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Laicità,
Sud, fisco, scuola... il nostro programma per il Pd
( da "Unita,
L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Muscillo
Trasparenza e legalità Conflitto d'interesse. Legge sul monopolio Tv. Nuova
legge elettorale. Oltre naturalmente a continuare la lotta all'evasione fiscale
senza i penosi condoni del governo precedente che erano la base delle
finanziarie di quel governo. E, se possibile, una legge che impedisca a chi ha
pendenze con la legge di candidarsi per una qualsiasi carica pubblica.
Per
cominciare violiamo la legge ( da "Unita, L'"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
tanto per ricordarci
un lievissimo conflitto di interessi. E si chiama Popolo delle Libertà. Pensa
se se si fosse chiamato "Folla della Servitù" (l'avesse fatto
Veltroni, faremmo lo stesso discorso per il "Partito Totalitario". E
comunque non ha tv di sua proprietà.). Nessuno, dico nessuno se non
l'Associazione Articolo 21, ne ha parlato.
Il
coraggio della differenza ( da "Unita, L'"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
E mi fermo. E
vi sono poi problemi che si trascinano da anni come, per citarne uno solo, il
conflitto di interessi. In conclusione: Veltroni ha fatto un grande passo
sull'immagine. Per giungere al traguardo deve farne un altro: sul programma.
D'Alema:
Berlusconi riconosca il valore delle cooperative Il vice premier in visita al
Ccc e a Coopsette: la sinistra non fa la guerra alle imprese, il Cavaliere
faccia lo stesso ( da "Unita, L'"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
il conflitto
di interessi non esiste e che "semmai, il vero, gigantesco, irrisolto
conflitto d'interessi è della sinistra, che ha sempre privilegiato le
cooperative rosse, che sono il suo braccio armato sul piano
dell'economia". D'Alema sorride e ricorda quando, anni fa, in campagna
elettorale andò alla Fininvest a dire che quell'
E'
scontro in Consiglio sulla fiducia a Varnero
( da "Stampa,
La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Reportage La
lunga notte sul presunto conflitto d'interessi GIANNI MICALETTO E' scontro in
Consiglio sulla fiducia a Varnero SANREMO Dovrebbe avere una coda (velenosa) il
dibattito in Consiglio sul "caso Varnero". Perché l'opposizione
vorrebbe un'altra possibilità, dopo che, l'altra notte, la maggioranza ha
abbandonato l'aula, seguendo l'ex sindaco Leo Pippione,
D'alema:
"come ho fatto io con mediaset berlusconi riconosca il valore delle
coop" - luciano nigro ( da "Repubblica, La"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Come ho fatto
io con Mediaset Berlusconi riconosca il valore delle coop" LUCIANO NIGRO
"Invece di parlare di conflitto d'interesse della cooperazione, Berlusconi
avrebbe molti motivi per venire qui e riconoscere che le coop sono un
patrimonio del paese cui rendere omaggio". Massimo D'Alema parla davanti a
500 grandi cooperatori e a un pezzo della classe dirigente emiliana.
"ma
in puglia la parola giustizia deve diventare un valore condiviso" -
antonella gaeta ( da "Repubblica, La"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
aggiungendovi
conflitti tra classi dirigenti e interessi politici". Il suo homo civicus
come si muove, dunque, in questa realtà? "Ma ha bisogno di fiducia, si
mobilita perché ha bisogno di cambiamento, ma tutto non può limitarsi solo al
movimento di idee. A un certo punto esse devono ingranarsi con i meccanismi
istituzionali.
UN
GESTO GENEROSO ( da "Corriere della Sera"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
uno radicale
e un altro impegnato in una combattiva "lista per la vita ", che
tengono acceso il libero conflitto delle idee, che si battono sui valori e sui
princìpi, fuori dalla prigione degli schieramenti: è così bizzarro immaginare
che la politica italiana potrebbe ricavare qualche vantaggio da una campagna
elettorale così nuova e sorprendente?
D'Alema
a Silvio: venga alle Coop ( da "Corriere della Sera"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
parla delle
coop come un conflitto di interessi della sinistra, venga qui a vedere, a
rendersi conto". Invito seguito da un amarcord: "Berlusconi segua un
esempio che mi è costato molto caro: la visita a Mediaset di molti anni
fa". Parallelo incongruo, per Crosetto: "Berlusconi non vuole
chiudere le coop, mentre all'epoca D'Alema mi sembra che avesse qualche
intenzione di farlo,
Una
bomba nel giardino di Berlusconi ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Ai
giardinieri non è sfuggita la parte del proiettile che spuntava dal terreno. Il
ritrovamento di materiale di questo tipo è abbastanza frequente, soprattutto
nelle zone della Gallura dove, durante il secondo conflitto mondiale, più
intensa è stata l'attività bellica. ( a. b. ).
Sabina
Morandi ( da "Liberazione"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Il conflitto
mai risolto dai tempi della rivoluzione del '79 è, come ovunque, quello fra gli
interessi degli strati alti - i vecchi latifondisti e la nuova borghesia
compradora - e quelli delle masse impoverite o rurali che non sono state
toccate né dalla modernizzazione dello Scià né tantomeno dai profitti del
petrolio.
Elezioni
Dalla parte dei deboli Cara "Liberazione", auspico una campagna
elettorale, vivace, ma educata, intelligente, rispettosa, e che sia centrata
sui problemi dei cittadini più ( da "Liberazione"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
nuova legge
elettorale, conflitto d'interessi, difesa della nostra meravigliosa
Costituzione, del raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della
mafia, della malavita organizzata, dell'evasione fiscale, della sicurezza,
rilancio dell'economia, del rispetto dell'ambiente, dei diritti civili.
Presidenzialismo,
il Pd scopre le carte ( da "Stampa, La"
del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
norme contro
tutti i conflitti d'interesse, il diritto di voto ai sedicenni, l'abolizione
delle Province o degli enti intermedi. Insomma, finita la legislatura, finita
la coalizione dell'Unione, finita la stagione dei compromessi. Walter Veltroni
si può gettare alle spalle tutte le proposte forgiate - come il
"Vassallum" o il modello tedesco -
Liberi
più che soli ( da "EUROPA.it"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Retequattro
ed evitare una legge seria sul conflitto di interesse e norme autenticamente
democratiche in altri settori. Purtroppo il centrosinistra ha commesso un
errore gravissimo non occupandosi di queste cose in 20 mesi di governo. La
destra offre oggi una "qualunque minestra di verdure miste
riscaldata", senza anima e senza sapore, per tentare di riempire lo
stomaco producendo coliche.
Fo
: "La Chiesa non paga le tasse E Berlusconi non lo beccano mai..."
( da "Quotidiano.net"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
conflitto di
interessi? MIO DIO: lui ci toglie il fiato... 13/02/2008 18:38 M, provincia di
MI Parla solo per invidia.Rinchiudetelo! Sono presenti 43 commenti, invia il
tuo commento! Successivo Pagine: 1 2 3 4 5 Email: Sesso: Anno di nascita:
Provincia: Commento: Riscrivi il codice che compare qui sopra: Se il codice
risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro consenso
DUE
ONI E UNA CAPANNA ( da "Stampa, La"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Non nomina
mai neppure una volta il conflitto di interessi, ma se ne va dettando la sua
personalissima par condicio: meno politica in tv, perché se si va avanti con
tre dibattiti a sera, prima del 13 aprile i cittadini si butteranno dalla
finestra. Sotto, ad attenderli troveranno comunque lui.
L'accordo
c'è, Di Pietro insieme al Pd Sulla scheda liste apparentate, l'Idv conserva il
simbolo. Con i Radicali posizioni ancora distanti
( da "Unita,
L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
gli impegni
di Veltroni per ridurre i costi della politica e sul conflitto di interessi.
Non ci sarà un esplicito controllo di Veltroni sulle liste Idv, ma l'impegno
reciproco per evitare nuovi De Gregorio, o nuovi Dini e Fisichella è stato
nettissimo. Quanto al programma Di Pietro ha sottoposto a Veltroni i suoi 11
punti di cui il leader Pd terrà conto nel momento della stesura.
Il
problema dei Fondi è il conflitto d'interessi
( da "Unita,
L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
edizione del
Il problema dei Fondi è il conflitto d'interessi di Angelo De Mattia Deflussi
per oltre 70 miliardi dal gennaio 2007 allo stesso mese del 2008; una crescita
del patrimonio che si attesta, tra il 2002 e il
Grillo:tedeschi,
invadeteci ( da "Secolo XIX, Il"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
mentre con il
suo conflitto d'interessi potrebbe ironicamente servire da modello anche al
cancelliere tedesco. "Se Angela Merkel possedesse tre emittenti televisive
e 40 tra giornali e riviste - spiega l'attore - non avrebbe bisogno di una
Grosse Koalition perché alle elezioni otterrebbe l'80 per cento dei voti".
Yolanda
Betancourt: Sinistra, intervieni ( da "Manifesto, Il"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
chiesto di
attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese
"Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e
della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La
responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della guerriglia
mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri ostaggi,
Unicredit,
primo sì di Catricalà ( da "Corriere della Sera"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
regole generali
di astensione per evitare conflitti di ruolo e di interessi". Un modello
già adottato da altre banche, come Intesa-Sanpaolo, in cui "ci sono state
condizioni simili". In particolare fra le regole di governance contenute
nella relazione è previsto che i consiglieri di Unicredit (e Mediobanca) in
conflitto di interessi, cioè Fabrizio Palenzona,
Tonino
Bucci ( da "Liberazione"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
un passaggio
tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del conflitto
sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col mondo reale
dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi di una
società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di quella
formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo.
Una
ricostruzione di Giuseppe Chiarante sulla storia del Pci, dal tramonto del
centrismo democristiano al compromesso storico Lo hanno presentato, tra gli
altri, Rossana Rossanda, ( da "Liberazione"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
un passaggio
tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del conflitto
sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col mondo reale
dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi di una
società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di quella
formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo.
Unicredit
incassa il primo ok Antitrust ( da "Giornale.it, Il"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Antitrust ha
chiesto a Unicredit di eliminare i conflitti di interesse che si sono creati
per gli amministratori di Unicredit che siedono nel cda di Mediobanca. Secondo
indiscrezioni, per evitare i conflitti di interesse di Rampl, Pesenti e
Palenzona sarebbe previsto che l'ordine del giorno utilizzi la formula degli
"omissis" quando si tratterrà di materie sensibili.
