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DOSSIER “CONFLITTO DI INTERESSI”

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ARCHIVIO GENERALE  DEL DOSSIER  

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Report "Conflitto di interessi"

Laicità, Sud, fisco, scuola... il nostro programma per il Pd ( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Muscillo Trasparenza e legalità Conflitto d'interesse. Legge sul monopolio Tv. Nuova legge elettorale. Oltre naturalmente a continuare la lotta all'evasione fiscale senza i penosi condoni del governo precedente che erano la base delle finanziarie di quel governo. E, se possibile, una legge che impedisca a chi ha pendenze con la legge di candidarsi per una qualsiasi carica pubblica.

Per cominciare violiamo la legge ( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: tanto per ricordarci un lievissimo conflitto di interessi. E si chiama Popolo delle Libertà. Pensa se se si fosse chiamato "Folla della Servitù" (l'avesse fatto Veltroni, faremmo lo stesso discorso per il "Partito Totalitario". E comunque non ha tv di sua proprietà.). Nessuno, dico nessuno se non l'Associazione Articolo 21, ne ha parlato.

Il coraggio della differenza ( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: E mi fermo. E vi sono poi problemi che si trascinano da anni come, per citarne uno solo, il conflitto di interessi. In conclusione: Veltroni ha fatto un grande passo sull'immagine. Per giungere al traguardo deve farne un altro: sul programma.

D'Alema: Berlusconi riconosca il valore delle cooperative Il vice premier in visita al Ccc e a Coopsette: la sinistra non fa la guerra alle imprese, il Cavaliere faccia lo stesso ( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: il conflitto di interessi non esiste e che "semmai, il vero, gigantesco, irrisolto conflitto d'interessi è della sinistra, che ha sempre privilegiato le cooperative rosse, che sono il suo braccio armato sul piano dell'economia". D'Alema sorride e ricorda quando, anni fa, in campagna elettorale andò alla Fininvest a dire che quell'

E' scontro in Consiglio sulla fiducia a Varnero ( da "Stampa, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Reportage La lunga notte sul presunto conflitto d'interessi GIANNI MICALETTO E' scontro in Consiglio sulla fiducia a Varnero SANREMO Dovrebbe avere una coda (velenosa) il dibattito in Consiglio sul "caso Varnero". Perché l'opposizione vorrebbe un'altra possibilità, dopo che, l'altra notte, la maggioranza ha abbandonato l'aula, seguendo l'ex sindaco Leo Pippione,

D'alema: "come ho fatto io con mediaset berlusconi riconosca il valore delle coop" - luciano nigro ( da "Repubblica, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Come ho fatto io con Mediaset Berlusconi riconosca il valore delle coop" LUCIANO NIGRO "Invece di parlare di conflitto d'interesse della cooperazione, Berlusconi avrebbe molti motivi per venire qui e riconoscere che le coop sono un patrimonio del paese cui rendere omaggio". Massimo D'Alema parla davanti a 500 grandi cooperatori e a un pezzo della classe dirigente emiliana.

"ma in puglia la parola giustizia deve diventare un valore condiviso" - antonella gaeta ( da "Repubblica, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: aggiungendovi conflitti tra classi dirigenti e interessi politici". Il suo homo civicus come si muove, dunque, in questa realtà? "Ma ha bisogno di fiducia, si mobilita perché ha bisogno di cambiamento, ma tutto non può limitarsi solo al movimento di idee. A un certo punto esse devono ingranarsi con i meccanismi istituzionali.

UN GESTO GENEROSO ( da "Corriere della Sera" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: uno radicale e un altro impegnato in una combattiva "lista per la vita ", che tengono acceso il libero conflitto delle idee, che si battono sui valori e sui princìpi, fuori dalla prigione degli schieramenti: è così bizzarro immaginare che la politica italiana potrebbe ricavare qualche vantaggio da una campagna elettorale così nuova e sorprendente?

D'Alema a Silvio: venga alle Coop ( da "Corriere della Sera" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: parla delle coop come un conflitto di interessi della sinistra, venga qui a vedere, a rendersi conto". Invito seguito da un amarcord: "Berlusconi segua un esempio che mi è costato molto caro: la visita a Mediaset di molti anni fa". Parallelo incongruo, per Crosetto: "Berlusconi non vuole chiudere le coop, mentre all'epoca D'Alema mi sembra che avesse qualche intenzione di farlo,

Una bomba nel giardino di Berlusconi ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ai giardinieri non è sfuggita la parte del proiettile che spuntava dal terreno. Il ritrovamento di materiale di questo tipo è abbastanza frequente, soprattutto nelle zone della Gallura dove, durante il secondo conflitto mondiale, più intensa è stata l'attività bellica. ( a. b. ).

Sabina Morandi ( da "Liberazione" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Il conflitto mai risolto dai tempi della rivoluzione del '79 è, come ovunque, quello fra gli interessi degli strati alti - i vecchi latifondisti e la nuova borghesia compradora - e quelli delle masse impoverite o rurali che non sono state toccate né dalla modernizzazione dello Scià né tantomeno dai profitti del petrolio.

Elezioni Dalla parte dei deboli Cara "Liberazione", auspico una campagna elettorale, vivace, ma educata, intelligente, rispettosa, e che sia centrata sui problemi dei cittadini più ( da "Liberazione" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: nuova legge elettorale, conflitto d'interessi, difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della mafia, della malavita organizzata, dell'evasione fiscale, della sicurezza, rilancio dell'economia, del rispetto dell'ambiente, dei diritti civili.

Presidenzialismo, il Pd scopre le carte ( da "Stampa, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: norme contro tutti i conflitti d'interesse, il diritto di voto ai sedicenni, l'abolizione delle Province o degli enti intermedi. Insomma, finita la legislatura, finita la coalizione dell'Unione, finita la stagione dei compromessi. Walter Veltroni si può gettare alle spalle tutte le proposte forgiate - come il "Vassallum" o il modello tedesco -

Liberi più che soli ( da "EUROPA.it" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Retequattro ed evitare una legge seria sul conflitto di interesse e norme autenticamente democratiche in altri settori. Purtroppo il centrosinistra ha commesso un errore gravissimo non occupandosi di queste cose in 20 mesi di governo. La destra offre oggi una "qualunque minestra di verdure miste riscaldata", senza anima e senza sapore, per tentare di riempire lo stomaco producendo coliche.

Fo : "La Chiesa non paga le tasse E Berlusconi non lo beccano mai..." ( da "Quotidiano.net" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitto di interessi? MIO DIO: lui ci toglie il fiato... 13/02/2008 18:38 M, provincia di MI Parla solo per invidia.Rinchiudetelo! Sono presenti 43 commenti, invia il tuo commento! Successivo Pagine: 1 2 3 4 5 Email: Sesso: Anno di nascita: Provincia: Commento: Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro consenso

DUE ONI E UNA CAPANNA ( da "Stampa, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Non nomina mai neppure una volta il conflitto di interessi, ma se ne va dettando la sua personalissima par condicio: meno politica in tv, perché se si va avanti con tre dibattiti a sera, prima del 13 aprile i cittadini si butteranno dalla finestra. Sotto, ad attenderli troveranno comunque lui.

L'accordo c'è, Di Pietro insieme al Pd Sulla scheda liste apparentate, l'Idv conserva il simbolo. Con i Radicali posizioni ancora distanti ( da "Unita, L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: gli impegni di Veltroni per ridurre i costi della politica e sul conflitto di interessi. Non ci sarà un esplicito controllo di Veltroni sulle liste Idv, ma l'impegno reciproco per evitare nuovi De Gregorio, o nuovi Dini e Fisichella è stato nettissimo. Quanto al programma Di Pietro ha sottoposto a Veltroni i suoi 11 punti di cui il leader Pd terrà conto nel momento della stesura.

Il problema dei Fondi è il conflitto d'interessi ( da "Unita, L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: edizione del Il problema dei Fondi è il conflitto d'interessi di Angelo De Mattia Deflussi per oltre 70 miliardi dal gennaio 2007 allo stesso mese del 2008; una crescita del patrimonio che si attesta, tra il 2002 e il 2006, a un terzo della media europea: è il crepuscolo dei fondi comuni d'investimento, la più antica, in Italia, delle attività finanziarie extrabancarie,

Grillo:tedeschi, invadeteci ( da "Secolo XIX, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: mentre con il suo conflitto d'interessi potrebbe ironicamente servire da modello anche al cancelliere tedesco. "Se Angela Merkel possedesse tre emittenti televisive e 40 tra giornali e riviste - spiega l'attore - non avrebbe bisogno di una Grosse Koalition perché alle elezioni otterrebbe l'80 per cento dei voti".

Yolanda Betancourt: Sinistra, intervieni ( da "Manifesto, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: chiesto di attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese "Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della guerriglia mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri ostaggi,

Unicredit, primo sì di Catricalà ( da "Corriere della Sera" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: regole generali di astensione per evitare conflitti di ruolo e di interessi". Un modello già adottato da altre banche, come Intesa-Sanpaolo, in cui "ci sono state condizioni simili". In particolare fra le regole di governance contenute nella relazione è previsto che i consiglieri di Unicredit (e Mediobanca) in conflitto di interessi, cioè Fabrizio Palenzona,

Tonino Bucci ( da "Liberazione" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: un passaggio tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del conflitto sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col mondo reale dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi di una società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di quella formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo.

Una ricostruzione di Giuseppe Chiarante sulla storia del Pci, dal tramonto del centrismo democristiano al compromesso storico Lo hanno presentato, tra gli altri, Rossana Rossanda, ( da "Liberazione" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: un passaggio tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del conflitto sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col mondo reale dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi di una società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di quella formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo.

Unicredit incassa il primo ok Antitrust ( da "Giornale.it, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Antitrust ha chiesto a Unicredit di eliminare i conflitti di interesse che si sono creati per gli amministratori di Unicredit che siedono nel cda di Mediobanca. Secondo indiscrezioni, per evitare i conflitti di interesse di Rampl, Pesenti e Palenzona sarebbe previsto che l'ordine del giorno utilizzi la formula degli "omissis" quando si tratterrà di materie sensibili.

Bankitalia, subprime Draghi incontra i banchieri ( da "Voce d'Italia, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: enorme conflitto di interessi esistente a proposito del rapporto tra le banche (private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere pubblica). Infatti, dopo le recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni” di Bankitalia, quelli cioè che detengono quote di capitale dell'Istituto centrale nazionale e che quindi hanno diritto di voto sono i seguenti:

Bankitalia, subprime: Draghi incontra i banchieri ( da "Voce d'Italia, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: enorme conflitto di interessi esistente a proposito del rapporto tra le banche (private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere pubblica). Infatti, dopo le recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni” di Bankitalia, quelli cioè che detengono quote di capitale dell'Istituto centrale nazionale e che quindi hanno diritto di voto sono i seguenti:

LA CASSA È VUOTA ( da "Avanti!" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Qui nessuno grida al conflitto di interessi, naturalmente), il quale dichiara, così, senza colpo ferire, che le banche hanno una crisi di liquidità e sono le stesse banche che spellano per bene gli italiani ogni volta che vanno a chiedere loro un mutuo. La crisi di liquidità, a livello bancario e macroeconomico, è tollerata,

Sognando una società più giusta ( da "Avanti!" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: del conflitto d'interessi, della difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della lotta alla mafia e alla malavita organizzata in generale, dell'evasione fiscale, della sicurezza, del rilancio dell'economia, del rispetto per l'ambiente, dei diritti civili e di tanti altri grandi temi.

Yolanda Betancourt: <Sinistra, intervieni> ( da "Manifesto, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: chiesto di attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese "Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della guerriglia mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri ostaggi,

Walter gioca in difesa ( da "Opinione, L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: dopo aver abortito la legge sul conflitto d'interessi ? non può più fare. Ma, alla faccia dell'uomo nuovo, il santo Walter (a proposito, il suo discorso di Spello sembrava una scena tratta dal celeberrimo film di Zeffirelli "Fratello sole e sorella luna"), un po' di vecchio e sano antiberlusconismo deve pur averlo nella sua federazione,

Putin: "la serbia ha ragione così la ue fomenta il caos" - leonardo coen ( da "Repubblica, La" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Sempre la stessa cosa: conflitto etnico. Crimini da entrambe le parti, la piena indipendenza di fatto. Ma allora, bisogna elaborare principi unici per risolvere questi problemi. Non stiamo spingendo la situazione in un vicolo cieco, noi proponiamo ai nostri partner di elaborare regole di condotta uniche.

Dettori-Regione, si chiude un'epoca ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: sui presunti conflitti di interesse legati al suo doppio ruolo, ha valicato la montagna dello scandalo sulla gara della pubblicità, non si è scomposto neanche di fronte al recente blitz della polizia giudiziaria, chiuso col sequestro dei suoi computer e un avviso di indagine aperta nei suoi confronti: turbativa d'asta,

Quel tram è una giusta necessità - daniela lastri ( da "Repubblica, La" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: di onestà e dedizione per l'interesse pubblico. E' fatta anche di conflitto, ma non può vivere senza la responsabilità. Oggi non si può pretendere che gli atti adottati, le spese di bilancio effettuate, gli impegni contrattuali presi, coerenti con il programma delle elezioni 2004, siano cancellati con un colpo di spugna.

Un crociato in televisione ( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: basta non parlare del berlusconismo per cancellare il conflitto di interessi, basta andare nei talk-show della tv per renderla pluralista. Per il momento le uniche ad aver capito che tira una brutta aria sono le donne. Manifestazioni di protesta, richieste al Consiglio superiore della magistratura perché indaghi su quel che è accaduto nell'ospedale di Napoli.

Il rapido contropiede della globalizzazione ( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: élite globale dei giocatori e dei conseguenti conflitti tra gli interessi delle nazionali e quelli dei club Il mercato mondiale dei calciatori è il rovescio della medaglia delll'esistenza di una manciata di "marchi globali" che fatturano cifre colossali con la vendita dei diritti televisivi e il mercha Luigi Cavallaro È constatazione diffusa che i problemi sociali più gravi di quest'

Saltano gli equilibri delicati nei Balcani ( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: anzi in conflitto con i paesi che riconosceranno il micro-stato Kosovo. Come finirà? Non lo so. L'indipendenza unilaterale è la risposta sbagliata, e sbaglia l'Unione europea ad appoggiarla. Noi dovremmo essere controcorrente e ricordare che i popoli serbi e albanesi hanno più cose per stare insieme che per dividersi.

MILANO - All'ultimo momento Unicredit ha scelto di fare un passo indietro dal concorzio di gara ( da "Messaggero, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitti di interesse legati ad Anthony Wyand, consigliere d'amministrazione della banca francese ma anche uno dei cinque vicepresidenti di piazza Cordusio. Wyand avrebbe potuto essere depositario di informazioni privilegiate. E Alessandro Profumo, banchiere sempre sensibile, accorto e trasparente, ha preferito quindi rinunciare a sottoscrivere la quota parte di 22 milioni spettante

Putin: illegale e immorale un Kosovo indipendente ( da "Corriere della Sera" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: conflitti nei Balcani e nel Caucaso. In una lunghissima conferenza stampa nella quale ha parlato di tutto, Vladimir Putin è stato molto duro con europei e americani e ha fatto capire che il suo Paese non rimarrà con le mani in mano. Se ci sarà l'indipendenza, Mosca non reagirà direttamente: "Se qualcuno prende decisioni stupide e illegali non significa che dovremo scimmiottarlo anche

<Di Pietro nel Pd? Certi deliri non mi riguardano> ( da "Corriere della Sera" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: del conflitto d'interessi eccetera, deve rendersi conto che con questa legge elettorale c'è poco da fare: Di Pietro dovrebbe rischiare di stare fuori dal Parlamento, sarebbe forse meglio che le sue posizioni fossero sostenute solo in piazza? O doveva accordarsi con la sinistra radicale che manco l'avrebbe voluto,

Giovanni Corsi resta dov'è ( da "Tempo, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Un atto illegittimo, secondo l'ex sindaco, per un presunto conflitto di interessi visto che Giovanni Corsi è anche tecnico di fiducia del marito del sindaco. "Argomentazioni - ha dichiarato l'avv. Diurni - che non presentano alcun fondamento giuridico, ma mirate solo a colpire un avversario politico".

An chiede 4 seggi a FiPd, slogan in dialetto ( da "Secolo XIX, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: nel mirino i costi della politica e i conflitti di interessi. Ma difficilmente i dipietristi potranno contare su un parlamentare ligure: certo non al Senato, al massimo uno in caso di vittoria alla Camera (in quel caso, probabilmente lo spazio sarebbe lasciato a un esponente nazionale del partito, un uscente da confermare).

"biagi lasciò per la liquidazione" e per roma il cavaliere lancia ferrara ( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: E alla domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, a proposito del conflitto d'interessi, il leader di Fi ha replicato: "C'è una legge sul conflitto d'interessi. Una legge che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la considerano adeguata". Mentre "il vero conflitto d'interessi è quello delle giunte rosse con le cooperative rosse".

Campagna d'immagine ma anche di contenuti - giovanni valentini ( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Sul conflitto d'interessi, sulla normativa antitrust nel settore televisivo e sulla riforma della Rai, vogliamo metterci definitivamente una pietra sopra? O almeno, come propone Veltroni, si può affidare la guida del servizio pubblico a un amministratore unico per affrancarlo dalla sudditanza alla politica?

La trasparenza morale dei comportamenti ( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: "Gli uominie le donne del Pd" rinunceranno "dall'assumere incarichi esecutivi nel Partito" a tutti i livelli, se il loro ruolo ricoperto in imprese, associazioni, enti o fondazioni economiche, "possa configurarsi un conflitto di interesse tale da condizionare i propri comportamenti". Il codice etico.

I leader del centrodestra girotondini del potere - mario centorrino ( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: idea che in una terra di conflitti esasperati il clientelismo non solo è assolutamente necessario ma, come sostiene l'onorevole Lo Porto, uomo di grandissima esperienza, è gradito al sottoproletariato così come all'alta borghesia. E, in effetti, Miccichè mette in mostra sprazzi di insofferenza nei confronti del cuffaro-lombardismo: l'impennata "

Legge 194 Come uomini siamo a fianco delle donne Ieri, a fianco alle tante donne accorse in ( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: al conflitto di interessi che pesa sulla collettività, alla legge Gasparri che ha cercato di mettere una toppa al problema, sempre negli interessi di Rete 4, eccetera. Ebbene giovedì 31 gennaio, giorno in cui la notizia è stata trasmessa dalle agenzie di stampa, il Tg5 delle ore 20 non ha dato sul tema né una riga,

Confalonieri: Silvio e Walter possono cambiare il Paese ( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: nessuno parla più di conflitto d'interessi e di riforma del sistema di comunicazione. "Alt, un momento. La Gentiloni era una legge punitiva e biliosa fatta apposta per colpire Berlusconi attraverso Mediaset. E sa cosa che le dico?" Sentiamo... "Penso che uno come Veltroni, che conosce il mondo della comunicazione e ha un'esperienza trentennale in questo campo,

<Fini? Deve convincere i moderati> ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Sono ormai distante dal gruppo e credo che sia fuori luogo parlare di oligopolio nel mercato". Alla domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, sul conflitto d'interessi, il leader di FI ha detto: "C'è una legge sul conflitto d'interessi, che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la considera adeguata".

Salari, meno tasse e più sicurezza ecco le 15 priorità del programma - giovanna casadio ( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ancora aperta la questione del conflitto d'interessi sulla quale ci sono malumori nel partito. Insiste Veltroni sulla lotta alla pedofilia, contro la quale "serve una risposta molto dura e pene che siano le più dure possibili". Il segretario sa di avere messo a segno un punto fondamentale della partita elettorale rovesciando la questione delle alleanze politiche,

Fuorviante la categoria moderati contro radicali ( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: possiamo benissimo affermare che il conflitto inter-capitalistico non è affar nostro. Possiamo continuare a illuderci che si possa parlare di diritti civili senza alcun legame con la riproduzione materiale dell'esistenza. Possiamo continuare a trastullarci a mezza strada tra un fantomatico spontaneismo conflittualista e un compatibilismo che di strategico non ha più assolutamente nulla,

La cipria e il cerone ( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Se la campagna elettorale fosse iniziata con un faccia a faccia, se le domande avessero sostituito le carezze, forse avremo visto cosa c'è dietro la cipria e il cerone. Invece siamo stati spettatori di un derby senza gol, giocato sul campo di un formidabile duopolio, senza mai neppure alludere al conflitto di interessi. La cornice ideale per truccare le carte.

Un'altra perla di Claude Chabrol, instancabile indagatore della borghesia cinica e amorale Donna fra due uomini sbagliati ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ma a Chabrol ovviamente interessa altro, il conflitto sociale (scrittore e sposo sono ricchi, la ragazza è di ceto popolare), la seducente innocenza che può diventare un senso di colpa, il denaro che può comprare l'umiliazione (lei vende una testimonianza per avere uno sconto di pena del marito ma la perfida suocera le nega i soldi),

VORPSI: C'è UN CLIMA DA GUERRA FREDDA ( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: oltre a una somiglianza angosciante con il conflitto mediorientale". La medesima miscela di rivendicazioni territoriali, nazionalismo e divisioni religiose? "Esatto. Occorre vigilare affinché il Kosovo non diventi per la Serbia ciò che la Palestina è per Israele". Se è vero che da una parte sopravvivono le suggestioni legate alla Grande Serbia,

Sulla laicità ricorda il Concilio Vaticano II: Davo per risolta la questione, ora il conflitto riemerge ( da "Unita, L'" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Stai consultando l'edizione del Sulla laicità ricorda il Concilio Vaticano II: "Davo per risolta la questione, ora il conflitto riemerge".

Terrorismo: le parole e il silenzio ( da "Unita, L'" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: il solo effetto di trascinare i conflitti oltre la loro naturale fine (come sta avvenendo oggi in Italia per il terrorismo, appunto). C'è un'ultima questione, forse la principale, che merita di essere discussa. A molti, legittimamente, appare scandaloso lo spazio pubblico concesso agli ex terroristi.

I nipotini del Cavaliere ( da "Unita, L'" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: o resterà un segreto riservato al Capo del Popolo della Libertà, che lei ha definito, modestamente, indispensabile e insostituibile? 12 - Infine, se fortunatamente vivrà così a lungo, è possibile che prima di quella remotissima data sia permessa l'approvazione di una vera legge sul conflitto di interessi? furiocolombo@unita.it.

Sri Lanka, revocato il ' cessate il fuoco', riprende una guerra di trent'anni ( da "Voce d'Italia, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: anni di lotta per un conflitto che non ha mai messo realmente in gioco gli interessi delle grandi potenze. Trent'anni di vita per un movimento separatista che è sempre stato espressione di una minoranza autoctona intorno a rivendicazioni politiche, religiose e linguistiche, in un intrecciarsi di vicende legate alle esperienze di una potente organizzazione transnazionale,

La carica dei cognomi illustri ( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: al di là dei possibili conflitti di interesse causa affari familiari: se una Sensi si candida, come la mettiamo con lo swing vote dei laziali? Molti biancocelesti di destra, indignati per la fusione di An nel Pdl e tentati dalla ripicca pro Veltroni, finirebbero per preferire l'altrettanto romanista ma perlomeno nero Storace,

Solo il dolore accomuna tutti ( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi

Abstract: Ciò che del conflitto più interessa, a Grossman e a Dodin - come quella rete rivela con la sua immagine di netta divisione, di opposizione tra due campi, ma anche di congiunzione, di similarità - è che nella guerra tra russi e tedeschi, e poi nel cuore della Russia, era annidato un germe velenoso, il germe del nazionalismo;


Articoli

Laicità, Sud, fisco, scuola... il nostro programma per il Pd (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del PARLANO I LETTORI Laicità, Sud, fisco, scuola... il "nostro" programma per il Pd La campagna elettorale del Pd è iniziata. Toccherà tutte le 110 province italiane. Veltroni ha già lanciato due priorità: tagli alle tasse e aumenti degli stipendi. Quali sono le due o tre cose che ritieni debbano essere indispensabili nel programma del Partito democratico? Ecco cosa rispondono i lettori de l'Unità on line. Laicità e ricerca Una politica seria per l'occupazione dei giovani laureati. Una politica di liberalizzazioni in tutti i settori per combattere le varie caste che divorano il paese e per dare finalmente ai cittadini la possibilità di scegliere secondo le proprie esigenze. L'affermazione del laicismo come valore fondamentale della convivenza civile e per limitare l'ingerenza della chiesa nelle questioni private della gente. Mario Rinaldi Cominciamo dal sud Il Mezzogiorno d'Italia deve ridiventare questione nazionale come base per lo sviluppo generale del paese. Non possiamo correre con due velocità. Altra questione il precariato ed il lavoro. Poi la sicurezza dei cittadini quella che riguarda la microcriminalità, le attenzioni e le preoccupazioni di tutti i giorni dei cittadini. Paolo Fatuzzo Sì alle intercettazioni Se dalle intercettazioni fatte su persone che svolgono una funzione politica o di pubblico interesse emergono atti o fatti penalmente rilevanti si deve dare la massima pubblicità poiché gli elettori hanno il sacrosanto diritto di essere informati e non di nascondere le malefatte come è nei programmi della destra. Savino Muscillo Trasparenza e legalità Conflitto d'interesse. Legge sul monopolio Tv. Nuova legge elettorale. Oltre naturalmente a continuare la lotta all'evasione fiscale senza i penosi condoni del governo precedente che erano la base delle finanziarie di quel governo. E, se possibile, una legge che impedisca a chi ha pendenze con la legge di candidarsi per una qualsiasi carica pubblica. Enzo Paliotti Sostegno ai deboli Maggiore attenzione ai problemi delle fasce più deboli (dipendenti e pensionati). Abolizioni delle provincie. Maggiori privatizzazionoi a cominciare dalle aziende pubbliche locali. Alfredo Zucchetti Attenzione per gli operai Non c'è dubbio che la prima questione sono gli aumenti, e la diminuzione delle tasse su salari e pensioni. Anche se queste due cose le chiederanno tutti. Subito! Il conflitto di interessi. Dicasi per quanto riguarda il falso in bilancio. Eliminazione del precariato. No alla riduzione dell'Ici, altrimenti i comuni sono costretti a prendere soldi comunque dai cittadini. Riforma elettorale, i Dico, la questione morale. La laicità, la questione ambientale. Più attenzione verso gli operai, e classe lavoratrice in generale. Questa per me è la priorità. Poi c'è il resto. Roberto Sanità e diritti Asili nido, trasporti scolastici per i disabili, più maestri e professori di sostegno, più preparazione per il professori. Sanità: meno attesa per esami tipo mammografia ecografia ecc. Liste preferenziali per i malati oncologici e tutti coloro che hanno malattie croniche. Più attenzione verso gli anziani, assistenza domiciliare. Aiuto alle donne che lavorano con asili nido, scuole materne, con orari articolati per coprire tutte le esigenze. Dare agli immmigrati la possibilità di vivere nel nostro paese con dignità. Tiziana Regole, anche al Vaticano Chiarezza e rispetto nei rapporti tra lo Stato Italiano e il Vaticano, anche all'interno del Pd. Allontanare gli indagati dalla Giustizia sia Civile che Penale. Maggiore attenzione per le infrastrutture, diventate, ormai, un collo di bottiglia sulle grandi direttrici di traffico. Le considerazioni sul da farsi sono molteplici. Dalla cultura alla consapevolezza che il rispetto delle regole non deve consentire scappatoie di alcun tipo. Fondamentale è la difesa, contro le lobby, di ogni provvedimento, non possiamo consentire lo squilibrio esistente con il resto dell'Europa trà le categorie. Cesare Non sono residuale Non dimentichiamoci dei pensionati, ritengo di non dover essere considerato un evento residuale. Peraltro si è sempre in maggior numero. Si potrebbe chiedere di lavorare in settori sociali e di supporto alla collettività e pertanto migliorare la condizione che a volte è anche di percezione di abbandono ed inutilità. Alberto Massaruti Meno precarietà Limitare a un anno (considerandolo come periodo di prova) i contratti precari. Servono a dare fiducia ai giovani, danno una base meno labile per accedere al credito (mutui casa, credito alle famiglie, ecc.) e, non trascurabile, ciò permette di creare una migliore base per la pensione consentendo, grazie al tfr, la possibilità di avere anche loro una pensione integrativa. Ridurre le imposte ai cittadini che fruiscono di un reddito fisso e, contemporaneamente, collegare la rivalutazione dei redditi in base all'inflazione reale! Espulsione veloce e definitiva dei delinquenti stranieri. Filippo Le mani e il grano Serietà e rigore con meritocrazia nella scuola;in tutti gli atti sempre attenzione alle fasce più deboli; etica pubblica e civile ai primi posti. Battersi per il ritorno di spessore culturale nella Tv. Immediata Ridistribuzione sociale per cancellare l'anomalia del "Ricco paese dei poveri". Essere sempre attenti a mostrarsi con azioni eticamente superiori agli atti, a tutti gli atti di quel signore, che ci fa vergognare di essere italiani, il quale mostrando le sue mani ad un affascinato elettore ha detto "Baciale, hanno fatto il"grano"". Santolo Sica Si va per titoli Redistribuzione (Welfare), Detassazione lavoro subordinato, Lotta a evasione fiscale, Abolizione di strutture obsolete (Motorizzazione Civile, Province). Non rappresentabilità a politici con sentenze in giudicato, Diritto di famiglia alle coppie di fatto, Stato veramente laico, scuole superiori moderne con programmi a livelli piu' avanzati, Università baron-free con ricerca di alta classe, Nuove politiche energetiche (nucleare, eolico), Riduzione senato/deputati, lotta a mafia, processi veloci, conflitto interessi, no IVA su alimentari, Authority su servizi finanziari, Meritocrazia, Catholic-free. Giovanni Fattori Tutti paghino le tasse Primo: combattere l'evasione fiscale, affinchè tutti paghino le tasse, specialmente l'alta società. Secondo: dare più credito ai magistrati affinché i pezzi da novanta paghino per corruzione, altrimenti detto i signori ricchi avendo possibilità affogano con i loro soldi le indagini su di loro per cui dopo un periodo di tempo nessuno ne parla più. Vivo in Canada, qui tutti paghiamo le tasse, riformate la legge elettorale, altrimenti detto L'Italia va direttamente a finire come l'immondizia di Napoli. Esther Rossi Ricerca e sapere. E poi... Forti investimenti per la scuola pubblica, università e ricerca con specifiche finalizzazioni allo sviluppo economico del Paese. Poi ci vuole uno sforzo straordinario nella lotta alla criminalità ed in particolare contro quella che controlla ed avvelena il territorio e la società: mafia, camorra, 'ndrangheta e Sacra corona unit. Tarcisio Lupi Multiculturalismo e integrazione È cruciale che il Pd metta al suo centro i temi dell'integrazione e dell'immigrazione. La nostra società è già molto cambiata con i flussi migratori, ed il suo volto muterà ancor più profondamente negli anni a venire. Dobbiamo capire che è un'Italia sempre più multiculturale quella che abbiamo davanti: una questione che porta con sé tutto la questione dei diritti, dei nuovi diritti, delle tante intolleranze che ancora ci sono in vasti strati del Paese. Francesco.

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Per cominciare violiamo la legge (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Per cominciare violiamo la legge. Oliviero Beha Domenica scorsa è accaduta una cosa insieme grave e affascinante. Dal Tg4, Silvio Berlusconi ha inaugurato la campagna elettorale del Pdl accennando a un sondaggio che lo darebbe al 50%. La cosa grave è che ha violato la legge sulla "par condicio", la n. 28 del 22 febbraio 2000, con relative delibere dell'Agcom. Essa prevede che non si possano diffondere risultati di sondaggi che non siano accompagnati dai dati su chi ha realizzato il sondaggio, i criteri del campione, il metodo di raccolta ed elaborazione dei dati, ecc., fino all'obbligo di renderli pubblici sul sito web della Presidenza del Consiglio. Niente di tutto questo. Berlusca l'ha fatto su una sua emittente - che dovrebbe essere sul satellite -tanto per ricordarci un lievissimo conflitto di interessi. E si chiama Popolo delle Libertà. Pensa se se si fosse chiamato "Folla della Servitù" (l'avesse fatto Veltroni, faremmo lo stesso discorso per il "Partito Totalitario". E comunque non ha tv di sua proprietà.). Nessuno, dico nessuno se non l'Associazione Articolo 21, ne ha parlato. Anzi, Daniela Santanché sul Tg1 ha ripetuto quei dati impunemente. Perché? Dove sono gli stupidi "legalitari"? Cominciamo bene, davvero.

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Il coraggio della differenza (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Il coraggio della differenza Giuseppe Tamburrano Segue dalla Prima Probabilmente Fini la pensa diversamente, aspira alla successione del Cavaliere e vuole restare nel Pdl in pole position. Tanto per cambiare: alle elezioni andranno due partiti nuovi con i loro simboli: il partito di Storace e la "Rosa bianca". A sinistra l'accordo tra Rifondazione comunista, Verdi e Comunisti italiani lascia in vita i partiti. La Lega sopravvive. I due partiti personali per eccellenza, quelli di Mastella e di Di Pietro, non hanno vocazione suicida e certamente non spariranno: sembra che Di Pietro abbia già risolto il suo problema con Veltroni. Lo Sdi, rifiutato (incomprensibilmente) da Veltroni, andrà alle urne con le sue insegne: il coraggio della disperazione. Finalmente! Chissà che non sarà premiato dal 4% degli elettori della Camera! Se le maggiori forze politiche non modificheranno i regolamenti parlamentari sarà possibile a due o più partiti, unitisi alle elezioni, dividersi ed essere presenti autonomamente in Parlamento. Solo i frammenti più piccoli, imbarcati da Berlusconi nella sua lista caleidoscopio, si accontenteranno di qualche deputato o senatore e chiuderanno bottega. Con tutti questi dubbi e riserve, resta comunque, a mio parere, valido il giudizio che nel sistema politico è in corso un mutamento serio. Le ombre invece si addensano sul versante dei programmi. Dovremmo assistere ad una campagna elettorale senza scontri e insulti. Bene! Ma il confronto civile - auspicabile - non deve diventare confusione programmatica. Che tipo di confronto avremo? I primi discorsi dei due leader fanno sorgere qualche interrogativo: sia Veltroni che Berlusconi promettono meno tasse e aiuti alle famiglie. Penso che si impegneranno per la moralizzazione della vita pubblica, per il taglio delle spese. Probabilmente saranno d'accordo sulla riforma costituzionale (differenziazione delle funzioni delle Camere, poteri del Presidente del Consiglio, federalismo, ecc.). Assicureranno il rispetto della norma che vuole non più di dodici ministri. E queste sarebbero concordanze positive. Faranno a gara poi a chi offre più sicurezza ai cittadini? E nelle misure di stimolo dell'economia che langue: chi sarà più ben visto dagli imprenditori ("lavoratori" anch'essi, ha detto Veltroni) Berlusconi o il segretario del Pd? Potrei continuare con gli esempi, ma voglio venire al nocciolo della questione. Se non ci sono programmi alternativi (e realistici) l'elettorato può essere sconcertato e il rinnovamento del sistema politico fare flop: e con esso il grande successo ottenuto da Veltroni. Ecco la questione: il successo del segretario del Pd è destinato a crescere? Veltroni ha registrato un forte aumento nei sondaggi grazie ai risultati delle primarie che lo hanno investito segretario del Pd e per la decisione di correre "libero". Che cosa può far aumentare ulteriormente il gradimento degli elettori e portarlo alla vittoria se non il suo programma e la sua credibilità come leader alternativo a Berlusconi? Se invece si inseguono con le promesse i danni maggiori li subirà il Pd che dopo il governo Prodi è interessato in modo vitale a diffondere l'immagine del rinnovamento. Credo che il Pd apparirà e sarà diverso e alternativo rispetto a Berlusconi sul terreno del laicismo e della giustizia sociale. Per laicismo intendo i temi cosiddetti "eticamente sensibili". Solo qualche esempio: sarà difesa la "194", i Dico saranno tirati fuori dai cassetti e via enumerando? Su questi temi Veltroni dovrà scontare l'ostilità di una parte del suo partito e della Chiesa. Si vorrà impegnare? Per giustizia sociale intendo prima di tutto le retribuzioni dei lavoratori (i lavoratori-lavoratori) che sono - lo ha denunciato il governatore della Banca d'Italia - le più basse in Europa, e il precariato e la disoccupazione, e le misure contro il carovita. E mi fermo. E vi sono poi problemi che si trascinano da anni come, per citarne uno solo, il conflitto di interessi. In conclusione: Veltroni ha fatto un grande passo sull'immagine. Per giungere al traguardo deve farne un altro: sul programma.

