposto a trattare: con lui e non - è ovvio - con Prodi. Veltroni ha ottenuto una investitura plebiscitaria nelle primarie ed ha un alto gradimento degli elettori: sarebbe giusto che si accingesse al compito per il quale è stato investito. Che senso ha che il governo sia diretto da chi ha poco più del 20% dei sondaggi e non da chi ha 10, 15 punti in più? E che ha assai più chances di trovare un'intesa con l'opposizione che non Prodi? E che - sia detto tra di noi - può recuperare molti dei voti dell'Unione in libera uscita? Lo scoglio è la legge elettorale. Mi sembra che la proposta di Veltroni non incontri ampi consensi nel Pd. È possibile che il fattore decisivo per il varo della legge alla tedesca sia il consenso di Berlusconi? Certo, perché tutto è possibile in questo paese. E però vi è da essere sgomenti! Circa trenta anni di storia vengono sconfessati: torna quella tanto vituperata proporzionale che priva i cittadini del potere di investire direttamente il governo, che mette gli esecutivi allo sbando, nei giochi dei partiti, delle correnti, dei gruppi, provoca instabilità (un governo ogni anno). Con in più che nella prima Repubblica c'erano partiti strutturati, oggi ci sono ectoplasmi di partiti. E dove finiscono le esaltazioni per i grandi successi dei referendum, per la crisi delle oligarchie, per la "rivoluzione del bipolarismo", per la sovranità restituita al popolo che decide con il voto? Tutto ciò viene spazzato via in conseguenza di una furba operazione di cosmesi politica di Berlusconi? Si poteva sperare che i settori più responsabili - maggioranza e opposizione - del sistema politico si impegnassero a rinnovare l'assetto istituzionale con una legge elettorale funzionale ad un sano bipolarismo, con la riforma dei regolamenti parlamentari e con un ragionevole rinnovamento della Costituzione. Invece si torna indietro! E deve essere chiaro: il sistema elettorale tedesco che ora Berlusconi vuole purché puro e che tratterà con Veltroni è perfettamente proporzionale. Eppure c'è una riforma elettorale che calza al disgregato sistema politico italiano: il doppio turno alla francese con opportune modifiche. Veltroni si è dichiarato anche di recente favorevole. Era questa la proposta "ufficiale" dei Ds. Vi ha civettato Fini e lo ha sponsorizzato tempo fa lo stesso Berlusconi. Perché non ci riprovano?.


Il ritorno della Nuova Dc Obiettivo il partito-pivot (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-11-2007)

Argomenti: Esempi esteri

Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2007-11-21 - pag: 14 autore: Il ritorno della Nuova Dc Obiettivo il partito-pivot C on la dichiarazione di Berlusconi sulla impossibilità del bipolarismo in Italia si chiude un ciclo, forse. Nel 1992 avevamo un sistema proporzionale quasi puro. Grazie a un referendum siamo passati nel 1993 ad un sistema prevalentemente maggioritario. Nel 2005 questo sistema è stato sostituito da un proporzionale con premio di maggioranza. Qualche giorno fa Veltroni ha proposto un sistema proporzionale con effetti maggioritari. Adesso Berlusconi parla di un sistema elettorale proporzionale puro, cioè con effetti proporzionali. Di maggioritario non resta più nulla. E così la transizione si chiude dove era cominciata. Dal proporzionale. Quale modello proporzionale abbia in testa Berlusconi in realtà non si sa. I sistemi elettorali sono materia ostica per tutti, anche per il Cavaliere. Nelle ultime ore lo abbiamo sentito parlare di sistema tedesco, poi di proporzionale puro. Non sono esattamente la stessa cosa. Nel tedesco ci sono i collegi uninominali che al Cavaliere non piacciono. Gli elettori hanno un doppio voto e anche questo al Cavaliere non piace. Per questo alla fine si orienterà probabilmente per un proporzionale puro con uno sbarramento qualsiasi. è questo il sistema che più gli conviene. Con questo sistema invece di dover dannarsi per mettere insieme una coalizione prima delle elezioni, lo farà dopo alle sue condizioni. Berlusconi non è un ingenuo. Sa benissimo che il futuro partito delle libertà non riuscirà mai a raggiungere da solo la maggioranza assoluta dei voti. Non esiste nessun partito in nessuna grande democrazia europea capace di una simile impresa. Quello che vuole è semplicemente avere le mani libere prima del voto e durante la campagna elettorale. E fare i conti dopo. Per questo il bipolarismo del maggioritario non gli serve più. Gli serve invece un proporzionale puro. Questo sistema conviene sia a Fi/Pdl che all'Udc, o meglio alla Nuova Dc, più che a qualunque altro partito. Certamente più che al Pd. Lo avevamo scritto prima dell'addio di Berlusconi al bipolarismo e lo ripetiamo oggi con l'ausilio di altre simulazioni. Proprio per dimostrare questa ipotesi abbiamo costruito tre simulazioni molto favorevoli al Pd. Il sistema elettorale che abbiamo utilizzato è quello del quoziente naturale (come in Germania) con una soglia di sbarramento del 5% (come in Germania), applicato a livello nazionale (come in Germania) ma senza collegi uninominali. In tutte e tre le simulazioni abbiamo attribuito al Pd circa il 35% dei voti. La stessa percentuale di voti con cui Blair ha vinto le ultime elezioni in Gran Bretagna. è anche la stessa percentuale di voti della Spd tedesca e del partito socialdemocratico svedese. In tutte e tre le simulazioni abbiamo volutamente sottostimato Fi/Pdl dandogli sempre il 24% dei voti. Le varianti tra i primi due scenari riguardano i partiti alla sinistra del Pd e la Nuova Dc. Nel terzo scenario abbiamo aggiunto la Lega sotto la soglia del 5% per dimostrare che solo in questo modo, con due partiti sotto soglia, il sistema tedesco favorirebbe le formazioni maggiori. Il risultato politico (non aritmetico) di queste simulazioni è uno solo. La Nuova Dc sarebbe l'ago della bilancia e il Pd avrebbe due sole alternative plausibili: una coalizione con il partito di Casini oppure la grande coalizione con Berlusconi. Se poi facessimo uno scenario in cui il Pd è meno forte e Fi più forte allora al Pd verrebbe a mancare anche la possibilità di fare maggioranza con la Nuova Dc. In questo caso proprio Fi/Pdl sarebbe il partito più avvantaggiato in quanto indispensabile per qualunque maggioranza politicamente plausibile, rimettendo Berlusconi al centro della scena politica. Ed è questo l'obiettivo delCavaliere.A meno che non coltivi un altro piano ancora più ambizioso e rischioso: andare al referendume subito dopo a nuove elezioni con un nuovo partito, solo contro tutti, alla caccia del premio che lo farebbe governare finalmente da solo. LA STRATEGIA L'ex premier punta ad avere mani libere prima delle elezioni per formare una coalizione alle sue condizioni.