Bankitalia,
subprime Draghi incontra i banchieri
( da "Voce
d'Italia, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
enorme
conflitto di interessi esistente a proposito del rapporto tra le banche
(private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere pubblica). Infatti, dopo le
recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni” di Bankitalia, quelli cioè
che detengono quote di capitale dell'Istituto centrale nazionale e che quindi
hanno diritto di voto sono i seguenti:
Bankitalia,
subprime: Draghi incontra i banchieri
( da "Voce
d'Italia, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
enorme
conflitto di interessi esistente a proposito del rapporto tra le banche
(private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere pubblica). Infatti, dopo le
recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni” di Bankitalia, quelli cioè
che detengono quote di capitale dell'Istituto centrale nazionale e che quindi
hanno diritto di voto sono i seguenti:
LA
CASSA È VUOTA ( da "Avanti!"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Qui nessuno
grida al conflitto di interessi, naturalmente), il quale dichiara, così, senza
colpo ferire, che le banche hanno una crisi di liquidità e sono le stesse
banche che spellano per bene gli italiani ogni volta che vanno a chiedere loro
un mutuo. La crisi di liquidità, a livello bancario e macroeconomico, è
tollerata,
Sognando
una società più giusta ( da "Avanti!"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
del conflitto
d'interessi, della difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del
raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della lotta alla mafia e
alla malavita organizzata in generale, dell'evasione fiscale, della sicurezza,
del rilancio dell'economia, del rispetto per l'ambiente, dei diritti civili e
di tanti altri grandi temi.
Yolanda
Betancourt: <Sinistra, intervieni>
( da "Manifesto,
Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
chiesto di
attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese
"Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e
della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La
responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della
guerriglia mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri
ostaggi,
Walter
gioca in difesa ( da "Opinione, L'"
del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
dopo aver
abortito la legge sul conflitto d'interessi ? non può più fare. Ma, alla faccia
dell'uomo nuovo, il santo Walter (a proposito, il suo discorso di Spello
sembrava una scena tratta dal celeberrimo film di Zeffirelli "Fratello
sole e sorella luna"), un po' di vecchio e sano antiberlusconismo deve pur
averlo nella sua federazione,
Putin:
"la serbia ha ragione così la ue fomenta il caos" - leonardo coen
( da "Repubblica,
La" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Sempre la
stessa cosa: conflitto etnico. Crimini da entrambe le parti, la piena
indipendenza di fatto. Ma allora, bisogna elaborare principi unici per
risolvere questi problemi. Non stiamo spingendo la situazione in un vicolo cieco,
noi proponiamo ai nostri partner di elaborare regole di condotta uniche.
Dettori-Regione,
si chiude un'epoca ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
sui presunti
conflitti di interesse legati al suo doppio ruolo, ha valicato la montagna
dello scandalo sulla gara della pubblicità, non si è scomposto neanche di
fronte al recente blitz della polizia giudiziaria, chiuso col sequestro dei
suoi computer e un avviso di indagine aperta nei suoi confronti: turbativa
d'asta,
Quel
tram è una giusta necessità - daniela lastri
( da "Repubblica,
La" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
di onestà e
dedizione per l'interesse pubblico. E' fatta anche di conflitto, ma non può
vivere senza la responsabilità. Oggi non si può pretendere che gli atti
adottati, le spese di bilancio effettuate, gli impegni contrattuali presi,
coerenti con il programma delle elezioni 2004, siano cancellati con un colpo di
spugna.
Un
crociato in televisione ( da "Manifesto, Il"
del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
basta non
parlare del berlusconismo per cancellare il conflitto di interessi, basta
andare nei talk-show della tv per renderla pluralista. Per il momento le uniche
ad aver capito che tira una brutta aria sono le donne. Manifestazioni di
protesta, richieste al Consiglio superiore della magistratura perché indaghi su
quel che è accaduto nell'ospedale di Napoli.
Il
rapido contropiede della globalizzazione
( da "Manifesto,
Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
élite globale
dei giocatori e dei conseguenti conflitti tra gli interessi delle nazionali e
quelli dei club Il mercato mondiale dei calciatori è il rovescio della medaglia
delll'esistenza di una manciata di "marchi globali" che fatturano
cifre colossali con la vendita dei diritti televisivi e il mercha Luigi
Cavallaro È constatazione diffusa che i problemi sociali più gravi di quest'
Saltano
gli equilibri delicati nei Balcani
( da "Manifesto,
Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
anzi in
conflitto con i paesi che riconosceranno il micro-stato Kosovo. Come finirà?
Non lo so. L'indipendenza unilaterale è la risposta sbagliata, e sbaglia
l'Unione europea ad appoggiarla. Noi dovremmo essere controcorrente e ricordare
che i popoli serbi e albanesi hanno più cose per stare insieme che per
dividersi.
MILANO
- All'ultimo momento Unicredit ha scelto di fare un passo indietro dal
concorzio di gara ( da "Messaggero, Il"
del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
conflitti di
interesse legati ad Anthony Wyand, consigliere d'amministrazione della banca
francese ma anche uno dei cinque vicepresidenti di piazza Cordusio. Wyand
avrebbe potuto essere depositario di informazioni privilegiate. E Alessandro
Profumo, banchiere sempre sensibile, accorto e trasparente, ha preferito quindi
rinunciare a sottoscrivere la quota parte di 22 milioni spettante
Putin:
illegale e immorale un Kosovo indipendente
( da "Corriere
della Sera" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
conflitti nei
Balcani e nel Caucaso. In una lunghissima conferenza stampa nella quale ha
parlato di tutto, Vladimir Putin è stato molto duro con europei e americani e
ha fatto capire che il suo Paese non rimarrà con le mani in mano. Se ci sarà
l'indipendenza, Mosca non reagirà direttamente: "Se qualcuno prende
decisioni stupide e illegali non significa che dovremo scimmiottarlo anche
<Di
Pietro nel Pd? Certi deliri non mi riguardano>
( da "Corriere
della Sera" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
del conflitto
d'interessi eccetera, deve rendersi conto che con questa legge elettorale c'è
poco da fare: Di Pietro dovrebbe rischiare di stare fuori dal Parlamento,
sarebbe forse meglio che le sue posizioni fossero sostenute solo in piazza? O
doveva accordarsi con la sinistra radicale che manco l'avrebbe voluto,
Giovanni
Corsi resta dov'è ( da "Tempo, Il"
del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Un atto
illegittimo, secondo l'ex sindaco, per un presunto conflitto di interessi visto
che Giovanni Corsi è anche tecnico di fiducia del marito del sindaco.
"Argomentazioni - ha dichiarato l'avv. Diurni - che non presentano alcun
fondamento giuridico, ma mirate solo a colpire un avversario politico".
An
chiede 4 seggi a FiPd, slogan in dialetto
( da "Secolo
XIX, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
nel mirino i
costi della politica e i conflitti di interessi. Ma difficilmente i dipietristi
potranno contare su un parlamentare ligure: certo non al Senato, al massimo uno
in caso di vittoria alla Camera (in quel caso, probabilmente lo spazio sarebbe
lasciato a un esponente nazionale del partito, un uscente da confermare).
"biagi
lasciò per la liquidazione" e per roma il cavaliere lancia ferrara
( da "Repubblica,
La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
E alla
domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, a proposito del conflitto
d'interessi, il leader di Fi ha replicato: "C'è una legge sul conflitto
d'interessi. Una legge che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente
la considerano adeguata". Mentre "il vero conflitto d'interessi è
quello delle giunte rosse con le cooperative rosse".
Campagna
d'immagine ma anche di contenuti - giovanni valentini
( da "Repubblica,
La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Sul conflitto
d'interessi, sulla normativa antitrust nel settore televisivo e sulla riforma
della Rai, vogliamo metterci definitivamente una pietra sopra? O almeno, come
propone Veltroni, si può affidare la guida del servizio pubblico a un
amministratore unico per affrancarlo dalla sudditanza alla politica?
La
trasparenza morale dei comportamenti
( da "Unita,
L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
"Gli
uominie le donne del Pd" rinunceranno "dall'assumere incarichi
esecutivi nel Partito" a tutti i livelli, se il loro ruolo ricoperto in
imprese, associazioni, enti o fondazioni economiche, "possa configurarsi
un conflitto di interesse tale da condizionare i propri comportamenti". Il
codice etico.
I
leader del centrodestra girotondini del potere - mario centorrino
( da "Repubblica,
La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
idea che in
una terra di conflitti esasperati il clientelismo non solo è assolutamente
necessario ma, come sostiene l'onorevole Lo Porto, uomo di grandissima
esperienza, è gradito al sottoproletariato così come all'alta borghesia. E, in
effetti, Miccichè mette in mostra sprazzi di insofferenza nei confronti del
cuffaro-lombardismo: l'impennata "
Legge
194 Come uomini siamo a fianco delle donne Ieri, a fianco alle tante donne
accorse in ( da "Unita, L'"
del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
al conflitto
di interessi che pesa sulla collettività, alla legge Gasparri che ha cercato di
mettere una toppa al problema, sempre negli interessi di Rete 4, eccetera.
Ebbene giovedì 31 gennaio, giorno in cui la notizia è stata trasmessa dalle
agenzie di stampa, il Tg5 delle ore 20 non ha dato sul tema né una riga,
Confalonieri:
Silvio e Walter possono cambiare il Paese
( da "Unita,
L'" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
nessuno parla
più di conflitto d'interessi e di riforma del sistema di comunicazione.
"Alt, un momento. La Gentiloni era una legge punitiva e biliosa fatta
apposta per colpire Berlusconi attraverso Mediaset. E sa cosa che le
dico?" Sentiamo... "Penso che uno come Veltroni, che conosce il mondo
della comunicazione e ha un'esperienza trentennale in questo campo,
<Fini?
Deve convincere i moderati> ( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)"
del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Sono ormai
distante dal gruppo e credo che sia fuori luogo parlare di oligopolio nel
mercato". Alla domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, sul conflitto
d'interessi, il leader di FI ha detto: "C'è una legge sul conflitto
d'interessi, che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la
considera adeguata".