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D'Alema: Berlusconi riconosca il valore delle cooperative Il vice premier in visita al Ccc e a Coopsette: la sinistra non fa la guerra alle imprese, il Cavaliere faccia lo stesso (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del D'Alema: Berlusconi riconosca il valore delle cooperative Il vice premier in visita al Ccc e a Coopsette: la sinistra non fa la guerra alle imprese, il Cavaliere faccia lo stesso Lui le definisce "il braccio armato della sinistra nell'economia", e conciona di un "conflitto di interesse" che esisterebbe esclusivamente a sinistra. Invece Silvio Berlusconi "avrebbe molti motivi per venire qui e riconoscere che le cooperative sono un patrimonio del paese". Il ministro degli Esteri e vicepremier Massimo D'Alema, nel suo saluto al Consorzio Cooperative Costruzioni (Ccc) di Bologna che lo ha invitato all'inaugurazione della sua nuova sede, va oltre la prammatica del taglio del nastro. E rivendica, per tutte le coop che danno occupazione e ricchezza all'Italia, un riconoscimento che venga anche da chi più le osteggia. Solo pochi giorni fa il leader del Popolo della Libertà tornava a dire che, per quel che lo riguarda, il conflitto di interessi non esiste e che "semmai, il vero, gigantesco, irrisolto conflitto d'interessi è della sinistra, che ha sempre privilegiato le cooperative rosse, che sono il suo braccio armato sul piano dell'economia". D'Alema sorride e ricorda quando, anni fa, in campagna elettorale andò alla Fininvest a dire che quell'azienda è "patrimonio del paese e che la sinistra non fa la guerra alle imprese. Il leader del Pdl dovrebbe seguire quell'esempio". Infatti, prosegue D'Alema, "le cooperative rappresentano il 7% dell'economia italiana. E se realmente fossero il braccio di un'entità politica, non sarebbero forti come sono. Hanno saputo vincere la sfida della ristrutturazione del rapporto tra economia e politica, senza perdere le loro ragioni originarie. Nelle coop oggi ritroviamo dei valori che noi consideriamo una ricchezza, e da cui attingiamo per una grande forza riformista". Dall'Emilia dove il vicepremier, assieme allo stato maggiore del Pd locale, visita prima il Ccc, che registra budget dell'ordine di 2,4 miliardi, poi l'altro colosso reggiano, Coopsette, che di miliardi ne fattura poco meno della metà, si parla di comunanza di ideali tra coop e Partito democratico, un valore di cui essere orgogliosi: "L'amicizia che c'è tra noi - sottolinea il ministro - non si può cancellare, e si può essere pienamente autonomi e indipendenti nelle diverse sfere di attività". Il che non si deve tradurre, però, in un totale disinteresse della politica per le attività produttive del Paese. "L'idea che l'economia non abbia bisogno della politica è una sciocchezza", perché, alla guida della Farnesina, D'Alema sa bene "cosa ho trovato riportando l'Italia nei paesi come l'Asia, l'America Latina, il mondo arabo, dove non si metteva piede da anni". E può dunque rivendicare come sotto il governo della sinistra ci sia stata "un'impressionante crescita del nostro export: più 25 per cento in Russia, +22% nel mondo arabo, +10% in Cina: è accaduto perché - chiude il ministro - i nostri imprenditori non si sono trovati in Paesi dove qualcuno prima era andato a dire "siete una civiltà inferiore" oppure "voi bollite i bambini"".

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E' scontro in Consiglio sulla fiducia a Varnero (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Reportage La lunga notte sul presunto conflitto d'interessi GIANNI MICALETTO E' scontro in Consiglio sulla fiducia a Varnero SANREMO Dovrebbe avere una coda (velenosa) il dibattito in Consiglio sul "caso Varnero". Perché l'opposizione vorrebbe un'altra possibilità, dopo che, l'altra notte, la maggioranza ha abbandonato l'aula, seguendo l'ex sindaco Leo Pippione, per non votare un ordine del giorno "trappola" preparato in corsa da Forza Italia. Un documento per confermare la fiducia all'assessore al Turismo, anziché censurarlo, nonostante le pesanti critiche sulla vicenda specifica (un presunto conflitto d'interessi legato all'attività della sua famiglia nel ramo della ricettività alberghiera) e in generale sulla politica turistica. L'intento era quello di verificare sul campo la tenuta della maggioranza attorno a Varnero, ma Pippione (forse il più dubbioso) ha sparigliato le carte: "Non partecipo a processi senza avvocati difensori". Prima, però, aveva invitato l'assessore a chiarirsi con il sindaco (rimasto poi in aula fino all'ultimo) ed a fare "pulizia di tutti questi link, perché dev'essere sì trasparente ma anche darne una chiara percezione". "E' sorprendente la fuga della maggioranza di fronte a un ordine del giorno per rinnovare la fiducia all'assessore Varnero", ha tuonato Alberto Moraglia (Fi), tra i promotori del documento. "E' vergognoso e grave - ha aggiunto Gianni Berrino (La destra) - Invito l'opposizione tutta a non garantire più il numero legale quando la maggioranza si ritroverà in difficoltà". "La questione resta aperta, per cui bisogna chiarirla", ha chiosato l'indipendente Bruno Barbaro, prenotando così un nuovo dibattito. Perché la mancanza del numero legale ha, di fatto, invalidato la votazione dell'ordine del giorno, peraltro respinto dalla stessa minoranza (l'unico voto favorevole è stato quello del sindaco Borea), che non poteva fare altrimenti. Forza Italia lo ripresenterà? L'occasione è data dal Consiglio previsto il 3 marzo per approfondire il tema del Palafiori, dopo i numeri sviscerati l'altra sera, che danno la misura dei costi ingenti e delle difficoltà di gestione. "E' un progetto sbagliato, nato male", ha osservato Pippione. E Borea ha spiegato le correzioni effettuate, peraltro criticate dalla minoranza. Tornando al "caso Varnero", gli attacchi più duri sono arrivati dagli ex della maggioranza. Barbaro si è concentrato sugli scambi di link, anche con portali dell'assessorato al Turismo e dell'Apt, che interessano l'hotel Nyala e Sanremoguide, riferibili alla famiglia Varnero. "I siti internet orientano i turisti - ha sottolineato - per cui il Nyala ne trae vantaggio. Nel sito dell'Apt, per i pacchetti turistici a Sanremo viene indicata solo la Nyala Wonder Travel. Io dico che tutti devono avere uguali possibilità". Paolo Leuzzi non ha dubbi: "Io ritengo che Varnero sia incompatibile a svolgere il ruolo che gli è stato assegnato. Ci si potrebbe passare sopra se avesse la delega ai Lavori pubblici, ma non quella al Turismo. Perché qualcuno della sua famiglia gestisce l'hotel Nyala e ha un'agenzia turistica, pubblicizzata anche nei siti di associazioni sportive. Il sindaco dovrebbe ritirargli le deleghe". Pur ammorbidendo i toni rispetto a qualche giorno fa, anche Forza Italia non ha rinunciato a porre con decisione la questione del conflitto d'interessi. "A mio giudizio c'è tutto - dice Giuseppe Di Meco, ex assessore al Turismo - Varnero deve distinguere nettamente l'azione politica dalle attività di famiglia. E dia una bella pulita ai siti. Se queste risposte non saranno date, vorrà dire che prima o poi qualcuno scriverà e attraverserà la strada per andare in via Anselmi (dove c'è il Palazzo di giustizia, ndr)". "Noi vogliamo solo chiarezza, per ridare tranquillità e trasparenza agli atti della giunta e di un assessore in particolare", aggiunge Alberto Moraglia. Varnero è apparso teso, provato. Così la sua replica si è ridotta a un breve intervento: "In questi anni mi sono dedicato a tempo pieno all'assessorato, dimettendomi da tutte le cariche. I miei familiari hanno diritto di operare, senza favoritismi ma al tempo stesso senza penalizzazioni. E, comunque, dal luglio 2004 sono stati interrotti i rapporti con il Comune. I link? Sono rivolti a operatori che propongono pacchetti turistici e iniziative promozionali. Si tratta di progetti aperti a tutti. Le aziende linkate sono quelle che vi hanno aderito. D'altronde, ci sono leggi che distinguono nettamente le competenze delle agenzie di viaggio e quelle degli alberghi". Varnero aveva preparato un dossier per dimostrare che le attività turistico-alberghiere della famiglia non hanno tratto vantaggi diretti dal suo ruolo a Villa Zirio, ma non l'ha esibito. Perché la frenata di Forza Italia gli ha consigliato di tenere un basso profilo.

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D'alema: "come ho fatto io con mediaset berlusconi riconosca il valore delle coop" - luciano nigro (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina VI - Bologna IL CASO Il ministro degli Esteri all'inaugurazione del nuovo palazzo da 23 milioni di euro del Ccc D'Alema: "Come ho fatto io con Mediaset Berlusconi riconosca il valore delle coop" LUCIANO NIGRO "Invece di parlare di conflitto d'interesse della cooperazione, Berlusconi avrebbe molti motivi per venire qui e riconoscere che le coop sono un patrimonio del paese cui rendere omaggio". Massimo D'Alema parla davanti a 500 grandi cooperatori e a un pezzo della classe dirigente emiliana. Sotto un grande tendone bianco e trasparente, davanti al palazzo tutto vetri e acciaio da 23 milioni di euro del Ccc che ha appena inaugurato. E' qui che, secondo il ministro degli Esteri, dovrebbe venire il leader del Pdl, seguendo "il mio esempio, che caro mi è costato, quando andai in visita a Mediaset". E' quasi un giù le mani da chi lavora e produce ricchezza quello che D'Alema propone, davanti a Piero Collina, motore del Ccc e al presidente di Legacoop Giuliano Poletti e padrone di casa e al Gotha delle coop rosse, da Pier Luigi Stefanini dell'Unipol ad Adriano Turrini di Coop Costruzioni, da Gilberto Coffari di Coop Adriatica a Stefano Soldati di Coop Murri e Marco Minella della Camst. "Un mondo che produce, vitale e capace di rinnovarsi - sottolinea D'Alema - che rappresenta il 7% del Pil nazionale e di cui dobbiamo essere orgogliosi". Invece, aggiunge il ministro degli Esteri, "c'è chi continua a dipingere le coop come l'espressione della prima Repubblica, figlie di un consociativismo da cui avrebbe ricavato una fetta della torta. Il braccio secolare della sinistra, insomma". In realtà, dice al numero uno di LegaCoop Giuliano Poletti, "c'è stato un grande mutamento, durante il quale le cooperative non hanno perso i loro valori. Non siete quindi il braccio di un'entità politica, altrimenti non sareste forti come siete". Nel salone improvvisato ci sono anche Fabio Roversi Monaco e Guidalberto Guidi della Ducati Energia, i costruttori Luigi Marchesini, Francesco Montanari e Luigi Melegari, i professori Ugo Ruffolo e Paolo Onofri. E le istituzioni ai massimi livelli: mezza giunta regionale, mezza provinciale, tanti sindaci, Sergio Cofferati in testa. Una festa per celebrare il Ccc e le cooperative. Con ricchi doni per gli ospiti. Una tavola di Alessandro Cervellati per Cofferati, un libro del Seicento sulla difficoltà di governare per Errani e la ciliegina per D'Alema: la prima enciclopedia della navigazione, un testo raro del Cinquecento. Valore? "Un migliaio di euro", dicono al Ccc. Se è così D'Alema dovrà lasciarlo alla Farnesina perché supera il tetto dei 300 euro fissato dal governo per i doni personali.

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"ma in puglia la parola giustizia deve diventare un valore condiviso" - antonella gaeta (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XI - Bari L'INTERVISTA L'analisi del sociologo Franco Cassano: "C'è da recuperare la fiducia nelle istituzioni" "Ma in Puglia la parola giustizia deve diventare un valore condiviso" Rispetto all'intero Mezzogiorno la nostra regione ha fatto un lavoro migliore, ma non è sufficiente Certo la fine di Punta Perotti è stata una vittoria smorzata però dalla lentezza della burocrazia ANTONELLA GAETA Quando invita a "costruire territori di senso intorno alla parola legalità" l'immagine cui si riferisce il sociologo Franco Cassano è assai concreta e quotidiana. Una domenica mattina a Punta Perotti, nel parco che s'attende, i genitori raccontano al loro bambino la storia delle piste ciclabili e di quei giochi che sta utilizzando. "Perché la legalità è fatta di piccoli gesti e non di prediche, è una battaglia molecolare sul senso comune che si fa spostando ogni giorno anche solo un filo di paglia, da una parte all'altra". Bari apre un mese di eventi intorno ai temi di giustizia e legalità. A che punto è la Puglia? "Credo che abbia fatto un lavoro migliore rispetto a quello di altre regioni meridionali, è evidente. Come insegna anche l'apprezzamento di Montezemolo, chi vuol fare deve concentrare il proprio impegno sugli aspetti positivi e pensare al futuro. La Puglia ha energicamente contrastato la criminalità negli anni Novanta e lo ha fatto in modo significativo. Ma è un regione sempre in bilico, sempre lì lì tra il grande salto e la ricaduta. Nel Mezzogiorno non ci si salva da soli e la Puglia in questa battaglia non può stare tra parentesi". Com'è cambiata la percezione di legalità in questi anni? "Mantiene sempre un grande significato. è un bene comune. Una società fatta di regole condivise è migliore, funziona meglio e dà più certezze, benessere, possibilità di lavoro e investimento. Proprio l'incertezza che scaturisce dal mancato rispetto delle norme caratterizza i nostri tempi, è un furto alla speranza". Che colpisce soprattutto i giovani. "è la loro mobilitazione che è in grado di dare maggiore speranza nel futuro ma spesso accade che si rassegnino al mancato rispetto delle regole e scelgano di andar via. La peggiore categoria da combattere è quella dei furbi e non occorre scomodare Prezzolini per ricordare che sono la grande debolezza degli italiani, nella loro presunzione di essere migliori degli altri e di fregare il prossimo. Chi supera una persona nella fila introduce una violazione del diritto altrui. Va da sé che quando emerge il furbo si va verso il peggio". Ha detto che la "forza più scarsa del nostro tempo è la fiducia nel presente". "Prendiamo il caso di Bari. La battaglia per Punta Perotti è stata compiuta, è probabile che in altre regioni non si sarebbe neppure fatta ma i tempi sono stanti lunghi. Tutto qui viene fatto con una lentezza impressionante. Ti sembra di aver risolto il problema di Punta Perotti che ti si è aperta la voragine di piazza Battisti e sullo sfondo continui ad avere il Margherita in quelle condizioni. è falsato il rapporto tra efficienza organizzativa e capacità di solidarietà tra soggetti. Ad avere la meglio è spesso la guerriglia del reciproco scaricare responsabilità e passi in avanti non se ne fanno". Pensa al Petruzzelli? "Ma certo, non si possono aspettare diciassette anni per ricostruirlo. Questa non è illegalità ma è quello strano gioco di paralisi reciproche, del quale parlavo. Si è andato avanti facendo un uso distorto dello strumento legale, aggiungendovi conflitti tra classi dirigenti e interessi politici". Il suo homo civicus come si muove, dunque, in questa realtà? "Ma ha bisogno di fiducia, si mobilita perché ha bisogno di cambiamento, ma tutto non può limitarsi solo al movimento di idee. A un certo punto esse devono ingranarsi con i meccanismi istituzionali. Ha bisogno di risposte da parte delle istituzioni, si aspetta che le battaglie civili facciano risultato. E che un parco sia aperto al più presto a Punta Perotti. Serve, perché un altro pezzo del suo percorso sia compiuto".

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UN GESTO GENEROSO (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-02-13 num: - pag: 1 autore: di PIERLUIGI BATTISTA categoria: REDAZIONALE I CASI FERRARA E PANNELLA UN GESTO GENEROSO I partiti non sono prodighi di gesti generosi, figurarsi in campagna elettorale. Ma, se invece prestassero una parte dei loro (ancora) formidabili apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie, non renderebbero la prossima contesa più ricca, più colta, meno asfittica? I grandi partiti che finalmente si aggregano sui programmi secondo un ferreo schema bipolare con accanto due drappelli autonomi, uno radicale e un altro impegnato in una combattiva "lista per la vita ", che tengono acceso il libero conflitto delle idee, che si battono sui valori e sui princìpi, fuori dalla prigione degli schieramenti: è così bizzarro immaginare che la politica italiana potrebbe ricavare qualche vantaggio da una campagna elettorale così nuova e sorprendente? Le liste di Pannella e Ferrara sono una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione che diventa fatalmente cruciale nell'instabilità frammentata in cui è appena affondata una legislatura. Sono piccole per dimensioni e struttura, ma conservano il talento di promuovere grandi idee e battaglie civili che i partiti candidati a governare l'Italia sono costretti a scolorire e depotenziare. Salvaguardano il senso di un'identità forte, mentre le grandi aggregazioni finiscono necessariamente per annacquarla. Sottolineano una differenza, mentre i partiti a "vocazione maggioritaria" si affannano comprensibilmente a ridurre le diversità che rischiano di trasformarsi in occasioni di inconciliabilità tra segmenti opposti dell'elettorato. Mobilitano opinioni mentre i grandi partiti sono, e beninteso non è un male, sensibili al linguaggio degli interessi. Se Ferrara e Pannella andassero da soli si allenterebbe inoltre sulle loro creature il cappio delle raffigurazioni caricaturali alimentate e inasprite dalla pregiudiziale inimicizia di schieramento. Potrebbero dimostrare con più facilità di incarnare entrambi la bandiera di temi culturali importanti, che investono con la loro carica etica i dilemmi che quotidianamente interpellano la coscienza degli italiani moderni. Sarebbe più difficile dipingere Pannella come un mangiapreti maniacale e bulimico di anticlericalismo (particolare non secondario nell'impossibilità di un incontro con il Pd pure auspicato da Michele Salvati) e Ferrara come l'apice di un neocattolicesimo reazionario succube dei proclami vaticani. Caricature grottesche, appunto. Veltroni e Berlusconi sono chiamati a convincere gli italiani della bontà e ragionevolezza della loro agenda di governo. Non avrebbero nulla da perdere dalla presenza autonoma di liste che trovano la loro ragion d'essere nei temi della vita, della bioetica, dei diritti della persona, della buona morte e naturale, dello statuto del concepito, dei limiti e delle potenzialità della tecnoscienza, della laicità, dei valori che modellano i comportamenti e le scelte di vita. La civiltà di un bipolarismo maturo che si abitua alla pratica democratica dell'alternanza di governo non può temere il soffio vitale delle "guerre culturali " condotte con passione ideale e rispetto per l'avversario. E che resterebbero decisive anche se non riuscissero a raggiungere un risultato parlamentare utile. Provarci: perché no?.

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D'Alema a Silvio: venga alle Coop (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-02-13 num: - pag: 5 categoria: REDAZIONALE "Io andai a Mediaset" D'Alema a Silvio: venga alle Coop MILANO - "Ah perché, sono sue le coop?". Scherza, ma non troppo, l'"azzurro" Guido Crosetto, commentando l'invito di Massimo D'Alema a Silvio Berlusconi perché venga a "rendere omaggio alla cooperazione". Il vicepremier, inaugurando la nuova sede del Consorzio Cooperative Costruzioni a Bologna, si è lanciato in un elogio per questa "grande risorsa del Paese, mai considerata come un braccio armato della politica". E visto che "Berlusconi parla delle coop come un conflitto di interessi della sinistra, venga qui a vedere, a rendersi conto". Invito seguito da un amarcord: "Berlusconi segua un esempio che mi è costato molto caro: la visita a Mediaset di molti anni fa". Parallelo incongruo, per Crosetto: "Berlusconi non vuole chiudere le coop, mentre all'epoca D'Alema mi sembra che avesse qualche intenzione di farlo, con Mediaset. Però, se ha tempo, Berlusconi farebbe bene a fare una visitina. Fa molta presa sulle massaie e sulla gente comune, guadagnerebbe il 30 per cento dei voti". Può darsi, ma Gianni Baget Bozzo sconsiglia vivamente il Cavaliere dal metterci piede, perché le coop "non sono un'esperienza di libertà, ma di privilegio". All'epoca, spiega, "D'Alema andò a Mediaset perché voleva far capire che non aveva intenzione di sopprimere la libertà del suo principale oppositore. Oggi la sinistra non ha motivo di temere: Berlusconi, quando è stato al governo, non è mai intervenuto sulle coop". Cosa che dispiace a Baget Bozzo: "Certo, ha fatto molto male, questo è un limite grave: doveva intervenire per liberalizzare ed eliminare i privilegi fiscali". "Ha un bel coraggio D'Alema - rincara la dose Carlo Giovanardi -. Ce li ricordiamo tutti i grandi monopoli nelle regioni rosse, gli intrecci con la politica, le coop con scopo mutualistico che usano i benefici fiscali per scalate bancarie, vedi Unipol". Giovanardi cita Falce e Carrello, il pamphlet anti-coop di Bernardo Caprotti, titolare Esselunga e grande amico del Cavaliere. E già che c'è, anche il suo libro: La Coop sei tu, chi può fare di più? dedicato a un tema che non può che ossessionare un emiliano di centrodestra: "Fossi nei panni del Cavaliere girerei alla larga, altro che invito. E quando saremo al governo, bisognerà intervenire per eliminare i monopoli". Nel Pd l'invito piace anche a sinistra. A Massimo Brutti - "Una piccola provocazione che è anche un modo per far cadere un pregiudizio" - e a Vincenzo Vita. Che però lancia una stoccatina a D'Alema: "La sua visita a Mediaset fu coraggiosa. Fu invece eccessiva e enfatica la definizione di Mediaset come un "patrimonio universale"". Chi non apprezza affatto l'invito è Cesare Salvi, fuoriuscito dai Ds per approdare alla Sinistra Arcobaleno: "Va bene dire no alle demonizzazioni e dialogare. Ma questo clima da grandi intese non va bene. Bisogna essere alternativi, ognuno stia al suo posto. Perciò evitiamo certi inviti reciproci". '96 D'Alema a Mediaset Alessandro Trocino.

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Una bomba nel giardino di Berlusconi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Prov Gallura Pagina 8049 Porto Rotondo. Allarme alla Certosa per un residuato bellico, ritenuto del tutto inoffensivo Una bomba nel giardino di Berlusconi Porto Rotondo.. Allarme alla Certosa per un residuato bellico, ritenuto del tutto inoffensivo --> La bomba, questa volta, alla Certosa c'era veramente. Nessun falso allarme, dopo la segnalazione da parte di un giardiniere che lavorava proprio a ridosso della tenuta di Silvio Berlusconi. Dal terreno, intorno alle 15 di ieri, è spuntato infatti un inquietante oggetto, l'ogiva di un proiettile di artiglieria. L'operaio ha immediatamente avvertito i carabinieri e intorno alla residenza del leader di Forza Italia è iniziato il movimento di carabinieri e poliziotti, in attesa dell'arrivo degli artificieri dell'Arma da Sassari. Il personale della stazione di Porto Rotondo si è occupato, insieme ai colleghi della Compagnia di Olbia, della delimitazione di una vasta area, intorno alla tenuta, interdetta a qualsiasi tipo di attività. Visto il tipo di ritrovamento e, soprattutto, il sito interessato dal piano di emergenza, ieri pomeriggio a Porto Rotondo, per le forze dell'ordine c'è stato molto da fare. Le persone che avevano infatti ritrovato e segnalato l'ogiva, non potevano sapere l'origine dell'ordigno e soprattutto se si trattava di un proiettile ancora efficiente. Gli artificieri hanno provveduto a rimuovere il residuato bellico con tutte le precauzioni del caso. Alla fine, poco prima delle 16, gli specialisti dell'Arma hanno stabilito che l'ogiva in questione non era altro che il nocciolo perforante di un proiettile d'artiglieria della seconda guerra mondiale. Un oggetto assolutamente innocuo privo di tutte le parti che, originariamente, ne facevano un munizionamento per armi pesanti. Nel tardo pomeriggio, alla Certosa e nell'area interessata dalle operazioni, nel cuore di Porto Rotondo, la situazione era già tornata alla normalità. I carabinieri, sentiti i giardinieri che hanno lanciato l'allarme, potrebbero avere già tutti gli elementi per una spiegazione definitiva dell'episodio. Probabilmente l'ogiva è arrivata nei giardini in via di sistemazione intorno alla tenuta di Berlusconi, insieme alla terra caricata in un'altra località di Olbia, area di raccolta nelle vicinanze della zona industriale, su un camion che proprio ieri ha scaricato il materiale destinato alle aiuole. Ai giardinieri non è sfuggita la parte del proiettile che spuntava dal terreno. Il ritrovamento di materiale di questo tipo è abbastanza frequente, soprattutto nelle zone della Gallura dove, durante il secondo conflitto mondiale, più intensa è stata l'attività bellica. ( a. b. ).

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Sabina Morandi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Nuove banche di investimenti e un vasto programma di privatizzazioni nel Paese Sorpresa, agli ayatollah piace il capitalismo così l'Iran si prepara alle elezioni politiche Sabina Morandi La notizia campeggiava ieri sulle prime pagine dei giornali economici di tutto il mondo: Teheran si prepara ad aprire tre nuove banche d'investimento, ufficialmente "per lottare contro le sanzioni" volute dagli Stati Uniti, come ha dichiarato Heidari Kord Zangeneh, ministro delle finanze ma soprattutto responsabile del vasto piano di privatizzazioni. Sì perché, in realtà, il progetto di privatizzare banche, industrie e telecomunicazioni è già in moto da parecchio tempo ed è proprio a causa del malcontento popolare suscitato dall'applicazione delle prime riforme economiche che si deve il successo dell'integralista Ahmadi Nejad. Ma la propaganda non deve far dimenticare che, sotto i proclami religiosi e patriottici, si agita quella che una volta si chiamava lotta di classe, perfino nell'Iran degli ayatollah. E se la suprema guida spirituale del Paese - attualmente Alì Khamenei - dichiara che la privatizzazione "è il modo più efficace" di controbattere alla "guerra economica" scatenata dall'Occidente, non lo fa solamente per strizzare l'occhio alle emergenti potenze asiatiche, invitate ad approfittare dei saldi delle grandi compagnie statali iraniane, ma è la testimonianza diretta che, anche in Iran, si sta consumando una lotta senza quartiere fra statalisti e fautori della globalizzazione. Com'è noto "l'altro" non è mai monolitico come sembra e non lo è nemmeno la Repubblica islamica che, va ricordato, è nata da una sollevazione popolare e non dai progetti del clero sciita tradizionale che all'epoca era quasi tutto in esilio. E' una distinzione importante che consente di cogliere contraddizioni e potenzialità di un esperimento del tutto nuovo, soprattutto per gli sciiti che sono sempre stati un po' gli outsider dell'Islam. Quelli che cacciarono lo Scià insieme ai partiti della sinistra e che poi sconfissero le correnti laiche, erano giovani estremamente politicizzati che volevano imporre la guida di un Islam radicale con forti connotazioni sociali anche contro la volontà dei clerici in esilio - ancora oggi alcuni alti esponenti tradizionalisti condannano la commistione tra religione e politica caratteristica dell'Iran. Ma gli estremisti vinsero e si rafforzarono durante la guerra con l'Iraq che legittimò l'autorità dei pasdaran pretendendo dall'esercito popolare dei volontari un tributo di sangue senza precedenti. Da allora il potere dei pasdaran è così cresciuto da dare vita a una sorta di "Stato nello Stato", forte del proprio complesso militare, industriale sociale ed economico. Alla morte di Khomeini, il posto di Guida suprema che era stato modellato sulla figura dell'ayatollah, restò vacante. Prima di nominare il suo successore, Ali Khamenei, venne messa in atto una riforma istituzionale che comportava un drastico ridimensionamento del rango e dell'autorità della Guida suprema, decisamente più limitati di quanto si ritenga in Occidente. La Repubblica islamica è retta in modo collegiale da una sorta di oligarchia che rappresenta gli interessi di vari strati della popolazione, secondo una modalità che riflette più le tradizioni persiane che quelle islamiche. Gli organi elettivi - il Parlamento, il presidente della Repubblica e l'Assemblea deglii esperti che elegge la Guida suprema - consentono la gestione collegiale del potere anche se tutto avviene in modo niente affatto trasparente. Il conflitto mai risolto dai tempi della rivoluzione del '79 è, come ovunque, quello fra gli interessi degli strati alti - i vecchi latifondisti e la nuova borghesia compradora - e quelli delle masse impoverite o rurali che non sono state toccate né dalla modernizzazione dello Scià né tantomeno dai profitti del petrolio. Le classi popolari avevano riversato le loro speranze di rivalsa sociale proprio nella rivoluzione islamica radicale ma sono stati duramente colpiti dagli effetti dalle riforme liberiste dell'economia. Non è un caso che la vittoria elettorale dell'attuale presidente sia arrivata dopo un periodo di profonde trasformazioni economiche che hanno ulteriormente impoverito gli strati più poveri. Abbiamo così il paradosso di una forza laica e popolare - appunto i pasdaran - che si contrappone ai tentativi di modernizzazione guidati dall'alto clero, culturalmente più vicino all'Occidente (almeno sull'economia) e decisamente più prudente nella politica internazionale. Il problema di Ahmadi Nejad è stato lo stesso di ogni leader radicale del pianeta: una volta salito al potere, nel 2005, si accorto che gli spazi per difendere una concezione purista della rivoluzione islamica erano quasi inesistenti a parte la sfera privata - vedi la stretta sui costumi e sulle donne - e il buon vecchio nazionalismo. Terreno su cui Bush si trova perfettamente a suo agio tanto da prendere la palla al balzo per alimentare l'ennesima crisi che, con perfetta simmetria, Washington usa per far dimenticare ai propri cittadini la catastrofe economica esattamente come fa il presidente iraniano in quel di Teheran. Ma in Iran la sicurezza nazionale viene presa molto sul serio e l'apparato non ha perdonato ad Ahmadi Nejad di avere esposto il paese alle ritorsioni occidentali. Nel 2007 il presidente si è dovuto impegnare a respingere gli attacchi di gran parte dell'establishment politico che sono culminati nella richiesta di impeachment formulata da alcuni gruppi parlamentari. Peccato che a Capitol Hill non abbiano fatto altrettanto. Le elezioni parlamentari di marzo potrebbero dare luogo a inaspettati cambiamenti anche perché il governo è in forte difficoltà, come si evince dalla pesante epurazione che sta esercitando sulle liste dei candidati. Malgrado ciò, i commentatori vedono queste elezioni come un'occasione per spostare gli equilibri parlamentari di nuovo a favore dei moderati, sempre naturalmente che le isterie occidentali non finiscano col dare una mano a un Ahmadi Nejad in evidente crisi di consenso. Ma, come Bush sa bene, le guerre fanno miracoli. 13/02/2008.

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Elezioni Dalla parte dei deboli Cara "Liberazione", auspico una campagna elettorale, vivace, ma educata, intelligente, rispettosa, e che sia centrata sui problemi dei cittadini più (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Tra la gente, la campagna elettorale che vorrei Cancellare la Resistenza è cancellare la Storia Invece di Spinoza rileggiamo Giordano Bruno Elezioni Dalla parte dei deboli Cara "Liberazione", auspico una campagna elettorale, vivace, ma educata, intelligente, rispettosa, e che sia centrata sui problemi dei cittadini più deboli, e più bisognosi. Una campagna elettorale che discuta dei grandi temi da risolvere in Italia, nuova legge elettorale, conflitto d'interessi, difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della mafia, della malavita organizzata, dell'evasione fiscale, della sicurezza, rilancio dell'economia, del rispetto dell'ambiente, dei diritti civili... Quello che vorrei e che auspico è che la campagna elettorale sia fatta in mezzo alla gente e con la gente, per sentire in particolare i cittadini più penalizzati e i più deboli della nostra società, dai lavoratori, ai pensionati, ai malati, agli anziani, ai diversamente abili. Da questi emergeranno sicuramente il bisogno di più sicurezza dentro e fuori casa, i posti di lavoro, i prezzi elevati dei beni consumo di prima necessità, il costo della vita troppo elevato, stipendi bassi, pensioni basse. Anche se bisogna riconoscere al governo di centrosinistra di aver fatto tante cose buone per il sociale e per le persone più bisognose. Bisogna però fare molto di più, nella campagna elettorale c'è bisogno di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, in particolare giovani, favorire e invogliare la loro partecipazione, per elaborare assieme a loro progetti per la sicurezza, progetti per prevenire incidenti sul lavoro, progetti per prevenire incidenti stradali, progetti per l'educazione alla legalità, al rispetto delle regole, progetti in cui far sì che i servizi sociali diventino sempre migliori, dalla sanità alla scuola, ai trasporti, ai servizi socio assistenziali sul territorio. Poi bisogna aumentare subito i salari dei lavoratori dipendenti che sono troppo bassi, le pensioni, diminuire anche le tasse da subito, poi progetti di gestione della cosa pubblica e privata, per far sì che la politica non sia un costo, ma una risorsa. C'è bisogno di una politica alta, vera, onesta, trasparente, priva di interessi personali, una politica che sia al servizio dei cittadini, degli interessi generali, una politica che abbia a cuore il bene comune degli italiani... Con obiettivi che devono essere quelli di costruire e raggiungere una società più equa, più giusta, migliore, piena di diritti e di valori veri per tutti. Francesco Lena Cenate Sopra (Bg) Partito democratico Vogliono un paese senza ideali Cara "Liberazione", il Partito democratico nella stesura dello statuto dimentica di essere antifascista e cancella la Resistenza dalla sua memoria storica. I giornali ne hanno dato ampio spazio, quando ho letto ho pensato: "Ma come fanno tante compagne e tanti compagni che hanno vissuto nel Pci - partito che ha contribuito massicciamente alla lotta di Liberazione pagando un prezzo enorme in termini di morti e feriti - e che hanno vissuto con gli insegnamenti e la coerenza politica di persone che hanno lottato duramente per la libertà a dimenticare, a cancellare la Resistenza e a paragonarla come An alla Guerra Civile?". Il percorso è quello di cancellare tutto, per costruire un paese in cui tutto sommato si sopportano il liberismo sfrenato, le privatizzazioni, il capitalismo e gli industriali sono considerati dei poveretti perché rischiano nell'investire e quindi l'area di recupero elettorale è quella centrista. Francamente cancellare quella che è stata la Resistenza che ha permesso di scrivere la Costituzione e il sacrificio di quelli che hanno lottato per la libertà è costruire un paese senza prospettive, senza ideali. Renato Nuccio Candelo (Bi) Falce e martello La grafica è il significato Cara "Liberazione", sono pienamente d'accordo con i compagni che sostengono la necessità che il nuovo soggetto unitario della sinistra debba individuare i capisaldi programmatici e morali come "primissimo" ordine di problemi da superare per darci una identità condivisa forte e inequivocabile. Mentre penso che, per quanto riguarda il simbolo con il quale presentarci, data l'immediatezza della scelta, credo che si debba momentaneamente soprassedere per evitare una scelta affrettata che potrebbe essere dannosa per l'obiettivo "consenso elettorale" (le scorciatoie sono sempre piene di insidie). Secondo me, ora sarebbe opportuno presentarci con un simbolo che contiene oltre a la Sinistra l'Arcobaleno anche i simboli di tutti i partiti che si riuniscono. Quando diciamo simbolo, non ci siamo mai riferiti ad una composizione grafica avulsa dal significato che può avere, per noi simbolo ha sempre significato rappresentazione degli elementi fondanti di un partito (quasi come valore di "Costituzione grafica"). In seguito, con la dovuta calma, sarà tanto difficile cercare di realizzare un simbolo che leghi i temi del lavoro, della giustizia sociale e della pace contaminati dal simbolo di un moderno ambientalismo e sviluppo sostenibile? Luciano via e-mail Serve qualcosa di nuovo Cara "Liberazione", questa lettere in difesa della presenza della falce e martello nel simbolo comune della Sinistra l'Arcobaleno non le condivido per niente. L'idea di una sinistra unita può esistere solo se c'è davvero la volontà di costruire qualcosa di nuovo, di aperto, di plurale appunto. Conosco alcuni compagni che, proprio per la scelta di provare a correre con un simbolo nuovo, si sono rimessi a fare politica nella sinistra. I quattro simbolini nel logo elettorale sarebbero davvero fuori luogo. Anzitutto non si vedrebbero nella scheda elettorale, e poi darebbero l'impressione di una confederazione politicista, di una coalizione di partiti minoritari chiusi. Invece il simbolo della Sinistra l'Arcobaleno mi pare un buon biglietto da visita: colorato e innovativo. Amedeo Saletti Mortara (Pv) Tesoretto La battuta di Tps Cara "Liberazione", quel buontempone di Padoa Schioppa ha dichiarato che "non c'è nessun tesoretto". Evidentemente si tratta di una battuta, anche se di cattivo gusto. Se così non fosse dovrei pensare che Prodi, Giordano, Ferrero ecc. ci hanno raccontato un sacco di "balle". Ricordo che anche l'insaziabile Luca Montezemolo aveva detto che voleva anche lui la sua parte, dimentico della valanga di soldi che abbiamo dato a lui e alla sua categoria con il cuneo fiscale, senza contare tutte le altre regalie... Livio Valmassoi Pieve di Cadore (Bl) Dibattito La natura "divina" di Giordano Bruno Caro direttore, colgo il tuo invito alle "dispute filosofiche" e mi collego alla critica di Iannaco sul presunto nesso Marx-Spinoza, difeso invece da Riotta. A proposito di materialismo ricordo che E. Severino ha sostenuto che "Spinoza distingue ciò che esiste necessariamente, cioè non è mai inesistente, ed è Dio, l'Eterno, da ciò che invece non esiste necessariamente, nel senso che non è sempre esistente ed è l'insieme delle "cose prodotte da Dio", esistenti nel Tempo" (citazione di Severino tratta dal suo articolo "Spinoza, Dio e il Nulla", pubblicato sul "Corriere della Sera" del 30 giugno 2007). Una distinzione che si basa sulla convinzione che "le cose del mondo sono nulla". Tale negazione del finito si ritroverà in Hegel prima e in Heidegger poi, secondo una logica che può arrivare a giustificare l'annientamento di milioni di persone perché la loro esistenza non è necessaria: l'esistere è uguale al non esistere. Piuttosto che in Spinoza quindi, per la sinistra sarebbe meglio trovare riferimenti in Giordano Bruno, nel quale, ben diversamente, è la natura stessa ad essere "divina": un pensiero dal quale non può derivare alcuna giustificazione intellettuale allo sterminio. Livia Profeti via e-mail 13/02/2008.