Amato: prima le regole sui fondi ai gruppi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Sole 24 Ore, Il" del 21-11-2007)

 

Il Sole-24 Ore sezione: POLITICA E SOCIETA data: 2007-11-21 - pag: 14 autore: Il dibattito sulla legge elettorale. "Soldi solo a chi entra in Parlamento" Amato: prima le regole sui fondi ai gruppi Barbara Fiammeri ROMA Prima di varare la riforma elettorale bisogna rivedere le regole sul finanziamento ai partiti e ai gruppi parlamentari. Giuliano Amato ne è convinto: solo così si capirà chi sta bluffando e chi, invece, punta davvero a ridurre la frammentazione e a costruire un bipolarismo fondato su coalizioni omogenee. Il ministro dell'Interno la chiama scherzosamente"la prova d'amore ". "Deve essere chiaro che il denaro dei contribuenti deve essere destinato esclusivamente alle formazioni politiche che si sono presentate davanti agli elettori e hanno ricevuto il consenso sufficiente ad entrare in Parlamento", spiega l'ex premier intervenendo alseminario sulla legge elettorale organizzato da Astrid, l'associazione di Franco Bassanini presieduta dallo stesso Amato. Al centro del dibattito – cui hanno partecipato numerosi costituzionalisti e parlamentari, tra cui i presidenti delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato, Violante e Bianco – il sistema elettorale tedesco e le possibili correzioni "spagnole" contenute nella proposta Vassallo-Ceccanti. Ed è proprio sulle possibili contaminazioni tra i due sistemi elettorali che si sta ora concentrando il dibattito. I tempi però sono ristrettissimi: la nuova legge elettorale deve entrare in vigore prima del referendum che si terrà ad aprile. Sia il modello tedesco che quello spagnolo consentirebbero di superare i quesiti referendari. La conferma arriva sempre da Astrid, che sta per dare alle stampe (Passigli editori) un volume dedicato al rapporto tra referendum e riforma, da cui emerge che tutti i modelli elettorali che non prevedano premi di maggioranza alle coalizioni sono in grado di far saltare la consultazione popolare. Di qui il forte appeal suscitato dal sistema elettorale in vigore in Germania: un proporzionale con sbarramento al 5% senza vincoli di coalizione. Ma anche ( soprattutto tra i cultori del bipolarismo) da quello spagnolo che, grazie a una forte restrizione delle circoscrizioni elettorali – più o meno paragonabili alle nostre province –, impone soglie di sbarramento molto alte favorendo così i due maggiori partiti. A tentare un mix tra i due sistemi è la proposta Vassallo-Ceccanti che piace a Walter Veltroni ma che viene criticata anche all'interno del Pd. "Il rischio di questo sistema è che si incentivi la formazione di liste localistiche – ha confermato Violante – le quali per assurdo potrebbero avere una rappresentanza in Parlamento che sarebbe invece preclusa a partiti di dimensioni nazionali rilevanti vicini all'8%". Una tesi che invece viene contestata dal costituzionalista Beniamino Caravita secondo cui per rispettare i partiti di medie dimensioni sarebbe sufficiente aumentare l'area territoriale delle circoscrizioni. "Dobbiamo procedere per trovare una soluzione realistica – ha chiosato Bassanini –: fino a pochi mesi fa eravamo in pochi a sostenere la necessità di cancellare il premio di maggioranza, il vero ostacolo alla costruzione di alleanze non effimere, finalizzate cioè solo a vincere le elezioni. Adesso se ne sono convinti tutti. Il passo successivo è affiancare qualunque ipotesi di legge elettorale alle indispensabili riforme costituzionali e regolamentari ". I GIURISTI DI ASTRID Sia il modello con lo sbarramento, sia quello spagnolo con collegi piccoli sono sufficienti a neutralizzare il referendum.


Troppi luoghi comuni sull'attuale legge elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Manifesto, Il" del 21-11-2007)

 

