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Archivio Piccola Rassegna     16-31 maggio 2007

 

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INDICE 31-5-2007

 

+ + Tendenzeonline.info 31-5-2007  VIDEO SU PRETI PEDOFILI, VESCOVI CONTRO SANTORO: SCIACALLAGGIO  2

+ +  Affari Italiani 31-5-2007 Bush a Roma/ Cossiga: il governo disdica ogni impegno e incontro bilaterale con il presidente Usa. Bisogna evitare incresciosi incidenti 2

+ +  AgenParl 31-5-2007  COSTI DELLA POLITICA: PARTE INDAGINE CONOSCITIVA  3

+ Il Corriere della Sera 31-5-2007 Il viceministro beccato da Striscia la Notizia . «Fregati da Mastella». Fuori onda di Visco Lorenzo Salvia  3

+  Il Denaro 31-5-2007 Campania i costi della politica Mastella: Sprechi ovunque, si dia un'occhiata ai manager 4

+  Il Sole 24 Ore  31-5-2007 COMMENTI E INCHIESTE: La transizione infinita dell'Italia di Franco Debenedetti 4

La Repubblica 31-5-2007 BONSAI. PROVINCIALI. SEBASTIANO MESSINA  5

Il Corriere della Sera 31-5-2007  Prodi e l’ultimatum dopo la sconfitta elettorale Un partito e la sua guida di Sergio Romano  6

Italia Oggi 31-5-2007 Comincia bene la commissione taglia-spese: tra gli sforbiciatori si parla solo politichese Il primo costo della politica da tagliare, forse, è il politichese. Tutti quei modi di dire e non dire che non portano mai da nessuna parte e che servono a riempire solo pagine e pagine di resoconti. 6

La Repubblica 31-5-2007 Bari Il personale costa al Comune 2,5 milioni l'anno solo di stipendi. Un consigliere prende 850 euro I nababbi delle circoscrizioni ai presidenti 2900 euro al mese "La nostra sede è davvero molto bella Abbiamo due piani sulla muraglia e c'è anche il garage riservato" GIULIANO FOSCHINI 8

Europa 31-5-2007 Sto con Veronesi per le centrali nucleari e con De Luca per il termovalorizzatore a Salerno FEDERICO ORLANDO RISPONDE  8

Il Riformista  CHIAMPARINO E LA MUNNEZZA Iervolino e Sassolino quant’è lontana Torino  9

Il Giornale di Vicenza 31-5-2007 La casta che si nutre di politica di Marino Smiderle. Gian Antonio Stella presenterà stasera al Centro congressi dell'Associazione artigiani l'ultimo libro scritto insieme al collega Sergio Rizzo. 10

Il Piccolo di Trieste 31-5-2007 Costi della politica, dibattito alla camera. Accuse a Rizzo e Stella: è puro scandalismo. Tutta colpa dei soliti giornalisti E anche di enti locali e giudici I parlamentari: 'L'indagine conoscitiva riguardi tutti'. Giampiero Di Santo  11

Il Centro 31-5-2007 Due parroci, due Chiese Due parroci, due Chiese qual è quella "vera"? All'inizio di questa sconcertante storia pensavo che la Chiesa si fosse ravveduta, e avesse provveduto a rimediare al grave episodio "di pura discriminazione". Lucio Di Nisio Montesilvano  13

L’Unità 31-5-2007 Scontro in Rai sui preti pedofili, ma il film va in onda I consiglieri del centrodestra si votano un documento: "Tutta la responsabilità è di Cappon" di Natalia Lombardo /  14

Italia Oggi 31-5-2007  In un libro verde la Commissione europea censisce le attività di assistenza. Cittadini Ue, le ambasciate come rete di protezione  14

 


 

+ + Tendenzeonline.info 31-5-2007  VIDEO SU PRETI PEDOFILI, VESCOVI CONTRO SANTORO: SCIACALLAGGIO

 

Roma, 31 mag. (Apcom) - Andrà in onda questa sera, nel corso di 'Annozero', la trasmisione di Santoro il discusso filmato 'Sex crimes and Vatican', l'inchiesta della Bbc sui crimini sessuali commessi da alcuni preti, e a poche ore dalla messa in onda si scatenano le critiche dei vescovi e non solo. "Il battage pubblicitario che ha preceduto la messa in onda, questa sera su Rai Due, del video 'Sex crimes and the Vatican' ha già fatto chiarezza sulle reali intenzioni della trasmissione: fare sciacallaggio mediatico contro la Chiesa e il Papa", sostiene Franco Mugerli, il Copercom,il Coordinamento delle associazioni per la comunicazione di ispirazione cattolica, in un commento pubblicato sul 'Sir', l'agenzia stampa vicina alla Cei.

Noi non abbiamo paura della verità", afferma il fondatore di 'Sat2000'. "Riteniamo la pedofilia un grave crimine contro l'umanità e la Chiesa, ma facciamo nostro quanto richiamato da papa Giovanni Paolo II ai vescovi americani: 'Pur riconoscendo il diritto alla dovuta libertà d'informazione, non bisogna consentire che il male morale divenga occasione di sensazionalismo'. In questo modo non si aiuta la ricerca della verità, ma al contrario si contribuisce alla perdita del senso morale della società". Come è stato già ampiamente documentato in questi giorni - conclude Mugerli - questo filmato della Bbc, più che un'inchiesta, in realtà è un video a tesi, non credibile, con grandi falsità, pretestuoso e pregiudizialmente ostile. E' troppo chiedere al servizio pubblico di aiutare a ristabilire la verità?".

Cappon si prepari alle dimissioni", così il capogruppo dei Popolari-UDEUR al Senato, Tommaso Barbato, a proposito del documentario BBC "Sex crimes and the Vatican" che sarà trasmesso questa sera da "Annozero". "Quello di questa sera - afferma Barbato - è un pretestuoso e volgare attacco contro la figura del Pontefice, sostenuto da una vergognosa campagna della sinistra radicale condotta esclusivamente per fini di bassa politica. Vergogna!".

Sex crimes and vatican', l'inchiesta della Bbc sui crimini sessuali commessi da alcuni preti, è stata trasmessa nel 2006 e acquistata da Viale Mazzini su richiesta di Michele Santoro per una cifra tra i 20 e i 25mila euro. Come da indicazione del dg Claudio Cappon, la trasmissione del filmato sarà seguita da un dibattito tra ospiti 'autorevoli' che possano rappresentare le diverse posizioni chiamate in causa. In studio con Santoro, ci saranno quindi Mons. Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, Don Fortunato Di Noto, dell'associazione Meter che da anni lotta contro il fenomeno della pedofilia su internet, il professor Piergiorgio Odifreddi, matematico, autore di 'Perché non possiamo essere cristiani' e il giornalista Colm O'Gorman, autore dell'inchiesta della Bbc.

Il video, che era stato tradotto e sottotitolato da alcuni utenti del web, "è stato il più cliccato su internet nelle ultime settimane. Il reporter di 'Panorama-Bbc', Colm O'Gorman, egli stesso vittima da bambino di abusi sessuali da parte di un prete, ha raccolto testimonianze in tutto il mondo a partire dalla cattolicissima Irlanda, fino agli Stati Uniti, al Brasile e in Inghilterra. Al centro dell'inchiesta un documento riservato del Vaticano, chiamato 'Crimen Sollicitationis', del 1962, che diceva ai vescovi come comportarsi con i preti che tentano approcci sessuali dal confessionale, nonché come affrontare 'ogni atto osceno esterno con giovani di ambo i sessi'".


 

+ +  Affari Italiani 31-5-2007 Bush a Roma/ Cossiga: il governo disdica ogni impegno e incontro bilaterale con il presidente Usa. Bisogna evitare incresciosi incidenti

 

Bush a Roma 1/ Allarme nell'Unione, il presidente Usa ospite in Parlamento. La sinistra radicale pronta a contestarlo. Incidente diplomatico? Bush a Roma 2/ La Sinistra democratica sarà in di Piazza del Popolo il prossimo 9 giugno No all'assassino/ Rizzo (Pdci) ad Affari: sinistra unita contro Bush. Dalle sue mani gronda il sangue. Ha sulla coscienza decine di migliaia di civili morti Disdire ogni impegno e incontro bilaterale con il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, "al fine di evitare incresciosi incidenti o anche solo imbarazzanti situazioni, nonché tensioni all'interno della maggioranza dannose ad essa ma anche al Paese". E' quanto sostiene l'ex capo dello Stato, Francesco Cossiga, in un'interpellanza parlamentare rivolta al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro degli Esteri riguardante la visita del presidente Usa a Roma il 9 giugno. Nel chiedere al governo italiano se non intenda cancellare ogni appuntamento con Bush, Cossiga ricorda che gli Stati Uniti sono "una potenza formalmente ancora nostra alleata politica e militare plurilaterale e anche bilaterale" e che in occasione dell'arrivo di Bush nella Capitale si terranno a Roma "manifestazioni contro il presidente americano e contro gli Stati Uniti, cui parteciperanno partiti politici che fanno parte della maggioranza che sostiene il governo e movimenti popolari, laici e cattolici, antiamericani che hanno sostenuto nelle elezioni l'Unione e oggi affiancano il governo nella vita civile, sociale e politica, e anche che altissime personalità istituzionali hanno avuto espressioni sprezzanti nei confronti del presidente George W. Bush".


 

+ +  AgenParl 31-5-2007  COSTI DELLA POLITICA: PARTE INDAGINE CONOSCITIVA

 

Roma, 31 Maggio 2007 – AgenParl – La Commissione Affari Costituzionali della Camera, presieduta dall’ On. Luciano Violante, ha avviato un indagine conoscitiva sui costi della politica. I lavori, che si concluderanno a fine ottobre, saranno prevalentemente finalizzati a disegnare una mappa degli sprechi della politica, talmente ingenti da portare l’Italia al primo posto in Europa per il costi delle attività istituzionali. L’attenzione della commissione si concentrerà principalmente su alcuni settori focali come i vertici istituzionali e la pubblica amministrazione, spingendosi però fino ai bilanci degli enti locali ed ai consigli regionali. Nel frattempo le cifre rimangono aberranti: La classe politica, mentre fa le ore piccole per concedere 100 euro in più agli statali e assiste impassibile ad una nuova ondata di scioperi , costa annualmente al cittadino un miliardo e trecento milioni di euro. Il paese dei privilegi continua imperterrito a campare. (F.G.)

 


 

+ Il Corriere della Sera 31-5-2007 Il viceministro beccato da Striscia la Notizia . «Fregati da Mastella». Fuori onda di Visco Lorenzo Salvia

 

Ira del ministro: si dimetta. Palazzo Chigi: non voleva offendere. E sulle pressioni alla Guardia di Finanza il governo rischia in Senato

 

ROMA — A complicare la situazione è arrivato anche un filmato di Striscia la notizia che ha fatto litigare, e furiosamente, Vincenzo Visco e Clemente Mastella. Un caso divampato velocemente, con il ministro della Giustizia che ha minacciato: «O smentisce oppure al governo non c'è posto per tutti e due». Poi, in serata, è arrivata una nota di Palazzo Chigi a stemperare i toni dello scontro. E dire che la situazione già non era messa bene per il governo perché se le firme si trasformeranno in voti, mercoledì prossimo a Palazzo Madama la maggioranza andrà sotto proprio discutendo di Visco. Sono infatti già otto i senatori della maggioranza che hanno messo nero su bianco il loro dissenso firmando due ordini del giorno che chiedono di sospendere la delega sulla Guardia di finanza al vice ministro per l'Economia per le presunte pressioni sul comandante generale.

VISCO-MASTELLA — Il video di Striscia la notizia è il fuori onda di una conferenza stampa a Palazzo Chigi. Nel filmato si sente Visco che dice «Quel crumiro di Mastella (assente, ndr) ha detto che non poteva» e poi «Ci ha fregato un sacco di soldi». Poco dopo la trasmissione, è stato lo stesso Visco a chiamare Mastella, scusandosi e aggiungendo di non ricordare il contesto in cui aveva detto quelle parole. Ma al ministro della Giustizia non è bastato: «Deve smentire, e la sua smentita deve andare in onda nella stessa trasmissione. Altrimenti al governo non c'è posto per tutti e due». Poi la nota di Palazzo Chigi che ha definito la battuta di Visco «offensiva nei toni ma non certo nei contenuti, come ipotizzato ironicamente». E infatti a Striscia la notizia avevano detto: «Che Mastella si sia fatto pagare per ogni voto alle amministrative?». Fonti del governo invece hanno lasciato capire che Visco si stava riferendo al fatto che Mastella era riuscito a ottenere risorse in consiglio dei ministri. E per il Guardasigilli «l'incidente è chiuso se Striscia trasmette la nota».

MOZIONI — Sulla vicenda della Guardia di finanza il primo ordine del giorno è quello dell'Italia dei valori. Chiede al governo di ritirare a Visco la delega e al momento ha raccolto sei firme: i quattro senatori del gruppo e poi l'ex Sergio De Gregorio, e Fernando Rossi, l'ex del Pdci passato ai consumatori. Rifiutate le offerte di sostegno della Casa delle libertà. Il secondo ordine del giorno è dei dissidenti della Margherita: Willer Bordon, Roberto Manzione e Natale D'Amico che chiede a Visco di autosospendersi. E su questa linea non è esclusa la convergenza, al momento del voto, di una parte dei 12 senatori di Sinistra democratica, i fuoriusciti dai Ds guidati da Salvi. Tutti e due i documenti, però, potrebbero essere votati dalla Cdl mandando sotto la maggioranza. La preoccupazione c'è e ieri è arrivata anche alla riunione del comitato promotore del Pd, dove ne hanno discusso Fioroni, Rutelli e Veltroni. Visco lavora al documento che potrebbe portare in Aula, dove sembra certa la presenza di Prodi. Anche se nella maggioranza si spera che — se i contatti con i dissidenti non dovessero andare a buon fine — sia Visco a mettere il centrosinistra al riparo dalla sconfitta, autosospendendosi dalla delega ed evitando il voto.

CDL — La Casa delle libertà ha presentato due mozioni. Oltre a quella per il ritiro delle deleghe firmato da tutti i capigruppo è arrivato quello, insidioso, di Calderoli. Si limita a ribadire la «fiducia nell'operato della Guardia di finanza e del generale Roberto Speciale». Una trappola per far votare l'Unione contro il vice ministro senza che se ne accorga.

31 maggio 2007

 


 

+  Il Denaro 31-5-2007 Campania i costi della politica Mastella: Sprechi ovunque, si dia un'occhiata ai manager

 

Una "bella commissione d'inchiesta su tutti i privilegi che ci sono in Italia in ogni direzione, imprese, editoria, banche e manager". A chiederla, ieri da Benevento, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, a margine dell'incontro in Prefettura con il collega dell'Azerbaijan, Fikrat Mammadov. "Vedo - dice Mastella - qualche atteggiamento crepuscolare in giro e molto populista al tempo stesso anche in ordine a questo elemento di antipolitica, sui criteri di moralizzazione, che sono giusti ed efficaci, ma ci sono sprechi ovunque. Non si capisce ? aggiunge il Guardasigilli - per quale ragione, ad esempio, i manager devono avere lo stipendio anche quando le loro imprese falliscono. In realtà quando si pensa a un criterio di teologia morale bisogna applicarlo in ogni campo e non vedere soltanto la trave che può essere nell'occhio del vicino". 31-05-2007.

 


 

+  Il Sole 24 Ore  31-5-2007 COMMENTI E INCHIESTE: La transizione infinita dell'Italia di Franco Debenedetti

 

"S i commenta da sé",è stata la stizzita battuta di Romano Prodi al discorso di Luca Montezemolo all'assemblea di Confidustria. "Non m'interessa un'effimera popolarità ",quella con cui ha commentato i risultati del voto di domenica. Uniti nelle critiche a Governo e classe politica, i messaggi che vengono dagli industriali e dagli elettori sono, com'è logico attendersi, diversinella sostanza.Roma 2007 presenta una Confidustria - dopo Vicenza 2006- di nuovo compatta, e - dopo Parma 2001- di nuovo autonoma rispettoalla politica;i risultati elettorali presentano un Nord disorientato, attraversato da pulsioni e timori diversi. Invece i commenti ai due fatti hanno una caratteristica comune: anche quelli meno arcigni di Prodi nel proposito di tener ferma la rotta, si articolano all'interno di un quadro sostanzialmente dato, prendono per immutabili le coordinate del campo in cui si muove la politica. Questo vale, a ben vedere, anche per gli scenari politici su cui Montezemolo era più atteso. Immaginiamo di dare consistenza alla più radicale delle eventualità, e cioè che Roma 2007 preluda alla sua entrata in politica, a capo di un grande centro: a parte l'improbabilità nei numeri, a parte la "memoria corta" di chi pensa che "un centro eternamente governante sia la soluzione ai mali italiani "(Angelo Panebianco sul"Corriere della sera" di domenica), sarebbe pur sempre una diversa sistemazione delle stesse pedine sullo stesso scacchiere. Le denunce - lo scandalo immondizie, le miniIri municipali, la scarsa qualità della produzione legislativa - sono tutte sacrosante, ma interne da tempo al dibattito politico, tant'è che possono essere invocate a supporto di progetti politici affatto diversi. La riduzione delle tasse è stata innovazione quando Berlusconi l'ha posta al centro del programma di governo; ora è un materia obbligatoria d'esame per ogni governo. Il tema del costo della politica è anch'esso interno alla classe dirigente, ne scrivono giornalisti del Corriere, non tribuni della Lega, Salvi e Villone, non Grillo e la Gabanelli, è buono per D'Alema che sta al Governo,e per Montezemolo o chi per lui pensi di starci un giorno. Di fronte a un risultato come quello di lunedì, nell'Unione si discute della data in cui disporre i gazebo per le primarie, se il capo del Pd si chiamerà segretario o presidente, se a scendere inpista saràil candidato veroo una volpe. E poi, sarebbero "innovazioni" i due temi che la politica oggi mette sul tavolo, il Partito democratico e la legge elettorale? Quanto al Partito democratico,a parte il modo deprimente in cui lo stanno realizzando, è fin dall'inizio un progetto ben più modesto delle ambizioni di cui è stato caricato. è assurdo far credere che la fusione di due partiti che formano una coppia di fatto da 15 anni (almeno)possa ridisegnare la geografia politica italiana. Assurdo sostenere che,fermi restando gli incentivi che favoriscono i piccoli partiti, un neppur tanto grande partito possa, con la sua mera apparizione, invertire la tendenza alla proliferazione partitica. La riforma elettorale deve vedersela con due contraddizioni. Una pratica, fare approvare dallacoalizione di governo una riforma che ha proprio lo scopo di modificare i rapporti di forza che tengono insieme la coalizione stessa. Una logica: i sistemi elettorali sono la conseguenza di un progetto politico, non ne sono la causa.D'Alema e Fassino possono continuare a ripetere che, stesse a loro, vorrebbero il doppio turno alla francese: ma é solo perché tutti, loro per primi, sanno che si tratta di una giaculatoria, che il ripeterla non fa cadere il governo. C'è un fondo di antidemocratico nell'illudere armatori e marinai di trovare l'Oriente navigando verso Occidente,pensare di ottenere cambiamenti istituzionali in modo indiretto, calando addosso all'elettorato una legge elettorale che ne guidi le scelte in una direzione che non è mai stata loro prospettata esplicitamente.La teoria del referendum come " pistola puntata"ha poi una contraddizione sua propria: chiedere agli elettori di firmare per ottenere un risultato che i proponenti stessi dichiarano di non volere. "La difficile partenza della raccolta delle firme per il referendum abrogativo dell'ultima legge elettorale - scrive Marco Battaglini ("Se si vuole rafforzare l'Esecutivo occorre farlo direttamente, il sistema partitico cambierà di conseguenza", sul Sole24 Ore del 16 maggio) - suggerisce che i cittadini sembrano percepire che le formule elettorali di per sé non risolvono il problema della scarsa governabilità e della moltiplicazione dei partiti"" Si invidia la Francia di Sarkozy: ma "la stabilizzazione del sistema dei partiti in Francia è stata una conseguenza del rafforzamento dell'Esecutivo piuttosto che la sua causa e il cambiamento della legge elettorale è stato solo uno dei fattori in gioco". Poteri e criteri di nomina del capo dello Stato,del presidente del Consiglio, il Governo; e, soprattutto dopo il risultato di lunedì, l'attuazione del federalismo, in primo luogo fiscale. Le riforme necessarie sono riforme costituzionali. Ma è illusorio pensare di surrogarle con il Partito democratico o con la legge elettorale che uscirebbe dal referendum,solo perché il loro cammino appare più facile. Quella della Bicamerale è stata la grande occasione perduta della Seconda Repubblica: sarebbe già qualcosa se lo riconoscessero oggi anche quelli che l'hanno fatta fallire.Riprendere quel percorso richiederebbe maggioranze e Governo diversi dall'attuale, intese impossibili con le attuali leadership politiche: certamente a sinistra,probabilmente anche a destra. Il tempo ancora a disposizione in questa legislatura, la favorevole congiuntura economica, le difficoltà che incontra a ogni passo questo Governo, di per sé fanno di questa ipotesi qualcosa di più di una fantasia. In ogni caso, non più fantasia, e certo più razionale, di alcune di cui si sente parlare. Il Governo faditutto per blindarsi contro questa eventualità, varando provvedimenti quali la legge sul conflitto d'interessi, quelle sull'assetto del sistema televisivo una e due, e adesso spostando gli equilibri all'interno del cda Rai.Ancora una volta,l'antiberlusconismo, e la questione televisiva che ne è parente stretta, si rivelano il nodo della transizione italiana. Quello della Bicamercale resta il fallimento peggiore degli ultimi anni: per il momento sembra impossibile riprendere quel discorso

 


La Repubblica 31-5-2007 BONSAI. PROVINCIALI. SEBASTIANO MESSINA

 

 Giusto per essere concreti: perché non aboliamo una buona volta le Province? Se l'era già chiesto Luca Cordero di Montezemolo nella sua filippica contro i mali della politica. E l'altra sera, a Ballarò, Gianfranco Fini ha raccolto la sfida: "Io sono d'accordo, aboliamole" ha detto. Poi, rivolto al ministro Santagata, che lo fronteggiava, ha domandato: "E' d'accordo anche il governo?". Era un bel passaggio in area. Santagata, in cuor suo, è favorevolissimo: "Risparmieremmo un fracco di soldi, abolendole" mi aveva detto qualche giorno fa, in un'intervista. Rifondazione condivide. Di Pietro ci sta. Salvi e Mussi lo ripetono da una vita. Per una frazione di secondo, dunque, ho sperato che Santagata, il ministro che sta preparando il disegno di legge sui tagli ai costi della politica, prendesse la palla al balzo e rispondesse così: "Sì, anche il governo pensa che le Province siano inutili, visto che nessun cittadino sa esattamente a cosa servano, eppure ci costano una tombola. Qua la mano, presentiamo insieme una proposta bipartisan per abolirle tutte". Ma in quell'attimo, prima ancora che finissi di pensare questa frase, Santagata ha cambiato discorso. Rassegniamoci: moriremo provinciali.

 


 

Il Corriere della Sera 31-5-2007  Prodi e l’ultimatum dopo la sconfitta elettorale Un partito e la sua guida di Sergio Romano 

 

 

Dall’intervista di Prodi a la Repubblica emerge un quadro impietoso della situazione politica italiana. La maggioranza è divisa e litigiosa. Gli alleati sono inaffidabili. Il premier non ha il potere di imporre la propria linea. Il Paese rifiuta di comprendere le proprie reali esigenze e di accettare i sacrifici necessari al futuro della nazione. L’opposizione, quando era al potere, ha fatto solo disastri e non ha il diritto di proporsi come «alternativa di governo». Il presidente di Confindustria ha dato prova di scarso equilibrio. I sindacati non hanno compreso che il Paese deve cambiare. Si direbbe il messaggio d’addio di un uomo politico deluso, amareggiato, incompreso, ormai convinto che i suoi connazionali non meritino il suo impegno e la sua dedizione alla cosa pubblica.

Ma da questo quadro, così drammaticamente negativo, Prodi trae conclusioni opposte. Sostiene che «così non si può andare avanti», ma rifiuta di farsi da parte. Quando dichiara che è pronto ad andarsene, lo fa con toni e argomenti da cui emerge la convinzione che soltanto lui, Romano Prodi, sia l’uomo adatto a salvare l’Italia. Non so se questa combinazione di pessimismo e fiducia in se stesso possa servire a recuperare consenso. Forse sarebbe stato preferibile prendere atto del voto, ammettere gli errori fatti, spiegare pacatamente al Paese che i tempi esigono decisioni impopolari, chiamare gli alleati a un maggiore senso di responsabilità. Dopo tutto Prodi non ha torto quando sostiene che un voto amministrativo non può segnare la fine di un governo espresso da una maggioranza parlamentare, sia pure modesta. Se i suoi giorni sono contati è meglio che cada in Parlamento con un voto da cui possano trarsi conclusioni utili per il futuro.

Se il presidente del Consiglio, con la sua intervista, voleva dire che il governo ha il diritto di governare, non rimane che prenderne atto e aspettare il seguito. Ma l’intervista non concerne soltanto il governo e le condizioni del Paese. Nell’ultima parte Prodi affronta il problema del Partito democratico e dell’uomo che dovrà guidarlo. Non approva coloro che vogliono eleggere subito, insieme alla costituente, anche il leader. Prodi sa che la scelta cadrebbe in questo momento su un’altra persona e sostiene che «l’idea di scindere il leader dal premier è assolutamente inaccettabile». E’ meglio quindi nominare un coordinatore o un reggente, destinato a farsi da parte quando, in prossimità delle prossime elezioni, i Democratici saranno chiamati a scegliere una persona che sia contemporaneamente leader del partito e candidato premier.

E’ probabile che Prodi non voglia avere di fronte a sé, di qui ad allora, un interlocutore forte e spesso scomodo. Ma sembra dimenticare che un partito nuovo ha bisogno, sin dal primo giorno della sua esistenza, di una guida entusiasta ed energica. I prossimi mesi saranno quelli in cui occorrerà disegnare gli apparati, scegliere i segretari locali, conciliare ambizioni contrastanti, creare le condizioni per una vita unitaria. E’ difficile immaginare che questo compito possa essere svolto da un reggente privo di autorità e di futuro.

E, francamente, è ancora più difficile comprendere perché le esigenze del partito debbano essere sacrificate a quelle di un uomo politico imbronciato e deluso che finirebbe per scaricare sulla formazione appena nata, insieme ai suoi personali malumori, le difficoltà del governo. Prodi ha avuto grandi meriti nella nascita del Partito democratico. Ne avrà ancora di più se lascerà che cammini con le sue gambe.

31 maggio 2007


Italia Oggi 31-5-2007 Comincia bene la commissione taglia-spese: tra gli sforbiciatori si parla solo politichese Il primo costo della politica da tagliare, forse, è il politichese. Tutti quei modi di dire e non dire che non portano mai da nessuna parte e che servono a riempire solo pagine e pagine di resoconti.

 

E' il caso del programma dell'indagine conoscitiva 'sulle spese attinenti al funzionamento della Repubblica' che la prima commissione affari costituzionali della camera ha messo a punto. Già l'utilizzo della parola Repubblica anzicchè Stato o politica fa sembrare che si voglia parlare di altro. Ma che le idee siano poche e confuse lo si capisce dalle finalità dei lavori: si deve arrivare alla stesura di una 'legge quadro recante principi di trasparenza e criteri condivisi tra l'insieme delle istituzioni interessate, che rendano evidente le finalità della spesa e i parametri a cui si riferisce per dare conto della sua misura'. A ottobre il verdetto. Indagine conoscitiva sulla spese attinenti al funzionamento della Repubblica e alla garanzia delle sfere di autonomia costituzionale, funzionale e territoriale. PROGRAMMA DELL'INDAGINE CONOSCITIVANell'ambito dell'esame in sede referente delle proposte di legge assegnate alla I Commissione in materia di contenimento dei costi della politica (C. 1942 Spini, recante 'Norme per la soppressione di enti inutili e per la riduzione degli sprechi e dei costi impropri della politica, delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni', C. 2104 Caruso, recante 'Disposizioni concernenti la riduzione dell'indennit_ spettante ai membri del Parlamento', C 2179 Donadi, recante 'Sospensione dell'applicazione delle disposizioni di cui all'articolo 1, secondo comma, della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, in materia di indennità spettante ai membri del Parlamento', e C. 2250 D'Elia, recante 'Norme per il contenimento dei costi della politica, delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni'), che la Commissione stessa ha avviato il 17 maggio 2007, potrebbe essere svolta una indagine conoscitiva con la finalità di acquisire elementi istruttori necessari alla elaborazione di un testo unificato volto a contenere, razionalizzare e rendere trasparente la spesa nel settore e al tempo stesso a tutelare la fondamentale esigenza del migliore e più efficiente funzionamento delle istituzioni democratiche. Si tratterebbe quindi di una legge quadro recante principi di trasparenza e criteri condivisi tra l'insieme delle istituzioni interessate, che rendano evidente le finalità della spesa e i parametri a cui si riferisce per dare conto della sua misura. Il principio ispiratore fondamentale da realizzare dovrebbe richiamarsi a quella esigenza di accountability che impone alle istituzioni di rendere conto ai cittadini delle loro spese. La trasparenza è divenuta nel mondo occidentale il più importante fattore di legittimazione per chi che spende il denaro dei cittadini. Il fondamento costituzionale di una legge quadro di questo tipo dovrebbe trovarsi in via interpretativa in una superiore esigenza di carattere unitario che riguarda la Repubblica come democrazia e investe l'insieme delle istituzioni della Repubblica indicate all'articolo 114 della Costituzione. Pertanto sulla base della giurisprudenza della Corte costituzionale, una simile esigenza di carattere unitario potrebbe realizzarsi solo nel rispetto delle sfere di autonomia riconosciute agli organi costituzionali e ai diversi livelli territoriali e dunque attraverso procedure di intesa e consultazione. Pertanto una legge in questa materia avrebbe come contenuto essenziale princìpi e procedure di coordinamento e dovrebbe nascere dal dialogo e dalla consultazione di tutte le istituzioni interessate. Si propone quindi un metodo di esame delle proposte di legge - conseguente a questa impostazione - che impone la necessità di partire realizzando una fase di dialogo e consultazione tra tutte le istituzioni interessate. A tale finalità risponde la proposta di una indagine conoscitiva nella fase preliminare dell'esame secondo l'articolo 79 del regolamento. In tale prospettiva, l'indagine conoscitiva avrebbe come principale oggetto la consultazione dei diversi soggetti interessati e di esperti diretta ad individuare criteri per la migliore regolazione e la massima trasparenza dei costi direttamente connessi all'esercizio delle funzioni istituzionali degli organi rappresentativi ed esecutivi preposti ai diversi livelli territoriali di governo, e di taluni organismi amministrativi di particolare rilevanza, ivi compresi i vertici dei ministeri e delle società a partecipazione pubblica. L'indagine conoscitiva muoverebbe da una raccolta di dati ed elementi di valutazione da operare attraverso la collaborazione tra le diverse istituzioni interessate e da una documentazione sulla esperienza di altri Paesi comparabili con il nostro, a partire dai costi connessi all'esercizio delle funzioni parlamentari in correlazione con una valutazione anche quantitativa dell'attività svolta dalle istituzioni parlamentari nei diversi paesi. Nella raccolta dei dati e degli elementi conoscitivi bisognerebbe individuare le opportune forme di collaborazione tra gli organi costituzionali, quelli a rilevanza costituzionale, tra i livelli di governo regionale e degli enti locali, nonchè le Autorità amministrative indipendenti e le pubbliche amministrazioni. La ricognizione dovrebbe tener conto sia dello stato attuale del fenomeno sia della sua dinamica nel corso del tempo, valutando in particolare il grado di incidenza e di efficacia degli interventi normativi di contenimento dei costi della politica adottati negli ultimi anni. Allo scopo di definire attraverso le opportune intese il metodo e le modalità per la raccolta della base informativa, il programma dell'indagine conoscitiva potrà prevedere lo svolgimento di una prima fase di impostazione con l'audizione di alcuni ministri (il ministro dell'economia e delle finanze, il ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, il ministro per gli affari regionali e le autonomie locali, il ministro per le riforme istituzionali ed i rapporti con il Parlamento, ed il ministro per l'attuazione del programma di Governo), di rappresentanti della Conferenza dei Presidenti delle regioni e della Conferenza dei presidenti dei Consigli regionali, dell'Anci, dell'Upi, dell'Uncem, della Corte dei Conti, del Cnel e dell'Istat. Una volta conclusa questa prima fase e sulla base delle risultanze delle procedure di ricognizione concordate, potranno svolgersi alcune grandi audizioni collettive - secondo la prassi più volte utilizzata dalla Commissione affari costituzionali - che potrebbero coinvolgere in diverse tornate un'ampia platea di rappresentanti degli organismi interessati, nonchè giuristi, economisti, sociologi, addetti al sistema della comunicazione ed altri esperti della materia. L'indagine conoscitiva dovrebbe concludersi entro il mese di ottobre 2007.

 


 

La Repubblica 31-5-2007 Bari Il personale costa al Comune 2,5 milioni l'anno solo di stipendi. Un consigliere prende 850 euro I nababbi delle circoscrizioni ai presidenti 2900 euro al mese "La nostra sede è davvero molto bella Abbiamo due piani sulla muraglia e c'è anche il garage riservato" GIULIANO FOSCHINI

 

In fondo, chi non è mai entrato in una circoscrizione nella sua vita. Chi per risolvere un problema della sua vita da cittadino - una buca, un passo carrabile, i cassonetti dell'immondizia che si muovono come la pallina magica - non ha mai chiesto un consiglio, un aiuto a un consigliere di circoscrizione. Ecco, chi non lo ha mai fatto a leggere spese e indennità delle nove circoscrizioni barese potrebbe prendere un coccolone. Un presidente di quartiere guadagna, da regolamento, un terzo dello stipendio del sindaco. Emiliano intasca ogni mese 9580 euro lordo, il presidente di circoscrizione 2874, il doppio rispetto a un professore, quanto un medico ospedaliero di prima nomina. Troppo? "Io guadagno netto in busta paga 1056 euro, la metà di quello che mi spetterebbe perché sono un dipendente pubblico" spiega Franco Polemio, medico e presidente di Poggiofranco. "Sommo così l'indennità della carica al mio stipendio. E così faccio risparmiare un sacco di soldi al Comune". Perché? "Se lavorassi per un'azienda privata o un altro qualsiasi ente non sommerei le due indennità. Non solo: il Comune avrebbe dovuto risarcire il mio datore di lavoro per ogni giorno di assenza dal lavoro per motivi politici. Una follia. Per questo stiamo proponendo un'indennità fissa per i consiglieri in modo tale da evitare ogni problema". "Le circoscrizione, per quello che facciamo, sono assolutamente uno sperpero di denaro" dice senza mezzi termini il presidente di Murat, Mario Ferorelli, uomo di Alleanza Nazionale. "Oggi come oggi le circoscrizioni non servono assolutamente a nulla: nasciamo per alleggerire di responsabilità l'amministrazione, per dare più servizi ai cittadini. E invece facciamo pochissimo per essere pagati profumatamente. Presidente e consiglieri". Anche i consiglieri, certo. Perché se un padre dovesse consigliare il figlio per il suo futuro, dovrebbe forse spingere affinchè intraprenda una carriera politica piuttosto che una accademica. Ogni circoscrizione ha dai 14 a 18 consiglieri. E ciascun rappresentante di quartiere mette in tasca ogni mese 852,2 euro, un terzo dell'emolumento del presidente, praticamente come un ricercatore universitario. Al momento dell'incarico optano se intascare l'emolumento a forfait (dovendo assicurare 35 sedute al mese) oppure prendere volta per volta i gettoni di presenza. In ogni caso, però, il massimo non può superare gli 862 euro. Complessivamente i quartieri, solo di costi della politica, fanno spendere al comune di Bari una cifra vicina ai 2milioni e mezzo di euro. Da un lato ci sono gli stipendi dei nove presidenti (310mila euro all'incirca), dall'altro le indennità dei consiglieri (un milione e 400 mila euro). A queste somme si deve aggiungere poi quello che il Comune versa alle aziende nelle quali i consiglieri lavorano, per risarcirli dell'assenza. Ci sono poi le spese vive delle circoscrizioni, "sulla quali cerchiamo di essere attenti il più possibile" dice l'assessore al Decentramento, Antonella Rinella. Ma invece è qui - attaccano i presidenti - "che si trovano gli sprechi veri". "Noi paghiamo - dice Nando Rodio, "sindaco" di Palese e Santo Spirito - sessantamila euro all'anno di affitto quando c'è una sede nuova accanto, finanziata da tre anni, che ancora devono cominciare a costruire". Anche a Madonnella e a Bari vecchia sono in affitto. "Noi - incalza Mario Ferorelli - versiamo seimila euro al mese alla società proprietaria della sede, nonostante l'assessore Giannini ci ha promesso ormai da una vita il trasferimento nei locali comunali di piazza Chiurlia. Risparmieremmo, anche se devo dire che la nostra sede è davvero molto bella. Due piani sulla muraglia, c'è anche il garage". Parcheggio riservato a politici e dipendenti. La circoscrizione è pur sempre la circoscrizione

 


 

Europa 31-5-2007 Sto con Veronesi per le centrali nucleari e con De Luca per il termovalorizzatore a Salerno FEDERICO ORLANDO RISPONDE

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Cara Europa, io e i miei amici elettori del centrosinistra siamo incazzati neri con tutti: con Prodi che si sente anche lui “unto del signore”, coi ministri che cantano ognuno per suo conto, con Bassolino che lascia la “monnezza” nelle strade, con i dirigenti di Ds e Margherita che si accoltellano sul partito che non c’è (il Pd). Ci servono strade, centrali, reti di comunicazione, dighe, imprenditori che rischino, impiegati che lavorino. Nella paralisi, prepariamo il ritorno del Cavaliere, che non ha fatto niente, ma sa “fascinare”.
ELIO PANDOLFINI, PIACENZA

 

 Caro Pandolfini, lei è incazzato, sapesse chi le risponde; che per mestiere deve leggere ogni giorno dell’anno tutte le str. sul “politicame”, che fanno ingrassare la casta e deperire lo spirito pubblico. Oggi, per esempio, mentre plaudo a Napolitano che prende in mano la mazza della scopa in Campania (Bassolino, Jervolino, Mastella, Pecoraro, che ne dite?), e mentre grido “Viva la Romania” che dice “le immondizie napoletane se le smaltiscano i napoletani”, penso già al diluvio di proteste che dalla sinistra cavernicola di verdi e rifondaroli si leverà contro il professor Veronesi: il quale ci spiega che per ridurre le emissioni cancerogene che ci uccidono e per produrre energia pulita occorre costruire in dieci anni 10 centrali nucleari dell’ultima generazione: che hanno il pregio, fra l’altro, di autoeliminare le scorie. So, come dice Rubbia, che da solo il nucleare non basta, lo sapevo anche trent’anni fa quando con altri giornalisti mi battei contro l’uscita dal nucleare e al referendum fui nel 20 per cento degli italiani che votarono no. Intanto, abbiamo perso trent’anni: in Francia ci sono 58 centrali nucleari, in Germania 17, in Spagna 9 per citare. Tutti i paesi europei ne hanno, l’Italia è la figlia della gallina bianca, non si degna. Mentre Inghilterra, Finlandia, Svezia, come in oriente Cina, Corea ecc. studiano notte e giorno il modo d’uscire dalla tirannia del carbone e del petrolio, noi ci gingilliamo prendendo sul serio i verdi, che soffrono, come dice Veronesi, del “panico dei primitivi”, cioè del terrore dell’uomo delle caverne per il fuoco. Questi uomini delle caverne noi li facciamo ministri, compromettendo lo sviluppo energetico e la salute degli italiani. Berlusconi non mosse un dito in cinque anni, ma a lui gli italiani non chiedono niente, chiedono solo di non far governare “questa sinistra”. La quale non sa farsi accettare come forza di governo, divisa com’è fra una parte “inidonea a governare” (così D’Alema definisce gli estremisti) e una parte che idonea sarebbe se non fosse presa troppo dai problemi di Palazzo e anch’essa dai suoi miti antimoderni.
Fatevi sentire di più, voi del Nord: Chiamparino dice che vuol fare una lista nordista (Cacciari, Bresso, Pericu, Penati, Illy, ecc.) per irrompere nella costituente del Partito democratico.
Fosse vero. In ogni caso, quando leggo che il sindaco di Salerno De Luca, deputato dell’Ulivo, chiede di farlo a Salerno il termovalorizzatore, con tecniche studiate in Giappone, penso che potreste cooptare anche qualcuno al di sotto del Po, non tantissimi, per vincere la vostra battaglia.
Che è anche la nostra di clandestini a Roma.