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Presidenzialismo, il Pd scopre le carte (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 13-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Retroscena Cosa c'è nella bozza del programma L'Italia in salsa francese sognata dai democratici "SCELTE NETTE E RADICALI" Presidente che governa, solo 470 deputati, Senato federale Presidenzialismo, il Pd scopre le carte ROBERTO GIOVANNINI Il leader ha chiesto ai saggi di indicare proposte senza mediazioni ROMA 1Semipresidenzialismo Più poteri al Presidente Per il Partito democratico, la forma di Stato e di governo che meglio servirebbe al nostro Paese sarebbe quella del semipresidenzialismo alla francese. Il Presidente della Repubblica, quindi, sarebbe eletto dal popolo e avrebbe i poteri che oggi ha Sarkozy.2Efficienza Iter più spedito Altri provvedimenti riguardano l'iter delle leggi. I disegni di legge del governo dovranno essere approvati entro due mesi dalle Camere. Inoltre, in caso di contrasto tra le camere sulle leggi non costituzionali prevarrà il voto della Camera. 3Partecipazione Voto ai minori Previsto un abbassamento dell'età minima per votare a sedici anni. La tutela delle minoranze in Parlamento sarà garantita da uno Statuto dell'opposizione. Inoltre sarà possibile il referendum propositivo se viene ignorata una legge di iniziativa popolare.4Walter Veltroni dice da mesi che vuole una "politica che decida": e ai suoi "saggi" al lavoro per preparare il programma del Partito Democratico ha chiesto di elaborare proposte shock anche sul fronte della riforma della politica. Il lavoro degli esperti ancora non è terminato, ma nella bozze del documento programmatico si descrive un ridisegno radicale del sistema istituzionale del paese. Se si tramutasse in realtà, la politica italiana riveduta e corretta in salsa veltroniana assomiglierà moltissimo alla Francia della Quinta Repubblica: un Presidente della Repubblica "dotato di poteri di governo", una Camera con soli 470 deputati molto più forte del Senato federale composto da 100 membri designati e non eletti, un sistema elettorale uninominale a doppio turno. Non mancano però incursioni nel sistema britannico, come la sostanziale inemendabilità della legge Finanziaria dopo un primo esame parlamentare. E poi, via libera al referendum propositivo, norme contro tutti i conflitti d'interesse, il diritto di voto ai sedicenni, l'abolizione delle Province o degli enti intermedi. Insomma, finita la legislatura, finita la coalizione dell'Unione, finita la stagione dei compromessi. Walter Veltroni si può gettare alle spalle tutte le proposte forgiate - come il "Vassallum" o il modello tedesco - per cercare consensi trasversali. Il Pd che "può fare da solo" senza cercare intese e accordi si prepara alla "legislatura costituente" che immagina riscoprendo le idee e le soluzioni istituzionali da sempre più care al segretario del partito, che sin dagli anni '90 ha sempre scommesso sul sistema semipresidenzialista alla francese, con un meccanismo elettorale uninominale e doppio turno. Come si legge nella bozza di documento, serve "una transizione" verso "una democrazia governante e federalista"; anzi, "è tempo quindi di scelte nette e radicali". Eccole. Elezione (possibilmente contestuale) di un Presidente della Repubblica "dotato di poteri di governo" e di una Camera dei deputati con 470 membri, eletti in collegi uninominali maggioritari a doppio turno da tutti i cittadini con più di sedici anni di età. I candidati indicati con un meccanismo di primarie regolate per legge, in lista metà uomini e metà donne. Il Senato, 100 componenti "designati" (e non eletti) dalle autonomie regionali e locali. Il Capo dello Stato nomina il Presidente del Consiglio "sulla base dei risultati della Camera": il premier riceve la fiducia e può chiedere al Presidente la revoca dei ministri. I disegni di legge approvati del governo devono essere votati dal Parlamento entro due mesi. La Finanziaria, una volta modificata dalla Commissione Bilancio, è inemendabile. Le leggi devono passare per le due Camere: ma con l'eccezione delle norme costituzionali o di quelle che riguardano le Autonomie, se c'è conflitto dopo un tentativo di conciliazione l'ultima parola spetta alla Camera. Tutto questo potere centralizzato avrebbe i suoi contrappesi istituzionali, secondo il progetto messo a punto dagli esperti di Veltroni. Innanzitutto, come abbiamo visto, i poteri del Senato "designato", in grado di bloccare norme sgradite. Secondo, i nuovi poteri affidati al nuovo "federalismo solidale": non ci sono i dettagli nel documento, ma si ipotizza una ulteriore revisione delle materie costituzionalmente delegate alle Autonomie, che godrebbero di una "clausola di supremazia trasversale". Il secondo grande contrappeso consiste nei nuovi poteri affidati alla Corte Costituzionale, all'opposizione, e in seconda battuta ai cittadini. Primo, sulla regolarità delle elezioni dei parlamentari non si pronunceranno più i parlamentari stessi, ma i giudici della Consulta. Secondo, la Prima Parte della Costituzione sarà emendabile solo con una maggioranza parlamentare dei due terzi. Terzo, anche per le nomine parlamentari degli organi indipendenti (le Authority, e così via) servirà una maggioranza dei due terzi. Quarto, se una proposta di legge di iniziativa popolare corredata di un milione di firme è ignorata dal Parlamento per due anni, arriva il referendum propositivo. Quinto, "norme rigorose contro tutti i conflitti d'interessi e il cumulo di cariche pubbliche". Infine, "alla Camera va previsto un significativo Statuto dell'Opposizione, a cominciare dalle Commissioni parlamentari d'inchiesta".Le Camere Meno parlamentari La Camera avrà 470 deputati eletti con maggioritario doppio turno, mentre il Senato non sarà più ad elezione diretta. Secondo il piano del partito democratico, è prevista infatti la nomina di 100 senatori da parte delle autonomie regionali e locali.

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Liberi più che soli (sezione: Conflitto di interessi)

( da "EUROPA.it" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

ARNALDO SCIARELLI Per combattere il trasformismo, eredità di 126 anni lasciataci dalla sinistra storica, bisogna "essere", come in fin dei conti ha detto Veltroni a Spello. Liberi più che soli, perché parlare e sorridere in solitudine è difficile. Le affermazioni di Giordano, se non ci fossero precisi interessi elettorali in termini di esistenza, potrebbero politicamente intenerire, sembrano sindacalese ingenuo di primo pelo. Il desiderio di conservazione di falce e martello da parte di Diliberto è come un desiderio di Peter Pan che non ha approfondito Terzani. E progettare un governo nell'interesse generale del paese è una cosa seria per un team di professionisti che devono alla fine operare una sintesi per il bene comune. Progetto non confuso e confusionario, a prescindere dai risultati economici obiettivamente ottenuti in questi 20 mesi, come l'alleanza ancora in corso che ha vinto, e non numericamente, le elezioni del 2006. Non qualunquista come le affermazioni del centrodestra, sotto il vestito niente e solo luoghi comuni. Questi signori, dopo aver sconquassato l'Italia per cinque anni, affermano che alla fine vogliono solo quattro liste, oltre a quella storica dei pensionati! L'aggregazione liberale-postfascista Forza Italia e Alleanza nazionale, il marchio cristiano dell'Udc nel quale si dice venivano risposte le speranze di una parte del clero, il presunto marchio federalista della Lega, compendio qualunquista sostanzialmente razzista, e la variegata galassia da Forza nuova a Storace, da Storace ai democristiani di Rotondi, da questi ai cosiddetti Liberaldemocratici di Dini e da loro ai presunti socialisti del vecchio nuovo Psi rimasto a destra. Mastella a parte ancora indeciso. Quando Berlusconi, Bonaiuti e Scajola, con i post fascisti ed i leghisti un po' razzisti e Casini parlano di valori comuni si può solo ridere. Quando questo concetto viene poi confermato da diniani, mastelliani e dalla galassia succitata si avverte la sensazione di essere pervasi da un gas esilarante: i valori comuni, checchè se ne dica, sono solo un'ammucchiata qualunquista. Il Partito democratico e le forze politiche che condivideranno liberamente il nostro programma dovranno urlare queste cose in televisione, per le strade, sui manifesti, nei dibattiti: i giornali li leggono in pochi e quei pochi sono già in gran parte orientati. L 'apparato berlusconiano vuole vincere le elezioni solo per continuare a tutelare se stesso ed il proprio leader. E quindi promette economia sociale e liberismo, il presunto federalismo voluto dalla Lega condito dalla difesa etnica, sicurezza ed ordine pubblico per la destra, il rinvigorimento dei valori cristiani con scelte conservatrici per una parte del cattolicesimo italiano, meno tasse e servizi di maggior qualità e conti pubblici migliorati, e quindi tutto ed il contrario di tutto in un'orgia di qualunquismo da "abbuffata ferreriana". Ovviamente ciò pur di mantenere Retequattro ed evitare una legge seria sul conflitto di interesse e norme autenticamente democratiche in altri settori. Purtroppo il centrosinistra ha commesso un errore gravissimo non occupandosi di queste cose in 20 mesi di governo. La destra offre oggi una "qualunque minestra di verdure miste riscaldata", senza anima e senza sapore, per tentare di riempire lo stomaco producendo coliche. Noi abbiamo deciso di offrire agli italiani un menù digeribile e veloce che possa nutrire in maniera sana il paese, condividendolo con chi ha i nostri stessi gusti. Siamo una forza progressista, né potrebbe essere diversamente, rispettosa delle libertà altrui esercitate nel rispetto della legge. Siamo una forza riformista, né potrebbe essere diversamente, conscia che gli accordi o le soluzioni condivise sono altra cosa e che il riformismo è un divenire politico continuo nell'interesse generale. Siamo un partito che userà la moderazione come capacità di spiegare chiaramente e programmare i cambiamenti necessari da realizzare a vantaggio del paese ed in particolare di coloro che oggi sopravvivono e non hanno certezza di futuro. La gente, i giovani e le donne, che sono il vero futuro, capiranno presto.

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Fo : "La Chiesa non paga le tasse E Berlusconi non lo beccano mai..." (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Quotidiano.net" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

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Monologo al vetriolo del premio Nobel, Dario Fo, al teatro delle Celebrazioni di Bologna per la presentazione del suo spettacolo "Sotto paga! Non si paga!". Durissimi attacchi anche a Mastella e al centro sinistra. Commenta Commenti Invia commento Segnala ad un amico 13/02/2008 19:22 M, provincia di FI ecco un motivo per essere d'accordo con l'eutanasia!! si ricorda il vecchio che anche quella "simpatica" signora di sua moglie era al governo? 13/02/2008 19:13 M, provincia di PG Chi ha dato il nobel a quello doveva essere ubriaco o pazzo. Il guaio della democrazia e'che qualunque cretino puo' sparare cavolate, offendere, denigrare impunemente. Meno male che almeno li stiamo buttando fuori dalle...tasche, i suoi compagni, lui 13/02/2008 19:04 M, provincia di LU Dario non ha avuto il nobel per raccomandazioni ecclesiastiche, ma per valore proprio. Avessimo il coraggio che ha la Svezia, popolo di baciapile in pubblico e ladri, evasori, lussuriosi in privato, con il benestare papale. Io sono cittadino italiano non suddito del vaticano 13/02/2008 19:00 M, provincia di BG ora manca Benigni per essere al completo di co.... 13/02/2008 19:00 M, provincia di GR sei un vecchio giullare blasfemo e rincoglionito. sirio 13/02/2008 18:54 M, provincia di SS Dai commenti si vede quanto la destra odi gli intellettuali che sanno essere critici e sollevano problemi veri, sia quando parla della chiesa, che in tutti i campi nei quali interviene sta dando un bell'esempio di grettezza e pretende che nessuno parli dei privilegi dei quali gode, sia quando parla di Berlusconi che ci ha dimostrato cnel 2001 come sa farsi gli affari suoi con le leggi vergogna. Purtroppo abbiamo un centrosinistra che non ha saputo cancellare quei provvedimenti che ci hanno sputtanato più della spazzatura di Napoli (e non è poco). 13/02/2008 18:52 M, provincia di LU L'unica cosa che si può dire nei confronti di uno come FO è la stessa che disse Virgilio a Dante : non ti curar di loro ma guarda e passa. 13/02/2008 18:45 M, provincia di CS L'ennesima occasione persa per starsene zitto! Parla lui che gli è stato attribuito un Nobel immeritato. Vorrei vedere se è in regola con il fisco. Caro Fo, ma vaffa....!!!! 13/02/2008 18:43 M, provincia di RE Premio Nobel ? Ma voi avete letto Montale, Pirandello ?: non sono neppure parenti, forse in Svezia si sono sbagliati...L'unica cosa che ha saputo dire della sinistra è che non ha fatto la legge sul conflitto di interessi? MIO DIO: lui ci toglie il fiato... 13/02/2008 18:38 M, provincia di MI Parla solo per invidia.Rinchiudetelo! Sono presenti 43 commenti, invia il tuo commento! Successivo Pagine: 1 2 3 4 5 Email: Sesso: Anno di nascita: Provincia: Commento: Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro consenso al trattamento dei dati I commenti inviati vengono pubblicati solo dopo esser stati approvati dalla redazione Tuo nome: Tua email: Nome amico: Email amico: Testo dell'email: Invia una copia anche al tuo indirizzo di posta Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro Cerca su Quotidiano.net nel Web Articoli Eventi --> Foto del giorno --> Foto Video Blog Sondaggi Politica Veltroni anticipa il programma: "Aiuti a precari e alle famiglie"Cronaca - Locale Restauro delle statue di palazzo Ducale Giovedì piazza Roma resta chiusaSport Sei Nazioni finito per David BortolussiCronaca - Locale Busta con proiettili e minacce all'Inter L'accusa: mafia nel club nerazzurroCronaca - Locale Stacca il tubo del gas e respira i fumi Morto un sessantenne a SenigalliaCultura - Locale 'La sirena' suona per Zingaretti, protagonista al teatro RossiniPazzo mondo Sogna di vincere alla lotteria, estratto il suo biglietto da 8,7 milioniCronaca - Locale Nuovo sconto per Carlo Massei sull'omicidio del rivale in amoreGossip Per Paltrow e Chris presto un bimbo Adotteranno un orfano di BrooklynCronaca - Locale Ubriaco fugge dopo uno scontro Denunciato tunisino di 26 anniSpettacolo Gli Who tornano sul palco Dopo due anni un nuovo discoMotori Toyota produrrà la microcar iQ Tre passeggeri in soli tre metriCronaca - Locale Minori senegalesi chiedono asilo, ma in realtà "sono già maggiorenni" Mostra: Carducci e i miti della bellezza'Mondo calcio'TEATRO SOCIALE Stagione di prosa 2007/2008Stagione teatrale 2007 / 2008: Le lacrime amare di Petra Von KantProgramma della Stagione di Prosa 2007-2008, Teatro dell'Aquila'Il deficente'Il cartellone 2007/08 del Politeama PrateseLa Belle Epoque. 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La città, svegliatasi sotto a una fitta coltre bianca, è rimasta paralizzata: chiuse le scuole, cancellate le lezioni universitarie, trasporto pubblico in tilt RICERCA ANNUNCI pubblicità contattaci guadagna con Quotidiano.net fai di Quotidiano.net la tua Homepage aggiungi ai preferiti le news sul tuo pc rss archivio HOME - Copyright (c) 2007 MONRIF NET S.r.l. P.Iva 12741650159, a company of MONRIF GROUP - Informativa al trattamento dei dati personali - Powered by Softec /div>.

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DUE ONI E UNA CAPANNA (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Stampa, La" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Massimo Gramellini DUE "ONI" E UNA CAPANNA Veltroni archivia il veltronismo quando mancano pochi minuti alla fine e Vespa sta per mandare gli italiani a dormire. L'ex comunista, l'ex sindaco, l'ex veltroniano Veltroni stringe le mani bianche sui braccioli quasi altrettanto bianchi della poltroncina e si produce in una delle sue specialità, l'urlo a bassa voce, per congedarsi dal suo cavallo di battaglia: la nostalgia della giovinezza. Non è vero che un tempo si stava meglio, strilla in un sussurro l'ex cantore della figurina di Pizzaballa: le aranciate che bevevo da ragazzo erano piene di coloranti, i tubi di scappamento ammorbavano l'aria e nei cinema durante l'intervallo bisognava spalancare le porte per fare entrare l'aria, tale era la puzza di fumo! A qualcuno, probabilmente anche a lui, questo ribaltone esistenziale sembrerà una semplice nota di colore. Invece è il vero sigillo del duello televisivo a distanza che nel volgere di due notti ha mandato in soffitta il passato e visto nascere sotto lo sguardo amorevole di Vespa una nuova coppia di fatto della politica italiana: Silvio e Walter, Oni & Oni, i due accrescitivi dell'Italietta. Da quindici anni ci trasciniamo addosso l'immagine un po'caricaturale di un Paese doppio, composto da due popoli distinti e riassumibili nei personaggi di Massimo Boldi e Nanni Moretti, che non hanno nulla da dirsi e se anche ce l'avessero non riuscirebbero a comunicarselo per mancanza di alfabeto comune. Per abbattere questo muro di Berlino mentale bisognava giungere allo scontro conclusivo fra i due leader in cui da sempre si rispecchiano i rispettivi elettori. Oni & Oni sono la proiezione esatta, quasi statistica, del tipo di cittadino che vota per loro. Perciò sono anche gli unici ad avere l'autorità necessaria per firmare l'armistizio fra le due Italie. L'elettore di centrodestra si riconosce nei sogni, nei vizi e nei vezzi di Berlusconi. L'elettore di centrosinistra in quelli di Veltroni. Ed entrambi i leader nel loro comune amico Mike Bongiorno, l'italiano medio descritto da Umberto Eco e poi scissosi in due metà che fino all'altro ieri sembravano diventate incompatibili. Porta a Porta, Oni a Oni. Due campagne speculari, due modi diversi ma non più opposti di presentarsi al voto. Veltroni è seduto alla destra dello schermo. Berlusconi stava a sinistra. Veltroni ha la camicia con le asole sul colletto e Berlusconi no, però entrambi sfoggiano la stessa cravatta blu a pallini, presidenziale. Veltroni non ha il sorrisone dell'altro, ma ogni tanto scoppia a ridere mentre parla. Devono avergli spiegato che funziona. Vespa disinvoltamente vesposo, lo accoglie dicendo: se vince, metta una buona parola per me. Oni 2 è figlio di un giornalista, sguazza a meraviglia nell'ambiente. Appena entra un intervistatore, non si limita ad alzarsi in piedi come Oni 1. Lui gli va incontro per stringergli la mano, quasi volesse dirgli: che bello vederti qui, condividere questo momento unico con te. Chiama gli amici per nome e i non amici per cognome. Pirani, editorialista di Repubblica, è Mario. Mentre Giordano, direttore del Giornale, rimane Giordano anche se sarebbe Mario pure lui. Comunque li chiama, perché sa che a nessun uomo dispiace cullarsi al suono delle proprie generalità. In compenso nomina poco gli avversari. Solo Berlusconi, tre volte, e due è per fargli i complimenti. Una citazione anche per John Kennedy, Olof Palme, Willy Brandt e la cucina Scavolini: la più amata dagli italiani dice Walter, come il primo governo Prodi. Guarda caso, quello dove c'era lui. È sommesso anche il modo in cui riesce a fare la ruota senza farla. Il suo ego non è meno arroventato di quello Silvio, solo più schermato. Di sé dice: sono stato un bravo ministro, un bravo sindaco, un leader che ha rivoluzionato la politica in un mese e che in una settimana ha già recuperato due punti nei sondaggi. Però lo dice alla Veltroni; con circonlocuzioni timide e frasi sottotraccia. Liquida con toni elegiaci anche il tormentone di Veltrone l'Africano. Non aveva forse promesso di emigrare fra le capanne di fango del Continente Nero anziché nel loft del Partito democratico? Oni 2 sospira e racconta la storia di un uomo che era pronto a lasciare la politica, quando all'improvviso è nato il Pd e tutti si sono girati verso di lui. Poteva tradirli? Voltare le spalle al sogno politico di una vita? Parla bene di sé, ma anche di tutti. Almeno di quelli che nomina. Degli imprenditori che sono lavoratori, dei lavoratori che sono affezionati alle loro aziende più di certi manager (quindi pensa male dei manager), dell'Osservatore Romano che non lancia crociate integraliste (quindi pensa male di Ruini), di Prodi che è un grand'uomo (e qui chissà cosa pensa) e anche di Enzo Visco, perché a lui - a lui Walter - piace per istinto parlar bene delle persone di cui gli altri parlano male. Delle tasse non parla bene. Ma nemmeno male. Dice che non sono né belle né brutte, ma che sono troppe. È già qualcosa. Non parla male neppure dei bulli di scuola, che non sono poi tanti come si crede. E nemmeno dei ricchi, che non intende far piangere ma forse neanche ridere. Se Berlusconi cerca candidati che abbiano il sole in tasca, lui dice di volerli con la luce dentro. Farà le liste elettorali guardandoli negli occhi. Non nomina mai neppure una volta il conflitto di interessi, ma se ne va dettando la sua personalissima par condicio: meno politica in tv, perché se si va avanti con tre dibattiti a sera, prima del 13 aprile i cittadini si butteranno dalla finestra. Sotto, ad attenderli troveranno comunque lui. Pronto ad acchiapparli, tutti.

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L'accordo c'è, Di Pietro insieme al Pd Sulla scheda liste apparentate, l'Idv conserva il simbolo. Con i Radicali posizioni ancora distanti (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del L'accordo c'è, Di Pietro insieme al Pd Sulla scheda liste apparentate, l'Idv conserva il simbolo. Con i Radicali posizioni ancora distanti di Andrea Carugati / Roma WALTER VELTRONI l'ha fortemente voluto, nonostante i mugugni di autorevoli esponenti del Pd. E alla fine l'accordo con Tonino Di Pietro è stato siglato, ieri all'ora di pranzo, dopo una ventina di minuti di colloquio. L'Italia dei Valori sarà l'unico alleato del Pd, che per apparentarsi sulla scheda elettorale con l'ex pm ha fatto l'unica deroga alla regola ferrea della corsa in solitaria. Del resto i rapporti tra Walter e Tonino sono ottimi fin dai tempi del primo Ulivo, e il leader del Pd è perfettamente consapevole che quel 4-5 di voti è necessario per poter vincere davvero. Anche perché, spiegano al Loft, sono voti che difficilmente il Pd avrebbe potuto intercettare, pescano in un elettorato molto sensibile all'antipolitica, un settore che sarebbe rimasto pericolosamente scoperto. E poi Di Pietro ha annunciato che dopo le elezioni farà gruppi unici con il Pd in Parlamento, un "primo passo", come spiega Leoluca Orlando, per un successivo ingresso della truppa nel partitone. Di Pietro sembra averla spuntata anche sul simbolo: correrà col suo, con tanto di nome sulla scheda, non rimpicciolito. "Assoluta" la convergenza sul programma, assicura Orlando, che ricorda anche il tentativo, fallito, di candidarsi alle primarie del Pd da parte di Di Pietro. "Era già chiaro a luglio, quello è il nostro orizzonte". "Totale sintonia" sui valori e sul codice etico per le candidature: condannati e anche rinviati a giudizio per reati di mafia e contro la pubblica amministrazione non saranno candidati, come recita il codice etico del Pd; inoltre sono piaciuti molto ai dipietristi gli impegni di Veltroni per ridurre i costi della politica e sul conflitto di interessi. Non ci sarà un esplicito controllo di Veltroni sulle liste Idv, ma l'impegno reciproco per evitare nuovi De Gregorio, o nuovi Dini e Fisichella è stato nettissimo. Quanto al programma Di Pietro ha sottoposto a Veltroni i suoi 11 punti di cui il leader Pd terrà conto nel momento della stesura. Ma i sui fondamentali, a partire dall'economia, l'accordo è pieno. A proposito della rottura della regola del correre soli, al Loft non sono preoccupati: "Faremo gruppi unici, si va verso l'ingresso dell'Idv nel Pd, dunque non è una grande deroga...". E tuttavia nel Pd c'era chi non voleva eccezioni, oppure riteneva che la coalizione avrebbe dovuto allargarsi anche ad altri partner. E poi chi, e l'umore è assai diffuso tra gli ex Ppi, non ha mai amato il "giustizialismo". Enzo Carra, che pure fu inquisito da Di Pietro e trasportato in aula con le manette, non ha fatto resistenza: "Con lui ho avuto un soddisfacente chiarimento pubblico e poi i sondaggi attribuiscono a Idv dei numeri importanti...". Tra i perplessi calibri come Bersani, Gentiloni, Soro e Follini. Ieri sera, però, l'unico che ha mostrato disappunto è stato Antonio Polito, che ha contestato proprio il giustizialismo dell'ex pm, mentre Bersani ha dato l'ok "perché si tratta di un processo di aggregazione". Arturo Parisi, invece, ha rilanciato: "Spero che l'accordo con l'Italia dei Valori apra la via ad altri confronti ed incontri". Dura la reazione di Boselli: "Se il Pd vuole cancellare i socialisti, Di Pietro è un ottimo compagno di strada". Così anche Salvi e Angius che definisce "incredibile" la scelta di Veltroni. Indignate le reazioni sui blog di Grillo e del ministro, dove internauti anti-casta protestano al grido di "Tonino, se ti mischi con il vecchio diventi vecchio anche tu", con Grillo in persona che attacca Veltroni "scelto dalla casta". C'è poi il dossier radicali, che ieri sono stati ricevuti da Veltroni prima dell'Idv, con una astuzia "temporale": visto che a loro l'apparentamento è stato negato, sarebbe stato imbarazzante riceverli dopo aver chiuso l'accordo con Di Pietro, così il vertice con Pannella, Bonino e gli altri è stato anticipato. Ribadite le posizioni della vigilia: Veltroni ha detto no all'alleanza proposta dai radicali, che vorrebbero correre con il loro simbolo a fianco del Pd, proponendo in cambio l'ingresso di una pattuglia di 4-5 di loro nelle liste Pd. Tra questi, oltre alla Bonino, anche la segretaria Rita Bernardini e Maria Antonietta Coscioni. Posizioni ancora distanti, ma il clima era piuttosto positivo. Seppellite le frasi dure di due giorni fa, quando la Bonino aveva risposto "non sono un'accattona" alla proposta di Fassino di correre col Pd. Dice Bonino: "Da parte del Pd ci sarà una controproposta". Il compito è affidato a Bettini e Franceschini, la controproposta arriverà lunedì. Ma i radicali insistono. Dice Marco Cappato: "Non si capisce perché l'eccezione debba valere per Di Pietro e non per noi, ma una possibilità di intesa c'è ancora... ". Per Bonino sarebbe pronta la riconferma di un ministero, in caso di vittoria.

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Il problema dei Fondi è il conflitto d'interessi (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Il problema dei Fondi è il conflitto d'interessi di Angelo De Mattia Deflussi per oltre 70 miliardi dal gennaio 2007 allo stesso mese del 2008; una crescita del patrimonio che si attesta, tra il 2002 e il 2006, a un terzo della media europea: è il crepuscolo dei fondi comuni d'investimento, la più antica, in Italia, delle attività finanziarie extrabancarie, promossa nel 1983, quando imperversavano, senza regolamentazione, i titoli atipici dei Cultrera, dei Bagnasco, e la Consob non era ancora pienamente decollata? E' un colpo alla raccolta del risparmio, la vera ricchezza del Paese? Preoccupazioni di numerosi esperti e di esponenti politici si manifestano in questi giorni sulla stampa. La categoria dei fondi starebbe pensando anche a una campagna pubblicitaria per stimolare la sottoscrizione di quote. Ma, soprattutto, si sta facendo strada il tentativo di inserire, in maniera bipartisan, nella conversine del decreto-legge "milleproroghe" una norma che elimini lo svantaggio fiscale che i fondi italiani - tassati in base al maturato e non al realizzato - subiscono rispetto a quelli esteri, essendo tale differenziazione, insieme con il regime impositivo sulle società di gestione, la causa primaria del calo dei fondi. E' interesse generale impedire questa caduta, che tocca pure i piccoli risparmiatori. Il mot de combat del superamento dello svantaggio tributario è fondato. Appare doveroso e urgente agire per rilanciare la competitività di questi intermediari. Debbono, però, sussistere le precondizioni di ordine giuridico-istituzionale, innanzitutto con riferimento a ciò che è fattibile in sede di conversione di un decreto della specie, e avendo presente il contesto delle attuali occorrenze in materia fiscale, nel quale trovano un posto non secondario il riordino, finora procrastinato, della tassazione delle rendite finanziarie e - tema caldissimo - i progettati sgravi per i trattamenti economici del lavoro dipendente. Eppure all'eziologia del calo dei fondi contribuiscono altri importanti fattori, oltre agli effetti della crisi finanziaria internazionale. E si chiamano commistione proprietaria tra banche e società di gestione, quindi integrazione stretta tra la costruzione di questi prodotti finanziari e le reti di distribuzione - il cui utilizzo comporta il pagamento di commissioni non irrilevanti - di proprietà delle banche, le quali offrono anche altri prodotti che con i fondi entrano in competizione, con conseguenti conflitti di interesse. Insomma, occorre porsi l'obiettivo della separatezza delle società dagli istituti di credito, ai quali le prime sono legate a monte (assetto proprietario) e a valle (distribuzione alla clientela). Non è facile, certamente, conseguire tale risultato. Il bancocentrismo (concetto complesso) non si supera con un "fiat". Si dovrebbe forse procedere per tappe successive, agendo, innanzitutto, su meccanismi giuridici e funzionali che conferiscano gradi di autonomia alle società di gestione. Sarebbe tuttavia lacunoso trascurare che nel mondo dei fondi sono anche presenti problemi di managerialità, di innovazione progettuale, di sviluppo delle risposte alle sfide competitive. L'optimum sarebbe un provvedimento di legge organico che rilanci i fondi, sia per gli aspetti fiscali sia per quelli societario-funzionali, a 25 anni dalla loro introduzione. Concludendo gli approfondimenti promossi nelle diverse sedi, perché ormai il quadro dei problemi è delineato e servono decisioni autonome degli organi a vario titolo coinvolti, si dovrebbe mettere in chiaro, soprattutto ad opera delle autorità di controllo, il "che fare". La priorità che fosse assegnata, data la fase politica attraversata, a una soltanto delle misure progettate, cioè a quella fiscale secondo le ragioni sopra riportate, dovrebbe comunque fondarsi anche su passi concreti da compiere per il superamento delle altre criticità. L'analisi.

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Grillo:tedeschi, invadeteci (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Secolo XIX, Il" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

La provocazione Berlino. L'unica speranza dell'Italia di liberarsi delle immondizie della Campania e della sua attuale classe politica è di farsi dichiarare guerra dalla Germania. L'invito ai teutonici a valicare le Alpi e ad invadere lo Stivale è di Beppe Grillo, che ha pubblicato ieri sull'autorevole settimanale "Die Zeit" un clamoroso appello ai tedeschi dal titolo "Deutsche, bitte erobert uns!", tedeschi per favore venite a conquistarci. "L'Italia fa appello ai fratelli tedeschi", è scritto nel lungo testo del comico genovese, "dichiarateci guerra! Noi ci arrendiamo volentieri. Non dovrete sparare nemmeno un colpo e faremo piovere sulle vostre teste violaciocche e mimose: siete rimasti la nostra ultima speranza. E mentre preparate i panzer, potete cominciare ad occuparvi dei nostri dipendenti pubblici". "Già adesso - prosegue Grillo - vi spediamo ogni giorno i rifiuti della Campania, prendetevi per favore anche i nostri politici, molti di loro vi sono già noti e sono famosi all'estero, come Berlusconi". A due mesi dalle elezioni, i tedeschi vengono messi in guardia sul pericolo di un ritorno al potere del Cavaliere, "che ha insultato un deputato europeo chiamandolo kapò", mentre con il suo conflitto d'interessi potrebbe ironicamente servire da modello anche al cancelliere tedesco. "Se Angela Merkel possedesse tre emittenti televisive e 40 tra giornali e riviste - spiega l'attore - non avrebbe bisogno di una Grosse Koalition perché alle elezioni otterrebbe l'80 per cento dei voti". Dopo aver spiegato ai lettori della "Zeit" il caso di Clementina Forleo, "dichiarata pazza perfino dai media, poi indagata e alla fine trasferita", Beppe Grillo passa ad occuparsi del leader del Partito Democratico. "Vorrei che vi prendeste anche Veltroni - suggerisce il blogger - uno che è rimasto nuovo, entrato in politica negli Anni Settanta e riverniciato adesso con i nuovi colori del Pd. I nostri politici sono dei camaleonti, che cambiano nome e colore, ma restano sempre gli stessi, sperando che gli elettori italiani dimentichino che da 20 anni la politica italiana è la peggiore d'Europa". "Ma non dimenticate in nessun caso di prendervi Clemente Mastella - infierisce Grillo - un uomo che ha fatto ridere il mondo, credeva di essere il ministro della Giustizia, ma era solo una comparsa". Dopo questo sconsolato panorama, che farà probabilmente drizzare i capelli in testa ai tedeschi, arriva l'appello finale: "Prendetevi i nostri politici e conquistateci! Gli italiani saranno dalla vostra parte. Cry for me, Deutschland!". Claudio Guidi 14/02/2008.

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Yolanda Betancourt: Sinistra, intervieni (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Colombia in ostaggio Il grido di dolore della mamma di Ingrid Betancourt, ieri al "manifesto" Yolanda Betancourt: "Sinistra, intervieni" "Il presidente non vuole la pace", dice Yolanda Betancourt, madre della senatrice franco-colombiana ostaggio da quasi sei anni della guerriglia marxista delle Farc. In Italia ha incontrato il papa, i sindacati e i principali esponenti della sinistra, ai quali ha chiesto di attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese "Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della guerriglia mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri ostaggi, e impedisce il processo di pace in Colombia". Non usa mezzi termini, Yolanda Pulecio Betancourt, madre della senatrice dei verdi Ingrid, rapita dalle Forze armate colombiane quasi sei anni fa. Nella sede del manifesto, accompagnata da Gianni Minà, dice di non riuscire a immaginare un altro anno "senza mia figlia e con questo dolore", ma non fa spettacolo dei sentimenti. Lucida e composta, preferisce appellarsi alla ragione e al buonsenso per "coltivare la speranza". Si capisce che i duri meccanismi della politica non le sono estranei. Racconta, infatti, che da giovane è stata eletta alla Camera e al Senato colombiano, ha fatto parte della diplomazia, prima come inviata a Parigi e in seguito come ambasciatrice in Guatemala. Oggi, però, preferisce ricordare l'attività sociale a favore dei minori abbandonati e "i cinque istituti per orfani" che ha costruito. "Il rapimento di Ingrid - dice ora - mi ha restituito alla politica. Lei ha un'autentica vocazione per la politica. Quando l'hanno presa, ho dovuto chiedermi perché fosse toccato proprio a lei, che si batteva contro la corruzione e il malaffare e aveva a cuore gli stessi ideali di giustizia sociale che dicono di avere le Farc. Allora ho voluto conoscere quelle persone". Perciò, "fra mille ostacoli e difficoltà", la signora Betancourt si reca nelle carceri colombiane, dove i detenuti politici subiscono il trattamento duro delle carceri speciali. "In prigione - dice - ho incontrato i comandanti della guerriglia, persone colte e intelligenti. Mia figlia è considerata prigioniera di guerra, anche se non aveva armi. Spiegano di non avere niente a che fare col narcotraffico e con tutte le nefandezze di cui li accusa Uribe". E allora gli undici ostaggi morti, che una perizia avrebbe attribuito al fuoco della guerriglia? "Ho accompagnato i deputati a vedere i corpi di quegli ostaggi - racconta Betancourt - quando ho visto i cadaveri mi sono sentita mancare, pensavo che avrebbe potuto succedere a mia figlia. Onestamente, tutta quella faccenda è molto strana. Sono in molti a pensare che, dietro, ci siano mercenari che lucrano sui soldi dei riscatti. C'è il sospetto che possa trattarsi di qualche scheggia dei servizi segreti israeliani, che allenano l'intelligence colombiana. Uribe ha mentito troppe volte perché gli si possa credere". Il presidente della Colombia Alvaro Uribe non crede alla pace, dice Betancourt, "ma controlla gran parte dei media. Sembra che l'80% della popolazione stia con lui, eppure io parlo con la gente comune, con i tassisti, con i giovani e nessuno crede che faccia una buona politica per il paese". Chi lo ha eletto, allora, questo presidente della Colombia coccolato da Bush ma anche da buona parte dei paesi europei? "Su 40 milioni di colombiani - risponde Betancourt - solo in 7 milioni sono andati a votarlo. E nei municipi capita che i censimenti vengano fatti prima del tempo, che i voti vengano comprati e i cittadini minacciati dai paramilitari. I giovani sono senza futuro". Eccezione Colombia, nel panorama latinoamericano dei Morales, dei Chavez o dei Lula. Come mai? Betancourt elenca l'intreccio di interessi legati al mantenimento di un clima di guerra e all'assenza di spazi di agibilità democratici: "I piani privatistici finanziati dagli Stati uniti", la miriade di figure e di apparati che campano sulle spese militari. Eppure, la manifestazione "mille voci contro le Farc", che si è svolta recentemente in Colombia, ha raccolto evidenti consensi. Perché le forze popolari non riescono a fare altrettanto? E come spiega, Betancourt, che una degli ostaggi appena liberata dalle Farc, Clara Rojas - che aveva avuto una relazione (e un figlio) con un guerrigliero e che in un video salutava i suoi sequestratori con le lacrime agli occhi - abbia definito "grandiosa" la manifestazione anti-Farc? "Rojas viene da una famiglia di accesi uribisti - risponde Betancourt - uno dei suoi fratelli è venuto a insultarmi pubblicamente solo perché noi familiari li abbiamo scongiurati di pensare alla pace e alla vita degli altri ostaggi. Ma Uribe continua a compiere operazioni militari nella zona della guerriglia, impedendo la liberazione degli altri sequestrati?". Di chi si fida, allora, Betancourt? "Senz'altro della senatrice Piedad Cordoba, che sta subendo minacce e attacchi per la sua attività di mediazione. E' stata aggredita fisicamente all'aeroporto. L'hanno denunciata come traditrice e ha dovuto difendersi in senato. Anche la vita di suo figlio è in pericolo. Ma con chi si deve trattare in una guerra se non con l'avversario?". Fra chi si adopera per una soluzione umanitaria c'è anche una parte della chiesa: "Io sono cattolica - dice Betancourt - e ringrazio monsignor Luis Augusto Castro, presidente della conferenza episcopale colombiana, che lavora in quella direzione. Ringrazio moltissimo anche il presidente Chavez. Senza la sua mediazione non si sarebbe arrivati a nulla". Betancourt apprezza anche l'intervento del presidente francese Sarkozy e "il prezioso lavoro di Jacques Chirac". E spera che, dagli Usa, arrivi un cambio di governo: "I democratici ci hanno ricevuto - dice - e ci hanno assicurato che sosterranno una soluzione umanitaria del conflitto in Colombia". Ma, soprattutto, dopo la visita in Italia in cui ha incontrato anche il papa, Betancourt confida nei rappresentanti delle forze politiche di sinistra e dei sindacati, con cui ha parlato: "A loro - dice - ho chiesto di sostenere l'attività di mediazione del presidente Chavez e della senatrice Cordoba. Se Uribe riconosce le Farc come controparte, mia figlia e gli altri potranno tornare a casa. La pace in Colombia sarebbe a portata di mano. Al di là dei problemi politici, conta l'intervento umanitario. L'Italia, a differenza della Colombia, conosce il valore dei diritti umani".