L'intervento Troppi luoghi comuni sull'attuale legge elettorale Paolo Hutter Discutere di riforme elettorali sembra noioso e capzioso, ma la disattenzione e la demagogia in questo campo producono disastri quindi dobbiamo occuparcene in tanti. Se non sarà proprio il tema della riforma elettorale a soffocare sul nascere la progettata federazione a sinistra del Partito democratico, sarebbe bello e utile che quella che è stata finora la sinistra dell'Unione socializzasse il più possibile il dibattito, senza il timore di contrastare i luoghi comuni poco fondati. La legge elettorale con cui abbiamo eletto la Camera dei deputati, ad esempio, è stata demonizzata e le si sono attribuiti tutti i mali. A un esame un pochino più obiettivo si potrebbe osservare che il cosiddetto Porcellum è in sintonia con le leggi elettorali dei comuni delle province e delle regioni, che è un sistema originale nel mondo, molto intelligente e equilibrato nel consentire bipolarismo rappresentatività e governabilità, e che tutti i mali di questi due anni sono venuti invece dal Senato. Questo vale se per mali intendiamo il governo sempre appeso a un filo e i condizionamenti centristi. C'è chi considera invece un male il fatto in sé che ci siano forze minori in Parlamento e vuole abrogarle con un referendum che porterebbe a una sorta di forzoso bipartitismo. Per i referendari la legge attuale è troppo proporzionale. Certo un po' proporzionale lo è, ma non è responsabile della frammentazione, né dei casi Dini Mastella Bordon. Con il Porcellum (ingiustamente vituperato persino dal suo creatore) sarebbero rappresentati in Parlamento solo i partiti che superano il 2 per cento e sarebbero dieci. La proliferazione di gruppi dipende dai regolamenti parlamentari, la proliferazione di liste civetta dipende dal lassismo in tema di raccolta firme per presentarsi, il verticismo nella decisione su chi andrà in Parlamento dipende dai difetti dei partiti, non dal sistema elettorale (anche se forse il ripristino della preferenza, peraltro presente nelle leggi comunale e regionale, sarebbe opportuno): il Porcellum è innocente. Tutti i sistemi con la coalizione di liste e il premio di maggioranza ripartito tra di loro hanno un comune difetto o merito, a seconda come lo si guarda: nell'attuale fase rendono decisivi l'apporto e la presenza delle forze minori, della sinistra. I referendari tentano di spazzare questo ingombro a cannonate, salvo poi trovarsi rientrare dalla finestra ciò che cacciano dalla porta. Se la lista più votata prende il premio per governare è chiaro che sarà una lista di coalizione. La proposta "spagnoleggiante" cerca di evitare questo rischio ma anche di evitare l'esito più probabile di un eventuale sistema tedesco e cioè la inevitabilità di una "grande coalizione" o anche "stretta coalizione" al centro. Cerca invece di premiare il partito più forte senza far fuori le forze minori, facendo in modo che un partito del che so 40 per cento possa anche prendere il 50 per cento dei seggi mentre uno del 5 per cento si dovrebbe accontentare del 3 per cento dei seggi. Mi lasciava già abbastanza sconcertato che Rifondazione fosse così innamorata del sistema tedesco. E' vero che la soglia del 5 per cento obbligherebbe le altre formazioni di sinistra a convergere o perire ma è anche vero che senza premio di coalizione è quasi impossibile che la federazione a sinistra del Pd possa mai più partecipare a un governo di centro sinistra. Pd al massimo 35 per cento sinistra al massimo 13 per cento. In un sistema alla tedesca la sinistra si troverebbe probabilmente a dover scegliere se partecipare a un governo Pd-Udc o lasciar campo libero a soluzioni peggiori. Ma se il sistema viene addirittura spagnoleggiato la sinistra si accontenterebbe addirittura di essere sottorappresentata in Parlamento pur di togliersi dall'impiccio del conflitto quotidiano nel governo? E pensa in questo modo di attirare più voti? E che ne sarebbe di tutto il sistema bipolare di coalizione degli enti locali? Per favore evitiamo queste ulteriori alterazioni della democrazia elettorale e queste avventure. Non accettiamo più le mistificazioni interessate o superficiali. Tutti i mali son venuti dal Senato, dal bicameralismo perfetto, dall'esclusione dei giovani dal voto per la seconda camera, dalla legge elettorale coi premi di maggioranza regionali. Infatti ora si sta finalmente per abolire il Senato come doppione. Se si considerano troppi i gruppetti parlamentari si conceda il gruppo solo a chi ha passato lo sbarramento, se si considera eccessivo il 2 per cento come sbarramento ( ma perché?) si metta il 3 e non si avran più di 6 massimo 7 partiti. Non si abbia questo sacrosanto timore di un referendum che o non passa il quorum o produrrà un risultato talmente assurdo da non reggere. Si discuta francamente del problema reale, che siamo una minoranza che vuole contare e incidere e che questo risultato nessuna legge elettorale ce lo può dare meglio di quella attuale.


L'inciucio è roba da pazzi (sezione: Riforma elettorale)

( da "Manifesto, Il" del 21-11-2007)

 