 

 

Il Riformista  CHIAMPARINO E LA MUNNEZZA Iervolino e Sassolino quant’è lontana Torino

Ha ragione Sergio Chiamparino. Se quello che è successo a Napoli coi rifiuti fosse capitato sotto la Mole, lui e Mercedes Bresso non avrebbero avuto probabilmente scelta. Le dimissioni sarebbero state l’unica, naturale via. «O almeno - ha detto il sindaco torinese - l’opinione pubblica ci avrebbe incalzato, e obbligato a dare delle spiegazioni credibili». Proprio nei giorni in cui la sinistra del Nord, di cui Chiamparino è tra i più autorevoli e visibili esponenti, e mentre Piero Fassino ha indicato nei cumuli d’immondizia napoletana teletrasmessi in tutta Italia una delle ragioni di perplessità del Nord rispetto a chi governa certo Sud, le parole di Chiamparino invitano a una riflessione. A Rosa Russo Iervolino, ad esempio, l’ipotesi di dare le dimissioni non dev’essere nemmeno mai passata per la testa. Lo stesso, sicuramente, vale anche per il presidente Antonio Bassolino. I due omologhi di Chiamparino e Bresso, insomma, non hanno ravvisato nell’indecenza che, “distrattamente” come abbiamo già scritto sul Riformista, va sommergendo una grande città come Napoli una ragione sufficiente per discutere la propria posizione. O il perdurare del proprio potere. Il quale, evidentemente, viene reputato impermeabile a fallimenti che pure sono tanto evidenti, e fastidiosi, per quasi tutti e cinque i sensi.
Perché? Forse perché si ritiene che nulla può essere fatto, e si dice che le responsabilità sono altrove, o che le questioni di fondo trascendono dalle possibilità concrete di chi amministra città e regione. O forse perché, a differenza di quanto dice Chiamparino col riferimento al Piemonte, l’opinione pubblica non vigila e spinge abbastanza. Anzi, a dirla tutta, sembra anche contenta, visto che la Campania è una delle poche regioni in cui il centrosinistra è andato piuttosto bene alle amministrative. Ma in ogni caso una domanda resta. Che gusto c’è a governare se nulla si può fare per rendere appena decenti, appena dignitosi, i territori amministrati? Come si può credere che sia la passione alla politica, e non quella al potere, a muovere certe resistenze, quando la politica sembra così inutile?

 


 

 

Il Giornale di Vicenza 31-5-2007 La casta che si nutre di politica di Marino Smiderle. Gian Antonio Stella presenterà stasera al Centro congressi dell'Associazione artigiani l'ultimo libro scritto insieme al collega Sergio Rizzo.

 

Il tema della discussione verterà sui costi diventati insostenibili della pubblica amministrazione e sullo spreco di denaro Un tifoso, deluso dalle prestazioni della propria squadra di calcio, una bella domenica decise di dedicare uno striscione ai giocatori, il cui stipendio era inversamente proporzionale ai risultati ottenuti sul campo: "Non so più come insultarvi". Leggendo il libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, La casta (Rizzoli), verrebbe voglia di rispolverare quello striscione e andarlo a esporre a Montecitorio, o davanti a un Consiglio regionale a scelta, o davanti a una delle tanti società municipalizzate gestite col criterio (s)partitocratico. Qualunquismo? Può darsi. Di sicuro di qualunquismo non c'è la benché minima traccia nel documentato libro che verrà presentato stasera alle 21 da uno degli autori, Gian Antonio Stella, al Centro congressi dell'Associazione artigiani, in via Fermi. Un bel mix di cronaca, matematica e statistica che, scecherato per bene, lascia nel lettore un retrogusto amaro, una voglia di mandare tutti a quel paese, se non fosse che a quel paese (l'Italia) ci siamo già. Un paese, per citare uno dei mille esempi tragicamente documentati del libro, che spende 217 milioni di euro all'anno per mantenere il Quirinale, contro i 56,8 milioni spesi dai contribuenti del Regno Unito per la Corona britannica. - Intanto complimenti per l'acutezza, la completezza e, grazie a queste, per lo straordinario successo del libro. Ma non le dà fastidio che in questa campagna elettorale molti abbiano sventolato La casta quasi fosse un programma per acciuffare voti? "Cosa vuoi, io credo che un libro sia un po' come una canzone, ognuno può cantarla come gli pare. Mi pare chiaro però un concetto: non è un libro che fa piacere alla sinistra, non è un libro che fa piacere alla destra, non è un libro che fa piacere al centro. Più semplicemente, è una constatazione, assolutamente non qualunquistica, dei privilegi assurdi di cui gode la classe politica e degli insostenibili sprechi di denaro pubblico che ne derivano". - Il fatto che a godere di questa condizione privilegiata siano i bramini della politica non sembra indurre molte speranze di cambiamento. Secondo lei c'è la possibilità che questi sprechi vengano almeno contenuti? "Premesso il fatto che è più che giusto che i nostri rappresentanti vengano pagati, e anche bene, per il compito che svolgono, credo che i politici di oggi vivano fuori dalla realtà. Come altro si può interpretare il fatto che, nel 2004, il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino, abbia avuto un fondo spese per la rappresentanza dodici volte più alto del presidente della Repubblica tedesca?". - E non si possono proprio eliminare queste odiose storture? "Io credo che l'unica possibilità si chiami trasparenza. Sì, ci vuole trasparenza assoluta. Per capirci, vorrei che Camera e Senato mettessero su internet con chiarezza gli emolumenti e le diarie distribuite ai vari parlamentari. E accanto ai 4.100 euro destinati ai collaboratori, mettessero pure i nomi dei percettori di tali somme. Così come non possiamo accettare che il bilancio del Quirinale sia avvolto dalla segretezza. Se il cittadino avesse modo di sapere con facilità quanti soldi vengono spesi e in che modo nei vari enti, probabilmente i bramini ci penserebbero più di una volta prima di deliberare nuove stravaganti spese". - Senta, ma lei e Rizzo come li avete ottenuti i dati richiesti? Voglio dire, avete trovato ostacoli o vi hanno aperto le porte facilmente? "Abbiamo ricevuto il solito ostruzionismo all'italiana. Tipo: "Adesso prepariamo i documenti, passi domani". E poi i documenti non arrivavano. Niente di nuovo sotto il sole". - Com'è nata l'idea del libro e com'è nata l'idea di scriverlo con Sergio Rizzo, suo collega al Corriere della sera? "Già nel 1998 avevo scritto Lo spreco, una questione evidentemente sempre presente in Italia. Poi abbiamo visto il buon lavoro svolto "dall'interno" da parte di Cesare Salvi e Massimo Villone, che hanno scritto Il costo della democrazia e ci siamo resi conto che bisognava far uscire dal circuito degli addetti ai lavori questa tematica. Rizzo è un fenomeno nel districarsi tra la grande mole di dati, tra i bilanci pubblici e così, insieme, siamo arrivati in libreria con La casta". - Pochi giorni fa Boris Biancheri, presidente della Fieg e dell'agenzia Ansa, ha detto che anche i giornalisti sono una casta, che non c'è turnover sufficiente, che sono privilegiati. Anche i giornalisti come i politici, quindi? "Supponiamo che l'editore del Giornale di Vicenza decida di assumere un somaro come Gian Antonio Stella e di pagarlo un miliardo di euro all'anno. Sarebbe un chiaro esempio di spreco ma resta una piccola differenza rispetto allo spreco che esiste nella politica: nel caso del giornale, i soldi li mette l'editore, nel caso dei politici, i soldi li mettiamo noi cittadini". - Montezemolo ha detto che il costo della politica è insostenibile, Fini ha proposto di abolire le province. Caro Stella, allora qualcosa si muove, magari grazie al suo libro... "Per carità, benvenuti tutti, ma non sarei così sicuro che alle parole seguiranno poi i fatti. Senza alcuna polemica, vorrei ricordare all'on. Fini che è stato cinque anni al governo senza apprezzabili risultati su questo fronte. Ed è ovvio che la stessa considerazione vale per i politici di centrosinistra. In questo campo, la casta è davvero bipartisan". - E del tentativo di adesione al Trentino Alto Adige da parte dei comuni dell'Altopiano di Asiago cosa dice? "E lo chiede a un asiaghese come me? Sì, sono nato ad Asolo, ma le mie radici affondano ad Asiago ed è ovvio che la questione mi abbia toccato da vicino. Comunque, credo che l'autonomia concessa al Trentino non abbia alcun senso. Renato Brunetta pensa che dovrebbe essere tolta anche all'Alto Adige, ma io invece credo che a Bolzano abbia un senso, per i motivi storici che sappiamo". - Da più parti si invoca il federalismo fiscale per risolvere le iniquità di paesi confinanti... "Va benissimo, per carità, anche se mi permetto di dubitare che questa novità aiuti a fermare l'evasione fiscale. Il solo fatto che i soldi vengano usati nel posto dove sono prodotti non comporta che la gente li tiri fuori tutti volentieri". - Restando ad Asiago, o comunque nella montagna veneta, sul suo libro ci sono molte storie esilaranti su comunità montane tipo quella di Palagiano, a 39 metri sul livello del mare... "Purtroppo non c'è niente da ridere, l'impudenza legata alla voracità di poltrone ha generato questi mostri. E siccome io sono di Asiago e conosco molto bene i problemi della montagna, mi arrabbio ancor di più quando vedo queste cose. Bisogna abolire la montagna falsa per salvare quella vera. Chissà che un giorno anche in Italia riesca a prevalere il buon senso".


 

Il Piccolo di Trieste 31-5-2007 Costi della politica, dibattito alla camera. Accuse a Rizzo e Stella: è puro scandalismo. Tutta colpa dei soliti giornalisti E anche di enti locali e giudici I parlamentari: 'L'indagine conoscitiva riguardi tutti'. Giampiero Di Santo

 

Se non sono stati costretti, poco ci manca. Le inchieste giornalistiche sui costi della politica hanno messo le ali ai piedi dei deputati della commissione affari costituzionali della camera, che ha approvato in tutta fretta la proposta di avviare un'indagine conoscitiva sul tema più delicato del momento. Ma tra scaricabarile, distinguo, timori, e qualche passaggio surreale, il dibattito del quale sono stati protagonisti il presidente della commissione, Luciano Violante (Ulivo), Domenico Benedetti Valentini (An), Gabriele Boscetto (Forza Italia), Italo Bocchino (ancora An), Marco Boato (Verdi), Roberto Zaccaria (Ulivo) e altri personaggi in ordine di apparizione dà l'idea del clima di assedio che si percepisce nelle stanze di Montecitorio. Violante, l'uomo di mille casi, l'ex magistrato che ne ha viste di tutti i colori, ammette che il parlamento ha deciso di muoversi solo perché 'il tema è costantemente all'attenzione di giornali e televisioni, in particolar modo negli ultimi tempi', e perché 'il governo ha annunciato proprie iniziative in materia, dal carattere peraltro ancora incerto'. Per non farsi scippare l'iniziativa, insomma, le camere dovranno 'assumere adeguate iniziative al riguardo, affrontando il problema, che certamente esiste, in tutti gli aspetti, per evitare distorsioni demagogiche e per fare chiarezza'. Gli 007 di Montecitorio faranno emergere le responsabilità di tutti nell'aumento dei costi della politica. Che, ha spiegato Violante, sono costituiti da tre componenti, ciascuno con un peso diverso: 'I costi delle istituzioni, o della democrazia, i costi dei partiti politici e i costi della burocrazia'. Tanto per evitare che il confronto con i parlamenti europei o di altri grandi paesi faccia emergere grandi differenze di stipendio a vantaggio degli italiani, il presidente della commissione affari costituzionali della camera ha invitato i colleghi a 'comparare i costi delle istituzioni italiane con quelli delle corrispondenti istituzioni dei principali paesi europei'. E per fare capire l'aria che tira, ha ricordato, 'a titolo di esempio, che la Commissione affari giuridici del Bundestag tedesco, omologa della Commissione affari costituzionali, si riunisce di media due volte al mese'. Come dire che la produttività di Montecitorio, al confronto è roba da Cinesi o Coreani del Sud. A forza di paragoni, del resto, si può andare avanti per mesi, almeno fino a ottobre, quando dovrebbero essere resi noti i risultati dell'indagine. Così Bocchino, già in notevole sintonia con Violante, ne tira fuori una davvero bella: 'Per evitare sia il qualunquismo sia la difesa del privilegio dei parlamentari, si tratterebbe di mettere a confronto le retribuzioni orarie dei deputati e dei senatori italiani non solo con quelle dei loro colleghi degli altri parlamenti, ma anche con le normali categorie di lavoratori', è l'idea. 'Ritengo che la retribuzione di parlamentare, per ora di lavoro e detratte le spese, non sia sproporzionata rispetto a quella, per esempio, di un insegnante'. Chissà che ne pensano gli interessati, che magari si scoprirebbero più ricchi, almeno per un'ora, di deputati e senatori. Ma tant'è, l'idea è lanciata e sembra anche piacere. In particolare a Boscetto, che per non smentire l'autoreferenzialità della politica pensa di fare un po' di pubblicità al libro sui costi della politica dei colleghi parlamentari Cesare Salvi e Massimo Villone e di bollare come scandalistica l'inchiesta dei giornalisti Sergio Rizzo e Gianantonio Stella. 'Il primo ha una sua dignità politico-scientifica, il secondo ha piuttosto un carattere semiscandalistico, il quale ne ha determinato il successo di pubblico', è la sentenza del critico Boscetto. Apriti cielo, quindi, se l'indagine conoscitiva fosse 'ispirata agli stessi criteri e intendesse avallare le accuse che vi vengono mosse ai membri del parlamento, i quali ricevono, a suo avviso, una retribuzione del tutto proporzionata all'impegno che profondono, in termini di ore di lavoro e di applicazione, nonché alla delicatezza e alla gravosità del compito che svolgono'. Mettere sotto inchiesta il parlamento 'in modo becero' è quindi inaccettabile secondo Boscetto. Che per vendetta un po' forzista suggerisce di 'prendere in considerazione anche il fenomeno dei magistrati collocati, con incarichi a diverso titolo, presso il governo, la pubblica amministrazione e le autorità indipendenti'. Perle di saggezza si trovano anche tra le righe dell'intervento di Maurizio Ronconi, Udc, che vuole scongiurare il rischio di 'derive demagogiche' e perciò pone condizioni. Come quella di 'disancorare l'indagine dall'esame delle proposte di legge C. 1942 e abbinate, che sono a dir poco radicali e che non incontrano il consenso di tutti i gruppi'. Ronconi si preoccupa di 'difendere l'autorevolezza e la rappresentatività del Parlamento contro le campagne di aggressione degli organi di stampa'. E concorda sul resto, sul confronto 'dei costi delle istituzioni italiane con quelli delle corrispondenti istituzioni europee, nonché sulla necessità di estendere l'indagine a tutti i livelli di governo e all'intera pubblica amministrazione, comprendendo anche gli organi costituzionali di più alta levatura'. e perchè no, sugli enti inutili e sulle province, che forse dovrebbero essere abolite. ma una cosa l'esponente dell'Udc pretende sia messa in chiaro: 'La commissione non intraprende l'indagine perché a ciò costretta dalla pressione dei mezzi di comunicazione di massa che alimentano la campagna di accuse, in quanto questo sarebbe un immotivato segno di debolezza'. Un segno di non debolezza che invece per Benedetti Valentini dovrebbe essere manifestato con una mossa estrema: la rinuncia all'indennità parlamentare. Senza, però, impegnare il suo gruppo e quindi i soldi degli altri. 'A titolo esclusivamente personale e senza perciò impegnare il gruppo, dichiaro di essere in linea di principio favorevole anche all'abolizione dell'indennità parlamentare, ritenendo sufficiente, per chi si dedica alla rappresentanza politica, il solo rimborso delle spese'. Zaccaria, però, lo ferma subito: 'Faccio presente al deputato Benedetti Valentini che eliminare la retribuzione dei parlamentari limiterebbe di fatto l'accesso alla rappresentanza ai soli cittadini abbienti, ricostituendo di fatto quel sistema a base censitaria che lo sviluppo storico ha opportunamente superato'. Finita la lezione, dell'ex presidente della Rai, non sono finite le sorprese. Ma nella lunga fila di distinguo e nella corsa allo scaricabarile, non mancano voci più sommesse. Come quella di Franco Russo (Rifondazione comunista-sinistra europea), che 'conferma il pieno favore del suo gruppo allo svolgimento dell'indagine conoscitiva, per le ragioni evidenziate dal presidente Violante, e dichiara di condividere la distinzione da quest'ultimo prospettata in relazione alle diverse componenti dei costi della politica'. Russo, d'accordo sul fatto che 'è necessario individuare le diverse responsabilità dei diversi livelli di governo', aggiunge però che bisognerà 'procedere in maniera collaborativa, nell'interesse del paese, ed evitare di scaricare le responsabilità gli uni sugli altri'. Ma il vero e più forte richiamo alla saggezza è quello di Oriano Giovanelli (ex presidente di Legautonomie) che si rivolge a Bocchino per invitarlo a paragoni meno arditi tra gli stipendi dei parlamentari e i non ricchissimi emolumenti degli insegnanti. Caro Bocchino, dice Giovanelli, forse dovresti ricordare che 'l'opinione pubblica ritiene ogni giorno di più ingiustificato il divario tra la retribuzione di un parlamentare e quella di un normale lavoratore'. Per spiegare al suo collega che non si tratta solo di demagogia, Giovanelli sottolinea che 'tale divario potrebbe essere accettato se le istituzioni funzionassero e il parlamento fosse capace di decidere in tempi rapidi e secondo le esigenze della società contemporanea'. Purtroppo non è così, nota ancora il parlamentare dell'Ulivo, che con la memoria è tornato ai tempi in cui il suo lavoro era quello di amministratore locale.'Per chi, come me, viene da esperienze amministrative, l'esperienza parlamentare, con i suoi lunghi tempi morti di discussione inconcludente, risulta imbarazzante. Serve pertanto uno sforzo, anche attraverso modifiche ai regolamenti parlamentari, per rendere più produttivo il lavoro parlamentare'. E basta parlare di regioni ed enti locali, anche se in qualche caso 'sono un problema'. 'Bisogna evitare la logica dello scarico di responsabilità tra i livelli di governo'. Giampiero Di Santo.

 


 

Il Centro 31-5-2007 Due parroci, due Chiese Due parroci, due Chiese qual è quella "vera"? All'inizio di questa sconcertante storia pensavo che la Chiesa si fosse ravveduta, e avesse provveduto a rimediare al grave episodio "di pura discriminazione". Lucio Di Nisio Montesilvano

 

Eppure non solo non è successo, visto che le Comunioni si sono celebrate senza la presenza di Fabio, ma addirittura il Vicario monsignor Gaetano Britti interviene per accusare di superficialità i genitori. Ma come si fa ad essere così lontano dalla "sofferenza"? Ma qualcuno sa cos'è l'autismo? Come può un parroco dire che chi soffre d'autismo non è in grado di comprendere il significato dell'Eucarestia? Nemmeno i medici conoscono il grado di comprensione che può avere un soggetto autistico. Le famiglie che vivono questo problema hanno bisogno di anni, e a volte non bastano, per ottenere risultati tramite diete particolari, logopedia, analisi del comportamento, comunicazione facilitata, ippoterapia; ma ci possono volere attimi per distruggere quanto conquistato con tanto sacrificio. La cosa migliore da fare è quella di chiedere scusa a Fabio e alla sua famiglia, abbandonando questo atteggiamento di "pseudo cieco burocrativismo". Soprattutto è da spiegare perchè si adottano due pesi e due misure. Il mio non vuole essere un attacco contro la Chiesa, infatti voglio ringraziare quel parroco che ha capito la situazione particolare in cui si trovava un ragazzino autistico come Fabio, D.P. di Montesilvano, e ha intuito il suo desiderio e la sua necessità di integrarsi e di sentirsi come gli altri bambini. Quel parroco ha avuto la sensibilità di umanizzare le regole rendendo felice un bambino disabile, mettendo in atto uno dei principi fondamentali dello spirito cattolico, quello della solidarietà. Chi scrive è una persona che cerca di combattere tutte le barriere culturali che ogni giorno si erigono e creano disuguaglianza ed emarginazione. E' paradossale, ma questa volta le barriere sono state erette in una chiesa di Pescara. Barriere che hanno offeso la dignità di molti. Claudio Ferrante Cgil-Funzione pubblica Comune di Montesilvano L'etica perduta della "casta" politica Signor direttore, la ormai non più rinviabile necessità di ridurre i cosiddetti "costi della politica" fa sempre più proseliti. Ne hanno parlato negli ultimi tempi, autorevolmente, il presidente della Repubblica Napolitano, del Consiglio Prodi, segretari di importanti partiti di governo come Fassino e Rutelli e tanti altri. Dopo un libro dei senatori Salvi e Villone, che avevano denunciato gli abnormi aumenti dei costi per il mantenimento del nostro ceto politico, un altro libro "La Casta", scritto da due autorevoli giornalisti, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ha documentato con cifre e dati difficilmente confutabili, l'ulteriore involuzione di questi costi. Chi scrive ha sempre avuto un profondo rispetto per i partiti che sono le colonne portanti della nostra democrazia. Solo che, negli anni 1980-2000, i partiti hanno tentato di invadere tutti i campi della vita sociale; alcuni di essi hanno ritenuto che tutto sarebbe stato possibile per i loro dirigenti e si determinò una convinzione di impunità che solo il coraggio di un gruppo di magistrati ha saputo momentaneamente sconfiggere con le inchieste e le tante condanne inflitte ai potenti del periodo passato alla storia come "Mani pulite". Ma, evidentemente, i guasti prodotti da un certo sistema di potere erano più profondi ed estesi di quanto si potesse immaginare per cui, dopo una breve battuta d'arresto, i partiti hanno ripreso il loro cammino verso l'occupazione del potere in tutte le direzioni dalla Rai alle Asl, dalle municipalizzate alle banche e tutti gli altri enti di gestione della cosa pubblica. Oggi, grazie al libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, il tema degli eccessivi e ingiustificati "costi della politica" è tornato al centro dell'attenzione di una opinione pubblica che non ce la fa più a tollerare superstipendi di manager che mandano in rovina le aziende loro affidate e condizioni vergognose di privilegio per i suoi rappresentanti ai vari livelli istituzionali, dal Parlamento al Senato, alle circoscrizioni. Rubriche radiofoniche di successo come "Zapping" e televisive come "Ballarò" e "8 e mezzo", e altre ancora, se ne stanno occupando giornalmente e vengono avanti proposte di un certo interesse. L'ex sindaco di Torino, Diego Novelli, ha proposto un'assemblea di tutti gli ex parlamentari al fine di decidere l'autoriduzione del vitalizio. Il segretario nazionale di Rifondazione comunista Franco Giordano, intervistato dal "Corriere della Sera" il 17 maggio, si è detto favorevole alla riduzione degli stipendi dei parlamentari e di tutti gli altri che percepiscono soldi per il loro impegno politico. Il Presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, ha promosso una commissione di inchiesta su "costi della politica". Il consigliere regionale della Sinistra democratica abruzzese, Gianni Melilla, ha proposto una drastica cura dimagrante per le auto blu. Giustino Zulli Chieti Spinello legalizzato in Olanda si fuma di più La Dea, la speciale polizia antidroga degli Stati Uniti, la rilevato che in Olanda, dopo la legalizzazione della marijuana, dal 1984 al 1996 il consumo tra i giovani é passato dal 15 al 45 per cento. L'insostenibile leggerezza delle tesi degli antiproibizionisti (indotta per alcuni dall'uso di droghe e per altri dal non uso del cervello) é così scientificamente provata.


 

L’Unità 31-5-2007 Scontro in Rai sui preti pedofili, ma il film va in onda I consiglieri del centrodestra si votano un documento: "Tutta la responsabilità è di Cappon" di Natalia Lombardo /

 

Roma Gianfranco Fini aveva impartito l'ordine la sera prima a "Ballarò": "il video della Bbc sui preti pedofili non andrà in onda perché lo bloccherà il Cda". Detto fatto, ieri sera i consiglieri del centrodestra a Viale Mazzini hanno fatto il diavolo a quattro per bloccare la trasmissione del documentario sui preti pedofili "Sex crimes and the Vatican" (già visto da migliaia di persone su molti siti). Dopo un mese di polemiche il video andrà in onda questa sera alle 21 ad Anno Zero, il programma di Michele Santoro. I cinque del centrodestra non sono riusciti a bloccarlo, ma hanno cercato di incastrare il direttore generale Cappon addossandogli tutta la responsabilità "della corretta gestione della trasmissione, da lui atuorizzata" dal momento che aveva dato il via libera all'acquisto (per circa 20mila euro). Sul tavolo del Cda era arrivata pure la lista degli ospiti invitati da Santoro, un certificato di garanzia per la Chiesa: Monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, Don Fortunato Di Noto dell'associazione Meter (in lotta da anni contro la pedofilia su internet), il professor Piergiorgio Odifreddi, matematico e autore di "Perché non possiamo essere cristiani" e il giornalista Colm O'Gorman autore dell'inchiesta della BBC. Per tutto il pomeriggio il Cda ha discusso il bilancio e l'ha votato all'unanimità (con un buco di 79 milioni). Alle nove di sera scoppia la bomba: il casiniano Marco Staderini si impunta per censurare il video, seguito da Malgieri (An) imbarazzato dal dover dare conto al diktat di Fini e dal forzista Urbani, pur perplesso; il presidente Petruccioli ha tentato una mediazione con un ordine del giorno che vincolava la trasmissione al rispetto dei principi del servizio pubblico (già garantiti da Santoro al Dg). Ma la destra insiste, Curzi si arrabbia "contro la censura preventiva", sbatte la porta e se ne va. Abbandonano la riunione anche il ds Rognoni e Nino Rizzo Nervo, poi Petruccioli e Cappon. Rimasti soli al settimo piano i cinque del centrodestra si votano un altro odg che in realtà ricalca quello di Petruccioli (ma non lo dicono). E, soprattutto, "avvertono" il Dg, sul quale già hanno appeso la Spada di Damocle di un voto di sfiducia. Nella redazione di Anno Zero proseguiva la preparazione della puntata. L'autore del video, Colm O'Gorman, come reporter di "Panorama-BBC" (e vittima da bambino di abusi sessuali da parte di un prete) ha raccolto testimonianze in tutto il mondo a partire dalla cattolicissima Irlanda, fino agli Stati Uniti, al Brasile e in Inghilterra. Al centro dell'inchiesta un documento riservato del Vaticano (e il ruolo del futuro Papa Ratzinger): il Crimen Sollicitationis, del 1962 che diceva ai vescovi come comportarsi con i preti che tentano approcci sessuali dal confessionale, nonché come affrontare "ogni atto osceno esterno. con giovani di ambo i sessi". Gli ospiti avevano passato l'esame dei vertici Rai e Travaglio spedirà in tempo utile per la risposta la sua "posta prioritaria". A rispondere a Fini ieri mattina sono stati sia Curzi che il presidente della Fnsi, Siddi: "Non spetta alla politica decidere cosa andare in onda".


 

Italia Oggi 31-5-2007  In un libro verde la Commissione europea censisce le attività di assistenza. Cittadini Ue, le ambasciate come rete di protezione

 

Prima iniziativa ufficiale della Commissione europea in materia di rafforzamento della protezione diplomatica e consolare dei cittadini dell'Unione nei paesi terzi. L'Esecutivo di Bruxelles ha infatti presentato in settimana un libro verde che anzitutto elenca gli interventi possibili degli stati membri e delle autorità giudiziarie nazionali, in casi quali: arresto o detenzione, incidente o malattia grave, atto di violenza subito dal cittadino, decesso del cittadino, aiuto al cittadino in difficoltà e rimpatrio. L'elenco inserito nel libro verde non è comunque completo, perché il testo presentato indica che le rappresentanze diplomatiche o consolari degli stati membri possono venire in aiuto anche in altri casi di richieste di aiuto, purché specificamente competenti. La decisione della Commissione europea prevede inoltre alcune procedure anche in relazione agli anticipi pecuniari che possono essere concessi ai cittadini in difficoltà all'estero dagli stati membri. Inoltre, al fine di organizzare scambi di informazioni sulle buone pratiche nazionali, in seno al Consiglio dell'Ue è stato istituito un gruppo di lavoro per la cooperazione consolare (Cocon), che ha già elaborato le linee direttrici sulla tutela dei cittadini dell'Ue nei paesi terzi. Queste ultime, sebbene non vincolanti, sottolineano comunque l'importanza dello scambio di informazioni tra gli stati membri e le autorità giudiziarie nazionali per una più stretta cooperazione. Numerose ragioni portano la Commissione a presentare una serie di percorsi di riflessione per rafforzare la protezione dei cittadini in tale settore. Anzitutto l'articolo 46 della Carta dei diritti fondamentali, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, che ha sancito il diritto alla protezione consolare e diplomatica come uno dei diritti fondamentali del cittadino europeo. Ma anche la decisione 95/553/Ce che prevede che ne sia fatto un riesame a cinque anni dalla sua entrata in vigore, avvenuta nel maggio 2002. Quest'anno la Commissione presenterà la quinta relazione sulla cittadinanza dell'Unione, in cui potrebbero essere annunciate iniziative relative al diritto alla protezione diplomatica e consolare. Quest'ultima può comunque riguardare casi individuali o collettivi. Per affrontare situazioni di crisi (catastrofi naturali, atti di terrorismo, pandemie o conflitti militari) l'Unione europea è comunque dotata già oggi di diversi strumenti: il meccanismo di protezione civile, gli aiuti umanitari alle popolazioni civili colpite da catastrofe nei paesi terzi, il meccanismo di reazione rapida, le missioni civili di gestione delle crisi nel quadro della politica estera di sicurezza e di difesa. Tutti strumenti che richiedono una stretta cooperazione tra Consiglio e Commissione. Attualmente sono solo tre i paesi in cui gli stati membri sono rappresentati: Repubblica popolare cinese, la Federazione Russa e gli Stati Uniti d'America. Prima di intraprendere azioni necessarie per rafforzare il diritto alla protezione diplomatica e consolare comunitarie, con il libro verde la Commissione ha perciò aperto un vasto dibattito pubblico, cui possono partecipare anche addetti al settore giustizia, inviando contributi all'indirizzo: jls-diploconsulprotection@ec.europa.eu. I contributi saranno pubblicati su La vostra voce in Europa, con l'indicazione degli autori, a meno che questi non preferiscano conservare l'anonimato o chiedano che l'intero contributo resti riservato. Il dibattito si concluderà con l'organizzazione di un'audizione con la partecipazione di tutti gli interessati.


 

INDICE 30-5-2007

+ +  AgenParl 30.5.2007.

+ Consulenzalavoro.com 29-5-2007 In Spagna diminuisce il precariato Flessione dell’1,6%  1

+ Il Sole 24 Ore 30-5-2007 Ora il centrosinistra mette il Professore sotto pressione.  Stefano Folli 2

Audionews.it 30-5-2007  Previti, Giunta: si decadenza carica deputato  2

Il Resto del Carlino 30-5-2007 TAGLIARE I COSTI della politica? Tutti bravi a scaricare il barile su qualcun altro. 3

L’Unità 30-5-2007 Harakiri Marco Travaglio  3

Europa 30-5-2007 Il centrosinistra prenota, paga il biglietto ma riesce sempre a perdere il treno. FEDERICO ORLANDO RISPONDE  4

Il Centro 30-5-2007 Il risultato elettorale scuote la maggioranza. Mastella e Boselli insistono per la verifica. E Diliberto avverte: non voteremo il Dpef a scatola chiusa Le urne azzoppano il Pd: meno 8%."Ora taglio dell'Ici e leader forte" avverte Rutelli. Fassino: il governo decida Cacciari e Pollastrini: il nuovo partito deve essere radicato al Nord Mussi: hanno fatto flop ANDREA PALOMBI 5

La Stampa 30-5-2007 L'Unione accerchia Prodi. Dopo la sconfitta, affondo di Rutelli: subito il leader del Pd. I Ds: cambio di passo. Il premier pronto a correre per le primarie. AMEDEO LA MATTINA  5

Libertà 30-5-2007 La disfatta al Nord e il primo flop del nascente Partito Democratico mettono in ginocchio la maggioranza. Nell'Unione si prepara la resa dei conti Il governo non si dimetterà ma Rutelli chiede un leader forte  6

L’Unità 30-5-2007 Sconfitta collettiva Gianfranco Pasquino  7

L’Unità 30-5-2007"Senza coraggio perderemo ancora" Abbiamo chiesto ai lettori de l'Unità e de l'Unità on line di commentare il voto amministrativo. 8

Finanzaonline.com 29-5-2007  9

Finanza&Mercati del 30-05-2007 Salasso da almeno 800 milioni in arrivo per banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio e Poste Italiane. 10

Il Tirreno 30-5-2007  Vodafone contro Bersani sulle ricariche Il ministero dello Sviluppo replica: stupefacente e incredibile l'affermazione dell'amministratore delegato Pietro Guineani 10

Marketpress.info 30-5-2007L'obiettivo del progetto Biosynergy lanciato di recente è sviluppare e progettare concetti innovativi di "bioraffinerie" al fine di rendere i prodotti generati da biomasse competitivi sotto il profilo dei costi rispetto ai combustibili fossili 11

Il Tempo 29-5-2007 Tango Bond, riparte la trattativa. Usa, Italia e Germania in pressing sull’Argentina per avviare nuovi rimborsi. I creditori americani annunciano azioni comuni. Senza risarcimento il 25% dei possessori di titoli. di FILIPPO CALERI 12

 


+ +  Agenparl 30-5-2007

 

SCENARI D’AUTUNNO

Roma, 30 Maggio 2007 - AgenParl - Prevedendosi la bufera, in Parlamento si stanno elucubrando varie ipotesi in vista dello “scivolone” di Prodi. Il presidente del Senato Franco Marini si frega le mani. Si ventila la possibilità di dare vita ad un governo istituzionale per impedire la morte prematura della corrente legislatura. E proprio Marini, data la sua collocazione politica, viene indicato come possibile presidente del consiglio. Anche perché difficilmente questo incarico potrebbe essere conferito al presidente della Camera Fausto Bertinotti, la cui qualificata collocazione politica non gli consentirebbe di raccogliere i consensi necessari.
Da Arcore, si danno ancora “tre mesi” di vita all’attuale esecutivo. In autunno, se un nuovo governo “pronto” e “deciso” non avrà varato la riforma della legge elettorale, il referendum piomberà come una “clava” sul governo “stremato”, aprendo la strada a nuove elezioni.
Però questa ipotesi, cara al Cavaliere, non trova il sostegno necessario, nemmeno in tutto il centro-destra. (F.Mi.)

 

COFFERATI: LE INSICUREZZE DELLA SINISTRA SULLA SICUREZZA

Roma, 30 Maggio 2007 – AgenParl – Anche il sindaco di Bologna Sergio Cofferati cerca di trovare delle cause nella sconfitta del centrosinistra alle amministrative.
“Siamo di fronte ad un retaggio di una vecchia cultura” sostiene Cofferati che prosegue: “un retaggio che se non superato, ci destina ad altri insuccessi”.
Per il primo cittadino bolognese, la sconfitta non è assolutamente da imputare ai singoli Prodi piuttosto che Padoa–Schioppa, bensì ad alla mancata fiducia nel governo da parte dei cittadini. E a tal proposito, per Cofferati, “il caso di Verona, dove ha stravinto il candidato leghista Flavio Tosi, non è un caso particolare. La sinistra si è sempre limitata a condannare le azioni repressive della destra, mostrando solo incertezze di fronte al bisogno di azioni di contrasto”. (M. D.)

 

AMMINISTRATIVE: CALDEROLI (LEGA), GRAZIE A PRODI LA SINISTRA DISERTA LE URNE

Roma, 30 Maggio 2007 – AgenParl – "E' la prima volta che il popolo della sinistra sceglie di non andare a votare, peraltro in una tornata amministrativa dove tradizionalmente il centrodestra raccoglie meno consensi. Basta scorrere province e comuni dove si è votato per verificare che lì dove mancano i voti al centrosinistra si è alzato in maniera decisa l'astensionismo. Tra l'altro, è anche un dato ben augurante". Lo ha dichiarato in un'intervista a 'Il Giornale' Roberto Calderoli, vice presidente del Senato e coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord.
"Mi pare chiaro – ha affermato Calderoli – che questa maggioranza non è in grado di affrontare la questione del federalismo fiscale, che nei difficili equilibri che tengono in piedi il governo avrebbe degli effetti devastanti. Eppure il nord ci ha appena fatto sapere di avere una gran voglia di federalismo, altrimenti non si spiegherebbero questi numeri bulgari". "Certo -ha commentato- o si va alle elezioni anticipate oppure ci si mette a tavolino e si fa subito una nuova legge elettorale. Oggi i capigruppo del Senato hanno detto sì ad accelerare l'iter del provvedimento, vedremo se saranno capaci di andare avanti. Altrimenti resta solo il voto anticipato".
"Penso che se ci mobilitiamo adesso – ha spiegato invece Calderoli in un'intervista a 'Il Messaggero' – dopo qualche risultato,in piazza ci portiamo tre, cinque volte la gente che c'e' andata la volta scorsa". "Ma li ha visti - ha concluso - i voti che abbiamo preso, in termini assoluti?". (LM.VS.)

 


+ Consulenzalavoro.com 29-5-2007 In Spagna diminuisce il precariato Flessione dell’1,6%

Statistiche

Il Ministero del Lavoro e degli Affari sociali spagnolo ha reso noto che nel primo trimestre del 2007 si è verificata un’inversione di tendenza nell’ambito dell’occupazione e, dopo un periodo di massiccio ricorso al precariato, si riscontra un deciso aumento dei dipendenti a tempo indeterminato.
Su 13,5 milioni di lavoratori non agricoli, infatti, il 67,4% è assunto in modo stabile e il 32,6% ha un impiego temporaneo e nei primi 3 mesi del 2007 sono stati creati 812.900 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato (+9,8%).
Al contrario il lavoro flessibile ha visto un calo pari al -1,6%, con 69 mila posti in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
A beneficiare dell’inversione di tendenza sono state soprattutto le donne, che hanno ottenuto 428.600 posti in più rispetto al 2006 (+8,4%) e 100 mila più dei colleghi maschi.

 


 

+ Il Sole 24 Ore 30-5-2007 Ora il centrosinistra mette il Professore sotto pressione.  Stefano Folli


30 maggio 2007 Dopo il voto amministrativo e la sconfitta al Nord, il centrosinistra si trova di fronte a un paradosso. Chiede con forza al presidente del Consiglio di reagire e di mettere in campo qualche idea e qualche iniziativa per recuperare il rapporto con gli elettori. Al tempo stesso, si scontra con la tranquilla prudenza del premier. Che non si scompone e ribatte:«Io non cerco la popolarità, io voglio guarire il paese e ho bisogno di cinque anni per riuscirci». Le amministrative, a suo avviso, sono un episodio minore, un incidente sulla via del risanamento; il giudizio si potrà dare appunto fra cinque anni. E' un messaggio che Prodi rivolge alla sua maggioranza: non provate a cogliere il pretesto del voto per allontanarmi da Palazzo Chigi.
Tuttavia i partiti hanno fretta, molta fretta. Ecco il paradosso: l'orizzonte della legislatura è troppo lungo per loro, non se la sentono di aspettare. Hanno bisogno che il Governo sia reattivo davanti agli stati d'animo espressi dall'opinione pubblica.Perché essere espulsi dal Nord equivale ad essere delegittimati come classe politica dirigente.
Così i problemi s'intrecciano. Da un lato, il passo lento e solenne di Prodi che cerca soprattutto di mettere in sicurezza la sua compagine. Dall'altro, le inquietudini dei partiti,in qualche caso preda di vere crisi di panico. Persino la sinistra radicale è sulle spine, ritiene che si faccia troppo poco per curare il malessere sociale e «risarcire » i ceti deboli. E poi naturalmente c'è il Partito Democratico, la cui prospettiva è stata travolta dal risultato nordista e che oggi deve cambiare passo se vuole salvare qualcosa della sua ragion d'essere.
Altro che serena marcia di avvicinamento alla data fatidica del 14 ottobre... Gli architetti del Partito democratico devono escogitare subito un progetto per il paese, una proposta comprensibile. Il tempo stringe. Alla "Stampa" Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte,ha detto: «Il peso del Governo o non si è visto, oppure ha avuto effetti negativi come per l'alta Velocità. Il Nord non vuole riformismo verbale, vuole i fatti».
Riformismo verbale... Se questo è il limite dell'esecutivo, cosa hanno fatto Ds e Margherita, i due partiti«riformisti»,per imporre il loro punto di vista? Per un anno si è sentita la voce della sinistra radicale, molto meno quella della sinistra moderata.Senza dubbio oggi c'è la necessità di definire senza ritardi la leadership del nuovo partito (proprio quello che il premier non vuole,timoroso degli effetti del dualismo). Ma più urgenti ancora le battaglie politiche intorno a temi concreti. La Bresso cita la Tav. Entro il 23 luglio l'Italia deve una risposta all'Unione europea. Il rischio d'essere tagliati fuori dalle grandi opere è incombente.
Massimo Cacciari parla di un centrosinistra «incapace di comprendere la struttura sociale, economica e culturale delle regioni settentrionali». Qui è il nodo che il binomio DsMargherita, cioè il Pd, avrebbe dovuto sciogliere, soprattutto attraverso l'azione del Governo Prodi. Invece sono state escluse proprio le voci più scomode, ma anche più innovative.Cacciari,Chiamparino,Bresso, Illy:agli occhi dei partiti romani sono degli eretici. Ma l'eresia del Nord è essenziale per un nuovo partito che dovrebbe nascere su base federale. Vedremo nelle prossime settimane. Di certo il Governo Prodi è già sotto pressione. La leadership del professore sarà messa alla prova. A cominciare dalla Tav e dalle pensioni.