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Unicredit, primo sì di Catricalà (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Economia - data: 2008-02-14 num: - pag: 38 categoria: REDAZIONALE Governance Regole L'amministratore delegato dell'Unicredit, Alessandro Profumo Unicredit, primo sì di Catricalà MILANO - L'Antitrust dà il via libera alla soluzione prevista per la governance da Unicredit dopo la fusione con Capitalia e la cessione della quota in Mediobanca. Ieri il collegio dell'authority guidata da Antonio Catricalà ha valutato positivamente la "relazione di ottemperanza" e dovrebbe aver già risposto con una presa d'atto. Lo stesso Catricalà ieri ha spiegato che, tenendo conto delle condizioni poste dall'Antitrust, Unicredit ha scelto di adottare "regole generali di astensione per evitare conflitti di ruolo e di interessi". Un modello già adottato da altre banche, come Intesa-Sanpaolo, in cui "ci sono state condizioni simili". In particolare fra le regole di governance contenute nella relazione è previsto che i consiglieri di Unicredit (e Mediobanca) in conflitto di interessi, cioè Fabrizio Palenzona, Carlo Pesenti e Pieter Rampl, abbiano un ordine del giorno con omissis nelle riunioni del board che comprendono argomenti come investment banking e assicurazioni. In tal caso nel momento in cui si affronterà la discussione i tre consiglieri dovranno lasciare la riunione e al termine del board ci sarà un verbale sdoppiato e con omissis con la parte relativa alle situazioni di conflitto di interessi che verrà firmata dal vicepresidente. Infine Catricalà ha detto che anche la questione della quota Mediobanca "è bene incanalata su binari virtuosi". Il 2% di Piazzetta Cuccia attualmente parcheggiato presso Barclays può "o essere venduto a un soggetto compatibile con gli impegni o disperso sul mercato", cioè collocato.

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Tonino Bucci (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Una ricostruzione di Giuseppe Chiarante sulla storia del Pci, dal tramonto del centrismo democristiano al compromesso storico Lo hanno presentato, tra gli altri, Rossana Rossanda, Stefano Rodotà, Alessandro Curzi e Aldo Tortorella Togliatti e Berlinguer, parliamone. Sennò moriremo tutti nel Pd Tonino Bucci Nessuno può dire con certezza cosa contenga il famoso pantheon del Pd. Fatti salvi gli interessi materiali da difendere, quelli di Montezemolo e della grande impresa, su discriminanti ideali e identità culturale c'è invece tanto fumo. Qualcuno pensa che il Partito democratico sia il compimento naturale del compromesso storico, che la fusione di Ds e Margherita abbia finalmente dato via libera, dopo trent'anni, all'incontro tra le due tradizioni del movimento operaio e dei cattolici. Ma allora dovremmo chiederci: davvero la politica del Pci berlingueriano era condannata, nel proprio codice gentico, ad approdare nel moderatismo? Davvero l'allenza con la Dc morotea aveva come esito inevitabile la costruzione di un partito unico e il taglio delle proprie radici nel mondo del lavoro? Veltroni unico erede legittimo di Berlinguer? Non scherziamo, "col compromesso storico il Pd c'entra come il cavolo a merenda". No, il veltronismo come fase suprema del berlinguerismo proprio non l'accetta Aldo Tortorella - storico dirigente del Pci - che ha partecipato alla presentazione del nuovo libro di Giuseppe Chiarante, Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico , (Carocci, pp. 261, euro 22,50) di cui ha anche scritto la prefazione. Con lui c'erano Rossana Rossanda, Valentino Parlato, Stefano Rodotà, Giovanni Galloni, Alessandro Curzi e Gianni Borgna. Il compromesso storico - dice Tortorella - era nelle intenzioni iniziali un grandioso disegno di riforma etico-morale del paese. Anzi, bene farebbero i dirigenti del Pd, Veltroni in prima fila, a rileggersi oggi i discorsi di Berlinguer. "Non si tratta, beninteso, di fare sconti a Berlinguer per benevolenza, ma di comprendere la complessità della situazione in cui si muoveva. Ci sarà stato un riduzionismo del compromesso storico a formula di governo, però l'ambizione era alta. Berlinguer pensava che la società fosse a un passo dalla comune rovina delle classi in lotta profetizzata da Marx nel Manifesto . Il compromesso storico doveva essere un'alleanza storica, un compromesso di classe sul modello delle socialdemocrazie europee, per un livello di società più avanzato, contro il consumismo, contro lo sviluppo illimitato ai danni dell'ambiente e contro il patriarcato". Ma c'è anche un Berlinguer rimosso, cancellato dalla coscienza storica dei nostri tempi per effetto di una gigantesca damnatio memoriae . E' il cosiddetto "secondo" Berlinguer che si rende conto del fallimento. E' un tentativo disperato, il suo. Cerca di "rifare" il partito comunista italiano, di riaggiornare la piattaforma della trasformazione della società in un paese a capitalismo avanzato, "fa uno sforzo enorme per avvicinarsi al pensiero della differenza, al femminismo, all'ecologia, ai movimenti giovanili. E capisce che il Pci deve tornare tra gli operai". Ma la cesura tra un primo e un secondo Berlinguer si può leggere anche come un passaggio tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del conflitto sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col mondo reale dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi di una società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di quella formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo. La pensa così Stefano Rodotà. "Allora sembrava che non ci fosse più nessuno a fare opposizione. Il compromesso storico non mi è mai piaciuto, penso che fu una promessa mai mantenuta". Anche Rossana Rossanda è severa. "Berlinguer era un uomo di grandissima statura morale. Ma non credo che abbia avuto un'eccezionale statura politica. Oggi ho cambiato idea su Togliatti, aveva una grande capacità di capire il mondo attorno. Ma su Berlinguer no, non ho cambiato idea. La sua politica è stata fallimentare". La sua ipotesi di compromesso storico - spiega Rossanda - non si è mai realizzata e non poteva realizzarsi. Moro non sarebbe mai andato al governo con i comunisti, a meno che il Pci non avesse rotto con l'Urss. Ma è il filo conduttore della sua analisi politica a essere in ritardo coi tempi. "Berlinguer ha sopravvalutato il pericolo della destra. Ma, dall'altra parte, ha sottovalutato invece la capacità dell'avversario di classe di riorganizzarsi. Non ha tenuto conto della deriva di destra implicita nella ristrutturazione capitalistica". Il pericolo non stava soltanto nella destra fascista ma anche in quell'egemonia del liberismo di cui oggi ancora subiamo gli effetti. E' una lettura troppo economicistica? "Ma no, quale economicismo - dice Rossanda - il capitalismo non è solo un fatto economico, è un insieme di struttura e sovrastruttura come ci ha spiegato Marx. Significa che i rapporti fra gli uomini sono mediati dalle cose, che l'operaio è ridotto a numero, a merce. Non si tratta solo di economia. Oggi avremmo proprio bisogno di un partito capace di fare analisi di classe". Chiarante prova invece a mostrare il nesso tra Togliatti e Berlinguer, entrambi accomunati dallo sforzo di fare del Pci una forza politica nazionale capace di incidere nel profondo del paese, di radicarsi tra le masse e portare avanti una riforma etico-morale. Ma proprio qui si annidava il germe del fallimento. Si poteva riformare l'Italia senza assoggettarsi inconsapevolmente ai processi di modernizzazione capitalistica? Non c'era il rischio di dare sostegno a politiche nate dall'egemonia dell'avversario di classe? Questo fu la sfida del Pci. Fu quella di Togliatti che già nel famoso Discorso ai cattolici di Bergamo prefigurava un'alternativa di società alla modernizzazione capitalistica. Fu anche la sfida di Berlinguer. "Sì, forse sopravvalutò il rischio di destra. Ma se pensiamo a quel tempo il pericolo non era poi così lontano. Un governo con i comunisti sarebbe stato isolato nello scenario internazionale. Semmai la debolezza di Berlinguer fu nel sottovalutare la capacità di ripresa del capitalismo dopo la crisi petrolifera". Gli va dato atto di averci provato alla fine della sua vita di dare una risposta alla ristrutturazione capitalistica. E oggi purtroppo scontiamo ancora un limite di conoscenza storica e di cultura politica. "Vi vergogniamo persino di nominare Togliatti", sentenzia Curzi. Un deficit di memoria, un vizio di rimozione del passato, una furia liquidazionista che ci rende schiavi del presente. Prigionieri tra la deriva berlusconiana e il moderatismo del Pd. 14/02/2008.

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Una ricostruzione di Giuseppe Chiarante sulla storia del Pci, dal tramonto del centrismo democristiano al compromesso storico Lo hanno presentato, tra gli altri, Rossana Rossanda, (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Liberazione" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stefano Rodotà, Alessandro Curzi e Aldo Tortorella Togliatti e Berlinguer, parliamone. Sennò moriremo tutti nel Pd Tonino Bucci Nessuno può dire con certezza cosa contenga il famoso pantheon del Pd. Fatti salvi gli interessi materiali da difendere, quelli di Montezemolo e della grande impresa, su discriminanti ideali e identità culturale c'è invece tanto fumo. Qualcuno pensa che il Partito democratico sia il compimento naturale del compromesso storico, che la fusione di Ds e Margherita abbia finalmente dato via libera, dopo trent'anni, all'incontro tra le due tradizioni del movimento operaio e dei cattolici. Ma allora dovremmo chiederci: davvero la politica del Pci berlingueriano era condannata, nel proprio codice gentico, ad approdare nel moderatismo? Davvero l'allenza con la Dc morotea aveva come esito inevitabile la costruzione di un partito unico e il taglio delle proprie radici nel mondo del lavoro? Veltroni unico erede legittimo di Berlinguer? Non scherziamo, "col compromesso storico il Pd c'entra come il cavolo a merenda". No, il veltronismo come fase suprema del berlinguerismo proprio non l'accetta Aldo Tortorella - storico dirigente del Pci - che ha partecipato alla presentazione del nuovo libro di Giuseppe Chiarante, Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico , (Carocci, pp. 261, euro 22,50) di cui ha anche scritto la prefazione. Con lui c'erano Rossana Rossanda, Valentino Parlato, Stefano Rodotà, Giovanni Galloni, Alessandro Curzi e Gianni Borgna. Il compromesso storico - dice Tortorella - era nelle intenzioni iniziali un grandioso disegno di riforma etico-morale del paese. Anzi, bene farebbero i dirigenti del Pd, Veltroni in prima fila, a rileggersi oggi i discorsi di Berlinguer. "Non si tratta, beninteso, di fare sconti a Berlinguer per benevolenza, ma di comprendere la complessità della situazione in cui si muoveva. Ci sarà stato un riduzionismo del compromesso storico a formula di governo, però l'ambizione era alta. Berlinguer pensava che la società fosse a un passo dalla comune rovina delle classi in lotta profetizzata da Marx nel Manifesto . Il compromesso storico doveva essere un'alleanza storica, un compromesso di classe sul modello delle socialdemocrazie europee, per un livello di società più avanzato, contro il consumismo, contro lo sviluppo illimitato ai danni dell'ambiente e contro il patriarcato". Ma c'è anche un Berlinguer rimosso, cancellato dalla coscienza storica dei nostri tempi per effetto di una gigantesca damnatio memoriae . E' il cosiddetto "secondo" Berlinguer che si rende conto del fallimento. E' un tentativo disperato, il suo. Cerca di "rifare" il partito comunista italiano, di riaggiornare la piattaforma della trasformazione della società in un paese a capitalismo avanzato, "fa uno sforzo enorme per avvicinarsi al pensiero della differenza, al femminismo, all'ecologia, ai movimenti giovanili. E capisce che il Pci deve tornare tra gli operai". Ma la cesura tra un primo e un secondo Berlinguer si può leggere anche come un passaggio tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del conflitto sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col mondo reale dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi di una società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di quella formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo. La pensa così Stefano Rodotà. "Allora sembrava che non ci fosse più nessuno a fare opposizione. Il compromesso storico non mi è mai piaciuto, penso che fu una promessa mai mantenuta". Anche Rossana Rossanda è severa. "Berlinguer era un uomo di grandissima statura morale. Ma non credo che abbia avuto un'eccezionale statura politica. Oggi ho cambiato idea su Togliatti, aveva una grande capacità di capire il mondo attorno. Ma su Berlinguer no, non ho cambiato idea. La sua politica è stata fallimentare". La sua ipotesi di compromesso storico - spiega Rossanda - non si è mai realizzata e non poteva realizzarsi. Moro non sarebbe mai andato al governo con i comunisti, a meno che il Pci non avesse rotto con l'Urss. Ma è il filo conduttore della sua analisi politica a essere in ritardo coi tempi. "Berlinguer ha sopravvalutato il pericolo della destra. Ma, dall'altra parte, ha sottovalutato invece la capacità dell'avversario di classe di riorganizzarsi. Non ha tenuto conto della deriva di destra implicita nella ristrutturazione capitalistica". Il pericolo non stava soltanto nella destra fascista ma anche in quell'egemonia del liberismo di cui oggi ancora subiamo gli effetti. E' una lettura troppo economicistica? "Ma no, quale economicismo - dice Rossanda - il capitalismo non è solo un fatto economico, è un insieme di struttura e sovrastruttura come ci ha spiegato Marx. Significa che i rapporti fra gli uomini sono mediati dalle cose, che l'operaio è ridotto a numero, a merce. Non si tratta solo di economia. Oggi avremmo proprio bisogno di un partito capace di fare analisi di classe". Chiarante prova invece a mostrare il nesso tra Togliatti e Berlinguer, entrambi accomunati dallo sforzo di fare del Pci una forza politica nazionale capace di incidere nel profondo del paese, di radicarsi tra le masse e portare avanti una riforma etico-morale. Ma proprio qui si annidava il germe del fallimento. Si poteva riformare l'Italia senza assoggettarsi inconsapevolmente ai processi di modernizzazione capitalistica? Non c'era il rischio di dare sostegno a politiche nate dall'egemonia dell'avversario di classe? Questo fu la sfida del Pci. Fu quella di Togliatti che già nel famoso Discorso ai cattolici di Bergamo prefigurava un'alternativa di società alla modernizzazione capitalistica. Fu anche la sfida di Berlinguer. "Sì, forse sopravvalutò il rischio di destra. Ma se pensiamo a quel tempo il pericolo non era poi così lontano. Un governo con i comunisti sarebbe stato isolato nello scenario internazionale. Semmai la debolezza di Berlinguer fu nel sottovalutare la capacità di ripresa del capitalismo dopo la crisi petrolifera". Gli va dato atto di averci provato alla fine della sua vita di dare una risposta alla ristrutturazione capitalistica. E oggi purtroppo scontiamo ancora un limite di conoscenza storica e di cultura politica. "Vi vergogniamo persino di nominare Togliatti", sentenzia Curzi. Un deficit di memoria, un vizio di rimozione del passato, una furia liquidazionista che ci rende schiavi del presente. Prigionieri tra la deriva berlusconiana e il moderatismo del Pd. 14/02/2008.

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Unicredit incassa il primo ok Antitrust (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Giornale.it, Il" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Di Redazione - giovedì 14 febbraio 2008, 07:00 da Milano Primo via libera dell'Antitrust a Unicredit, sui paletti posti dopo la fusione con Capitalia per evitare i conflitti d'interesse in Mediobanca. Mentre è rimandata la valutazione sulla cessione dei 186 sportelli e sulla quota del 2% del capitale di Piazzetta Cuccia, ora posteggiata alla Barclays. Il collegio dell'Antitrust ha valutato positivamente la prima "relazione di ottemperanza" di Unicredit alle condizioni poste alla fusione con Capitalia relativamente agli aspetti della governance. Lo ha reso noto una fonte dell'Autorità di garanzia per la concorrenza e il mercato. "L'Antitrust invierà ad Unicredit una lettera che dà conto della valutazione effettuata - ha aggiunto la fonte - mentre rinvia a una valutazione definitiva per quel che concerne la questione degli sportelli, l'effettiva cessione della quota in Mediobanca e la completa attuazione di tutte le misure previste". La decisione del collegio è stata anticipata ieri mattina dal presidente dell'Authority, Antonio Catricalà, a margine di un convegno a Roma. La relazione sulla governance "è arrivata e sarà discussa questo pomeriggio dal consiglio, e sembra soddisfacente", aveva spiegato Catricalà. "Per quel che riguarda i conflitti di interesse, sono previste regole generali di esclusione per evitare conflitti di ruolo e anche chinese wall per evitare lo scambio di informazioni". Catricalà aveva aggiunto che "per quel che riguarda la quota del 2% oggi di Mediobanca parcheggiata presso Barclays, o verrà venduta a soggetto compatibile o sarà ceduta sul mercato". Come noto, dopo la fusione con Capitalia, l'Antitrust ha chiesto a Unicredit di eliminare i conflitti di interesse che si sono creati per gli amministratori di Unicredit che siedono nel cda di Mediobanca. Secondo indiscrezioni, per evitare i conflitti di interesse di Rampl, Pesenti e Palenzona sarebbe previsto che l'ordine del giorno utilizzi la formula degli "omissis" quando si tratterrà di materie sensibili. In questi casi i verbali del cda saranno firmati da uno dei vicepresidenti di Unicredit (il presidente è Rampl).

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Bankitalia, subprime Draghi incontra i banchieri (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Voce d'Italia, La" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Economia Nel giorno di S.Valentino Bankitalia, subprime: Draghi incontra i banchieri A Palazzo Koch le maggiori banche italiane per un'analisi sulla situazione Milano, 14 feb. – Sarà una coincidenza, ma nel giorno dedicato agli innamorati il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, incontra i principali banchieri italiani per un'analisi sulla situazione economica attuale, sulle prospettive future e sulla crisi dei mutui subprime. A questo proposito, già negli scorsi mesi sia Draghi che Cardia (presidente della Consob) si erano premurati di non agitare l'opinione pubblica, chiarendo con (fin troppo) largo anticipo che le banche italiane sono esposte solo marginalmente al problema subprime; anzi, secondo lo stesso Cardia, gli istituti di credito italiani “hanno superato la crisi sui subprime” (parole sue pronunciate a novembre 2007 quando la vera e propria crisi non era che agli inizi…). In agenda oggi ci sarà certamente anche la valutazione dell'aumento delle insolvenze bancarie: i clienti cominciano a non riuscire a pagare le rate dei mutui, e non parliamo solo dei subprime, per via degli aumenti dei tassi sui mutui a tasso variabile. E poi, se recessione sarà, bisognerà vedere come le aziende saranno in grado di ripagare i prestiti concessi dalle banche, oltre alle probabili insolvenze sul credito al consumo e sulle carte di credito. Quindi il controllore (Bankitalia) oggi farà una verifica sui controllati (le banche): certo che suona strano e – come abbiamo più volte scritto – dimostra l'enorme conflitto di interessi esistente a proposito del rapporto tra le banche (private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere pubblica). Infatti, dopo le recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni” di Bankitalia, quelli cioè che detengono quote di capitale dell'Istituto centrale nazionale e che quindi hanno diritto di voto sono i seguenti: Intesa-San Paolo (Crédit Agricole) 30,33% Unicredit-Capitalia 22,10% Generali 6,30% Carisbo 6,20% Inps 5% Banca Carige 4,80% Bnl (Paribas) 2,80% Mps 2,50% Queste sono le principali quote di proprietà; si possono notare alcune curiosità: a) Unicredit-Capitalia e Intesa-San Paolo, insieme, hanno la maggioranza del capitale quindi – di fatto – sono quelli che in Banca d'Italia dettano legge b) la Banca d'Italia è – di fatto – per 1/3 francese: infatti Crédit Agricole controlla il gruppo Intesa-San Paolo che oggi ha il 30,33 % della Banca d'Italia, e Paribas controlla la BNL che oggi ne ha il 2,80%. Quindi ai francesi evidentemente non interessano solo le modelle italiane… c) come fa a dichiararsi indipendente, incisivo ed autorevole un Governatore che – nella sostanza – deve rispondere ai suoi “padroni”, e a controllarli efficacemente? Quanto meno viene il legittimo sospetto che il controllo sulle banche venga in qualche modo alterato da questo conflitto di interessi Ma anche questo fa parte dei giochi di potere, giochi che vedono sempre i banchieri in prima fila per il (loro) bene comune… Massimo Benvenuti massimo.benvenuti@voceditalia.it.

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Bankitalia, subprime: Draghi incontra i banchieri (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Voce d'Italia, La" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Economia Nel giorno di S.Valentino Bankitalia, subprime: Draghi incontra i banchieri A Palazzo Koch le maggiori banche italiane per un'analisi sulla situazione Milano, 14 feb. – Sarà una coincidenza, ma nel giorno dedicato agli innamorati il Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, incontra i principali banchieri italiani per un'analisi sulla situazione economica attuale, sulle prospettive future e sulla crisi dei mutui subprime. A questo proposito, già negli scorsi mesi sia Draghi che Cardia (presidente della Consob) si erano premurati di non agitare l'opinione pubblica, chiarendo con (fin troppo) largo anticipo che le banche italiane sono esposte solo marginalmente al problema subprime; anzi, secondo lo stesso Cardia, gli istituti di credito italiani “hanno superato la crisi sui subprime” (parole sue pronunciate a novembre 2007 quando la vera e propria crisi non era che agli inizi…). In agenda oggi ci sarà certamente anche la valutazione dell'aumento delle insolvenze bancarie: i clienti cominciano a non riuscire a pagare le rate dei mutui, e non parliamo solo dei subprime, per via degli aumenti dei tassi sui mutui a tasso variabile. E poi, se recessione sarà, bisognerà vedere come le aziende saranno in grado di ripagare i prestiti concessi dalle banche, oltre alle probabili insolvenze sul credito al consumo e sulle carte di credito. Quindi il controllore (Bankitalia) oggi farà una verifica sui controllati (le banche): certo che suona strano e – come abbiamo più volte scritto – dimostra l'enorme conflitto di interessi esistente a proposito del rapporto tra le banche (private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere pubblica). Infatti, dopo le recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni” di Bankitalia, quelli cioè che detengono quote di capitale dell'Istituto centrale nazionale e che quindi hanno diritto di voto sono i seguenti: Intesa-San Paolo (Crédit Agricole) 30,33% Unicredit-Capitalia 22,10% Generali 6,30% Carisbo 6,20% Inps 5% Banca Carige 4,80% Bnl (Paribas) 2,80% Mps 2,50% Queste sono le principali quote di proprietà; si possono notare alcune curiosità: a) Unicredit-Capitalia e Intesa-San Paolo, insieme, hanno la maggioranza del capitale quindi – di fatto – sono quelli che in Banca d'Italia dettano legge b) la Banca d'Italia è – di fatto – per 1/3 francese: infatti Crédit Agricole controlla il gruppo Intesa-San Paolo che oggi ha il 30,33 % della Banca d'Italia, e Paribas controlla la BNL che oggi ne ha il 2,80%. Quindi ai francesi evidentemente non interessano solo le modelle italiane… c) come fa a dichiararsi indipendente, incisivo ed autorevole un Governatore che – nella sostanza – deve rispondere ai suoi “padroni”, e a controllarli efficacemente? Quanto meno viene il legittimo sospetto che il controllo sulle banche venga in qualche modo alterato da questo conflitto di interessi Ma anche questo fa parte dei giochi di potere, giochi che vedono sempre i banchieri in prima fila per il (loro) bene comune… Massimo Benvenuti massimo.benvenuti@voceditalia.it.

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LA CASSA È VUOTA (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Avanti!" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

A Berlusconi piace soprattutto la microeconomia. Le "tasche degli italiani". Ed è meglio così. Perché, contrariamente a quanto sostengano i soliti "esperti" della finanza internazionale (per non parlare degli burocrati), un'economia nazionale tira se la gente va al mercato e compra, va nei negozi di articoli sportivi o di abbigliamento e compra, senza doverci pensar su due volte e poi magari non farne di nulla. Causa: zero liquidità. Questo è il punto. Che Veltroni oggi scopra che le tasse non sono "bellissime", per dirla con l'autorevole "esperto" (appunto!) della finanza internazionale, nonché celebre consulente del noto baraccone europeo, è almeno grottesco. E che poi fornisca lezioni, lezioncine, slogan da Baci Perugina (forse volendo accalappiare anche il target dei fidanzatini, alle soglie di San Valentino) è ancor più ridicolo. Ma la sinistra, questa sinistra - reduce prima di tutto di se stessa, della guerra combattuta per legittimarsi e imbarcare gli ultimi eredi di Rossetti in un Partito democratico impiccato allo spettro di Prodi - è così: chiagne e fotte e se ne frega di ieri e di oggi, punta al suo domani, immarcescibilmente eguale nei comportamenti. Veltroni, il parafrancescano di Spello, ha fatto il sermoncino ai fratelli senza voti e senza fede del Pd, che forse vorrebbero veder realizzato un sogno: avere un'identità. Ma non ce l'hanno. Perché sono figli di una sconfitta, prima storica, infine politica. Certamente questa è la linea di demarcazione tra il Pd e il Pdl. Inutile continuare il peana del partito maggioritario o, da parte del Pdl, di convergenza oggettiva sui temi più delicati per il Paese. Il fatto è che, da un lato, il Pd è privo di referenti sociali e in balia del prodismo tecnocratico; dall'altro, il Pdl ha una leadership, necessaria alla sintesi politica, e un popolo intero come riferimento oggettivo. Ecco perché la microeconomia è quella che funziona e la macroeconomia, incluso il mantra sui conti pubblici, non funziona. Padoa Schioppa ha il coraggio di denunciare l'assenza di liquidità nelle casse dello Stato dopo due anni di ripresa della crescita, con quel tarlo dei "tesoretti" che oggi sta divorando l'altare inconsistente del peggior governo della storia repubblicana: questa è la casta degli burocrati al servizio degli interessi sopranazionali. Un suicidio per la politica e per chi intenda davvero governare avendo il consenso del popolo. Una leadership autentica guarda a questo e soltanto a questo. Il resto sono parentesi tecniche che contano nei laboratori asettici di Bruxelles. Non solo. La questione microeconomica, che include a pieno titolo le tasse, tradotto in italiano: la riduzione delle aliquote fiscali, è ancor più significativa se pensiamo che Carlo Debenedetti, intervistato da "il Riformista", lamenta da un lato la persistenza di gravi problemi strutturali del Paese che ne impediscono la crescita e, dall'altro, fa l'elogio del Prodi dell'euro-tassa, che - a detta dell'Ingegnere noto per il fallimento della Olivetti - gli italiani avrebbero pagata ben volentieri, salvo poi rimanere delusi, chissà perché, dalle politiche prima uliviste, infine "unioniste". Un goffo endorsement, con argomenti, inoltre, che fanno perdere decine di migliaia di voti al Pd, a campagna elettorale appena iniziata e - last but not least - ad opera di chi, in Italia, ha usato i soldi pubblici per ricavare profitti privati, scaricando poi sulla collettività le perdite. Ma guardiamo anche al mondo bancario, a Profumo, che potrebbe addirittura avere la moglie, Sabina Ratti, candidata nel Pd, dopo essere stata sostenitrice della Rosy Bindi durante la campagna per le primarie (però, che stile questi banchieri della "nuova generazione"! Qui nessuno grida al conflitto di interessi, naturalmente), il quale dichiara, così, senza colpo ferire, che le banche hanno una crisi di liquidità e sono le stesse banche che spellano per bene gli italiani ogni volta che vanno a chiedere loro un mutuo. La crisi di liquidità, a livello bancario e macroeconomico, è tollerata, a livello microeconomico è uno scandalo, al quale si vorrebbe rimediare senza mettere l'accento sulla crescita, ma bypassando ogni aspetto di una realtà nota a tutti, e cioè che la produzione industriale ha avuto una rilevante caduta a dicembre e che si tratta della quarta diminuzione consecutiva dell'indice. Questa a casa mia si chiama recessione. E recessione è già nel mondo, nel mercato globale, a causa dei dissesti finanziari dovuti ai subprime, riguardanti gli States e anche pezzi della finanza europea (lo scandalo SocGen non sarà l'unico, secondo la valutazione di molti analisti europei). Ecco, allora, che Berlusconi fa benissimo a mettere l'accento ancora una volta sull'economia reale, quella dei consumi e della produzione. In un'intervista al settimanale ciellino "Tempi", va al sodo e lascia a Veltroni la memoria della Resistenza e dei sacrifici dei nostri padri per la crescita dell'Italia, il vero epicentro della crisi è il presente e, nel presente, "la prima cosa da fare sarà quella di rimettere i soldi nelle tasche dei cittadini e delle famiglie per rilanciare i consumi e, con questi, l'economia e la creazione di nuovi posti di lavoro". Appunto, questa è la realtà. Il nostro presente. L'identità politica di un partito non è data soltanto dal passato e dalla memoria, ma anche dallo sguardo sul presente e dalle soluzioni da fornire ai problemi radicati nel presente. Ho scritto "anche", ma, in questo momento storico, sarei tentato di aggiungere: soprattutto. Soprattutto la realtà e la soluzione dei problemi reali dei cittadini. Quando è in crisi un intero sistema, non si riparte dalla macroeconomia, ma dal momento in cui si svegliano le persone per andare al lavoro o a fare la spesa. Per i sermoni, ci sono le chiese e i sacerdoti. Quando se ne trova uno in gamba, la Messa non termina con uno sbadiglio. Come prima durante e dopo i sermoncini laici di Veltroni, l'Obama "de noantri".

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Sognando una società più giusta (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Avanti!" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

LA POSTA Sognando una società più giusta 13/02/2008 Caro direttore, auspico una campagna elettorale, vivace ma educata, intelligente, rispettosa e che sia centrata sui problemi dei cittadini più deboli e bisognosi. Una campagna elettorale in cui si discuta pure dei grandi temi da risolvere in Italia, di una nuova legge elettorale, del conflitto d'interessi, della difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della lotta alla mafia e alla malavita organizzata in generale, dell'evasione fiscale, della sicurezza, del rilancio dell'economia, del rispetto per l'ambiente, dei diritti civili e di tanti altri grandi temi. Quello che vorrei e che auspico, però, è che la campagna elettorale sia fatta in mezzo alla gente e con la gente, per sentire in particolare i cittadini più penalizzati e più deboli della nostra società: dai lavoratori ai pensionati, dai malati agli anziani, ai diversamente abili. Da questi emergerà sicuramente il bisogno di più sicurezza dentro e fuori casa, sui posti di lavoro, dai prezzi elevati dei beni di consumo di prima necessità e il costo della vita troppo elevato, stipendi bassi, pensioni basse. Anche se bisogna riconoscere al governo di centrosinistra, nei ultimi due anni in cui è stato al governo ,di aver fatto tante cose buone per il sociale e per le persone più bisognose. Bisogna, però, fare molto di più; nella campagna elettorale c'è bisogno di coinvolgere il maggior numero possibile di persone, in particolare di giovani, favorire e invogliare la loro partecipazione, per elaborare assieme a loro progetti per la sicurezza, progetti per prevenire incidenti sul lavoro, progetti per prevenire incidenti stradali, progetti per l'educazione alla legalità, al rispetto delle regole, progetti in cui far sì che i servizi sociali diventino sempre migliori, dalla sanità alla scuola, dai trasporti ai servizi socio-assistenziali sul territorio. Poi - lasciatemelo dire - aumentare subito i salari dei lavoratori dipendenti, che sono troppo bassi, aumento anche delle pensioni e diminuzioni anche delle tasse, poi progetti di gestione della cosa pubblica e privata, per far si che la politica non sia un costo ma una risorsa. In Italia c'è bisogno di una politica alta, vera, onesta, trasparente, quella che una parte dei politici fa già, quella priva d'interessi personali, una politica che sia al servizio dei cittadini, degli interessi generali, una politica che abbia a cuore il bene comune degli italiani. Per far sì che la non-politica, il qualunquismo, l'indifferenza, l'egoismo e quella dei no sia superata con l'impegno morale diretto, con la passione, con la responsabilità, con il protagonismo. Per far sì che sia una politica ricca di risorse umane, di idee, una risorsa democratica e che si dia anche un codice etico di comportamento. Un codice etico di comportamento ci sarebbe bisogno in ogni settore pubblico e privato della società italiana, per renderli più sani e limitare i costi. Qui ce ne sarebbe molto da dire: dai calciatori agli allenatori, dai dirigenti ai ciclisti, dai motociclisti ai piloti, dalle personalità dello spettacolo ai dirigenti pubblici e privati, e tante altre categorie che guadagnano fior di milioni di euro all'anno e, magari, tanti di loro evadono anche il fisco. Anche in queste categorie ci sarebbe bisogno, di ridurre i costi, che sono pur sempre direttamente o indirettamente a carico della collettività. Su queste categorie privilegiate, inviterei anche i mezzi di informazione a parlarne molto di più, dare il proprio contributo a fare un'informazione a trecentosessanta gradi e non solo sul costo della politica, come hanno fatto fin ora, ma anche di tutte queste categorie privilegiate che ci sono in Italia. In conclusione, invito tutti a fare una campagna elettorale ascoltando molto bene la gente, i cittadini, i loro suggerimenti, i loro bisogni, analizzarli a fondo e inserirli nei programmi elettorali e negli obbiettivi da raggiungere, per arricchirli di contenuti reali. Obiettivi che devono essere quelli di costruire e raggiungere una società più equa, giusta, migliore, piena di diritti e di valori veri per tutti i cittadini italiani. Francesco Lena Cenate Sopra (BG).