No di Alfonso Pecoraro Scanio al proporzionale tedesco: difendiamo il bipolarismo "L'inciucio è roba da pazzi" Bisogna accelerare sull'unità a sinistra. L'assemblea dell'8 siglerà un "new deal" tra sinistra e società. Siamo aperti al confronto, anche con Beppe Grillo Matteo Bartocci "Insistere sul sistema tedesco è una pazzia, come dimostrano le ultime svolte di Berlusconi serve solo a favorire un inguardabile inciucio tra il Pd e la destra. E' vero che alla sinistra piace farsi del male ma smettiamola con il tafazzismo". Per Alfonso Pecoraro Scanio la sinistra arcobaleno farebbe "un errore" ad accettare la fine del bipolarismo in cambio di qualche vantaggio elettorale di breve durata. Al contrario, il leader dei Verdi rilancia sull'"unità della sinistra e degli ecologisti", unica garanzia di innovazione e apertura per un "new deal" tra progressisti e società. L'apertura di Berlusconi al proporzionale, in sintonia con i centristi e con partiti della sinistra, apre alla fine del bipolarismo di coalizione. Che ne pensi? Abbandonare il bipolarismo è un errore. E' un sistema che consente agli elettori di decidere in modo trasparente chi deve governare. Ha consentito al centrosinistra di farlo per due volte e alla sinistra di vincere in Puglia con Vendola o a Taranto con Stefàno. Non possiamo archiviarlo con leggerezza, dopo c'è solo una politica che privilegia la compravendita di interessi. Ma qualche problema in queste coalizioni sterminate c'è. Non sono innamorato di alleanze coatte ma di un programma chiaro e trasparente, come si fa senza troppi clamori nella maggior parte dei comuni e delle regioni. Eppure a Roma condiziona di più Dini con i suoi tre senatori che i vostri 150 parlamentari. La sinistra ha garantito molti provvedimenti scritti nel programma. E' vero, noi agiamo in modo opposto a Dini, siamo una forza responsabile che non ha mai fatto ricatti. Con 150 parlamentari abbiamo il dovere di avere un comportamento corretto e di portare avanti contenuti positivi e non personali. Berlusconi intanto reagisce alla sconfitta. E passa dalla "spallata" allo scioglimento di Forza Italia come se nulla fosse. E' un uomo abile. Ma che si sciolga con un comizio e sui giornali un partito così votato, senza alcun dibattito o congresso, la dice lunga sulla sua concezione della democrazia. E' la conferma che non abbiamo risolto il conflitto di interessi. Forse oggi, che nuoce anche a loro, An e Udc si rendono conto dell'errore di aver taciuto su questa anomalia gigantesca. Non è che rischiate di finire schiacciati tra il referendum di Berlusconi/Veltroni e il tedesco di Bertinotti, D'Alema e Casini? Noi insistiamo per il bipolarismo e per le preferenze. La federazione della sinistra e degli ecologisti la faremo comunque, a prescindere dal sistema elettorale. Rifondazione ha ragione a chiedere libertà di movimento ma in Germania quel sistema è in crisi e in Italia sarebbe usato per una grande coalizione tra Pd e Berlusconi. Un inciucio inguardabile che non può essere favorito da chi vuole spostare a sinistra le scelte del paese. Qual è la vostra proposta sulla legge elettorale? Prima di paralizzarci su modelli stranieri valutiamo il modello delle comunali: un doppio turno di coalizione a livello nazionale. Ma non implica l'elezione diretta del premier, come del sindaco? No, l'elezione diretta del presidente del consiglio è stata bocciata dal referendum costituzionale. Con il doppio turno nazionale il Pd deciderà se allearsi o meno con la sinistra, sennò si deciderà al secondo turno. E' un sistema proporzionale che la gente conosce e che consente una maggioranza certa. Ma con il sistema francese la sinistra non governa da anni. Non è il sistema francese. Io non parlo di un doppio turno di collegio, parlo del sistema delle comunali: partiti coalizzati o meno che indicano un premier. Ne avete parlato con Veltroni? No, gli ho detto che il modello spagnolo che ha proposto è sbagliato: favorisce i partiti provinciali e personali. Soprattutto perché qui, a differenza che in Spagna, i presidenti di regione sono eletti direttamente, e nascerebbero mille comitati locali che renderebbero il panorama ancora più disarticolato. C'è il Pd e un partito unico a destra. La federazione della sinistra va bene o bisogna accelerare? Io contesto l'idea che una federazione sia meno innovativa di un partito unico. A me il politburo non interessa né vedo l'ora di venerare la salma di Lenin. Dobbiamo costruire un modello più moderno, che consenta la partecipazione anche a chi non è comunista, socialista o ambientalista. Abbiamo il dovere di essere creativi in tutto. L'8 e 9 dicembre avete convocato un'assemblea generale. E' una data fondativa? Secondo me è un vero punto di partenza. Vorrei un grande forum tipo Porto Alegre, che lanci una carta dei valori comune e primarie di programma sulle 10 grandi riforme arcobaleno. Dobbiamo dire come vogliamo cambiare la società: reddito di cittadinanza, unioni civili, bioedilizia. Dobbiamo costruire un "new deal" per la nuova sinistra, non un arroccamento di nostalgici. Il nostro obiettivo è fondere i diritti sociali, che sono un patrimonio di tutta la sinistra, con i nuovi diritti di libertà e dell'ambiente. Dobbiamo mettere la laicità al centro di ogni nostra azione, misurarci davvero su questioni come la sessualità o il software libero. Mi piacerebbe molto, per esempio, che si confrontassero con noi l'Arcigay, ma anche Beppe Grillo e i suoi "meet up", o i comitati per la difesa del paesaggio di Asor Rosa. Questa sinistra ecologista non sarà solo una federazione tra partiti ma deve essere uno spazio aperto a disposizione di tutti.


Veltroni teme una beffacome fu la bicamerale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Secolo XIX, Il" del 21-11-2007)

 

Centrosinistra nRoma. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, si limita a dire: "Berlusconi vuol far cadere il governo. La sua proposta, quindi, non può essere altro che una "polpetta avvelenata". Veltroni stia in guardia". In privato, gli stessi timori sono stati espressi da altri leader del centrosinistra: Berlusconi ha già fatto saltare in aria il "tavolo" della Bicamerale di D'Alema, e nulla impedisce che tenti lo stesso gioco nuovamente. In altre parole: potrebbe trattare sulla riforma elettorale, fino al giorno prima del referendum, e poi fermarsi e chiedere nuovamente il voto. Altro fumo negli occhi, soprattutto dei piccoli partiti della coalizione, la fine del bipolarismo. Ventiquattro ore dopo la fine della Cdl, la maggioranza scopre che si tratta di una vittoria piena di insidie. Gli emissari di Veltroni e Berlusconi (Bettini e Letta) sono già al lavoro per organizzare il "faccia a faccia". Ma il segretario del partito democratico deve prima sondare tutti gli alleati del governo Prodi. Ieri ha incontrato Clemente Mastella: "Sul tavolo c'è una proposta - ha detto il sindaco di Roma - ma nulla vieta di trovare altre soluzioni. Magari tornare alla "bozza" elaborata dal ministro delle Riforme, Vannino Chiti". "Un incontro positivo - ha detto il Guardasigilli, che sembra preferire la seconda ipotesi - Veltroni ha mostrato di tenere in considerazione le nostre richieste". Ma è a sinistra della coalizione che si avvertono scricchiolii sinistri. Da una parte c'è Rifondazione:: "Ora la riforma sul modello tedesco è a portata di mano" ha sostenuto il segretario, Giordano. Dall'altra, Verdi e Comunisti italiani che vedono con preoccupazione le mosse di Berlusconi. "Il bipolarismo è un valore che l'Italia ha dimostrato di apprezzare. Non possiamo permettere che sia Berlusconi, da solo, ad archiviare, dopo 12 anni, questa esperienza" ammonisce Alfonso Pecoraro Scanio, portavoce dei "Verdi". "Sarebbe la vittoria del trasformismo. Altrimenti Pd e Pl potrebbero anche accordarsi per riscrivere la Costituzione" rincara la dose anche Manuela Palermi, capogruppo del Pdci al Senato. Veltroni e Prodi hanno dovuto tranquillizzare tutti. Prima, da Palazzo Chigi è arrivata la conferma: "Le riforme si fanno ricercando l'accordo di tutti: non ci sono interlocutori privilegiati". A parlare, a nome del segretario del Pd, è Dario Franceschini: "Vogliamo capire se la tattica di Berlusconi è seria, oppure solo un tentativo di intimidire i suoli alleati. La riforma non la facciamo a colpi di maggioranza, e neppure "tirando a fregare" qualcuno". A.M.B. Diliberto: "È una polpetta avvelenata". Prodi: "Riforme solo ricercando l'accordo di tutti" 21/11/2007.