 


Audionews.it 30-5-2007  Previti, Giunta: si decadenza carica deputato

 

06.32: La Giunta per le elezioni della Camera ha approvato la proposta di decadenza di Cesare Previti dalla carica di deputato. L'ex ministro del governo Berlusconi, condannato in via definitiva per il processo Imi-Sir, avrà 20 giorni di tempo per presentarsi in audizione alla Camera. L'ultima parola spetterà poi all'Aula per la decisione definitiva.

 


 

Il Resto del Carlino 30-5-2007 TAGLIARE I COSTI della politica? Tutti bravi a scaricare il barile su qualcun altro.

 

C'è chi propone di tagliare le Province, chi le Comunità montane, chi i consigli di quartiere, chi consiglieri e assessori. Tutti però parlano degli altri. E' quanto affermano, in una nota congiunta, i segretari provinciali di Cgil Cisl e Uil, Meris Soldati, Massimo Fossati e Giuseppina Morolli. "Occorrerebbe che la politica ? affermano ? quella legata all'amministrazione del potere, arretrasse di un passo ponendo fine alla spartizione e all'occupazione di enti, società partecipate, consorzi e quant'altro. In questo modo si favorirebbe il loro rinnovamento e la riduzione degli incaricati da individuare soltanto su criteri di necessità, competenza e professionalità e non sull'appartenenza a questo o quel partito". Cgil Cisl e Uil puntano l'accento sul tema del lavoro: "Rinnovare i contratti di lavoro (alcuni scaduti da anni) in questa fase è molto difficile. Quando, anche se per pochi euro, siamo costretti a chiamare i lavoratori allo sciopero, il tema dei costi della politica salta subito in primo piano. Anche in occasione dell'ultima tornata di assemblee su Finanziaria e confronto con il governo sulle rivendicazioni che Cgil Cisl Uil hanno avanzato, relativamente a previdenza, pubblico impiego ecc., abbiamo avvertito un malessere sociale crescente, i lavoratori e i pensionati hanno posto con grande forza e nettezza la necessità di un sostanziale cambiamento e di una maggiore equità". Ancora: "I costi della politica, moltiplicano vertiginosamente; gli stipendi dei parlamentari sono i più alti d'Europa. Di contro, rimanendo in ambito europeo, è sempre da primato, questa volta però al ribasso, il livello degli stipendi dei lavoratori italiani, per non parlare delle pensioni". Pasquale Barone (An) sposa la proposta di Giovanni Benaglia (Ds): "Abolire le Province". Ma difende i consigli di quartiere: "Un assessore costa come un'intera assise di quartiere. Non concordo sull'eliminazione dei quartieri, che avvicinano la politica al territorio. Verifichiamo gli sprechi nelle partecipate. Riduciamo i membri dei vari cda: per fare una maggioranza ne bastano 3, non ne servono 13. Quanti sono a Rimini i politici di professione senza incarichi elettivi? Tra sindacati, cooperative e partecipate sono certo tanti che si ritrovano stipendi e pensioni".

 


L’Unità 30-5-2007 Harakiri Marco Travaglio

 

In Giappone il ministro dell'Agricoltura Toshikatsu Matsuoka, coinvolto in uno scandalo finanziario, s'è impiccato in pieno Parlamento. "Sono ben cosciente ­ ha lasciato detto ­ delle mie responsabilità. È mio dovere far sì che cose simili non si ripetano". Era accusato di aver intascato fondi neri per 6.600 euro da una società edilizia che poi aveva vinto appalti pubblici e di aver presentato note spese fasulle per 180 mila euro facendosele rimborsare dallo Stato. In Italia Paolo Scaroni, quand'era manager della Techint, pagò tangenti al Psi per vincere appalti all'Enel. Una volta scoperto, fortunatamente non si suicidò. Patteggiò 1 anno e 4 mesi per corruzione e fu subito promosso dal governo Berlusconi presidente dell'Enel (in veste d'intenditore) e poi amministratore delegato dell'Eni: ora è di nuovo indagato dalla Procura di Milano per aver truffato gli italiani taroccando i contatori di gas e gonfiando le bollette di circa il 6%. Se avesse lasciato detto qualcosa, avrebbe potuto dire: "Sono ben incosciente delle mie responsabilità. Ed è mio dovere far sì che cose simili si ripetano. Ora scusatemi, ma ho molto da fare". Matsuoka riteneva di aver "perso la reputazione": il che, spiega Paolo Salom sul Corriere, "è la tragedia più grande per un uomo dell'Estremo Oriente. Negli ultimi 25 anni, altri 4 parlamentari han fatto harakiri". Tutti gli Scaroni d'Italia della reputazione e dell'onore hanno un concetto un po' elastico: non temono di perderli, non si sono mai posti il problema, e questo li avvantaggia parecchio rispetto agli uomini dell'Estremo Oriente. Chi ha una faccia, teme di perderla. Ma chi non ce l'ha, o più semplicemente vive in Italia, non ha nulla da perdere. Vive meglio. E soprattutto vive. Mentre i Matsuoka muoiono. Certo i Matsuoka esagerano: noi, più modestamente, ci accontenteremmo che quelli nostrani vivessero cent'anni, ma a casa loro, lontano dal denaro pubblico. Invece, se nel curriculum hanno almeno una condanna da vantare, vi si avvicinano vieppiù. E dire che, solo 15 anni fa, capitava anche in Italia che qualche personaggio coinvolto in Tangentopoli si togliesse la vita per la vergogna, o per paura delle conseguenze. Ma oggi vengono ricordati come vittime, non come colpevoli: colpevoli sono i giudici che scoprirono i loro delitti e i giornali che li raccontarono. In Giappone a nessuno salterebbe in mente di accusare giudici o giornali: se uno ruba, le conseguenze dei suoi furti ricadono su di lui, non sugli altri. Il Corriere aggiunge che "Matsuoka, facendo harakiri, ha riconquistato il suo onore di fronte ai connazionali". Ecco, i connazionali. I cittadini. La società civile. L'opinione pubblica. Nel '92-'93 ne avevamo una anche noi. Scendeva in piazza contro i ladri e a favore delle guardie. Poi, a reti unificate, le fu spiegato che i ladri erano le vittime e le guardie i colpevoli. Il gioco di prestigio funzionò. L'altroieri gli elettori di Asti hanno rieletto sindaco il forzista Giorgio Galvagno: lo era già nel gennaio '94, quando era socialista e fu arrestato. Lo scandalo era quello della discarica di Vallemanina e Valleandona, dove venivano smaltiti illegalmente rifiuti tossici e nocivi in cambio di tangenti. Innocente? No, colpevole: nel 1996 Galvagno patteggiò 6 mesi e 26 giorni di carcere per inquinamento delle falde acquifere, abuso e omissione di atti ufficio, falso ideologico, delitti colposi contro la salute pubblica e omessa denuncia dei responsabili della Tangentopoli astigiana. Meritava un premio: nel 2001 Forza Italia lo preferì all'allora capogruppo, l'avvocato Alberto Pasta, che aveva un handicap: al processo sulla discarica assisteva il comitato delle vittime, parte civile contro Galvagno. Fra il condannato e la parte civile, il partito di Berlusconi non ebbe esitazioni: scelse il condannato. Galvagno divenne deputato. Ora è di nuovo sindaco,col 56,9%. A Taranto sfiora il ballottaggio il figlio di Giancarlo Cito, che non poteva ripresentarsi per via di una condanna per mafia (Sacra corona unita). A Monza vince il rappresentante della Cdl, così finalmente Paolo Berlusconi potrà costruire un milione di metri cubi alla Cascinazza. La politica è in crisi anche per questo: a volte, come diceva un celebre titolo di Cuore, "l'uomo della strada è una bella merda". Uliwood party.


 

Europa 30-5-2007 Il centrosinistra prenota, paga il biglietto ma riesce sempre a perdere il treno. FEDERICO ORLANDO RISPONDE

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Cara Europa, perché il governo, presentato dalla destra come il governo delle tasse, non dice anche quel che ha fatto per il paese e in particolare per il Nord? Perché se ha pronto il contratto dei dipendenti pubblici (3 milioni), lo firma solo la notte dopo la sconfitta elettorale e non il giorno prima? Perché avendo un programma per la famiglia lo dice solo il sabato prima delle elezioni e non un anno fa? Non sarò mai elettrice della destra, ma queste cose mi fanno incavolare.
ANNA MARIA STELLA, GENOVA

Anche a me, signora Stella. Purtroppo, i politici del centrosinistra, e anche del Partito democratico, hanno una loro visuale delle cose che ci porta a valutazioni divergenti.
Per esempio, perdiamo in una parte del Nord? C’è pronta la risposta di Pezzotta: abbiamo deluso gli elettori cattolici. Ma per chi votano questi cattolici, per i razzisti della Lega? Per i cammelli di Fi che non dovrebbero entrare nella cruna dell’ago? E tutto questo per cristiano odio ai Dico? Francamente mi sembra poco cristiano, così come poco saggio mi sembra iniziare una politica della famiglia, da parte del governo, anticipando questioni importanti ma marginali e impostando solo successivamente le questioni generali. Come s’è fatto la settimana scorsa a Firenze. In verità, io leggo in questi comportamenti la cultura residuale di minoranze, di opposizioni vissute perennemente nelle nicchie, e che, trovatesi all’improvviso a governare la società generale, continuano a vedere le nicchie che qua e là vi si affacciano e pensano di dover partire da quelle, trascurando (e offendendo) la generalità. Che è cosa del tutto diversa dal principio liberale di difendere sempre il diritto delle minoranze a manifestarsi e a proporsi.
Lei dice: l’accordo per il pubblico impiego. Ma ha letto le reazioni dei sottosindacati autonomi o di base? Sono già sul sentiero di guerra. Ecco la mancanza di sintonia con gli interessi di tutti: niente accordo, e dunque scioperi. Altri voti alla destra. Pensare che ieri a Lecco – dov’è morto 50 anni fa – hanno ricordato Giuseppe Di Vittorio, l’umile bracciante pugliese diventato il grande segretario della Cgil, che meritò, per la sua moderazione e collaborazione col governo e con l’opposizione, coi lavoratori e con gli imprenditori, il titolo di ricostruttore dell’Italia: insieme a De Gasperi (politica), Valletta (industria) e Menichella (moneta). Io credo che se avesse avuto dei Cobas fra le scatole Di Vittorio non avrebbe esitato a marcare le distanze. Speriamo che altrettanto facciano Epifani e compagni. Insomma, cara signora, il centrosinistra non solo non ha costruito un blocco sociale alternativo a quello di centrodestra (e ciò è un bene, in una società non più solcata da divisioni di classe, checché ne pensi Giordano), ma non ha trovato né una voce unitaria per esprimersi né la sintonia con gli avvenimenti, in modo da comunicare prima che il treno passi, non quando è già passato. Rileggo un’intervista di Prodi al Messaggero di dieci giorni fa, col titolo: “Ho fatto ripartire l’Italia anche a costo dell’impopolarità”: Mi chiedo se non avrebbe fatto meglio a girare l’Italia per spiegare le cause buone di quell’impopolarità, anziché aspettare, per farlo, sabato prossimo, quando comincerà da Roma il viaggio nel “popolo delle primarie”. Sperando che quel popolo ci sia ancora


 

Il Centro 30-5-2007 Il risultato elettorale scuote la maggioranza. Mastella e Boselli insistono per la verifica. E Diliberto avverte: non voteremo il Dpef a scatola chiusa Le urne azzoppano il Pd: meno 8%."Ora taglio dell'Ici e leader forte" avverte Rutelli. Fassino: il governo decida Cacciari e Pollastrini: il nuovo partito deve essere radicato al Nord Mussi: hanno fatto flop ANDREA PALOMBI

 

ROMA. Una sirena antiaerea, più che un campanello d'allarme. L'allarme che è risuonato ieri nel centrosinistra si è sentito alto e forte. Non ci saranno effetti immediati per il governo, ma certo tutti chiedono ora nell'Unione di correre ai ripari. Anche perchè giugno si annuncia come un vero percorso di guerra per il governo Prodi, disseminato di trappole e insidie ad alto rischio. Il problema è che le ricette nella maggioranza sono spesso diverse, se non opposte. La diagnosi ha però due nomi chiari: questione settentrionale e primo flop del nascente Partito Democratico. Piero Fassino, in una riunione del comitato politico Ds, avverte che serve ormai uno "scatto nell'azione di governo e nella costruzione del Partito Democratico". Ma ancora più esplicito è Francesco Rutelli, che in un lungo discorso nella direzione della Margherita, chiede che sia scelto subito, già in autunno, il leader del nuovo partito. Perché "serve una guida e non si può stare nel bagnasciuga troppo a lungo". Al governo Rutelli torna invece a chiedere di tagliare l'Ici e critica che sia stato firmato il contratto con gli statali la notte dopo le elezioni. C'è bisogno di "decidere" di più e di "comunicare" meglio, avverte dunque il presidente della Margherita che critica anche il "balletto" infinito sul cosiddetto tesoretto. In molti chiedono di accelerare verso la costruzione del Pd. Ma Massimo Cacciari e Barbara Pollastrini chiedono che si dia vita a un Partito Democratico del Nord autonomo, anche se federato con il Pd. Walter Veltroni avverte che serve una "riflessione molto seria", ma si riserva di dire la sua nella sede opportuna, cioè nella prossima riunione del coordinamento dell'Ulivo. Probabile che torni a chiedere anche lui di anticipare la scelta del leader. Certo che il Partito Democratico non sembra nascere sotto i migliori auspici. In quasi tutto il Nord la sola Forza Italia supera le liste comuni di Ds e Margherita. Ma prendendo come riferimento le sette province in cui si è votato con la proporzionale, l'Ulivo perde complessivamente ben l'8,4 per cento, passando da una media del 30,8 per cento ottenuta nel 2002 da Ds e Margherita separati, al 22,4 di queste elezioni. A Genova, ad esempio l'Ulivo raggiunge il 30,2, ma cinque anni fa i soli Ds erano al 30,7 e la Margherita al 9,1. A La Spezia i due partiti separati erano al 42,7, l'Ulivo in queste elezioni si è fermato al 32,7. A Varese l'Ulivo si ferma al 17 per cento sotto Forza Italia, ma anche sotto la Lega, e a Vercelli non va oltre il 16,3. Ma persino dove il centrosinistra vince, come a Frosinone, l'Ulivo ottiene solo il 16,10 contro il 20,59 preso dalle liste separate di Ds e Margherita. Una situazione in cui affondano il coltello i fuoriusciti dai Ds, Fabio Mussi ("una debacle per il Pd") e Gavino Angius ("Il Pd indebolisce l'Unione"). Ma il giorno dopo il primo turno, e mentre resta ancora da giocare la partita dei ballottaggi il 10 giugno, è tutto il centrosinistra a non raccogliere l'invito di Prodi a restare unito. Clemente Mastella (Udeur) e ora anche Enrico Boselli (Sdi) chiedono un "tagliando" per il governo. Oliviero Diliberto avverte che il Pdci non voterà il prossimo Pdef "a scatola chiusa" e il radicale Capezzone protesta contro le troppe tasse. Per il governo Prodi si profila oltretutto un mese ad alta tensione. Il 6 giugno al Senato si voterà la mozione presentata dall'opposizione contro Visco e al momento il centrosinistra non ha i voti sufficienti per mettere al riparo il suo vice ministro. E a giugno bisognerà decidere sulle pensioni, sulla Tav, sulla riforma elettorale (con il referendum come una mina innescata per il governo), e infine sul Dpef.


 

La Stampa 30-5-2007 L'Unione accerchia Prodi. Dopo la sconfitta, affondo di Rutelli: subito il leader del Pd. I Ds: cambio di passo. Il premier pronto a correre per le primarie. AMEDEO LA MATTINA

ROMA
Ds e Margherita in rotta di collisione con Prodi. Il premier non minimizza i risultati della Amministrative ma neanche ne fa un dramma. Gli alleati invece si sono presi una grande paura. «Sarebbe sbagliato - ha spiegato Piero Fassino al comitato politico della Quercia - sottovalutare il voto. Il governo e il centrosinistra sono sollecitati a uno scatto. E’ necessario rispondere alle attese di modernizzazione e riforme». Ma Ds e Margherita hanno un problema in più che si chiama Partito Democratico che rischia di essere risucchiato negativamente dall’immagine del premier e dai contrasti della coalizione che al Nord è stata umiliata. «Sottovalutare il messaggio che viene da questa parte del Paese sarebbe un grave errore», annota Dario Franceschini che rilancia con forza la necessità di una leadership nuova e forte del Pd in coincidenza con l’elezione dell’Assemblea costituente d’ottobre. Prodi considera questa idea una sua deminutio e un ulteriore indebolimento dell’esecutivo. Stasera, alla riunione del Comitato dei 45 si discuterà anche di questo e di come reagire alla batosta elettorale.

Il punto centrale tuttavia rimane l’azione del governo, perché da questa passa il vero recupero di consenso. Francesco Rutelli è stato il più esplicito e il più critico. Chiedendo di eleggere già a ottobre il leader del Pd: «Serve una leadership piena che non sia il frutto di un’intesa tra i gruppi dirigenti dei partiti fondatori». Attaccando il ritardo di certe decisioni, a cominciare dall’Ici: «E’ sacrosanta l’indicazione di destinare l’extra-gettito nella direzione degli armonizzatori sociali e alle pensioni più basse, ma è altrettanto importante che il governo batta un colpo dando un primo segnale di riduzione della pressione fiscale. Ecco perché sosteniamo l’intervento sulla casa che tocca i ceti medio-bassi e che è subito percepita dalle famiglie». Per Rutelli poi è stato «un errore» chiudere il contratto degli statali a urne chiuse: «Da tempo avevamo chiesto di risolvere questa controversia prima delle elezioni». Le sue accuse hanno un chiaro indirizzo: Prodi e Padoa-Schioppa.

Decidere e comunicare, cambiare passo, «altrimenti ne prenderemo atto», spiega minaccioso il deputato veneto della Margherita Fistarol. «Tra qualche settimana avremo le partite Iva del Nord - aggiunge Fistarol - inferocite per l’adeguamento degli studi di settore. Ecco, dalle mie parti non capiscono perché devono pagare più tasse se poi a Roma litighiamo sul tesoretto». Insomma i due alleati maggiori di Prodi non ci stanno ad aspettare la fine della legislatura, come ha detto ieri il premier, per fare un bilancio dell’azione del governo. Per Ds e Margherita se il toro non viene preso subito per le corna, travolgerà tutti e tutto. Anche il Partito democratico le cui sorti Fassino e Rutelli vogliono distinguere da quelle dell’esecutivo. Nei vertici della Quercia e dei Dl si è acceso l’allarme rosso: per questo non è più possibile aspettare il 2008 per avere alla guida del Pd un leader saldo in sella. «Scegliere subito il leader del Pd è ormai l’orientamento prevalente», osserva Antonello Soro. Alla stessa conclusione sono arrivati i big Ds. Veltroni, Bersani e D’Alema non hanno dubbi, più prudente invece Fassino: non è convinto dell’opportunità di aprire ora un dibattito sulla guida del Pd.

Resiste a questa ipotesi Prodi che vede come fumo negli occhi lo sdoppiamento della leadership del partito da quello della premiership. «Credo - spiega sempre Soro - che siamo maturi i tempi per una coabitazione tra leader del partito e leader del governo. La situazione delicata ce lo impone». Nomi non ne sono stati fatti alle riunioni dei Ds e dei Dl dove è chiara l’idea che il leader del Pd non sarà il candidato a Palazzo Chigi. Questo dovrà essere deciso nel 2010, un anno prima delle elezioni politiche, sempre che a quella data il governo Prodi arrivi. Sì, perché a margine degli incontri di ieri non veniva esclusa l’ipotesi di una crisi di governo. «Anche perché - diceva un ministro della Margherita - Prodi purtroppo è molto, molto debole». C’è un punto su cui i due partiti non sono d’accordo. La Margherita vorrebbe che il segretario venga scelto con delle vere e proprie primarie, mentre la Quercia sostiene che questo indebolirebbe troppo Prodi e propone di far eleggere il leader dai delegati dell’assemblea costituente. Ma di fare presto ormai parlano tutti, anche il nuovo arrivato Marco Follini: «A questo punto l’accelerazione sul Pd ci sta tutta».


 

Libertà 30-5-2007 La disfatta al Nord e il primo flop del nascente Partito Democratico mettono in ginocchio la maggioranza. Nell'Unione si prepara la resa dei conti Il governo non si dimetterà ma Rutelli chiede un leader forte

 

ROMA - Una sirena antiarea, più che un campanello d'allarme. L'allarme che è risuonato ieri nel centrosinistra si è sentito alto e forte. Non ci saranno effetti immediati per il governo, ma certo tutti chiedono ora nell'Unione di correre ai ripari. Anche perché giugno si annuncia come un vero percorso di guerra per il governo Prodi, disseminato di trappole e insidie ad alto rischio. Il problema è che le ricette nella maggioranza sono spesso diverse, se non opposte. La diagnosi ha però due nomi chiari: questione settentrionale e primo flop del nascente Partito Democratico.Piero Fassino, in una riunione del comitato politico Ds, avverte che serve ormai uno "scatto nell'azione di governo e nella costruzione del Partito Democratico". Ma ancora più esplicito è Francesco Rutelli, che in un lungo discorso nella direzione della Margherita, chiede che sia scelto subito, già in autunno, il leader del nuovo partito. Perché "serve una guida e non si può stare nel bagnasciuga troppo a lungo". Al governo Rutelli torna invece a chiedere di tagliare l'Ici e critica che sia stato firmato il contratto con gli statali la notte dopo le elezioni. C'è bisogno di "decidere" di più e di "comunicare" meglio, avverte dunque il presidente della Margherita che critica anche il "balletto" infinito sul cosiddetto tesoretto. In molti chiedono di accelerare verso la costruzione del Pd. Ma Massimo Cacciari e Barbara Pollastrini chiedono che si dia vita a un Partito Democratico del Nord autonomo, anche se federato con il Pd. Walter Veltroni avverte che serve una "riflessione molto seria", ma si riserva di dire la sua nella sede opportuna, cioè nella prossima riunione del coordinamento dell'Ulivo. Probabile che torni a chiedere anche lui di anticipare la scelta del leader. Certo che il Partito Democratico non sembra nascere sotto i migliori auspici. In quasi tutto il Nord la sola Forza Italia supera le liste comuni di Ds e Margherita. Ma prendendo come riferimento le sette province in cui si è votato con la proporzionale, l'Ulivo perde complessivamente ben l'8,4 per cento, passando da una media del 30,8 per cento ottenuta nel 2002 da Ds e Margherita separati, al 22,4 di queste elezioni. A Genova, ad esempio l'Ulivo raggiunge il 30,2, ma cinque anni fa i soli Ds erano al 30,7 e la Margherita al 9,1. A La Spezia i due partiti separati erano al 42,7, l'Ulivo in queste elezioni si è fermato al 32,7. A Varese l'Ulivo si ferma al 17 per cento sotto Forza Italia, ma anche sotto la Lega, e a Vercelli non va oltre il 16,3. Ma persino dove il centrosinistra vince, come a Frosinone, l'Ulivo ottiene solo il 16,10 contro il 20,59 preso dalle liste separate di Ds e Margherita. Una situazione in cui affondano il coltello i fuoriusciti dai Ds, Fabio Mussi ("una debacle per il Pd") e Gavino Angius ("Il Pd indebolisce l'Unione"). Ma il giorno dopo il primo turno, e mentre resta ancora da giocare la partita dei ballottaggi il 10 giugno, è tutto il centrosinistra a non raccogliere l'invito di Prodi a restare unito. Clemente Mastella (Udeur) e ora anche Enrico Boselli (Sdi) chiedono un "tagliando" per il governo. Oliviero Diliberto avverte che il Pdci non voterà il prossimo Pdef "a scatola chiusa" e il radicale Capezzone protesta contro le troppe tasse. Per il governo Prodi si profila oltretutto un mese ad alta tensione. Il 6 giugno al Senato si voterà la mozione presentata dall'opposizione contro Visco e al momento il centrosinistra non ha i voti sufficienti per mettere al riparo il suo vice ministro. Lo stesso giorno arriveranno nella giunta per le autorizzazioni a procedere la nuova ondata di intercettazioni di cui si parla da settimane. E a giugno bisognerà decidere sulle pensioni, sulla Tav, sulla riforma elettorale (con il referendum come una mina innescata per il governo), e infine sul Dpef. Andrea Palombi [.


 

L’Unità 30-5-2007 Sconfitta collettiva Gianfranco Pasquino

 

Segue dalla Prima   Ma fare spallucce dicendo che il Nord rappresenta un problema "non da oggi" per il centrosinistra non riduce le proporzioni della sconfitta e non avvia in nessun modo a soluzione il problema. Neppure cercare i capri espiatori o, peggio, le bacchette magiche serve a salvare le coscienze e ancora meno a recuperare i voti. Tutti gli studiosi sanno, e persino qualche politico ha imparato, che nei comportamenti elettorali, che includono anche la decisione di non andare a votare, entrano una pluralità di motivazioni. Pertanto, qualcuno degli elettori del centro-sinistra ha mostrato la sua disaffezione standosene a casa. È recuperabile mostrando loro che il governo di centro-sinistra sa prendere decisioni e attuare politiche. Qualcuno ha ritenuto che uno schieramento come quello del centro-sinistra dovrebbe contenere e ridurre i privilegi, ma, di fronte alla documentazione dei costi della politica, è stato preso, non soltanto dallo sconforto, ma anche dall'irritazione e ha deciso di dare una lezione ai troppi compiaciuti politici di mestiere che si ergono a casta. Qualcuno, infine, fra i molti che, probabilmente, oscillano fra centro-sinistra e centro-destra, ha deciso che su tematiche importanti, come la sicurezza, l'immigrazione, le tasse (la distribuzione del cosiddetto tesoretto), il centro-sinistra non ha le idee chiare e neppure le proposte giuste. Per quanto l'assunto democratico che l'elettore ha sempre ragione debba essere condiviso e tenuto fermo (altrimenti dovremmo affidarci, di volta in volta, ai cardinali, ai generali e agli imprenditori, e non ai professori che si fanno allegramente "prendere a prestito" dalla politica), questo assunto non suggerisce affatto che gli elettori abbiano posizioni giuste in tutte le materie né posseggano tutte le informazioni necessarie. Tuttavia, una volta attribuita agli elettori una parte di responsabilità per la loro carente informazione, tutta la rimanente e preponderante responsabilità va assegnata ai politici, nel nostro caso ai politici e ai professori di centro-sinistra che stanno governando e che non si sono curati abbastanza di interagire con l'elettorato, tutto e non soltanto il "loro" poiché di elettori "sicuri" ne sono rimasti piuttosto pochi. Non mi soffermerò qui sul sufficientemente criticato atteggiamento complessivo di saccenza che troppi politici e non-politici di centro-sinistra emanano, abbastanza spesso senza accompagnarlo con reale competenza. Non c'è dubbio, però, che molti elettori, anche di sinistra, si sentono "snobbati" dai loro rappresentanti e, magari inconsciamente, trasmettono la loro delusione a parenti, amici, colleghi che finiscono per abbandonare ogni tentazione di, per dirla con Totò, "buttarsi a sinistra". Il peggio viene quando, invece di ascoltare una riflessione seriamente autocritica, gli elettori vengono messi di fronte a numerosissimi tentativi di scaricabarile. Questi tentativi prendono forma di un abbondante flusso di dichiarazioni che attribuiscono la sconfitta a qualche capro espiatorio che, rovesciato, diventerebbe bacchetta magica. No, non credo che si possa provare che se il centro-sinistra avesse spostato il suo asse più verso sinistra le elezioni amministrative sarebbero andate meglio. Non penso neanche che l'elettorato avrebbe votato per il centro-sinistra se già fosse esistito il Partito Democratico e, ancora meno, che la soluzione consista nell'accelerarlo. Credo, invece, che, finito il flusso delle dichiarazioni, bisognerebbe ripensare come farlo il Partito Democratico. Con buona pace del sindaco Sergio Chiamparino, che continua ad avere tutta la mia stima, non posso credere che gli elettori di Verona, ma neppure quelli di Asti, Alessandria, Vercelli, non hanno votato a sinistra per protesta contro la sua esclusione dal Comitato Promotore del Pd, anche se il segnale mandato non includendolo è stato molto negativo e sarebbe stato meglio che lui ci fosse. In definitiva, sono colpevolista, anzi, giustizialista. Tutti i dirigenti dell'Unione, del centro-sinistra, del Partito Democratico debbono essere considerati collettivamente responsabili quando perdono le elezioni. Qualcuno un po' di più, in particolare, tutti coloro che prendono opportunistiche distanze dalle politiche del governo. Tuttavia, quello che, non soltanto, preoccupa, ma, personalmente, mi irrita è che, superato questo tornante, dopo i ballottaggi, l'Unione riprenderà a presentare il ventaglio delle sue articolate e rissose posizioni. Invece, bisognerebbe tornare a fare politica, esattamente quello che, nella maggioranza delle regioni del Nord, dopo le promesse di qualche anno fa di Fassino (e Bersani, la Margherita sembra non curarsene neppure), di insediare un organismo specifico a Milano, è clamorosamente mancato. Se Filippo Penati vince nella provincia di Milano, se Sergio Chiamparino vince e rivince a Torino, se Mercedes Bresso vince in Piemonte, se Massimo Cacciari torna a vincere a Venezia, se Riccardo Illy vince in Friuli, è soltanto per fattori occasionali, oppure perché sanno con le loro promesse, con i loro comportamenti, con le loro politiche convincere e conquistare consenso? Non sarebbe, dunque, opportuno che la Sinistra Democratica (Mussi, Salvi, Angius) e il Partito Democratico riflettessero, senza considerarsi né concorrenti né nemici, e suggerissero, con ragionevole urgenza, qualche seria innovazione alla politica del centro-sinistra?.


 

L’Unità 30-5-2007"Senza coraggio perderemo ancora" Abbiamo chiesto ai lettori de l'Unità e de l'Unità on line di commentare il voto amministrativo.

 

È vero che l'assenteismo, al Nord in particolare, è stato soprattutto di sinistra? Ecco, tra le centinaia di mail e di lettere arrivate, alcune delle risposte. Caro centrosinistra ti è mancato il coraggio Nonostante io sia andato a votare, credo che molti elettori "di sinistra" si siano astenuti per i seguenti motivi: 1) Poco coraggio da parte del governo nel difendere veramente i diritti dei più deboli. 2) Troppa riverenza nei confronti dei poteri forti e alla chiesa (vedi i Dico). 3) Indulto: essere di sinistra non vuol dire non avere il senso della giustizia 4) la nascita del partito democratico. 5) Programma non rispettato 6) Ambiguità decisionale... Roberto Storti Vi ha fatto male l'esibizionismo in tv Sta diventando insopportabile il quotidiano esibizionismo e egoismo di chi ci rappresenta. Non c'è giorno che un leader o l'altro appaia in quella maledetta tv per distinguersi, contraddire e rilanciare e poi affondare quanto detto dal compagno di viaggio. Per non parlare della rabbia che ci prende nel veder distruggere ancora una volta l'orgoglio e l'entusiasmo che il congresso mi aveva ridato. Siamo gli ultimi nostalgici? Giuliana Lasciate parlare Prodi e smettetela di remare contro... Caro Prodi, quando il governo ha rischiato di cadere, sei riuscito con fermezza a salvarlo. Ora dopo queste votazioni, che dovevano essere lo sfacelo più completo, per via della ristrutturazione che ti ha costretto a fare l'incapacità della destra berlusconiana, noto comunque che alcune voci nel centrosinistra si permettono di dare delle indicazioni sul come fare per ripianare il malcontento. Smettetela di pensare di essere chissà chi, di remare contro. Se volete, parlatene tra di voi e agli italiani lasciate che parli Prodi. Maurizio Fermiamoci a riflettere anche sul Pd Caro Padellaro, come tu giustamente inviti a fare, io ho letto i dati elettorali di ieri dell'Ulivo mettendoli in relazione a quanto da Ds e Margherita separatamente hanno ottenuto nella passata tornata elettorale amministrativa. Ebbene, credo che mediamente l'Ulivo oggi sia sotto del 10% rispetto al 2002. È un dato che fa preoccupare. È, a mio avviso, il vero pronunciamento della base Ds e Dl sul Partito Democratico, oltre i congressi recentemente tenutisi, che certamente non incoraggia ad andare verso dove la gente non ci seguirà mai. Spero solo in una cosa, dopo 35 anni di militanza: che i dirigenti che hanno voluto una fusione a freddo si ravvedano al più presto! Nicola Colombo, Pozzallo (Rg) Troppo indecisi troppo litigiosi Cara Unità, il commento più diffuso degli elettori di centrosinistra, qui nelle regioni del Nord, è sostanzialmente questo: da come siamo messi in questo infausto periodo (siamo una banda di indecisi, capaci solo di litigare...), il risultato ottenuto in queste amministrative è fin troppo lusinghiero. Armando Ferrero Segreteria Ds Sez. Alba È il grido d'allarme del popolo della sinistra Il saggio popolo della sinistra unita è riuscito ad evitare il crollo e a lanciare l'ultimo grido di allarme. Nevio Frontini È l'assurda rincorsa del voto moderato Cara Unità, mi fanno venire i brividi certi commenti consolatori per aver conquistato Agrigento o L'Aquila. Si dice che abbiamo tenuto a Genova è vero un ottimo 51 % ma il famoso nuovo partito democratico ha perso in città qualcosa come il 32% dei voti. Nel 2002 i Ds presero 103.000 voti la Margherita 27.000 ora insieme 88.800. Ed ancora più grave è il fatto che è accaduto in una città dove la precedente amministrazione non aveva governato male. Tutti alla ricerca affannosa del voto moderato e di quel riformismo di cui a parole sono tutti prodighi e nei fatti concreti ancora non si è capito nulla cosa significhi. Paolo Campana Ecco i nodi da sciogliere dalla tv al precariato Cara Unità, mi auguro che si sia finalmente capito che: 1. non è vero che con la tv non si vincono le elezioni; 2. il "buonismo" a tutto campo non porta voti in Italia (dove si applaude sempre il più forte ed il vincitore!); 3. non saper comunicare al grande pubblico è un handicap disastroso. L'elettore di sinistra pretende: 1. Riforme strutturali serie ed urgenti come quella elettorale che consenta la governabilità, quella sul conflitto di interessi; 2. La drastica riduzione delle spese della politica; 3. La risoluzione del grave problema del precariato e del costo della vita sempre più alto. Lamberto Federici Subito la questione morale Cara Unità, i leader di centro sinistra, i miei leader naturali, hanno i loro problemi interni e lo capisco, e i loro motivi per riflettere come dice Padellaro. Ma io come forse altri, sto in attesa. Se la questione morale non sarà radicalmente, cioè seriamente risolta entro questa legislatura (e non all'italiana con i suoi aggiramenti e trasformismi), a partire dallo scandalo delle incompatibilità, per cui l'Italia è tristemente rinomata in tutto il mondo democratico, io mi assento. Perché se non lo fa un governo di centro sinistra non lo fa nessun governo. Giorgio Riparbelli Basta con la ricerca del consenso a tutti i costi Cara Unità, caro Padellaro, non serve dire come qualcuno ha detto, che il paese ha votato a sinistra laddove sono state fatte scelte di sinistra. L'Italia ha bisogno subito di un paio di cose: di uomini politici veri, e non di cercatori di consenso a tutti i costi. Ostinarsi a dire che non è successo niente, o vuol dire cecità e insensibilità politica, oppure, e questo è peggio, malafede politica. Silviano Forte.


 

Finanzaonline.com 29-5-2007  Immobiliare Usa in crisi conclamata, si sgonfiano anche i prezzi nelle città

Finanzaonline.com - 29.5.07/17:18

Cosa avviene quando un certo bene interessa sempre meno al mercato? I venditori si trovano costretti a ridurre il prezzo di quel bene per sostenerne la domanda. E’ quanto sta avvenendo negli Stati Uniti per il mercato delle abitazioni, da oltre un anno in conclamata impasse, e che da oggi deve fare i conti con un nuovo segnale poco incoraggiante. L’indice S&P/Case-Shiller ha infatti registrato una contrazione su base annua dei prezzi delle abitazioni pari all’1,4%. La prima flessione anno su anno dal 1991. L’indice, creato da Standar & Poor’s in collaborazione con due professori di economia di Yale, Karl Case e Robert Shiller, registra l’andamento dei prezzi che hanno riguardato le transazioni immobiliari nelle 20 maggiori aree metropolitane degli Stati Uniti. Un indice utilizzato anche per la costruzione di futures sul mercato immobiliare.

 Nelle pieghe dell’indice si nasconde però anche un fattore psicologico. Non foss’altro per la presenza nella denominazione dell’indice del nome di uno dei maggiori esperti di bolle. Nel 2000, ossia due mesi prima dello scoppio della bolla azionaria di fine millennio, Robert Shiller aveva pubblicato un volume dal titolo “L’esuberanza razionale”, una coincidenza che potrebbe essere sul punto di ripetersi. Risale infatti al 2005 la previsione di un crollo del mattone formulata dall’accademico.

Il -1,4% registrato dall’indice è relativo al dato sulle prime 20 città. Più pesante il passivo nelle 10 maggiori aree metropolitane, dove il calo è stato dell’1,9%. Le città che hanno evidenziato i maggiori cali nei prezzi delle abitazioni sono Detroit (-8,4%) e San Diego (-6%). In netta controtendenza Seattle, con un incremento pari al 10%, e Charlotte (+7,4%).

Il dato diffuso oggi è l’ultimo di una serie di indicatori poco ottimistici. La scorsa settimana la National Association of Realtors aveva reso noto che la media dei prezzi delle case esistenti nel solo mese di aprile aveva registrato una contrazione dello 0,8%. Ma anche i prezzi delle case nuove sono sottoposti a pressioni. Sempre settimana scorsa il Dipartimento del Commercio ha annunciato una contrazione dei prezzi medi dell’11% in aprile rispetto all’anno precedente, la maggiore flessione dal 1970. Le tensioni sul mercato immobiliare americano si registrano però anche a livello microeconomico. Non più di 7 giorni fa Toll Borthers, il maggior costruttore di abitazioni di lusso degli Usa, ha reso nota una diminuzione degli utili del 79 per cento nel trimestre chiusosi a fine aprile.

C’è poi un ulteriore fattore costituito dalla crisi dei prestiti subprime, che ha già portato a una maggiore rigidità dei criteri per la concessione di prestiti per l’acquisto di abitazioni ai creditori con minori garanzie.

 


 

Finanza&Mercati del 30-05-2007 Salasso da almeno 800 milioni in arrivo per banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio e Poste Italiane.

 

Questo, secondo quanto risulta a F&M, l'impatto dello schema di regolamento (Dpr) in materia di depositi dormienti, che sarebbe stato esaminato ieri nel pre-consiglio e che, probabilmente, sbarcherà in consiglio dei ministri questa settimana. Il provvedimento istituisce il fondo di garanzia destinato a risarcire risparmiatori travolti da crack e frodi finanziarie. Primo fra tutti il ciclone dei bond argentini, espressamente citato nella relazione illustrativa. La bozza di decreto, che ha già acquisito parere favorevole del Consiglio di Stato, attende ora il sì definitivo di Palazzo Chigi. Il fondo, già previsto dalla legge finanziaria 2006 varata dal governo Berlusconi, sarà alimentato dai conti correnti e dalle altre forme di deposito finanziario (titoli del debito pubblico, azioni, quote di fondi di investimento) e assicurativo inutilizzati per almeno 10 anni. Si tratta di una massa consistente di depositi, il cui utilizzo ha scatenato una vera e propria bagarre tra associazioni di categoria degli operatori finanziari da un lato e rappresentanti dei consumatori dall'altro. Favorita anche dalla lunga gestazione del decreto, che giunge al traguardo con circa un anno di ritardo. Nodo dello scontro il concetto di "dormienza" di conti e depositi e il loro ammontare minimo. La bozza di regolamento esclude gli importi inferiori a 100 euro e vengono considerati dormienti tutti i depositi sui quali il titolare non abbia effettuato alcuna operazione o movimentazione per almeno un decennio. Per evitare confusioni il decreto precisa che il deposito deve essere considerato inattivo anche se l'intermediario ha nel frattempo accreditato interessi, distribuito dividendi o semplicemente inviato comunicazioni e rendiconti. Il meccanismo di attivazione del fondo, su cui vigilerà una commissione mista (ministero dell'Economia, Banca d'Italia, Consob, Isvap oltre a un rappresentante dei consumatori), non sarà però automatico. Per renderlo operativo e per consentire ai risparmiatori truffati di essere risarciti serviranno, infatti, ulteriori complessi passaggi normativi. Nel frattempo banche, assicurazioni e intermediari finanziari dovranno attivare un massiccio invio di raccomandate per segnalare la giacenza dei depositi ai titolari inerti che avranno sei mesi di tempo per "farsi vivi". Dopo di che le somme saranno devolute al fondo, previa pubblicazione dell'elenco dei prescritti sui giornali e sul sito web del ministero dell'Economia.