Salari,
meno tasse e più sicurezza ecco le 15 priorità del programma - giovanna casadio
( da "Repubblica,
La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Ancora aperta
la questione del conflitto d'interessi sulla quale ci sono malumori nel
partito. Insiste Veltroni sulla lotta alla pedofilia, contro la quale
"serve una risposta molto dura e pene che siano le più dure possibili".
Il segretario sa di avere messo a segno un punto fondamentale della partita
elettorale rovesciando la questione delle alleanze politiche,
Fuorviante
la categoria moderati contro radicali
( da "Manifesto,
Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
possiamo
benissimo affermare che il conflitto inter-capitalistico non è affar nostro.
Possiamo continuare a illuderci che si possa parlare di diritti civili senza
alcun legame con la riproduzione materiale dell'esistenza. Possiamo continuare
a trastullarci a mezza strada tra un fantomatico spontaneismo conflittualista e
un compatibilismo che di strategico non ha più assolutamente nulla,
La
cipria e il cerone ( da "Manifesto, Il"
del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Se la
campagna elettorale fosse iniziata con un faccia a faccia, se le domande
avessero sostituito le carezze, forse avremo visto cosa c'è dietro la cipria e
il cerone. Invece siamo stati spettatori di un derby senza gol, giocato sul
campo di un formidabile duopolio, senza mai neppure alludere al conflitto di interessi.
La cornice ideale per truccare le carte.
Un'altra
perla di Claude Chabrol, instancabile indagatore della borghesia cinica e
amorale Donna fra due uomini sbagliati
( da "Unione
Sarda, L' (Nazionale)" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Ma a Chabrol
ovviamente interessa altro, il conflitto sociale (scrittore e sposo sono
ricchi, la ragazza è di ceto popolare), la seducente innocenza che può
diventare un senso di colpa, il denaro che può comprare l'umiliazione (lei
vende una testimonianza per avere uno sconto di pena del marito ma la perfida
suocera le nega i soldi),
VORPSI:
C'è UN CLIMA DA GUERRA FREDDA ( da "Mattino, Il (Nazionale)"
del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
oltre a una
somiglianza angosciante con il conflitto mediorientale". La medesima
miscela di rivendicazioni territoriali, nazionalismo e divisioni religiose?
"Esatto. Occorre vigilare affinché il Kosovo non diventi per la Serbia ciò
che la Palestina è per Israele". Se è vero che da una parte sopravvivono
le suggestioni legate alla Grande Serbia,
Sulla
laicità ricorda il Concilio Vaticano II: Davo per risolta la questione, ora il
conflitto riemerge ( da "Unita, L'"
del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Stai
consultando l'edizione del Sulla laicità ricorda il Concilio Vaticano II:
"Davo per risolta la questione, ora il conflitto riemerge".
Terrorismo:
le parole e il silenzio ( da "Unita, L'"
del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
il solo
effetto di trascinare i conflitti oltre la loro naturale fine (come sta
avvenendo oggi in Italia per il terrorismo, appunto). C'è un'ultima questione,
forse la principale, che merita di essere discussa. A molti, legittimamente,
appare scandaloso lo spazio pubblico concesso agli ex terroristi.
I
nipotini del Cavaliere ( da "Unita, L'"
del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
o resterà un
segreto riservato al Capo del Popolo della Libertà, che lei ha definito,
modestamente, indispensabile e insostituibile? 12 - Infine, se fortunatamente
vivrà così a lungo, è possibile che prima di quella remotissima data sia
permessa l'approvazione di una vera legge sul conflitto di interessi?
furiocolombo@unita.it.
Sri
Lanka, revocato il ' cessate il fuoco', riprende una guerra di trent'anni
( da "Voce
d'Italia, La" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
anni di lotta
per un conflitto che non ha mai messo realmente in gioco gli interessi delle
grandi potenze. Trent'anni di vita per un movimento separatista che è sempre
stato espressione di una minoranza autoctona intorno a rivendicazioni
politiche, religiose e linguistiche, in un intrecciarsi di vicende legate alle
esperienze di una potente organizzazione transnazionale,
La
carica dei cognomi illustri ( da "Corriere della Sera"
del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
al di là dei
possibili conflitti di interesse causa affari familiari: se una Sensi si
candida, come la mettiamo con lo swing vote dei laziali? Molti biancocelesti di
destra, indignati per la fusione di An nel Pdl e tentati dalla ripicca pro
Veltroni, finirebbero per preferire l'altrettanto romanista ma perlomeno nero
Storace,
Solo
il dolore accomuna tutti ( da "Corriere della Sera"
del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Abstract:
Ciò che del
conflitto più interessa, a Grossman e a Dodin - come quella rete rivela con la
sua immagine di netta divisione, di opposizione tra due campi, ma anche di
congiunzione, di similarità - è che nella guerra tra russi e tedeschi, e poi
nel cuore della Russia, era annidato un germe velenoso, il germe del
nazionalismo;
( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
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l'edizione del PARLANO I LETTORI Laicità, Sud, fisco, scuola... il
"nostro" programma per il Pd La campagna elettorale del Pd è
iniziata. Toccherà tutte le 110 province italiane. Veltroni ha già lanciato due
priorità: tagli alle tasse e aumenti degli stipendi. Quali sono le due o tre
cose che ritieni debbano essere indispensabili nel programma del Partito
democratico? Ecco cosa rispondono i lettori de l'Unità on line. Laicità e
ricerca Una politica seria per l'occupazione dei giovani laureati. Una politica
di liberalizzazioni in tutti i settori per combattere le varie caste che
divorano il paese e per dare finalmente ai cittadini la possibilità di
scegliere secondo le proprie esigenze. L'affermazione del laicismo come valore
fondamentale della convivenza civile e per limitare l'ingerenza della chiesa
nelle questioni private della gente. Mario Rinaldi Cominciamo dal sud Il
Mezzogiorno d'Italia deve ridiventare questione nazionale come base per lo
sviluppo generale del paese. Non possiamo correre con due velocità. Altra
questione il precariato ed il lavoro. Poi la sicurezza dei cittadini quella che
riguarda la microcriminalità, le attenzioni e le preoccupazioni di tutti i
giorni dei cittadini. Paolo Fatuzzo Sì alle intercettazioni Se dalle
intercettazioni fatte su persone che svolgono una funzione politica o di
pubblico interesse emergono atti o fatti penalmente rilevanti si deve dare la
massima pubblicità poiché gli elettori hanno il sacrosanto diritto di essere
informati e non di nascondere le malefatte come è nei programmi della destra.
Savino Muscillo Trasparenza e legalità Conflitto d'interesse. Legge sul
monopolio Tv. Nuova legge elettorale. Oltre naturalmente a continuare la lotta
all'evasione fiscale senza i penosi condoni del governo precedente che erano la
base delle finanziarie di quel governo. E, se possibile, una legge che
impedisca a chi ha pendenze con la legge di candidarsi per una qualsiasi carica
pubblica. Enzo Paliotti Sostegno ai deboli Maggiore attenzione ai
problemi delle fasce più deboli (dipendenti e pensionati). Abolizioni delle
provincie. Maggiori privatizzazionoi a cominciare dalle aziende pubbliche
locali. Alfredo Zucchetti Attenzione per gli operai Non c'è dubbio che la prima
questione sono gli aumenti, e la diminuzione delle tasse su salari e pensioni.
Anche se queste due cose le chiederanno tutti. Subito! Il conflitto di interessi. Dicasi per quanto riguarda il falso in bilancio.
Eliminazione del precariato. No alla riduzione dell'Ici, altrimenti i comuni
sono costretti a prendere soldi comunque dai cittadini. Riforma elettorale, i
Dico, la questione morale. La laicità, la questione ambientale. Più attenzione
verso gli operai, e classe lavoratrice in generale. Questa per me è la
priorità. Poi c'è il resto. Roberto Sanità e diritti Asili nido, trasporti
scolastici per i disabili, più maestri e professori di sostegno, più preparazione
per il professori. Sanità: meno attesa per esami tipo mammografia ecografia
ecc. Liste preferenziali per i malati oncologici e tutti coloro che hanno
malattie croniche. Più attenzione verso gli anziani, assistenza domiciliare.