L'asse Pd-Pdl piace. Non a Prodi Rifondazione esulta. Intesa Veltroni-Mastella. Il Prof: Si parli con tutti (sezione: Riforma elettorale)

( da "Nazione, La (Nazionale)" del 21-11-2007)
Pubblicato anche in:
(Giorno, Il (Nazionale)) (Resto del Carlino, Il (Nazionale))

 

L'asse Pd-Pdl piace. Non a Prodi Rifondazione esulta. Intesa Veltroni-Mastella. Il Prof: "Si parli con tutti" ? ROMA ? NEGLI AMBIENTI veltroniani si dà per scontato che Prodi sia soddisfatto della piega presa dal dialogo sulle riforme. "Se il confronto decolla ? spiegano dalle parti del senatore Goffredo Bettini ? il governo si allunga la vita e nessuno di noi avrà interesse a riproporre la questione, oggettivamente destabilizzante, del rimpasto di governo". Eppure, qualche dubbio Romano Prodi deve averlo. Dubbi di merito e di metodo. Palazzo Chigi, infatti, ieri ha piantato due paletti: la riforma elettorale deve garantire "bipolarismo, governabilità e rappresentatività"; il dialogo dev'essere "polifonico" e non ridursi a un duetto tra Veltroni e Berlusconi. La prima precisazione si spiega col fatto che, come mostrano gli strali dei prodiani Monaco e Parisi, Prodi non è un fautore del proporzionale. La seconda risponde al timore che, pur di chiudere l'accordo col Cavaliere, Walter Veltroni possa decidere di sacrificare l'attuale governo. "Già il fatto che autorizzi i suoi a parlare di elezioni nel 2009 non ci rassicura...", confida un prodiano. MA IL SINDACO di Roma non se ne cura. Lo descrivono "cautamente ottimista" sul fatto che Silvio Berlusconi intenda affrontare il dialogo sulle riforme con animo costruttivo perché, spiegano, "ora che ha rotto con gli alleati, è più difficile che rovesci il tavolo per ripiegare su un referendum che, se passasse, lo obbligherebbe a presentarsi alle elezioni assieme a Fini e Casini". Nell'immediato, il leader del Pd intende rassicurare gli alleati. E ieri con il ministro Clemente Mastella c'è riuscito. Gli ha detto che non punta al referendum, gli ha spiegato che la sua proposta di legge elettorale avvantaggerebbe l'Udeur e, soprattutto, gli ha fatto capire di avere tutto l'interesse ad allearsi con una forza marcatamente cattolica come la sua. Veltroni, infatti, intende dar vita a un sistema bipartitico, ma, spiega Mastella, "quello che ha in mente è un bipartitismo imperfetto come accadeva nella Prima repubblica, dove attorno alla Dc, forza egemone, gravitavano alcuni satelliti". A MASTELLA va bene, anche perché potrebbe di volta in volta "gravitare" attorno al Pd o al Pdl di Berlusconi. Mentre, se davvero il proporzionale con sbarramento diventasse legge, i partitini della sinistra sarebbero obbligati ad accorparsi senza peraltro alcuna garanzia di poter orbitare attorno al Pd qualora questo vincesse le elezioni. La prospettiva va bene a Fausto Bertinotti, che infatti ieri apprezzava il fatto che, "dopo le aperture di Berlusconi, il sistema tedesco è alla portata dell'approvazione del Parlamento". Ed è stato sempre il presidente della Camera il protagonista di un siparietto sorprendente in Transatlantico. Dice, infatti, Bertinotti incontrando gli azzurri Fabrizio Cicchitto e Antonio Leone: "Fantastico", "eccezionale", un gran colpo di teatro", "l'alfa e l'omega della Seconda Repubblica", un politico che "decide le regole del gioco, mentre gli altri le seguono". Chi è il politico? Berlusconi. Ma, tornando alle riforme, a parte Sd, l'asse Pd-Pdl non va bene agli altri potenziali inquilini della Cosa Rossa. E infatti il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, dopo essersi visto respingere la proposta di inserire la falce e il martello nel simbolo del futuribile partito, ieri metteva in guardia Veltroni dal trattare con Berlusconi. "E' una trappola per far cadere Prodi", diceva. Mentre il verde Bonelli definiva quell'embrione di dialogo secondo il più classico degli schemi: "Un inciucio". E se si considera che il socialista Angius rilascia dichiarazioni di fuoco sulle mire egemoniche del Pd, si capisce perché Veltroni pare intenzionato ad evitare che al tema della legge elettorale venga dedicato un vertice di maggioranza. Prodi? Dissente. a. can. - -->.