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Yolanda Betancourt: <Sinistra, intervieni> (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Yolanda Betancourt: "Sinistra, intervieni" Colombia in ostaggio Il grido di dolore della mamma di Ingrid Betancourt, ieri al "manifesto" "Il presidente non vuole la pace", dice Yolanda Betancourt, madre della senatrice franco-colombiana ostaggio da quasi sei anni della guerriglia marxista delle Farc. In Italia ha incontrato il papa, i sindacati e i principali esponenti della sinistra, ai quali ha chiesto di attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese "Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della guerriglia mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri ostaggi, e impedisce il processo di pace in Colombia". Non usa mezzi termini, Yolanda Pulecio Betancourt, madre della senatrice dei verdi Ingrid, rapita dalle Forze armate colombiane quasi sei anni fa. Nella sede del manifesto, accompagnata da Gianni Minà, dice di non riuscire a immaginare un altro anno "senza mia figlia e con questo dolore", ma non fa spettacolo dei sentimenti. Lucida e composta, preferisce appellarsi alla ragione e al buonsenso per "coltivare la speranza". Si capisce che i duri meccanismi della politica non le sono estranei. Racconta, infatti, che da giovane è stata eletta alla Camera e al Senato colombiano, ha fatto parte della diplomazia, prima come inviata a Parigi e in seguito come ambasciatrice in Guatemala. Oggi, però, preferisce ricordare l'attività sociale a favore dei minori abbandonati e "i cinque istituti per orfani" che ha costruito. "Il rapimento di Ingrid - dice ora - mi ha restituito alla politica. Lei ha un'autentica vocazione per la politica. Quando l'hanno presa, ho dovuto chiedermi perché fosse toccato proprio a lei, che si batteva contro la corruzione e il malaffare e aveva a cuore gli stessi ideali di giustizia sociale che dicono di avere le Farc. Allora ho voluto conoscere quelle persone". Perciò, "fra mille ostacoli e difficoltà", la signora Betancourt si reca nelle carceri colombiane, dove i detenuti politici subiscono il trattamento duro delle carceri speciali. "In prigione - dice - ho incontrato i comandanti della guerriglia, persone colte e intelligenti. Mia figlia è considerata prigioniera di guerra, anche se non aveva armi. Spiegano di non avere niente a che fare col narcotraffico e con tutte le nefandezze di cui li accusa Uribe". E allora gli undici ostaggi morti, che una perizia avrebbe attribuito al fuoco della guerriglia? "Ho accompagnato i deputati a vedere i corpi di quegli ostaggi - racconta Betancourt - quando ho visto i cadaveri mi sono sentita mancare, pensavo che avrebbe potuto succedere a mia figlia. Onestamente, tutta quella faccenda è molto strana. Sono in molti a pensare che, dietro, ci siano mercenari che lucrano sui soldi dei riscatti. C'è il sospetto che possa trattarsi di qualche scheggia dei servizi segreti israeliani, che allenano l'intelligence colombiana. Uribe ha mentito troppe volte perché gli si possa credere". Il presidente della Colombia Alvaro Uribe non crede alla pace, dice Betancourt, "ma controlla gran parte dei media. Sembra che l'80% della popolazione stia con lui, eppure io parlo con la gente comune, con i tassisti, con i giovani e nessuno crede che faccia una buona politica per il paese". Chi lo ha eletto, allora, questo presidente della Colombia coccolato da Bush ma anche da buona parte dei paesi europei? "Su 40 milioni di colombiani - risponde Betancourt - solo in 7 milioni sono andati a votarlo. E nei municipi capita che i censimenti vengano fatti prima del tempo, che i voti vengano comprati e i cittadini minacciati dai paramilitari. I giovani sono senza futuro". Eccezione Colombia, nel panorama latinoamericano dei Morales, dei Chavez o dei Lula. Come mai? Betancourt elenca l'intreccio di interessi legati al mantenimento di un clima di guerra e all'assenza di spazi di agibilità democratici: "I piani privatistici finanziati dagli Stati uniti", la miriade di figure e di apparati che campano sulle spese militari. Eppure, la manifestazione "mille voci contro le Farc", che si è svolta recentemente in Colombia, ha raccolto evidenti consensi. Perché le forze popolari non riescono a fare altrettanto? E come spiega, Betancourt, che una degli ostaggi appena liberata dalle Farc, Clara Rojas - che aveva avuto una relazione (e un figlio) con un guerrigliero e che in un video salutava i suoi sequestratori con le lacrime agli occhi - abbia definito "grandiosa" la manifestazione anti-Farc? "Rojas viene da una famiglia di accesi uribisti - risponde Betancourt - uno dei suoi fratelli è venuto a insultarmi pubblicamente solo perché noi familiari li abbiamo scongiurati di pensare alla pace e alla vita degli altri ostaggi. Ma Uribe continua a compiere operazioni militari nella zona della guerriglia, impedendo la liberazione degli altri sequestrati?". Di chi si fida, allora, Betancourt? "Senz'altro della senatrice Piedad Cordoba, che sta subendo minacce e attacchi per la sua attività di mediazione. E' stata aggredita fisicamente all'aeroporto. L'hanno denunciata come traditrice e ha dovuto difendersi in senato. Anche la vita di suo figlio è in pericolo. Ma con chi si deve trattare in una guerra se non con l'avversario?". Fra chi si adopera per una soluzione umanitaria c'è anche una parte della chiesa: "Io sono cattolica - dice Betancourt - e ringrazio monsignor Luis Augusto Castro, presidente della conferenza episcopale colombiana, che lavora in quella direzione. Ringrazio moltissimo anche il presidente Chavez. Senza la sua mediazione non si sarebbe arrivati a nulla". Betancourt apprezza anche l'intervento del presidente francese Sarkozy e "il prezioso lavoro di Jacques Chirac". E spera che, dagli Usa, arrivi un cambio di governo: "I democratici ci hanno ricevuto - dice - e ci hanno assicurato che sosterranno una soluzione umanitaria del conflitto in Colombia". Ma, soprattutto, dopo la visita in Italia in cui ha incontrato anche il papa, Betancourt confida nei rappresentanti delle forze politiche di sinistra e dei sindacati, con cui ha parlato: "A loro - dice - ho chiesto di sostenere l'attività di mediazione del presidente Chavez e della senatrice Cordoba. Se Uribe riconosce le Farc come controparte, mia figlia e gli altri potranno tornare a casa. La pace in Colombia sarebbe a portata di mano. Al di là dei problemi politici, conta l'intervento umanitario. L'Italia, a differenza della Colombia, conosce il valore dei diritti umani".

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Walter gioca in difesa (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Opinione, L'" del 14-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Oggi è Gio, 14 Feb 2008 Edizione 31 del 14-02-2008 Il leader del Pd punta a perdere di poco, per dettare le condizioni della grande coalizione Walter gioca in difesa di Francesco Blasilli L'Italia più che un popolo di navigatori, santi e poeti è un popolo di calciofili. E fino ad una quindicina di anni fa, prima dell'avvento rivoluzionario di Arrigo Sacchi, era nota in tutto il mondo per una sua inconfondibile peculiarità: il catenaccio. Walter Veltroni, alla faccia della sua voglia di sentirsi nuovo, si sta ispirando ? per questa campagna elettorale ? agli antichi padri dell'italico difensivismo: Nereo Rocco e Giovanni Trapattoni. Perché per il centrosinistra il 13 e 14 aprile ci sarà un solo obiettivo: prenderle il meno possibile. Veltroni e i suoi non puntano a vincere, perché sanno che non è un obiettivo realistico, e allora provano a perdere con il minore scarto possibile. Insomma stanno facendo di tutto per non far stravincere Berlusconi, perché se porteranno a casa una sconfitta onorevole, magari con un solo gol di scarto, ecco che potranno essere loro a dettare le condizioni per le larghe intese. Ci sono infatti molte possibilità che si finirà in ogni caso con una grande coalizione Pdl-Pd, ma a seconda del risultato elettorale, cambiano i rapporti di forza. Se il Cavaliere trionfa, Veltroni non può far altro che mettersi con il piattino e aspettare qualche spicciolo. In caso contrario (e al Senato Berlusconi rischia eccome) superWalter potrà dire la sua. Per questo motivo sta facendo ? a dispetto di quanto dichiarato ? una campagna acquisti di un certo livello. Perché Veltroni, nonostante quello che ribadisce la numerosissima stampa amica, col cavolo che correrà da solo. Andrà senza la "cosa rossa", ma si tirerà dietro altre cose. Altro che squadra giovane, Veltroni ha deciso di puntare sull'esperienza per evitare la disfatta. Il primo acquisto è stato il bomber di Montenero di Bisaccia, Antonino Di Pietro, un bel centravanti di peso, di quelli che servono per tenere impegnate le difese avversarie; oddio, per quel ruolo c'era già il fido Bettini, ma in tal caso la stazza era eccessiva. Meglio allora un giocatore di movimento (da destra a sinistra....) come Di Pietro, uno che può provare a prendere i voti di Beppe Grillo. Uno che può (perché è la sua peculiarità principale) sbandierare l'antiberlusconismo, cosa che invece il Pd ? dopo aver abortito la legge sul conflitto d'interessi ? non può più fare. Ma, alla faccia dell'uomo nuovo, il santo Walter (a proposito, il suo discorso di Spello sembrava una scena tratta dal celeberrimo film di Zeffirelli "Fratello sole e sorella luna"), un po' di vecchio e sano antiberlusconismo deve pur averlo nella sua federazione, altrimenti sai quanti voti si ruba la cosa rossa, con Diliberto che è già pronto a bruciare le bandiere del Milan (senza farsi vedere da Bertinotti, però, noto tifoso rossonero) e Pecoraro Scanio che sta risalendo il Po a bordo di una nave di Greenpeace per assaltare gli studi di Mediaset a Cologno Monzese. Sulle similitudini tra Veltroni e Di Pietro ci sarebbe molto da discutere, ma in amore, guerra e politica tutto è lecito. Altro pezzo da novanta del "Real Loft" di Veltroni, è il regista di centrocampo Luca Cordero di Montezemolo. La classica mente sulla linea mediana, con un solo difetto: è un po' discontinuo nelle sue giocate. Tant'è che dopo tanti assist a a Veltroni, l'altro ieri si è fatto scappare un passaggio buono pure per il Cavaliere; ma si sa, di questi tempi, passare dal Milan all'Inter non è più un reato. Anche perché anche i mediani di spinta che solitamente affiancano il regista Luca, sono un po' confusi: prendete quelli del salotto buono del Corriere, che adesso simpatizzano pure con Ferrara. Mica vorranno mettere su la Nazionale del Vaticano? In ogni caso Veltroni sta cercando di portare a giocare con se anche un'ala dalle giocate brillanti, ma dal carattere irascibile come la Bonino, che però vuole nel suo team anche l'esperto (battitore) libero Pannella. "Veltroni ci ha annunciato un suo approccio diverso che però deve meglio specificare", ha detto la Bonino, anche se le parti sono ancora distanti e poi sarebbe impensabile far convivere nella stessa squadra il ministro radicale con un terzino vecchio stampo come la Binetti: non si passerebbero mai il pallone. L'impresa di Veltroni è realmente difficile, visto che i sondaggi più favorevoli al Pd, danno il Berlusca al 40% e quelli del loft, sommati a Di Pietro al 37,5. Poi però ci sono la Lega, l'Udc e pure La Destra di Storace. L'ormai ex sindaco di Roma può sperare in qualche passo falso del Cavaliere, il quale però potrebbe ricorrere a qualche prestito per vincere facile anche in Senato: scendere in campo con il simbolo dell'Udc in Sicilia e con quello di Storace nel Lazio potrebbero rivelarsi la tattica vincente. Alla faccia del catenaccio di Walter. Silvio è abituato a giocare all'attacco e a vincere. Soprattutto nel rettangolo verde di gioco.

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Putin: "la serbia ha ragione così la ue fomenta il caos" - leonardo coen (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Ultima conferenza stampa del presidente russo: "L'integrità degli Stati va difesa" Putin: "La Serbia ha ragione così la Ue fomenta il caos" Duro sullo Scudo: missili su Kiev se ospiterà basi Nato Da ormai quarant'anni esiste la Repubblica indipendente del Nord di Cipro. Perché non la riconoscete? Ora basta con la politica del doppio standard LEONARDO COEN DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MOSCA - è l'ultima conferenza stampa di Putin, la settima dal 2001. Ha davanti 1.331 giornalisti, in gran parte russi. I quali si guardano bene dal toccare i temi più scottanti della politica internazionale. Così è un giornalista tedesco quello che solleva la questione dell'indipendenza del Kosovo. Quale sarà la reazione della Russia? Putin replica duro: "Riteniamo che l'appoggio alla dichiarazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo non sia morale né legale. L'integrità territoriale dello stato è fissata nei principi basilari del diritto internazionale. C'è la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza che parla dell'integrità territoriale della Serbia e tutti i membri dell'Onu devono attenersi a queste decisioni. Da ormai quarant'anni esiste l'indipendente Repubblica del Nord di Cipro. Perché non la riconoscete? Voi europei non provate vergogna nell'affrontare con la politica del doppio standard problemi identici nelle varie regioni del mondo? Questo è un sistema per creare caos". è polemico, il presidente russo. Quasi rissoso, nel linguaggio. Il problema del Kosovo è il nervo scoperto della diplomazia russa, perché la Russia rischia di non poter mantenere la parola data ai serbi, il "popolo fratello". Per questo, Putin insiste. Evoca l'effetto domino. Cita l'Abkhazia, ex repubblica autonoma della Georgia che si è autoproclamata indipendente concedendo il diritto alla popolazione di poter optare per la cittadinanza russa. E l'Ossezia del Sud. E la Transnistria: "Esistono quali stati indipendenti e a noi viene sempre detto: il Kosovo è un caso particolare. Sono tutte menzogne! Non esiste alcun caso particolare. Sempre la stessa cosa: conflitto etnico. Crimini da entrambe le parti, la piena indipendenza di fatto. Ma allora, bisogna elaborare principi unici per risolvere questi problemi. Non stiamo spingendo la situazione in un vicolo cieco, noi proponiamo ai nostri partner di elaborare regole di condotta uniche. Perché incentivare il separatismo? In Spagna la gente non vuole vivere in uno Stato unico: allora appoggiate quelli lì", dice, alludendo ai baschi e ai catalani. "Da quattrocento anni la Gran Bretagna combatte per difendere la propria integrità territoriale, riguardo all'Irlanda del Nord. E con ciò? Perché allora non l'appoggiate?". Per 4 ore e 40 - il suo record - Putin ha risposto alle domande, smentendo le accuse sulle sue presunte ricchezze accumulate all'estero, confermando il progetto di lavorare in tandem, come premier, con Dmitri Medvedev se vincerà le elezioni presidenziali, "il potere esecutivo supremo in Russia è il governo e la presidenza"; ha detto di non aver mai sofferto di "dipendenza dal potere" e che non è mai stato sfiorato dalla tentazione di un terzo mandato. Quanto ai missili russi che potrebbero essere puntati sulla Polonia e sulla Repubblica Ceca, Putin ha detto che non lo vuole fare, ma se ci "costringono", allora "saremo obbligati a riorientare i nostri missili sui bersagli che, dal nostro punto di vista, potrebbero minacciare la sicurezza nazionale". Come l'Ucraina, nel caso decidesse di ospitare una base Nato. "Ma noi preferiremmo evitare un simile corso degli eventi". Insomma, revival della guerra fredda? Nuovo confronto muscolare con l'Occidente? Putin nega: "Non abbiamo nessuno scontro in previsione. Spero che ciò non accadrà mai". La ripresa dei voli strategici dei bombardieri fa solo parte del programma di aggiornamento professionale dei piloti, che gli americani non hanno mai smesso, mentre "noi abbiamo cessato di farlo nel 1987". Già, gli americani: indipendentemente da chi sarà il nuovo presidente, Mosca e Washington, secondo Putin, continueranno a sviluppare un "dialogo positivo e di partnership, come minimo: noi tratteremo con rispetto la scelta del popolo americano e lavoreremo con qualsiasi presidente, se lui lo vorrà". Però, Putin vuole replicare a Hillary Clinton, che l'aveva accusato di non avere anima, in quanto ex agente del Kgb: "Penso che un uomo di stato debba avere come minimo la testa a posto. Per costruire rapporti interstatali bisogna usare non le emozioni ma gli interessi fondamentali dei propri Paesi". C'è anche spazio per togliersi un altro sassolino dalle scarpe. Gioca sull'assonanza in russo tra la sigla degli osservatori dell'Osce e la scì, la zuppa nazionalpopolare al cavolo: "Sarebbe meglio che restassero a casa loro a insegnare alle moglie come fare la minestra". Ridono tutti, i giornalisti russi, in religiosa adorazione del loro presidente.

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Dettori-Regione, si chiude un'epoca (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Primo Piano Pagina 102 Dettori-Regione, si chiude un'epoca Vicinissima la rimozione del direttore, si cerca un sostituto --> Vicinissima la rimozione del direttore, si cerca un sostituto Fulvio Dettori, braccio destro del governatore, sta per essere "dimissionato". Per lui, si cerca un altro incarico. C'è un supermanager pronto a essere dimissionato. "Il" manager, l'uomo ovunque della Regione autonoma della Sardegna, il braccio destro e forte del presidente, ha la valigia pronta e sarà uno spostamento dai retroscena clamorosi . Questo dirigente dalle spalle forti sopra le quali questo esecutivo e il suo presidente si sono appoggiati spesso, quasi sempre, demandando magagne, decisioni, noie e commissioni varie, sarebbe vicinissimo al ritorno a casa. O dintorni. Resta solo da individuare un incarico di gradimento doppio, all'interessato e al datore di lavoro, e poi la notizia sarà ufficiale. PRIMO TENTATIVO Il professore Fulvio Dettori, 59 anni, sassarese, docente di Diritto all'università di Sassari, due volte assessore comunale ad Alghero, dirige la presidenza della giunta e proprio verso Alghero la sua giunta lo stava per rispedire. La separazione era cosa fatta, l'ultimo colpo giudiziario (la riapertura del cantiere di Tuvixeddu) ha incrinato il rapporto di estrema, incondizionata fiducia con il suo capo della giunta regionale. Ed è stato anche già contattato un possibile sostituto, un avvocato dello Stato. LO SCENARIO Recentemente, Dettori è stato selezionato per un incarico di diverso peso specifico, la poltrona numero uno della società di gestione dell'aeroporto di Alghero, ma una sommossa interna al consiglio di amministrazione della Sogeaal avrebbe prodotto un'onda che ha avuto l'effetto di mantenere il direttore dietro la porta del suo ufficio, nel palazzo dei palazzi, in viale Trento, a Cagliari. Nonostante la Regione - insieme alla Sfirs - possegga la maggioranza delle azioni (quasi il 50 per cento), non è stato possibile assegnare a Dettori un'altra direzione. IN CONSIGLIO Ma ieri, fra i consiglieri del Partito democratico, la posizione del direttore generale della presidenza veniva data in bilico. "Sarete contenti, ora che non c'è più", sussurrava alle orecchie dei vicini di banco uno dei solitamente meglio informati di questioni presidenziali. Dettori, tuttavia, è ancora regolarmente al suo posto, dopo un breve periodo di sospensione dall'incarico deciso dal Tribunale di Cagliari. Ha superato indenne le numerose interrogazioni in Consiglio - rimaste inevase - sul suo compenso (non supera i 194 mila euro lordi all'anno, eccetto l'assegno integrativo del presidente), sui presunti conflitti di interesse legati al suo doppio ruolo, ha valicato la montagna dello scandalo sulla gara della pubblicità, non si è scomposto neanche di fronte al recente blitz della polizia giudiziaria, chiuso col sequestro dei suoi computer e un avviso di indagine aperta nei suoi confronti: turbativa d'asta, falso e abuso d'ufficio i reati presunti. Neanche quando il Consiglio regionale ha chiesto al presidente della Regione di rimuoverlo dall'incarico, otto mesi fa, fu una censura pubblica e pesantissima - il professore ha deciso di chiudere la sua carriera regionale. Fino a ieri, quando lo si dava dimissionato. "Sarà sostituito prestissimo", ha riferito ieri a tarda sera uno dei big della coalizione di governo. IL SOSTITUTO I vertici della Regione hanno contattato tre giorni fa un avvocato dello Stato, sardo, senza tessera politica, non vicino - sembra - ad appartenenze di centrosinistra. Il cambio della guardia sullo scranno più alto fra i dirigenti della Regione è dietro l'angolo, ma è sorto un altro intoppo: l'avvocato ha detto no, dicendosi indisponibile a ricoprire quell'incarico. Una poltrona che continua a scottare. ENRICO PILIA.

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Quel tram è una giusta necessità - daniela lastri (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina VI - Firenze INTERVENTO/1 Quel tram è una giusta necessità Non si possono cancellare gli atti adottati secondo il programma DANIELA LASTRI L'autore è assessore comunale all'istruzione Domenica voterò No perché non voglio che si interrompa ciò che fin qui è stato fatto. La tramvia è un mezzo normale e compatibile con la bellezza della nostra città, come tante altre cose che già oggi possono convivere con l'estetica e la sacralità dei luoghi storici. Una città moderna e vitale fa i suoi giusti compromessi e la tramvia che passa dal centro è una giusta necessità. Non ci sono valide alternative. Non lo è la metropolitana: Firenze non può sopportare decenni di lavori (non gli anni, già faticosi, della tranvia) e nel frattempo morire di asfissia. In più, costa troppo e non è in grado di servire il territorio. La tramvia è più flessibile e si integrerà al meglio con gli altri mezzi pubblici e con la linea ferroviaria che attraverserà la città. Ma il sistema della tramvia è esso stesso qualcosa di integrato e dunque non ha senso fare la linea 1 rinunciando alle altre. Si farebbe un danno grave alla città. Non c'è nessun scempio ambientale (come dicono gli oppositori politici della tranvia), ed è pacificamente vero il contrario. A favore si sono espressi le forze autenticamente ambientaliste, l'Unesco, le organizzazioni sociali e produttive, e tutti quelli che sono sensibili ai temi drammatici che pone la vita caotica delle città. Le lacrime di coccodrillo versate sugli alberi rimossi e il disamore per quelli che vengono piantati (saranno 400 in più) sono l'esempio di un'ipocrisia anti-moderna, priva di attenzione per quello che la tramvia ci può dare: un ambiente più pulito e meno rumoroso, stili di vita più sobri e rispettosi dei destini collettivi. Tra qualche anno nessuno vorrà privarsi della "sua" tramvia, quella che passa nel suo quartiere e gli permette di muoversi con più libertà e sicurezza. Non è un caso che la tranvia, dovunque sia stata costruita, ha dato più qualità al territorio. Bisogna completarla, perciò, e al più presto. La democrazia è una cosa seria, fatta di scelte e di impegni che si rispettano, di onestà e dedizione per l'interesse pubblico. E' fatta anche di conflitto, ma non può vivere senza la responsabilità. Oggi non si può pretendere che gli atti adottati, le spese di bilancio effettuate, gli impegni contrattuali presi, coerenti con il programma delle elezioni 2004, siano cancellati con un colpo di spugna. Io rispetto la scelta di chi ha sottoscritto la richiesta di referendum, ma non posso condividerla, perché ci restituisce un'idea improduttiva e infelice della democrazia. C'è invece, oltre il referendum, uno spazio per la partecipazione alle scelte che restano da fare sulla tramvia. Andiamo allora a votare la tramvia, perché il referendum, per quanto pasticciato e confuso, è comunque un appuntamento da non disertare per il bene della città. Andiamo a dare i nostri razionali, moderni, ambientalisti due No.

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Un crociato in televisione (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Legge 194 Un crociato in televisione Norma Rangeri Noi della vecchia generazione di femministe avevamo l'incubo dei feti sotto vetro esposti in pubblico dal movimento per la vita di Carlo Casini, un cattolico oltranzista che non si faceva scrupolo di violentare, con macabri rituali, le donne che affrontavano il dramma dell'aborto. Oggi, a trent'anni dalla conquista della 194, ci ritroviamo con un neonato movimento per la vita, concepito e partorito da Giuliano Ferrara. Nel 2008 l'aborto torna a essere definito un omicidio e assassine sono le donne costrette a ricorrervi. Fino al punto di essere inseguite nelle corsie d'ospedale da squadre di poliziotti a caccia di feti. Naturalmente, ieri come oggi, a indossare i panni dei difensori della vita sono uomini, mossi dal desiderio di ristabilire il potere della generazione, grande e perduto. Illuminata da potenti riflettori mediatici, dal Tg1 al Corriere della Sera, la lista elettorale del giornalista berlusconiano, raccoglie i frutti di una semina iniziata con la campagna contro la legge sulla fecondazione assistita, consolidata sull'onda di larghe intese con le gerarchie vaticane. "Non voglio punire le donne in gravidanza, non voglio obbligarle a partorire", assicura il giornalista, senza neppure accorgersi di quanto suonino sinistre le sue rassicurazioni. Specialmente quando aggiunge di volersi candidare al ruolo di futuro ministro della salute. La poderosa sponsorizzazione delle corazzate dell'informazione, vale più di qualunque apparentamento. Nei prossimi due mesi di campagna elettorale, la lista per la vita conquisterà un posto da protagonista nel dibattito politico. Vale la pena ricordarlo perché, di fronte all'arretramento dei diritti costituzionali di libertà, allo sfondamento degli argini dei diritti civili, la linea di Walter Veltroni è "lasciamo l'aborto fuori dalla competizione elettorale". Può sembrare una scelta saggia, chi non vorrebbe evitare di strumentalizzare il corpo delle donne per fini elettorali. Se non fosse che l'agenda mediatica ha già messo la questione all'ordine del giorno. Sarebbe come dire, e infatti è lo slogan che va per la maggiore, basta non parlare del berlusconismo per cancellare il conflitto di interessi, basta andare nei talk-show della tv per renderla pluralista. Per il momento le uniche ad aver capito che tira una brutta aria sono le donne. Manifestazioni di protesta, richieste al Consiglio superiore della magistratura perché indaghi su quel che è accaduto nell'ospedale di Napoli. C'è sconcerto e incredulità anche nel mondo cattolico, tra i medici. Ma se siamo di fronte a un'offensiva ideologica, non basta reagire sul momento, è importante rilanciare la sfida. Se qualcuno calpesta la tua bandiera bisogna raccoglierla.

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Il rapido contropiede della globalizzazione (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

E chi avrebbe citato se avessi dato un rigore alla razza bianca? Althusser? Mao? Lo stesso Marx? Osvaldo Soriano Il rapido contropiede della globalizzazione Il calcio è un esempio da manuale dell'incapacità politica nell'affrontare problemi sociali locali provocati da fenomeni che prendono corpo su scala planetaria. A partire dalla presenza di un'élite globale dei giocatori e dei conseguenti conflitti tra gli interessi delle nazionali e quelli dei club Il mercato mondiale dei calciatori è il rovescio della medaglia delll'esistenza di una manciata di "marchi globali" che fatturano cifre colossali con la vendita dei diritti televisivi e il mercha Luigi Cavallaro È constatazione diffusa che i problemi sociali più gravi di quest'alba del XXI secolo sono tali principalmente perché non disponiamo degli strumenti politici con cui affrontarli. Le istituzioni politiche entro cui si svolge la nostra esistenza sono per lo più confinate entro le frontiere degli stati-nazione, mentre le questioni più pressanti che ci si parano davanti - dalle migrazioni delle merci e dei capitali alle migrazioni delle persone in carne e ossa, dalle crescenti difficoltà di approvvigionamento energetico alle catastrofi sociali generate da eventi climatici estremi - trascendono, e di molto, quelle frontiere. Intendiamoci: la "globalizzazione" è ben lungi dall'essere una realtà, salvo che nelle visioni un po' naif di quanti credono che essa si misuri col numero di persone che salgono su un aereo o con le tonnellate di merci che si trasportano da un luogo all'altro del pianeta. È però indubbio che molti dei problemi rispetto ai quali gli stati manifestano palesemente la loro inadeguatezza - a cominciare dalla sicurezza, privata e sociale - costituiscono il precipitato locale di fenomeni che prendono corpo su scala globale. Una scala su cui, invece, operano con disinvoltura poche centinaia di imprese transnazionali, i cui interessi sempre più spesso si pongono in contrasto con quelli degli abitanti dei Paesi che ricadono nell'orbita dei loro affari. Le squadre in campo Il calcio offre un esempio da manuale di queste contraddizioni. Praticamente fin dal giorno in cui ha conquistato un pubblico di massa, questo sport è stato, in effetti, il catalizzatore di due forme di identificazione di gruppo: quella "locale" rispetto ai singoli club calcistici e quella "nazionale" nei confronti della rappresentativa del proprio paese, formata dai migliori giocatori dei diversi club. Per un lungo periodo di tempo, queste due forme di identificazione sono state complementari: si tifava per il club durante il campionato di calcio o nelle coppe europee, e per la nazionale in occasione degli europei o dei mondiali. Ma a partire dagli anni Novanta e soprattutto nel corso degli anni Novanta (specialmente dopo la famosa sentenza Bosman), è progressivamente emerso un mercato mondiale dei calciatori, che ha reso sempre più incompatibili gli interessi delle nazionali con gli interessi dei grandi club. La globalizzazione del mercato dei calciatori ha infatti permesso a un consorzio di club ricchissimi, situati per lo più in un ristretto numero di Paesi dell'Europa occidentale, di costituirsi come "marchi globali" in cui giocano calciatori reclutati all over the world. Spesso solo una minoranza di giocatori appartiene alla nazione dove ha sede il club: Arsène Wenger, allenatore (francese) dell'Arsenal, ha messo più volte in campo la squadra senza schierare nemmeno un giocatore inglese, e lo stesso ha fatto Mancini con l'Inter, che pure - come sanno bene i suoi tifosi - la vocazione internazionalistica ce l'ha impressa fin dalle origini. L'Arsenal, l'Inter e ancor più il Milan, il Manchester United, il Chelsea, il Barcellona, il Real Madrid, sono ormai club brand che fatturano cifre colossali con la vendita dei diritti televisivi e col merchandising legato all'abbigliamento sportivo e ai gadgets coi loro colori. Si può dire che il calcio globale è ormai dominato dall'imperialismo di questi pochi club, che competono gli uni con gli altri sia nei campionati nazionali, sia (e preferibilmente) in quelli internazionali: non è un caso che periodicamente rispunti l'idea di una "superlega" europea che dovrebbe raggrupparli per dar vita ad un campionato ancor più spettacolare, almeno dal punto di vista del richiamo mediatico e del ritorno economico, e la trasformazione della Coppa dei campioni in Champions League rappresenta certo un primo passo in questa direzione. Piedi in subfornitura La globalizzazione calcistica ha avuto però conseguenze indesiderate. In primo luogo, ha indebolito la posizione di quei club che non fanno parte della virtuale "superlega" dei più ricchi, specie in quei paesi sudamericani e africani che hanno accentuato la loro caratteristica di "esportatori netti" di calciatori. Appena meglio stanno i club minori europei, che non se la passano troppo male solo perché ingaggiano calciatori a buon mercato dalle nazioni più povere, sperando che diventino dei talenti da rivendere a suon di milioni ai club brand più importanti, oppure - proprio come nelle subforniture - ricevono in prestito dai grossi club qualche giovane astro nascente, bisognoso di farsi le ossa sui campi della periferia. In secondo luogo, la logica transnazionale è entrata in conflitto con l'appartenenza nazionale dei calciatori, cioè con i loro impegni nelle nazionali dei paesi d'origine. Gli interessi dei club brand imperialisti sono ormai in contrasto con quelli delle nazionali: per calciatori che viaggiano sul filo delle sessanta-settanta partite all'anno, l'infortunio è sempre dietro l'angolo e l'impegno con la nazionale è un rischio aggiuntivo che i club finora hanno sopportato senza averne nessun ritorno. Vieira che si rompe nelle partite con la nazionale francese resta pur sempre sul libro paga dell'Inter, che però non lo potrà impiegare per due o tre mesi, e motivazioni analoghe debbono aver ispirato Totti nell'opporre il gran rifiuto alla maglia azzurra. Bisognerà vedere come si metteranno le cose dopo l'accordo di Zurigo dello scorso 15 gennaio, in cui la Fifa e l'Uefa hanno assunto l'impegno di versare ai club congrui contributi finanziari per la partecipazione dei giocatori agli Europei e ai Mondiali, in cambio dello scioglimento del G-14 (il cartello fondato nel 2000 dalle quattordici squadre più importanti d'Europa) e della rinuncia alle richieste di risarcimento avanzate dai club in varie sedi giudiziarie. Resta comunque il fatto che rifiutare la convocazione in nazionale è un fatto che sarebbe stato semplicemente inconcepibile fino a dieci anni fa. E proprio qui, sul piano dell'identificazione, si coglie la terza conseguenza della globalizzazione calcistica, quella più complicata. I calciatori e i tifosi per i quali la nazionale resta un vettore d'identificazione importante sono quelli dei club e dei paesi più poveri: per costoro davvero l'idea di comunità nazionale si materializza per lo più sotto forma di undici uomini che tirano calci a una palla - il festoso entusiasmo che abbiamo visto nell'Iraq dilaniato dall'occupazione americana e dalla guerra civile dopo il successo in Coppa d'Asia ne è certo l'esempio migliore. Icone senza frontiere Diverso è il discorso per i calciatori occidentali e i tifosi dei loro club brand imperialisti. I primi rappresentano in qualche modo un'élite davvero transnazionale: sono cioè fra i primi uomini ad essere realmente (e non solo idealmente) "cittadini del mondo". Si può esser certi che Ibrahimovic giocherà con impegno per la nazionale svedese, ma si può avere qualche dubbio sul fatto che si "senta" svedese, e non solo per le sue origini balcaniche: lo stesso potrebbe dirsi per un'icona del calcio globale come Beckham. Ma è per i tifosi delle multinazionali del pallone che i problemi sono più cospicui. Non solo perché l'identificazione con la nazionale diventa conflittuale quando un proprio beniamino s'infortuna giocandoci (chiedete appunto ai romanisti), ma soprattutto perché essi vivono sempre più spesso la lacerazione fra l'orgoglio per le vittorie dei propri colori e il fatto che quelle vittorie maturano spesso in grazia dell'abilità pedatoria di calciatori provenienti da paesi considerati "inferiori" e i cui abitanti che migrano da queste parti si offrono come concorrenti a prezzi migliori per i lavori di bassa qualifica. La reputazione degli "zingari" La xenofobia dilagante negli stadi ne è la riprova. Gli ultras ne riproducono al meglio le immutabili caratteristiche, a cominciare dal carattere squisitamente artefatto (e nient'affatto "naturale") del discorso razzista: gli juventini che gridano "zingaro" al loro ex campione Ibrahimovic riecheggiano inconsapevolmente la famosa sentenza di una corte della Carolina del Sud, che nel 1835 sostenne che è la "reputazione" a costituire l'unico criterio per "definire negro un individuo". Sarebbe troppo facile, a questo punto, concludere che anche per il calcio la colpa è del capitalismo delle multinazionali, che omologa, distrugge le specificità locali e priva il proletariato di gusti, tradizioni e tifo. La realtà è più complessa: non c'è mai stata alcuna "età dell'oro" e tutti i campionati e i rapporti di produzione fin qui esistiti sono sempre stati impregnati di corposi interessi di classe e/o di "casta". L'odierna tendenza a mitizzare qualunque tradizione culturale, perfino le più oppressive, ricorda piuttosto il rimpianto di Alan Garrison (uno degli ultimi hooligan del Chelsea) per i "bei tempi" in cui allo stadio andavano solo diecimila persone, di cui seimila per fare a botte e le altre quattromila per godersi la rissa. Nessun rimpianto, insomma: il meticciato, coi suoi corollari di sradicamento ed eclettismo, di contaminazione e innovazione, è il futuro del calcio come del mondo. Non c'è davvero da dolersi se è passato il tempo in cui tutti insieme si gridava "Forza Italia" e l'identificazione con la nazionale si depotenzia progressivamente a favore di quella con il club. Piuttosto, poiché la globalizzazione viaggia per ora prevalentemente sulle maglie dei club brand e veicola un cosmopolitismo fondato sulle asimmetrie dei mercati finanziari, bisognerebbe trovare un modo per reinnestarla sul tronco dei pubblici poteri, dando vita ad una qualche forma di "cosmopolitismo nazionalista". Può sembrare, calcisticamente e politicamente parlando, un'utopia assoluta. Il Barcellona ce ne dà però un esempio tangibile. Non solo perché questo simbolo del nazionalismo catalano è stato fondato da un uomo d'affari protestante, lo svizzero Joan Gamper, ma soprattutto perché sono moltissimi i giocatori stranieri che hanno militato nel club catalano e hanno deciso, finita la loro carriera, di restare a Barcellona. Del resto, quello catalano non è un nazionalismo del "sangue" o di tipo teocratico, ma è una "religione civile" che - come ha scritto Franklin Foer - si fonda su poche cose: la lingua, il disprezzo per la Spagna castigliana e l'amore per il Barça. Un nazionalismo cosmopolita Confesso che, ai miei occhi di interista-leninista impenitente, assolutamente convinto della profonda lezione "materialista" che viene dal calcio - uno sport in cui il confronto fra individui è sempre mediato dalla presenza e dal possesso della "cosa" e in cui il conflitto, pur svolgendosi secondo una logica intelligibile, è sempre incerto, "aperto" nei suoi esiti ultimi -, una prospettiva del genere evoca inevitabilmente quella di una nuova "internazionale": una parola indubbiamente antica, come scrisse Pintor nel suo ultimo editoriale, ma ancora non ve ne sono altre per enunciare l'obiettivo di "reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste". Fuor di metafora: la globalizzazione necessita ancora di stati-nazione efficienti ed efficaci, esattamente quanto le multinazionali del pallone hanno ancora bisogno delle nazionali d'origine. Si può aggiungere che non è detto che non ci servano ancora alcune delle lezioni del "nazionalismo cosmopolita" dei trenta gloriosi keynesiani (1945-1975). L'allenatore dell'Arsenal l'ha capito benissimo: "A me non interessano le nazionali, ma so che dobbiamo averle nel sistema, perché sono loro che continuano a far affluire il denaro". Parole crude, ma sante.