Aiuto alle donne che lavorano con asili nido, scuole materne, con orari
articolati per coprire tutte le esigenze. Dare agli immmigrati la possibilità
di vivere nel nostro paese con dignità. Tiziana Regole, anche al Vaticano
Chiarezza e rispetto nei rapporti tra lo Stato Italiano e il Vaticano, anche
all'interno del Pd. Allontanare gli indagati dalla Giustizia sia Civile che
Penale. Maggiore attenzione per le infrastrutture, diventate, ormai, un collo
di bottiglia sulle grandi direttrici di traffico. Le considerazioni sul da
farsi sono molteplici. Dalla cultura alla consapevolezza che il rispetto delle
regole non deve consentire scappatoie di alcun tipo. Fondamentale è la difesa,
contro le lobby, di ogni provvedimento, non possiamo consentire lo squilibrio
esistente con il resto dell'Europa trà le categorie. Cesare Non sono residuale
Non dimentichiamoci dei pensionati, ritengo di non dover essere considerato un
evento residuale. Peraltro si è sempre in maggior numero. Si potrebbe chiedere
di lavorare in settori sociali e di supporto alla collettività e pertanto
migliorare la condizione che a volte è anche di percezione di abbandono ed
inutilità. Alberto Massaruti Meno precarietà Limitare a un anno (considerandolo
come periodo di prova) i contratti precari. Servono a dare fiducia ai giovani,
danno una base meno labile per accedere al credito (mutui casa, credito alle
famiglie, ecc.) e, non trascurabile, ciò permette di creare una migliore base
per la pensione consentendo, grazie al tfr, la possibilità di avere anche loro
una pensione integrativa. Ridurre le imposte ai cittadini che fruiscono di un
reddito fisso e, contemporaneamente, collegare la rivalutazione dei redditi in
base all'inflazione reale! Espulsione veloce e definitiva dei delinquenti
stranieri. Filippo Le mani e il grano Serietà e rigore con meritocrazia nella
scuola;in tutti gli atti sempre attenzione alle fasce più deboli; etica
pubblica e civile ai primi posti. Battersi per il ritorno di spessore culturale
nella Tv. Immediata Ridistribuzione sociale per cancellare l'anomalia del
"Ricco paese dei poveri". Essere sempre attenti a mostrarsi con
azioni eticamente superiori agli atti, a tutti gli atti di quel signore, che ci
fa vergognare di essere italiani, il quale mostrando le sue mani ad un
affascinato elettore ha detto "Baciale, hanno fatto
il"grano"". Santolo Sica Si va per titoli Redistribuzione
(Welfare), Detassazione lavoro subordinato, Lotta a evasione fiscale,
Abolizione di strutture obsolete (Motorizzazione Civile, Province). Non
rappresentabilità a politici con sentenze in giudicato, Diritto di famiglia
alle coppie di fatto, Stato veramente laico, scuole superiori moderne con
programmi a livelli piu' avanzati, Università baron-free con ricerca di alta
classe, Nuove politiche energetiche (nucleare, eolico), Riduzione senato/deputati,
lotta a mafia, processi veloci, conflitto interessi,
no IVA su alimentari, Authority su servizi finanziari, Meritocrazia,
Catholic-free. Giovanni Fattori Tutti paghino le tasse Primo: combattere
l'evasione fiscale, affinchè tutti paghino le tasse, specialmente l'alta
società. Secondo: dare più credito ai magistrati affinché i pezzi da novanta
paghino per corruzione, altrimenti detto i signori ricchi avendo possibilità
affogano con i loro soldi le indagini su di loro per cui dopo un periodo di tempo
nessuno ne parla più. Vivo in Canada, qui tutti paghiamo le tasse, riformate la
legge elettorale, altrimenti detto L'Italia va direttamente a finire come
l'immondizia di Napoli. Esther Rossi Ricerca e sapere. E poi... Forti
investimenti per la scuola pubblica, università e ricerca con specifiche
finalizzazioni allo sviluppo economico del Paese. Poi ci vuole uno sforzo
straordinario nella lotta alla criminalità ed in particolare contro quella che
controlla ed avvelena il territorio e la società: mafia, camorra, 'ndrangheta e
Sacra corona unit. Tarcisio Lupi Multiculturalismo e integrazione È cruciale
che il Pd metta al suo centro i temi dell'integrazione e dell'immigrazione. La
nostra società è già molto cambiata con i flussi migratori, ed il suo volto muterà
ancor più profondamente negli anni a venire. Dobbiamo capire che è un'Italia
sempre più multiculturale quella che abbiamo davanti: una questione che porta
con sé tutto la questione dei diritti, dei nuovi diritti, delle tante
intolleranze che ancora ci sono in vasti strati del Paese. Francesco.
( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
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l'edizione del Per cominciare violiamo la legge. Oliviero Beha Domenica scorsa
è accaduta una cosa insieme grave e affascinante. Dal Tg4, Silvio Berlusconi ha
inaugurato la campagna elettorale del Pdl accennando a un sondaggio che lo darebbe
al 50%. La cosa grave è che ha violato la legge sulla "par condicio",
la n. 28 del 22 febbraio 2000, con relative delibere dell'Agcom. Essa prevede
che non si possano diffondere risultati di sondaggi che non siano accompagnati
dai dati su chi ha realizzato il sondaggio, i criteri del campione, il metodo
di raccolta ed elaborazione dei dati, ecc., fino all'obbligo di renderli
pubblici sul sito web della Presidenza del Consiglio. Niente di tutto questo.
Berlusca l'ha fatto su una sua emittente - che dovrebbe essere sul satellite -tanto per ricordarci un lievissimo conflitto di interessi. E si chiama Popolo delle
Libertà. Pensa se se si fosse chiamato "Folla della Servitù"
(l'avesse fatto Veltroni, faremmo lo stesso discorso per il "Partito
Totalitario". E comunque non ha tv di sua proprietà.). Nessuno, dico
nessuno se non l'Associazione Articolo 21, ne ha parlato. Anzi, Daniela
Santanché sul Tg1 ha ripetuto quei dati impunemente. Perché? Dove sono gli
stupidi "legalitari"? Cominciamo bene, davvero.
( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
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l'edizione del Il coraggio della differenza Giuseppe Tamburrano Segue dalla
Prima Probabilmente Fini la pensa diversamente, aspira alla successione del
Cavaliere e vuole restare nel Pdl in pole position. Tanto per cambiare: alle
elezioni andranno due partiti nuovi con i loro simboli: il partito di Storace e
la "Rosa bianca". A sinistra l'accordo tra Rifondazione comunista,
Verdi e Comunisti italiani lascia in vita i partiti. La Lega sopravvive. I due
partiti personali per eccellenza, quelli di Mastella e di Di Pietro, non hanno
vocazione suicida e certamente non spariranno: sembra che Di Pietro abbia già
risolto il suo problema con Veltroni. Lo Sdi, rifiutato (incomprensibilmente)
da Veltroni, andrà alle urne con le sue insegne: il coraggio della
disperazione. Finalmente! Chissà che non sarà premiato dal 4% degli elettori
della Camera! Se le maggiori forze politiche non modificheranno i regolamenti
parlamentari sarà possibile a due o più partiti, unitisi alle elezioni,
dividersi ed essere presenti autonomamente in Parlamento. Solo i frammenti più
piccoli, imbarcati da Berlusconi nella sua lista caleidoscopio, si
accontenteranno di qualche deputato o senatore e chiuderanno bottega. Con tutti
questi dubbi e riserve, resta comunque, a mio parere, valido il giudizio che
nel sistema politico è in corso un mutamento serio. Le ombre invece si
addensano sul versante dei programmi. Dovremmo assistere ad una campagna
elettorale senza scontri e insulti. Bene! Ma il confronto civile - auspicabile
- non deve diventare confusione programmatica. Che tipo di confronto avremo? I
primi discorsi dei due leader fanno sorgere qualche interrogativo: sia Veltroni
che Berlusconi promettono meno tasse e aiuti alle famiglie. Penso che si
impegneranno per la moralizzazione della vita pubblica, per il taglio delle
spese. Probabilmente saranno d'accordo sulla riforma costituzionale
(differenziazione delle funzioni delle Camere, poteri del Presidente del
Consiglio, federalismo, ecc.). Assicureranno il rispetto della norma che vuole
non più di dodici ministri. E queste sarebbero concordanze positive. Faranno a
gara poi a chi offre più sicurezza ai cittadini? E nelle misure di stimolo
dell'economia che langue: chi sarà più ben visto dagli imprenditori
("lavoratori" anch'essi, ha detto Veltroni) Berlusconi o il
segretario del Pd? Potrei continuare con gli esempi, ma voglio venire al
nocciolo della questione. Se non ci sono programmi alternativi (e realistici)
l'elettorato può essere sconcertato e il rinnovamento del sistema politico fare
flop: e con esso il grande successo ottenuto da Veltroni. Ecco la questione: il
successo del segretario del Pd è destinato a crescere? Veltroni ha registrato
un forte aumento nei sondaggi grazie ai risultati delle primarie che lo hanno
investito segretario del Pd e per la decisione di correre "libero".
Che cosa può far aumentare ulteriormente il gradimento degli elettori e
portarlo alla vittoria se non il suo programma e la sua credibilità come leader
alternativo a Berlusconi? Se invece si inseguono con le promesse i danni
maggiori li subirà il Pd che dopo il governo Prodi è interessato in modo vitale
a diffondere l'immagine del rinnovamento. Credo che il Pd apparirà e sarà
diverso e alternativo rispetto a Berlusconi sul terreno del laicismo e della giustizia
sociale. Per laicismo intendo i temi cosiddetti "eticamente
sensibili". Solo qualche esempio: sarà difesa la "194", i Dico
saranno tirati fuori dai cassetti e via enumerando? Su questi temi Veltroni
dovrà scontare l'ostilità di una parte del suo partito e della Chiesa. Si vorrà
impegnare? Per giustizia sociale intendo prima di tutto le retribuzioni dei
lavoratori (i lavoratori-lavoratori) che sono - lo ha denunciato il governatore
della Banca d'Italia - le più basse in Europa, e il precariato e la
disoccupazione, e le misure contro il carovita. E mi fermo.
E vi sono poi problemi che si trascinano da anni come, per citarne uno solo, il
conflitto di interessi. In
conclusione: Veltroni ha fatto un grande passo sull'immagine. Per giungere al
traguardo deve farne un altro: sul programma.
( da "Unita, L'" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
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l'edizione del D'Alema: Berlusconi riconosca il valore delle cooperative Il
vice premier in visita al Ccc e a Coopsette: la sinistra non fa la guerra alle
imprese, il Cavaliere faccia lo stesso Lui le definisce "il braccio armato
della sinistra nell'economia", e conciona di un "conflitto di
interesse" che esisterebbe esclusivamente a sinistra. Invece Silvio
Berlusconi "avrebbe molti motivi per venire qui e riconoscere che le
cooperative sono un patrimonio del paese". Il ministro degli Esteri e
vicepremier Massimo D'Alema, nel suo saluto al Consorzio Cooperative
Costruzioni (Ccc) di Bologna che lo ha invitato all'inaugurazione della sua
nuova sede, va oltre la prammatica del taglio del nastro. E rivendica, per
tutte le coop che danno occupazione e ricchezza all'Italia, un riconoscimento
che venga anche da chi più le osteggia. Solo pochi giorni fa il leader del
Popolo della Libertà tornava a dire che, per quel che lo riguarda, il conflitto di interessi non esiste e che "semmai, il vero, gigantesco, irrisolto
conflitto d'interessi è
della sinistra, che ha sempre privilegiato le cooperative rosse, che sono il
suo braccio armato sul piano dell'economia". D'Alema sorride e ricorda
quando, anni fa, in campagna elettorale andò alla Fininvest a dire che quell'azienda
è "patrimonio del paese e che la sinistra non fa la guerra alle imprese.