Legge elettorale, proposte a confronto (sezione: Riforma elettorale)

( da "Denaro, Il" del 21-11-2007)

 

Commenti politica Legge elettorale, proposte a confronto di Tommaso Nannicini* Ora che si allontana lo spettro delle elezioni anticipate e si avvicina quello del referendum, il dibattito sulla riforma elettorale entra nel vivo. Il dilemma che minaccia di dividere il fronte degli innovatori è: sistema maggioritario o proposta Vassallo? Gli effetti delle due alternative dovrebbero essere valutati sia in un'ottica macro (sistema partitico e governabilità) sia in un'ottica micro (caratteristiche della classe politica). La proposta Vassallo ha il merito di introdurre un obiettivo troppo spesso sottovalutato: evitare il formarsi di "coalizioni pre-elettorali artificiose, prive di coesione programmatica". È il problema che Giovanni Sartori pone da anni: la stabilità (dei governi) si rivela dannosa se non è accompagnata dall'effettività (del governare). Nella Seconda Repubblica, tutte le maggioranze governative si sono rivelate eterogenee e inconcludenti. Il sistema prevalentemente maggioritario (al 75 per cento) che abbiamo sperimentato dal 1994 al 2001 non ha ridotto la frammentazione partitica. Boeri e Galasso si chiedono se ciò non sia dipeso dal fatto che il maggioritario era "diluito" (dal 25 per cento della quota proporzionale). La frammentazione, tuttavia, era tale solo nella parte maggioritaria e non in quella proporzionale (con sbarramento). Nell'ultima legislatura del Mattarellum (2001-06), i deputati eletti nel proporzionale appartenevano a cinque partiti, mentre i deputati eletti nel maggioritario appartenevano a ben tredici. Le formazioni minori, grazie al loro potere di ricatto ("se non mi dai qualche collegio sicuro, mi presento ovunque e ti faccio perdere"), riuscivano a far eleggere i loro esponenti proprio nei collegi uninominali. È vero che, in un'ottica dinamica, si potrebbe pensare che, a forza di votare con il maggioritario a turno unico (al 100 per cento), i partiti minori potrebbero sparire a causa delle poche occasioni per contarsi. Ma in Italia, dove si vota con il proporzionale a molti livelli (regionale, comunale) e i regolamenti parlamentari permettono la formazione di piccoli gruppi non presenti sulla scheda elettorale, le occasioni di visibilità politica esisterebbero comunque. Solo il doppio turno ridurrebbe il potere di ricatto dei partiti minori, ma proprio per questo la probabilità che si faccia strada è quasi nulla. D'altro canto, è vero che il Mattarellum ha consentito una competizione bipolare e la scelta della maggioranza di governo da parte degli elettori. Mentre esiste il rischio paventato da Boeri e Galasso che la proposta Vassallo aumenti il potere d'interdizione dei partitini di centro, riducendo, però, il potere di ricatto dei partitini alle estreme. Quella proposta, tuttavia, è perfettamente compatibile con una competizione bipolare incentrata su due grandi partiti a vocazione maggioritaria, che collaborino con le formazioni minori senza snaturare il proprio programma di governo. Ma, affinché ciò si realizzi, dovrebbero verificarsi condizioni non così scontate nel contesto italiano, come un accordo esplicito tra le forze maggiori. In Spagna, ad esempio, il partito socialista ha già dichiarato ufficialmente che, se dovesse prendere anche un solo voto in meno del suo diretto antagonista , lo lascerebbe governare, anche qualora il partito popolare non raggiungesse il 50 per cento e fosse realizzabile una coalizione alternativa formata dal Psoe e dai partiti minori (comunisti, nazionalisti). Un'altra peculiarità italiana che, sposandosi con la riforma Vassallo, rischia di aumentare a dismisura il potere dei partitini di centro è l'invadenza della politica in molti settori economici e sociali. L'Italia è ancora piena di "partiti degli assessori" che si auto-riproducono grazie al potere discrezionale del ceto politico in molti campi. È chiaro che molti esponenti di questo ceto periferico verrebbero attratti, come gli orsi dal miele, dal nuovo potere d'interdizione delle piccole formazioni di centro. Diciamola così: in un'ottica macro, il maggioritario a turno unico può garantire il bipolarismo, ma non la governabilità. Il doppio turno favorirebbe tutte e due le cose, ma non ha nessuna chance di essere adottato. La proposta Vassallo si muove sul terreno delle scelte possibili: riduce la frammentazione, ma non troppo (per schivare il fuoco dei veti incrociati); favorisce la credibilità delle opzioni di governo, ma può creare scricchiolii nel bipolarismo (soprattutto se non si sposerà con un accordo tra i partiti maggiori e una riduzione dell'invadenza della politica nella società). Quali sono invece gli effetti che possiamo attenderci dalla riforma Vassallo (o da un ritorno al maggioritario) in termini di selezione della classe politica? Un recente studio econometrico sui deputati eletti con il Mattarellum mostra che gli eletti nella parte maggioritaria danno prova di un maggiore impegno parlamentare rispetto ai loro colleghi eletti con il proporzionale, secondo le misure disponibili di produttività parlamentare: assenteismo alle votazioni elettroniche, produzione legislativa. In termini di caratteristiche osservabili, inoltre, il maggioritario favorisce chi ha avuto esperienze amministrative a livello locale (56 per cento contro il 43 per cento nel proporzionale), mentre sfavorisce le donne (9 contro il 24 per cento) e chi ha avuto incarichi nazionali di partito (21 contro il 27 per cento). Il ritorno al maggioritario, quindi, favorirebbe l'accountability politica e il controllo degli elettori sugli eletti, ma potrebbe avere effetti collaterali sull'eguaglianza di genere. La proposta Vassallo, dal canto suo, sarebbe associata a una minore accountability rispetto al maggioritario, pur rappresentando un miglioramento rispetto all'attuale legge elettorale con (lunghe) liste bloccate. Anche se il ruolo delle liste bloccate nella proposta Vassallo restasse esiguo (al momento, sarebbero rilevanti solo per quei partiti che ottengono più del 50 per cento dei voti in una circoscrizione), gli incentivi individuali verrebbero ridotti dal fatto che gli sconfitti nei collegi uninominali che vengono ripescati perdono comunque il contatto con l'elettorato e, in prima battuta, hanno pochi stimoli a impegnarsi sapendo di essere eletti in ogni caso. Per esempio, i dati sul Senato eletto con il Mattarellum ci dicono che i "ripescati" mostravano un tasso di assenteismo parlamentare del 49 per cento contro il 35 per cento dei vincitori nei collegi uninominali. È probabile, tuttavia, che il vero effetto della legge elettorale sulla qualità e l'impegno della classe politica dipenda dal grado di concorrenza che si crea in contesti diversi. Anche con il maggioritario, se la distribuzione ideologica dei votanti tra aree del paese rendesse tutti i collegi "sicuri" in favore di una parte politica o dell'altra, gli incentivi a selezionare i candidati migliori o agire nell'interesse degli elettori sarebbero comunque tenui. Certo, con le liste bloccate decise dalle segreterie dei partiti gli incentivi sono pressoché nulli. Ma se la proposta Vassallo si conciliasse con le primarie per ogni singola candidatura, alcuni elementi di apertura potrebbero essere recuperati. L'importante è trovare modi efficaci per aumentare la contestabilità di tutte le cariche elettive. Solo così si potranno rimuovere i due effetti perversi della scarsa concorrenza politica: la "solitocrazia" (il basso tasso di ricambio della classe dirigente) e la "gerontocrazia" (la difficoltà delle giovani generazioni nel raggiungere posizioni di responsabilità). (Il testo è tratto dal sito www.lavoce.info) *docente di Economia all'Università Carlos III di Madrid 21-11-2007.