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Saltano gli equilibri delicati nei Balcani (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Parla lo scrittore "jugoslavo" - come ama definirsi - Predrag Matvejevic: "Non credevo che saremmo arrivati così in fretta alla proclamazione d'indipendenza del Kosovo. Siamo nel vicolo cieco dei micro-stati, come dice Claudio Magris" "Saltano gli equilibri delicati nei Balcani" Tommaso Di Francesco Per approfondire la crisi in atto nei Balcani con l'autoproclamazione unilaterale d'indipendenza del Kosovo, abbiamo rivolto alcune domnade a Predrag Matvejevic, l'autore di "Mediterraneo", di "Tra asilo ed esilio", de "I signori della guerra", tutti testi che hanno rivelato le crisi dell'est e reso evidenti le nostre responsabilità verso la stagione della guerra tornata d'attualità negli anni Novanta nel cuore d'Europa. Predrag Matvejevic è stato citato più volte dall'editoriale di lunedì scorso apparso sul Corriere della Sera di Claudio Magris dal titolo "Le nazioni violente, Kosovo e identità intollerante" che, senza timori reverenziali, ha scritto: "Una mina immediata è costituita dall'imminente indipendenza del Kosovo, che era stata esclusa dal nostro governo quando l'Italia aveva partecipatao alla vergognosa guerra del Kosovo, intrapresa contro coloro - i serbi - che in passato avevano oppresso gli albanesi, ma che in quel momento erano semmai oprressi, e dunque intrapresa in soccorso dei vincitori. Nascerà - ha continuato - così nel Kosovo un mini-stato in cui non sarà possibile vivere a nessun serbo e di cui il leader Thaqi, ex guerrigliero dell'Uck di cui si sono viste molte fotografie marziali ma nessuna significativa azione militare, sta cercando di inventare una bandiera". Che cosa pensi di questa, ennesima proclamazione unilaterale d'indipendenza nei Balcani? Non credevo che si sarebbe fatto così presto, non perché i kosovaro albanesi non avessero già mostrato fretta, ma perché pensavo che gli americani li avrebbero fermati, avrebbero chiesto un po' di tempo per gestire la situazione caotica e dura che si sviluppa in Serbia. Invece ci fanno sapere che domenica ci sarà la proclamazione. Sarà una grande scossa in Serbia, non una sorpresa. Ci saranno sicuramente manifestazioni e una dura pressione per conservare le zone più fortemente serbe in Kosovo, come Kosovska Mitrovica e Gracanica. In ogni modo così la situazione nei Balcani rischia di complicarsi molto più di quello che si pensa. Non sappiamo ancora se il premier Kostunica, nazionalista moderato ma troppo vicino alla Chiesa ortodossa, con riferimenti clericali, sarà favorito da questa situazione. Rischia comunque di rafforzarsi il nazionalismo estremo che ha indebolito ogni opposixzione possibile di sinistra. Ora temo l'atteggiamento dei serbi della Repubblica serba di Bosnia, entità che fa parte della Bosnia Erzegovina, ma che di fronte alla proclamazione unilaterale del Kosovo, minaccia di separarsi e unificarsi a Belgrado, con le stesse ragioni, gli stessi criteri, lo stesso "diritto" di Pristina. Un atteggiamento sostenuto dagli estremisti craoti dell'Herceg Bosna (l'Erzegovina), anche loro parte della Bosnia unitaria ma che già di fatto si sentono separati, votando da anni per le elezioni a Zagabria - è una cosa indecente sulla quale la comunità internazionale tace e acconsente. Il leader dei serbi di Bosnia, Milorad Dodik è stato all'opposizione di Milosevic e contro il super-ricercato Karadzic, ma ora torna ad attaccare i musulmani di Sarajevo che chiama "nuova Tehran", approfittando dell'arrivo in Bosnia di un islamismo tutt'altro che laico e filooccidentale com'era prima della guerra, ma fortemente ancorato agli interessi dell'Arabia saudita. Che paga i piccoli Imam della provincia, costruisce moschee e centri islamici, lì dove la gente è più affamata. Perché la guerra etnica ha portato solo miseria e grandi affari al circo Barnum degli aiuti internazionali. Troppo tardi l'Occidente si è accorto dell'Islam moderato che c'era prima, quando a Srbrenica e a Mostar le milizie serbe e croate facevano scempio di quell'esperienza. Parlavi del pericolo per gli equilibri dei Balcani. Che fine farà ora la Macedonia? C'è sempre stata una storica divisione tra macedoni pro jugoslavi (diciamo pro-serbi) e macedoni pro-bulgari. Adesso che in Serbia c'è più nazionalismo che ai tempi di Milosevic, torna la possibilità che si alimenti di nuovo il confronto. Perché i macedoni hanno paura di una grande Albania che si va formando e già le statistiche, mai affidabili nei Balcani, parlano di 30-35% di albanesi macedoni. Ma gli albanesi nazionalisti dicono che sono molto di più, parlano del 50%. Naturalmente una piccola nazione come la Macedonia ne soffrirà, hanno paura del futuro e hanno memoria di un passato che parla di nazionalità che hanno tanto sofferto. La guerra del 1999, la "guerra vergognosa" dice Claudio Magris, è una ferita che non si rimarginerà. Venne motivata dalla Nato come umanitaria. Ora anche il moderato presidente serbo Boris Tadic denuncia che, invece, serviva per una secessione etnica. Torniamo dunque ai piccoli stati, alle piccole patrie etniche... Ho visto errori ed orrori da tutte e due le parti. La risposta serba ai bombardamenti è stata tragica quando hanno deciso di cacciare centinaia di migliaia di abitanti dal Kosovo. Io stesso sono andato incontro ai profughi disperati, ho incontrato quelli che a Otranto arrivavano sui gommoni, spesso derubati prima dalla stessa mafia albanese e italiana. È stato un grande errore dei serbi, ma ahimé gli albanesi non ne hanno tratto alcun profitto per i loro obiettivi politici. Già un altro dramma era stato rappresentato sotto i nostri occhi dai bombardamenti della Nato, con tanti "effetti collaterali" contro i civili sia serbi, anche a Belgrado, che albanesi. Ma i kosovari albanesi tornando in Kosovo dopo la guerra non hanno saputo conservare la dignità e la credibilità che avevano acquisito durante l'esodo. Hanno cominciato a non rispettare i serbi, ad essere aggressivi nei loro confronti, a cacciarli, ad attaccare i monasteri ortodossi. Le milizie dell'Uck non sono state davvero, come loro raccontano, uno strumento di difesa. Avrebbero potuto conservare la simpatia del mondo, invece da vittime sono diventate carnefici. E le vittime sono state tra il 10% dei serbi che avevano scelto di rimanere. Come dimenticare allora la "pulizia demografica", quella che negli anni Ottanta vide una grande crescita di popolazione kosovara albanese, che di fatto respinse molti serbi. Ma allora le frontiere jugoslave, a differenza del regime dei bunker di Enver Hoxha in Albania, erano aperte più di ogni altro paese d'Europa. E Tito, dopo moti ispirati da Tirana, avviò la definizione di una leadership kosovaro albanese assolutamente filo-jugoslava, con un Kosovo che aveva una sua autonomia particolare in Serbia ma dentro la Jugoslavia. Tra i leader c'era Azem Vlasi, sacrificato poi da Milosevic che abolì quello statuto d'autonomia. In Kosovo dunque c'era un sentimento anti-serbo ma non anti-jugoslavo. Un paradosso: non ci dimentichiamo che gli ultimi ad aver portato i ritratti di Tito quando già la Jugoslavia era distrutta, furono proprio gli albanesi del Kosovo. Grandi lavoratori, grande impegno per la Jugoslavia. Ora siamo "in Katanga" dicono gli albanesi del Kosovo quando litigano fra di loro. Gli "aiuti" internazionali hanno portato miliardi di dollari, e il 60% della gente è disoccupata e senza servizi. Con una nuova classe di super-ricchi legati al malaffare. E parlano d'indipendenza. Eppure c'era la possibilità di un'alternativa. Nelle lunghe trattative Belgrado è arrivata a proporre una "autonomia al 95%". Qualcosa di molto simile allo statuto dell'Arcipelago delle Aaland e più del nostro Alto Adige - entrambi esempi rivendicati da Ibrahim Rugova, poi conquistato al carro dell'indipendenza a tutti i costi voluta dalle milizie dell'Uck, armate dagli Usa che in Kosovo hanno edificato Camp Bondsteel la più grande base militare d'Europa. E la crisi si internazionalizza: a prendere la parti dell'isolata Serbia arriva la Russia di Putin. La crisi divide l'Unione europea al sup interno e con le Nazioni unite: la Ue vuole una missione civile e di polizia per gestire la crisi, mentre in Kosovo c'è una missione della Nato che gestisce la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza che riconosce la sovranità della Serbia. È un caos. Come finirà? Mi ricordo molto bene quello che voleva Rugova, del quale sono stato ottimo amico. Ricordo l'attentato a Pristina contro la sua macchina, l'intimidazione contro di lui dei vertici dell'ex Uck ora al potere. Un trattamento che probabilmente lo ha portato alla morte. E vedo molto bene la strumentalità, che si serve della fede ortodossa, di Putin che arriva nell'area. Non mi fido di Putin, conoscevo la Politkovskaja. La Russia non ha fatto mai molto per gli slavi del sud. E Putin è l'ultimo che lo farebbe ma lui teme le sue proprie situazioni, gli indipendentismi del Caucaso. Inoltre l'Unione europea propone troppo poco alla Serbia, un ingresso tra molti anni, dopo la Croazia. Così la Serbia, il paese più grande dei Balcani cova il suo nazionalismo, amputato del Kosovo e senza possibilità di aderire subito all'Europa, anzi in conflitto con i paesi che riconosceranno il micro-stato Kosovo. Come finirà? Non lo so. L'indipendenza unilaterale è la risposta sbagliata, e sbaglia l'Unione europea ad appoggiarla. Noi dovremmo essere controcorrente e ricordare che i popoli serbi e albanesi hanno più cose per stare insieme che per dividersi. Come scriveva il socialista-comunista serbo Dimitri Etuzovic nel 1913, morto all'inizio della guerra del 1914. Il suo saggio si chiamava "Serbia e Albania" (anzi, lui diceva Arbania). Un libro fantastico che raccontava la sofferenza dei contadini e degli operai albanesi e serbi insieme, la solidarietà fra loro. Dobbiamo continuare questo filone. Tra asilo ed esilio c'è consapevolezza. Oltre il tradimento e l'oltraggio. Dove ogni parola critica della propria nazione è tradimento e ogni parola critica dell'altra nazione è oltraggio. Allora lo spazio tra tradimento e oltraggio è sempre più stretto, sempre più controllato. Stavolta questo spazio, mai tentato, anzi allargato a dismisura anche da scrittori come Ismail Kadaré che hanno soffiato sul fuoco, deve restare aperto.

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MILANO - All'ultimo momento Unicredit ha scelto di fare un passo indietro dal concorzio di gara (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Messaggero, Il" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Nzia e collocamento dell'aumento di capitale di 5,5 miliardi di Société Générale al via dal 21 febbraio. Per evitare conflitti di interesse legati ad Anthony Wyand, consigliere d'amministrazione della banca francese ma anche uno dei cinque vicepresidenti di piazza Cordusio. Wyand avrebbe potuto essere depositario di informazioni privilegiate. E Alessandro Profumo, banchiere sempre sensibile, accorto e trasparente, ha preferito quindi rinunciare a sottoscrivere la quota parte di 22 milioni spettante a tutti i co manager, cioè i partecipanti al quarto livello del consorzio. Del quale fa parte l'unica banca italiana presente fra le 18 che hanno garantito a fermo l'intera operazione: Mediobanca. Per quanto riguarda l'intera struttura del consorzio, come anticipato da Il Messaggero dimartedì scorso, ne fanno parte al primo livello col ruolo di global coordinator e joint bookrunner Morgan Stanley, JpMorgan e la stessa SocGen: le due banche Usa però hanno garantito 1,925 miliardi a testa, la banca francese collocherà solo i titoli. Credit Suisse e Merrill Lynch - co bookrunner - si accollano 467,5 milioni ciascuno; Calyon, Deutsche, Hsbc - co lead manager - una quarantina -, infine Barclays, Citi, Credit Mutuel, Dexia, Ing, Rothschild, Santander, Natixis, Fox Pitt e Mediobanca con 22. r. dim.

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Putin: illegale e immorale un Kosovo indipendente (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-02-15 num: - pag: 19 categoria: REDAZIONALE Verso l'addio Ultimo incontro con la stampa da presidente Putin: illegale e immorale un Kosovo indipendente Il leader russo: abbiamo già pronti dei piani Il Cremlino studia una vasta controffensiva diplomatica pro serba che coinvolge anche la Bosnia DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MOSCA - L'appoggio all'indipendenza unilaterale del Kosovo non è un atto "morale né legale". La Russia non reagirà direttamente, ma si prepara ad attuare una serie di contromisure che potrebbero finire per riaccendere numerosi conflitti nei Balcani e nel Caucaso. In una lunghissima conferenza stampa nella quale ha parlato di tutto, Vladimir Putin è stato molto duro con europei e americani e ha fatto capire che il suo Paese non rimarrà con le mani in mano. Se ci sarà l'indipendenza, Mosca non reagirà direttamente: "Se qualcuno prende decisioni stupide e illegali non significa che dovremo scimmiottarlo anche noi". Ma subito dopo il presidente russo ha aggiunto che la Russia difenderà i propri interessi. "E abbiamo dei piani già pronti". Di che si tratta? Putin non lo ha detto, ma dichiarazioni rilasciate in questi giorni da esponenti dell'amministrazione fanno capire che sono state studiate iniziative che non coinvolgono solo i Balcani. Intanto bisogna dire che probabilmente le azioni che la Russia intraprenderebbe sono state probabilmente concordate con i vertici di Belgrado, visto che subito prima delle elezioni presidenziali in Serbia sono giunti a Mosca il presidente Boris Tadic, il premier Vojislav Kostunica e lo sfidante Tomislav Nikolic. La prima mossa sarebbe quella di appoggiare la richiesta serba di separare da un eventuale Kosovo indipendente la parte nord abitata dai serbi che ha come capitale Mitrovica. Poi verrebbe riaperta la questione dello status della Repubblica Srpska, entità autonoma di Bosnia. Se ne chiederebbe l'autonomia e, successivamente, l'annessione alla Serbia. Un altro passo riguarderebbe il Montenegro, dove il referendum che ha approvato la separazione da Belgrado è passato con pochi voti. Si vorrebbe tenere un nuovo referendum per ottenere il ritorno nella repubblica jugoslava. L'idea è quella di creare una forte entità slava nei Balcani che funga da avamposto difensivo degli interessi russi in Europa. Gazprom ha già annunciato che investirà massicciamente nel Paese, acquisendo la locale società petrolifera, costruendo un ramo serbo del gasdotto Southstream che passerà sotto il Mar Nero (e attraverserà la Bulgaria) e realizzando grossi depositi di gas sotto terra. La compagnia aerea di Stato Aeroflot, inoltre, starebbe per acquistare la serba Jat Airways. L'eventuale unificazione tra Repubblica Srpska e Serbia servirebbe poi come precedente per andare all'offensiva anche nel Caucaso. Intanto, con la richiesta di unificare l'Ossezia del Sud, che è in Georgia, con quella del Nord che fa parte della Russia. E poi, eventualmente, anche facendo proclamare l'indipendenza della Abkhazia, altra regione della Georgia abitata da russi. Si tratta in entrambi i casi di regioni dove si sono combattute guerre sanguinose. Rispondendo alle domande, Putin ha detto che l'Europa fa male a non fidarsi per gli approvvigionamenti energetici. E ha citato la Finlandia come esempio di dipendenza dalla Russia. Un Paese che negli anni della guerra fredda ha sempre avuto, in realtà, una sorta di sovranità limitata. Il presidente ha poi negato in maniera colorita di aver accumulato una fortuna nascosta: queste notizie, ha detto, "sono moccio spalmato sulla carta". Infine una risposta a Hillary Clinton. L'ex first lady aveva insinuato che "gli agenti del Kgb non hanno un'anima ". Secondo Putin, sono i politici "che almeno dovrebbero avere il cervello". Il cuore Il leader del Cremlino Vladimir Putin con un cuore di San Valentino. Putin ha minacciato "serie conseguenze " se il Kosovo si dichiarerà indipendente Fabrizio Dragosei.

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<Di Pietro nel Pd? Certi deliri non mi riguardano> (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-02-15 num: - pag: 13 categoria: REDAZIONALE Beppe Grillo Sul blog attacchi alla scelta di Idv. Ma Travaglio: ha fatto bene, così avrà voce "Di Pietro nel Pd? Certi deliri non mi riguardano" MILANO - "Mi spiace, guardi, non so neanche di cosa si stia parlando ". Difficile ignorarlo, in verità. L'essenziale, però, è che non lo vuole sapere, Beppe Grillo ha il tono a metà tra il disgusto e la noia appena gli si accenna all'accordo tra Di Pietro e il Partito democratico. "Non conosco, da un po' non leggo i giornali, soprattutto non voglio entrare in questi deliri. Ma una cosa la voglio dire: per quanto mi riguarda, questa è una campagna elettorale fuorilegge. Hanno tolto ai cittadini il diritto di scegliersi i candidati e adesso pure il partito. Hanno tradito la Costituzione. Tutto ciò che ne verrà è illegale. E io mi siedo sulla riva del fiume...". Del resto basta leggere cosa dice la gente nel suo blog: la scelta dell'ex pm, forse il solo politico a non provocare immediate reazioni allergiche ai fan del comico genovese, viene vissuta da tanti come una sorta di "tradimento", con buona pace di chi dice che però, insomma, che altro avrebbe potuto fare? Si confrontano sconcerto e realismo, apocalittici e integrati. "Adesso si è scoperto di quale paraculo si tratta, dovrebbe solo vergognarsi", sentenzia Marco, "se davvero ha deciso di allearsi col Pd ha fatto l'ennesima ca... della sua vita", si trattiene Giorgio con i puntini di sospensione, "Vaffa pure a lui!", riassume Marco. E se "Frantoman " osserva sereno che "chi non vota Veltroni dà il voto ai fascisti, alla P2 e alla mafia" c'è Emilio che blocca dubbi e difese d'ufficio, "vorrei che i galoppini Di Pietro la smettessero di fare campagna elettorale in questo blog, sta diventando una cosa antipatica" mentre Paola è impegnata a dissolvere la disillusione nel sarcasmo, "che tristezza, sono anni che sostengo che l'unico uomo che potrebbe governare l'Italia al momento è Rocco Siffredi!". Difficile opporsi a obiezioni simili. Marco Travaglio, amatissimo dal popolo di Grillo, ci prova: "Chi sostiene le battaglie della legalità, del conflitto d'interessi eccetera, deve rendersi conto che con questa legge elettorale c'è poco da fare: Di Pietro dovrebbe rischiare di stare fuori dal Parlamento, sarebbe forse meglio che le sue posizioni fossero sostenute solo in piazza? O doveva accordarsi con la sinistra radicale che manco l'avrebbe voluto, tra l'altro? D'altra parte, Veltroni sa benissimo che Di Pietro ha raddoppiato in consensi, in questi mesi: sono tutti forcaioli sanguinari? Eh no, questa è gente che stava con loro e si è allontanata, non credo che gli elettori del Pd preferirebbero allearsi con De Michelis... ". Resta la sollevazione del blog, che si riflette in quello dello stesso Di Pietro. E la domanda disperata di "elle d.": "Beppe, ma dobbiamo votare Di Pietro o no?". In realtà Grillo aveva già risposto, nero su bianco. Non sull'ex pm in particolare, su tutti quanti: "Due buchi neri assorbono la politica e si assorbono a vicenda. Tutto quello che si avvicina a loro scompare". Sul video c'è l'immagine sovrapposta di Berlusconi e Veltroni. "Sono l'unica scelta che ci viene data (...) è una doppia scelta unica, il Dna è lo stesso". Così ora spiega di volersi chiamare fuori, da queste Politiche, "perché tutto ciò ciò che ne verrà è illegale. Se uno entra in questa roba arriva a ragionare come gli altri, ed è finita. Quindi lasciatemi guardare dall'esterno, io non ho un partito, l'unica cosa che mi interessa sono le liste civiche nelle città, tanto prima o poi l'impensabile arriva: un anno, due al massimo, poi si vedrà che ho ragione io". I due buchi neri "Questa è una campagna elettorale fuorilegge. Due buchi neri assorbono tutto e chi si avvicina a loro scompare" Giornalista Marco Travaglio Comico-blogger Beppe Grillo Gian Guido Vecchi.

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Giovanni Corsi resta dov'è (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Tempo, Il" del 15-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stampa Sgurgola Il Tar respinge l'istanza dell'ex sindaco Giovanni Corsi resta dov'è Daniele Trenca SGURGOLA è stata respinta dal Tar di Latina l'istanza cautelare presentata da Antonio Corsi per annullare la delibera di giunta che incaricava Giovanni Corsi responsabile dell'ufficio tecnico. Un atto illegittimo, secondo l'ex sindaco, per un presunto conflitto di interessi visto che Giovanni Corsi è anche tecnico di fiducia del marito del sindaco. "Argomentazioni - ha dichiarato l'avv. Diurni - che non presentano alcun fondamento giuridico, ma mirate solo a colpire un avversario politico". Giovanni Corsi aveva fatto ricorso insieme a Leonardo Caratelli dopo la rielezione a sindaco di Corsi per la terza volta. "L'esito del ricorso era scontato - ha detto Caratelli - Il nuovo modo di governare dell'attuale maggioranza sta ottenendo i suoi frutti e rende nervosi gli avversari che adottano un'opposizione sterile, contestando ogni decisione assunta. Invito i sostenitori di Corsi affinché svolgano un ruolo costruttivo nell'interesse della collettività. Il terzo mandato e tutti questi ricorsi hanno comportato al comune spese legali che gravano sui cittadini".

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An chiede 4 seggi a FiPd, slogan in dialetto (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Secolo XIX, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Politica Il 4 marzo Veltroni in città: saranno distribuiti adesivi e magliette con le scritte in genovese. Popolo della libertà: è caccia al seggio 16/02/2008 IL PRIMO a fissare la sua tappa a Genova, per la campagna ormai incanalata verso le elezioni del 13 aprile, è Walter Veltroni. Il leader del Partito democratico (Pd), candidato premier, sarà in città il 4 marzo nell'ambito del suo "Giro per l'Italia nuova". Nello stesso pomeriggio, con il suo pullman elettorale, sarà alla Spezia; il 19 marzo tappa a Savona e Imperia. E proprio il 4 marzo faranno il loro debutto i gadget in genovese della campagna di comunicazione del Pd, messa a punto ieri pomeriggio (per il comitato ligure era a Roma Simone Mazzucca). Si tratta di coniare in dialetto lo slogan ormai tormentone "Si può fare", già traduzione dell'inglese "Yes, we can" di Obama negli Usa. In genovese, si dirà: "G'â femmü" (più correttamente: "Ce la facciamo"). La scritta campeggerà sui manifesti, sugli adesivi e sul retro delle magliette (davanti la scritta normale). E proprio ieri era a Genova l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ora membro di spicco dell'Italia dei valori di Di Pietro, unico alleato in cordata con Veltroni e in vista di un'adesione al Pd. Orlando ha ammesso di "aver trovato un alleato attento" nel Pd, e ha parlato di un "possibile successo vista l'uscita dell'Udc dal centrodestra". Per l'Idv, nel mirino i costi della politica e i conflitti di interessi. Ma difficilmente i dipietristi potranno contare su un parlamentare ligure: certo non al Senato, al massimo uno in caso di vittoria alla Camera (in quel caso, probabilmente lo spazio sarebbe lasciato a un esponente nazionale del partito, un uscente da confermare). Gli ex componenti dell'Unione (Pdci, Rifondazione, Verdi, Us e Sd), oggi nella Sinistra Arcobaleno, rispondono al colpo. Lunedì nasce in Regione un super gruppo da 8 consiglieri (la maggioranza è di 24, con due in probabile uscita) e ieri sono nati i "Comitati per La Sinistra-Arcobaleno". E sono in corso le prime assemblee territoriali (ieri quella del Ponente a Sestri); presto la sede del comitato elettorale e il Punto d'incontro aperto. Lo schieramento dovrebbe contare su un senatore (ma l'uscente Haidi Gaggio Giuliani rinuncia alla conferma, probabilmente a vantaggio di un esponente nazionale) e su uno - due seggi alla Camera a seconda del risultato globale della tornata: dovrebbe trovare conferma l'uscente Sergio Olivieri. Quindi, il Popolo della Libertà. Ieri ha alzato la voce Alleanza nazionale, con il coordinatore regionale e deputato uscente (e già confermato) Eugenio Minasso. Ha fatto due calcoli: "Oggi An ha in parlamento un senatore e due deputati e la Cdl aveva perso le elezioni. È evidente che il numero non va abbassato e che, in caso di vittoria, deve invece alzarsi". Come dire: se il Pdl vince, ad An spettano almeno tre deputati, oltre al senatore. In quel caso ci sarebbe spazio per un genovese in più (quindi potrebbero sbarcare a Roma sia Gianni Plinio sia Gianfranco Gadolla). Al Senato dovrebbe restare Giorgio Bornacin, ma con un brivido aritmetico nel caso in cui il Pd - complice la secessione dell'Udc - dovesse strappare un'inattesa - ma possibile - maggioranza in Liguria. La mossa di An scombussola i conti di Forza Italia, che puntava su otto piazze alla Camera in caso di vittoria anche per candidare gli indipendenti Biasotti, Oliveri e Musso. Giovanni Mari 16/02/2008.

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"biagi lasciò per la liquidazione" e per roma il cavaliere lancia ferrara (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

"Ho già mandato il mio programma ad Almunia: non torneremo alla legge Maroni, la 194 non si tocca" "Biagi lasciò per la liquidazione" E per Roma il Cavaliere lancia Ferrara In Sicilia il leader azzurro insiste nel corteggiare Lombardo per la Regione ROMA - Berlusconi a ruota libera a Tv7 ieri notte. E dopo aver sconsigliato vigorosamente a quel "testone" di Ferrara di presentare le sue liste anti-aborto, il Cavaliere lo lancia in grande stile come sindaco di Roma. "C'è un'idea che ho sentito girare in questi giorni - dice Berlusconi - di una sua candidatura per Roma, città della cultura e dell'arte. Credo che Giuliano Ferrara sarebbe un fantastico sindaco di Roma". Poi torna sull'"editto bulgaro" con una accusa a Biagi. "Avevo solo chiesto che non si facesse un uso criminale della tv. Mi sono battuto perchè Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato". E alla domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, a proposito del conflitto d'interessi, il leader di Fi ha replicato: "C'è una legge sul conflitto d'interessi. Una legge che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la considerano adeguata". Mentre "il vero conflitto d'interessi è quello delle giunte rosse con le cooperative rosse". Berlusconi ha anche assicurato: "Non ho in mente alcun modo per favorire Mediaset. Il mondo della tv è ormai cambiato perchè c'è la tv satellitare che ormai ha il 33% degli ingressi economici. Per questo parlare di oligopolio o monopolio non ha più senso". Dopo aver "apprezzato i toni di Veltroni" ha augurato "buon viaggio" al suo avversario politico. "La mia campagna elettorale - ha assicurato - è molto tranquilla. Dicevo anche a Bonaiuti che quasi non dovrei farla, basta dire: "signori, voi mi conoscete, io sono qua, se mi volete per governare il Paese"". Tranquilla anche perché "non ho l'imperativo categorico di vincere. Se gli italiani ritengono che io sia una risorsa della quale servirsi per governare il Paese, per quel che ho fatto nella mia vita e nei cinque anni di governo, sono disponibile". Intanto si vede già a Palazzo Chigi. "Faremo risparmiare allo Stato quindici miliardi di euro all'anno" e il programma economico è già stato "presentato al commissionario europeo Almunia, Tremonti ha avuto un colloquio con lui e penso che il programma sarà condiviso". Sulle pensioni una parziale marcia indietro rispetto a quanto aveva detto a Porta a porta. "Stiamo esaminando la possibilità di procedere in una direzione diversa" dal ritorno dello scalone. Sull'aborto ha assicurato che "non toccheremo la 194. Io non credo si debba cambiare l'attuale legge ma applicarla meglio. Non credo che il tema dell'aborto sia adatto a questa campagna elettorale. E' un tema morale, culturale e religioso, credo che se ne debba interessare l'Onu. In ogni caso - ha concluso - su questi temi la nostra posizione è quella di lasciare piena e totale e assoluta libertà di coscienza". E un successore alla leadership? "Non sminuisco Fini, ma in Forza Italia non c'è ancora la possibilità di una adesione". Fini "viene vissuto, per ora, ancora come leader di una parte. Ci sono tante possibilità che stanno emergendo, vedremo". Ma al Cavaliere piacerebbe tanto avere un "asso" straniero: "Mi piacerebbe avere Tony Blair". (g.l.).

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Campagna d'immagine ma anche di contenuti - giovanni valentini (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Commenti IL SABATO DEL VILLAGGIO CAMPAGNA D'IMMAGINE MA ANCHE DI CONTENUTI GIOVANNI VALENTINI E senz'altro un sollievo che questa volta la campagna elettorale sia cominciata all'insegna del fair play, in toni più pacati e più soft, almeno sul piano della comunicazione, del linguaggio, della propaganda. E il merito spetta in primo luogo al leader del Partito democratico, Walter Veltroni, che l'ha impostata così fin dall'inizio secondo uno stile personale che lo caratterizza da sempre e che lui stesso ha avuto modo di affinare ulteriormente nell'esperienza amministrativa di Roma, come "sindaco di tutta la città". Ma bisogna riconoscere che anche Silvio Berlusconi ha assunto finora un atteggiamento diverso, più composto e meno aggressivo, rispetto alla carica, alla grinta, alla "cattiveria" di cui aveva fatto mostra da quindici anni a questa parte. Più disteso e bucolico, l'esordio di Veltroni sullo sfondo dei tetti, dei campanili e degli ulivi di Spello ha reso subito l'immagine di un partito nuovo, aperto verso l'esterno, per così dire "open air". Quello di Berlusconi, certamente più tradizionale e blindato, in una "location" evocativa come piazza San Babila, ha fatto leva sull'efficienza e sulla modernità di Milano, la capitale degli affari, la città italiana più "vicina all'Europa" come cantava un tempo Lucio Dalla. E in entrambi i casi, era chiara la scelta del pubblico di riferimento: più giovane e ambientalista per l'uno, più adulto e materialista per l'altro. Anche i rispettivi debutti televisivi, nel salotto bianco di Porta a porta, hanno confermato questa duplice raffigurazione, come documentano i dati d'ascolto pubblicati ieri dal nostro giornale. Senza offese e senza insulti reciproci, abbiamo assistito così a un civile confronto a distanza invece del consueto scontro, della solita rissa verbale o comunque di una contrapposizione frontale. Non si scopre oggi del resto che Veltroni è un abile comunicatore, un uomo politico che parla un linguaggio piano e concreto, ricco di espressioni suggestive, ispirato da una tensione ideale e perfino da una certa ingenuità che la gente percepisce in genere come una prova di autenticità e affidabilità. Quanto a Berlusconi, seppure un po' appannato dall'età, è apparso in tv con l'energia e la determinazione di sempre. Ormai sembra che il leader del Popolo delle libertà abbia accettato perfino la "par condicio" come una cura obbligata o un male minore. Parla di meno, è più breve, risparmia le barzellette. E pensare che appena due anni fa non voleva neppure il "timer" nei duelli in tv. Dal piano mediatico a quello sostanziale, la sfida cavalleresca fra i due leader non ha ancora fornito però motivi sufficienti di distinzione e d'identità. è vero che l'accelerazione della crisi e l'apertura immediata della campagna elettorale non hanno dato il tempo ai contendenti di affilare per così dire le armi: e già oggi Veltroni avrà modo di definire e lanciare le sue proposte di governo. "Ma ? come ha scritto nei giorni scorsi lo storico Giuseppe Tamburrano sull'Unità ? il confronto civile non deve diventare confusione programmatica". Altrimenti, in mancanza di idee alternative, realistiche e praticabili, si rischia di confondere, disorientare o magari sconcertare l'elettore spingendolo verso quel "caos calmo" che Nanni Moretti rappresenta nel suo ultimo film. Occorre, insomma, "una campagna d'immagine ma anche di contenuti", come direbbe il comico Maurizio Crozza quando imita il leader del Pd. Troppe volte in passato abbiamo criticato qui la babele dei talk-show televisivi, la degenerazione inconcludente della politica-spettacolo o l'esibizionismo narcisistico di leader e leaderini, per non apprezzare adesso questa svolta liberatoria. Tanto più che, a giudicare dalle prime battute della campagna in tv, il nuovo clima sembra contagiare tutti gli altri protagonisti e comprimari: non solo un personaggio abitualmente compito e ormai "istituzionale" come Fausto Bertinotti, ma perfino l'ostico Giulio Tremonti e lo sferzante Ignazio La Russa. Meno litigano, o fingono di litigare, meglio è per tutti. Ora è probabile che una tale atmosfera possa favorire in futuro un confronto proficuo sulla legge elettorale ovvero una "larga intesa" istituzionale, com'è giusto che sia quando si tratta di ridefinire le regole del gioco. O magari un "patto di consultazione" fra maggioranza e opposizione, come ha ipotizzato lo stesso Veltroni, su alcune questioni urgenti e fondamentali che riguardano l'intera collettività: dall'aumento dei salari alla riduzione delle tasse, dalla politica della casa all'assistenza sanitaria. E tuttavia, anche sulla soluzione di questi problemi occorre che emergano proposte chiare e nette, per evitare il rischio che durante la campagna elettorale la differenza tra il Pd e il Pdl si riduca a una sola consonante. Che cosa intendono fare, allora, i due partiti principali su alcuni fronti avanzati come la giustizia, l'informazione e l'ambiente? A maggior ragione dopo l'apparentamento con Di Pietro, il Partito democratico potrà mai condividere ? per esempio ? l'abolizione del reato di falso in bilancio? Sul conflitto d'interessi, sulla normativa antitrust nel settore televisivo e sulla riforma della Rai, vogliamo metterci definitivamente una pietra sopra? O almeno, come propone Veltroni, si può affidare la guida del servizio pubblico a un amministratore unico per affrancarlo dalla sudditanza alla politica? E in che modo o in quale misura "l'ambientalismo del fare" si concilierà con le cosiddette "grandi opere" che Berlusconi aveva disegnato sulla lavagna televisiva e lì sono rimaste? Nessuno ha più interesse, né da una parte né dall'altra, a "demonizzare" l'avversario politico nel fuoco di una crisi che richiede la massima unità nazionale. Ma da qui alla santificazione o alla beatificazione del Cavaliere il passo sarebbe lungo e forse anche azzardato. Walter Veltroni ha indubbiamente tutte le carte in regola per iscriversi a pieno titolo tra i leader della sinistra riformista europea. Purtroppo, però, Berlusconi non è Angela Merkel e l'Italia di oggi non assomiglia alla Germania della "grande coalizione". (sabatorepubblica.it).

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La trasparenza morale dei comportamenti (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del La trasparenza morale dei comportamenti Il Pd non metterà ginecologi e dentisti con le tessere di partito nelle Asl, o direttori nei Cda delle municipalizzate: insomma non lottizzerà. È questo uno dei solenni impegni contenuto nel Codice etico Tra i Principi, si legge che "lo stile politico" degli esponenti del Pd, è improntato a "onestà, lealtà, sobrietà, generosità e gratuità". Essi "mantengono con i cittadini un rapporto corretto, nonstrumentale e costante,non limitato alle scadenze elettorali". Inoltre "sanno di non dover abusare della loro autorità o carica istituzionale per trarre privilegi: rifiutano una gestione oligarchica o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite". Insomma, niente raccomandazioni. "Gli uominie le donne del Pd" rinunceranno "dall'assumere incarichi esecutivi nel Partito" a tutti i livelli, se il loro ruolo ricoperto in imprese, associazioni, enti o fondazioni economiche, "possa configurarsi un conflitto di interesse tale da condizionare i propri comportamenti". Il codice etico.