Il leader del Pdl dovrebbe seguire quell'esempio". Infatti, prosegue
D'Alema, "le cooperative rappresentano il 7% dell'economia italiana. E se
realmente fossero il braccio di un'entità politica, non sarebbero forti come
sono. Hanno saputo vincere la sfida della ristrutturazione del rapporto tra
economia e politica, senza perdere le loro ragioni originarie. Nelle coop oggi
ritroviamo dei valori che noi consideriamo una ricchezza, e da cui attingiamo
per una grande forza riformista". Dall'Emilia dove il vicepremier, assieme
allo stato maggiore del Pd locale, visita prima il Ccc, che registra budget
dell'ordine di 2,4 miliardi, poi l'altro colosso reggiano, Coopsette, che di
miliardi ne fattura poco meno della metà, si parla di comunanza di ideali tra
coop e Partito democratico, un valore di cui essere orgogliosi:
"L'amicizia che c'è tra noi - sottolinea il ministro - non si può
cancellare, e si può essere pienamente autonomi e indipendenti nelle diverse
sfere di attività". Il che non si deve tradurre, però, in un totale
disinteresse della politica per le attività produttive del Paese. "L'idea
che l'economia non abbia bisogno della politica è una sciocchezza",
perché, alla guida della Farnesina, D'Alema sa bene "cosa ho trovato
riportando l'Italia nei paesi come l'Asia, l'America Latina, il mondo arabo,
dove non si metteva piede da anni". E può dunque rivendicare come sotto il
governo della sinistra ci sia stata "un'impressionante crescita del nostro
export: più 25 per cento in Russia, +22% nel mondo arabo, +10% in Cina: è
accaduto perché - chiude il ministro - i nostri imprenditori non si sono
trovati in Paesi dove qualcuno prima era andato a dire "siete una civiltà
inferiore" oppure "voi bollite i bambini"".
( da "Stampa, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Reportage
La lunga notte sul presunto conflitto d'interessi GIANNI
MICALETTO E' scontro in Consiglio sulla fiducia a Varnero SANREMO Dovrebbe
avere una coda (velenosa) il dibattito in Consiglio sul "caso
Varnero". Perché l'opposizione vorrebbe un'altra possibilità, dopo che,
l'altra notte, la maggioranza ha abbandonato l'aula, seguendo l'ex sindaco Leo
Pippione, per
non votare un ordine del giorno "trappola" preparato in corsa da
Forza Italia. Un documento per confermare la fiducia all'assessore al Turismo,
anziché censurarlo, nonostante le pesanti critiche sulla vicenda specifica (un
presunto conflitto d'interessi legato all'attività
della sua famiglia nel ramo della ricettività alberghiera) e in generale sulla
politica turistica. L'intento era quello di verificare sul campo la tenuta
della maggioranza attorno a Varnero, ma Pippione (forse il più dubbioso) ha
sparigliato le carte: "Non partecipo a processi senza avvocati
difensori". Prima, però, aveva invitato l'assessore a chiarirsi con il
sindaco (rimasto poi in aula fino all'ultimo) ed a fare "pulizia di tutti
questi link, perché dev'essere sì trasparente ma anche darne una chiara
percezione". "E' sorprendente la fuga della maggioranza di fronte a
un ordine del giorno per rinnovare la fiducia all'assessore Varnero", ha
tuonato Alberto Moraglia (Fi), tra i promotori del documento. "E'
vergognoso e grave - ha aggiunto Gianni Berrino (La destra) - Invito
l'opposizione tutta a non garantire più il numero legale quando la maggioranza
si ritroverà in difficoltà". "La questione resta aperta, per cui
bisogna chiarirla", ha chiosato l'indipendente Bruno Barbaro, prenotando
così un nuovo dibattito. Perché la mancanza del numero legale ha, di fatto,
invalidato la votazione dell'ordine del giorno, peraltro respinto dalla stessa
minoranza (l'unico voto favorevole è stato quello del sindaco Borea), che non
poteva fare altrimenti. Forza Italia lo ripresenterà? L'occasione è data dal
Consiglio previsto il 3 marzo per approfondire il tema del Palafiori, dopo i
numeri sviscerati l'altra sera, che danno la misura dei costi ingenti e delle
difficoltà di gestione. "E' un progetto sbagliato, nato male", ha
osservato Pippione. E Borea ha spiegato le correzioni effettuate, peraltro
criticate dalla minoranza. Tornando al "caso Varnero", gli attacchi
più duri sono arrivati dagli ex della maggioranza. Barbaro si è concentrato
sugli scambi di link, anche con portali dell'assessorato al Turismo e dell'Apt,
che interessano l'hotel Nyala e Sanremoguide, riferibili alla famiglia Varnero.
"I siti internet orientano i turisti - ha sottolineato - per cui il Nyala
ne trae vantaggio. Nel sito dell'Apt, per i pacchetti turistici a Sanremo viene
indicata solo la Nyala Wonder Travel. Io dico che tutti devono avere uguali
possibilità". Paolo Leuzzi non ha dubbi: "Io ritengo che Varnero sia
incompatibile a svolgere il ruolo che gli è stato assegnato. Ci si potrebbe
passare sopra se avesse la delega ai Lavori pubblici, ma non quella al Turismo.
Perché qualcuno della sua famiglia gestisce l'hotel Nyala e ha un'agenzia
turistica, pubblicizzata anche nei siti di associazioni sportive. Il sindaco
dovrebbe ritirargli le deleghe". Pur ammorbidendo i toni rispetto a
qualche giorno fa, anche Forza Italia non ha rinunciato a porre con decisione
la questione del conflitto d'interessi. "A mio
giudizio c'è tutto - dice Giuseppe Di Meco, ex assessore al Turismo - Varnero
deve distinguere nettamente l'azione politica dalle attività di famiglia. E dia
una bella pulita ai siti. Se queste risposte non saranno date, vorrà dire che
prima o poi qualcuno scriverà e attraverserà la strada per andare in via
Anselmi (dove c'è il Palazzo di giustizia, ndr)". "Noi vogliamo solo
chiarezza, per ridare tranquillità e trasparenza agli atti della giunta e di un
assessore in particolare", aggiunge Alberto Moraglia. Varnero è apparso
teso, provato. Così la sua replica si è ridotta a un breve intervento: "In
questi anni mi sono dedicato a tempo pieno all'assessorato, dimettendomi da
tutte le cariche. I miei familiari hanno diritto di operare, senza favoritismi
ma al tempo stesso senza penalizzazioni. E, comunque, dal luglio 2004 sono
stati interrotti i rapporti con il Comune. I link? Sono rivolti a operatori che
propongono pacchetti turistici e iniziative promozionali. Si tratta di progetti
aperti a tutti. Le aziende linkate sono quelle che vi hanno aderito.
D'altronde, ci sono leggi che distinguono nettamente le competenze delle
agenzie di viaggio e quelle degli alberghi". Varnero aveva preparato un dossier
per dimostrare che le attività turistico-alberghiere della famiglia non hanno
tratto vantaggi diretti dal suo ruolo a Villa Zirio, ma non l'ha esibito.
Perché la frenata di Forza Italia gli ha consigliato di tenere un basso
profilo.
( da "Repubblica, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Pagina VI - Bologna
IL CASO Il ministro degli Esteri all'inaugurazione del nuovo palazzo da 23
milioni di euro del Ccc D'Alema: "Come ho fatto io con
Mediaset Berlusconi riconosca il valore delle coop" LUCIANO NIGRO
"Invece di parlare di conflitto d'interesse della cooperazione, Berlusconi
avrebbe molti motivi per venire qui e riconoscere che le coop sono un
patrimonio del paese cui rendere omaggio". Massimo D'Alema parla davanti a
500 grandi cooperatori e a un pezzo della classe dirigente emiliana.
Sotto un grande tendone bianco e trasparente, davanti al palazzo tutto vetri e
acciaio da 23 milioni di euro del Ccc che ha appena inaugurato. E' qui che,
secondo il ministro degli Esteri, dovrebbe venire il leader del Pdl, seguendo
"il mio esempio, che caro mi è costato, quando andai in visita a
Mediaset". E' quasi un giù le mani da chi lavora e produce ricchezza
quello che D'Alema propone, davanti a Piero Collina, motore del Ccc e al
presidente di Legacoop Giuliano Poletti e padrone di casa e al Gotha delle coop
rosse, da Pier Luigi Stefanini dell'Unipol ad Adriano Turrini di Coop
Costruzioni, da Gilberto Coffari di Coop Adriatica a Stefano Soldati di Coop
Murri e Marco Minella della Camst. "Un mondo che produce, vitale e capace
di rinnovarsi - sottolinea D'Alema - che rappresenta il 7% del Pil nazionale e
di cui dobbiamo essere orgogliosi". Invece, aggiunge il ministro degli Esteri,
"c'è chi continua a dipingere le coop come l'espressione della prima
Repubblica, figlie di un consociativismo da cui avrebbe ricavato una fetta
della torta. Il braccio secolare della sinistra, insomma". In realtà, dice
al numero uno di LegaCoop Giuliano Poletti, "c'è stato un grande
mutamento, durante il quale le cooperative non hanno perso i loro valori. Non
siete quindi il braccio di un'entità politica, altrimenti non sareste forti
come siete". Nel salone improvvisato ci sono anche Fabio Roversi Monaco e
Guidalberto Guidi della Ducati Energia, i costruttori Luigi Marchesini,
Francesco Montanari e Luigi Melegari, i professori Ugo Ruffolo e Paolo Onofri.
E le istituzioni ai massimi livelli: mezza giunta regionale, mezza provinciale,
tanti sindaci, Sergio Cofferati in testa. Una festa per celebrare il Ccc e le
cooperative. Con ricchi doni per gli ospiti. Una tavola di Alessandro
Cervellati per Cofferati, un libro del Seicento sulla difficoltà di governare
per Errani e la ciliegina per D'Alema: la prima enciclopedia della navigazione,
un testo raro del Cinquecento. Valore? "Un migliaio di euro", dicono
al Ccc. Se è così D'Alema dovrà lasciarlo alla Farnesina perché supera il tetto
dei 300 euro fissato dal governo per i doni personali.
( da "Repubblica, La" del 13-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Pagina XI - Bari
L'INTERVISTA L'analisi del sociologo Franco Cassano: "C'è da recuperare la
fiducia nelle istituzioni" "Ma in Puglia la parola giustizia deve
diventare un valore condiviso" Rispetto all'intero Mezzogiorno la nostra
regione ha fatto un lavoro migliore, ma non è sufficiente Certo la fine di
Punta Perotti è stata una vittoria smorzata però dalla lentezza della
burocrazia ANTONELLA GAETA Quando invita a "costruire territori di senso
intorno alla parola legalità" l'immagine cui si riferisce il sociologo Franco
Cassano è assai concreta e quotidiana. Una domenica mattina a Punta Perotti,
nel parco che s'attende, i genitori raccontano al loro bambino la storia delle
piste ciclabili e di quei giochi che sta utilizzando. "Perché la legalità
è fatta di piccoli gesti e non di prediche, è una battaglia molecolare sul
senso comune che si fa spostando ogni giorno anche solo un filo di paglia, da
una parte all'altra". Bari apre un mese di eventi intorno ai temi di
giustizia e legalità. A che punto è la Puglia? "Credo che abbia fatto un
lavoro migliore rispetto a quello di altre regioni meridionali, è evidente.