 

Il Tirreno 30-5-2007  Vodafone contro Bersani sulle ricariche Il ministero dello Sviluppo replica: stupefacente e incredibile l'affermazione dell'amministratore delegato Pietro Guineani

 

Nel bilancio società svalutata di 5,1 miliardi di euro, "per colpa del decreto" ROMA. E' polemica tra Vodafone Italia e il ministero dello Sviluppo economico. La società dei telefonini, chiudendo il bilancio 2006-2007 segnala una svalutazione di ben 5,1 miliardi di euro a causa del decreto Bersani che ha vietato il costo di ricarica delle prepagate. E il ministero subito ribatte: "E' assolutamente stupefacente e incredibile attribuire al decreto Bersani, come invece fa l'ad di Vodafone Italia, Pietro Guindani, la riduzione del valore dell'azienda di telefonia di 5,1 mld". "Il decreto Bersani infatti si è solo occupato di ricariche telefoniche". La polemica con Bersani occupa gran parte della nota dell'ad Pietro Guindani che spiega come Vodafone Italia abbia aumentato i ricavi, ma che il valore della società è stato ridotto dall'impatto del decreto Bersani sulle ricariche, introdotto a marzo 2007. La revisione di valore segue quella già resa nota a novembre 2006 di 2,08 miliardi di euro dovuta al rialzo dei tassi di interesse. I ricavi da servizi - afferma la nota della società - sono stati di 7.834 milioni di euro, con una sostenuta crescita del 3,6% e ulteriore miglioramento nel 2º semestre, +3,8%, "nonostante la perdita causata nell'ultimo mese dell'anno fiscale dall'eliminazione dei contributi per la ricarica delle carte prepagate". La riduzione delle tariffe di interconnessione, con la revisione del trattamento contabile di alcune tipologie di ricavi ha portato a una riduzione nominale dei ricavi da servizi dell'1.5% (+0.5% nel 2º semestre) e dei ricavi totali del 2,2% (8.145 mln di euro). I clienti, 27.366.000, sono cresciuti del 13,8% rispetto al 31 marzo 2006. Molto positive anche le attivazioni nette, oltre 3.300.000. I clienti abbonati aumentano del 16,9%. Forte la crescita registrata dal traffico dati e multimedia: i ricavi sono aumentati dell'8.4% a 1.443 milioni di euro e la loro incidenza sui ricavi da servizi è arrivata al 18,4% contro il 16,7% di marzo 2006, raggiungendo il 20,4% nel trimestre a marzo 2007. In crescita i volumi di traffico voce, che grazie alle nuove tariffe, alle offerte dedicate a specifici segmenti di clientela e al focus sui clienti ad alto valore registra un +9.5%. I ricavi da traffico voce si attestano a 6.387 milioni di euro. "L'azienda ha reagito con forza alla maggiore competizione sul mercato e alla crescente pressione regolatoria" che però accusa il decreto Bersani, che avrebbe provocato la riduzione di valore "della nostra azienda di 5,1 miliardi di euro a motivo dell'effetto negativo atteso in futuro sui nostri risultati, nonostante il parziale recupero di ricavi tramite i maggiori volumi di traffico conseguenti alla abolizione dei costi di ricarica". Proseguiamo - spiega Guindani - nelle nostre strategie di crescita: abbiamo aperto il mercato ai virtuali e abbiamo siglato accordi con i colossi di Internet per portarli sul mobile. Ora puntiamo ad entrare decisamente nel mercato dei servizi integrati fisso-mobile: il Ministero delle Comunicazioni ha riconosciuto la legittimità dei servizi di telefonia fissa via radio, attendiamo solo il via libera definitivo dall'Autorità per le Comunicazioni". Il gruppo Vodafone chiude l'esercizio con un margine operativo lordo (Ebitda) in crescita a 11.960 miliardi di sterline, 23,72 mld di dollari, grazie ai ricavi che si sono attestati a 31,1 mld di sterline. Un risultato che delude le attese degli analisti che puntavano su un Ebitda di 12,13 miliardi e ricavi per 31,385 miliardi. Tuttavia l'utile per azione è balzato dell'11,4% e Vodafone ha aumentato il dividendo dell'11,4%& a 11,26 pence, battendo le attese. La compagnia ha comunque precisato che si aspetta una crescita dei ricavi per il prossimo anno tra 33,3 e 34,1 miliardi di sterline con un utile operativo tra i 9,3 e i 9,8 miliardi.


 

Marketpress.info 30-5-2007L'obiettivo del progetto Biosynergy lanciato di recente è sviluppare e progettare concetti innovativi di "bioraffinerie" al fine di rendere i prodotti generati da biomasse competitivi sotto il profilo dei costi rispetto ai combustibili fossili

 

Uno dei principali traguardi della politica energetica dell'Ue è accelerare l'utilizzo di biocaburanti, ovvero qualsiasi combustibile generato da biomasse (rifiuti vegetali e animali). Tra i candidati ideali per la produzione di biocarburanti si annoverano materie prime quali zucchero, grano e frumento. A differenza delle altre risorse naturali quali petrolio, carbone e combustibili nucleari, i biocarburanti sono fonti di energia rinnovabili rispettose dell'ambiente. Tuttavia, l'utilizzo di biomasse per la produzione di carburanti da autotrazione, e in misura minore di energia, resta ancora più oneroso dell'utilizzo di queste risorse tradizionali. Pertanto, il progetto Biosynergy, della durata di quattro anni e finanziato dall'Ue con 13 Mio Eur, si incentrerà sulla realizzazione di una bioraffineria su vasta scala che possa produrre una serie di sostanze chimiche ad alto valore e grandi quantitativi di carburanti da autotrazione liquidi e possa utilizzare l'energia rimanente per riscaldare e alimentare l'impianto. In questo modo i partner del progetto auspicano che le sostanze chimiche aumentino la redditività e che i carburanti da autotrazione sostituiscano alcuni dei combustibili fossili attualmente sul mercato. Riutilizzare il calore e l'energia in eccesso ridurrebbe, inoltre, le emissioni di carbonio. "Biosynergy mira a sviluppare un processo tecno-economico efficace di produzione integrata di sostanze chimiche, carburanti da autotrazione ed energia, dalla fase di laboratorio fino all'impianto pilota", dichiara Hans Reith, coordinatore del progetto Biosynergy del Centro di ricerca energetica olandese (Ecn). "Questo progetto avrà un ruolo decisivo nella futura realizzazione di bioraffinerie in grado di produrre grandi quantità di sostanze chimiche, combustibili ed energia a partire da un'ampia varietà di fonti di biomassa", ha aggiunto Reith. I ricercatori si avvarranno di procedimenti avanzati per il frazionamento e la conversione della biomassa e assoceranno percorsi biochimici e termochimici al fine di sviluppare le soluzioni meno onerose e più valide dal punto di vista ambientale per la produzione di bioenergia su larga scala . "Siamo impegnati nello sviluppo di concetti e in attività di ricerca di sostegno per fornire dati utili all'attuazione di una futura bioraffineria" ha affermato Tony Bridgwater, capo del gruppo di ricerca sulla bioenergia dell'Aston University, un partner del progetto. Biosynergy installerà impianti pilota dotati delle più promettenti tecnologie per una bioraffineria basata su "miscele di bioetanolo", in stretta collaborazione con lo stabilimento pilota per la conversione della lignocellulosa in bioetanolo, attualmente in costruzione a Salamanca, (Spagna). L'aston University, inoltre, coordinerà il lavoro al fine di individuare le migliori bioraffinerie incentrate sulla conversione della biomassa in prodotto finale per una futura bioeconomia europea, e si occuperà di testare e caratterizzare biomassa e lignina nei suoi reattori di pirolisi rapida e organizzerà un Biosynergy Road Show per comunicarne i risultati. Per ulteriori informazioni consultare: http://www. Biosynergy. Eu/ .


 

Il Tempo 29-5-2007 Tango Bond, riparte la trattativa. Usa, Italia e Germania in pressing sull’Argentina per avviare nuovi rimborsi. I creditori americani annunciano azioni comuni. Senza risarcimento il 25% dei possessori di titoli. di FILIPPO CALERI

 

RITORNA la speranza per i possessori dei titoli di Stato argentini, i cosiddetti Tango Bond, non onorati dal governo di Buenos Aires. A scendere in campo per soddisfare le ragioni dei creditori beffati dalla bancarotta dichiarata nel dicembre del 2001 dal Governo sudamericano potrebbero essere gli Stati Uniti. Un paese in grado di esercitare una pressione tale da indurre l’esecutivo argentino a riconsiderare la posizione dei creditori che non hanno aderito all’offerta di conciliazione dello scorso anno. A far crescere le aspettative dei risparmiatori, circa uno su quattro, che non è ancora rientrata delle sommme prestate all’Argentina è stata ieri Nancy Sodenberg, già ambasciatrice Usa all’Onu e parte dell’amministrazione Clinton, e attualmente vicepresidente di un gruppo di crisi Usa per il recupero crediti relativi ai bond argentini. La Sodenberg ha detto: «Per recuperare crediti dal crac dei bond argentini è pronta una nuova trattativa con il Governo argentino che probabilmente potrà essere avviata dopo le loro prossime elezioni previste per ottobre». L’ex diplomatica, a margine del meeting Italia-Usa che si tiene a Venezia, ha ricordato che il debito argentino è di 100 miliardi di dollari e che il 25% degli investitori non ha accettato le proposte del paese sudamericano per recuperare una minima parte del denaro investito e perso nel default. L’obiettivo è di coinvolgere i paesi con il maggior tasso di possessori di tango bond come Usa, Italia, Germania e Giappone. L’azione comune farebbe leva sulle mutate condizioni dell’economia argentina rispetto al tempo del dafault. «A fronte di un'economia ora solida e in crescita, l'Argentina - ha sottolineato Soderberg - non può emettere nuovi bond». Soderberg ha poi lanciato l'allarme sul fatto che altri Paesi del centro e sud America, come Venezuela, Bolivia ed Ecuador, seguano l'Argentina su questa strada. «Il problema è ben presente - ha detto Soderberg - e lo abbiamo posto al Governo Usa, ma è fondamentale che la questione degli investimenti sul mercato globale venga assunta dal G7 e dal G8». «La questione comincia ad essere nota - ha aggiunto - ma ci vuole sempre più attenzione, anche perché c’è chi era pronto ad un default pilotato e se non lo ha fatto è perchè si è reso conto che avrebbe perso, negli anni, investimenti oltre a credibilità». f.caleri@iltempo.it


INDICE 29-5-2007

 

+ Europa 29-5-2007 Sarkozy impone agli studenti di alzarsi davanti ai professori, noi discutiamo se e da chi farne controllare gli spinelli. FEDERICO ORLANDO RISPONDE  1

+ L’Unità 29-5-2007 La Finanza è una danza. Marco Travaglio  2

+ La Stampa 29-5-2007 Pronto un piano per ridurre le spese di Montecitorio e Palazzo Madama  3

+ Garante Privacy 28-5-2007 Intercettazioni telefoniche legali: revocato il blocco a Eutelia  3

Il Corriere della Sera 29-5-2007 Il centrosinistra alla prima prova del voto Una bruciante sconfitta di Pierluigi Battista  4

La Repubblica 29-5-2007 Dopo il voto il pericolo immobilismo di MASSIMO GIANNINI 4

La Stampa 29-5-2007 La Batosta http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifhttp://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifhttp://adv.ilsole24ore.it/5/www.lastampa.it/06/stampa2/news_giornale/1164317027/SpotLight_01/OasDefault/default/empty.gif/64343232643061333435366664633030http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifhttp://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifRICCARDO BARENGHI 6

Il Riformista 29-5-2007 Si evocano complotti, ma la maggioranza non c’è di Emanuele Macaluso  7

La Gazzetta di mantova 29-5-2007 Tra Guelfi e Ghibellini 8

L’Unità 29-5-2007 Bancari, cuneo e cassa integrazione accendono la trattativa Il rinnovo di categoria interessa 316mila lavoratori. L'Abi propone un documento comune  8

L’Arena di Verona 29-5-2007 Più trasparenza sui conti correnti. 9

 


 

+ Europa 29-5-2007 Sarkozy impone agli studenti di alzarsi davanti ai professori, noi discutiamo se e da chi farne controllare gli spinelli FEDERICO ORLANDO RISPONDE

http://www.europaquotidiano.it/site/images/transparent.gif

 Cara Europa, abituato alla sessantotesca cultura del disordine, impropriamente chiamata della tolleranza, ho fatto un sussulto di gioia quando ho sentito che il ministro della salute Livia Turco vuole mandare i carabinieri antidroga nelle scuole.
Mi chiedevo se sognavo o ero desto, poi, ascoltando i notiziari e leggendo i giornali, mi sono accorto che sognavo. En attendant Godot, o Sarkozy che si chiami.
LEO DE PASCALI, ANCONA

Caro De Pascali, ho sussultato anch’io per gli stessi motivi, e poi mi sono svegliato. Ma siccome sono ottimista sulla natura umana (se no che liberale sarei?), penso che da una cultura rivoluzionaria sia possibile, con la maturità, eliminare gli eccessi inizialmente necessari, e trovare gli equilibri. Senza i quali le società, come le case, non stanno in piedi. Purtroppo sono subito cominciate le contestazioni ideologiche (libertà di spinello) da parte della sinistra inidonea a governare, come la definisce D’Alema: mi riferisco al sottosegretario verde Cento, che crede d’avere sempre 18 anni. Poi sono venute le contestazioni più raffinate, come quella di Michele Serra, che rileva il crescente antipermissivismo di una parte della sinistra italiana (Amato vuole perfino abolire la prostituzione, senza dirci chi poi ci salverà da un’alluvione di delitti sessuali); ma ci spiega ragionevolmente come i carabinieri nelle scuole costituirebbero un’intrusione assai grave, perché la scuola ha nella sua “autonomia” il “fondamento” della propria “autorità”. Ho segnato tra virgolette queste tre parole perché mi sembra che proprio autonomia, fondamento e autorità manchino nella scuola, non da oggi. Perciò, a parte la malattia cronica di questo governo, per cui basta che un ministro dica una parola che altri dieci si levino a dirgli contro, trovo ragionevole, più della dottrina di Serra, il pragmatismo dell’ex ministro Berlinguer e dell’attuale Fioroni: il quale ricorda che fuori della scuola la polizia ha già mano libera nella lotta allo spaccio, dentro la scuola è il preside coi professori a dover decidere i provvedimenti. Naturalmente noi ci auguriamo che quei presidi e professori decisionisti esistano e non si adeguino troppo al “comitato dei genitori” preoccupati più del turbamento che la visione dei carabinieri può provocare nei pupi che non della salute dei figli. Se esistono e decidono, ci chiediamo quali protezioni quei presidi e professori avranno nei confronti di familiari che a volte sembrano i residenti del quartiere Mercato di Napoli: che domenica notte hanno assalito in duecento gli agenti intervenuti a sequestrare droga (tre in infermeria, quattro volanti danneggiate).
Tutte cosette, caro De Pascali, che la sinistra deve risolvere senza pendolare.


+ L’Unità 29-5-2007 La Finanza è una danza. Marco Travaglio

 

Da quando Bellachioma è all'opposizione, è ancor più evidente l'errore commesso dal centrosinistra quando una decina d'anni fa decise di mettere la sordina sui suoi guai giudiziari in nome di un imprecisato "dialogo" basato su un fantomatico "riconoscimento reciproco". Che naturalmente è rimasto unilaterale. Prendiamo lo scontro fra il generale Speciale e il viceministro Visco. Una brutta storia, da qualunque parte la si guardi, ancora tutta da chiarire. Ma in un paese dotato di un briciolo di memoria, o di qualcuno che la rinfreschi agli smemorati, l'ultimo a poter nominare la Guardia di Finanza è proprio Bellachioma. Il capo dei servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, è stato definitivamente condannato per aver corrotto diversi ufficiali delle Fiamme Gialle con tre mazzette da 100 milioni ciascuna, per ammorbidire altrettante verifiche fiscali a Mediolanum, Mondadori e Videotime. Secondo la Cassazione, "operava per il Gruppo. per l'illecito vantaggio del gruppo. non a titolo personale", vista la "predisposizione della Fininvest a gestire in modo programmato le situazioni oggetto di causa (le visite della Finanza, ndr), anche con la formazione di fondi per pagamenti extra-bilancio e la designazione di uno specifico soggetto delegato a tenere opportuni contatti" con i finanzieri da corrompere. L'indagine preoccupava tanto i vertici del gruppo che l'8 giugno '94 il superconsulente Massimo Maria Berruti, ex capitano della Finanza ingaggiato dal Biscione dopo un controllo tributario, si recò a Palazzo Chigi da Berlusconi e, appena uscito, depistò le indagini inducendo al silenzio gli ufficiali corrotti: per questo è stato condannato a 1 anno e 8 mesi per favoreggiamento, poi è stato promosso deputato di FI. Totalmente smentita la tesi Fininvest della concussione: 4 marescialli non possono certo intimidire quel colosso di quel peso; e il processo ha dimostrato che, a gentile richiesta, Craxi fece trasferire da Milano dal ministro delle Finanze Formica alcuni ufficiali delle Fiamme Gialle sgraditi al Cavaliere: il col. Vincenzo Tripodi e l'ispettore del Secit Carlo Capitanucci, che avevano chiesto soldi alla Fininvest. Invece di denunciarli, il Cavaliere chiamò Craxi che li fece spedire altrove. Poi nel gennaio '92 Sciascia decise di premiare l'amico Ludovico Verzellesi, direttore generale Imposte dirette alle Finanze, che si era prodigato per procurare alla Fininvest un'aliquota Iva più favorevole per i canoni di abbonamento ai tre canali di Telepiù. Inviò un fax al Cavaliere ad Arcore per farlo promuovere, e come per incanto Verzellesi fu proposto dal ministro Formica come consigliere della Corte dei Conti (la manovra andò poi a monte per la crisi del VII governo Andreotti). Quando non riusciva a comprare o ad assumere i finanzieri, il Cavaliere chiamava Bettino per sistemare tutto. Fin dal lontano 1980: a quell'anno risale una lettera, pubblicata due anni fa dal fotografo di fiducia di Craxi, Umberto Cicconi, nel libro di memorie Segreti e misfatti (Ed. Sapere 2000): "Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia Tributaria si interesserà a me. Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare. Tuo Silvio". Dal '94 non ebbe bisogno di chiedere. Fece tutto da solo. Condoni fiscali, depenalizzazione di falso in bilancio e trasferimento di funzionari scomodi. Primo a saltare, nel 2001, fu Massimo Romano, solerte direttore del dipartimento Entrate delle Finanze, che s'era occupato dei presunti abusi commessi da Mediaset per accedere ai benefici fiscali della legge Tremonti. Licenziato in tronco. Poi Berlusconi fece pubblici elogi dell'evasione fiscale e in questa raffinata barzelletta: "Un tizio entra in un ufficio e urla: "Fermi tutti, è una rapina!". E i presenti: "Meno male, temevamo fosse la Guardia di Finanza!"". Figurarsi se uno con questi precedenti può difendere le Fiamme Gialle e chiedere le dimissioni di Visco perché "non è lecito mentire". Parla uno che nel '90 si salvò per amnistia da sicura condanna per falsa testimonianza. Qualcuno della maggioranza, oltre a chiarire il caso Visco-Speciale, potrebbe ricordarlo. Ma nessuno lo fa, o lo sa. Pare brutto, informarsi. Uliwood party.

 

 


+ La Stampa 29-5-2007 Pronto un piano per ridurre le spese di Montecitorio e Palazzo Madama

 

ROMA Costo della politica e tagli agli sprechi sono ormai in agenda tra le priorità. Il Parlamento vuole dare il buon esempio: i questori di Camera e Senato lavorano a un piano comune di riduzione delle spese che verrà presentato oggi e discusso in uno dei prossimi uffici di presidenza di Montecitorio. Intanto la commissione Affari costituzionali presieduta da Luciano Violante avvierà un'indagine sui costi della politica. A sollecitare queste iniziative è stato Fausto Bertinotti che in questa opera "moralizzatrice" procede di concerto con il collega del Senato Franco Marini. "In previsione del bilancio annuale - ha precisato Bertinotti - credo che i temi come la riduzione dei vitalizi, del fondo sanità e di alcuni benefici dei parlamentari possono essere fatti subito". Per la terza carica dello Stato è necessario rispondere alle sollecitazione dell'opinione pubblica, dare "un segnale di ascolto alla diffusa critica" che sale dalla società. Ma per Bertinotti non basta incidere su quelli che vengono considerati dei privilegi dei parlamentari. Occorre lavorare a una riforma costituzionale per eliminare il bicameralismo perfetto, dare al Senato un ruolo diverso e "ridurre drasticamente il numero dei parlamentari". Una vecchia storia questa delle riforme di strutture che la classe politica non è riuscita finora a concordare in maniera bipartisan ma che ritorna ad agitare il confronto ad ogni nuova legislatura. Per cui anche adesso fioriscono proposte di tagli di quella che Bertinotti chiama "la bulimia nella remunerazione dei livelli di rappresentanza". Enzo Bianco, presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato parla di proliferazione di un ceto politico parassitario e punta l'indice sulle Province. Sono gli enti locali soprattutto nel mirino e il ministro Linda Lanzillotta ha preparato una circolare sui tetti di spesa per la retribuzione dei manager delle amministrazioni periferiche. Ma per tutte queste operazioni occorre un accordo tra maggioranza e opposizione che molto spesso non c'è. Per Bertinotti però "è il momento di fare più che di dire: ci vuole un consenso largo in modo di vedere cose concrete, evitando proposte di bandiera, arrivando a determinazioni unitarie".\.

 


 

+ Garante Privacy 28-5-2007 Intercettazioni telefoniche legali: revocato il blocco a Eutelia

 

Il Garante Privacy ha revocato il blocco della trasmissione dei dati personali da e verso gli uffici giudiziari con strumenti di comunicazione non idonei nei confronti della società telefonica Eutelia. Il blocco  era stato disposto nel gennaio di quest'anno dopo che l'Autorità aveva verificato che la società non aveva adottato tutte le misure di sicurezza nelle comunicazioni dei dati personali relativi alle intercettazioni disposte dalla magistratura.

Eutelia risulta oggi invece aver adottato le misure richieste dal Garante, avendo, in particolare, attivate caselle di posta elettronica certificata (PEC) per comunicare con gli uffici giudiziari e facendo uso di cifratura per garantire la necessaria sicurezza.

Nel dicembre 2005 il Garante aveva assegnato centottanta giorni di tempo ai gestori telefonici per adeguarsi a rigorose misure a protezione dei dati trattati. Il termine era stato differito per altri novanta giorni  per consentire ai gestori di ultimare l'adeguamento alle prescrizioni senza pregiudicare le attività di intercettazione in corso. Ciò nonostante, al momento della verifica da parte del Garante, Eutelia non risultava aver adottato le misure prescritte con il provvedimento dell'Autorità e non era quindi in regola con le misure richieste ai gestori telefonici per poter comunicare con adeguata sicurezza i dati personali relativi alle intercettazioni  giudiziarie.

Eutelia potrà dunque riprendere a comunicare per via elettronica i dati relatvi alle intercettazioni disposte dalla magistratura.

L'Autorità si è comunque riservata accertamenti nelle sedi Eutelia per verificare che le misure adottate dalla società siano conformi a quanto richiesto a protezione dei dati personali dei cittadini.


Il Corriere della Sera 29-5-2007 Il centrosinistra alla prima prova del voto Una bruciante sconfitta di Pierluigi Battista

 

 

Di fronte ai dati inequivocabili di questa bruciante sconfitta elettorale, la prima tentazione dell'Unione, si comprende, è la minimizzazione autodifensiva, l'aggrapparsi autoconsolatorio alla linea del Piave dei risultati di Genova, delle performances di Taranto e L'Aquila, del ribaltone di Agrigento. Errore comprensibile, ma pur sempre un errore. Come quello commesso dall'allora premier Berlusconi quando stentava a prendere atto della riscossa del centrosinistra guidata da Rutelli e Fassino nelle elezioni amministrative successive al 2001. Errore madornale, non solo perché ridimensionerebbe per eccesso di autoindulgenza il significato dirompente di questo voto. Ma perché non permette di capire come, proiettati nei futuri confronti elettorali, i numeri di questi giorni prefigurano una sicura disfatta della coalizione che attualmente ha in mano le redini del governo.
Una sconfitta elettorale potrebbe essere addirittura una scossa salutare. Ma solo ad alcune, tassative condizioni. Primo: capire che se il Nord abbandona la sinistra in forme tanto massicce, non solo nel Lombardo-Veneto, ma con dimensioni clamorose anche in Piemonte, e persino in Liguria, vuol dire che è un'intera immagine del governo a essere bocciata. Dopo la sconfitta siciliana, qualcuno ha accusato la linea «rigorista » del ministro Padoa- Schioppa di esserne la causa. Ma, riferita al Nord, quella giustificazione appare risibile. Nell'Italia settentrionale non si punisce forse il governo per la ragione opposta? Chi non vota più per i partiti dell'Unione, o regala percentuali del 70 per cento all'opposizione, o addirittura premia la Lega davvero vuole punire il governo perché troppo moderato o «di destra»? O invece non ha percepito in questo governo una curvatura troppo «di sinistra», ostile alla libertà economica, arcigna e punitiva nei confronti dei ceti produttivi del Paese?
Secondo: capire che il logoro refrain secondo il quale queste non sarebbero elezioni a forte valenza politica rappresenta un rimedio illusorio, una formula magica che procura più danni di quanti ne vorrebbe esorcizzare. Perdere nelle elezioni amministrative per la sinistra è, semmai, ancora peggio perché la partita ha avuto luogo proprio sul suo terreno preferito, con un robusto radicamento territoriale e una qualità della classe dirigente locale complessivamente più pregiata. Se perde rovinosamente anche qui, nel territorio, la sinistra non dovrebbe ricavarne una lezione ancora più amara? Terzo: capire che troppe linee divergenti e declinate in forme persino rissose depotenziano l'immagine del governo fino a livelli oramai preoccupanti. Il governo scelga una linea, la difenda, la porti fino in fondo. Se Tommaso Padoa-Schioppa indica una linea di riforma economica, una proposta moderna e innovativa sulle pensioni, la maggioranza lo sostenga, senza aspettare di ridursi a entità elettoralmente sempre più esigua, dalla Sicilia fino all'intera Italia del Nord.
Quarto: capire che il Partito democratico appare debole, asfittico, in taluni casi (come a Taranto) perdente non solo con il centrodestra ma persino nella competizione con la sinistra «radicale». Un partito che, invece di nascondersi la verità, dovrebbe trovare coraggio e fantasia, e procedere (lo ha meritoriamente sollecitato Dario Franceschini) più speditamente nella scelta di un leader che dia identità e carattere a un nuovo soggetto politico che non può restare acefalo e prigioniero dell'incantamento oligarchico. Per troppo tempo. Quando il tempo, forse, sta già scadendo.

29 maggio 2007

 


 

 

La Repubblica 29-5-2007 Dopo il voto il pericolo immobilismo di MASSIMO GIANNINI


DUE Italie. Una doppia frattura. Queste elezioni amministrative riflettono un Paese sempre più spaccato a metà, nella politica e nella geografia. Il centrodestra riconquista il Nord, e da Verona a Monza, da Alessandria ad Asti, si riprende quasi tutti i più importanti capoluoghi. Il centrosinistra resiste nel resto della Penisola, e si accontenta di una modesta rivincita all'Aquila e Agrigento. Berlusconi grida "ho vinto", e ha ragione. Alle comunali partiva da 14 a 12 sull'Unione, ieri sera si ritrova 14 a 4, con 8 comuni al ballottaggio. Poi aggiunge "a casa il governo delle tasse". Ha torto: questi risultati, per quanto positivi, non gli consentono la "spallata". E se davvero il Cavaliere pensa di salire al Quirinale per chiedere la cacciata di Prodi, è probabile che Napolitano non gli apra neanche il portone.

La politica, per quanto delegittimata, ha ancora le sue regole. Ma se queste elezioni di mid-term, come le ha giustamente definite Ilvo Diamanti, erano comunque se non un referendum, almeno un sondaggio sul governo in carica, allora si può dire che per l'Unione i segnali che arrivano dall'elettorato sono tutt'altro che confortanti. Non convince l'idea che questa sia la cronaca di una sconfitta annunciata. Sarebbe una versione troppo consolatoria. Il voto è "locale". Ma ha chiamato alle urne oltre 10 milioni di italiani. E dopo un anno di permanenza a Palazzo Chigi, non si può non vedere che (al di là del premio o della sanzione per questo o quel sindaco) il voto porta con sé anche un giudizio "nazionale", su Prodi e sul suo governo.
E' vero che i leader dell'Unione erano consapevoli del probabile insuccesso. Ma questo voto ripropone, in modo plastico e quasi drammatico per il centrosinistra, l'esistenza di una "questione settentrionale" ormai sempre più profonda, e dunque più grave. C'è una parte del Paese, ancora una volta quella più ricca e dinamica, alla quale il centrosinistra non sa o non vuole parlare. L'Unione, oltre la linea del Po, sconta davvero "un vuoto di vocabolario politico", come avrebbe detto Simone Weil. Non stupisce solo la delusione della sconfitta in sé, subita non solo nei comuni-capoluogo, ma anche in province come Como e Varese, Vicenza e Vercelli. Quello che colpisce, in quelle aree, è soprattutto la dimensione della sconfitta. In tutti i luoghi in cui vince il candidato del centrodestra lo scarto rispetto al suo competitore è pari al doppio, se non addirittura al triplo dei consensi.

Le ragioni di questo risultato hanno radici quasi tutte interne al centrosinistra. Il centrodestra, in questi mesi, si è limitato ad assistere alle difficoltà e alle convulsioni dell'avversario. Ha beneficiato di quella che Giulio Tremonti definisce opportunamente "la rendita di opposizione". Il centrosinistra, al contrario, ha fatto di tutto per farsi del male da solo. E forse non basta neanche la Finanziaria "lacrime e sangue" (che ha comunque salvato i conti pubblici del Paese) a spiegare il perché di una così acuta disaffezione degli elettori insediati nell'"Italia che produce".

Quello che è mancato e che manca, in questo primo anno di governo, è il "frame": cioè quello che George Lakoff, il guru della politologia americana autore del bestseller "Non pensare all'elefante", definisce come il "linguaggio chiaro" che riflette una precisa "visione del mondo". Il centrosinistra è mancato e manca proprio in questo. Parla tanti, troppi linguaggi. E molto spesso antitetici tra loro.

Il paradosso di oggi, non a caso, è che per spiegare questo risultato elettorale insoddisfacente l'ala riformista e quella radicale dell'alleanza danno due spiegazioni uguali e contrarie, ma entrambe parzialmente fondate. I soci del futuro Partito democratico pensano che le difficoltà nascano da un'azione riformatrice troppo timida, da una politica fiscale a volte troppo punitiva e dalla mancanza di una strategia dell'attenzione verso i ceti produttivi. La galassia dei partiti comunisti-ambientalisti, viceversa, ritiene che la sconfitta maturi a causa di una sottovalutazione della "questione salariale", della difficoltà delle famiglie più povere, dei disagi della quarta settimana.

Sono vere tutte e due le cose. Lo dimostra il voto oltre il Po, che continua a risentire di una forte sindrome anti-tasse. Lo conferma l'aumento dell'astensionismo, che verosimilmente ha riguardato soprattutto quella fascia di elettori che avrebbe voluto un'azione di governo più marcata a sinistra.

A questo punto, se ancora fosse possibile, il quadro politico si fa ancora più complicato. Nel centrosinistra scatta il consueto regolamento dei conti, che ruota intorno all'analisi dei voti di lista. Se, come sembra dalle prime indicazioni, l'asse riformista non si consolida, mentre si rafforza l'ala massimalista della coalizione, il risultato può essere un paradosso. Il governo Prodi si stabilizza. Ma la stabilizzazione avviene al ribasso. Già dopo il voto siciliano di due settimane fa i due partiti estremisti dell'alleanza avevano detto: "Padoa-Schioppa ci fa perdere le elezioni".

Dopo questo voto, a maggior ragione, avranno argomenti per chiedere una brusca virata a sinistra dell'azione di governo. L'effetto di una rivendicazione del genere è scontato. Dal rinnovo dei contratti del pubblico impiego al tavolo sulle pensioni, dall'uso del "tesoretto" alla stesura del Dpef: da nessuna di queste partite è immaginabile uscire con una scelta di modernizzazione utile per il Paese. Il Professore non molla. Ma non può più ripetere quello che promise nel gennaio 2006: "Il mio sarà un riformismo radicale". Può solo continuare a resistere.

Nel centrodestra, nonostante le difficoltà e le incertezze di questi mesi, si consolida ancora una volta la leadership inattaccabile di Berlusconi. Dalle urne di ieri, a dispetto della logica neo-proporzionale della "porcata" di calderoliana memoria, esce di nuovo un'Italia rigidamente bipolarizzata. Le sicure ambizioni terzaforziste di Casini, o le eventuali tentazioni tecnocratiche di Montezemolo, sono palesemente ridimensionate. Ma la riaffermazione della sua natura personalistica e plebiscitaria non consente alla Cdl di passare all'incasso definitivo. Il Cavaliere resta l'"one man show" della coalizione. Ma non è più in grado di garantire le straordinarie performance elettorali del 2001. Può solo continuare a combattere.

Il combinato disposto di quella resistenza e di questo combattimento è l'immobilismo. La maggioranza governa ma non dispone, l'opposizione urla ma non propone. La stessa ipotesi di una riforma bipartisan della legge elettorale, in queste condizioni, perde totalmente di senso, se mai ne ha avuto uno. Perché Berlusconi dovrebbe scendere a patti, se è convinto che per l'Unione sia suonata la campana dell'ultimo giro, e la sua caduta sia ormai solo questione di pochi mesi?

In questa paralisi, com'è evidente, i danni più gravi li subisce proprio il centrosinistra. Nella palude italiana, ha da perdere almeno due cose, una più preziosa dell'altra. La prima è il governo: il suo inerte galleggiamento rischia di diventare solo la logica premessa per un'inevitabile disfatta futura. La seconda è il Partito democratico: il suo lento logoramento rischia di far morire l'unico progetto politico innovativo di quest'ultimo decennio. Se la risposta alla "questione settentrionale" è il super-comitato dei 45 che ha tagliato fuori proprio i rappresentanti del Nord, purtroppo c'è da temere una imminente eutanasia.
(29 maggio 2007)


 

La Stampa 29-5-2007 La Batosta http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifhttp://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifhttp://adv.ilsole24ore.it/5/www.lastampa.it/06/stampa2/news_giornale/1164317027/SpotLight_01/OasDefault/default/empty.gif/64343232643061333435366664633030http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifhttp://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifRICCARDO BARENGHI

 

http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifNon è la spallata che invocava Berlusconi per abbattere il governo Prodi, e neanche poteva esserci visto il tipo di voto e il numero di elettori chiamati alle urne (un quinto del totale). Tuttavia la botta per il centrosinistra c’è stata, eccome. Al Nord si può anche definire una batosta, visto che, a parte Genova dove l’Unione ce la fa - ma di strettissima misura, ed è pure costretta al ballottaggio in Provincia - il centrodestra vince praticamente ovunque, strappando città come Verona, Monza, Alessandria, Asti...

Il governo e la sua maggioranza possono consolarsi con i risultati del Sud, anche se ad Agrigento vincono solo perché hanno candidato un esponente dell’Udc che ha cambiato sponda. E a L’Aquila e Taranto arrivano primi grazie a due candidati della sinistra radicale, il primo passato alle primarie (effetto Vendola), imponendosi nella battaglia interna contro i riformisti dell’Unione. In altre parole contro il Partito democratico in via di sviluppo, autodefinitosi il timone del governo.

Il segnale politico che arriva dal voto di ieri e domenica è dunque brutto per chi governa il Paese e che solo un anno fa ha vinto le elezioni politiche (sul filo di lana). Se non si può parlare di generale sfiducia popolare, che comporterebbe gesti seri e gravi - come fece D’Alema nel 2000 dimettendosi da premier e come non fece Berlusconi nonostante tutte le sconfitte subite mentre governava - certamente gli elettori hanno voluto lanciare un avvertimento pesante. Soprattutto quelli del Nord, zona del Paese giudicata decisiva sotto tutti i punti di vista sia dalla destra che dalla sinistra.

Ma non solo loro, non ci si può infatti dimenticare il risultato siciliano di sole due settimane fa che non fu certo incoraggiante per la maggioranza di governo. Così come sarebbe miope non valutare il calo dell’affluenza, che seppur ridotto segnala comunque un ulteriore aumento della disaffezione per la politica in crisi.

Che fare?, si chiederebbe Lenin se fosse vivo. Che abbiamo fatto?, dovrebbero invece chiedersi gli attuali leader del centrosinistra. Parecchi errori, dovrebbero rispondersi con onestà intellettuale senza nascondersi dietro il patetico dito della comunicazione che non ha funzionato. Il governo in realtà ha comunicato benissimo, ed è proprio per questo che perde. Perde perché i cittadini hanno capito benissimo (sanno leggere la busta-paga) che la legge finanziaria ha penalizzato più o meno tutti senza premiare nessuno. Perde perché le liberalizzazioni, se ci sono state, nessuno le ha ancora viste. Perde perché ha varato una misura impopolare come l’indulto e non è stato capace nemmeno di difenderlo. Perde perché sulle unioni di fatto ha innestato una clamorosa marcia indietro, dimostrandosi pavido di fronte alle vigorose pressioni della Chiesa e cercando affannosamente un recupero fuori tempo massimo sulla famiglia (Prodi sabato scorso). Perde perché sulla sicurezza e sulla droga (i carabinieri di Livia Turco) si è mosso tardi e male, inseguendo la linea del centrodestra: ma l’elettore preferisce l’originale alle imitazioni.

Perde insomma perché ha promesso molto e ha mantenuto poco, spesso rimangiandosi impegni presi in campagna elettorale. E non solo: perde perché l’immagine che ha dato di sé, un’immagine molto sostanziosa, è quella di una Babele in cui si parlano mille lingue e nessuno capisce quale sia la principale. Se ce n’è una principale.

Fortunatamente per il centrosinistra, queste elezioni non sono la fine del mondo, né la fine della storia. Sono però una sonora lezione di fronte alla quale sarebbe suicida far finta di niente, liquidarla come un test locale, alzare spallucce e andare avanti come se nulla fosse. In una direzione o nell’altra, su tutte le questioni che gli si presentano di fronte, il governo deve ora scegliere la sua strada. Meglio rischiare di cadere per aver scontentato qualcuno, piuttosto che tirare avanti da una sconfitta all’altra, sempre più deboli e logorati. Fino a quella definitiva.


 

Il Riformista 29-5-2007 Si evocano complotti, ma la maggioranza non c’è di Emanuele Macaluso

Una frase di D’Alema sulla crisi della politica in un’intervista al Corriere della Sera ha scatenato una bagarre politico-mediatica che ricorda altri tempi. La frase infatti richiamava i primi anni Novanta, la delegittimazione della classe politica e anche Tangentopoli.
Il Corriere, che conduce una campagna giornalistica, come è giusto che faccia un giornale, sui temi del costo e dell’inefficienza della politica, è accusato di complottare per mettere in crisi la coalizione prodiana e sostituirla con un governo di tecnici. L’accusa “ai poteri forti”, dei quali il Corriere sarebbe una sorta di portavoce, viene soprattutto dalla sinistra massimalista, la quale si sente emarginata dai partiti che si stanno unificando nel Partito democratico: esso si configurerebbe come un partito moderato, su cui punterebbero, appunto, proprio i poteri forti. Nello stesso giorno (martedì 22 maggio) in cui sui giornali abbiamo letto la denuncia di questo complotto, sull’Unità, Alfredo Reichlin, che vede nel nuovo partito l’operazione politica che può salvare il Paese dal baratro in cui l’ha buttato la destra berlusconiana, denunciava «una offensiva contro il Pd che va dalla Chiesa post-conciliare a quel coacervo di corporazioni, rendite, conservatorismo (comprese certe vecchie politiche della sinistra), sostenuta nel modo più velenoso da quel potente complesso giornalistico e mediatico il quale interpreta l’orientamento di fondo delle classi dirigenti italiane».
Insomma, la maggioranza che deve governare il Paese è dilaniata anche dal sospetto, fondato su analisi politiche, che il Pd, con il sostegno dei poteri forti, voglia fare fuori la sinistra antagonista, e i sospettati, invece, sospettano che “le vecchie culture della sinistra” diano una mano, sempre ai poteri forti, per fare abortire il progetto rivoluzionario del Partito democratico.
Ora un fatto è certo: la maggioranza non c’è, nel senso che non governa. E noi, senza indagare sui complotti, vediamo che la maggioranza - nel suo insieme e senza distinzioni - dopo le elezioni si prese la sbornia per una vittoria che in effetti era molto meno trionfale di come veniva descritta. Noi, restando sempre terra terra, letto il risultato elettorale scrivevamo con una invidiabile sintesi (scusate la vanteria) che «Berlusconi aveva perso e Prodi non aveva vinto». Era chiaro quindi che il presidente del Consiglio e i leader dei partiti della maggioranza avrebbero dovuto cestinare il librone programmatico scritto nei giorni in cui i sondaggi davano all’Unione un vantaggio di circa dieci punti sulla casa berlusconiana, e aprire una riflessione. Da subito si vide che al Senato la maggioranza era così risicata, incerta e minata da ricattatori che non avrebbe potuto assicurare l’attuazione di un programma di riforme incisive.
La situazione quindi imponeva di iniziare un discorso con l’opposizione, e in particolare con quella parte (l’Udc di Casini) che tentava di rendersi autonoma rispetto a Berlusconi. Invece i primi atti dell’Unione furono: eleggere (con fatica significativa) un suo esponente presidente del Senato e un altro alla Camera; costituire un governo in cui ministri, viceministri e sottosegretari assommano a centodue, un primato da Guinness. E l’euforia della vittoria fu trasmessa a tutte le strutture politiche periferiche (Regioni, Province, Comuni) dove la moltiplicazione dei pani e dei pesci si è concretizzata nel costo della politica di cui tanto si parla a proposito ma anche a sproposito.