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I leader del centrodestra girotondini del potere - mario centorrino (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Pagina XV - Palermo I leader del centrodestra girotondini del potere MARIO CENTORRINO (segue dalla prima di cronaca) Berlusconi, al momento sta con Cuffaro Lombardo e Miccichè. Cuffaro, dal canto suo, starebbe anche con Casini che però non sembra voler star più con Berlusconi. Il quarto pilastro della vecchia casa delle libertà, Alleanza nazionale, sta con Berlusconi a Roma, imponendo la mordacchia ai suoi malpancisti, ma non mostra particolari simpatie per Miccichè a Palermo, che pure - almeno così sembrerebbe - è creatura prediletta di Berlusconi. Berlusconi infine si sforza di trovare la "quadra": si prende in carico Cuffaro, tenta di allearsi con Lombardo, e prova a ripetere il leggendario "cappotto" con Miccichè candidato a presidente della Regione. Parliamo di singoli uomini politici per pura semplificazione. Pensare a uno scontro puramente personale sarebbe davvero una imperdonabile ingenuità. Intanto dietro i magnifici tre ci sono vere armate elettorali ma soprattutto i magnifici tre hanno costruito nel tempo accordi, compromessi, spartizioni, con rara sapienza strategica, che hanno come collante la pax politica del Clm. Se questa dovesse saltare, competizione elettorale a parte, occorrerebbe rimettere in discussione dalla graduatoria dei precari "stabilizzandi" nel più piccolo comune della Sicilia fino alla nomina dei dirigenti regionali esterni che guadagnano ogni mese l'equivalente del fatturato annuo di una piccola impresa. Passando per banche, aziende ospedaliere, consigli di amministrazione, progetti già definiti "pro quota". La Sicilia trema, verrebbe da dire, recuperando ben altre immagini di dolore, al pensiero che, a prescindere dal risultato del voto, fitte reti di potere debbano essere ritessute e riannodate scontando rancori mai sopiti e malmostosità di recente conio. Ma ci sono differenze significative, dal punto di vista degli orientamenti e dei comportamenti politici, messi in mostra dai vertici del Clm? Partiamo, a contrario, dalle radici comuni. Cuffaro e Lombardo rappresentano la proiezione globalizzata della vecchia Balena Bianca esasperandone la vocazione totalizzante (non praticata da tutti i suoi dirigenti), che intendeva far ruotare l'intera società intorno a essa. Miccichè, paradossalmente, nasce politicamente in reazione a questo modello, rifiutando l'idea che in una terra di conflitti esasperati il clientelismo non solo è assolutamente necessario ma, come sostiene l'onorevole Lo Porto, uomo di grandissima esperienza, è gradito al sottoproletariato così come all'alta borghesia. E, in effetti, Miccichè mette in mostra sprazzi di insofferenza nei confronti del cuffaro-lombardismo: l'impennata "blogghista" sul Banco di Sicilia, la visita al sindaco di Gela Crocetta, i suoi rapporti privilegiati con esperti economici romani di sinistra. Salvo poi convergere, sia pure con qualche riserva, sull'esaltazione dell'autonomismo riparazionista. Diversi sembrano gli interessi che li identificano: sanità, per Cuffaro; investimenti esterni per Miccichè; infrastrutture per Lombardo. Con un'attenzione, stavolta non differenziata, alla gestione dei fondi europei. In perenne crisi mistica Cuffaro, laico puro Miccichè, "non pervenuto" Lombardo. Personalizzata anche l'interpretazione del clientelismo da condominio quello di Cuffaro secondo una definizione proprio di Miccichè; da salotto radical-chic quello di Miccichè secondo una definizione di amici di Cuffaro; tecnocratico medio-alto, quello di Lombardo che rispetto ai primi due opera con minore enfasi mediatica. Tocchiamo un altro aspetto della questione, provando a superare le tentazioni di "tifo" per questo o quel personaggio offerte dalla spettacolarizzazione della politica. Il "girotondo" del quale parliamo sta avvenendo in assenza di qualsiasi analisi sullo stato della Sicilia, di proposte programmatiche, di indicazioni risolutive su punti di criticità. Il girotondo sembra totalmente ignorare una Sicilia d'eccellenza, un "made in Sicily", una Sicilia inserita nell'innovazione che vorrebbe essere rassicurata sull'emergere di un governo in grado di decidere e dare risposte. C'è la Sicilia anti-pizzo, dai giovani agli imprenditori, che vorrebbe essere supportata nella sua "rivolta" da uguali gesti di coraggio, di sfida, di discontinuità da parte della politica. C'è la Sicilia del ceto riflessivo alla disperata ricerca di normalità, con il dubbio che questa possa essere garantita da una politica asserragliata nei suoi palazzi. C'è la Sicilia del disagio che invoca misure concrete, aiuti immediati, solidarietà non legata al ricatto. E c'è soprattutto una Sicilia che vorrebbe uscire dal clientelismo qualunque ne sia la sua versione. Nella precisa ipotesi che la pratica del clientelismo blocca la democrazia, demotiva nella ricerca del merito, abbassa la qualità del capitale umano con immediate ripercussioni negative sull'economia. Il clientelismo è paura del ricambio, paura della sfida al merito. Le degenerazioni della politica dipendono in Sicilia in larga parte del blocco di circolazione delle sue élite: il risultato è una selezione avversa al merito, che premia, tra i fedeli, chi porta un cospicuo numero di voti. Nella politica senza idee nessun leader pensa che il merito sia più importante di un nutrito pacchetto di voti. Se non c'è circolazione le élite degli inamovibili creano una rete di interessi autoreferenziali che lasciano merito e competizioni fuori dalla porta. Sono domande che vengono rivolte anche al Partito democratico e agli altri partiti del centrosinistra. Con l'augurio di una campagna elettorale che smentisca il riduttivo "un uomo solo al comando" e che riporti la politica a sentimento, partecipazione, ragionamento. In caso contrario occorrerà introdurre nuovi riti per eliminare ogni ambiguità sul clientelismo. Un battesimo di partito che si accompagna a quello religioso. O un'estrazione a sorte per assegnare tessere privilegiate di adesione a una forza politica, che danno diritto a una sistemazione, come avviene con le "green card" sorteggiate negli Stati Uniti tra gli immigrati clandestini che vogliono diventare cittadini americani. E distribuzione di distintivi d'appartenenza nei luoghi di lavoro per reciproche assistenze senza bisogno di ricorrere a umilianti sotterfugi o imbarazzate smentite. Con l'obbligo per il cuffaristi, i miccichisti ed i lombardiani di non cambiare casacca nell'arco di tre anni. O, se stufi di precariato, con la possibilità di chiedere la stabilizzazione. Meglio precario a vita con i girotondi in corso, dirà qualcuno, sovvertendo paradigmi consolidati.

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Legge 194 Come uomini siamo a fianco delle donne Ieri, a fianco alle tante donne accorse in (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Legge 194 Come uomini siamo a fianco delle donne Ieri, a fianco alle tante donne accorse in Piazza San Babila, e nelle altre piazze d'Italia, c'eravamo anche noi. Eravamo presenti con le consigliere comunali del PD e con quelle persone che ritengono inaccettabile, grave, irripetibile quanto è accaduto a Napoli. Eravamo presenti, come lo saremo in futuro, anche per testimoniare di una volontà irriducibile di difendere quella che è una conquista di civiltà : la Legge 194. Ci batteremo sempre convinti che il mondo degli uomini debba evitare di inscenare un'agghiacciante strumentalizzazione del corpo delle donne e debba invece riflettere di più e meglio su come investirsi di maggiori responsabilità. I temi della responsabilizzazione della coppia, della piena informazione e della sessualità consapevole riguardano infatti tutte e tutti. Nessuno escluso. Pierfrancesco Majorino, Pierfrancesco Maran consiglieri comunali Pd Milano Berlusconi annuncia che vuole fare il traforo del Frejus Avvisatelo che è stato già fatto Egregio sig. Marco Travaglio, Volevo fare una precisazione in merito all'articolo "Rialzati i tacchi" del 14 febbraio. Quando Berlusconi dice "faremo il traforo del Frejus" mi viene il dubbio che lui creda davvero che sia ancora da costruire. L'aveva ripetuta anche alla presentazione del libro di Vespa (video su www.radiradicale.it). Uno può confondersi una volta, ma non due. È una cosa troppo grossa. Quindi delle due l'una: o ci crede davvero e nessuno ha il coraggio di dirgli la verità, oppure sono i sintomi della vecchiaia. Distinti saluti. Stefano Barbieri Il boia nazista di Bolzano finalmente sarà processato Finalmente ! Abbiamo sempre avuto fiducia nella giustizia. Michel Seifert il famigerato Mischa vedrà affidate le sue vicende umane alla giustizia italiana, che la resistenza ha voluto giustizia per uomini liberi e uguali. È un lieve appagamento di un sentimento molto umano, quello di desiderare la giustizia, che rende il giusto al dolore di donne e uomini che nel Lager di Bolzano hanno patito e ai parenti dei morti per mano di Mischa. Bolzano vede riparate, nel solo modo umanamente possibile, la ferita e l'offesa che il Lager e l'orrore del nazismo di Seifert hanno provocato ad una intera città. All'arrivo a Roma del condannato all'ergastolo Michael Seifert, la città di Bolzano, l'Anpi e l'Aned andranno a porre una corona di fiori al muro del Lager. Lionello Bertoldi ANPI Bolzano Scelte del Pd. Più di un dubbio sull'accordo con Di Pietro Caro direttore, concordo pienamente con l'amico Tamburrano: un partito nuovo come il PD lo si giudica soprattutto dal programma di rinnovamento del Paese, che in parte Veltroni ha anticipato nella riuscita comparsa a Porta a porta. Concordo anche con le serie perplessità di Tamburrano per il diverso trattamento usato nei confronti di Boselli e di Di Pietro. Quest'ultimo, non soltanto ci ha regalato, nella scorsa legislatura, personaggi alla De Gregorio (il cui faccione campeggia già nei manifesti elettorali, per il centrodestra naturalmente), ma è l'alfiere di un populismo giustizialista che poco o nulla a che fare col riformismo. Poi c'è il ministro delle Infrastrutture Di Pietro che non ha sciolto la Società per lo Stretto di Messina (la quale così potrà prontamente venire riutilizzata in caso di vittoria berlusconiana) e ha insistito nel volere autostrade palesemente inutili e costose (ma prive di finanziamenti) come quella devastante della Maremma. Insomma, meglio essere davvero soli piuttosto che accompagnati così. Cordialmente. Vittorio Emiliani La sentenza europea sulle frequenze tv e il silenzio del Tg5 Cara Unità, com'è noto, o come dovrebbe esserlo, capirete la distinzione seguitando a leggere, una corte europea, dopo un'attesa di anni e anni, ha dato ragione a Europa 7 nella sua vertenza contro lo Stato italiano che ha concesso le frequenze necessarie per divenire emittenza nazionale a Rete 4, di proprietà della berlusconiana Mediaset, anziché a lei. Non sto a dilungarmi sull'importanza della notizia, legata anche a una sentenza della Corte costituzionale, al conflitto di interessi che pesa sulla collettività, alla legge Gasparri che ha cercato di mettere una toppa al problema, sempre negli interessi di Rete 4, eccetera. Ebbene giovedì 31 gennaio, giorno in cui la notizia è stata trasmessa dalle agenzie di stampa, il Tg5 delle ore 20 non ha dato sul tema né una riga, né una parola né una virgola. Il Tg3 della Rai delle ore 19 l'ha annunciata nei titoli di testa, il Tg1 delle 20, pur senza annunciarla, gli ha dedicato un ampio ed esauriente servizio. Non ho avuto modo di vedere il Tg2. Di automatica e stretta conseguenza la mia denuncia contro il direttore del Tg5, Clemente Mimun. Un individuo simile, pur nello sfascio dell'informazione italiana, non può e non deve fregiarsi della tessera e del titolo di giornalista. Idem per quello che riguarda i suoi vice o cond, non so se ci siano e quanti sono, nonché il conduttore che con la sua presenza ha avallato la macroscopica omissione. Tutto questo anche perché come ci è stato insegnato perlomeno da Norimberga in poi, gli ordini ingiusti non vanno eseguiti. Ciò servirebbe anche a dare un po' di ossigeno alla nostra categoria per far comprendere a tutti, una volta per tutte, che non c'è informazione di destra e informazione di sinistra, bensì solo informazione. Vi prego di accertare, per gli stessi motivi di cui sopra, se le altre emittenti di Mediaset, cioè Tg4 e Italia 1, si siano comportate nello stesso modo della loro consorella maggiore. In linea di ipotesi, dopo questo accertamento, sono pronto a estendere la mia denuncia contro gli altri responsabili. Cordialmente. Franco Giustolisi.

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Confalonieri: Silvio e Walter possono cambiare il Paese (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Confalonieri: "Silvio e Walter possono cambiare il Paese" di Rinaldo Gianola Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, vive serenamente questo avvio di campagna elettorale, tanto che invece di parlare di scontri e polemiche ci investe con la sua cultura musicale per spiegare, con una metafora, la situazione politica. "I toni sono soft come l'arpeggio all'inizio dell'"Oro del Reno", potevamo essere già investiti dallo stacco del primo movimento della "Quinta" di Beethoven e invece i protagonisti stanno tutti calmi. Mi pare un bel segno, speriamo che duri perchè siamo solo all'inizio". In questa conversazione con l'Unità spiega perchè sente un'aria diversa in giro, perchè "Silvio e Walter possono davvero contribuire a cambiare il Paese", perchè non ci possiamo permettere di perdere altro tempo. Presidente Confalonieri, quest'aria politica così rarefatta ad alcuni fa venire in mente la preparazione di grandi intese o, peggio, di un inciucio dopo il 14 aprile, quando si saranno chiuse le urne. "Ma no. Prendiamo le cose come stanno: per ora Berlusconi e Veltroni dimostrano di avere rispetto l'uno dell'altro e di riconoscersi politicamente. E mi pare già un progresso rispetto al passato. Ci può essere una condivisione dei problemi del Paese, anche una collaborazione futura per la loro soluzione pur restando ciascuno nella propria parte e sulle proprie convinzioni. Poi, personalmente, l'inciucio proprio non mi è mai piaciuto: è un segno di malafede, non condivido la politica tarallucci e vino, tutti che si abbracciano". E allora nell'anno di grazia 2008 vivremo una campagna elettorale tranquilla, senza tensioni e scontri? "Per ora guardiamo quello che c'è. Poi, io spero che la campagna elettorale diventi più vivace, che ci si metta dentro un po' di ginger, di energia, che i candidati e gli schieramenti presentino con forza le loro proposte perchè gli elettori possano scegliere. Se si polemizza e ci si scontra nel rispetto reciproco va tutto bene, anche perchè Berlusconi viene da anni di demonizzazione". Non vorrà parlare anche lei di persecuzione e di "Toghe Rosse"? "No. L'ho detto anche a Silvio che è sbagliato parlare di Toghe Rosse perchè la magistratura non è un monolite, la sua composizione è più articolata. Io mi ritrovo nelle parole di Napolitano dell'altro ieri su giustizia e politica e aggiungo che un pezzo di magistratura, in questi anni, è andata per la sua strada diventando un soggetto politico. Berlusconi è stato colpito perchè ha dato fastidio a un certo establishment e per lui vale quello che Shakespeare fa dire a Re Lear: "Sono uno contro cui si è più peccato rispetto a quanto abbia peccato io"". Berlusconi come Re Lear, davvero? "Lasciamo stare, basta citazioni. La cosa importante oggi è che i leader Veltroni e Berlusconi hanno la consapevolezza che così il Paese non va avanti. Non è colpa dei quattro milioni di dipendenti pubblici se lo Stato non funziona, non bisogna accusare nessuno di essere fannulloni o nullafacenti, penso che gli statali vadano motivati, organizzati, incentivati e messi nelle migliori condizioni di produrre". Quali sono, secondo lei, le priorità? "Io faccio l'imprenditore e dico che bisogna aggiustare la macchina. Poi la politica può pensare di riformare le istituzioni, cambiare la legge elettorale, far funzionare la pubblica amministrazione. Oggi il problema vero in questo Paese è che chiunque governi, sia Berlusconi o sia Prodi, non riesce a concretizzare le sue decisioni. Si schiacchiano i pulsanti e non funziona nulla. È inutile che i partiti facciano lunghe liste di programmi, quello di cui c'è bisogno lo sanno tutti. E se sarà necessario fare dei sacrifici li faremo, partendo da quelli che stanno meglio. Aggiungo che viste le condizioni in cui versa il Paese è giusto che Berlusconi e Veltroni si parlino, si confrontino e convengano sui temi essenziali per il Paese. Senza per questo temere inciuci o altro". Facciamo una previsione: tra Berlusconi e Veltroni chi vince nel campionato di aprile? "Sono scaramantico, non faccio mai previsioni nemmeno per il Milan. Io sono amico di Berlusconi da quando portavamo i calzoni corti, ci frequentiamo da una vita, spero che vinca lui e comunque sono amico e stimo Veltroni. Però, vede che anch'io ho sposato il "ma anche..." che oggi va tanto di moda". Semplifichiamo la corsa elettorale: Veltroni è il nuovo, Berlusconi è il vecchio. D'accordo? "No. Su questa storia del nuovo vorrei dirle che io ho conosciuto Veltroni più di vent'anni fa d'anni fa quando era responsabile dell'informazione del Pci, e allora il capo dei comunisti era Berlinguer. Walter, allora, s'inventò il Villaggio di vetro, gli piacevano le novità della comunicazione. Anche il leader del Pd ha una lunga esperienza politica e questa moda del nuovismo mi lascia indifferente. Non ha senso: le buone idee non si trovano guardando la carta d'identità. Vedo che il vostro collaboratore Travaglio continua a scrivere dei capelli di Berlusconi, ma la politica non è una questione tricologica o d'età: Silvio è un innovatore, ha fatto l'imprenditore, ha inventato le tv commerciali, è stato presidente del Consiglio ed è ancora in pista con grinta giovanile". A proposito di tv. Confalonieri, voi di Mediaset siete proprio fortunati: sa che, dopo la caduta di Prodi, nessuno parla più di conflitto d'interessi e di riforma del sistema di comunicazione. "Alt, un momento. La Gentiloni era una legge punitiva e biliosa fatta apposta per colpire Berlusconi attraverso Mediaset. E sa cosa che le dico?" Sentiamo... "Penso che uno come Veltroni, che conosce il mondo della comunicazione e ha un'esperienza trentennale in questo campo, non farebbe mai una legge come la Gentiloni. Non so cosa ha in mente di fare sul sistema televisivo, ma penso che le sue proposte saranno tutt'altra cosa dalla Gentiloni". Perchè dice che Veltroni non farebbe una proposta del genere, forse perchè è troppo buono? "No, solo perchè ci capisce di tv e di mercato. Poi a questa storia di Veltroni buono non ci credo. Lo conosco: non milita nel partito dei buonisti e non è nemmeno un boy scout. Ha una scorza dura, come chiunque faccia politica". La coalizione di centro destra non è ancora definita in vista delle elezioni: pensa che Berlusconi e Casini si metteranno d'accordo? "Comprendo l'esigenza dei due schieramenti di andare al voto compatti, il più possibile omogenei. Però inviterei anche a non fare troppo gli schizzinosi, non siamo al circolo degli scacchi: per avere una forte maggioranza c'è bisogno di tutti. Fantasia e buon senso sono doti che i politici dovrebbero avere, questo è il momento di usarle". Cosa farà Mediaset in questa campagna elettorale? "Rispetteremo le leggi che ci sono. C'è la par condicio, continueremo a seguire le regole esistenti". Ma la par condicio non le piace? "Certo, continua a non piacermi. È una camicia di forza per i giornalisti e per i direttori, è un attestato di sfiducia nei confronti della loro professionalità".

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<Fini? Deve convincere i moderati> (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Primo Piano Pagina 103 il successore "Fini? Deve convincere i moderati" Il successore --> ROMA "Ci sono personaggi importanti che stanno emergendo. Ma in questo momento, e non voglio con questo diminuire le doti di Gianfranco Fini, Forza Italia considera Fini come espressione di una sola parte". Lo ha detto Silvio Berlusconi ospite a La7. "Sarei ben lieto di farmi da parte - ha aggiunto - ma in questo momento nessuno degli emergenti avrebbe il consenso della platea dei moderati". Berlusconi ha parlato anche di Enzo Biagi. "Mi sono battuto perché non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto elevato". Parole contestate dalle figlie di Biagi, che si sono dette "indignate": "La moralità di nostro padre non si può discutere". Berlusconi ha quindi ribadito, come già in passato, di non aver mai allontanato Biagi dalla Rai: "Avevo solo chiesto che non si facesse un uso criminale della rete pubblica. In Rai non c'è stata un'occupazione negli anni del mio governo. Sono ormai distante dal gruppo e credo che sia fuori luogo parlare di oligopolio nel mercato". Alla domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, sul conflitto d'interessi, il leader di FI ha detto: "C'è una legge sul conflitto d'interessi, che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la considera adeguata".

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Salari, meno tasse e più sicurezza ecco le 15 priorità del programma - giovanna casadio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Oggi la presentazione davanti all'assemblea costituente. "Tra i punti d'emergenza c'è la pedofilia" Salari, meno tasse e più sicurezza ecco le 15 priorità del programma Stimati i precari che avrebbero diritto ai 1000 euro mensili: sono circa un milione Dieci priorità riguardano l'economia Sì alla Tav in val di Susa GIOVANNA CASADIO ROMA - Dieci delle quindici priorità di programma del Partito democratico riguardano le scelte economiche. Come dire, portiamo la palla sotto la rete dell'avversario, del centrodestra. Però ci sono anche i "punti di emergenza" più sentiti dai cittadini in cima al discorso programmatico che oggi Walter Veltroni terrà all'Assemblea costituente del partito che si tiene alla nuova Fiera di Roma. E quindi, lotta alla pedofilia, misure severe per la sicurezza, legalità, rifiuti, investimenti sull'energia pulita per abbassare le bollette. Una trentina di pagine l'intervento di stamani, un'ora di discorso che si concluderà con una mozione da votare poi in serata dai tremila componenti della Costituente (oltre ai documenti su Statuto, Valori. Codice etico). Circa cinquanta invece le pagine del programma del Pd. Nulla a che vedere con le 281 pagine che costituirono la "Bibbia" dell'Unione, elaborate in dieci gruppi di studio e due riunioni in Conclave a San Martino in campo. Nel programma del Pd, i salari e la lotta al precariato, in primo luogo. Veltroni ha già anticipato in tv a Porta a porta il "compenso minimo garantito" di 1000-1.100 per i giovani lavoratori precari. Oggi farà una stima su quanti dovrebbero usufruirne in base allo studio fatto da Morando, Treu, Megale e Dell'Aringa: un milione di persone. Sull'occupazione un piano preciso a cui stamani il segretario accennerà e che va dal contratto di apprendistato e formazione agli incentivi fiscali alle imprese che assumono donne. Riduzione delle aliquote Irpef. Una delle idee forti del programma è il patto di civiltà sul fisco ovvero quelle misure che dovranno consentire di approdare all'equità che Veltroni ama definire con uno slogan "pagare meno, pagare tutti". La famiglia, poi. L'attenzione ai nuclei familiari passa sia attraverso le proposte di sgravi fiscali - la detrazione di 2.500 euro per i nuovi nati fino a dieci/dodici anni o l'assegno per gli incapienti - sia mediante un alleggerimento delle bollette dell'energia se si sceglieranno forme di energia pulita. Alle questioni dell'energia pulita e agli incentivi per i pannelli solari è dato un ampio spazio. Come del resto, al problema delle infrastrutture: sì alla Tav in Val di Susa, sviluppo su rotaia e investimenti al Sud. Roberto Della Seta e Ermete Realacci nella relazione preparatoria hanno sintetizzato la strategia nella formula "l'ambientalismo del fare". Ci sono poi le priorità che riguardano la scuola, il welfare, le liberalizzazioni, la tv, le riforme istituzionali per le quali vale il metodo della "accountability", cioè indicare provvedimenti, risorse necessarie e modo per ottenerle. Ancora aperta la questione del conflitto d'interessi sulla quale ci sono malumori nel partito. Insiste Veltroni sulla lotta alla pedofilia, contro la quale "serve una risposta molto dura e pene che siano le più dure possibili". Il segretario sa di avere messo a segno un punto fondamentale della partita elettorale rovesciando la questione delle alleanze politiche, rivendicando la vocazione maggioritaria del Pd, eliminando la litigiosità della vecchia coalizione. Ma è altrettanto consapevole che la sfida con Berlusconi si vince o si perde sui problemi dei salari, dell'occupazione, delle tasse, della lotta al precariato, sulla sicurezza. Saranno queste le linee guida del discorso di Veltroni che "corre in parallelo" rispetto al programma complessivo elaborato da Enrico Morando e che sarà discusso dal coordinamento nazionale la prossima settimana. Fino a tarda sera ieri, Veltroni ha messo a punto, limato, cambiato l'ordine delle proposte. Berlusconi in tv ha incalzato proprio sulle questioni programmatiche denunciando tutte le "incompiute" del governo Prodi che ora il Pd di Veltroni semplicemente si limiterebbe "a riproporre". I vertici del partito replicano infastiditi e oggi Veltroni sarà ancora più netto sullo "choc di innovazione" che intende proporre agli italiani.

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Fuorviante la categoria moderati contro radicali (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

L'intervento Fuorviante la categoria "moderati contro radicali" Emiliano Brancaccio Il "Veltrusconi" è nelle cose, prima ancora che negli eventuali accordi programmatici. Eppure, a sinistra, si procede persino in campagna elettorale col freno a mano tirato. Perché sta avvenendo questo? Come si spiega questo atteggiamento politico? Probabilmente occorre partire da un'evidenza di fondo: la dinamica del capitalismo non la stiamo capendo. "Moderati" contro "radicali" non funziona, ma nemmeno "neo" contro "social" liberisti. Queste categorie hanno un loro appeal, una loro immediata spendibilità, ma non ci aiutano a capire, e possono anzi condurci fuori strada. Occorre allora evitare le semplificazioni, occorre tornare a fare quel che un tempo i comunisti sapevano fare: indagare a fondo nel capitale, nella sua meccanica, nei suoi scontri e nelle sue alleanze interne. Perché in realtà c'è proprio un'alleanza, un patto tra fratelli coltelli, tra piccoli e grandi capitali, dietro l'ambita "modernizzazione" del paese evocata quasi all'unisono da Berlusconi e da Veltroni. Ma la modernizzazione di cui lorsignori parlano è l'antitesi della modernità. Essa consisterà nella politica deflazionista di sempre, anzi, peggio: consisterà nella combinazione perversa del peggio degli ultimi anni. Si punterà infatti allo schiacciamento contemporaneo dei salari per unità di prodotto e del deficit pubblico in rapporto al reddito. Allo scopo da un lato di dare fiato a un piccolo capitale asfittico, che per la sua frammentazione regge sempre più a stento la concorrenza mondiale; e dall'altro per aprire finalmente la strada a un'ondata ulteriore di privatizzazioni, obiettivo chiave delle grandi oligarchie finanziarie. Oligarchie internazionali, beninteso, rispetto alle quali i frequentatori dei nostri vecchi salotti buoni potranno ormai limitarsi solo a fare da modesti pontieri. E noi? Noi cosa ci accingiamo a fare? ebbene, noi che il capitalismo non lo capiamo, a quanto pare ci accomodiamo per l'oggi e per il domani a far la questua davanti alle porte di un Partito democratico che palesemente non è interessato a noi, che non ha bisogno di noi. E probabilmente cercherà di non aver bisogno nemmeno in futuro della sinistra, per quanto addomesticata questa potrà essere. Dunque la questua è davvero l'unica cosa sensata che possiamo fare? La risposta sarebbe tristemente affermativa se avessero ragione coloro i quali, dalle nostre parti, si sono convinti che la dinamica del sistema sia in fondo robusta e stabile. Ma essi hanno torto: l'intesa tra capitali che va profilandosi è fragile. La cosiddetta politica di "modernizzazione" non permetterà di salvare i capitali nazionali, frammentati e marginali, soffocati dalla loro insipienza, dal cambio fisso e da una produttività che strutturalmente arranca. Essi potranno magari accaparrarsi l'ulteriore depotenziamento del contratto nazionale. Potranno ricevere altre massicce iniezioni di precarizzazione del lavoro. Ma alla fine i dati ci dicono che verranno comunque o buttati fuori dal mercato oppure saranno facilmente acquisiti dai grandi capitali esteri. Il vero volto dell'annunciata"modernizzazione" sarà dunque quello della definitiva svendita, "marginalizzazione" e "colonizzazione" capitalistica del paese. Con la revanche vaticana contro i movimenti di emancipazione sociale, culturale e sessuale del Novecento a fungere da efficace fattore di stabilizzazione sociale. Intendiamoci, possiamo benissimo affermare che il conflitto inter-capitalistico non è affar nostro. Possiamo continuare a illuderci che si possa parlare di diritti civili senza alcun legame con la riproduzione materiale dell'esistenza. Possiamo continuare a trastullarci a mezza strada tra un fantomatico spontaneismo conflittualista e un compatibilismo che di strategico non ha più assolutamente nulla, e che presto non garantirà nemmeno la sopravvivenza ai gruppi dirigenti (spero che i gruppi dirigenti questo lo capiscano). Oppure, al contrario, possiamo tornare a interrogarci sulle questioni di fondo. Possibile che di fronte a una prospettiva devastante e instabile come questa, noi non si provi almeno in questa fase a distanziarci per criticare, per fare chiarezza, per iniziare a delineare un'alternativa che scommetta a viso aperto sul fallimento di Veltroni, e che ci spinga quindi a crescere? Mettiamo le cose in chiaro, io mi considero comunista e amo il colore rosso, non certo l'arcobaleno. Ma la questione chiave è: possibile che al di là dei simboli il governismo senza condizioni debba rappresentare sia per l'oggi che per il domani la nostra definitiva cartina di tornasole? Se così fosse saremmo di fronte non solo a un'abiura, ma a un grave errore strategico. Il capitale italiano non è centrale ma periferico e ha quindi le sue belle crepe. Ci si potrà tuttavia insinuare in esse soltanto presentandoci credibili all'appuntamento della prossima "emergenza". E la credibilità ci può esser data offrendo alle lavoratrici e ai lavoratori un'alternativa politica fondata su una diversa gestione del debito pubblico, al fine di riprendere il controllo statale sulle principali filiere strategiche del capitale nazionale. Occorre convincersi che questa è l'unica alternativa a una falsa "modernizzazione", con la quale vogliono in realtà predisporci a un destino da colonia, economicamente funesto e culturalmente retrogrado.

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La cipria e il cerone (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Il duello truccato Veltroni-Berlusconi: l'inizio della campagna elettorale visto in televisione La cipria e il cerone Tutto sorrisi e "toni bassi", con il capo del Pdl che si atteggia a giovanotto e il leader del Pd che sembra un energico boy-scout. Un avvio di gara asfittico, il cui esito finale, proprio per le caratteristiche dei duellanti, sarà deciso a colpi di telecamere Norma Rangeri La campagna elettorale inizia in surplace. Il vecchio re e il giovane cavaliere alla sfida della tv. Un gioco difficile tra due abili intrattenitori, accarezzati dal duopolio. Questa volta il gioco è difficile. Una campagna elettorale che nei numeri dei sondaggi già sembra aver un vincitore, in realtà è una scommessa vera. Non solo per lo scossone provocato dalla nascita del partito democratico, una riforma elettorale nei fatti, capace di terremotare la geografia politica. Ma per la sua rappresentazione mediatica, per la difficoltà di segnare una diversità, del tutto appannata dal patto tra il giovane democratico e il vecchio repubblicano. Partiti in surplace, evitando non solo la rissa e l'insulto, ma ogni scabroso confronto, in perfetto equilibrio anche con lo share dei programmi che li ospitano, è una settimana che Silvio e Walter occupano il piccolo schermo, protagonisti di telegiornali e talk-show, senza che un refolo di emozione attraversasse lo schermo. Anche le avventure di Don Matteo si lasciano guardare e fanno ascolti. Ma sono zuppe che conciliano il sonno. Il telespettatore ha di fronte due bravi attori, capaci di parlare e di farsi ascoltare, di sorridere e scherzare. Silvio e Walter sono due intrattenitori consumati e in queste prime battute di avvio della competizione elettorale hanno sparso nell'etere un profumo dolciastro di amorosi sensi. Eppure la scena richiederebbe che apparissero addirittura avversari. Sembra averlo capito di più la vecchia volpe berlusconiana che alla fine di ogni ospitata si ferma e prima di salutare i tele-elettori replica lo slogan principale: "La sinistra ha messo l'Italia in ginocchio, rialzati Italia". Tutto qui? I salari, gli asili, i nostri ragazzi in missione di pace, gli imprenditori e i dipendenti uniti da un comune destino di produttività, la sicurezza come una delle priorità: non saranno questi programmi a pesare sul piatto della bilancia. Non lo sono stati nella prima settimana che, invece, ha messo in evidenza l'unica vera differenza tra i duellanti: l'età. Proprio con quel "mi sento un trentacinquenne", Berlusconi in realtà è apparso come quei pensionati che chiedono ai jeans e al giubbotto una seconda giovinezza. Al contrario, Veltroni appare un dinamico ragazzone con gli occhiali, un boy-scout sempre pronto a dare una mano. E' una gara tra il cerone e la cipria. E siccome questa campagna elettorale, più delle altre, proprio per le caratteristiche televisive dei due sfidanti, sarà combattuta a colpi di telecamera, il trucco pesante, l'asfissiante doppiopetto, i capelli bicolore affondano il cavaliere in un'immagine desueta, che arranca di fronte all'aria giovanilista dell'italo-americano che sbarca in tv al grido di "siamo liberi!". E' il vecchio re che insegue il giovane cavaliere. "Carissimo onorevole Veltroni", "Buongiorno a lei caro presidente Berlusconi". Sono le nove di mattina e il giornalista più imitato della nostra tv, Luca Giurato, accoglie con calorosi saluti i due sfidanti della campagna elettorale. Forte dei suoi fantastici maglioncini, e soprattutto del trenta per cento di share del programma di Raiuno. Davanti a un pubblico casalingo che bisogna convincere a votare, Giurato riceve, separatamente, Berlusconi e Veltroni offrendo a ciascun uno spot di cruciale importanza. Nessun contraddittorio, nessuna critica, solo pubblicità in par condicio. Magari non è proprio detto che sia la tv del mattino a decidere l'esito finale, come si dice e si scrive ad ogni appuntamento elettorale, ma è evidente che quell'ora, tra le nove e le dieci, vale oro. Lo sa molto bene Berlusconi che conosce l'audience di questa fascia oraria come fosse casa sua. E così le citazioni della mamma seduta ai piedi del suo letto in quella notte fatidica del '94, o la capacità di farsi "concavo e convesso", o il veleno su Casini "riportato all'onore della scena politica nelle liste di Forza italia nel '94", si spargono nei nostri tinelli insieme all'odore del caffè. Clima disteso, messaggio tranquillo. Non c'è bisogno di alzare la voce per colpire nel segno "ho sentito il candidato del partito democratico di Prodi, Veltroni che diceva...", nè per far sapere ai telespettatori di aver "aiutato economicamente le famiglie dei militari uccisi in missioni di pace, come ho fatto anche con i genitori del ragazzo morto in Afghanistan. Possono contare su di me". Per il pubblico del mattino, Veltroni è un po' fuori target. Lo sa e si tiene lontano da slogan come "welfare-comunity", spendibile con il pubblico della seconda serata. E punta a proporsi come uno che vuole dare una rinfrescata alle pareti di casa "uno che ha dentro di se un'energia e manda un messaggio di novità", come spiega rispondendo a una domanda su Obama (e ogni riferimento a se stesso è puramente voluto). Ma appena Giurato smette di andare fuori tema e dalle elezioni americane torna alla situazione italiana, trova Veltroni già sintonizzato con le casalinghe e i pensionati, magari nonni preoccupati ai quali annuncia uno dei punti del suo programma: pene più severe contro i pedofili. Il giornalista è quasi commosso, per un momento si lascia andare: "io non sono schierato con nessuno, ma questa cosa mi fa molto piacere". In un clima affettuoso e informale Veltroni ha pattinato sul suo personaggio: "il potere è un mezzo", "mi gioco questa partita", "ci vuole lo spirito del dopoguerra" e nulla sembra poterlo fermare. Nemmeno le interviste al popolo del mercato rionale, format fisso per i leader che vanno in tv a ricevere le domande del popolo elettore. Il giovane vigile del fuoco precario, la donna che lavora e non sa come fare con il figlio, il poliziotto che chiede più soldi e più mezzi per lavorare. Problemi? Macché, il leader del partito democratico guarda la telecamera strafelice: "che paese meraviglioso è questo!". L'idilliaco quadretto televisivo è frutto di due clamorose assenze: il confronto diretto tra i competitori e la voce critica dei giornalisti. Se la campagna elettorale fosse iniziata con un faccia a faccia, se le domande avessero sostituito le carezze, forse avremo visto cosa c'è dietro la cipria e il cerone. Invece siamo stati spettatori di un derby senza gol, giocato sul campo di un formidabile duopolio, senza mai neppure alludere al conflitto di interessi. La cornice ideale per truccare le carte.

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Un'altra perla di Claude Chabrol, instancabile indagatore della borghesia cinica e amorale Donna fra due uomini sbagliati (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

> Difficile che Claude Chabrol, maestro della nouvelle vague francese sbagli un film, o almeno consegni allo spettatore un'opera indigesta. Detective sottile e perfido di cupi gialli di provincia, fustigatore della borghesia sordida e gretta, cinico nel raccontare il mondo amorale dove il delitto è la soluzione dei mali, con L'innocenza del peccato (ma il titolo originale è più diretto, La Fille Coupée En Deux , Una donna tagliata in due) riprende il connubio amore-omicidio a lui congeniale, ispirandosi a un fatto di cronaca celebre (avvenuto a New York nel 1906 quando per una storia di tradimenti venne ucciso l'architetto del Madison Square Garden). Qui c'è una dark lady (Ludivine Sagnier) giovane e bionda che usa il suo corpo per sedurre gli uomini che incontra. Fino a quando s'innamora di un maturo scrittore di successo (Francois Berléand), ricco e perverso ma che lascia per sposare un rampollo milionario fuori di testa (Benoit Magimel) che crepita per lei di passione. Un triangolo folle ed esplosivo che ha nella gelosia il motore della vendetta: il giovane sposo uccide lo scrittore, frantumando la vita di tutti.Trama rigorosamente classica, anticipata nei titoli di testa dalle note della Turandot pucciniana - come dire siamo in pieno melodramma - servita da attori bravi, soprattutto Magimel nel ruolo del milionario mentalmente instabile. Ma a Chabrol ovviamente interessa altro, il conflitto sociale (scrittore e sposo sono ricchi, la ragazza è di ceto popolare), la seducente innocenza che può diventare un senso di colpa, il denaro che può comprare l'umiliazione (lei vende una testimonianza per avere uno sconto di pena del marito ma la perfida suocera le nega i soldi), la dittatura dei media che mescola e confonde l'apparire con l'essere e la sensazione di essere tagliati in due, non solo tra due uomini ma tra desiderio di inseguire i sogni e perfidia di chi gioca coi sentimenti degli altri. S.N. L'INNOCENZA DEL PECCATO di Claude Chabrol con Ludivine Sagnier, François Berléand, Benoît Magimel, Mathilda May, Caroline Sihol, Marie Bunel FRANCIA 2007.