Come insegna anche l'apprezzamento di Montezemolo, chi vuol fare deve
concentrare il proprio impegno sugli aspetti positivi e pensare al futuro. La
Puglia ha energicamente contrastato la criminalità negli anni Novanta e lo ha
fatto in modo significativo. Ma è un regione sempre in bilico, sempre lì lì tra
il grande salto e la ricaduta. Nel Mezzogiorno non ci si salva da soli e la
Puglia in questa battaglia non può stare tra parentesi". Com'è cambiata la
percezione di legalità in questi anni? "Mantiene sempre un grande
significato. è un bene comune. Una società fatta di regole condivise è
migliore, funziona meglio e dà più certezze, benessere, possibilità di lavoro e
investimento. Proprio l'incertezza che scaturisce dal mancato rispetto delle
norme caratterizza i nostri tempi, è un furto alla speranza". Che colpisce
soprattutto i giovani. "è la loro mobilitazione che è in grado di dare
maggiore speranza nel futuro ma spesso accade che si rassegnino al mancato
rispetto delle regole e scelgano di andar via. La peggiore categoria da
combattere è quella dei furbi e non occorre scomodare Prezzolini per ricordare
che sono la grande debolezza degli italiani, nella loro presunzione di essere
migliori degli altri e di fregare il prossimo. Chi supera una persona nella
fila introduce una violazione del diritto altrui. Va da sé che quando emerge il
furbo si va verso il peggio". Ha detto che la "forza più scarsa del
nostro tempo è la fiducia nel presente". "Prendiamo il caso di Bari.
La battaglia per Punta Perotti è stata compiuta, è probabile che in altre
regioni non si sarebbe neppure fatta ma i tempi sono stanti lunghi. Tutto qui
viene fatto con una lentezza impressionante. Ti sembra di aver risolto il
problema di Punta Perotti che ti si è aperta la voragine di piazza Battisti e
sullo sfondo continui ad avere il Margherita in quelle condizioni. è falsato il
rapporto tra efficienza organizzativa e capacità di solidarietà tra soggetti.
Ad avere la meglio è spesso la guerriglia del reciproco scaricare
responsabilità e passi in avanti non se ne fanno". Pensa al Petruzzelli?
"Ma certo, non si possono aspettare diciassette anni per ricostruirlo.
Questa non è illegalità ma è quello strano gioco di paralisi reciproche, del
quale parlavo. Si è andato avanti facendo un uso distorto dello strumento
legale, aggiungendovi conflitti tra classi dirigenti e interessi politici". Il suo homo
civicus come si muove, dunque, in questa realtà? "Ma ha bisogno di fiducia,
si mobilita perché ha bisogno di cambiamento, ma tutto non può limitarsi solo
al movimento di idee. A un certo punto esse devono ingranarsi con i meccanismi
istituzionali. Ha bisogno di risposte da parte delle istituzioni, si
aspetta che le battaglie civili facciano risultato. E che un parco sia aperto
al più presto a Punta Perotti. Serve, perché un altro pezzo del suo percorso
sia compiuto".
( da "Corriere della Sera" del 13-02-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Prima Pagina - data: 2008-02-13 num: - pag: 1 autore: di
PIERLUIGI BATTISTA categoria: REDAZIONALE I CASI FERRARA E PANNELLA UN GESTO
GENEROSO I partiti non sono prodighi di gesti generosi, figurarsi in campagna
elettorale. Ma, se invece prestassero una parte dei loro (ancora) formidabili
apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a
raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie,
non renderebbero la prossima contesa più ricca, più colta, meno asfittica? I
grandi partiti che finalmente si aggregano sui programmi secondo un ferreo
schema bipolare con accanto due drappelli autonomi, uno
radicale e un altro impegnato in una combattiva "lista per la vita ",
che tengono acceso il libero conflitto delle idee, che si battono sui valori e
sui princìpi, fuori dalla prigione degli schieramenti: è così bizzarro immaginare
che la politica italiana potrebbe ricavare qualche vantaggio da una campagna
elettorale così nuova e sorprendente? Le liste di Pannella e Ferrara
sono una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un
territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita
di posizione che diventa fatalmente cruciale nell'instabilità frammentata in
cui è appena affondata una legislatura. Sono piccole per dimensioni e
struttura, ma conservano il talento di promuovere grandi idee e battaglie
civili che i partiti candidati a governare l'Italia sono costretti a scolorire
e depotenziare. Salvaguardano il senso di un'identità forte, mentre le grandi
aggregazioni finiscono necessariamente per annacquarla. Sottolineano una differenza,
mentre i partiti a "vocazione maggioritaria" si affannano
comprensibilmente a ridurre le diversità che rischiano di trasformarsi in
occasioni di inconciliabilità tra segmenti opposti dell'elettorato. Mobilitano
opinioni mentre i grandi partiti sono, e beninteso non è un male, sensibili al
linguaggio degli interessi. Se Ferrara e Pannella
andassero da soli si allenterebbe inoltre sulle loro creature il cappio delle
raffigurazioni caricaturali alimentate e inasprite dalla pregiudiziale
inimicizia di schieramento. Potrebbero dimostrare con più facilità di incarnare
entrambi la bandiera di temi culturali importanti, che investono con la loro
carica etica i dilemmi che quotidianamente interpellano la coscienza degli
italiani moderni. Sarebbe più difficile dipingere Pannella come un mangiapreti
maniacale e bulimico di anticlericalismo (particolare non secondario
nell'impossibilità di un incontro con il Pd pure auspicato da Michele Salvati)
e Ferrara come l'apice di un neocattolicesimo reazionario succube dei proclami
vaticani. Caricature grottesche, appunto. Veltroni e Berlusconi sono chiamati a
convincere gli italiani della bontà e ragionevolezza della loro agenda di
governo. Non avrebbero nulla da perdere dalla presenza autonoma di liste che
trovano la loro ragion d'essere nei temi della vita, della bioetica, dei
diritti della persona, della buona morte e naturale, dello statuto del
concepito, dei limiti e delle potenzialità della tecnoscienza, della laicità,
dei valori che modellano i comportamenti e le scelte di vita. La civiltà di un
bipolarismo maturo che si abitua alla pratica democratica dell'alternanza di
governo non può temere il soffio vitale delle "guerre culturali "
condotte con passione ideale e rispetto per l'avversario. E che resterebbero
decisive anche se non riuscissero a raggiungere un risultato parlamentare
utile. Provarci: perché no?.
( da "Corriere della Sera" del 13-02-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-02-13 num: - pag: 5 categoria:
REDAZIONALE "Io andai a Mediaset" D'Alema a Silvio: venga alle Coop
MILANO - "Ah perché, sono sue le coop?". Scherza, ma non troppo,
l'"azzurro" Guido Crosetto, commentando l'invito di Massimo D'Alema a
Silvio Berlusconi perché venga a "rendere omaggio alla cooperazione".
Il vicepremier, inaugurando la nuova sede del Consorzio Cooperative Costruzioni
a Bologna, si è lanciato in un elogio per questa "grande risorsa del
Paese, mai considerata come un braccio armato della politica". E visto che
"Berlusconi parla delle coop come un conflitto di interessi della sinistra, venga qui a
vedere, a rendersi conto". Invito seguito da un amarcord: "Berlusconi
segua un esempio che mi è costato molto caro: la visita a Mediaset di molti
anni fa". Parallelo incongruo, per Crosetto: "Berlusconi non vuole
chiudere le coop, mentre all'epoca D'Alema mi sembra che avesse qualche
intenzione di farlo, con Mediaset. Però, se ha tempo, Berlusconi farebbe
bene a fare una visitina. Fa molta presa sulle massaie e sulla gente comune,
guadagnerebbe il 30 per cento dei voti". Può darsi, ma Gianni Baget Bozzo
sconsiglia vivamente il Cavaliere dal metterci piede, perché le coop "non
sono un'esperienza di libertà, ma di privilegio". All'epoca, spiega,
"D'Alema andò a Mediaset perché voleva far capire che non aveva intenzione
di sopprimere la libertà del suo principale oppositore. Oggi la sinistra non ha
motivo di temere: Berlusconi, quando è stato al governo, non è mai intervenuto
sulle coop". Cosa che dispiace a Baget Bozzo: "Certo, ha fatto molto
male, questo è un limite grave: doveva intervenire per liberalizzare ed
eliminare i privilegi fiscali". "Ha un bel coraggio D'Alema - rincara
la dose Carlo Giovanardi -. Ce li ricordiamo tutti i grandi monopoli nelle
regioni rosse, gli intrecci con la politica, le coop con scopo mutualistico che
usano i benefici fiscali per scalate bancarie, vedi Unipol". Giovanardi
cita Falce e Carrello, il pamphlet anti-coop di Bernardo Caprotti, titolare
Esselunga e grande amico del Cavaliere. E già che c'è, anche il suo libro: La
Coop sei tu, chi può fare di più? dedicato a un tema che non può che
ossessionare un emiliano di centrodestra: "Fossi nei panni del Cavaliere
girerei alla larga, altro che invito. E quando saremo al governo, bisognerà
intervenire per eliminare i monopoli". Nel Pd l'invito piace anche a
sinistra. A Massimo Brutti - "Una piccola provocazione che è anche un modo
per far cadere un pregiudizio" - e a Vincenzo Vita. Che però lancia una
stoccatina a D'Alema: "La sua visita a Mediaset fu coraggiosa. Fu invece
eccessiva e enfatica la definizione di Mediaset come un "patrimonio
universale"". Chi non apprezza affatto l'invito è Cesare Salvi,
fuoriuscito dai Ds per approdare alla Sinistra Arcobaleno: "Va bene dire
no alle demonizzazioni e dialogare. Ma questo clima da grandi intese non va
bene. Bisogna essere alternativi, ognuno stia al suo posto. Perciò evitiamo
certi inviti reciproci". '96 D'Alema a Mediaset Alessandro Trocino.