 

 

La Gazzetta di mantova 29-5-2007 Tra Guelfi e Ghibellini

 

In molti hanno cercato di etichettare i partecipanti delle due manifestazioni a Roma, per sminuire o farne proprio il numero. Ma in piazza San Giovanni non c'era la gente di destra contro la sinistra di Piazza Navona, né Guelfi di qua e Ghibellini di là, né santi contro peccatori. Questo è il solito modello semplicistico di una politica marketing, che si vuole applicare anche là dove poco si attaglia. Ma ciò che è avvenuto in piazza San Giovanni non può certo essere archiviato come una semplice manifestazione politica. Anzi ha fatto benissimo la politica a non sfilare con loghi e bandiere, cercando di strumentalizzarne il senso. C'è un senso molto più profondo della classica e noiosissima demarcazione destra-sinistra. E' una caduta di stile, la solita polemica Berlusconi - Prodi sul fatto che i cattolici possano o meno stare a sinistra. Anzi il tema della divisione dei cattolici è da valutare con grande attenzione. Nessuna contrapposizione tra laici e cattolici, ma una piazza trasversale non aggressiva né oppositiva, con un comune denominatore: la famiglia. Non siamo d'accordo col ministro Bindi che dichiara sull'Unità 'Il family day è contro il governo'. Non era certo una manifestazione politica, ma culturale, un segnale di un cambiamento non tollerato dalla nostra società. Ma la politica deve farsi interprete di quel segnale, non lasciar cadere nel vuoto quella gente che ha chiesto a gran voce che la politica si occupi di più della famiglia. Negli ultimi anni la politica ha spesso dimostrato di aver perso il ruolo di cinghia di trasmissione fra la società civile e le istituzioni. Inoltre in una trasmissione televisiva il ministro Bindi affermava che la prima firmataria della legge è l'on. Pollastrini, suscitando non poche perplessità nell'intervistatrice, Ilaria D'Amico, quasi a voler chiedere le attenuanti. A questo punto la domanda sorge spontanea: visto che nel Prodi bis i Dico non erano neanche nei 12 punti del programma, gli amici della Margherita non hanno poi accettato un disegno di legge fortemente in contrasto con quelli che dobbiamo considerare valori non negoziabili? In base a quali considerazioni hanno aderito una proposta che si pone in contrasto con i loro principi? Mi auguro che il programma di governo non ci riservi altre sorprese: capisco che era lungo ma mi auguro sia stato letto con attenzione prima di sottoscriverlo. Non vorremmo che il timore di un ritorno di Berlusconi si sia tramutato prima in rabbia e poi in cecità politica, al punto di sacrificare qualcosa, anzi troppo. Già perché uno stato non può limitarsi ad asfaltare e punire chi delinque, ma deve fortemente tendere ad un modello ideale, e seguirne un percorso di realizzazione. Se noi abdichiamo a quei valori imbocchiamo una strada senza via d'uscita. Paolo Pecoraro Segretario Provinciale Udc.


 

L’Unità 29-5-2007 Bancari, cuneo e cassa integrazione accendono la trattativa Il rinnovo di categoria interessa 316mila lavoratori. L'Abi propone un documento comune

 

/ Milano È partita ieri mattina la trattativa tra Abi e sindacati per il rinnovo del contratto di lavoro dei 316 mila bancari italiani scaduto da circa due anni. Sul tavolo è subito finita la questione del cuneo fiscale e della possibile introduzione della cassa integrazione guadagni nel settore. In particolare, i banchieri hanno chiesto alle organizzazioni dei lavoratori di arrivare alla predisposizione di un documento comune da presentare al Governo prima di entrare nel merito delle questioni contrattuali. Il tema sarà affrontato in una riunione fissata per l'8 giugno. Nei giorni scorsi i sindacati hanno detto no all'estensione della Cig lamentando che il provvedimento finirebbe per penalizzare i lavoratori, finora coperti da un fondo esuberi finanziato dalle banche, che si vedrebbero inflitta un'aliquota contributiva dello 0,30%. L'Abi ha anche chiesto ai sindacati di analizzare insieme il cambiamento di scenario imposto dalla fusione tra Unicredit e Capitalia. In questo caso il prossimo appuntamento è per il 20 giugno, quando dovrebbe essere anche messo a punto il calendario della trattativa. "Abi e sindacati hanno condiviso che l'intervento sul rapporto tra cuneo fiscale e cassa integrazione - afferma il segretario generale della Fiba-Cisl, Giuseppe Gallo - è del tutto improvvida. Scarica sui lavoratori la compensazione del beneficio fiscale che sarà fruito dalle banche". Infatti i lavoratori dovrebbero pagare per la cassa integrazione un contributo dello 0,30% della retribuzione oltre allo 0,125% che pagano già per la componente ordinaria del fondo di solidarietà nei casi di crisi congiunturale, di riduzione di orario e di integrazione salariale (per la componente straordinaria, ovvero per l'accompagnamento verso la pensione, infatti il contributo è tutto a carico delle aziende di credito). "Così di fatto si incentiva il superamento del fondo di solidarietà - avverte - che in questi anni ha rappresentato uno straordinario ammortizzatore sociale senza onere alcuno per il bilancio pubblico". "Il sindacato - spiega il segretario generale della Fisac-Cgil, Mimmo Moccia - ritiene impraticabile che l'estensione alle banche del cuneo fiscale possa essere pagato anche dai lavoratori. Qualora fosse estesa la cassa integrazione alle banche verrebbe meno per eccesso di onerosità il fondo di settore che fino ad oggi ha consentito una radicale trasformazione del settore senza oneri sociali nè a carico dello Stato".


 

L’Arena di Verona 29-5-2007 Più trasparenza sui conti correnti.

 

Il Garante in una segnalazione inviata al governo precisa anche che i bancomat dovrebbero indicare i costi aggiuntivi "Più trasparenza nei conti correnti" L'Antitrust: senza iniziative spontanee delle banche, necessario un intervento normativo Roma. Serve più trasparenza nei conti correnti bancari: senza iniziative spontanee del sistema è necessario un intervento normativo. Lo afferma l'Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato, in una segnalazione inviata al Governo, nella quale precisa che i bancomat dovrebbero indicare i costi aggiuntivi. "Gli sportelli di prelievo bancomat, all'avvio della procedura per il ritiro di denaro, dovrebbero informare che l'operazione, in quanto non effettuata presso il circuito della banca che ha emesso la carta, ha un costo aggiuntivo", si legge in una nota dell'Antitrust. "Lo stesso sportello potrebbe inoltre fornire altre informazioni di rilievo sulle condizioni di conto corrente alla propria clientela". "Lo sviluppo della concorrenza nel sistema bancario italiano deve determinare iniziative spontanee delle banche finalizzate alla massima trasparenza informativa per il consumatore. In caso contrario sarebbero necessari puntuali interventi normativi per promuovere una scelta più consapevole da parte della clientela", spiega l'Antitrust. Nella segnalazione, approvata nella riunione del 24 maggio 2007, "l'Autorità ricorda che presupposto per un aumento della concorrenza nel sistema bancario è la mobilità della clientela da un istituto all'altro. Per facilitare questo processo occorre che il consumatore possa avere il livello di informazione più ampio e più diffuso possibile sui prezzi, qualità e condizioni di fornitura dei servizi offerti. In questo modo potrà esercitare al meglio la propria scelta fra offerte diverse, con effetti positivi sulla competizione fra le imprese". "Per innescare questo processo virtuoso l'Autorità suggerisce l'introduzione, al momento della scelta del conto corrente, di un foglio informativo sintetico che indichi chiaramente tutte le spese di tenuta conto e le condizioni economiche dei servizi maggiormente usati (gestione assegni, domiciliazione o pagamento utenze, bonifici, bancomat, prelievo Atm e carta di credito). Andrebbe inoltre predisposto - aggiunge il Garante - un indicatore di spesa complessiva di c/c stimato dalla banca per diversi profili di utilizzo del conto corrente stesso, che possa consentire all'utente una maggiore comparabilità fra le diverse offerte sul mercato in relazione al proprio profilo. I prezzi di ciascun servizio dovrebbero inoltre comprendere eventuali spese di scrittura". "Nel corso del rapporto contrattuale, inoltre, la banca dovrebbe inoltre informare il cliente, almeno annualmente, della spesa complessiva di conto corrente, del numero e del tipo di operazioni effettuate per l'anno in corso e per quello precedente, in modo da permettere la comparazione delle condizioni con quelle offerte dalle banche concorrenti", prosegue l'Antitrust, evidenziando "inoltre, come gli sportelli per il prelievo Bancomat, all'avvio della procedura per il ritiro del denaro, dovrebbero informare che l'operazione, in quanto non effettuata presso il circuito della banca che ha emesso la carta, ha un costo aggiuntivo. Lo stesso sportello potrebbe inoltre fornire altre informazioni di rilievo sulle condizioni di conto corrente alla propria clientela". L'Abi in serata, ha fatto sapere con una nota, che "valuterà con attenzione la portata della comunicazione resa nota dall'Antitrust sui conti correnti". L'Associazione bancaria italiana rileva che i contenuti erano stati preannunciati nelle conclusioni dell'indagine il 5 febbraio e di aver già concordato un incontro con l'autorità, per l'11 giugno, per sottoporre alla sua attenzione il nuovo sistema di confronto fra prodotti di conto corrente offerti.


INDICE 28-5-2007

 

+ Il Sole 24 Ore 28-5-2007 Eni querela Report per inchiesta sul gas. Sequestri della Gdf, manager indagati

+ La Repubblica 28-5-2007 Presunta truffa su misurazione del gas Perquisizioni a Eni, Snam e Italgas L'inchiesta riguarda i cosiddetti misuratori venturimetrici Tra gli indagati anche l'ad del Cane a sei zampe Paolo Scaroni 1

+ Il Corriere della Sera 28-5-2007 Pezzotta: il Partito democratico? Non c'è posto per noi cattolici. «Dubbi sulle misure per la famiglia, coprono solo l'emergenza» Gian Guido Vecchi

+ Da Stampaweb 28-5-2007 BRUXELLES La Commissione europea è preoccupata per la politica seguita da Google sulla privacy dei dati personali. 2

Il Corriere della Sera 28-5-2007 Tokyo, ministro suicida dopo scandalo. L'uomo era accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti 2. Toshikatsu Matsuoka, responsabile dell'Agricoltura, è stato trovato impiccato nel suo appartamento  2

Il Corriere della Sera 27-5-2007 Lo strappo di Pansa: non sono più di sinistra. «Entrambi i blocchi sono in sfacelo. Il centrodestra non è messo meglio» «Coalizione spappolata. Il Pd? Il mio Piemonte è rappresentato da Petrini». Mi iscriverei al partito di Montezemolo  3

La Repubblica 28-5-2007 Tagli agli sprechi del Palazzo sotto tiro circoscrizioni e vitalizi Decalogo anti privilegi, su Repubblica.it più di 80 mila voti 4

La Repubblica 28-5-2007 IL COLLOQUIO Ciampi: stop al qualunquismo, può travolgere tutto le storie di sperpero Anch'io resto colpito dagli sprechi. Li ho sempre combattuti. Gettare discredito su tutti però è pericoloso. I costi del Quirinale  5

Il Foglio 26-5-2007 E’ il banchiere centrale il prossimo uomo-chiave nella rivolta dei borghesi 7

Monti, Montezemolo, Draghi 7

Il Corriere Economia 28-5-2007 Lo scontro in Europa sull'inno e la bandiera a cura di Ivo Caizzi 8

La Stampa 27-5-2007 “Quattro statali su 10 sono di troppo” Il ministro della Funzione pubblica: è il momento di svecchiare. ANTONELLA RAMPINO  8

Il Piccolo di Trieste 28-5-2007 La famiglia come risorsa. Giampaolo Valdevit. 9

Il Messaggero Veneto 28-5-2007 La sentenza. Nessun credito scolastico, in vista della maturità, a chi ha frequentato le lezioni L'ora di religione sconfessata da un verdetto emesso dal Tar 10

Il Corriere Economia 28-5-2007 Fai un mutuo? Vinci la caffettiera Banche Raccolte a punti su prestiti e servizi. Per aumentare i margini Premi fedeltà contro la fuga dei clienti 11

 


 

+ Il Sole 24 Ore 28-5-2007 Eni querela Report per inchiesta sul gas. Sequestri della Gdf, manager indagati

 

L'Eni ha deciso di querelare la trasmissione Report in onda ieri su Rai 3 sul gas perché «avrebbe riportato i fatti in modo distorto e scorretto». Lo rende noto un comunicato della stessa azienda. Nel corso della mattinata di lunedì la compagnia petrolifera ha anche reso pubblico che nell'ambito di un'indagine avviata lo scorso anno dalla Procura della Repubblica di Milano, sugli strumenti di misura del trasporto e della distribuzione del gas naturale utilizzati in Italia dalle imprese del settore, il Nucleo della Guardia di Finanza ha operato lunedì mattina un sequestro di documenti presso gli uffici di varie società operanti in questo mercato, tra cui società del gruppo (Snam Rete Gas e Italgas, ndr), con particolare riguardo a documentazione a partire dal 2003. La nota parla anche di diversi manager sotto inchiesta, compreso l'amministratore delegato Paolo Scaroni, in qualità di legale rappresentante della capogruppo.

Gli strumenti sotto indagine, sono i cosiddetti misuratori venturimetrici, «da sempre utilizzati in Italia e all'estero, e che non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori», sostiene il Cane a sei zampe. Quanto alla puntata di Report «Eni - si legge nel comunicato precedente, che ha annunciato l'avvio di azion i legali - nota con stupore le incorrettezze e le distorsioni dei fatti illustrati nel corso della trasmissione in onda ieri, domenica 27 maggio, su Rai3, nel servizio "Le vie del gas", a firma di Giorgio Fornoni. Tutto ciò nonostante la piena e completa disponibilità, aperta e trasparente, fornita da Eni nei mesi scorsi alla trasmissione della rete di servizio pubblico della Rai, in termini di informazioni messe a disposizione, accesso ai luoghi, e interviste al proprio management. Evidentemente per questo tipo di programmi - prosegue la nota - la polemica e le distorsioni della realtà costituiscono elemento fondante e quindi Eni ha dato mandato ai propri legali, suo malgrado, di predisporre una querela che ricostruisca la verità dei fatti, e che tuteli l'immagine dell'azienda e l'onorabilità dei propri dipendenti».

 


+ La Repubblica 28-5-2007 Presunta truffa su misurazione del gas Perquisizioni a Eni, Snam e Italgas L'inchiesta riguarda i cosiddetti misuratori venturimetrici Tra gli indagati anche l'ad del Cane a sei zampe Paolo Scaroni

L'amministratore delegato dell'Eni Scaroni è tra gli indagati per l'inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza.

MILANO - Perquisizioni e acquisizioni da parte della Guardia di Finanza di Milano sono in corso nel capoluogo lombardo, a Roma, Torino e Piacenza negli uffici dell'Eni e di altre società del settore energia per una presunta truffa sui sistemi di misurazione del gas. La Guardia di Finanza ha operato un sequestro di documenti presso gli uffici di varie società operanti in questo mercato, alcune del Gruppo Eni, con particolare riguardo a documentazione a partire dal 2003.
Lo rende noto la stessa Eni in una nota, sottolineando che gli strumenti sotto indagine sono i cosiddetti misuratori venturimetrici, da sempre utilizzati in Italia e all'estero, e che non incidono sulle misurazioni relative alla bolletta dei consumatori. Per quanto riguarda il Gruppo Eni le società coinvolte sono Snam Rete Gas e Italgas.
Tra gli indagati, oltre ad altri manager, c'è anche Paolo Scaroni, in qualità di legale rappresentante della capogruppo Eni Spa.
Le accuse ipotizzate dai pm Sandro Raimondi e Maria Letizia Mannella sono a vario titolo truffa, violazione della legge sulle accise, ostacolo all'attività di vigilanza e l'uso o detenzione di misure o pesi con falsa impronta (art 472 cp).
Tutte le società coinvolte nelle indagini sono anche state iscritte nel registro degli indagati per la legge 231 del 2001 relativa alla responsabilità amministrativa delle società.
(28 maggio 2007)

 


+ Il Corriere della Sera 28-5-2007 Pezzotta: il Partito democratico? Non c'è posto per noi cattolici. «Dubbi sulle misure per la famiglia, coprono solo l'emergenza» Gian Guido Vecchi

 

«Su Dico e testamento biologico Fassino ci ha capito, Amato no»

MILANO — L'inizio, come si dice, è tutto un programma, «di certo bisogna riconoscere a Rosy Bindi di averci provato». Savino Pezzotta è un bergamasco tenace e diretto, non usa l'ironia per eludere le domande. Si parla di famiglia e della conferenza governativa di Firenze, e da lì alle prospettive politiche dei cattolici il passo non è poi così lungo. Difatti il portavoce del «Family Day», tutto considerato, non le manda a dire: «Guardo con preoccupazione alla fine, nel Partito democratico, della cultura del cattolicesimo democratico di matrice sturziana e degasperiana. Non per tirare in ballo Gramsci, ma l'esigenza che in Italia ci sia una presenza organizzata dei cattolici in politica esiste eccome. Lo dico così, senza volermi contrapporre a nessuno. Come si esprimerà non lo so ancora. Ma di certo è una necessità che si avverte fra la gente. E mi pare proprio che il Partito democratico, per come si sta costituendo, non dia una risposta».
Perché dice che il ministro della Famiglia, a Firenze, «ci ha provato»?
«Abbia pazienza: Prodi ha detto una cosa, Padoa- Schioppa un'altra, Visco un'altra ancora, alcuni ministri manco c'erano. Problema: che farà il governo domani? Spero che Rosy riesca a metterli d'accordo...».
Prodi ha assicurato che i due terzi del «tesoretto» andranno alle famiglie...
«Bene, io stesso avevo chiesto si destinasse a loro. E sarebbe accettabile se i due terzi, in effetti, lo fossero».
E non è così?
«Ahimè, no. Si parla di politiche sociali che certo hanno influenze sulle famiglie, ma non sono interventi specifici sul tema. È un po' come quando, da sindacalista, distinguevo tra spesa assistenziale e previdenziale. Tra emergenza e prospettive. Il governo deve saper distinguere e avere il coraggio di scegliere».
In che senso?
«La famiglia è un'altra cosa. Certo i poveri vanno aiutati e subito, si figuri! Se Prodi dice che vuole farlo sono contentissimo, del resto ricordo bene l'allarme lanciato dall'arcivescovo Bagnasco sulla povertà. Ma sono due piani diversi: è un tema che terrei distinto dalle politiche familiari, le quali hanno bisogno di continuità nel tempo, anche oltre il "tesoretto". E pure le famiglie vanno aiutate da subito, ne va del futuro del Paese».
Sì, ma come si fa?
«Con buona pace degli "altolà" di Padoa-Schioppa, il governo dovrebbe definire nel Dpef e in Finanziaria tre priorità: debito pubblico, famiglie e contrasto alla povertà. Punto. Parliamoci chiaro: l'Italia destina alle famiglie l'uno per cento del pil, la metà della media europea, un terzo di Francia e Germania, un quarto dei Paesi scandinavi. È troppo chiedere che si arrivi almeno al livello dell'Europa? Quanto agli altri, interessi e corporazioni varie, si mettano in fila».
La Cdl ha parlato di spot elettorale.
«Non so se fosse uno spot e non è un problema mio. Io aspetto il 7 gennaio 2008 per vedere se, nella Finanziaria, alle parole corrisponderanno i fatti».
Qualcosa che ha apprezzato di Firenze?
«La proposta del ministro Bindi di creare un tavolo bipartisan per garantire continuità alle politiche familiari. È un'idea di sostanza, un metodo che dovrebbe coinvolgere anche le associazioni familiari e andrebbe allargato alle questioni eticamente sensibili. La vita non può essere un compito del governo, il parlamentare deve poter riconquistare la sua libertà. Questo è stato l'errore sui Dico. E per questo ho trovato sorprendenti gli interventi di Pollastrini e Amato».
Sorprendenti?
«Sui Dico o il testamento biologico la loro intransigenza è inconcepibile. Un po' di prudenza, andiamo: perché affermare cose che turbano la nostra coscienza? Significa non aver capito niente di quanto è successo al Family Day. Non vedere che c'è un popolo che ha detto: fate altre cose. Piero Fassino e, ogni tanto, Rosy Bindi lo hanno compreso».
C'è chi dice: con i principi «non negoziabili» addio democrazia.
«E perché? Per un laico democratico la libertà o la giustizia sono forse principi negoziabili? Se uno mette in discussione i miei principi mi oppongo e poi si vede, no? No: non si vuole che parliamo! E poi faccio una battaglia laica, mica chiedo di sposarsi in Chiesa».
Già, ma a chi nel centrosinistra cerca un dialogo come risponde?
«C'è chi ha scelto di convivere? Per carità. Non li obbligo ad andare in Comune né in Chiesa. E so che hanno dei bisogni da risolvere sul piano della loro scelta individuale: attraverso il diritto comune, il codice civile. Tutto qui. Ma la questione di fondo è un'altra».
Quale?
«La visione antropologica. C'è chi ritiene non si debba destrutturare la società ma mantenere come punto costitutivo la famiglia e chi invece ha un'idea di società individualista e libertaria. Due visioni del mondo difficilmente conciliabili».
Eppure conciliare quelle visioni sarebbe l'ambizione del Partito democratico, no?
«Io non so se ce la fanno. Ho già detto che non entrerò nel Pd e sto a vedere che succede. Mi siedo sulla riva del fiume. Per carità, i miei amici popolari possono rischiare...».
E ai «teodem» che direbbe?
«Li invito ad assumere la virtù della prudenza. È meglio prendersi un po' di tempo in più e fare le cose per bene».
Ma non sta andando troppo per le lunghe?
«Mah, io avrei pensato al Pd come a un "partito area", un contenitore nel quale le diverse tradizioni politiche avessero potuto mantenere la loro identità e autonomia. Forme organizzate che si associano. Un luogo che garantisse alla mia cultura di vivere. Ma non è avvenuto».
Quindi?
«Mi batto per i miei valori, per una cultura che in Italia deve mantenere la capacità di esistere. Perché devo annullarmi, scomparire?».
Addio bipolarismo?
«Ma no, semmai sono per un bipolarismo mite. Non dico questo contro nessuno. Nel sindacato ho sempre vissuto un rapporto sereno con i comunisti. Si può vivere anche nella diversità. Certo, bisogna semplificare il quadro politico, ma il pluralismo non è in contasto con il bipolarismo».
In un convegno su don Mazzolari ha detto a Veltroni: non mettetelo nel Pantheon.
«Il Pantheon è l'inizio del declino dell'impero. Quando non si riusciva più a governare hanno messo là tutti gli dèi perché in realtà ce n'era uno solo: l'imperatore. Per questo detesto il sincretismo».
Parlava del «popolo» del Family Day...
«Sono sommerso da e-mail che ci incitano ad andare avanti».
E ora?
«Non è che ce ne torniamo a casa. Ci sono altre questioni eticamente sensibili: il testamento biologico, per dire. Questa è la svolta del Family Day: il mondo cattolico non è più solo un serbatoio di voti, ma una soggettività che può mettere in campo i propri valori».

 


+ Da Stampaweb 28-5-2007 BRUXELLES La Commissione europea è preoccupata per la politica seguita da Google sulla privacy dei dati personali.

 

Dopo l'allarme scattato qualche giorno fa per le dichiarazioni dell'amministratore delegato, Eric Schmidt, che ha annunciato che l'obiettivo della società è quello di diventare nei prossimi cinque anni il "Grande Fratello", il colosso del web è di nuovo oggetto di timori in Europa. Secondo il Financial Times a sollevare la questione è stato il gruppo di lavoro Articolo 29, un gruppo di consulenza indipendente sulle politiche della privacy, che ha inviato una lettera a Google la scorsa settimana chiedendo chiarimenti sulla conservazione dei dati di ricerca Internet degli utenti fino a due anni. A confermare la notizia è stato un portavoce di Google a Parigi. "La preoccupazione riguarda la memorizzazione delle informazioni sulle ricerche degli utenti per un periodo definito di tempo che va dai 18 ai 24 mesi - ha detto - Loro credono che sia un periodo troppo lungo". I dati memorizzati da Google includono oltre ai termini di ricerca, l'indirizzo del server e informazioni personali contenute nei cookies o nei programmi identificativi dei computer dell'utente. Il portavoce ha annunciato che la compagnia, di sua iniziativa, ha deciso a marzo di limitare a due anni il periodo per la conservazione dei dati. Il gruppo di lavoro teme che le informazioni possano essere usate per identificare gli individui e creare profili delle loro opinioni politiche, delle loro credenze religiose e delle loro preferenze sessuali. A ottobre, riporta ancora Ft, l'ispettorato norvegese aveva avviato un'indagine su Google e altri motori di ricerca arrivando alla conclusione che un periodo di 18-24 mesi per la conservazione dei dati è troppo lungo. La risposta del colosso di Internet all'avvertimento europeo non è tardata ad arrivare. Il consulente della privacy, Peter Fleisher, ha detto che la società ha bisogno di conservare i dati fino a due anni per ragioni commerciali e di sicurezza . "Spiegherò ai consulenti europei che Google ha bisogno di mantenere i dati per proteggere se stesso e il sistema da attacchi e per raffinare e migliorare l'efficacia del nostro motore di ricerca". Fleisher ha annunciato che la società risponderà al gruppo di lavoro prima della sua prossima riunione a giugno ma ha anche evidenziato che altre compagnie rivali come Yahoo e Microsoft non hanno limiti di tempo alla memorizzazione dei dati. + Privacy: Google infrange le norme Ue.


Il Corriere della Sera 28-5-2007 Tokyo, ministro suicida dopo scandalo. L'uomo era accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti

Toshikatsu Matsuoka, responsabile dell'Agricoltura, è stato trovato impiccato nel suo appartamento       

 

 

TOKYO - Il ministro giapponese dell'Agricoltura, Toshikatsu Matsuoka, si è tolto la vita. L'esponente politico era finito al centro di una serie di scandali politici per aver ricevuto finanziamenti illeciti. Matsuoka è stato trovato impiccato nel suo appartamento in un alloggio per parlamentari.

CONDIZIONI DISPERATE - Il ministro, che aveva 62 anni, era stato trovato in condizioni disperate da un suo collaboratore ed era stato ricoverato esanime all'ospedale dell'Università Keio. La capacità respiratoria e quella cardiaca erano subito apparse gravemente compromesse e poche ore dopo il ricovero è spirato. Il gesto viene a poco meno di due mesi dal rinnovo della camera alta del Parlamento: un voto vissuto come un banco di prova per il governo del premier Shinzo Abe.

28 maggio 2007


 

Il Corriere della Sera 27-5-2007 Lo strappo di Pansa: non sono più di sinistra. «Entrambi i blocchi sono in sfacelo. Il centrodestra non è messo meglio» «Coalizione spappolata. Il Pd? Il mio Piemonte è rappresentato da Petrini». Mi iscriverei al partito di Montezemolo

 

 

ROMA — Sinistra, addio. «In Italia la sinistra non c'è più. È finita. Non lo dico io, lo dicono loro. Ci sono dieci sinistre, come riconosce lo stesso Fassino. Sta franando il Palazzo: viene giù tutto quanto, e li seppellirà. La Seconda Repubblica è morta. Comincia la Terza». Giampaolo Pansa non ha mai risparmiato critiche a quella che considerava la sua metà del campo. Ma lo faceva, appunto, da uomo di sinistra. «Ora non ci credo più. Non parlo più di sinistra e di destra perché sono categorie superate. Capisco i giovani, che non si riconoscono in un linguaggio antico. Se dovessi misurarli con le vecchie regole, allora direi che è di sinistra Montezemolo ed è di destra Bertinotti. Destra estrema, destra conservatrice». «In passato ho creduto in Prodi. Ora ho perso anche l'ultima illusione, e non per colpa sua. Prodi guida una coalizione spappolata. La sua presunta alleanza è un baraccone. Conosco le fatiche del Professore per arrivare in fondo a ogni giornata fatta di liti, ribellioni, piccoli ricatti: una lotta che piegherebbe dieci Maciste. Prodi oggi è prigioniero di una banda di folli. Un Gulliver legato da migliaia di lillipuziani. Non scommetterei uno stipendio sul fatto che arrivi al 2011».

IL CUOCO E IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA - Non è delle vicende personali che parla Pansa, gli attacchi e le solidarietà negate dopo essere stato costretto a interrompere le presentazioni dell'ultimo libro, La grande bugia. Di questo scriverà nel prossimo saggio, atteso per l'autunno. È l'attualità politica a indurre Pansa a questo passo. «Ho molta stima del direttore di Repubblica, ma non sono d'accordo con il suo ultimo editoriale. Ezio Mauro pensa che la politica e la sinistra possano ancora autoriformarsi. Io no. Né mi pare che il Partito democratico potrà indurmi a cambiare idea. Vedo che il mio Piemonte, la patria della sinistra italiana, la terra dove sono nati o si sono formati Gobetti, Gramsci, Togliatti, Terracini, Bobbio, è ora rappresentato da Carlin Petrini. Non da Chiamparino, uno dei rari politici seri, forse l'unico che possa presentarsi ai cancelli di Mirafiori senza essere subissato di fischi. Al suo posto ecco Carlin, che già il cuoco rivale Vissani indica come ministro dell'Agricoltura. Mi diranno che sono qualunquista. Mi viene da rispondere: evviva il qualunquismo. Evviva l'antipolitica. La politica italiana si è coperta di discredito con le sue stesse mani. Ha fabbricato la propria rovina».

ENTRAMBI I BLOCCHI SONO ALLO SFACELO - Pansa non crede che la via d'uscita possa essere il ritorno di Berlusconi. «Entrambi i blocchi sono in sfacelo. Il centrodestra non è messo meglio, e i risultati delle amministrative di oggi non cambieranno nulla. Quando sento Berlusconi indicare come capo del centrodestra italiano una ragazza come la Brambilla, l'istinto è di chiamare gli infermieri, che lo portino via. No, la destra no». Ad Antonello Piroso di La7 Pansa aveva detto di non voler più votare. «Ma mi riconoscerei in un governo di centro democratico — aggiunge ora —. Un sistema in cui, se suonano al campanello alle 4 di mattina, penso sia il lattaio molto in anticipo e non la polizia che mi viene a cercare». Allude a Visco? «Ma no. Non ho alcun timore: le tasse le pago tutte. Però ha ragione Cesare Salvi, quando dice al Corriere che il caso Visco è grave. O ha mentito il comandante della guardia di finanza, e allora dev'essere radiato dalle forze armate; o ha mentito Visco. E allora deve dimettersi»

MI ISCRIVEREI AL PARTITO DI MONTEZEMOLO -
Sul Bestiario, uscito venerdì scorso sull'Espresso, Pansa ha avuto parole di speranza su Luca di Montezemolo. «Non sono tipo da folgorazioni. Ogni volta che lo vedo mi viene in mente la vecchia battuta di Fortebraccio: "Arriva Agnelli, scortato da Luca Cordero di Montezemolo, che non è un incrociatore". Però il suo discorso all'assemblea di Confindustria l'ho seguito per intero e mi è piaciuto. Il Bestiario l'avevo scritto prima; sono stato contento di aver trovato conferme. La crisi del sistema, il costo impazzito della politica, i mille impedimenti burocratici che avviluppano la vita dei cittadini: condivido. E non mi è dispiaciuto neppure il titolo che Sansonetti ha fatto su Liberazione: "Montez", come un conquistador. Magari! Se Montezemolo fondasse un suo partito, mi iscriverei subito. Sarebbe la prima tessera che prendo in vita mia. E penso proprio che "Montez" voglia scendere in politica, anche lui giura il contrario. Ma i vecchi partiti lo ammazzeranno. Tireranno fuori di tutto per usarlo contro di lui. Gli metteranno non i bastoni, ma le spade tra le ruote. Non lo lasceranno campare, né a destra né a sinistra». «Certo, l'ideale sarebbe che uno dei due blocchi, più facilmente il centrodestra, riconoscesse in Montezemolo il leader. E che Berlusconi si facesse da parte, o Prodi cercasse un'alleanza al centro. Ma le prime reazioni non lasciano presagire nulla di buono. Prodi ha commesso un errore clamoroso. Avrebbe dovuto fare propria la critica alla politica e ai suoi costi. Invece se n'è uscito con un sussiegoso "si commenta da solo". Ma come si fa! Da juventino, mi sono chiesto per tutta la stagione perché Deschamps non facesse giocare Bojinov, un fuoriclasse. Allo stesso modo mi chiedo: perché Mario Monti deve occuparsi solo dei convegni alla Bocconi? Non sarebbe un ottimo ministro dell'Economia? E Mario Draghi, deve fare tutta la vita il governatore della Banca d'Italia, o non potrebbe spendersi come premier di un governo? Purtroppo la vecchia politica, e anche le tante vecchie sinistre, sono pronte a tutto, pur di difendere il proprio potere residuo. Per proteggere la loro stessa agonia».

UN ADDIO ALLA SINISTRA NON DOLOROSO - È un addio, quello di Pansa alla sinistra, che si immagina doloroso, sofferto. «Invece sono tranquillissimo. Questi sono gli scabri pensieri di un signore che a ottobre compirà settantadue anni. Faccio il giornalista da quasi mezzo secolo, dall'età di ventun anni sono sempre andato a votare, e ho sempre votato o a sinistra o per il centrosinistra. A volte penso che sono troppo anziano e capita anche a me di cominciare ad avere idee che non condivido. Però, se devo fidarmi delle reazioni di cui mi accorgo quando dico le mie cosacce, siamo davvero in tanti, e anche molto più giovani di me, a pensarla nello stesso modo».

Aldo Cazzullo

27 maggio 2007

 

 


La Repubblica 28-5-2007 Tagli agli sprechi del Palazzo sotto tiro circoscrizioni e vitalizi Decalogo anti privilegi, su Repubblica.it più di 80 mila voti

 

I questori di Camera e Senato lavorano a un piano di riduzione delle spese del Parlamento Gli onorevoli avranno diritto alla pensione, pari al 50% dell'ultimo stipendio, dopo 5 anni di mandato Circolare del ministro Lanzillotta: un tetto ai compensi dei manager delle aziende pubbliche Da domani all'esame la riforma degli enti locali: meno consiglieri e indennità ROMA - Il Parlamento corre ai ripari col taglio a vitalizi, benefit e rimborsi dei suoi 952 onorevoli inquilini. Le commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato da queste settimana alle prese con le riforme che prenderanno di mira i conti degli enti locali. Palazzo Madama passerà ai raggi x l'anomalia tutta italiana delle circoscrizioni, 231, che danno lavoro, è il caso di dire, a 3.938 consiglieri. Il presidente della commissione, Enzo Bianco, tra le altre misure anticipate, proporrà di emendare il testo unico per prevedere la cancellazione delle stesse circoscrizioni almeno nelle città al di sotto dei 200 mila abitanti. Mentre il ministro degli Affari regionali Linda Lanzillotta convoca per giovedì Comuni e Province e intanto firma una circolare con cui fissa tetti agli stipendi dei manager delle società a partecipazione pubblica. Insomma, per evitare che la "casta" sia spazzata via da una crisi da anni '90, come pronosticato da D'Alema, Camere e governo proveranno nella settimana appena iniziata a far seguire fatti (e provvedimenti) alle tante parole di questi giorni sui costi della politica. D'altronde l'argomento è caldissimo e lo conferma, tra l'altro, il boom di voti espressi su Repubblica.it al decalogo di Mario Pirani, le dieci proposte per uscire dalla crisi: oltre 80 mila. Cominceranno i collegi dei questori di Montecitorio e Palazzo Madama. "Al ritorno dalla pausa per le amministrative, martedì, programmeremo l'incontro con i colleghi della Camera per mettere a punto il piano comune di riduzione delle spese del Parlamento - spiega Helga Thaler, senatrice questore - Lavoriamo da mesi ed è ora di adottare i provvedimenti. Le presidenze di Camera e Senato sono costantemente informate e spingono per una soluzione rapida". Soluzione che punterà soprattutto a incidere sui privilegi dei parlamentari, i più invisi all'opinione pubblica. A cominciare dai vitalizi, che dovrebbero scattare non più dopo due anni e 6 mesi di mandato ma dopo 5 anni e che non potrà superare il 50% dell'ultimo stipendio, a fronte dell'attuale 85%. Comunque, da corrispondere a 65 anni e non come oggi anche a 60. Per proseguire con i rimborsi, finora forfettari, da corrispondere solo dopo la presentazione delle fatture e con la stretta sui tremila euro erogati pro capite per i "viaggi di studio". E ancora, l'affidamento all'esterno dei servizi di ristorazione e pronto soccorso, la gestione comune delle biblioteche di Camera e Senato, un giro di vite sugli affitti. A Montecitorio la commissione Affari costituzionali presieduta da Luciano Violante avvierà da domani l'indagine conoscitiva sui costi della politica sollecitata dal presidente Bertinotti. "Sentiremo presto il ministro per l'Attuazione del programma Giulio Santagata - spiega Violante - poi partiremo con una radiografia su tre filoni: costi della rappresentanza, della burocrazia e dei partiti, in cui confronteremo la nostra situazione con quella di Francia, Germania e Spagna". In commissione entrerà nel vivo anche l'esame del ddl di riforma costituzionale che, sostiene il presidente, potrebbe affrontare anche il nodo della composizione dei consigli degli enti locali. L'idea di Violante sarebbe quella di renderli proporzionali al numero degli abitanti. Ma nel complesso, alla Camera giacciono ben 8 ddl intestati alla "riduzione dei costi" della politica. Chi può, intanto, accelera i tempi con strumenti più diretti. è il caso del ministro Lanzillotta che rende operativi con una circolare i tetti di spesa per i manager degli enti locali previsti dalla Finanziaria. Il presidente di un cda non potrà percepire più dell'80% (i consiglieri il 70%) delle indennità dei sindaci e dei presidenti delle Province. (c.l.).