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VORPSI: C'è UN CLIMA DA GUERRA FREDDA (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 16-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Vorpsi: "C'è un clima da guerra fredda" "Vigilare affinchè il paese non diventi la Palestina d'Europa" RAFFAELE PANIZZA La storia certe volte è davvero beffarda. Fino a poco più di vent'anni fa, il Kosovo rappresentava per gli albanesi di Tirana una finestra sull'Occidente che la dittatura di Enver Hoxha aveva loro sbarrato. Oggi invece, a un passo da una sofferta indipendenza, la regione al confine con la Serbia è una delle terre più tormentate, povere, e in bilico d'Europa. Ornela Vorpsi, 39 anni, scrittrice e artista albanese trasferitasi a Parigi dopo una parentesi italiana, ricorda gli anni in cui agli albanesi tutto pareva più desiderabile piuttosto che l'oscura realtà. Pubblica per Einaudi, Scarpe gialle il libro in uscita da Dante & Descartes a Napoli. Durante la sua adolescenza, che idea nutriva del Kosovo? "Solo un'immagine sfocata. L'Albania viveva in un isolamento quasi assoluto, e con gli albanesi kosovari non c'erano contatti di alcun tipo. Semplicemente li consideravamo più liberi e più fortunati di noi. Potevano viaggiare, e grazie al regime di Tito erano più permeabili alle influenze occidentali. Io e le mie amiche leggevamo romanzi d'amore scritti da autori kosovari, perché erano privi di qualsiasi intento ideologico ed educativo, mentre gli scrittori albanesi erano sottoposti alla censura del regime. Leggevamo i saggi sulla libertà del filosofo Shkelqim Maliqi, e sognavamo di andarcene". È cresciuta imparando a considerare i serbi come dei nemici? "Per noi rappresentavano qualcosa di minaccioso e di mitico allo stesso tempo. I miei nonni mi raccontavano storie spaventose nelle quali i serbi erano sempre protagonisti negativi, alti due metri, in groppa a enormi cavalli neri. La nostra immaginazione è rimasta condizionata da queste storie". Come ha accolto l'annuncio dell'imminente dichiarazione d'indipendenza del Kosovo? "Con sentimenti contrastanti. È una notizia che attendevo con ansia, specialmente alla luce delle sofferenze secolari subite dal popolo, ma allo stesso modo temo sia l'inizio di uno scontro sordo destinato a durare per anni". Si riferisce alle dichiarazioni minacciose di Putin? "Mi riferisco a un clima che mi riporta ai tempi della guerra fredda. Vedo i vecchi blocchi di nuovo l'uno contro l'altro armati, in una guerra di egemonia che un tempo aveva a che fare con le ideologie, e che oggi riguarda le risorse energetiche. Vedo i fantasmi peggiori degli anni Ottanta, oltre a una somiglianza angosciante con il conflitto mediorientale". La medesima miscela di rivendicazioni territoriali, nazionalismo e divisioni religiose? "Esatto. Occorre vigilare affinché il Kosovo non diventi per la Serbia ciò che la Palestina è per Israele". Se è vero che da una parte sopravvivono le suggestioni legate alla Grande Serbia, non da meno esiste l'idea della Grande Albania. "Non sono d'accordo. Gli albanesi sono ormai insensibili al richiamo nazionalistico. Il popolo pensa più che altro ad uscire in fretta dagli anni bui. C'è voglia di benessere, brama per gli affari. Gli albanesi guardano alla causa kosovara con interesse, ma sotto sotto la giudicano un'istanza ingenua, velleitaria e romantica. In Kosovo ad esempio vige ancora la desa, l'etica della promessa sancita per mezzo della parola e della stretta di mano. Per gli albanesi, è simbolo di un mondo ormai primitivo". Manifesti a Pristina. Sopra, Ornela Vorpsi (Foto Effigie).

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Sulla laicità ricorda il Concilio Vaticano II: Davo per risolta la questione, ora il conflitto riemerge (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 17-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Sulla laicità ricorda il Concilio Vaticano II: "Davo per risolta la questione, ora il conflitto riemerge".

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Terrorismo: le parole e il silenzio (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 17-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del Terrorismo: le parole e il silenzio Luigi ManconiAndrea Boraschi L'ennesima riprova che gli "anni di piombo" non abbiano mai trovato una soluzione pubblica condivisa, se non da tutti, almeno da una parte consistente dei cittadini di questo Paese, viene dalle polemiche addensatesi, in questi giorni, su un dibattito in programma a Bologna per il prossimo 24 aprile. L'incontro dovrebbe tenersi al teatro Ridotto, a margine della rappresentazione di un testo di Erri De Luca, "Chisciotte e gli invincibili"; e vedrà protagonisti lo stesso scrittore napoletano, il direttore del teatro Renzo Filippetti e l'ex militante delle Br Vittorio Antonini. Diciamo subito che il titolo dell'iniziativa, ancorché poi spiegato ampiamente, ha prestato il fianco a equivoci facili da prevedersi. "Gli invincibili" - questo il nome voluto per il dibattito - ha sollevato dubbi di opportunità proprio in relazione alla persona di Antonini: che, nella schiera di quanti sono stati condannati per terrorismo, non si è mai dissociato ne pentito. Che i promotori e lo stesso De Luca abbiano poi spiegato il senso di quell'espressione - che non intende esaltare l'irriducibilità della violenza a sfondo ideologico, quanto evidenziare la buona volontà di chi dagli errori e dalle sconfitte più eclatanti trae, comunque, motivo di riscatto e riabilitazione - è servito a ben poco. Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, si è espresso con toni molto duri, chiedendo l'annullamento del dibattito; ed altri, con lui, ne hanno contestato l'opportunità e i protagonisti, fino all'avvio di una piccola campagna mediatica approdata anche alle cronache nazionali. Non è nostra intenzione discutere di Vittorio Antonini e della sua storia politica e penale. Egli è stato invitato a testimoniare "non il proprio passato di terrorista, ma la propria esperienza, nel carcere e fuori del carcere, di fondatore e animatore dell'associazione Papillon. Questa associazione, da lungo tempo presente e attiva all'interno dell'Istituto di pena di Rebibbia nuovo complesso, ha coinvolto nel corso degli anni centinaia di detenuti nelle proprie attività culturali e associative ed ha promosso recentemente, grazie all'attività di ex detenuti e detenuti in semilibertà, come lo stesso Antonini, un Centro culturale e una biblioteca popolare nella estrema periferia est della città di Roma" (così i garanti dei diritti dei detenuti di Firenze e Roma, Franco Corleone e Gianfranco Spadaccia). Anche per queste attività ad Antonini è stata concessa la semilibertà (ovvero, quell'uomo non ha finito di scontare la propria pena: non è "libero"). Tali attività testimoniano comportamenti e azioni che configurano quella riabilitazione alla quale ogni pena dovrebbe tendere. E la pena, a sua volta, essendo comminata da un potere dello stato, non è questione "privata", di mortificazione dei colpevoli e di soddisfazione delle vittime; le coscienze degli autori dei reati rimangono ad essa estranee; dunque, estranee le sono anche la misura, l'intensità e le motivazioni di ogni ravvedimento. La legge non chiede "pentimento": non chiede, cioè, atti formali di contrizione, né è preposta a indagare la sfera intima dove si avverte la coscienza e l'eventuale resipiscenza; essa, piuttosto, esige dal condannato comportamenti non lesivi (tanto meglio se positivi e virtuosi), nei confronti dei compagni di pena e verso la società. I giudici hanno stabilito che Antonini questi comportamenti li ha fatti propri e li ha mantenuti nel tempo. E oggi, nella misura in cui gli è possibile, egli può tornare a partecipare alla vita associata. Con i diritti e le prerogative che dovrebbero essere riconosciuti a ciascun cittadino; dunque, anche con il diritto alla parola in occasioni pubbliche. Appurato, allora, che la sua partecipazione a quel dibattito al teatro Ridotto è perfettamente legittima, resta da chiedersi se essa sia anche opportuna. La risposta, anche qui, ci appare affermativa. Non solo per i contenuti di quella iniziativa - che solo per amore del grottesco qualcuno ha potuto immaginare fossero celebrativi della violenza terrorista; ma proprio perché quell'occasione di confronto è un altro piccolo tassello di reinserimento nella società, in un percorso che Antonini ha già da tempo intrapreso. E perché se è vero, come dicevamo in apertura, che il vulnus politico, culturale e umano degli anni di piombo non è mai stato sanato, è vero anche che a esso bisogna tornare: con tutta la razionalità e la disponibilità intellettuale di cui siamo capaci. Non si può trovare motivo di comprensione definitiva di quella tragica vicenda sin quando non siano chiare a tutti le cause dei tremendi errori e degli odiosi crimini di cui si sono macchiati i protagonisti di quegli anni. Quelle cause possono essere cercate negli elementi biografici dei terroristi, nei loro tratti psicologici e in mille altri fattori scatenanti: ma esse sono, e restano, primariamente politiche. Dunque, interessano tutti noi: chi quegli anni non li ha conosciuti direttamente e chi, invece, li ha vissuti o ne è rimasto segnato. Il terrorismo è stato sconfitto, grazie al cielo: ma la pace, ricordiamolo, la si fa anche con i nemici sconfitti. E ogni pace inclemente ha, di regola, il solo effetto di trascinare i conflitti oltre la loro naturale fine (come sta avvenendo oggi in Italia per il terrorismo, appunto). C'è un'ultima questione, forse la principale, che merita di essere discussa. A molti, legittimamente, appare scandaloso lo spazio pubblico concesso agli ex terroristi. Libri, convegni, dibattiti, incarichi pubblici, visibilità mediatica. E si protesta perché, a confronto di tutto ciò, ai familiari delle vittime è stato riconosciuto ben poco spazio di parola, men che meno gli è stato tributato un riconoscimento pubblico tangibile per i drammi vissuti, se non parzialmente e tardivamente. Che lo Stato abbia fatto poco e male, per chi in quegli anni è stato segnato dalla violenza terrorista, è dato inconfutabile. Tuttavia, non è impedendo agli ex terroristi di esprimersi pubblicamente che si potrà porre rimedio a tali omissioni e inadempienze. Piuttosto, se a quelli è concessa la parola nel dibattito pubblico, altrettanto e ancor più va garantito a chi dal terrorismo ha subito lutto e dolore. Piuttosto che ridurre la voce ai primi, allora, si amplifichi quella dei secondi (le vittime e i loro familiari). Scrivere a: abuondiritto@abuondiritto.it A buon dirittoPromemoria per la sinistra.

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I nipotini del Cavaliere (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Unita, L'" del 17-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Stai consultando l'edizione del I nipotini del Cavaliere Furio Colombo Segue dalla Prima I mporta il rischio di ingiustizia nei confronti degli spettatori-elettori rispetto ai quali c'è il problema di amputare parti di realtà, di fatti avvenuti, di cose che dovrebbero essere precisate o ricordate, di omissioni, che sono il peggior peccato della politica. *** Ma per tentare di dimostrare ciò che vorrei dimostrare - e cioè che stiamo fuori dal giornalismo occidentale - vorrei brevemente seguire e ricostruire gli eventi della sera Vespa-Berlusconi. Prendete l'inizio. Il conduttore è frizzante e ha ragione. Ancora una volta ha dimostrato che lui, e solo lui, controlla i cancelli del cielo. Vuoi esistere? Qui devi essere. Non è poco, non accade altrove. Ma come dice l'imperatore nella Turandot, "La legge è questa!". Dunque all'inizio Vespa, garrulo, propone: "Parliamo di Casini e della Udc" E viene subito interrotto dal leader del Popolo della Libertà con un pacato: "No, parlo io". Questo è un diritto che non spetta all'intervistato, a meno che non sia Putin, Ahamadinejad o (forse) un primo segretario del Partito comunista cinese. Però parla lui ed esordisce con la frase: "Tutto quello che volevo fare l'ho fatto. E l'ho fatto bene". Ed elenca indisturbato eventi che narrano di una serie di trionfi grandiosi. Afferma che sono otto milioni (otto milioni) gli italiani che hanno affollato i suoi gazebo, che l'Università di Siena (non ci viene detto il Dipartimento) ha certificato la realizzazione dell'85 per cento del suo "patto con gli italiani". Arriva ad affermare, con un po' di imprudenza che "con Mastella era tutto preparato, la caduta di Prodi non è stato un caso, non è stata una sorpresa". Fior di notizia. Ma sul fondo campeggia, grande e luminosa la scritta "Basta giochetti". Manca la spiegazione: giochetti di chi? contro chi? Entra, funereo, lo slogan della campagna berlusconiana. "Alzati Italia" perché, spiega l'autore, la sinistra l'ha messa in ginocchio. Ma l'affinità di linguaggio che il pubblico coglie è piuttosto con la serata Vespa dedicata a Lourdes in un'altra puntata. Qui c'è una spiegazione interessante. Le nostre disgrazie sono dovute al fatto che noi italiani siamo soggetti (cito) "ad una oppressione fiscale, burocratica, giudiziaria". Qualcuno ha chiesto notizie di queste tre oppressioni? Purtroppo no. Sulla terza oppressione sappiamo tutto, dal punto di vista di Berlusconi. Sulle altre, forse, avrebbe dovuto spiegare il protagonista, incalzato dalle domande. Ma - come ho detto - non è accaduto. Non ci sono state domande. I direttori di quotidiani incaricati di investigare per noi spettatori la mente, i progetti, i propositi, le intenzioni psicologiche, i programmi politici del centrodestra (ma non c'è più il centro) sono Ferruccio De Bortoli (Il sole 24 ore) Pierluigi Battista (Il Corriere della Sera), Mario Orfeo (Il Mattino di Napoli) e Piero Sansonetti (Liberazione). Ascoltano. "Dobbiamo tagliare l'Ici. Per tagliare l'Ici occorre tagliare la spesa pubblica. E riaprire tutti e 106 i cantieri delle grandi opere, a cominciare dal Ponte di Messina". È possibile fare tutto questo e in questa sequenza? Non ci sono domande. Orfei vorrebbe ritornare a Casini. Risposta: "Abbiamo avuto due milioni in piazza, otto ai gazebo,e tutti hanno votato il mio nome. Non lo vede Casini che sono io il leader?". Tocca a Sansonetti. Il direttore di Liberazione stabilisce subito ce non c'è differenza fra Polo della Libertà e Partito democratico "Sia lei che il Pd non vedete il problema dei salari" afferma, certo senza imbarazzo per Berlusconi. Il leader del Popolo delle libertà viene incoraggiato a non sentirsi solo. Questa è una domanda corredata da scheda, ovvero film su come è duro sbarcare il lunario per tanta gente in questa Italia di Prodi. E nessuno precisa (o chiede) se era meglio o peggio l'Italia dei cinque anni di Berlusconi. E nessuno si domanda: ma se c'è un filmato sulla domanda di un giornalista, vuol dire che quella domanda era concordata. Dunque lo sapeva anche il candidato sottoposto alla griglia della intervista come in certi esami di notai, che però, quando qualcuno se ne accorge, vengono annullati. Infatti Berlusconi, prontissimo, può annunciare che Prodi ha tolto 40 miliardi dalle tasche degli italiani. Tutto ciò senza obiezione di quattro giornalisti di punta. 40 miliardi. Come? In che modo? Quando? Ma Berlusconi ha anche da annunciare un vasto piano di case popolari di cui "ho già studiato la cubatura" (testuale). Dice di se stesso: "I miei nipotini mi considerano Superman". Il silenzio benevolo lo incoraggia a pensare che i suoi nipotini non sono soli. Poi afferma che la caduta della nostra immagine del mondo ha abbattuto le nostre esportazioni. L'Istat ha appena fatto sapere che, mentre era ministro Emma Bonino, le esportazioni (che erano in negativo ai bei tempi) sono salite del 12 per cento, con positiva bilancia commerciale. Ma chi siamo noi per farlo notare a Berlusconi? È qui che Ferruccio De Bortoli parla della indecente scena che si è vista in Senato (e nelle televisioni del mondo) a celebrazione della caduta di Prodi. Mortadella e champagne. Gli altri direttori non raccolgono. Si sente sussurrare dal Capo del Popolo della Libertà che non saranno rieletti i "colpevoli". Chi era in Senato ricorda una scenata indecente da parte di tutta l'opposizione. Ricorda molti altri protagonisti, oltre all'ormai celebre senatore Strano (il primo a inondare di champagne i commessi, ma non il solo). E l'altra star del "Saloon Senato", il senatore Barbato, noto per lo sputo e il gesto della pistola. Sarebbe stato bello chiedere a chi ha potere di vita e di morte su tutto il Popolo della Libertà: "Chi esattamente non rieleggerete a causa di quel terribile evento?". Non è stato chiesto. E mi sento di dire che non accadrà perché ogni presunto colpevole potrebbe indicarne un altro con tanto di immagini. Ma nella serata di Vespa è già partito un filmato sull'immondizia di Napoli, generata dal solo Bassolino negli ultimi sette anni, con musica tipo "Germania anno zero". Battista interviene con una idea che potrebbe cambiare la storia italiana: "Presidente, perché non fa lei, magari ad interim, il ministro delle opere pubbliche e dei rifiuti?". Finalmente, fa intendere Battista, sarà risolto il problema. Quel problema, come ogni altro problema. Perché Berlusconi i problemi li risolve tutti. Cadono qui due affermazioni incontrastate. Berlusconi promette che riaprirà tutti i cantieri, realizzerà l'alta velocità in Piemonte anche con la forza, costruirà, eccome se costruirà, il ponte di Messina. Dice che l'85 per cento del suo programma è stato realizzato. E poiché quel programma era - pensa Berlusconi - perfetto, l'Italia dovrebbe essere oggi l'85 per cento del Paradiso. Possibile che Prodi-Attila abbia distrutto tutto in così poco tempo? Sansonetti resta sull'argomento Tav. Elenca subito le colpe del Partito democratico e reclama attenzione per la sinistra che lui rappresenta. La domanda è legittima, ma il nemico è molto più il Pd che il Popolo della Libertà. E a questo punto, dopo la pubblicità, Vespa confida agli spettatori: "Sapete? Durante l'interruzione i direttori mi hanno detto: "Ma hai visto come è moderato Berlusconi? Avremo una campagna davvero soft"". Questa non è che una piccola parte di cronaca di una trasmissione di quasi tre ore. Resta indispensabile citare solo una affermazione di Berlusconi caduta nel silenzio ma che dovrebbe essere destinata a fare il giro del mondo. Trascrivo: "Stiamo pensando con Don Verzè a una nuova struttura che è già in costruzione a Verona per portare la durata della vita umana a 120 anni". Invece di fermare la trasmissione per riflettere insieme col pubblico su un simile annuncio e saperne di più, Vespa ha fatto una domanda sulla signora Rosa, la madre di Berlusconi, appena scomparsa. Berlusconi ha risposto con comprensibile commozione. E l'argomento della vita quasi eterna è rimasta in sospeso. *** Perché ho ricostruito questa serata elettorale, segnata da alcune anomalie, ma non le peggiori nella storia di Porta a Porta o del personaggio politico Berlusconi, nella sua quinta incarnazione da candidato? Perché lo spettacolo quotidiano delle primarie presidenziali americane ci contagia con una rovente nostalgia di un mondo normale, in cui i politici fanno i politici e i giornalisti fanno i giornalisti. Non mi sento di dare torto a Berlusconi per lo spazio libero che gli è stato donato. Lui è un uomo fortunato. Ma mi sembra indispensabile, per l'equilibrio della campagna elettorale che verrà, elencare, con la maggior cautela possibile, alcune domande a Berlusconi che non sono state fatte dai quattro direttori. Quelle che seguono sono solo una piccola parte. 1 - Lei ha definito la Lega l'alleato più fedele. Ma Bossi aveva invocato la rivoluzione e parlato di armi "che si possono sempre trovare". Ha cambiato parere? Ha ritrattato? Quando? 2 - Dopo gli impegni presi su integrità e trasparenza delle liste, candiderà il senatore dell'Utri la cui condanna è passata in giudicato? E gli altri condannati e pregiudicati? 3 - Come pensa di finanziare 106 cantieri e costruire il Ponte di Messina e allo stesso tempo togliere l'Ici e tagliare le tasse, mentre crollano le Borse del mondo e vacillano grandi banche? 4 - Lei ha appena detto: "La lotta all'evasione fa paura. Calano i consumi , si ferma la produzione". Vuol dire fine della lotta all'evasione e ritorno alla politica dei condoni? 5 - Ha detto che, durante il periodo Prodi, la criminalità è aumentata. Quando? Come mai le indicazioni dell'Istat dicono che, invece, è alquanto diminuita? 6 - Lei dice che l'Italia è in ginocchio. Dice il contrario di ciò che affermano le fonti europee e internazionali, che mostrano di apprezzare la risalita dell'Italia. Può dare alcune ragioni tecniche e statistiche per la sua affermazione? 7 - Può indicarci dove, in quali eventi, opere o leggi, si è realizzato l'85 per cento del suo programma? Possibile che Prodi abbia distrutto tutto in così poco tempo, fino ad andare, in venti mesi, dal trionfo alla caduta in ginocchio? 8 - Parlando di calo della disoccupazione per merito suo, lei ha citato gli anni 2006 e 2007. Ma in quel periodo l'Italia veniva devastata da Prodi, come lei dice. Può spiegare la contraddizione? 9 - Come pensa di agire con i cittadini che continuano a non volere la Tav? Userà la forza? 10 - Perché abbiamo dovuto correre alle elezioni, rinunciando a cambiare una legge elettorale sbagliata? Qual è la ragione o le ragioni della concitazione e accelerazione cui è stata costretta l'Italia? 11 - Può condividere con noi il progetto geniale suo e di Don Verzè che consentirà il prolungamento della vita umana a 120 anni, o resterà un segreto riservato al Capo del Popolo della Libertà, che lei ha definito, modestamente, indispensabile e insostituibile? 12 - Infine, se fortunatamente vivrà così a lungo, è possibile che prima di quella remotissima data sia permessa l'approvazione di una vera legge sul conflitto di interessi? furiocolombo@unita.it.

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Sri Lanka, revocato il ' cessate il fuoco', riprende una guerra di trent'anni (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Voce d'Italia, La" del 17-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Esteri Dall'inizio delle ostilita' sono morte oltre 70.000 persone Sri Lanka, revocato il "?cessate il fuoco", riprende una guerra di trent'anni Una storia scritta con il sangue, per rivendicare un territorio senza soluzione di continuita' Colombo, 17 feb.- Trent'anni di lotta per un conflitto che non ha mai messo realmente in gioco gli interessi delle grandi potenze. Trent'anni di vita per un movimento separatista che è sempre stato espressione di una minoranza autoctona intorno a rivendicazioni politiche, religiose e linguistiche, in un intrecciarsi di vicende legate alle esperienze di una potente organizzazione transnazionale, le “Tigri di liberazione dell'Eelam tamil” (Ltte). Trent'anni, dunque, di storia scritta con il sangue, per rivendicare un territorio senza soluzione di continuità (chiamato “Tamil Eelam”) costituito dalla provincia nord-orientale dello Sri Lanka, dal porto di Trincomalee e dalle regioni del sud-est. Una tensione, quella tra maggioranza di lingua cingalese (il 74% degli abitanti) e minoranza tamil (il 15% degli abitanti) che risale al 1956, anno in cui nell'isola, all'epoca chiamata Ceylon, prese il potere il Partito della libertà, lo Sri Lanka Freedom Party (Slfp). Il suo fondatore, Salomon Bandaranaike impose il cingalese come unica lingua ufficiale e riconobbe il primato del buddismo, la religione predominante tra i cingalesi, scatenando i primi scontri nelle zone di contatto con i tamil a maggioranza induista. La tensione, dopo una breve battuta d'arresto, è tornata in scena negli anni Settanta, fino a raggiungere la massima intensità nel corso degli anni Ottanta. In seguito ai violenti episodi del luglio del 1983, il governo cingalese ha deciso di intervenire attraverso una durissima repressione, che ha fatto cadere il Paese nella guerra civile. Ben 65.000 tamil hanno abbandonato l'isola e si sono rifugiati in India. Anche la minoranza musulmana è stata costretta alla fuga: oltre 100.000 persone hanno lasciato lo Sri Lanka. Dopo il fallimento del tentativo di peacekeeping da parte dell'India, nel 1991, le azioni di guerriglia firmate dal Ltte si sono susseguite per tutto il decennio scorso. Aeroporti, testate giornalistiche, centri religiosi e luoghi della politica sono stati completamente distrutti. Nel 2000 la Norvegia ha assunto l'incarico di mediatrice tra cingalesi e tamil, giungendo, nell'aprile del 2002 allo storico cessate il fuoco. Lo stato di armistizio siglato dalle due parti belligeranti sarebbe dovuto entrare in vigore dal 2004, ma non è mai stato realmente applicato. Una tregua troppo fragile per essere risolutiva, soprattutto dopo l'elezione a presidente, nel 2005, del nazionalista Mahinda Rajapakse, fautore del pugno di ferro contro i separatisti, considerati a pieno titolo terroristi. Il 16 gennaio anche questa opportunità è svanita del tutto. L'accordo, già revocato unilateralmente dal governo di Colombo il 2 gennaio, è stato definitivamente abbandonato. La decisione ha confermato anche l'annullamento della Sri Lankan Monitoring Mission, la cui possibilità di accesso sia alle zone di conflitto sotto il controllo dell'esercito che a quelle in mano ai ribelli consentiva di monitorare le violazioni dei diritti umani nell'isola. Il Paese si trova ora in preda ad una guerra aperta volta all' “eliminazione del nemico”. Da una parte c'è il governo, che ha intensificato i suoi sforzi per piegare la resistenza delle Tigri ed ha lanciato una campagna mirata al loro annientamento (per l'anno 2008 è prevista una crescita del 20% dei fondi destinati alle forze di sicurezza nazionali, per un ammontare di 1,5 miliardi di dollari). La testimonianza arriva dal comandante in capo dell'esercito srilankese, Sarath Fonseka, che dichiara di aver contato l'uccisione, nel nord, di circa 500 nemici ogni mese: "Continuando a questo ritmo – ha detto Fonseka – entro sei mesi avremo ucciso 3.000 tigri Tamil e potremo dichiarare finita la guerra". Dall'altra ci sono i separatisti ribelli, che continuano a seminare vittime in tutto il Paese, come è accaduto anche il giorno della scadenza della tregua: un ordigno è esploso in un autobus uccidendo a Buttala, nel sud est, 27 civili. Prima dello scadere del cessate il fuoco il movimento autonomista si era detto pronto a tornare al tavolo negoziale con il presidente Rajapaksa e a ripristinare la tregua da lui formalmente revocata la settimana precedente. Il portavoce di Colombo, Keheliya Rambukwella, aveva però immediatamente rigettato l'offerta dei ribelli: "Hanno usato il cessate il fuoco per condurre attacchi terroristici contro obiettivi civili. Il governo porterà avanti le operazioni militari per liberare tutto il Paese dai terroristi: li liquideremo". Trascorse due settimane è il governo di Colombo a svelare il suo piano per risolvere politicamente il conflitto etnico. L'accordo, come stabilito da un testo elaborato dall'All Party Representative Committe (Aprc) – e accolto con favore dalla comunità internazionale, prevedeva la concessione di maggiori autonomie alle province del nord a maggioranza tamil; ma mirava, allo stesso tempo, ad attrarre fuori dall'area del conflitto le fazioni moderate tra i patrioti delle Tigri. I guerriglieri indipendentisti lo hanno subito rifiutato. La crescita di tensione di questi ultimi giorni si inserisce in quel clima di terrore alimentato dal susseguirsi di omicidi politici messi in atto sia dal governo di Colombo che dalle Tigri per spazzare via il vertice delle rispettive leadership. Una strategia mirata, dunque, che risale al 2005, quando è stato ucciso il ministro degli esteri Lakshman Kadirgamar. Nello stesso anno, a dicembre, in una chiesa di Batticaloa, è morto anche il parlamentare filo-ribelli Joseph Pararajasingham. Nel giugno 2006, invece, ha perso la vita con una bomba, Parami Kulatunga, uno dei generali srilankesi più in vista. Cinque mesi dopo è stata la volta di altro politico filo-guerriglia, Nadarajah Raviraj. Nel mese di dicembre dello stesso anno è stato ucciso anche Anton Stanislaus Balasingham, ideologo e portavoce delle Tigri. Nel novembre 2007 un raid aereo ha ammazzato Sp Thamilselvan, capo del braccio politico delle Tigri. Il 2008, appena iniziato, ha già visto morire, il 6 gennaio, il “Colonnello Charles”, capo dell'intelligence Tamil, la cui esecuzione, attuata dai servizi segreti di alto livello, è seconda solo all'omicidio di Thamilselvan. Due giorni dopo è uscito di scena anche il ministro per la Ricostruzione D.M. Dassanayake, ucciso con un attentato dinamitardo sulla strada dell'aeroporto di Colombo, a poche ore dalla morte, all'uscita da un tempio induista, di un membro tamil del parlamento, Thiagarajah Maheswaran. A pagare le conseguenze di questo conflitto, che ha causato circa 70.000 morti, 5.000 dei quali solo negli ultimi tre anni, sono i civili. Nei distretti settentrionali di Jaffna, Mannar, Vavuniya e Polonnaruwa ogni giorno si registrano morti e feriti, molti dei quali sono bambini; senza dimenticare gli sfollati, che si stimano siano circa un milione. Il Giappone, principale donatore internazionale per lo Sri Lanka, ha annunciato il congelamento degli aiuti finanziari al governo di Colombo se questo conflitto continuerà ad inasprirsi. La minaccia è stata formulata da Yasushi Akashi, inviato speciale per la pace di Tokyo, riferendosi al livello allarmante di violenza registrato nelle ultime settimane, in particolare da quando, a metà gennaio, "Demonizzando i ribelli, con la qualifica di “terroristi”, il governo sta limitando i negoziati. A meno che l'esecutivo e i ribelli scelgano la pace – ha precisato Yasushi Akashi – gli appelli dal resto del mondo, anche se numerosi, resteranno inascoltati". Giovanna Sfracasso Geopolitica.info.

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La carica dei cognomi illustri (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-02-17 num: - pag: 6 autore: di MARIA LAURA RODOTà categoria: REDAZIONALE La scommessa Il leader Pd tra celebrità e giovani del Paese "normale" La carica dei cognomi illustri Da Colaninno a Benetton e Mondadori, in attesa degli sconosciuti SEGUE DALLA PRIMA Nomi distinti, pure troppo; di rampolli della classe dirigente. Per dire: Benetton-Mondadori-Sensi-Colaninno. Tutte persone eccellenti, per carità; ma più che candidati innovativi sembrano una comitiva da aperitivo all'hotel Posta di Cortina. Almeno elencati così insieme. Poi si vedrà. Poi non sono casi accomunabili, evidente. Prendiamo Matteo Colaninno, presidente dei giovani di Confindustria. è persona seria, gran lavoratore (bonus: l'unica festa a cui lo si ricordi è quella del suo matrimonio). Il tipo di imprenditore-candidato poco entusiasmante ma affidabile (gli elettori si fiderebbero ancor di più di un altro imprenditore ipercorteggiato, Ivan Lo Bello di Confindustria Sicilia; ma non sarebbe meglio aiutarlo da Roma nella sua battaglia anti-pizzo invece di mandarlo a Roma a spingere bottoni in Aula? Forse sì). Altri casi sono più strani, e non per colpa di chi è tirato in ballo. Come quello di Martina Mondadori, ventiseienne dal cognome illustre. è bella e culturalmente vispa; non sono notissime le sue imprese politico- economiche. Più che altro, è nota a noi gentaccia che soccombe al piacere di studiare i Cafonal (serie di foto mondane rivelatrici e deprimenti, del balzacchiano Umberto Pizzi) sul sito Dagospia (vabbè, ormai si sa che il web è importante). Creativa ma problematica è poi l'idea di candidare Rosella Sensi. La piccola Thatcher giallorossa (di britannico ha anche la somiglianza con l'amica di Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale) governa da anni calciatori-dirigenti-giornalisti- tifoserie; roba più complessa e rischiosa di un medio ministero. Sarebbe quindi qualificata. Ma, al di là dei possibili conflitti di interesse causa affari familiari: se una Sensi si candida, come la mettiamo con lo swing vote dei laziali? Molti biancocelesti di destra, indignati per la fusione di An nel Pdl e tentati dalla ripicca pro Veltroni, finirebbero per preferire l'altrettanto romanista ma perlomeno nero Storace, va da sé. Alessandro Benetton è un'altra storia ancora, probabilmente improbabile (e lì il Pd può perdere voti delle fans di Deborah Compagnoni; non l'ha ancora sposata, chissà perché). Ma smettiamola con la battutacce, e speriamo di venire smentiti. Speriamo che i giovani capilista, e altri candidati sicuri, non siano solo gente con bei cognomi. Sarebbe un segno di scarso spirito innovativo e di insicurezza identitaria. Speriamo che ci siano ragazzi/e che si sono distinti nell'economia e nella ricerca, magari scappando all'estero per riuscirci; che organizzano cooperative antimafia, o per aiutare i più poveri, gli immigrati e/o (anatema?) le donne in difficoltà, i precari; gente brava e basta. Tra l'altro, Veltroni dovrà crescere un obamino/obamina come suo successore. Dovrà essere un Barack/Baracca che (come l'originale) abbia fatto i conti con la figura del padre (magari bancario e non banchiere, fresatore e non imprenditore, a chi non è classe dirigente votarlo/a mica dispiacerebbe) e abbia ben costruito se stesso/a. Questa è la scommessa vera; se ci saranno un po' di vip benissimo; però, per tirar su il morale del Paese normale, che siano ben diluiti. Matteo Colaninno L'imprenditore trentasettenne sarà capolista del Pd a Milano.

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Solo il dolore accomuna tutti (sezione: Conflitto di interessi)

( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)

Argomenti: Conflitto d'interessi

Corriere della Sera - NAZIONALE - sezione: Spettacoli - data: 2008-02-17 num: - pag: 46 categoria: REDAZIONALE Vita e destino Dodin mette in scena Grossman e punta sul germe dell'antisemitismo Solo il dolore accomuna tutti di FRANCO CORDELLI D i Vita e destino di Vasilij Grossman messo in scena da Lev Dodin con attori giovani e meno giovani del Maly Teatr di San Pietroburgo descrivo la scena che ne è l'elemento di spicco e che riflette la struttura dello spettacolo (e il senso del romanzo): una grande rete da pallavolo la taglia in due, diagonalmente; può essere la rete di una palestra o l'unica traccia di sollievo di un lager stalinista; di qua e di là dalla rete ci sono due tavoli, uno specchio verticale e deformante e un pianoforte, una doccia e una maestosa credenza, una vasca e un letto: insomma l'arredo di molteplici piani d'abitazione. Questa sincronica pluralità di luoghi e di tempi è, come ho detto, il tratto distintivo dello spettacolo, che così condensa (almeno nella mia edizione di Vita e destino, la prima, del 1984) una materia per più versi frantumata, a volte affastellata, con troppi rivoli narrativi non ricondotti verso un inafferrabile centro. Come se nella partita tra vita e destino a prendere il sopravvento fosse la prima, con quel tanto di opacità che la sua narrazione immediata spesso implica con l'effetto di smorzare la percezione - che a Grossman stava maggiormente a cuore - del destino tragico a tutti comune, il destino che unisce nel dolore e nella sventura le due famiglie di cui ci racconta la vicenda. Essa può essere descritta, nella sua forma piramidale, a partire dal basso, o dal campo più vasto, la Storia, o dall'alto, l'individuale ventura, la storia personale. Quest'ultima è la storia di un fisico ebreo, Viktor Strum. Poi è la storia della sua famiglia e di quella di sua cognata, durante la battaglia di Stalingrado. Infine la storia di questa grande, eroica, assurda battaglia, fino alle sue conseguenze nel dopoguerra. Per ben due volte la coscienza morale di Strum viene messa alla prova. Uno di fronte all'altro ci sono lo Stato (Stalin) e l'individuo; l'ideologia e la libertà di ricerca (o di espressione); l'assenso agli ordini, cioè l'abiura, o la fedeltà al proprio lavoro, quindi alla propria fede. Questo conflitto, che negli anni Trenta-Quaranta in Unione sovietica e nel mondo fu tragico, è ora allegorico benché, sia nel romanzo che nello spettacolo, reso manifesto in termini strettamente realistici, nel tipico realismo russo della tradizione ottocentesca, ancor vivo negli anni Novanta del secolo scorso. Ciò che del conflitto più interessa, a Grossman e a Dodin - come quella rete rivela con la sua immagine di netta divisione, di opposizione tra due campi, ma anche di congiunzione, di similarità - è che nella guerra tra russi e tedeschi, e poi nel cuore della Russia, era annidato un germe velenoso, il germe del nazionalismo; ma che, in entrambi i casi, questo germe si sostanziava di una comune ideologia antisemita. Ecco, ci dicono lo scrittore e il regista, quanto drammaticamente rese simili i due avversari, e tra loro nemici i concittadini, i fratelli. Vi è poi, nello spettacolo, un altro elemento strutturale. Tutto il racconto si snoda durante la stesura di una lettera d'addio della madre a Viktor. Nel libro è un lungo capitolo; nello spettacolo è il filo conduttore delle varie vicissitudini. Ma è questa lettera a dare il tono e, in ultima analisi, lo stile: alla coralità anche tumultuosa, anche vitalistica dell'insieme, fa da contrappunto la tristezza immedicabile (francamente, a volte, un po' ricattatoria) di quella voce, del suo lamento, della sua impossibilità di configurare appunto un destino, di capovolgersi in una catarsi. Teatro Studio di Milano Attori Scena di "Vita e destino" con la compagnia del Maly Teatr Vita e destino di Grossman/Dodin.

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