Maroni: Lega arbitro del dialogo sulla legge elettorale (sezione: Riforma elettorale)

( da "Padania, La" del 21-11-2007)

 

Il capogruppo dei deputati leghisti a colloquio con il presidente di An: "Fini apprezza e considera molto utile l azione di Bossi sulla legge elettorale e il Patto di Gemonio" Maroni: Lega arbitro del dialogo sulla legge elettorale Fabrizio Carcano La Lega? "L'azione di Umberto Bossi è stata apprezzata anche da Fini ed è considerata molto utile. Ancora un volta l azione di Bossi riveste un ruolo determinante per farci ottenere un risultato importante, ovvero una legge elettorale che eviti il referendum". La partita sulla riforma della legge elettorale, bloccata da mesi, sembra essersi riaperta e la Lega Nord, come sempre, è pronta a recitare un ruolo da protagonista, come ha spiegato lunedì la segreteria politica, Umberto Bossi, impegnato nella veste di mediatore e di garante degli impegni assunti, e come ribadisce anche Roberto Maroni, presidente dei deputati che, all indomani dell annuncio di Silvio Berlusconi di voler accettare un confronto con la maggioranza di centrosinistra sulla riforma elettorale, osserva: "Bossi è favorevole alla trattativa tra Berlusconi e il Governo purché si rispettino i punti del nostro accordo raggiunto a Gemonio, ovvero un proporzionale con lo sbarramento simile a quello tedesco e l'indicazione del candidato premier che avviene prima". L iter della trattativa sulla riforma elettorale, quindi, riparte dall accordo stipulato nei primi giorni di settembre a Gemonio, a casa del Senatur, alla presenza dello stato maggiore leghista, di Berlusconi e di Gianfranco Fini che, proprio ieri, ha ricordato l importanza di questo patto. "Nei prossimi giorni solleciteremo Berlusconi a garantire il mantenimento degli impegni presi con il patto di Gemonio, anche se mi pare che Berlusconi abbia già dato garanzie da questo punto di vista. Ma - sottolinea Maroni - prima che lui incontri Prodi o Veltroni, se e quando li incontrerà, è utile che venga riconfermato quell'accordo di Gemonio. Anche per utiizzare l occasione per cercare di rimettere insieme i pezzi della Casa delle Libertà che sta andando o è andata un po' in frantumi in questi ultimi tempi. Non certo per responsabilità della Lega naturalmente". La Lega, anzi, in questo momento di tensione tra i vari partiti della coalizione, sembra avere un ruolo di mediatore e di pungolo nel proseguire sulla strada delle riforme. Un ruolo riconosciuto anche da Fini. "E così. L'azione di Umberto Bossi è stata apprezzata anche da Fini ed è considerata molto utile". Lunedì Berlusconi, parlando di legge elettorale, ha menzionato il proporzionale ma non gli altri due punti dell accordo di Gemonio, l indicazione del premier e quella preventiva delle alleanze. Cosa ne pensa? "Noi siamo tranquilli. E tranquillo Umberto Bossi, che ha sentito al telefono Berlusconi, ed è tranquilla la Lega. Questi punti sono scritti nel patto di Gemonio, li ha scritti Tremonti. E Berlusconi ha riconfermato tutto a Bossi nelle ultime telefonate. E in ogni caso non penso che Berlusconi abbia alcun interesse a lasciare fuori la Lega, perché in qualunque caso, con qualunque legge elettorale, e la Lega ne ha passate tante di leggi elettorali, non si può fermare la forza e il radicamento che la Lega ha nei territori del Nord. Berlusconi non può pensare di fare a meno della Lega perché senza di noi sa di perdere, ma non mi pare che sia nelle sue intenzioni. Abbiamo un accordo e non vedo quali siano i problemi per non mantenerlo e da parte di Berlusconi non vediamo nessun segnale in tal senso. Ripeto, noi siamo tranquilli". Non sono tranquilli però gli altri partiti della Cdl, soprattutto An, dopo l annuncio del varo del nuovo partito di Berlusconi. No? "Mah... la vera novità non mi sembra l annuncio di un nuovo partito a cui nessuno ha intenzione di aderire e che dunque sarà solo Forza Italia che cambia nome. La vera novità, quella più importante, è che dopo mesi in cui ha detto e ripetuto di non voler avviare nessuna trattativa con il centrosinistra ora Berlusconi dice mettiamoci ad un tavolo, discutiamo e facciamo una nuova legge elettorale . Questa è la novità vera. E da questo punto di vista il richiamo che Fini fa all'iniziativa di Bossi è importante". Una novità, l apertura berlusconiana al confronto, accolta con piacere dalla Lega. Giusto? "Sicuramente. Il fatto che Berlusconi abbia accettato un dialogo sulle riforme realizza quello che noi avevamo sempre auspicato, Ribadisco, Bossi è favorevole alla trattativa tra Berlusconi e il Governo, purché si rispettino i punti del nostro accordo raggiunto a Gemonio". Berlusconi intanto ha rilanciato: il Governo imploderà a breve, probabilmente sul Welfare. "E quello che auspichiamo anche noi. Il nostro obiettivo, ovviamente, resta quello di mandare a casa questo Governo. Ma la maggioranza sembra tenere quindi, probabilmente, non si andrà al voto fino al 2009 e allora che facciamo il prossimo anno? La guerriglia oppure le riforme di cui il Paese ha bisogno?". Al Senato, però, le divisioni non mancano e nemmeno gli scontenti, soprattutto nell area moderata... "Personalmente eviterei di mettere il nostro destino, quello della Lega e del Nord, ma anche quello della Cdl, nelle mani di senatori che, senza offesa per nessuno, alla fine rappresentano solo sé stessi. Perché i vari Bordon o Dini possono anche far cadere Prodi ma certamente non per andare a votare: se lo fanno cadere lo fanno per fare un nuovo Governo, dove magari siano dentro anche loro e dubito che un'operazione del genere possa interessarci. Comunque mandare a casa Prodi è l'obiettivo di tutti, ma se non ci si dovesse riuscire, visto che sono attaccati alle poltrone con l'attack, allora cosa si fa? Se il Governo purtroppo non cade, e noi siamo tutti impegnati a farlo cadere, ma se non cade e non si va a votare, e pertanto fino al 2009 non si voterà, allora cosa facciamo da qui al 2009? Facciamo la guerriglia tutti i giorni, sapendo che tanto il Governo non cade? O cerchiamo di fare cose utili, riforme importanti, come la legge elettorale e il Senato federale? Noi siamo per questa seconda ipotesi e mi pare che a poco a poco anche Berlusconi stia venendo su queste posizioni. Anche perché..." Anche perché? "E bene ricordare che l azione di Governo è una cosa distinta e separata dalla questione delle riforme. Sono due cose che non c entrano. L azione del Governo viene sostenuta dalla maggioranza, solo dalla maggioranza e punto. Il dialogo sulle riforme è un altra cosa e non vuol dire affatto sostenere il Governo. Adesso, se questo Governo non dovesse cadere, avremmo davanti 18 mesi di tempo, visto che non si voterebbe prima del 2009, e allora penso sia più utile cercare di ottenere il massimo possibile, ovvero il Senato Federale e la riforma della legge elettorale". A proposito: per la riforma elettorale i tempi sono davvero stretti. Dicembre si brucia per la Finanziaria e il referendum si terrebbe in primavera. Dunque in mezzo ci sarebbero meno di tre mesi. Basteranno? "Se non c è un accordo politico non bastano dieci anni. Se c è l accordo politico con la maggioranza e con Berlusconi si può fare la riforma in due settimane". [Data pubblicazione: 21/11/2007].