 

La Repubblica 28-5-2007 IL COLLOQUIO Ciampi: stop al qualunquismo, può travolgere tutto le storie di sperpero Anch'io resto colpito dagli sprechi. Li ho sempre combattuti. Gettare discredito su tutti però è pericoloso. I costi del Quirinale

 

Per l'ex capo dello Stato l'Italia di oggi è "infinitamente migliore" di quella di Tangentopoli "Sì, la politica deve riformarsi ma è sbagliato evocare il '92" L'aumento dell'80% delle spese del Colle è stato contabile, non reale. Ecco il frutto delle semplificazioni la supplenza dei tecnici La discesa in campo dei 'tecnici' è frutto della debolezza della politica. Essi devono servire il Paese senza farsi prendere dal desiderio di potere MASSIMO GIANNINI "Ma sì, non c'è dubbio che la politica sia in difficoltà, così come non c'è dubbio che nel Paese ci sia un clima di scontento. Ma per favore, evitiamo di farci travolgere tutti da un'ondata di qualunquismo". Come lo Scalfaro del decennio passato, Carlo Azeglio Ciampi pronuncia il suo sommesso "non ci sto". E nel pieno di una tornata di elezioni amministrative che misura l'indice di prossimità tra gli elettori e gli eletti, e quindi il grado di fiducia del Paese nei confronti di chi lo governa, l'ex presidente della Repubblica entra a modo suo nel campo minato dei "costi della politica", per parlare di quella che ormai si definisce la "crisi della politica". Non la nega, ma la circoscrive: "Cerchiamo di non esagerare - dice - non è vero che l'Italia del 2007 è come quella del '92. Pur con tutti i suoi problemi e i suoi limiti, il Paese di oggi è infinitamente migliore di quello di allora?". Da una parte caste chiuse che si riproducono per partenogenesi e oligarchie autoreferenziali che confliggono tra loro. Dall'altra corpi sociali in deficit di rappresentanza e cittadini semplici spremuti dalle tasse. Di là privilegi, di qua sacrifici. In mezzo, la marea montante dell'anti-politica, la voglia malsana di far collassare un sistema che non si sa riformare. Lo spettro della gogna mediatica, il fantasma delle monetine dell'Hotel Raphael. La liquidazione di un'intera classe dirigente, la tentazione di uno sbocco tecnocratico. Ma è davvero questa, l'orrenda rappresentazione dell'Italia di oggi, secondo la declinazione un po' forzata costruita sulle parole di Massimo D'Alema? Ciampi, che non è un politico ma ha vissuto suo malgrado nel Palazzo negli ultimi quindici anni, non accede a questa visione, che parte dal pessimismo sulla mala-politica ma rischia di sconfinare nel nichilismo dell'anti-politica: "Sta succedendo qualcosa di strano. In pochissimo tempo, siamo passati da un panorama sociale caratterizzato da cielo nuvoloso, a un clima da tempesta imminente. Io, onestamente, questo clima non lo respiro. Vedo che c'è in giro un'insoddisfazione diffusa. Dico con assoluta convinzione che non si può non condividere un certo allarme, per i ritardi sulle riforme, per le inefficienze del sistema e per i costi dell'apparato politico. Ma insisto: non si può fare di tutta un'erba un fascio. E non si possono fare paragoni azzardati con un passato che, per fortuna, è davvero alle nostre spalle". L'ex Capo dello Stato se lo ricorda bene, quel passato. Nel '93 fu proprio lui a camminare tra le macerie di quel terribile '92, quando i giudici di Milano rasero al suolo Tangentopoli, il Paese sfiorò la bancarotta finanziaria. Oggi Ciampi invita tutti a non fare accostamenti troppo azzardati, che finirebbero solo per alimentare i focolai di qualunquismo. Quelli non furono solo gli anni del simbolico linciaggio di piazza contro Bettino Craxi. Ma anche quelli dell'avviso di garanzia quotidiano per i ministri in carica. Anche quelli del contrattacco mafioso, con le stragi di Falcone e Borsellino e poi gli attentati di Roma, Milano e Via dei Georgofili a Firenze. Ciampi visse quella drammatica stagione prima da governatore della Banca d'Italia, poi da premier. Per questo, oggi può dire: "Di problemi ne abbiamo tanti, ancora. Ma quanta strada abbiamo fatto, da allora?". Questo invito alla prudenza nei giudizi, tuttavia, non vuole nascondere le convulsioni che la nomenklatura sta vivendo. E meno che mai vuole occultare le persistenti aberrazioni della partitocrazia. "Anch'io ho letto "La Casta", il libro che oggi sta avendo giustamente questo grande successo. Anch'io resto colpito di fronte a certe storie di sperpero del pubblico denaro. Del resto, la lotta agli sprechi e il risanamento delle finanze dello Stato sono stati la missione della mia vita. L'obiettivo di tagliare drasticamente certe spese inutili è giusto. Così come è sacrosanta la necessità di dare risposte serie e immediate alla sana indignazione dell'opinione pubblica. Tutti dobbiamo impegnarci di più, per tentare di risolvere questo problema. Ma in questa fase dobbiamo evitare di essere travolti in una campagna di discredito che investe tutto il sistema politico. Questa non aiuta, anzi peggiora solo le cose". Ciampi cita un esempio che lo riguarda da vicino, e che in queste settimane ha finito per porre anche lui al centro di qualche velenosa polemica: le spese del Quirinale. "Vede - osserva il presidente emerito - quello è un tipico esempio di come un problema generale, se affrontato in modo semplicistico, finisce per stravolgere il giudizio su un problema particolare. Io non discuto la fondatezza dei dati sulle spese del Quirinale, riportati dal libro di Stella e Rizzo e amplificati in questi giorni dai giornali. Ma io dico che, per potere dare un giudizio obiettivo, bisogna distinguere tra dati effettivi e dati contabili. E allora, se davvero negli ultimi anni i costi del Colle sono aumentati dell'80%, questo è proprio il frutto di una dinamica non effettiva, ma solo contabile. Tra il 2001 e il 2002 infatti decidemmo che per ragioni di trasparenza i cosiddetti "comandati" presso la Presidenza della Repubblica, che avevano lo stipendio base pagato dalle Amministrazioni di competenza più un'integrazione finanziata dal Quirinale, fosse interamente pagati dallo stesso Quirinale. Dal punto di vista dei costi generali dello Stato, fu solo una partita di giro. Ma ecco che se si scorpora questo importo dai costi del solo Quirinale, si scopre che quel clamoroso aumento delle spese non c'è stato affatto". Il ragionamento dell'ex capo dello Stato non serve a dimostrare che tutto va bene così. Al contrario, Ciampi ripete: "Dobbiamo fare di più". Ma proprio per questo aggiunge: "Io, nel mio settennato, la mia parte l'ho fatta. Primo: il compenso del presidente della Repubblica, sempre uguale dal '96, anno di inizio del grande risanamento, non è mai aumentato ed anzi, d'accordo con il mio predecessore Scalfaro, decidemmo di sottoporlo a tassazione piena, mentre prima era esentasse. Secondo: proprio allo scopo di monitorare al meglio le spese, istituì un Comitato dei revisori, composto da tre funzionari della Corte dei conti e della Ragioneria. Insomma, su questo terreno non accetto lezioni proprio da nessuno. La mia storia parla per me?". Ciampi ci tiene a ribadirlo, proprio nei giorni in cui, soprattutto da una destra becera e populista, partono certe campagne avvelenate, per esempio sui trattamenti pensionistici di politici, amministratori e grand commis dello Stato. Anche su questo versante, il presidente emerito ha qualcosa da dire: "La mia denuncia dei redditi è pubblica. Agli atti della Presidenza del Consiglio. Basta consultarla, per vedere che il mio reddito principale è una generosa pensione della Banca d'Italia, dove ho lavorato per 47 anni. Credo di averla meritata, in tutta onestà". Premesso questo, lui stesso conviene sulla necessità di intervenire su certi privilegi, su certi trattamenti "speciali", che riguardano sia i parlamentari, sia soprattutto gli amministratori locali. Ma anche qui, "bisogna intervenire dove è necessario, senza mettere tutti nello stesso calderone". Come se tutti fossero ladri, grassatori, disonesti. A questa deriva Ciampi non vuole arrendersi. Teme che, per questa via, si arrivi a soluzioni imprevedibili e nefaste per i destini della Repubblica. Registra anche lui gli effetti del manifesto politico di Montezemolo. Riflette anche lui sulle prese di posizione di Mario Monti, a proprosito delle differenze tra "tecnici" e "politici". E da tecnico a sua volta prestato alla politica commenta: "Vede, in Italia la discesa in campo dei "tecnici" deriva indubbiamente da una certa debolezza della politica. Io non colpevolizzo i tecnici, in assoluto. Ma c'è tecnico e tecnico. Per me, come dimostra la mia vicenda, quando un tecnico è chiamato dalla politica si deve mettere al servizio del Paese. E non deve farsi prendere dal desiderio di potere. Deve limitarsi a compiere al meglio il suo incarico, e poi ritirarsi in buon ordine. Io l'ho sempre fatto. Lo feci nel '93 da presidente del Consiglio, quando in molti volevano che il mio governo diventasse 'sine die', e invece andai dal presidente della Repubblica a rimettere il mio mandato. Lo feci nel '96 da ministro del Tesoro, prima col governo Prodi e poi col governo D'Alema, a cui scrissi una lettera per dirgli che restavo ancora al mio posto ma solo perché "l'euro è un matrimonio celebrato, ma non ancora consumato", e per questo rimasi fino all'avvenuta consumazione del rito. Lo feci nel 2006 da presidente della Repubblica, quando resistetti alle sirene di chi mi chiedeva di restare al mio posto, e invece risposi di no, perché avrei introdotto un precedente inedito nella nostra storia, introducendo una forma di "monarchia repubblicana" che mal si confà alla nostra democrazia e alla nostra Costituzione". Anche oggi, quindi, per Ciampi dovrebbe valere la stessa regola. Se la "crisi della politica" dovesse riprodurre l'emergenza di una "supplenza" tecnica al governo, l'unico principio che dovrebbe valere sarebbe questo: rendere il proprio servizio al Paese, e poi fare un passo indietro. Ma questa, nella valutazione di Ciampi, è un'emergenza che la politica non dovrebbe consentire. L'anomalia della "surroga" è e deve restare un'eccezionalità. Nonostante le contraddizioni in cui si dibatte, la politica di oggi ha i mezzi e gli strumenti per dare le risposte che i cittadini si aspettano. E per riaffermare il proprio "primato". A Ciampi è piaciuta molto, la vecchia battuta che gli disse l'Avvocato Agnelli, ricordata su queste colonne quattro giorni fa da Ezio Mauro: "Se fallisce lei, dopo c'è solo un cardinale, o un generale?". Secondo il presidente emerito, quel tempo è finito. E non deve mai più tornare.


 

Il Foglio 26-5-2007 E’ il banchiere centrale il prossimo uomo-chiave nella rivolta dei borghesi

Monti, Montezemolo, Draghi

 

Titolato capo-macchina, il governatore è atteso al varco il 31 maggio per la stoccata finale al prodismo neoirista

 

Roma. Ora lo sbarco tocca a lui, al terzo uomo della scuderia borghese; dopo Mario Monti, dopo Luca di Montezemolo, è il turno del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Giovedì 31, terrà le considerazioni finali di quest’anno, le seconde del suo mandato di governatore. Lo sbarco del Mayflower dei volenterosi, dicono con ironia.
L’anno scorso Draghi cercò di innovare la complessa liturgia bankitalista, fatta di paragrafi schematici e di una lingua un poco aulica ed economicista. Parlò in modo semplice, per una mezz’ora. L’anno scorso, alle prese con le sue prime considerazioni finali, la principale novità era sè stesso, era la fine del governatorato di Antonio Fazio, la fine dell’egemonia tomista sul sistema bancario nazionale, dopo lo scontro del 2005: le opa bancarie su Bnl e Antonveneta concluse con la destituzione di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti e l’arresto di Gianpiero Fiorani (con l’appendice grottesca della scalata a Rcs da parte di un newcomer pasticcione, che era diventato a un certo punto il simbolo del ricambio nel sistema economico e finanziario reso asfittico e impenetrabile dalla logica dei patti di sindacato e del capitalismo di relazioni). Dunque, l’anno scorso Draghi si presentava come la fine di quella strana epopea – fatta di Carnegie all’italiana, di aspiranti commodori Vanderbilt della contrada Finocchio – che aveva illuminato la scena finanziaria a metà degli anni zero del secolo. Era Draghi il rappresentante di una classe dirigente internazionale – egli ha un Phd al Mit di Boston, preso l’anno prima di Francesco Giavazzi – e il capo psicologico di una intera generazione di economisti (da Alberto Alesina a Roberto Perotti ad Alberto Giovannini) molto liberale, molto orientata al mercato, cui presta la sua solida esperienza di uomo di potere. Perché Draghi è l’unico di questa rete di uomini di economia che può davvero considerarsi uomo di macchina. E’ stato il direttore generale del ministero ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi, e non solo. E’ stato quello delle privatizzazioni (e della crociera sul Britannia dirà qualcuno – ma, attenzione, come hanno spiegato Barucci e Federico Pierobon in un bel libro sulle privatizzazioni italiane, il ruolo delle banche d’affari straniere nelle privatizzazioni dei primi anni Novanta è ampiamente sopravvalutato: le banche d’affari internazionali fecero il loro business, le loro commesse, ma in quella fase l’acquisto diretto di proprietà delle ex partecipazioni statali da parte di imprese straniere fu irrilevante. E quanto alle commesse, a parte Mediobanca, solo le grandi case estere avevano esperienza di banche d’affari). E’ stato anche l’uomo dei Draghi boys, di quella infornata di ragazzi che veniva dalle banche londinesi, dall’Ocse, dai PhD americani e che sono stati per dieci anni un’avanguardia di tecnici e anche – a onor del vero – l’unico pezzo di nuova classe dirigente selezionata da un sistema che non aveva più partiti. Dunque, l’anno scorso Draghi, era questo: il leader di una comunità tecnocratica che aveva qualità di comando e attitudine al potere.

Qualcosa di più, oggi
Oggi è anche qualche cosa di più. Nell’ultimo anno, è stato molto abile. Ha lasciato fare ai player bancari nazionali e il processo di consolidamento è proseguito. Intesa Sanpaolo è stato il primo grande colpo, poi Banca Lombarda e Bpu, poi alcune altre integrazioni tra popolari e infine il colpo grosso, la nascita di Unicredit Group, l’unione tra la banca di Alessandro Profumo e quella di Cesare Geronzi, un’operazione che ha dato vita al secondo gruppo europeo e sesto nel mondo. Ma sull’operazione Unicredit Group, la maggior parte degli osservatori, degli analisti, dei giornalisti che seguono il settore ha osservato che il ruolo di Draghi è stato pro-attivo. Era favorevole a questa fusione. C’è chi vede in questo orientamento lo sguardo d’insieme, la visione del generalista, dell’uomo che sa come immaginare uno scenario. Unicredit Group è l’argine al rischio di una egemonia creditizia Intesacentrica, ed è pure un fattore di riequilibrio degli assetti del potere economico e finanziario, e delle conseguenze sui rapporti di forza politici. Non bisogna dimenticare – notano gli osservatori – che la grande Unicredit blocca Giovanni Bazoli su Generali, e anche sul Corriere della Sera. E oggi il Corriere è il centro di una pressione, ma anche della promozione di una élite che chiede spazi con voce forte. Il professor Draghi è molto prudente, ma il 31 sapremo, dalle reazione che susciterà, quale peso gli avversari della linea avviata da Monti e Montezemolo gli attribuiscono.

 

 

 


Il Corriere Economia 28-5-2007 Lo scontro in Europa sull'inno e la bandiera a cura di Ivo Caizzi

icaizzi@corriere.it

 

L'Unione europea resta ancora qualcosa di vago e misterioso per gran parte dei suoi 500 milioni di abitanti. Tra le rare entità recepite come simboli dell'unità dei 27 Paesi membri spiccano la bandiera azzurra a 12 stelle e l'inno (l'Inno alla gioia di Beethoven). Proprio per questo i premier euroscettici di Gran Bretagna, Olanda, Polonia e Repubblica Ceca, impegnati a bloccare il rilancio della Costituzione Ue e ogni tentativo di sviluppare l'Europa politica, intendono eliminarli. Nel Consiglio dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles il 21 e 22 giugno prossimi, puntano a ridimensionare la Carta Ue in un mini-trattato cancellando anche ogni riferimento alla bandiera e all'inno. La settimana scorsa, quando il premier olandese Jan Peter Balkenende è intervenuto nell'Europarlamento di Strasburgo, gli eurodeputati dei principali schieramenti hanno messo polemicamente sui loro banchi tante bandierine a 12 stelle. Il presidente dell'Europarlamento, il tedesco Hans-Gert Poettering, ha difeso la bandiera e l'inno. A sorpresa proprio il premier Romano Prodi, dopo un intervento nell'aula di Strasburgo a favore della Costituzione e contro il mini-trattato, si è detto disponibile a rinunciarvi. Prodi ha però aggiunto che "volere abolire i simboli che sono per i cittadini lo strumento più elementare di identificazione, la bandiera e l'inno, è una contraddizione enorme da parte di chi accusa l'Ue di essere lontana dalla gente". Il Corriere gli ha così chiesto se davvero non avrebbe più difeso la bandiera e l'inno. "Non ho rinunciato", ha risposto Prodi, facendo intuire esigenze di tattica negoziale. Il giorno di Gozi Doveva essere l'occasione per dimostrare la sua abilità su un terreno particolarmente congeniale. Ma l'ex euroburocrate trentanovenne Sandro Gozi, membro del gabinetto di Prodi quando a Bruxelles presiedeva la Commissione europea e poi imposto come deputato prodiano, è uscito male dalla visita a Strasburgo del premier, che da sempre solleva dubbi nella scelta dei suoi più stretti collaboratori. Il mancato inserimento di un incontro con gli eurodeputati della Casa delle libertà (Cdl) ha infatti provocato un incidente politico. Forza Italia, An e Lega hanno abbandonato la sala dove Prodi aveva convocato l'intera delegazione italiana dell'Europarlamento protestando per essere stati dimenticati negli appuntamenti con gli eurogruppi del capo del governo. Gozi si è subito affannato a giustificare ai giornalisti quell'esclusione effettivamente poco diplomatica. Ma non ha convinto. E le sue "scuse non richieste" hanno fatto sospettare una responsabilità dell'ex euroburocrate in questo pasticcio. Assenteismo Prodi ha riscosso consensi e applausi dagli eurodeputati del centrosinistra e del centrodestra annunciando l'impegno dell'Italia nel rilancio della Costituzione Ue. Il premier olandese Balkenende ha fatto un discorso meno euroscettico del solito, probabilmente temendo l'ostilità della larga maggioranza europeista. Ma è stato proprio l'Europarlamento a dimostrare la gravità della crisi dell'Europa. L'aula di Strasburgo appariva semi-vuota durante il discorso di Prodi e praticamente vuota quando parlava Balkenende.


 

La Stampa 27-5-2007 “Quattro statali su 10 sono di troppo” Il ministro della Funzione pubblica: è il momento di svecchiare. ANTONELLA RAMPINO

 

Ma non c’è solo il contratto di lavoro! Il problema è che l’informatizzazione deve comportare un cambiamento nel modo di lavorare degli statali. Un’operazione complessa. La pubblica amministrazione è come un aereo: prima era tutta di metallo. Poi piano piano abbiamo alleggerito il materiale del motore, la fusoliera, gli alettoni. Alla fine Boeing ha rivoluzionato tutto e non c’è più nessun riferimento con quel che conoscevamo prima. Nell’amministrazione statale lavoriamo per parti, ma alla fine della storia non potranno convivere la carta e il computer. Dovremo arrivare a pensare informatico, cambiare atteggiamento. Chiaro che servirà un downsizing: adesso il turn-over degli statali è bloccato, ma sei persone possono fare quello per cui oggi ce ne sono dieci. Il punto è che quei sei dovrebbero essere giovani: la tecnologia dell’informazione per loro è semplice, difficilissima per le persone di mezz’età. Lo dico sempre a Fioroni: smettiamo di insegnare l’information technology a scuola: usiamola per insegnare il resto, invece». Bum. Chi parla non è Pietro Ichino, il professore che ha fustigato l’inefficienza e l’assenteismo degli statali. Chi sostenere che la pubblica amministrazione nei prossimi anni deve essere investita da quel processo di downsizing (mandare a casa i lavoratori) è il ministro della Funzione Pubblica. Un po’ professore alla Negroponte (Nicholas, per via della convinzione che «la tecnologia serve a combattere la disoccupazione»), un po’ giardiniere alla «Oltre il giardino», Luigi Nicolais guida un ministero che raccoglie in sé Funzione Pubblica e Innovazione (quel che facevano nel precedente governo Baccini più Stanca). Una specie di marziano che si aggira nel Palazzo a Roma, anche perché quando si mette a parlare di spin-off e open-source durante le riunioni di governo, non sono pochi quelli che strabuzzano gli occhi. Stesse reazioni in piazza, quando fa i comizi a Torre Annunziata per la Quercia. Se glielo fanno notare, lui che ha spirito napoletano, ride e con l’inequivocabile inflessione aggiunge «è vero, io stavo all’Università, mai mi sarei sognato di mettermi in politica. Fino sette anni fa non sapevo neppure cosa fosse un’amministrazione pubblica...».

L’Università è la Federico II, e Nicolais ne era l’anima, uno di quei personaggi come ce ne sono a Napoli che hanno ottimi rapporti transatlantici e oltremanica, ma scarsissimi con le italiche realtà. Infatti, il professore ha insegnato in Connecticut e a Seattle: la sua materia sono i polimeri, le molecole che servono per i computer come per i pezzi di ricambio umani. È appassionato anche di biomateriali. Da buon italiano, Nicolais è un inventore - 17 brevetti in curriculum - e ha congegnato un particolare tipo di cellulosa che serve agli obesi per combattere la ciccia: un grammo è capace di assorbire fino a mille volte il proprio peso. Da assessore regionale ha cercato di portare a Napoli Boeing e Microsoft, da ministro ha scartato Bill Gates e puntato sui programmi informatici liberi, e a costo zero. Laico, sposato due volte, ha trovato il tempo per esaudire un desiderio del cardinal Sepe, informatizzare e connettere tra loro venti parrocchie napoletane. E alla politica deve averci preso gusto. Raccontano abbia un filo diretto con Prodi, raccontano di rapporti personali con Giorgio Napolitano (spesso sale al Colle), che sia molto apprezzato anche da Cesare Pistorio e Luca Montezemolo. Se ne parla come del successore designato di Bassolino (e che quest’ultimo l’abbia rifilato a Prodi proprio per evitare una successione precoce), così come il margheritino Antonio Polito potrebbe raccogliere l’eredità di Rosa Russo Jervolino.

Intanto c’è da girare la boa del contratto degli statali. «Il Riformista» l’ha bacchettato: «Troppe gaffe», perché aveva anticipato «l’aumento medio per gli statali sarà di 101 euro». Nessun riferimento, per fortuna, a quel che più allarma i sindacati: «gli statali debbono cambiare modo di lavorare». Disturbato in un momento di relax trascorso a studiare nuovi innesti di peperoncino nel giardino di Ercolano, ridacchia sornione: «forse è vero, io sono un impolitico...». Gli amici di Roma, del resto, lo chiamano «il giardiniere». Ma sono tutti fan di «Oltre il giardino».


 

Il Piccolo di Trieste 28-5-2007 La famiglia come risorsa. Giampaolo Valdevit.

 

L'hanno intitolato Casta, indicando con ciò chi vive e, stando a quel che raccontano, piuttosto bene di politica. A più d'uno il concetto è sembrato esagerato, è sembrato far riaffiorare un vecchio male italiano: il qualunquismo. Con maggior sofisticazione altri, soprattutto a sinistra, hanno parlato di antipolitica, un concetto più recente, che si potrebbe definire come la reincarnazione del qualunquismo in chiave moderna. Per costoro l'antipolitica sarebbe l'atteggiamento del cittadino che si astrae dal pubblico ed è soddisfatto di vivere nel privato fatto di famiglia, lavoro, relazioni sociali e ovviamente anche interessi. Letta in chiave politica l'antipolitica - mi si passi il bisticcio - sarebbe la riproposizione del conservatorismo, non certo di quello bacchettone di una volta, tutto Dio casa e famiglia, ma di un conservatorismo che si modernizza e che si lascia conquistare dalla faccia sorridente e dal trasudante ottimismo di Berlusconi. Ma si può anche pensare che Gian Antonio Stella abbia colto nel segno. Fra l'altro non è certo da oggi una casta il mondo della politica: lo è quanto meno dagli anni Ottanta, ma allora per comportarsi in quanto tale si dovevano fare le porcherie che sono poi diventate note a tutti. Dopo lo scandalo di Tangentopoli si è perciò dovuto provvedere diversamente. Oggi ciò che si suole definire il costo della politica è tutto in ordine, tutto stabilito da leggi, regolamenti, ecc., è tutto trasparente, si potrebbe dire: ecco, la casta è diventata trasparente. Ma cosa vuol dire casta? Come si sa, caste sono quegli organismi sociali che fanno di tutto per distinguersi dalla massa, per non confondersi con essa. Non può stupire che una simile definizione prima di tutto non piaccia ai politici, visto che almeno una parte di loro afferma di essere unicamente interessata al bene comune. Allora cosa fa la casta per dimostrare che i politici sono avvertiti e sensibili di fronte ai problemi con i quali gli italiani devono arrabattarsi ogni giorno? Da un lato organizza, con la complicità di giornalisti contigui ad essa e dipingendosi la tristezza in faccia, grandi dibattiti sulla recente povertà degli italiani, sul fatto che sempre più sono coloro che non ce la fanno ad arrivare al 27 di ogni mese; ne abbiamo visti e sentiti un sacco e una sporta, fino alla nausea, è diventato quasi un genere televisivo. Dall'altro lato, più recentemente, organizza i family day (o come altrimenti li chiamano). Le une e le altre sono rappresentazioni teatrali; per inciso, anche Pezzotta, l'organizzatore del family day cattolico, che sembra voler costituire il Pfi, il Partito delle famiglie italiane, non dovrebbe dimenticare di appartenere anche lui alla casta: sono mica pochi i sindacalisti, diciamo così, prestati alla politica o entrati nei consigli di amministrazione di qualche ente pubblico. Penso che chiunque di noi avrebbe più di un caso da segnalare al riguardo. Ora questa famiglia, che chi sta sui palchi dei family day rappresenta come qualcosa che sta sull'orlo del baratro e si propone ovviamente di portare in salvo, non è invece così malridotta. È ancora la più solida delle strutture sociali italiane. A differenza di quel che si racconta il patto fra generazioni esiste ed è solido. Al di là delle apparenze, esisteva anche ai tempi del mitico Sessantotto quando si amava dire che padri e figli stavano sui lati opposti della barricata. Nei termini in cui lo vediamo in atto ancor oggi, questo patto esiste in sostanza dall'epoca del baby boom degli anni Cinquanta e Sessanta. Quanto oggi conta è che attraverso questo patto passano prima di tutto affetti (che fanno in ogni caso bene alla società nel suo complesso) ma anche risorse: da chi ha di più a chi ha di meno, in modo che chi ha di meno possa riuscire a stare al livello di chi ha di più e non cadere in basso. Passano risorse, che permettono non a tutti, certo, ma a molti sì di trovarsi ancora a proprio agio, giovani o vecchi che siano, nella società dei consumi anche se hanno una paga o una pensione inferiore, o ben inferiore ai mille euro. Sono travasi di risorse che nessuno quantifica, ma si potrebbe farlo: basterebbe guardare di più ai consumi e di meno ai redditi, come invece suol fare chi compila le statistiche sulla ricchezza degli italiani. Ecco cos'è in definitiva la famiglia: è la sede del più colossale esperimento di sussidiarietà. Se anche quest'idea è nata nell'ambito pubblico, da tempo ormai è nel privato che assume le sue forme più concrete. Dei family day, di destra o di sinistra, laici o cattolici, e dei loro pomposi discorsi le famiglie italiane non sanno che farsene. Perché? Perché nella vita di tutti i giorni sono andate ben oltre e da tempo rispetto a questi discorsi. Come dire, sono più avanti della politica. Ecco il curioso della nostra casta politica: vorrebbero stare davanti, come tutte le caste amano fare, stanno invece indietro, e ben indietro.


 

Il Messaggero Veneto 28-5-2007 La sentenza. Nessun credito scolastico, in vista della maturità, a chi ha frequentato le lezioni L'ora di religione sconfessata da un verdetto emesso dal Tar

 

L'ora di religione potrà anche contribuire a salvare le anime dall'inferno, ma di sicuro non renderà esente chi la frequenta dalla graticola dell'esame di Stato: niente crediti scolastici al 70% di 2 mila candidati provinciali. Lo ha deciso il Tar del Lazio e la guerra di religione va ai supplementari. La sentenza sospende la valutazione dell'ora di cattolicità che era stata sdoganata dal ministro dell'Istruzione Fioroni. Ciò sul fronte dei punteggi da assegnare in dote ai maturandi (norma del 14 marzo scorso). Scrutini 2007 rigorosamente laici e il fronte dei cattolici è pronto alla protesta. "Ci hanno scippato il diritto di voto negli scrutini - hanno protestato alcuni docenti provinciali -. E la pari dignità della nostra materia? Disattesa". Il tribunale la pensa diversamente. "La norma configura l'insegnamento della religione come materia extracurricolare - recita l'ordinanza 2408 pronunciata il 23 maggio dal Tar -, il giudizio per coloro che se ne avvalgono non fa parte della pagella ma deve essere comunicato con una separata, speciale nota". I giudici hanno deciso che per il momento, non si può fare. "Includere l'insegnamento della religione cattolica nei crediti scolastici è sbagliato - hanno commentato i sindacalisti Flc-Cgil di Pordenone, con l'associazione Scuola della Repubblica ha presentato il ricorso con gli studenti -. I docenti di religione non possono votare nell'attribuzione del credito scolastico, perché sarebbe discriminante per tutti gli studenti che non si avvalgono della disciplina. Che, va ricordato, è opzionale". Vinta una battaglia, mica la guerra. Religione "out", perché dalla maturità la valutazione si allarga a tutte le classi? Gli azzeccagarbugli della scuola hanno il bel da fare, per capire se il giudizio di cattolicità è determinante per bocciare o promuovere e c'è da aspettarsi contenziosi. Sull'esame di Stato, invece, un'altra schiarita. "Le insufficienza non compromettono l'ammissione alle prove di maturità - hanno chiarito dal ministero di viale Trastevere -. Fino al 2009, ammessi anche gli studenti con debiti se i professori danno il nulla osta". Chiara Benotti.


 

Il Corriere Economia 28-5-2007 Fai un mutuo? Vinci la caffettiera Banche Raccolte a punti su prestiti e servizi. Per aumentare i margini Premi fedeltà contro la fuga dei clienti

 

Per avere la macchina del caffè espresso De Longhi bisogna fare un mutuo: con la Popolare di Milano. L'istituto guidato da Roberto Mazzotta ha da poco lanciato il programma fedeltà "Punta su di te": più usi i prodotti della banca, più punti per i premi accumuli. Il mutuo vale un punto ogni 10 euro erogati, la macchina del caffè vale 28 mila punti, et voilà: con un finanziamento da 280 mila euro l'espresso è servito. Preferite il cavatappi professionale Brandani? Sono 2.300 punti con il programma GranPremio Mondo Bancoposta delle Poste Italiane: si raggiungono sottoscrivendo una polizza. Il premio più ambito è la bicicletta Stratos uomo Atala, ma in Unicredit ci vogliono 52.350 punti: conquistabili in due anni spendendo 2 mila euro al mese con la carta di credito. I programmi di fidelizzazione a punti per i correntisti, sull'esempio dei supermarket o dei benzinai, sono l'ultima trovata delle banche italiane, per due motivi. Primo, non perdere clienti: chiudono il conto due milioni di correntisti all'anno, dice l'Abi. Secondo, spingere i clienti all'uso dei prodotti che più rendono in commissioni: Pagobancomat e carte di credito, prestiti e mutui, investimenti su titoli. I programmi a punti sono partiti in sordina qualche anno fa, in testa Sanpaolo e Unicredit. Ma ora sono dilagati. E mentre all'inizio l'adesione era automatica, ora è perlopiù volontaria: "Per generare consapevolezza nel cliente", dice Stefano Pedron, direttore generale di Jakala Promoplan, agenzia di marketing relazionale guidata dall'amministratore delegato Matteo de Brabant e dall'ex amministratore delegato dell'Autogrill, Paolo Prota Giurleo. Jakala vede ormai le banche in testa alla lista dei committenti. "I programmi di fidelizzazione per gli istituti di credito ? dice Pedron ? oggi coprono, con 6 milioni di giro d'affari, il 20% del fatturato della nostra divisione Marketing solution, che è di 30 milioni di euro. È un business che può crescere del 30% l'anno. Oggi ci sono almeno una decina di banche che propongono questi programmi". Solo per citarne alcune, oltre alla Bpm e alle Poste: c'è Unicredit con il programma "Millegenius" e Intesa Sanpaolo con "Executive", la Cassa di risparmio di Asti con "A che punto sei? " e la Popolare di Vicenza con "Operazione Gran Premio". Senza contare il settore delle carte di credito, dove troviamo CartaSì e Bankamericard, American Express e Prestitempo. "Premiamo l'utilizzo del conto in modo evoluto ? dice Francesco Signoretti, responsabile marketing privati di Unicredit Banca ?. Spingiamo all'uso delle carte di pagamento perché vogliamo ridurre la circolazione di contante, che aumenta i costi dei nostri servizi". Funziona? Pare di sì. "Ogni anno l'uso delle carte da noi aumenta del 15-20%", dice Signoretti. E Pedron di Jakala conferma: "I programmi a punti possono spostare i comportamenti dei clienti in modo significativo: si calcola aumentino del 20-30% l'utilizzo di carte di credito e Bancomat, del 20% quello del canale online, del 30-50% le masse investite su prodotti della banca". Non è poco per i margini delle banche. C'è una precisa scala di valore nell'attribuzione dei punti bancari. In testa ci sono risparmio gestito, polizze e prestiti. Alla Bpm, per esempio, il compleanno del conto corrente vale 100 punti, usare il Pagobancomat per una spesa mensile di 500 euro vale 131 punti, aprire un prestito di 9 mila euro porta 3 mila punti e investire 20 mila euro in fondi comuni dà diritto a 4 mila punti. Al Bancoposta, invece, svettano chiaramente per "premio raggiungibile" i prestiti personali e i mutui, con 4.500 punti ciascuno; seguono la polizza vita e i titoli sul mercato primario (2.500), quindi i fondi. "Ma il meccanismo è diverso rispetto ai premi della grande distribuzione e dai benzinai ? dice Pedron ?. Qui i prodotti sono di marca e tecnologici, inoltre vengono consegnati in 15-20 giorni, contro i 180 consentiti dalla legge: è fondamentale che la customer experience sia positiva, perché le banche ci chiedono questo, di aumentare il valore della relazione col cliente". "Il nostro obiettivo è diventare la banca principale, di riferimento, in una piazza multibancarizzata come Milano ? dice Carlo Panella, responsabile Crm del gruppo Bpm, che ha visto 50 mila clienti aderire in due mesi al programma, partito in aprile ?. E tenere a zero la perdita di clienti". Questo è il punto. ALESSANDRA PUATO.


INDICE 27-5-2007

 

La Repubblica 27-5-2007 Montezemolo e il sogno della nuova borghesia EUGENIO SCALFARI 1

Il Corriere della Sera 27-5-2007 La Seconda Repubblica è stata solo una promessa IL discredito della politica di ANGELO PANEBIANCO  3

L’Unità 27-5-2007 Lo specchio FURIO COLOMBO  5

La Gazzetta del Sud 27-5-2007 I costi del Palazzo Arriva lo slogan "assolutorio": antipolitica MARIO CALIGIURI 6

Il Mattino di Padova 27-5-2007  Padre Luciano Bertazzo. Parla il francescano che dirige il Centro studi antoniani al Santo La provocazione cristiana "Vicini all'inquietudine umana, senza imporre verità" Ruini o Martini? La domanda di senso nel bene e nel male è insita nel nostro dna Tra fede e ragione esiste una dialettica ma non c'è antitesi" GABRIELLA IMPERATORI 7

Il Riformista 27-5-2007 Propongo un’aquila bicipite come stemma per la repubblica italo-vaticana FEDERICO ORLANDO RISPONDE  9

La Repubblica 27-5-2007 Truffa sugli apparecchi acustici - PAOLA CASCELLA  9

 


La Repubblica 27-5-2007 Montezemolo e il sogno della nuova borghesia EUGENIO SCALFARI

 

NELLA vignetta di Altan pubblicata ieri dal nostro giornale uno dei due consueti protagonisti dice fissando l'altro: "Confindustria all'attacco" e l'altro con la mano in tasca e il basco di traverso risponde: "Speriamo in una forte risposta della Conferenza episcopale". Ha ricordato Ezio Mauro nel suo editoriale dell'altro giorno che molti anni fa, in analoghe circostanze, l'avvocato Agnelli di fronte alle pressioni di chi auspicava una sua "scesa in campo" nell'agone politico, commentò: "Ipotesi ad alto rischio. Se fallisce non resta che ricorrere a un generale o a un cardinale". I nostri generali sono leali alla Repubblica; i cardinali sono extraterritoriali, la loro verità viene da un altrove. A quindici anni di distanza uno dall'altro, Agnelli e Altan hanno colto perfettamente la fragilità della democrazia italiana quando la politica si infiacchisce e la società ripiega sui suoi "spiriti animali". * * * Televisioni e giornali da qualche settimana sono pieni di dibattiti e inchieste sul costo della politica. Il libro dei bravissimi Stella e Rizzo ha dato la stura ad un Niagara di dati, testimonianze, invettive, denunce, che documentano sprechi, arricchimenti illeciti, ruberie, rendite di posizione, privilegi, tutti sulla pelle e con i soldi dei cittadini, vittime designate, agnelli sacrificali di tanto malaffare. Tra i molti pezzi di bravura nel proporre e in un certo senso imporre questa agenda all'opinione pubblica si è distinto martedì scorso Enrico Mentana in due ore e mezzo di dibattito nella sua trasmissione "Matrix". Merita di essere segnalato perché il montaggio televisivo era di rara efficacia. Partiva documentando che il costo complessivo dell'attività politica vera e propria ? stipendi dei ministri, dei parlamentari, degli eletti nelle Regioni e negli enti locali, dei loro portaborse, del finanziamento dei partiti e dei giornali di partito ? ammonta a 4 e più miliardi (la stessa cifra è stata ripresa da Montezemolo nella sua allocuzione all'assemblea della Confindustria). Ma questo è solo l'inizio, l'antipasto, incalzava Mentana dal video di Canale 5. E via una serie serrata di quadri, brevi inchieste, tabelle sinottiche da lasciarti senza fiato, nelle quali si avvicendavano le cifre del debito pubblico, gli stipendi pagati ai dipendenti dello Stato e del parastato, il costo delle Ferrovie, il peso delle imposte e infine l'intero ammontare della spesa pubblica, cioè la metà di tutto il prodotto italiano, imputato in blocco al costo della politica. In studio due o tre personaggi con volti gravi e occhi spiritati annuivano e rilanciavano.