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
13-02-2008)
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Prov Gallura Pagina
8049 Porto Rotondo. Allarme alla Certosa per un residuato bellico, ritenuto del
tutto inoffensivo Una bomba nel giardino di Berlusconi Porto Rotondo.. Allarme
alla Certosa per un residuato bellico, ritenuto del tutto inoffensivo --> La
bomba, questa volta, alla Certosa c'era veramente. Nessun falso allarme, dopo
la segnalazione da parte di un giardiniere che lavorava proprio a ridosso della
tenuta di Silvio Berlusconi. Dal terreno, intorno alle 15 di ieri, è spuntato
infatti un inquietante oggetto, l'ogiva di un proiettile di artiglieria.
L'operaio ha immediatamente avvertito i carabinieri e intorno alla residenza
del leader di Forza Italia è iniziato il movimento di carabinieri e poliziotti,
in attesa dell'arrivo degli artificieri dell'Arma da Sassari. Il personale
della stazione di Porto Rotondo si è occupato, insieme ai colleghi della
Compagnia di Olbia, della delimitazione di una vasta area, intorno alla tenuta,
interdetta a qualsiasi tipo di attività. Visto il tipo di ritrovamento e, soprattutto,
il sito interessato dal piano di emergenza, ieri pomeriggio a Porto Rotondo,
per le forze dell'ordine c'è stato molto da fare. Le persone che avevano
infatti ritrovato e segnalato l'ogiva, non potevano sapere l'origine
dell'ordigno e soprattutto se si trattava di un proiettile ancora efficiente.
Gli artificieri hanno provveduto a rimuovere il residuato bellico con tutte le
precauzioni del caso. Alla fine, poco prima delle 16, gli specialisti dell'Arma
hanno stabilito che l'ogiva in questione non era altro che il nocciolo
perforante di un proiettile d'artiglieria della seconda guerra mondiale. Un
oggetto assolutamente innocuo privo di tutte le parti che, originariamente, ne
facevano un munizionamento per armi pesanti. Nel tardo pomeriggio, alla Certosa
e nell'area interessata dalle operazioni, nel cuore di Porto Rotondo, la
situazione era già tornata alla normalità. I carabinieri, sentiti i giardinieri
che hanno lanciato l'allarme, potrebbero avere già tutti gli elementi per una
spiegazione definitiva dell'episodio. Probabilmente l'ogiva è arrivata nei
giardini in via di sistemazione intorno alla tenuta di Berlusconi, insieme alla
terra caricata in un'altra località di Olbia, area di raccolta nelle vicinanze
della zona industriale, su un camion che proprio ieri ha scaricato il materiale
destinato alle aiuole. Ai giardinieri non è sfuggita la
parte del proiettile che spuntava dal terreno. Il ritrovamento di materiale di
questo tipo è abbastanza frequente, soprattutto nelle zone della Gallura dove,
durante il secondo conflitto mondiale, più intensa è stata l'attività bellica.
( a. b. ).
( da "Liberazione" del 13-02-2008)
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Nuove banche di
investimenti e un vasto programma di privatizzazioni nel Paese Sorpresa, agli
ayatollah piace il capitalismo così l'Iran si prepara alle elezioni politiche
Sabina Morandi La notizia campeggiava ieri sulle prime pagine dei giornali
economici di tutto il mondo: Teheran si prepara ad aprire tre nuove banche
d'investimento, ufficialmente "per lottare contro le sanzioni" volute
dagli Stati Uniti, come ha dichiarato Heidari Kord Zangeneh, ministro delle
finanze ma soprattutto responsabile del vasto piano di privatizzazioni. Sì
perché, in realtà, il progetto di privatizzare banche, industrie e
telecomunicazioni è già in moto da parecchio tempo ed è proprio a causa del
malcontento popolare suscitato dall'applicazione delle prime riforme economiche
che si deve il successo dell'integralista Ahmadi Nejad. Ma la propaganda non
deve far dimenticare che, sotto i proclami religiosi e patriottici, si agita
quella che una volta si chiamava lotta di classe, perfino nell'Iran degli ayatollah.
E se la suprema guida spirituale del Paese - attualmente Alì Khamenei -
dichiara che la privatizzazione "è il modo più efficace" di
controbattere alla "guerra economica" scatenata dall'Occidente, non
lo fa solamente per strizzare l'occhio alle emergenti potenze asiatiche,
invitate ad approfittare dei saldi delle grandi compagnie statali iraniane, ma
è la testimonianza diretta che, anche in Iran, si sta consumando una lotta
senza quartiere fra statalisti e fautori della globalizzazione. Com'è noto "l'altro"
non è mai monolitico come sembra e non lo è nemmeno la Repubblica islamica che,
va ricordato, è nata da una sollevazione popolare e non dai progetti del clero
sciita tradizionale che all'epoca era quasi tutto in esilio. E' una distinzione
importante che consente di cogliere contraddizioni e potenzialità di un
esperimento del tutto nuovo, soprattutto per gli sciiti che sono sempre stati
un po' gli outsider dell'Islam. Quelli che cacciarono lo Scià insieme ai
partiti della sinistra e che poi sconfissero le correnti laiche, erano giovani
estremamente politicizzati che volevano imporre la guida di un Islam radicale
con forti connotazioni sociali anche contro la volontà dei clerici in esilio -
ancora oggi alcuni alti esponenti tradizionalisti condannano la commistione tra
religione e politica caratteristica dell'Iran. Ma gli estremisti vinsero e si
rafforzarono durante la guerra con l'Iraq che legittimò l'autorità dei pasdaran
pretendendo dall'esercito popolare dei volontari un tributo di sangue senza
precedenti. Da allora il potere dei pasdaran è così cresciuto da dare vita a
una sorta di "Stato nello Stato", forte del proprio complesso
militare, industriale sociale ed economico. Alla morte di Khomeini, il posto di
Guida suprema che era stato modellato sulla figura dell'ayatollah, restò
vacante. Prima di nominare il suo successore, Ali Khamenei, venne messa in atto
una riforma istituzionale che comportava un drastico ridimensionamento del
rango e dell'autorità della Guida suprema, decisamente più limitati di quanto
si ritenga in Occidente. La Repubblica islamica è retta in modo collegiale da
una sorta di oligarchia che rappresenta gli interessi
di vari strati della popolazione, secondo una modalità che riflette più le
tradizioni persiane che quelle islamiche. Gli organi elettivi - il Parlamento,
il presidente della Repubblica e l'Assemblea deglii esperti che elegge la Guida
suprema - consentono la gestione collegiale del potere anche se tutto avviene
in modo niente affatto trasparente. Il conflitto mai
risolto dai tempi della rivoluzione del '79 è, come ovunque, quello fra gli interessi degli strati alti - i vecchi
latifondisti e la nuova borghesia compradora - e quelli delle masse impoverite
o rurali che non sono state toccate né dalla modernizzazione dello Scià né
tantomeno dai profitti del petrolio. Le classi popolari avevano
riversato le loro speranze di rivalsa sociale proprio nella rivoluzione
islamica radicale ma sono stati duramente colpiti dagli effetti dalle riforme
liberiste dell'economia. Non è un caso che la vittoria elettorale dell'attuale
presidente sia arrivata dopo un periodo di profonde trasformazioni economiche
che hanno ulteriormente impoverito gli strati più poveri. Abbiamo così il
paradosso di una forza laica e popolare - appunto i pasdaran - che si
contrappone ai tentativi di modernizzazione guidati dall'alto clero,
culturalmente più vicino all'Occidente (almeno sull'economia) e decisamente più
prudente nella politica internazionale. Il problema di Ahmadi Nejad è stato lo
stesso di ogni leader radicale del pianeta: una volta salito al potere, nel
2005, si accorto che gli spazi per difendere una concezione purista della
rivoluzione islamica erano quasi inesistenti a parte la sfera privata - vedi la
stretta sui costumi e sulle donne - e il buon vecchio nazionalismo. Terreno su
cui Bush si trova perfettamente a suo agio tanto da prendere la palla al balzo
per alimentare l'ennesima crisi che, con perfetta simmetria, Washington usa per
far dimenticare ai propri cittadini la catastrofe economica esattamente come fa
il presidente iraniano in quel di Teheran. Ma in Iran la sicurezza nazionale
viene presa molto sul serio e l'apparato non ha perdonato ad Ahmadi Nejad di
avere esposto il paese alle ritorsioni occidentali. Nel 2007 il presidente si è
dovuto impegnare a respingere gli attacchi di gran parte dell'establishment
politico che sono culminati nella richiesta di impeachment formulata da alcuni
gruppi parlamentari. Peccato che a Capitol Hill non abbiano fatto altrettanto.
Le elezioni parlamentari di marzo potrebbero dare luogo a inaspettati
cambiamenti anche perché il governo è in forte difficoltà, come si evince dalla
pesante epurazione che sta esercitando sulle liste dei candidati. Malgrado ciò,
i commentatori vedono queste elezioni come un'occasione per spostare gli
equilibri parlamentari di nuovo a favore dei moderati, sempre naturalmente che
le isterie occidentali non finiscano col dare una mano a un Ahmadi Nejad in
evidente crisi di consenso. Ma, come Bush sa bene, le guerre fanno miracoli.
13/02/2008.
( da "Liberazione" del 13-02-2008)
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d'interessi
Tra la gente, la
campagna elettorale che vorrei Cancellare la Resistenza è cancellare la Storia
Invece di Spinoza rileggiamo Giordano Bruno Elezioni Dalla parte dei deboli
Cara "Liberazione", auspico una campagna elettorale, vivace, ma
educata, intelligente, rispettosa, e che sia centrata sui problemi dei
cittadini più deboli, e più bisognosi. Una campagna elettorale che discuta dei
grandi temi da risolvere in Italia, nuova legge elettorale,
conflitto d'interessi,
difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del raggruppamento dei partiti,
della troppa burocrazia, della mafia, della malavita organizzata, dell'evasione
fiscale, della sicurezza, rilancio dell'economia, del rispetto dell'ambiente,
dei diritti civili... Quello che vorrei e che auspico è che la campagna
elettorale sia fatta in mezzo alla gente e con la gente, per sentire in
particolare i cittadini più penalizzati e i più deboli della nostra società,
dai lavoratori, ai pensionati, ai malati, agli anziani, ai diversamente abili.