"Sì a riforme, no a grande coalizione" (sezione: Riforma elettorale)

( da "Stampaweb, La" del 21-11-2007)

 

(11:14) "Sì a riforme, no a grande coalizione" Romano Prodi + Pdl, Fini-Berlusconi: è guerra + La campagna acquisti a danno degli alleati MULTIMEDIA VIDEO Berlusconi lancia il Pdl e apre al dialogo AUDIO Berlusconi presenta il nuovo partito AUDIO Il nuovo corso della politica di Berlusconi Il premier: "Il Paese ha bisogno di riforme". E sul sistema elettorale non si sbilancia ROMA È durato quasi un'ora il colloquio tra il presidente del Consiglio, Romano Prodi e il segretario del Pd, Walter Veltroni a palazzo Chigi, presente anche il vice Dario Franceschini. Veltroni è arrivato intorno alle 8 e ha lasciato la sede del governo prima delle 9. Al centro dell'incontro le riforme, la legge elettorale e i contatti con l'opposizione che il leader del Pd sta tenendo. Una riunione "rapida" nella quale il segretario del Pd ha presentato il nuovo simbolo del partito. Prodi racconta così l'incontro di stamani con Walter Veltroni. "È venuto a presentarmi il simbolo del partito, è stata una riunione rapida. Un simbolo molto bello, dove c'è la scritta Pd sotto quella dell'Ulivo. Oggi lo presenterà in pubblico". Lunedì prossimo incontro tra Fini e Veltroni Veltroni, intanto continua il suo giro di consultazioni e lunedì 26 novembre alle ore 16 incontrerà il leader di An, Gianfranco Fini. Proprio dall'Ulivo arriva un monito. È quello del ministro della Famiglia Rosy Bindi, proprio in vista dei suoi incontri con Berlusconi e il resto dell'opposizione sulla riforma elettorale. "Deve trovare prima l'accordo sulla legge elettorale con tutti gli alleati di centro sinistra, e, solo dopo, trattare con tutto il centrodestra", affema il ministro sconfitto da Veltroni nella corsa alla segreteria del Pd. "Non facciamo come Berlusconi che cannibalizza il centro destra - dice Bindi - Se no lasceremmo il sospetto di uno, o forse due patti segreti, o una legge elettorale che cannibalizza i partiti minori o il referendum, che significherebbe poi andare a votare comunque". Pdl: "Se rimane in carica Prodi, dialogo solo su legge elettorale" Dall'opposizione arriva una precisazione: il Pdl è pronto al dialogo con il Pd di Walter Veltroni per realizzare una nuova legge elettorale ma ritiene "impensabili" altre riforme se il governo Prodi resterà in carica, come dichiara il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti. "Questo nuovo partito, come è ovvio - dice Bonaiuti - accetta un dialogo sulla legge elettorale: essendo una nuova formazione ritiene giusto, inserendosi in una realtà nuova, di partecipare al dibattito sulla riforma elettorale. E riconosce a Veltroni l'idea di andare a discuterne". Ma "al di là" della riforma elettorale, "ogni dialogo sulle riforme - prosegue Bonaiuti- non è però possibile, perchè non è pensabile che un governo che in 18 mesi ha fallito tutto ed è precipitato ai piu bassi livelli di fiducia nella storia della repubblica italiana, d'improvviso si sveglia e dice: dopo esserci preso tutto, discutiamo di riforme, perdiamo tempo e così portiamo avanti la legislatura fino al 2011..".


Riforma elettorale, Segni 'Un salto indietro di 20 anni' (sezione: Riforma elettorale)

( da "Voce d'Italia, La" del 21-11-2007)