Quando ho spento il televisore (era quasi l'una dopo mezzanotte) ero francamente spaventato. A tal punto che lo stesso dibattito mi è ricomparso in sogno con le sembianze dell'incubo e la sensazione di essere fisicamente stritolato da una morsa che si stringeva su di me togliendomi l'aria e il respiro. Enrico Mentana, quando ci si mette, è bravo, non c'è che dire. * * * Il 27 dicembre del 1944 Guglielmo Giannini fondò il settimanale "L'Uomo qualunque", che ebbe come insegna un omino inerme schiacciato da un torchio. Il primo numero tirò 25 mila copie ma appena cinque mesi dopo, nel maggio del '45, era già arrivato a 850 mila. Lo scopo del settimanale era di dar voce all'uomo della strada contro i partiti di qualunque colore, contro lo Stato, contro il centralismo, ovviamente contro il comunismo e contro "gli antifascisti di professione". Il 21 giugno di quello stesso anno nasce il governo presieduto da Ferruccio Parri che per Giannini diventò il bersaglio numero uno. Lo scontro aumentò il successo del settimanale. Sotto la spinta d'un vento così favorevole Giannini fondò il partito dell'Uomo qualunque; si aprirono sedi in tutta Italia, il giornale superò il milione di copie, fu tenuto a Roma il congresso di fondazione. Il programma approvato all'unanimità "concepisce lo Stato come semplice ente amministrativo e non politico. Lo Stato deve essere presente il meno possibile nella società. L'economia deve essere lasciata totalmente ai privati in un sistema totalmente liberista". I punti cardine del partito enumerati nel programma erano: Lotta al comunismo. Lotta al capitalismo della grande industria. Propugnazione del liberismo economico individuale. Limitazione del prelievo fiscale. Negazione della presenza dello Stato nella vita sociale del Paese. Il 2 giugno del '46 "L'Uomo qualunque" si presentò alle elezioni per l'Assemblea Costituente, ottenendo 1.211.956 voti, pari al 5,3 per cento, diventando il quinto partito italiano dopo la Dc, i socialisti, il Pci e l'Unione Democratica Nazionale di Croce, Orlando, Nitti. Ebbe 30 deputati. Nel '47, quando De Gasperi ruppe con le sinistre, l'Uomo qualunque appoggiò il governo centrista, ma questo fu l'inizio della sua fine. I qualunquisti finirono per confluire nel Partito monarchico e nel neonato Movimento sociale. Fino al 1947 il giornale e il partito ricevettero sostegno finanziario dalle associazioni agrarie meridionali e dalla Confindustria. * * * Qualunquismo, antipolitica, populismo, demagogia: sono quattro parole che configurano modalità ed esprimono modi di sentire abbastanza simili, pur non essendo termini sinonimi. Nella vita pubblica italiana queste modalità e questi sentimenti rappresentano una costante da molti anni, dalla fondazione dello Stato unitario ma anche prima, soprattutto nelle province del Mezzogiorno. Una costante, ma per fortuna non una dominante se non a tratti e per brevi periodi. Per diventare dominante ci vogliono condizioni che esaltino quella costante e la propaghino nella psicologia di massa. Una condizione è la debolezza dell'autorità politica. Un'altra è la debolezza delle organizzazioni dei lavoratori. Un'altra ancora è l'assenza d'una borghesia forte e responsabile. E il proliferare delle corporazioni e dei sindacati corporativi. L'ultima condizione infine è la presenza di demagoghi e populisti capaci di cavalcare il qualunquismo e trasformarlo in una forza d'urto che pervada le istituzioni e le offra al potere dei demagoghi di turno. * * * Ho letto con molta attenzione l'omelia, o se volete la "lectio magistralis" di Luca Cordero di Montezemolo e ne ho sottolineato i passi salienti, i punti di consenso e quelli “ dal mio punto di vista “ di dissenso. Poiché molti amici e lettori mi hanno chiesto di esprimere un'opinione in proposito, dirò che i punti di consenso sono nettamente superiori a quelli di dissenso, sicché ? sia pure con alcune note a margine ? potrei concludere con un'approvazione finale. Le note a margine riguardano: 1. Il mancato riconoscimento del risanamento finanziario come premessa indispensabile della ripresa economica. 2. Il merito della ripresa attribuito soltanto agli imprenditori e al mercato. 3. Il silenzio sulle responsabilità di molti imprenditori in operazioni truffaldine che hanno pesantemente colpito il risparmio e la fiducia. 4. Le leggi e le politiche dissennate del quinquennio berlusconiano, per terminare con una legge elettorale votata da tutto il centrodestra a cominciare dall'Udc di Casini, che ha reso ingovernabile il Parlamento e il Paese. Non sono note a margine trascurabili, ma le tralascio: sono state già segnalate e approfondite nei giorni scorsi, sicché le do per note, lo stesso Montezemolo del resto mi pare che le abbia riconosciute come valide e ne abbia fatto ammenda. Confermo che, nonostante tali rilievi, la "lectio" confindustriale mi pare meritevole di consenso. Però... * * *

 Il punto in questione riguarda la nascita d'una nuova borghesia. Montezemolo ha più volte insistito su questo aspetto e c'è ritornato nelle dichiarazioni del giorno dopo: è nata una nuova borghesia che sta facendo la sua parte. Lavora come e più di tutti. Effettua investimenti. Innova i prodotti e i processi di produzione. Accorcia lo svantaggio competitivo. Ha ridato slancio alle esportazioni. In forza di questi meriti la nuova borghesia chiede, anzi pretende: meno tasse sulle imprese, piena mobilità del lavoro, ammortizzatori sociali adeguati, liberalizzazioni in tutti i settori, riforma delle pensioni in armonia con gli andamenti demografici, riconoscimento del merito in tutti i settori e a tutti i livelli. La nuova borghesia ha già fatto ciò che il Paese si attendeva e continuerà a farlo, ma non può esser lasciata sola. Il governo finora è stato inadeguato e indeciso. Partiti e Parlamento altrettanto o peggio. Opposizione forse pure. Si mettano dunque al passo. Gran parte di queste richieste sono condivisibili, anzi sacrosante. Per quanto ci riguarda le sosteniamo da mesi, anzi da anni. Ma l'osservazione che qui solleviamo riguarda la nuova borghesia, innovatrice, liberista e liberale, corretta con le regole del mercato. E dunque meritevole. Con quel che segue. è già nata questa nuova borghesia, amico Montezemolo? E quando? Lei stesso fa datare il risveglio, la ripresa, l'innovazione a due-tre anni fa. Più o meno dall'inizio della sua presidenza in Confindustria. Prima di allora, è verissimo, l'innovazione era ridotta ai minimi termini, gli investimenti languivano, il Pil aveva addirittura cessato di crescere. Crescita zero. Non voglio discutere le sue capacità salvifiche ma chiedo: in tre anni, in un paese dal quale la borghesia è scomparsa da almeno vent'anni, ce la troviamo rinata all'improvviso come Minerva che uscì armata di tutto punto dalla testa di Zeus? Non è credibile. Le esportazioni sono aumentate. Verso quali aree del mondo e in quali settori della produzione? Lei lo sa benissimo. Perché non lo ha detto? Gli investimenti. Quelli privati la soddisfano perché sono aumentati di ben il 2,3 per cento. Ma più oltre lei lamenta che quelli pubblici sono aumentati "soltanto" del 4 per cento. Quattro non è forse il doppio di due? C'è un punto della sua relazione in cui lei, giustamente, lamenta l'evasione fiscale enorme e il sommerso altrettanto enorme. Ha ragione. Ma chi evade? E chi si sommerge? Che mestieri fanno i sommersi e gli evasori? Fanno molti e vari mestieri, ma concederà che quelli che pagano con il sostituto d'imposta evadono infinitamente meno di tutti gli altri. Ne dobbiamo dedurre che gli evasori sono tutti e soltanto i liberi professionisti? Lei non ha parlato delle violazioni delle regole di mercato. Uno dei suoi vicepresidenti seduto accanto a lei ne rappresenta un luminoso modello: quello di aver controllato fino a ieri la più grande società per azioni italiana rischiando in proprio l'1 per cento del capitale. Sono questi i meriti da imitare e riconoscere? * * *

Gentile presidente di Confindustria, di Fiat, di Ferrari e di parecchie altre iniziative certamente meritevoli, noi abbiamo la sensazione che la nuova borghesia non sia ancora nata e ? purtroppo ? sia ancora sulle ginocchia di Giove. Lei fa benissimo ad auspicarla. Fa benissimo a dedicare i tre quarti del suo discorso ad una politica insufficiente e indecisa. Fa benissimo a parlare più da cittadino che da capo della sua associazione. Ci ruba un po' il mestiere, ma ben venga. Per fortuna per farci conoscere qualche cosa di più approfondito sui problemi dell'industria italiana c'è stato, dopo il suo, l'intervento del ministro Bersani. Se la platea dell'Auditorium fosse stata popolata dalla nuova borghesia, Bersani avrebbe avuto applausi appena appena inferiori a quelli avuti da lei. Non la pensa anche lei così? Non l'ha un po' colpita constatare che l'ovazione più lunga al suo discorso è venuta quando lei ha scandito che gli industriali non pagheranno un solo euro di più di tasse? Dichiarazione ineccepibile. Da sottoscrivere. L'aveva già detto Mario Monti. Non parliamo di Giavazzi. Vedrà che il 31 maggio lo ripeterà Draghi e sarà più d'una triade, sarà un quadrumvirato. Ci vogliamo aggiungere anche Pezzotta e i cardinali? Per finanziare tutte le richieste che vengono i soldi ci sono: basta cancellare il debito con un colpo di bacchetta, abolire la spesa pubblica seguendo le indicazioni di Matrix, e oplà, non è poi così difficile. I soldi si trovano sempre. Basta decidere da quali tasche prenderli. Lei mi risponderà: dal sommerso e dall'evasione. Perfetto, è il programma del governo Prodi. Visco ci sta provando e qualche risultato è già arrivato. Forse è per questo che stanno facendo il tiro a bersaglio su di lui. Le do una cifra, amico Montezemolo: la vecchia borghesia ? la sola che l'Italia abbia avuto in 150 anni di storia unitaria, la cosiddetta destra storica ? pagò attraverso l'imposta fondiaria il 52 per cento di tutte le entrate tributarie dello Stato nel periodo in cui governò, tra il 1861 e il 1876. Il 52 per cento. Era una borghesia composta interamente da proprietari fondiari. Le entrate extra tributarie vennero dalla vendita dei beni ecclesiastici, avocati allo Stato e venduti da Marco Minghetti. Purtroppo tarderà a nascere, se nasce, una borghesia di quel conio, che nazionalizzò le ferrovie e le assicurazioni sulla vita.

 


 

Il Corriere della Sera 27-5-2007 La Seconda Repubblica è stata solo una promessa IL discredito della politica di ANGELO PANEBIANCO

 

Ciò che più impressiona delle reazioni negative di tanti uomini politici alla spietata e documentata analisi-denuncia del presidente di Confindustria è che nessuno, dico nessuno, di quei critici è stato capace di contestare nel merito anche una singola virgola di quanto Montezemolo ha sostenuto. Nessuno, fra i professionisti della politica, è in grado di negare che la politica, e il sistema pubblico che da essa dipende, siano ormai un motore ingrippato, e la principale causa dei mali italiani. In quella che alcuni chiamano "crisi della politica" va distinto l'aspetto congiunturale da quello strutturale. C'è una crisi specifica, contingente, legata alla natura della coalizione oggi al governo. Una parte della paralisi decisionale che ci attanaglia dipende dalla debolezza della maggioranza e, in particolare, dal suo vero fallimento: l'incapacità di "costituzionalizzare le estreme". Nessuna democrazia bipolare può funzionare se le estreme non vengono addomesticate e controllate, se hanno un ruolo rilevante nelle politiche di governo. È dalla nascita del governo Prodi che le estreme, non addomesticate, hanno quel ruolo. Con effetti devastanti per i consensi all'esecutivo. La mancata costituzionalizzazione delle estreme ha ricadute su tutti gli aspetti delle politiche pubbliche, si tratti del blocco di infrastrutture vitali, di tasse e spesa pubblica, della sicurezza, o della politica internazionale del Paese. Si pensi a ciò che accadrà fra pochi giorni: l'estrema sinistra riceverà, come componente del governo, il presidente degli Stati Uniti, partecipando contemporaneamente a una manifestazione contro di lui. L'aspetto congiunturale della crisi si incontra con l'aspetto strutturale, perché una politica paralizzata dalla mancata costituzionalizzazione delle estreme infligge un colpo mortale alla democrazia bipolare, porta acqua alle tesi di coloro che (a loro volta sbagliando, a causa di una memoria troppo corta) pensano che un sistema "bloccato al centro", un sistema con un nuovo centro eternamente governante sia la soluzione per i mali italiani. Aspetti congiunturali a parte, c'è dunque una crisi di sistema: dipende dal fatto che la Seconda Repubblica non è mai nata, è stata solo una promessa o un miraggio che ci ha accompagnato dai primi anni Novanta, e adesso che la promessa è svanita ci ritroviamo ancora a vagare fra le macerie della Prima Repubblica, senza che siano in vista soluzioni. Gran parte dei mali attuali della politica sono segni di una crisi di sistema a cui nemmeno un nuovo ricambio di governo, checché ne dicano le opposizioni, potrà porre veri rimedi. Sappiamo qualcosa su come e quando cambiano le democrazie. Sappiamo che esse non cambiano solo perché sono in crisi: possono restare in quella condizione per decenni, immobili, mentre trascinano lentamente alla rovina il Paese. Le democrazie cambiano solo quando (di solito, a seguito di una crisi repentina e drammatica) si apre, per un breve momento, una "finestra di opportunità", e appaiono leader capaci di imporre una radicale ristrutturazione delle regole del gioco. La fine del "primo sistema politico" della Repubblica avvenne per il combinato disposto di un mutamento geo-politico (la fine della guerra fredda), una crisi finanziaria, e l'intervento della magistratura. Avemmo una mezza Algeria ma senza un de Gaulle, senza incontrare un leader davvero all'altezza della situazione. Si aprì comunque una finestra di opportunità che consentì alcune limitate innovazioni, come la legge maggioritaria del 1993, le leggi sull'elezione diretta di sindaci e presidenti regionali e l'alternanza al governo. Quella finestra di opportunità si è chiusa da un pezzo. Non ne sortì quella riforma complessiva delle istituzioni che avrebbe dovuto fare dell'Italia un'efficiente democrazia bipolare. E quando i partiti ebbero modo di riorganizzarsi tornammo addirittura indietro (con la riforma elettorale voluta dal governo Berlusconi). Berlusconi, appunto. Di lui si deve parlare, essendo stato il vero dominus, nel bene e nel male, della politica italiana dal '94 ad oggi e, ci dicono i sondaggi, lo sarà ancora a lungo. Berlusconi non è l'uomo nero che molti si ostinano a dipingere e ha fatto, insieme a cose sbagliate, e anche sbagliatissime, anche diverse cose buone. Il suo vero grande limite è che fece al Paese la promessa di una rivoluzione liberale e non l'ha mantenuta. Credo che stia proprio in quel fallimento la causa della crisi di sistema. Berlusconi ha avuto, per un momento, l'occasione di dare uno sbocco positivo alla crisi della Prima Repubblica ma l'ha in grande misura sprecata. Non è stato né de Gaulle (il costruttore di nuove istituzioni) né Thatcher (l'artefice di una rivoluzione neo-liberale). Per questo ora ci ritroviamo, dopo un lungo giro, di nuovo al punto di partenza, alla crisi di sistema così come l'abbiamo conosciuta alla fine degli anni Ottanta. Né sembra che Berlusconi ne abbia tratto insegnamento. È vero che è il "popolo", e non la Confindustria o i tecnici, che deve scegliere i governi, ma sono le élite che devono trovare le soluzioni politiche tecnicamente valide per dare soddisfazione alle aspirazioni del popolo. Uno dei problemi del governo Berlusconi fu che mancarono soluzioni tecnicamente adeguate per realizzare, su diversi fronti, la promessa rivoluzione liberale. Non ci sono buone notizie in vista (a parte il referendum, ma non basta). Non si vedono all'orizzonte nuove "finestre di opportunità". Anche per questo il tanto parlare che ancora si fa di riforme costituzionali sa di imbroglio. Un Paese che discute da più di vent'anni di tali riforme e non le fa è un Paese malato. E la sua è una malattia morale. Nella classe politica, a sinistra e a destra, ci sono diverse personalità di prim'ordine. Esse ingiustamente patiscono del discredito in cui è caduta la politica. Nessuna di loro, singolarmente, può fare nulla per risolvere la crisi. Ma è forse tempo che i migliori delle due parti si siedano intorno a un tavolo per tentare di capire che cosa è umanamente possibile fare al fine di bloccare il degrado della democrazia italiana.

 


 

L’Unità 27-5-2007 Lo specchio di Furio Colombo

 

A pagina 11 del libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella La Casta ci sono anch'io. Sono, benché non nominato, il direttore dell'unico giornale italiano che aveva denunciato le allegre vacanze dell'allora ministro della Giustizia Castelli. "Bed and breakfast" nella splendida località di Is Arenas, in Sardegna (villaggio-vacanze ristrutturato per il personale della polizia penitenziaria) con seguito di parenti e amici, tutti esenti da oneri. Il libro racconta che il ministro, infuriato per la rivelazione, ha provveduto (dopo aver letto il nostro articolo) a pagare il conto (euro 19,00 per matrimoniale, euro 11,82 per stanza singola). Spiega il libro di Stella che sono tariffe basse perché gli agenti di custodia pagano negli anni per quelle vacanze con trattenute sui loro stipendi. Il ministro non paga. Se disturbato da rompiscatole, paga dopo. Stella e Rizzo non possono sapere che c'è un dopo del dopo. È un evento in tre atti che riassumo così. Primo: il ministro Castelli intenta poderosa causa civile contro l'Unità e il suo direttore per danno alla sua immagine. Secondo: il ministro della Giustizia - benché abbia pagato dopo la denuncia di non pagamento - vince la causa ("Dopotutto ho pagato"). Terzo: il ministro della Giustizia, diventato ex, ma trattato come un Calamandrei redivivo da molti miei colleghi della sinistra in Senato (ma anche dal suo successore Clemente Mastella) si presenta una mattina davanti al mio banco mostrando con sarcasmo da cartoni animati la sua carta processuale di vittoria (temporanea, speriamo, c'è sempre un appello). "Così impari", avrebbe detto un qualunque realistico maestro di vita. Il fatto che vorrei far notare ai colleghi Stella e Rizzo, il cui lavoro mi appare di una esemplare urgenza (questo libro è in difesa della politica, non per aprire le porte dell'antipolitica, e tutto ciò è dimostrato dall'esemplare "decalogo di salvezza" di Mario Pirani apparso su la Repubblica del 24 maggio), è che c'è una morale.

La morale è questa: perché possa accadere un simile evento (ben più lieve, dopo tutto, delle continue "ispezioni" ordinate dal ministro contro giudici che avevano osato indagare percorsi che prima o poi avrebbero portato al potere vero di Berlusconi) occorre che la Casta abbia di fronte a sé uno "specchio del diavolo". Conoscete la leggenda: l'immagine del diavolo (ovvero la prova che il diavolo è presente in un luogo o in un gruppo) è che in uno specchio messo di fronte al diavolo, il diavolo non si vede. Per il Maligno questo tranello è essenziale affinché possa continuare a operare indisturbato. Ma lo è anche per la Casta. Se la Casta non si vede nello specchio - ovvero se lettori e spettatori delle comunicazioni di massa non vedono mai all'opera volti e personaggi della Casta mentre sono in azione - allora di essi, anche dei protagonisti più audaci della Casta, non restano che gli uffici stampa, le autocelebrazioni e i "panini" di tutti (tutti) i telegiornali. In questo modo è naturale che si fissi nelle menti degli italiani un'immagine benevola del protagonista della Casta e, fatalmente, una immagine negativa di chi corre scompostamente dietro la carrozza lanciando frasi che vorrebbero essere messaggi e rivelazioni ma che vengono scambiate per comportamento disordinato, disturbo, insulti. In altre parole, per avere una Casta ci vuole un grande specchio dei media in cui non si vede mai l'immagine di ciò che accade davvero. Se vi capita di farvi trovare soli e nel momento sbagliato a dire certe cose, è naturale che chi è chiamato a decidere o giudicare trovi "aggressiva" la voce solitaria, e accrediti in modo benevolo l'immagine onnipresente in televisione, dei vari personaggi della Casta, persino quando ordinano da un menu (detto "casting" nel mondo dello spettacolo) la Velina del giorno, pronta consegna in ufficio ministeriale. *** Sto dicendo questo: nessuno, da solo, è più forte di Bruno Vespa. Se i colleghi di quel nessuno, nei giorni difficili, decidono di non farsi trovare, fino al punto da creare il vuoto e il silenzio (che sono un beneficio per la Casta come l'umido e la pioggia per i funghi) e se la Casta si accasa presso Bruno Vespa, ogni avviso o denuncia cadrà nel vuoto. Perché - ho detto - "cadrà nel vuoto"? Qui c'è una lezione interessante per chi pratica e giudica questi tempi difficili. Sentite. Ai nostri giorni potete leggere in una sentenza contro qualcuno di noi che si doleva di sentir definire l'Unità "una testata omicida" (dichiarazione riguardante questo giornale e tutti i suoi giornalisti, direttore, condirettore, redattori e "firme" dichiarazione fatta e ripetuta nella trasmissione a Porta Porta del 30 ottobre 2003) queste parole: "Il personaggio Ferrara ha calore/colore graffiante che i querelanti ben conoscevano e che è stato provocato da un altro ospite. Tutte le trasmissioni da lui condotte si caratterizzano per serenità del dibattito, per quanto con toni aspri". E anche "Chi era presente non si adombra, non rivolge critiche a Ferrara se non in modo affettuoso e colloquiale, chiamandolo addirittura per nome: Giuliano". Ecco una situazione esemplare. Il disturbatore è solo, isolato, non citato mai da altri giornali nella sua solitaria doglianza, che finisce perfino per apparire patetica. Il personaggio della Casta (non solo il ministro Castelli è Casta) può agire indisturbato perché la maggior parte del pubblico non vedrà interventi, prepotenze, aggressioni, minacce. Ed è naturale che - se qualcuno è chiamato a giudicare - giudichi secondo ciò che ha visto nello specchio dei media: niente. *** Insisto su questo niente, su questo vuoto, perché non siamo in Romania ai tempi di Ceausescu. Come fa a formarsi e consolidarsi, agire e perpetuarsi una Casta senza la partecipazione straordinaria dei media o meglio la loro assenza (forse prudente, forse distratta, forse intimidita) per quasi tutto il tempo? Senza questo capitolo - la simbiosi di giornali e telegiornali con i politici della Casta - il fenomeno meritoriamente denunciato dal libro di Stella e Rizzo non si spiega. So benissimo che è inelegante puntarsi il riflettore in faccia, anche perché, come abbiamo imparato dai thriller, quel tipo di luce deforma l'immagine. Però se restiamo nel mondo loquace, vanesio, ma anche attivissimo della Casta, come fa uno a ignorare di essere stato spiato dai servizi del suo Paese (l'ufficio speciale del Sismi diretto dal misterioso Pio Pompa, appena promosso prefetto), di avere letto quella notizia lunga una riga (non sottotitolo o occhiello, una riga di testo nel corpo di un articolo) trovata dal cronista nelle carte processuali depositate dal giudice Spataro ("Tra le persone messe sotto sorveglianza dai servizi diretti da Pio Pompa vi sono i nomi di Furio Colombo e Paolo Serventi Longhi") e di non avere trovato mai più alcun commento, chiarimento o domanda? Il caso è allarmante non per i nomi delle persone ma per quello che hanno fatto o stanno facendo i "sorvegliati". Sono giornalisti senza potere (a quel tempo non ero ancora parlamentare e non più direttore di giornale), che non possono produrre eventi ma solo annotarli e - se mai - renderli noti. Ma la Casta sa come rimuovere lo specchio. La riga dura un giorno. E non ritorna mai più, benché Serventi Longhi significhi la rappresentanza di tutti i giornalisti, persino di coloro che non sono in favore (perché non ama le Caste) dell'ordine dei giornalisti. Se mi costituirò parte civile in un eventuale processo contro il neo-promosso prefetto Pompa, il vuoto di notizie, commenti, reazioni, inchieste (non su o a difesa di qualcuno ma sul perché in Italia si mettono sotto sorveglianza dei servizi segreti i giornalisti) non faciliterà le argomentazioni contro questo stranissimo evento (che, oltre tutto, per restare con Stella e Rizzo, ha anche un suo costo). Ci pensate? Mettere sotto la sorveglianza dei servizi segreti della Repubblica un giornalista che rappresenta gli altri giornalisti e uno che scrive ben chiaro ciò che pensa ogni ogni settimana. O è intimidazione o è peggio. Ma l'imbottitura del silenzio degli altri giornalisti fornirà l'alibi. "Vedete? Una sciocchezza". *** Probabilmente è a causa della par condicio che nessun servizio, sportivo o di costume, ha dato notizia delle frequenti, trionfali apparizioni di Silvio Berlusconi, prima, durante e dopo la partita Liverpool-Milan, la sera del 23 maggio, in pieno periodo elettorale. Probabilmente è a causa della par condicio che gran parte dei nostri colleghi non hanno voluto dire una sola parola su Gli imbroglioni, il Dvd di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani (compiegato con Il Diario ancora in edicola) già autori di Non uccidete la democrazia altro Dvd-denuncia finita nel silenzio (salvo un'inchiesta giudiziaria che si può sempre aprire nell'assenza disorientante di altre testimonianze giornalistiche). Questa volta Gli imbroglioni porta la prova di tre diversi "attacchi" di misteriosi "hackers" o pirati informatici, che hanno fatto irruzione nel cervello del Viminale la notte delle elezioni. Ricordate? Lunghe soste mai spiegate senza mai sapere né la ragione né le conseguenze di quelle soste. La forza degli "imbroglioni" sta nell'essere ombre leggere che attraversano - e forse ritoccano pesantemente - la scena politica in momenti cruciali senza che lo specchio dei media registri la loro presenza. Del resto di che cosa avrà voluto parlare Leoluca Orlando quando, durante le elezioni comunali di Palermo, ha detto di avere trovato migliaia di schede fotocopiate? Deaglio è stato trattato come un disturbatore e Leoluca Orlando come un meschino che non sa perdere. Così come vengono spinti via gli ultimi Radicali che insistono nel dire che sono loro stati sottratti ingiustamente 8 seggi al Senato. Hanno ragione? Hanno torto? Il fatto è che nessuno si è preso il disturbo di decidere oppure di comunicarlo agli interessati. Ma chi di noi, nelle folte schiere della stampa parlamentare, si sognerebbe di insistere con una sola fastidiosa domanda in proposito? È urgente, è essenziale per la casta che non ci siano giornalisti intorno con quel loro specchio fastidioso. Se ci sono, imparino a lasciar perdere, ne va della carriera. Se insistono, bisognerà pregare Pio Pompa di un occhio di riguardo. E se non basta, sta per arrivare la legge Mastella sulle intercettazioni telefoniche che non si fida più del silenzio-assenso finora offerto spontaneamente da tanti giornalisti. Adesso, se quella legge passa, quella legge il silenzio dei giornalisti lo ordina, pena pesanti sanzioni pecuniarie o la detenzione. Sarà una prova ardua e difficile per quella parte di Ulivo e di eletti nell'Unione che non vuole essere Casta. furiocolombo@unita.it.

 


 

La Gazzetta del Sud 27-5-2007 I costi del Palazzo Arriva lo slogan "assolutorio": antipolitica Mario Caligiuri

Ritorna l'antipolitica, dicono in molti sdegnati. Cominciamo però a chiarire in quale contesto si dice. Nei giorni scorsi ho rilevato una serie di dichiarazioni che ritengo educativo portare all'attenzione dei lettori. "Una campagna studiata a freddo e decisamente strumentale", pontifica Clemente Mastella. Infatti, convinto che "la politica resisterà", aveva pensato bene da tempo di condividere l'esperienza al Senato con il cognato e alla Presidenza del Consiglio Regionale della Campania, con l'affascinante consorte. Ma chi lo dice che i valori della famiglia si stiano perdendo? La seconda opinione che mi ha colpito è quella di Piero Fassino che propone di intervenire oltre che sui politici anche sugli stipendi dei manager pubblici e dei magistrati. Gradirei sapere dal Segretario dei Ds chi dovrebbe occuparsi di ridurre questi stipendi. A quanto ne sappia, non discendono da norme che gli stessi interessi si autoassegnano, ma dipendono direttamente ed indirettamente da norme approvate dal Parlamento, cioè da parte di quello stesso organo di cui lui, insieme alla gentile consorte, fa autorevolmente parte. Ed ho pure letto con interesse la dichiarazione del Francesco Rutelli che si scandalizza di fronte alla liquidazione milionaria dell'amministratore di Capitalia Matteo Arpe, confrontandola con il costo del Senato. Il Vicepremier margheritino dimentica però che le banche sono soggetti privati, mentre così non è con i compensi di deputati e senatori che provengono dalle tasse pagate dai cittadini. Sull'altro versante, chi la butta in polemica politica, si dimentica o fa finta di dimenticare che sui costi del Palazzo le distinzioni sono inesistenti, tanto che anche durante il governo di centrodestra non sono certo diminuiti. Infine, ho riflettuto su quanto ha detto ieri l'altro vice premier Massimo D'Alema, che ha innescato l'avvio di questo dibattito politico. Però, quando si cominciava a parlare del problema dei costi della politica, il medesimo D'Alema in un'intervista televisiva dello scorso anno, minimizzò il problema e lo collocò nell'oceano della spesa pubblica, ottundendo così il problema. Adesso si è reso conto che la gente ha capito che non è esattamente come lui diceva e ammette che i costi della politica sono un problema vero. Ma conoscendo chi dovrebbe poi occuparsene, la prende alla larga, confermando la proposta della riduzione del numero dei parlamentari, che, com'è noto, richiede una modifica della Costituzione. In pratica il percorso più strutturale ma certamente il più lungo. E per adesso che facciamo? (domenica 27 maggio 2007).


 

Il Mattino di Padova 27-5-2007  Padre Luciano Bertazzo. Parla il francescano che dirige il Centro studi antoniani al Santo La provocazione cristiana "Vicini all'inquietudine umana, senza imporre verità" Ruini o Martini? La domanda di senso nel bene e nel male è insita nel nostro dna Tra fede e ragione esiste una dialettica ma non c'è antitesi" GABRIELLA IMPERATORI

 

PADOVA. Energico e dolce, colto ma semplice, Padre Luciano Bertazzo risponde senza insofferenze anche a domande che lui stesso definisce provocatorie ("Ma non è un rimprovero", scherza, "è perché i temi che toccano sono provocanti"). O che vengono banalizzate dai concerti mediatici. Risponde con serenità e insieme apertura problematica, senza impuntature di principio ma con attenzione evangelica all'inquietudine delle persone qualunque. Proprio per questo vien voglia di moltiplicare le domande stesse, che sono le domande eterne o quelle contingenti dei laici che s'interrogano sui problemi ultimi, sul senso della vita, sui rapporti fra scienza e fede, sul dolore e sul Male. E su come inserire questi interrogativi nelle complesse dinamiche della società in mutamento nella quale viviamo. Dopo la crisi o la morte delle ideologie politiche, si avverte un rinnovato interesse per la religione, magari anche solo per contrastarla. Sto pensando a libri come quello di Odifreddi "Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)". Il capufficio stampa di un grande editore confessa che basta mettere in copertina il nome di Gesù per assicurarsi il successo di un libro. Da che cosa dipende? "La domanda di senso, nel bene e nel male, è insita nel Dna dell'uomo. Però, proprio per la caduta di molte sicurezze, riemerge oggi come uno dei fili che attanagliano o liberano questo bisogno eterno che l'uomo si porta dentro: e quando l'attanaglia rischia di diventare fondamentalismo, quando lo libera cerca il dialogo (anche con le altre religioni) tentando di riportare in luce la dimensione della fede come valore che appartiene all'umanità. La dialettica fra fede e ragione che attraversa prepotentemente il dibattito di questi tempi sottolinea due percorsi che non sono antitetici ma possono incontrarsi, pur nei loro codici diversi. Poi però è vero che c'è una letteratura che volutamente si contrappone, e dentro la quale ci sono, spesso, concetti superati. E ci sono casi che la stampa monta e amplifica, il che sta a indicare un conflitto fra religione istituzionalizzata e mercato delle religioni, dove uno prende quel che più gli aggrada. Comunque, per citare scherzando una battuta di Woody Allen, "Dio è morto, Marx pure e anch'io non mi sento tanto bene"". Nel suo film "Centochiodi" Olmi immagina come potrebbe essere Cristo se tornasse fra noi, e lo vede non come "l'uomo del libro", ma come l'uomo dell'amore per le persone, ribelle a una religiosità sclerotizzata. "Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con gli amici". "Dio non parla coi libri, che servono qualunque padrone". "Sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo". Cosa pensa di queste frasi, inserite nel contesto del film, e di questo Gesù? "Non ho ancora visto il film, ma mi pare che riporti a galla domande antiche, come quelle del dialogo fra Alioscia e Ivan nei "Fratelli Karamazov", secondo me un grande trattato di teologia dove si sottolinea la tensione continua fra l'istituzione e l'intuizione. Che credo sia una ricchezza, anche se la sintesi perfetta non la si troverà mai fra queste due dimensioni che giocano in modo dialettico e vanno colte proprio per la provocazione che lanciano. Ma è vero che la fede si trova di più nelle persone, nei rapporti, nell'amore. Penso a Madre Teresa che diceva di essere "la matita di Dio", penso all'Abbé Pierre, a tutti coloro che sono stati e sono a contatto con le sofferenze del villaggio (oggi villaggio globale). D'altra parte il libro vale anch'esso: se "I fratelli Karamazov" continuano a parlarci è proprio perché il libro ci ha trasmesso quel messaggio. Perciò non dobbiamo diventare tanto iconoclasti da voler inchiodare ogni libro, perché ricadremmo in un'altra forma di fondamentalismo: possiamo tuttavia lasciarci incantare da questa provocazione, da questo Gesù che se venisse fra noi non abiterebbe il tempio ma girerebbe in modo anonimo per le strade. Credo che Olmi abbia rilanciato un'idea che ha sempre percorso la storia della Chiesa: da Sant'Agostino a San Francesco a Santa Teresa d'Avila, a Giovanni Bosco e altri: che secondo me sono le punte emergenti di grandi iceberg. Figure che danno risposte convincenti alle domande che continuano ad attraversare l'inquietudine del cuore umano". Cristo è stato anche un grande rivoluzionario? "Più che rivoluzionario, direi che resta dentro la legge, ma le dà un'interpretazione che supera la sclerosi dell'istituzione". Oggi, più che nella rassegnazione del passato, è molto sentito il dramma del "silenzio di Dio" nella sofferenza, specie in quella provocata dal male di cui i lager sono incancellabile icona. Primo Levi ha detto: "C'è Auschwitz, dunque non può esserci Dio". "Certamente non ci è tolto il turbamento della domanda, anche se altri testimoni dello Sterminio, come Elie Wiesel, sostengono che proprio lì Dio c'è: con le vittime. La risposta più convincente che ho è che quando l'uomo dimentica Dio, allora Auschwitz è possibile. Non è Dio a permettere Auschwitz, è chi cancella Dio che lo rende possibile. Come uomo di Chiesa, comunque, non ho mai assunto il ruolo di colui che impone delle verità in cui si deve credere, ma di un uomo che fa compagnia all'inquietudine di un altro. Posso dire che credo nelle risposte della fede all'interno di un percorso; non posso importi nulla, ma ti sono vicino nella tua domanda. E nel tuo cammino sai che ti sono amico e compagno". Come mai la Chiesa, specie quando parla ufficialmente, non perde occasione di sottolineare ossessivamente le "colpe" variamente legate al sesso? Perché tanto accanimento contro la procreazione assistita, la legge sull'interruzione di gravidanza, i Dico, l'omosessualità, e molto meno sull'ingiustizia, l'evasione fiscale, il costume mafioso? E perché soprattutto in Italia, che fra i Paesi cattolici sembra essere diventata la terra di "riconquista"? "Qui distinguerei. Forse oggi, più che un discorso sul sesso (che invece è meno ossessivo di una volta), si fa un discorso legato al tipo di rapporti che vengono a determinarsi all'interno delle società, col rischio di minare la struttura della società stessa. Vedrei quindi, da parte della Chiesa, un discorso più sociologico che strettamente morale". "Ma perché la Chiesa non ammette il contraccettivo, neppure in terre di Aids, perché in qualche modo obbliga all'obiezione i medici e i politici cattolici, perché rifiuta i funerali religiosi a Welby? Son cose difficili da mandar giù. "Concordo. Ma si tratta di cercar di illuminare il guado che stiamo attraversando, di dare dei punti di riferimento, di non oscurare un sistema di valori molto radicato. Poi ci sono le domande concrete, a cui occorre essere vicini". Non si tratta anche di prove di forza da parte della Chiesa per misurare il proprio potere di contrattazione con lo Stato? "C'è questo rischio, certo. Non sono tanto idealista da pensare che si tratti sempre di affermazioni di principio. Quanto ai paesi cattolici, a parte la Francia già da tempo fortemente laicizzata, c'è stato qualcosa di analogo al Family Day in Spagna. Forse bisogna chiedersi perché in Italia si debba arrivare allo scontro, ed è legittimo quello che lei dice, cioè che l'Italia, che ha una tradizione di valori cattolici forti, è davvero un territorio adatto alla "riconquista". Però io penso che siano legittime tanto la manifestazione di piazza S. Giovanni quanto quella di piazza Navona. Mi sento vicino a quel che diceva il cardinale Martini: ascoltiamo le domande della gente senza venir meno ai valori che proponiamo, anche se sono di minoranza. Certi valori, come l'indissolubilità del matrimonio, sono ideali da proporre, da conquistare, non da cui partire. Accompagnando l'uomo, come dicevo, nella complessità del suo cammino, senza giudicare. Ma vorrei aggiungere qualcosa. A sentire i media, pare che la Chiesa sia solo Ruini, Bagnasco, Bertone. Pensiamo invece anche al gruppo Abele, o ai tanti altri che lottano ogni giorno a contatto di chi soffre. Quanto alle altre colpe individuali e sociali, ricordo che i francescani, fin dal 1200, si sono inseriti nei grandi laboratori delle città, per esempio pronunciandosi contro l'usura". Si parla spesso delle "due Chiese": per semplificare, quella di Martini e quella di Ruini. Non è che la verità sia in divenire, che cambi? "No, la verità è qualcosa verso cui camminare: è diverso. Ma dialettiche opposte ci sono sempre state. Ad Antiochia c'è stata la Chiesa di Pietro e quella di Paolo, quella più legata all'istituzione e quella più aperta a nuovi orizzonti. In queste dialettiche è difficile fare una sintesi, per cui lo stesso cristiano sceglie le posizioni che gli sono più vicine. Però in questo momento siamo insabbiati in orizzonti bassi, e anche polarizzare la dicotomia fra Martini e Ruini è volare basso, mentre si dovrebbe ossigenare la contrapposizione in una visione più alta". Scienza e religione sono spesso state vissute come due opposti, e lo sono tuttora: ma è possibile un rapporto non conflittuale? "Sì, nella misura in cui ognuna riconosce i propri codici, le proprie sfere d'azione. Come diceva Galileo: "La Bibbia mi insegna come si fa ad andare in cielo, non come funziona il cielo"".

 


 

Il Riformista 27-5-2007 Propongo un’aquila bicipite come stemma per la repubblica italo-vaticana FEDERICO ORLANDO RISPONDE

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  Cara Europa, non condivido la decisione isolata di Cinzia Dato ma sono anch’io con le valige in mano, soprattutto perché non capisco a chi guarda il Pd per l’Italia: Prodi, Napolitano,Ratzinger, Montezemolo, Berlusconi? Quel ch’è successo giovedì tra Roma, Firenze e Milano è allucinante. IGNAZIO MONACO, TARANTO

Caro Ignazio, cerca ancora di resistere nonostante le delusioni per i comportamenti del futuro Pd a Taranto (elezioni amministrative di domani): del resto, hai visto che le dimissioni di Cinzia Dato non hanno commosso nessuno nella Margherita. Il problema che tu poni è serio per un partito, il Pd, che si candida a partito dello Stato. Giovedì abbiamo visto l’inesistenza e l’inconsistenza dello Stato, della politica e della nazione italiani. Mentre il presidente della repubblica indicava a Firenze le politiche per i “cittadini” (in famiglia o no), da Roma il papa gli replicava indicando la politica per i “cattolici” (solo famiglia) e quel prete dalla faccia un po’ così che si chiama Betori faceva cadere l’anatema anche sul testamento biologico, pronto a risfoderare la spada di latta di Pezzotta.
Dunque, proponiamo alla repubblica di sostituire il suo bruttissimo stemma ciclistico con l’aquila bicipite dell’Austria-Ungheria e della Santa Russia: un sola corona per due teste. L’aquila bicipite s’addice anche al conflitto tecnocrazia-politica, col marchese Montezemolo a capo degli ottimati che criticano, come piace anche agli elettori, i politici: problema già risolto da Berlusconi (il “più ottimo” degli ottimi) che ha unito popolo e ottimati, salvo far nulla o granché per l’uno e per gli altri, salvo il regalo finale della coscialunga Brambilla, pseudocandidata ottima per pubblicizzare calze femminili. E infine aquila bicipite per elettori e tifosi, uniti dall’interesse nazionale per la coppa dei campioni: altro che sette milioni di italiani in povertà, aiuti alla famiglia, laicità dello stato, scuola e università, giovani lavoro e casa, più reddito e meno tasse.
Come vedi, ci sono argomenti e spazio per polemiche a 360 gradi. Inutile smarrirsi in battaglie solitarie e personali. Ricordati che quando Montanelli volle dare un segnale agli inquieti come te, fondò un giornale, che era un partito.


 

La Repubblica 27-5-2007 Truffa sugli apparecchi acustici - paola cascella

 

Bologna Oltre 200 le prescrizioni fittizie di protesi per una spesa di 280mila euro. Così veniva beffata l'Ausl Truffa sugli apparecchi acustici Chiesto il rinvio a giudizio per 17 persone: 6 sono medici PAOLA CASCELLA Soldi naturalmente, ma anche frigoriferi, borse, vacanze, e persino un posto di lavoro per il marito disoccupato: in cambio della prescrizione di apparecchi acustici che non servivano, alcune tra le ditte più importanti del settore ringraziavano così gli otorini convenzionati con l'Usl, che si dimostravano disposti ad attestare il falso. E pazienza se il macheggio si traduceva in uno spreco di danaro pubblico, circa 280mila euro negli ultimi anni, e in una truffa a tutti gli effeti al Servizio sanitario nazionale (235 i casi scoperti, sempre nella totale inconsapevolezza dei pazienti). E' il quadro emerso da un'indagine dei pm Antonella Scandellari e Antonello Gustapane e del Nas dei Carabinieri, che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio per truffa aggravata ai danni del Servizio sanitario nazionale, falso ideologico e corruzione di 17 persone, tra dirigenti di società e medici. Le ditte finite nell'inchiesta sono il "Centro acustico italiano", "l'Emilfon", un paio di filiali dell'Amplifon, "l'Audifon e Drusiani". Sei gli otorini coinvolti. Richiesta di rinvio a giudizio anche per il marito di una dottoressa che redigeva i moduli di prescrizione di protesi acustiche fittizi. E, secondo la Procura, una delle spie più chiare della corruzione, sarebbe stata proprio l'assunzione dell'uomo da parte di una delle ditte. Il meccanismo messo in piedi dalle società fornitrici di ausili protesici e dai otorini convenzionati, secondo i pm era molto accurato. L'otorino C. L, per esempio non si tirava indietro neanche se c'era da prescrivere, naturalmente su ricettario del Ssn, una semplice riparazione della protesi acustica ad una signora, che per altro non era stata neppure visitata. L'operazione non veniva fatta, ma la ditta, in questo caso il Centro acustico italiano, non disdegnava di intascare i 617 euro previsti dall'Ausl. Stesso copione per la sostituzione del vecchio apparecchio (e il successivo collaudo) ad un altro paziente. L'otorino prescrive, la ditta fornisce la protesi, l'Ausl paga: 1200 euro, stavolta. Peccato che, soldi a parte, (quelli sì sono veri), tutto sia solo sulla carta. Il paziente non è mai stato neppure contattato. Era stata l'Azienda Usl stessa a mettere in moto le indagini con una segnalazione del 2004. Infatti il sistema di controlli periodici aveva fatto emergere picchi anomali nella fornitura di apparecchi acustici, e il dato era stato segnalato alla Procura e al Nas dei Carabinieri. Il meccanismo avrebbe avuto vari passaggi: la falsa certificazione di esecuzione di esami audiometrici, visite specialistiche e operazioni di collaudo mai eseguite, che così portavano alla liquidazione da parte dell'Ausl dei costi delle protesi fornite dai centri acustici.


INDICE 26-5-2007

 

+ La Repubblica 26-5-2007 Bankitalia. Aumentano gli assegni scoperti famiglie sempre più in sofferenza. Secondo Bankitalia nella seconda metà del 2006 gli cheque in bianco emessi da  cittadini pari a 365 milioni di euro sono saliti del 16,6%  1

+ La Stampa 26-5-2007 Iraq, Bush pensa ad un taglio delle truppe  1

Europa 26-5-2007 Perché Silvio l’ha presa così male  2

L’Unità 26-5-2007 Cara Unità, la lettura dell'elenco dei componenti il Comitato Nazionale per il Partito Democratico ci ha portato, d'istinto, a scrivere queste poche righe. Alberto Antonetti, Roma. 3

Il Riformista 26-5-2007 Basta con la crociata tecno-populista Sono per gli sprechi, sprechi democratici di Francesco Cossiga  4

La Repubblica 26-5-2007  Sanità, strappo a sinistra Genova Sei consiglieri regionali avevano chiesto l'apertura di una inchiesta sull'ospedale San Martino. Il sindacato boccia l'iniziativa  4

La Repubblica 26-5-2007 I regali dello stato ai Moratti 200 milioni alla loro raffineria CARLO BONINIE WALTER GALBIATI 5

Il Corriere della Sera 25-5-2007 Chirac, spunta un conto segreto in Giappone La notizia diffusa dal settimanale satirico francese Le Canard Enchaîné - Francesco Tortora  8

Corriere delle Alpi 26-5-2007 I FINANZIAMENTI UE Solo due mesi di tempo per presentare i progetti 8

Il Piccolo di Trieste 26-5-2007 All'assemblea dei vescovi Coppie di fatto Mons. Bagnasco apre sui diritti 9

Il Cittadino 26-5-2007 Fiorani: "La Bpi poteva rimanere autonoma" L'ex amministratore delegato ha indirizzato a Gronchi una lettera aperta  9

 


 

+ La Repubblica 26-5-2007 Bankitalia. Aumentano gli assegni scoperti famiglie sempre più in sofferenza. Secondo Bankitalia nella seconda metà del 2006 gli cheque in bianco emessi da  cittadini pari a 365 milioni di euro sono saliti del 16,6%


ROMA - Famiglie italiane sempre più con il fiato corto: nella seconda metà dello scorso anno il volume di assegni scoperti emessi dai singoli cittadini è salito del 16,6 per cento a 365 milioni di euro, una differenza di oltre cinquanta milioni di euro rispetto al periodo giugno-dicembre 2005, quando l'importo complessivo era risultato pari a 313 milioni di euro. I dati si ricavano elaborando le cifre contenute nel Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d'Italia, dedicato al sistema dei pagamenti.

Dal rapporto di via Nazionale, si evince che il maggior numero di assegni in bianco è stato emesso dalle famiglie del Mezzogiorno: 65.318 di 'cheque', ben il 14,4% in più rispetto al secondo semestre 2005.


 

+ La Stampa 26-5-2007 Iraq, Bush pensa ad un taglio delle truppe

 

Pelosi all'attacco, il Presidente sarebbe disposto ad ascoltare l'opposizione

WASHINGTON
L’amministrazione di George Bush valuta un taglio del 50 per cento entro il giugno 2008 del numero dei militari americani di stanza in Iraq. Lo scrive il quotidiano New York Times. Il piano secondo le fonti prevede una riduzione del contingente Usa fino a 100mila unità.
Di conseguenza, l’offensiva anti-guerriglia lanciata nei mesi scorsi a Baghdad e nella provincia di al-Anbar potrebbe cambiare caratteristiche in modo significativo: ai soldati Usa si chiederebbe soltanto di addestrare i militari iracheni e di liquidare le cellule terroristiche di Al Qaida.
Se le indiscrezioni del Times rispondono a realtà, si chiarisce meglio il risultato del braccio di ferro durato mesi fra la Casa Bianca repubblicana e il Congresso, a maggioranza democratica, che ha cercato di legare la legge sul rifinanziamento della missione irachena alla promessa di un ritiro delle truppe.
Bush ha posto più volte il veto alle leggi approvate in proposito da Camera e Senato. Infine, il Congresso ha ceduto giovedì con l’approvazione di una legge senza scadenze per il ritiro e proprio ieri sera Bush ha firmato il provvedimento nella residenza presidenziale di Camp David, ben 109 giorni dopo l’invio al Congresso di una richiesta di finanziamenti ’urgentì.
Dopo il passaggio parlamentare, però, la battagliera presidente democratica della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, aveva detto di attendersi un «chiarimento» della politica presidenziale. «È evidente che in autunno ci muoveremo in una direzione differente», aveva commentato invece il leader della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell. «Mi aspetto che il presidente ci guidi». E La Casa Bianca starebbe prendendo in conto le esigenze di maggioranza e opposizione.
All’orizzonte del resto ci sono le presidenziali del novembre 2008. Se i numerosi candidati democratici protestano per l’«eredità Iraq», il lascito è altrettanto scomodo da gestire per qualunque candidato vinca le primarie repubblicane, e il partito insiste con Bush (che è al secondo mandato e non può ricandidarsi) affinché apra una via d’uscita dal «pantano iracheno».

 


Europa 26-5-2007 Perché Silvio l’ha presa così male

Prodi l’ha presa male, se l’è legata al dito, e Montezemolo sa che cosa questo significa con il presidente del consiglio. Prima o poi gliela farà pagare. Comunque, in generale, anche lasciando stare l’orgoglio di classe rifondarolo e la suscettibilità del premier, la sortita di giovedì è caduta male nel centrosinistra.
Niente però in confronto a come l’ha presa male Berlusconi.
Che da l’altroieri ha disseminato ogni apparizione pubblica e commento privato di battute acide verso il presidente di Confindustria. C’è ruggine da tempo, si sapeva. Aver avuto i vertici imprenditoriali all’opposizione – sia pure per poco e non tutti, ma con l’apporto dei loro giornali – è stata un’offesa per l’ex presidente del consiglio. Il feeling montezemoliano con Casini peggiora ora le cose. Ma questo non spiega una reazione così acre.
Berlusconi ha bisogno di rivendicare che l’unica creatura legittimata a rappresentare la koiné populistico-liberale è, appunto, Berlusconi medesimo. A Prodi piacciono poco le critiche, ma s’è visto tante volte in passato che invece il capo della destra solo una cosa davvero non sopporta: le invasioni di campo.
La linea di confine fra politica e antipolitica: campo suo. Le partite Iva: campo suo. La cultura assistenzialista della sinistra: campo suo. La sicurezza dei cittadini: campo suo. Gli sprechi dello stato: campo suo.
Considerato che Montezemolo non è portatore fin qui di alcun progetto politico alternativo (e non lo sarà: parola di Paolo Mieli), la reazione di Berlusconi deve interessare il centrosinistra. Perché da un lato testimonia della cattiva coscienza di un leader che sa di aver tradito le aspettative della sua gente. E dall’altro illumina la strada da battere: facciamoci passare presto il fastidio per le prediche dell’Auditorium, e costruiamo invece su tutti quei temi – fondati e, come si vede, nervi scoperti dell’avversario – la risposta democratica più rapida e incisiva.
Democratica, appunto.


 

L’Unità 26-5-2007 Cara Unità, la lettura dell'elenco dei componenti il Comitato Nazionale per il Partito Democratico ci ha portato, d'istinto, a scrivere queste poche righe. Alberto Antonetti, Roma.

 

Non speriamo di poter dire qualcosa di particolarmente nuovo; del resto, già i nostri leader nazionali, Fausto Raciti e Pina Picierno, hanno bene espresso tutto il disagio dei tanti ragazzi e ragazze che militano nelle nostre organizzazioni e che scoprono che nel Comitato Nazionale non c'è una persona che sia under 40. Abbiamo deciso dunque di non soffocare la nostra delusione. La passione profusa da noi, dalle nostre iscritte e dai nostri iscritti è stata intensa e determinata ai congressi dei rispettivi partiti. Ci siamo detti, ed abbiamo sentito ripetere tante volte, che il Pd dovrà essere il partito di chi nel 2010 avrà venti anni. Ci sorge, solo un dubbio amaro: ma se è questo l'obiettivo, siamo sicuri che affidarlo in esclusiva a chi aveva già più di 20 anni nel 1990 sia il modo migliore per raggiungere questo obiettivo? È il tanto auspicato rinnovamento che noi tutti vogliamo? È chiaro che è grande la fatica nel cambiare, ma è così ripida è la salita su cui stiamo camminando da impedirci di trovare, su quarantacinque nomi, almeno uno rappresentativo del mondo dei giovani, di coloro i quali hanno fatto la differenza alle ultime elezioni politiche e di avere anche un po' di dinamismo giovanile? Appare chiaro anche a noi che cambiare non è mai facile; costruire un "Partito Nuovo" lo è ancora di meno. Ci aspettiamo che sul territorio si segua una logica diversa. Se è vero che il Partito Nuovo ha un senso soprattutto per chi non ha vissuto le divisioni del passato, sarebbe grottesco (e, soprattutto, fortemente nocivo per il conseguimento del risultato finale) se quanto detto finora non trovasse applicazione nella realtà. Se, poi, il riformismo è la capacità di saper dialogare al fine di poter realizzare e condividere le proprie convinzioni e se fra queste c'è anche la necessità del rinnovamento, non possiamo non chiederci quanto sia veramente riformista il criterio che è stato adottato, aspetteremo di capirlo quando noi tutti voteremo la Costituente del Partito Democratico. Salvatore Dore, Stefan Cok Giovani della Margherita e Sinistra Giovanile La crisi della politica? Ascoltiamo Reichlin e Don Ciotti Cara Unità, Massimo d'Alema lo ha detto a chiare lettere, dalle colonne del "Corriere della sera"; "È in atto una crisi della credibilitàdella politica che tornerà a travolgere i l paese con sentimenti come quelli che negli anni '90 segnarono la fine della prima repubblica". Così inizia l'articolo di Roberto Cotroneo sull'Unità qualeche giorno fa. Alfredo Reichlin al Congresso della Sinistra giovanile aveva fatto in un intervento una affermazione ancora più dura e pesante. "La classe dirigente di questo paese è praticamente scomparsa, è di una qualità infima, e non soltanto guarda con gli occhi del passato... A me sembra sempre più il tema centrale della riforma della politica". Eppure nessuno ne ha riferito, nemmeno succintamente. E don Ciotti a Locri il 4 novembre "...Per dire ai giovani che siete grandi, ma proprio grandi; ma state attenti, state attenti, io sono stanco di sentire come anche in questi giorni è stato detto, che voi siete il nostro futuro, Voi siete il nostro presente. O oggi si creano le condizioni per un sano vostro protagonismo e per creare i percorsi di reale partecipazione, o ci prendiamo in giro tutti! Ecco io credo che il discorsi di Reichlin e di don Ciotti a Locri debbano essere pubblicati integralmente dall'Unità... altrimenti poi dobbiamo inseguire gli argomenti di Bruno Vespa. Francesco Spinelli Troppe manipolazioni: etica e informazione... vogliamo parlarne? Cara Unità, etica e politica, è l'argomento sui cui si stanno scatenando i nostri opinionisti. E di etica e informazione nessuno parla? La berluscanizzazione di questo paese che ha contagiato non solo le istituzioni ma anche la società civile la si deve prima di tutto alla totale perdita di rigore morale dei giornalisti, non tutti naturalmente, che, con la loro libido dello scandalo, nel migliore dei casi assumono posizioni di perbenismo complice di fronte alle mascalzonate poniamo di Belpietro o di Guzzanti o di Farina (già che fine ha fatto quel gentiluomo?) e nel peggiore le mascalzonate le compiono sul serio facendo un uso politico della calunnia, che rimbalza su tutti i giornali anche quando si tratta di un avvenimento lontano e già chiarito (cfr. Visco). Tutti riferiscono "scrupolosamente" il "fatto" invece di smontarlo con sdegno, se è solo un chiaro siluro contro un uomo politico, chiunque esso sia. Poi, naturalmente, tutto si sgonfia, ma intanto rimane il torbido, e rimane il senso di nausea dei cittadini per la classe politica. I signori dell'informazione sono molto peggio dei politici e non ne hanno il sospetto. Milli Martinelli Due parole a Rosy Bindi a proposito di famiglia e Costituzione Cara Unità, l'Art. 29. della Costituzione non è poi così lungo, e anche se mi rivolgo ad una rubrica di lettere ad un giornale, credo si possa citare per intero. È composto di soli due commi, due frasi, le seguenti: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare". Ebbene, il ministro Rosy Bindi, cui tanti meriti e tanto equilibrio viene riconosciuto, a Firenze, ha parlato di "famiglia disegnata dalla Costituzione". Pensiero che in tutta evidenza presuppone: finché la Costituzione è questa (e il Popolo sovrano ha per nostra fortuna da poco detto che questa deve rimanere) la famiglia è quella disegnata dalla Costituzione. Posso esprimere il mio dissenso? Posso sostenere che la Costituzione non disegna (per giunta una volta per tutte), nessuna famiglia, ma semmai "riconosce i diritti" di qualcosa, che da secoli evolve nelle sue forme, e che appunto richiede che siano leggi ordinarie, a stabilirne di volta in volta i limiti? Possibile che questa banalissima realtà debba sottostare alle "voglie" di una gerarchia, che in nessun caso ha titolo per metterci becco; anche avendo ed esercitando ampiamente il diritto di dire la propria, non certo quello di condizionare il Parlamento Italiano? Vittorio Melandri, Piacenza Montezemolo: ancora una "discesa in campo"? Mi ricorda qualcosa... Cara Unità, leggendo le cronache della "discesa in campo" di Montezemolo mi confortavo da solo, pensando: "ma chi può pensare che questo personaggio rappresenti davvero novità e cambiamento, con tutti i soldi che la collettività da anni investe per salvare le sue aziende, con sovvenzioni, cassa integrazione, incentivi, ecc.?". Poi mi sono ricordato che le medesime cose le pensavo 13 anni fa, all'epoca di ben altra discesa in campo. E mi sono preoccupato. Perché temo che la voglia di cambiamento sincera che viene dalla società italiana venga ancora una volta convogliata verso tutt'altri obiettivi. Alberto Antonetti, Roma.

 


 

Il Riformista 26-5-2007 Basta con la crociata tecno-populista Sono per gli sprechi, sprechi democratici di Francesco Cossiga


Sul tema “gli sprechi della politica” è cominciata la crociata tecno-populista contro la politica. Io sono per gli sprechi. Da tempo chiunque si occupi di scienza della politica sa che la democrazia, con le sue istituzioni dal basso, con i partiti, con i sindacati quasi obbligatori, con le elezioni, è il regime più costoso che esista. E, nonostante quello che ha scritto il grande sociologo Weber, è il regime degli “incompetenti” e cioè dei politici. Mi ritorna alla mente quel che diceva Winston Churchill, cui la libertà deve molto meno che a un competente della City: «Mi si deve spiegare perché sia una professione amministrare dei condomini e non governare un Impero!» E lui si vantava di nulla capire né di economia né di finanza. Io sono per la democrazia, anche a costo degli sprechi. E io ho rinunciato a tutti i “privilegi” che le normative del Quirinale, non essendovi in Italia come negli altri Paesi, una legge al riguardo, assegnano agli ex-capi dello Stato. E avevo rinunciato anche alla scorta, ma mi hanno dimostrato che qui la legge c’è, e me l’hanno prescritta. Tra i senatori ho uno dei più bassi redditi. Ma io sono per le comunità montane, per le circoscrizioni, per le province e per tutto ciò che significa partecipazione popolare, anche se non... azionaria. Sono perché tutte le cariche pubbliche siano retribuite. Non arrivo a sostenere che il capo dello Stato debba essere retribuito come il presidente di una banca, o che il sindaco di Roma debba avere la retribuzione del direttore della filiale romana di una cassa di risparmio.
Purtroppo ha cominciato, certo per delicatezza morale, il presidente della Repubblica, censurando praticamente quegli “spendaccioni” dei suoi predecessori, da Einaudi in poi… Ma di questo parlerò un’altra volta. E ora lo segue il presidente del Senato. E pensare che io accettai la richiesta del governo Craxi di accettare una diminuzione del trenta per cento della indennità presidenziale e Scalfaro rinunziò all’esenzione fiscale che è applicata per tutti i capi dello Stato del mondo. E Ciampi non si fece applicare gli aumenti previsti dalla legge. Scialacquatori. Ma perché non agevolare le piccole e medie industrie riducendo a cinque i ministri, a trenta i deputati e a quindici i senatori? E le elezioni teniamole ogni dieci-quindici anni: che sprechi si eviterebbero. E poi, facciamo fare gli esami per ammettere i candidati a qualunque tipo di elezioni, salvo che non abbiano un certo reddito. Ché non si ripeta lo scandalo della Gran Bretagna dove uno scaricatore del porto come il sindacalista Bevin divenne addirittura ministro degli Esteri. E ora parte la magistratura, sentendo il vento che spira anche dal Colle, e comincerà a inquisire i politici spendaccioni. Comunque io tra la parca tecno o plutocrazia e la democrazia spendacciona, preferisco sempre la democrazia.


 

La Repubblica 26-5-2007  Sanità, strappo a sinistra Genova Sei consiglieri regionali avevano chiesto l'apertura di una inchiesta sull'ospedale San Martino. Il sindacato boccia l'iniziativa

 

La Cgil contro il Forum delle sinistre: "Proclami elettorali" Il segretario della Funzione Pubblica: "Abbiamo imboccato la strada del confronto" GIUSEPPE FILETTO Uno SCONTRO inatteso e quasi imbarazzante, che avviene a mezzo di comunicati stampa ed a meno di 24 ore dal voto. Con un documento a sorpresa ieri la Cgil-Funzione Pubblica ha preso le distanze dal Forum delle Sinistre, dai sei consiglieri regionali di Rifondazione, Pdci e Unione a Sinistra che il giorno prima da una parte avevano chiesto alla giunta regionale un'inchiesta sull'ospedale San Martino, dall'altra di stoppare la nascente Agenzia Regionale della Sanità. "L'iniziativa dei consiglieri regionali, fatta in questo momento, ha il chiaro sapore pre-elettorale", scrive Eugenio Leri, segretario della Funzione Pubblica-Cgil di Genova. Uno strappo pesante, quello di ieri, tutto interno alla sinistra, tanto che la risposta (anzi, le risposte) non si è fatta attendere. "è quantomeno stravagante il comportamento della Cgil - sentenzia però Tirreno Bianchi, capogruppo dei Comunisti Italiani in Regione - prima denunciano, presentano atti e documenti, poi si tirano indietro e non si rendono responsabili di quanto detto". Lo scorso novembre una delegazione di operatori sanitari del San Martino, capeggiata dai sindacalisti della Cgil, aveva chiesto un'audizione alla Terza Commissione Sanità. "Con tanto di denunce ai carabinieri, finora mai confutate da nessuno - precisa Marco Nesci di Rifondazione - ci hanno descritto una situazione disastrosa. Ciò che valeva ieri, vale ancora oggi: è tutto registrato". I consiglieri di Via Fieschi partono da questo per chiedere al presidente Claudio Burlando e all'assessore alla Sanità, Claudio Montaldo, "una svolta nella politica sanitaria". "L'Agenzia Regionale della Sanità non è una priorità, così come si sta delineando rischia di sovrapporsi al sistema sanitario esistente e dunque chiediamo di bloccare la nomina del direttore generale, individuato in Franco Bonanini, attuale direttore generale della Asl savonese", dicono i rappresentanti del Forum. Criticano la scelta del direttore dell'Agenzia, "avvenuta senza consultare la maggioranza, ma decisa tra Ds e Margherita". Montaldo da parte sua fa sapere che la creazione dell'organismo non si può fermare: "Per il buon funzionamento della sanità pubblica". L'iniziativa di Franco Bonello (Unione a Sinistra), Nesci, Bianchi e degli altri svela però "il grave problema politico" all'interno del centrosinistra, tanto che giovedì prossimo dovrebbe esserci un incontro di verifica. "Ma riprendere oggi le denunce di sei mesi fa, dopo che la commissione (della quale fanno parte tanti di questi consiglieri) non ha prodotto alcun risultato, appare quantomeno strumentale, è un passaggio di chiara campagna elettorale - dice Leri - . Nel frattempo, noi abbiamo imboccato un'altra strada: il confronto con la direzione ospedaliera". Il sindacato più rappresentato al "San Martino" considera quegli esposti pressoché superati, scegliendo invece la via della concertazione.


 

La Repubblica 26-5-2007 I regali dello stato ai Moratti 200 milioni alla loro raffineria CARLO BONINIE WALTER GALBIATI

 

INCHIESTA Quei milioni dello Stato alla raffineria di Moratti Sul mare di Sarroch, 25 chilometri da Cagliari, costa sud-Orientale della Sardegna, si leva la più grande raffineria di petrolio del Mediterraneo. Quindici milioni di tonnellate di greggio lavorate ogni anno (300 mila barili al giorno), pari a un quarto della capacità di raffinazione italiana. Una grande mammella in cui pompano petrolio e succhiano carburanti clienti come "Shell", "Repsol", "Total", "Eni", "Q8", "Tamoil". è un gioiello industriale di proprietà dei Moratti. è il cuore della "Saras", l'azienda di famiglia. Ma, negli ultimi dieci anni, il denaro che lo ha reso tale è uscito dalle casse dello Stato. Circa 200 milioni di euro elargiti a fondo perduto, attraverso tre "Contratti di programma" cui hanno messo la firma i presidenti che si sono succeduti nel tempo alla guida del Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica). Nomi importanti del centrodestra e del centrosinistra (Giancarlo Pagliarini, Carlo Azeglio Ciampi, Vincenzo Visco, Mario Baldassari, Domenico Siniscalco e Giulio Tremonti), specchio del rapporto bipartisan con la politica della famiglia Moratti. Ai Moratti, quei 200 milioni di euro sono costati un nulla in termini finanziari. E, soprattutto, hanno reso bene. Perché, una volta rinnovati gli impianti, la famiglia ha potuto affacciarsi in Borsa quotando una "Saras" tirata a lustro e dunque fare cassa. SEGUE A PAGINA 18.

I regali dello Stato ai Moratti 200 milioni alla loro raffineria Ogni posto in più è costato fino a un milione di euro gli aiuti alle imprese Ecco come sono finiti i tre contratti di programmi concessi alla Saras L'insuccesso dei progetti alternativi in ricerca, biotecnologia, informatica investimenti La società realizza complessivamente investimenti nel suo core business per 508 milioni di euro per i quali riceve dalla mano pubblica 197 milioni altre attività Nelle attività collaterali (che non sarebbero mai nate senza gli aiuti), si investono 83,8 milioni e si ricevono 58,2 come agevolazioni. Spesa netta: 25,6 milioni (SEGUE DALLA PRIMA PAGINA) Oltre due miliardi di euro. Di cui un miliardo e 700 milioni percepiti da Massimo e Gian Marco Moratti e soltanto 360 milioni (frutto di un aumento di capitale) messi a disposizione del gruppo. I "Contratti di programma" sono una leva di politica economica per incentivare le imprese a realizzare progetti strategici in aree depresse in periodi di transizione e il loro valore viene per lo più misurato nella creazione di nuovi posti di lavoro. Tra il 1995 e il 2004, la "Saras", caso pressoché unico tra le aziende che ne hanno beneficiato (tra queste, Eni e Fiat), di contratti di programma ne firma tre. Uno dietro l'altro. "Saras I", "Saras II", "Saras III". Sulla carta, interessano solo in parte gli investimenti industriali nella raffineria (attività estranea, del resto, allo spirito dei contratti di programma). Ma soltanto sulla carta. Nel dettaglio, i tre accordi hanno una struttura simile. Una parte riguarda appunto gli investimenti industriali nello stabilimento di Sarroch, l'altra investimenti collaterali in progetti di ricerca. Ad oggi, dei tre contratti stipulati, solo il "Saras I" si è chiuso, mentre gli altri due devono ancora essere sottoposti alla verifica finale del raggiungimento degli obiettivi. Un passaggio che consente al gruppo di approvare un bilancio in cui i finanziamenti pubblici vengono trasformati dalla voce debiti verso lo Stato in quella di sovvenzioni a fondo perduto. Ecco dunque cosa è accaduto. Il "Saras I" Il piano viene presentato nel 1992 e, accanto agli interventi in raffineria, prevede iniziative nel settore dell'ecologia marina e agro-alimentare. Nel 1994, però, "Saras" presenta un aggiornamento. Viene scorporata una parte degli investimenti industriali, che verranno sviluppati in "project finance", per costruire all'interno della raffineria di Sarroch un impianto di rigassificazione con cui l'azienda si dota di una centrale elettrica - la "Sarlux" - che le consente di accedere all'accordo Cip 6. E dunque di cedere, al Gestore della Rete, l'energia elettrica prodotta con gli scarti della raffinazione (curiosamente considerati assimilate a "fonti rinnovabili") a una tariffa che, nel 2006, è il doppio di quella standard: 136 euro a Megawattora contro una media di 75 (l'accordo, giudicato da più parti scandaloso, è in vigore fino a gennaio 2021, pur assicurando il recupero degli investimenti in soli cinque-sette anni). La seconda parte del "Saras I", invece, cambia radicalmente. Si punta alla creazione di un "Centro Ricerche Associato" (Cra) su progetti ambientali e iniziative nelle biotecnologie. Gli investimenti previsti sono di 252 milioni di euro. Di questi, 209, pari all'83% del totale, sono destinati alla raffineria con un contributo pubblico di 58 milioni (il 66% dei fondi assegnati al contratto) e i restanti 42 sono per le altre iniziative. Ma quasi tutti a carico dello Stato, che mette a disposizione altri 30 milioni di euro. La verifica e chiusura del contratto, fissata per il 31 dicembre 1999, slitta curiosamente al 10 febbraio 2001. I verbali della commissione di accertamento finale sulla realizzazione del contratto affermano che i risultati sono stati in linea con gli obiettivi fissati. Era prevista la creazione di 277 posti di lavoro e si è arrivati a 282 (ma non è chiaro se vengano o meno conteggiati i lavoratori reintegrati dalla mobilità). A ben vedere, però, è difficile parlare di un successo, come sottolinea la stessa relazione dell'Unità di valutazione degli investimenti pubblici del Dipartimento Sviluppo Economico (Mise). La spesa pubblica media per ogni occupato è stata di 312 mila euro, quasi il doppio rispetto agli altri contratti di programma chiusi nello stesso periodo e nessun nuovo progetto, estraneo alla raffineria, è sopravvissuto a lungo dopo la conclusione del contratto. Le iniziative nelle biotecnologie sono bocciate dallo stesso verbale della commissione, mentre il "Progetto Ambiente" si esaurisce velocemente. Alcuni occupati finiscono nella società "Saras Ricerche". Altri cercano di avviare una cooperativa (la "Talos"), cessata già nel 2001, e altri ancora sono riassorbiti dalla "Battelle", la multinazionale americana, partner tecnico di Saras nell'iniziativa. Anche la "Sartec", società nata insieme al contratto, viene ridimensionata e si salva solo grazie alla sua conversione nella fornitura di servizi per la capogruppo Saras. Sorte simile tocca anche al "Centro Ricerche Associato", che evita la chiusura confluendo parzialmente in "Saras Ricerche", senza aver mai prodotto un solo nuovo brevetto. Il "Saras II" è a partire però dal secondo contratto di programma che si nota meglio come la raccolta di investimenti pubblici sia funzionale soltanto all'ottenimento delle agevolazioni per l'ammodernamento della raffineria. Gli investimenti industriali diventano ancora più pesanti e per essere compensati con un'adeguata creazione di posti di lavoro, la Saras sceglie di affiancarli questa volta con servizi per l'informatica (Information & Communication Technology), attività tradizionalmente caratterizzate da un forte impatto occupazionale. Peccato che il fallimento di questa parte dell'iniziativa arrivi addirittura prima della conclusione del contratto. A Macchiareddu (Assemini, Cagliari) doveva nascere la "Città dell'Innovazione", un polo distrettuale attivo in settori ad alto contenuto tecnologico. Per ogni iniziativa era prevista la costituzione di una nuova società, partecipata sempre dal gruppo Saras attraverso una holding ("Atlantis") e, in ragione dei diversi filoni di investimento, da un partner tecnico. Tra questi, la società "Il Sestante" e "Bnl Multiservizi", dell'omonimo gruppo bancario. Nulla di tutto ciò accadrà. Il Contratto "Saras II" viene approvato il 26 giugno 1997 e inizialmente prevede per la raffineria lavori per 185 milioni, il 54% dei quali a carico dello Stato, con la creazione di 50 posti di lavoro. La "Città dell'Innovazione", invece, ha un costo complessivo di 57 milioni di euro, (il 66% in agevolazione pubblica), con un obbiettivo di 196 posti di lavoro. Mentre gli investimenti industriali giungono a termine nel 2002, la "Città dell'Innovazione" nasce già morta. I contrasti tra i soci e l'inadeguatezza scientifica dei partner portano a un ridimensionamento dell'iniziativa, che trova conferma nella riscrittura del contratto il 3 maggio 2001. Gli investimenti per la "Città dell'Innovazione" scendono da 57 a 34 milioni di euro con l'inspiegabile crescita in percentuale dell'agevolazione pubblica e dell'occupazione (che sale da 196 a 250 unità). "Saras" approfitta della rinegoziazione per aumentare anche gli investimenti per la raffineria a 220 milioni di euro, con un contributo pubblico che cresce da 101 a 112 milioni, a fronte di una nuova occupazione di 75 unità contro le 50 originarie. Manca ancora la verifica finale del Contratto (per la messa in liquidazione di "Atlantis" e il subentro nelle attività di un nuovo soggetto, la "Saras Lab"). Ma i numeri evidenziano ancora una volta come la raffineria sia l'unico interesse per la "Saras". E come il secondo filone degli investimenti sia solo servito per diluire il costo affrontato dallo Stato per creare posti di lavoro. Su una spesa totale di 254 milioni di euro, ben l'87% è stato destinato all'impianto di Sarroch, come del resto è finito alla raffineria l'82% delle agevolazioni pubbliche (112 milioni su totale di 137 milioni). Gli investimenti in raffineria (111 milioni di euro) hanno creato 75 posti di lavoro per un costo unitario a carico del pubblico di 1,5 milioni di euro. Un'enormità se confrontato con la media di 109 mila euro per posto di lavoro dei 10 contratti di Programma siglati dal Cipe tra il '92 e il '99. Né il dato è destinato a diventare lusinghiero se anche in sede di verifica dovesse essere riconosciuto al "Saras II" la creazione di 250 posti di lavoro. Perché, anche in questo caso, il costo per ogni nuova unità di lavoro sarà di 421 mila euro, il quadruplo della media degli altri contratti di programma. Curioso anche il destino delle attività di Information Tecnology. La holding "Atlantis" finisce in mano ai soci de "Il Sestante", mentre tutte le altre attività non liquidate passano o sotto "Saras Lab" o sotto "Akhela", la società del gruppo "Saras" che ha raccolto l'eredità di tutte le controllate dal secondo al terzo Contratto di Programma. Il "Saras III" Nel terzo contratto di programma, gli investimenti in raffineria sono controbilanciati ancora una volta da iniziative ad alta intensità di lavoro, come la creazione di un call center, tra l'altro mai avviato. Si ripropone la scommessa sull'Information & Communication Technology (Ict). E, per questo, vengono rianimate società già finanziate nei passati contratti come "Saras Ricerche", "Sartec" e "Saras Lab". Il Contratto viene siglato il 10 giugno 2002. Prevede investimenti in raffineria per 92 milioni di euro (41,55 di sovvenzione pubblica) con la creazione di 22 nuovi posti di lavoro e investimenti nell'Ict per 23,4 milioni (10,34 a carico dello Stato) con una stima di 313 nuovi occupati entro il 2003. Mentre gli investimenti in raffineria vengono portati a termine nel 2004, con la proroga di un anno rispetto alla previsione, le altre iniziative, come nel "Saras II", sollecitano i Moratti a rinegoziare il contratto "per intervenute turbative nel mercato del settore", compromettendo anche i finanziamenti industriali. Nel dicembre 2004, il Cipe firma il nuovo accordo. Il termine per gli investimenti è fissato a dicembre 2005, ma gli aiuti pubblici per la raffineria, a parità di posti occupati, scendono da 41,55 a 27,5 milioni, mentre quelli nell'Information technology da 10,3 a 2,9 milioni e i nuovi posti di lavoro da 313 a soli 55. Non è ancora stata redatta la verifica finale, ma come annota l'Unità di valutazione degli investimenti pubblici, si tratta di un nuovo fallimento. Su 85,91 milioni di investimenti, il 92% sono stati destinati alla raffineria, così come il 90% delle agevolazioni (27,5 milioni su un totale di 30,4). Ogni nuovo lavoratore della raffineria è costato allo Stato 1,25 milioni di euro, una media assolutamente al di fuori dei parametri di altri contratti di programma, controbilanciata solo in parte dai nuovi posti creati nell'Information technology. Nel complesso, i posti di lavoro del terzo contratto Saras sono costati alle casse dello Stato 405 mila euro l'uno. "Saras I", "II" e "III". Tiriamo le somme. è evidente come il "business" tra lo Stato e i Moratti sia stato non solo sbilanciato, ma di gran lunga ripagato dai contributi pubblici. Con i tre contratti, Saras realizza investimenti in raffineria per 508 milioni di euro, per i quali ne riceve dallo Stato 197,17. Nelle attività collaterali, invece (che non avrebbe mai fatto), la società della famiglia Moratti investe complessivamente 83,8 milioni, ricevendone contemporaneamente 58,2 in agevolazione. Il che vuol dire, una spesa netta di 25,6 milioni di euro. Ora, non è difficile capire come 25,6 milioni di euro possano ben valere una contropartita a fondo perduto di 197,17 milioni di euro (un finanziamento come questo, sul mercato, oltre a prevedere il rimborso del capitale, costerebbe circa il 5-6% l'anno in interessi). Né evidentemente è di conforto sapere che il "gioco" è costato allo Stato tra i 400 mila e il milione di euro per ogni nuovo lavoratore "creato" dai Moratti.

 

Il gruppo: i posti creati durano tuttora "Tutto concordato e alla luce del sole" la difesa La Saras risponde così all'inchiesta di Repubblica: "La società ha utilizzato in modo trasparente i soldi dello Stato, usufruendo di uno strumento per incentivare gli investimenti e creare nuovi posti di lavoro. E parecchi. A Macchiareddu non c'era nulla. Ora ci sono centinaia di persone che lavorano. Il Contratto di programma ammette che un grande gruppo riceva finanziamenti da indirizzare su un suo asset, come la raffineria, e in cambio crei nuova occupazione in altri settori. I contratti poi sono minuziosamente codificati e la Saras li ha sempre rispettati alla lettera. Per questo motivo il gruppo dei Moratti è riuscito ad averne ben tre. Del resto il primo contratto si è chiuso bene e da poco è arrivato in Saras un parere positivo per il secondo Cdp, che lascia presagire un'altra chiusura favorevole. Le variazioni subite dai contratti sono state concordate con lo Stato e a fronte di alcune revisioni sono state fatte le corrispondenti rinunce alle agevolazioni. In ogni caso i posti di lavoro creati durano tuttora, a dimostrazione del fatto che la scelta di finanziare i grandi gruppi è stata cruciale. Solo gruppi come Saras sono in grado di ricapitalizzare le start up, sostenere le perdite e mantenerle in vita fino al loro consolidamento. La spesa massima per occupato poi è stabilita per legge. Esistono parametri europei che variano a seconda della regione geografica. Insomma pesa il "cosa fai" e "dove lo fai"".

 


 

Il Corriere della Sera 25-5-2007 Chirac, spunta un conto segreto in Giappone La notizia diffusa dal settimanale satirico francese Le Canard Enchaîné - Francesco Tortora

 

Due magistrati avrebbero acquisito documenti che ne dimostrano l'esistenza. Ne ha parlato anche l'ex capo dell'intelligence di Parigi                 STRUMENTI

PARIGI - Jacques Chirac avrebbe un conto segreto in Giappone su cui sono stati depositati nel corso degli anni oltre 45 milioni di euro. Due magistrati francesi, Jean-Marie d'Huy et Henri Pons avrebbero acquisito documenti giudicati «esplosivi» che dimostrerebbero l'esistenza del tesoro. I giudici sarebbero in possesso di rendiconti bancari e di alcune note firmate dall'ex capo dell'intelligence francese, Gen Rondot, carte che non era possibile consultare fino a quando Chirac è stato presidente in carica.

TRE DOSSIER - La notizia della possibile esistenza del conto segreto è stata diffusa dal settimanale satirico francese Le Canard Enchaîné: i dossier che riguardano Chirac in mano ai magistrati sono tre e s'intitolano «Japanese Affair», «Affair of PR1» a «Affair of PR2». A parlarne la prima volta sarebbe stato proprio Gen Rondot, a marzo dello scorso anno durante un interrogatorio: secondo il generale alcuni agenti segreti avrebbero scoperto per caso questo conto alla Tokyo Sowa Bank nel 1996 mentre stavano investigando sulle credenziali finanziarie di un uomo d'affari giapponese amico di Chirac che voleva fare degli investimenti in Francia.

ACCUSE RITIRATE - Secca la smentita dell'entourage dell'ex presidente: «Chirac non ha mai posseduto conti esteri in Giappone». Secondo le agenzie d'informazione francesi l'ex presidente francese potrebbe essere ascoltato dai due magistrati il 17 giugno: il giorno prima scadrà la sua immunità presidenziale, esattamente un mese dopo che ha lasciato l'incarico all'Eliseo. Nell'ultimo interrogatorio, martedi scorso, il generale Rondot avrebbe parlato con i giudici per oltre 9 ore. Nel corso della deposizione avrebbe ritirato le accuse nei confronti di Chirac, ma secondo quanto riferito a Le Canard Enchaîné da un anonimo giudice vicino ai due magistrati che stanno seguendo il caso «i dossier avrebbero persuaso i giudici dell'esistenza di questo conto segreto di Chirac».

VERIFICA - Ora dunque bisognerà aspettare che i documenti siano verificati e poi i giudici potranno procedere: «Se le accuse fossero confermate, c'è abbastanza materiale per incriminare l'ex presidente di corruzione e di abuso d'ufficio» continua il giudice anonimo intervistato dal settimanale satirico. L'indagine cercherà di fare luce su chi ha offerto queste somme di denaro all'ex presidente e per quale motivo questi soldi siano stati versati su un conto giapponese.

 


 

Corriere delle Alpi 26-5-2007 I FINANZIAMENTI UE Solo due mesi di tempo per presentare i progetti

 

VENEZIA. Sarà l'estate decisiva per il Corridoio 5, che in mancanza di decisioni rischia di passare nel già corposo elenco delle incompiute. L'accelerazione è venuta dal voto dell'altro ieri dell'Europarlamento, che ha approvato la ripartizione dei finanziamenti delle reti di trasporto continentali: 8 miliardi di euro per una rete che richiede investimenti complessivi sui 600 miliardi. A questo punto si mettono in moto di fatto le gare di appalto: i singoli governi nazionali hanno due mesi per presentare progetti e domande di co-finanziamento; poi si passerà all'assegnazione dei fondi (30% la quota Ue per quelli transfrontalieri); infine, quelli in ritardo di realizzazione verranno cancellati dopo quattro anni. Siamo sul filo, avverte Paolo Costa, veneziano, presidente della commissione trasporti dell'Europarlamento, che parla di un vero e proprio meccanismo tritacarne europeo: "Sulla base dei criteri prioritari di accettazione, per quanto ci riguarda rientrano la Lione-Torino, il Brennero e la Trieste-Divaccia; ma perché la Ue accolga i progetti, bisogna dimostrare che entro il 2020 si faranno anche le relative tratte interne, mentre nella finanziaria rientra solo la Torino-Napoli. Quindi già nel prossimo Dpef bisognerà inserire la Milano-Trieste, la Milano-Genova e la Napoli-Palermo. E occorre anche decidere cosa fare per le tratte per cui sono state revocate le concessioni, inclusa la parte a Nordest tra Milano e Padova". Per non parlare poi della linea tra Mestre, Trieste e Divaccia, dove non c'è progetto del tutto. A ottobre la resa dei conti.


 

Il Piccolo di Trieste 26-5-2007 All'assemblea dei vescovi Coppie di fatto Mons. Bagnasco apre sui diritti

CHIESA

FIRENZE È contenta Rosy Bindi. Giovedì ha incassato l'apprezzamento del cardinale Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze, ieri ha portato a casa l'articolata apertura di monsignor Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Chiudendo l'assemblea dei vescovi, Bagnasco ha detto un paio di cose fondamentali. Primo, i diritti individuali non si toccano. Secondo, il "desiderio di trovare elementi di convergenza e di incontro" fra laici e cattolici già espresso anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il dialogo, insomma, è riaperto. La conferenza sulla famiglia, in attesa del gran finale di stamattina con Romano Prodi intervistato da una decina di nuclei familiari comuni, elabora proposte a spron battuto. Con alcuni minimi comuni denominatori: soldi, incentivi, lavoro. Su questo sono tutti d'accordo.Rosy Bindi vorrebbe mettere le mani sul "tesoretto" e lo rivendica in modo esplicito. Il segno del successo vero, però, sta nelle notizie in arrivo da Roma. Monsignor Angelo Bagnasco ribadisce con forza le proprie posizioni e con altrettanta chiarezza apre le porte a soluzioni laiche. Risponde al presidente della Repubblica Napolitano: "Ci unisce la grande passione per il bene comune del Paese e della gente". "Il valore cui ci riferiamo - dice ancora - è quello della famiglia fondata sul matrimonio. Altrettanto chiaramente crediamo e vogliamo promuovere, là dove ci sono, veri diritti e indirizzi a cui venire incontro. Penso che questo sia volontà comune a tutti". Via libera ai Dico da parte della Chiesa cattolica? Neanche per sogno. La soluzione alla quale pensano i vescovi, già rappresentata in questi mesi, è quella del diritto privato, dove le esigenze dei singoli sono già affrontate.


 

Il Cittadino 26-5-2007 Fiorani: "La Bpi poteva rimanere autonoma" L'ex amministratore delegato ha indirizzato a Gronchi una lettera aperta    

 

"Dopo la cessione delle azioni Antonveneta, la Banca Popolare Italiana si