Da questi emergeranno sicuramente il bisogno di più sicurezza dentro e fuori
casa, i posti di lavoro, i prezzi elevati dei beni consumo di prima necessità,
il costo della vita troppo elevato, stipendi bassi, pensioni basse. Anche se
bisogna riconoscere al governo di centrosinistra di aver fatto tante cose buone
per il sociale e per le persone più bisognose. Bisogna però fare molto di più,
nella campagna elettorale c'è bisogno di coinvolgere il maggior numero
possibile di persone, in particolare giovani, favorire e invogliare la loro
partecipazione, per elaborare assieme a loro progetti per la sicurezza,
progetti per prevenire incidenti sul lavoro, progetti per prevenire incidenti
stradali, progetti per l'educazione alla legalità, al rispetto delle regole,
progetti in cui far sì che i servizi sociali diventino sempre migliori, dalla
sanità alla scuola, ai trasporti, ai servizi socio assistenziali sul
territorio. Poi bisogna aumentare subito i salari dei lavoratori dipendenti che
sono troppo bassi, le pensioni, diminuire anche le tasse da subito, poi
progetti di gestione della cosa pubblica e privata, per far sì che la politica
non sia un costo, ma una risorsa. C'è bisogno di una politica alta, vera,
onesta, trasparente, priva di interessi personali, una
politica che sia al servizio dei cittadini, degli interessi
generali, una politica che abbia a cuore il bene comune degli italiani... Con
obiettivi che devono essere quelli di costruire e raggiungere una società più
equa, più giusta, migliore, piena di diritti e di valori veri per tutti.
Francesco Lena Cenate Sopra (Bg) Partito democratico Vogliono un paese senza
ideali Cara "Liberazione", il Partito democratico nella stesura dello
statuto dimentica di essere antifascista e cancella la Resistenza dalla sua
memoria storica. I giornali ne hanno dato ampio spazio, quando ho letto ho
pensato: "Ma come fanno tante compagne e tanti compagni che hanno vissuto
nel Pci - partito che ha contribuito massicciamente alla lotta di Liberazione
pagando un prezzo enorme in termini di morti e feriti - e che hanno vissuto con
gli insegnamenti e la coerenza politica di persone che hanno lottato duramente
per la libertà a dimenticare, a cancellare la Resistenza e a paragonarla come
An alla Guerra Civile?". Il percorso è quello di cancellare tutto, per
costruire un paese in cui tutto sommato si sopportano il liberismo sfrenato, le
privatizzazioni, il capitalismo e gli industriali sono considerati dei
poveretti perché rischiano nell'investire e quindi l'area di recupero
elettorale è quella centrista. Francamente cancellare quella che è stata la
Resistenza che ha permesso di scrivere la Costituzione e il sacrificio di
quelli che hanno lottato per la libertà è costruire un paese senza prospettive,
senza ideali. Renato Nuccio Candelo (Bi) Falce e martello La grafica è il
significato Cara "Liberazione", sono pienamente d'accordo con i compagni
che sostengono la necessità che il nuovo soggetto unitario della sinistra debba
individuare i capisaldi programmatici e morali come "primissimo"
ordine di problemi da superare per darci una identità condivisa forte e
inequivocabile. Mentre penso che, per quanto riguarda il simbolo con il quale
presentarci, data l'immediatezza della scelta, credo che si debba
momentaneamente soprassedere per evitare una scelta affrettata che potrebbe
essere dannosa per l'obiettivo "consenso elettorale" (le scorciatoie
sono sempre piene di insidie). Secondo me, ora sarebbe opportuno presentarci
con un simbolo che contiene oltre a la Sinistra l'Arcobaleno anche i simboli di
tutti i partiti che si riuniscono. Quando diciamo simbolo, non ci siamo mai
riferiti ad una composizione grafica avulsa dal significato che può avere, per
noi simbolo ha sempre significato rappresentazione degli elementi fondanti di
un partito (quasi come valore di "Costituzione grafica"). In seguito,
con la dovuta calma, sarà tanto difficile cercare di realizzare un simbolo che
leghi i temi del lavoro, della giustizia sociale e della pace contaminati dal
simbolo di un moderno ambientalismo e sviluppo sostenibile? Luciano via e-mail
Serve qualcosa di nuovo Cara "Liberazione", questa lettere in difesa della
presenza della falce e martello nel simbolo comune della Sinistra l'Arcobaleno
non le condivido per niente. L'idea di una sinistra unita può esistere solo se
c'è davvero la volontà di costruire qualcosa di nuovo, di aperto, di plurale
appunto. Conosco alcuni compagni che, proprio per la scelta di provare a
correre con un simbolo nuovo, si sono rimessi a fare politica nella sinistra. I
quattro simbolini nel logo elettorale sarebbero davvero fuori luogo. Anzitutto
non si vedrebbero nella scheda elettorale, e poi darebbero l'impressione di una
confederazione politicista, di una coalizione di partiti minoritari chiusi.
Invece il simbolo della Sinistra l'Arcobaleno mi pare un buon biglietto da
visita: colorato e innovativo. Amedeo Saletti Mortara (Pv) Tesoretto La battuta
di Tps Cara "Liberazione", quel buontempone di Padoa Schioppa ha
dichiarato che "non c'è nessun tesoretto". Evidentemente si tratta di
una battuta, anche se di cattivo gusto. Se così non fosse dovrei pensare che
Prodi, Giordano, Ferrero ecc. ci hanno raccontato un sacco di
"balle". Ricordo che anche l'insaziabile Luca Montezemolo aveva detto
che voleva anche lui la sua parte, dimentico della valanga di soldi che abbiamo
dato a lui e alla sua categoria con il cuneo fiscale, senza contare tutte le
altre regalie... Livio Valmassoi Pieve di Cadore (Bl) Dibattito La natura
"divina" di Giordano Bruno Caro direttore, colgo il tuo invito alle
"dispute filosofiche" e mi collego alla critica di Iannaco sul
presunto nesso Marx-Spinoza, difeso invece da Riotta. A proposito di
materialismo ricordo che E. Severino ha sostenuto che "Spinoza distingue
ciò che esiste necessariamente, cioè non è mai inesistente, ed è Dio, l'Eterno,
da ciò che invece non esiste necessariamente, nel senso che non è sempre esistente
ed è l'insieme delle "cose prodotte da Dio", esistenti nel
Tempo" (citazione di Severino tratta dal suo articolo "Spinoza, Dio e
il Nulla", pubblicato sul "Corriere della Sera" del 30 giugno
2007). Una distinzione che si basa sulla convinzione che "le cose del
mondo sono nulla". Tale negazione del finito si ritroverà in Hegel prima e
in Heidegger poi, secondo una logica che può arrivare a giustificare
l'annientamento di milioni di persone perché la loro esistenza non è
necessaria: l'esistere è uguale al non esistere. Piuttosto che in Spinoza
quindi, per la sinistra sarebbe meglio trovare riferimenti in Giordano Bruno,
nel quale, ben diversamente, è la natura stessa ad essere "divina":
un pensiero dal quale non può derivare alcuna giustificazione intellettuale
allo sterminio. Livia Profeti via e-mail 13/02/2008.
( da "Stampa, La" del 13-02-2008)
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Retroscena Cosa c'è
nella bozza del programma L'Italia in salsa francese sognata dai democratici
"SCELTE NETTE E RADICALI" Presidente che governa, solo 470 deputati,
Senato federale Presidenzialismo, il Pd scopre le carte ROBERTO GIOVANNINI Il
leader ha chiesto ai saggi di indicare proposte senza mediazioni ROMA
1Semipresidenzialismo Più poteri al Presidente Per il Partito democratico, la
forma di Stato e di governo che meglio servirebbe al nostro Paese sarebbe
quella del semipresidenzialismo alla francese. Il Presidente della Repubblica,
quindi, sarebbe eletto dal popolo e avrebbe i poteri che oggi ha
Sarkozy.2Efficienza Iter più spedito Altri provvedimenti riguardano l'iter
delle leggi. I disegni di legge del governo dovranno essere approvati entro due
mesi dalle Camere. Inoltre, in caso di contrasto tra le camere sulle leggi non
costituzionali prevarrà il voto della Camera. 3Partecipazione Voto ai minori
Previsto un abbassamento dell'età minima per votare a sedici anni. La tutela delle
minoranze in Parlamento sarà garantita da uno Statuto dell'opposizione. Inoltre
sarà possibile il referendum propositivo se viene ignorata una legge di
iniziativa popolare.4Walter Veltroni dice da mesi che vuole una "politica
che decida": e ai suoi "saggi" al lavoro per preparare il
programma del Partito Democratico ha chiesto di elaborare proposte shock anche
sul fronte della riforma della politica. Il lavoro degli esperti ancora non è
terminato, ma nella bozze del documento programmatico si descrive un ridisegno
radicale del sistema istituzionale del paese. Se si tramutasse in realtà, la
politica italiana riveduta e corretta in salsa veltroniana assomiglierà
moltissimo alla Francia della Quinta Repubblica: un Presidente della Repubblica
"dotato di poteri di governo", una Camera con soli 470 deputati molto
più forte del Senato federale composto da 100 membri designati e non eletti, un
sistema elettorale uninominale a doppio turno. Non mancano però incursioni nel
sistema britannico, come la sostanziale inemendabilità della legge Finanziaria
dopo un primo esame parlamentare. E poi, via libera al referendum propositivo, norme contro tutti i conflitti d'interesse, il diritto di voto ai
sedicenni, l'abolizione delle Province o degli enti intermedi. Insomma, finita
la legislatura, finita la coalizione dell'Unione, finita la stagione dei
compromessi. Walter Veltroni si può gettare alle spalle tutte le proposte
forgiate - come il "Vassallum" o il modello tedesco - per
cercare consensi trasversali. Il Pd che "può fare da solo" senza
cercare intese e accordi si prepara alla "legislatura costituente"
che immagina riscoprendo le idee e le soluzioni istituzionali da sempre più
care al segretario del partito, che sin dagli anni '
( da "EUROPA.it" del 14-02-2008)
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d'interessi
ARNALDO SCIARELLI
Per combattere il trasformismo, eredità di 126 anni lasciataci dalla sinistra
storica, bisogna "essere", come in fin dei conti ha detto Veltroni a
Spello. Liberi più che soli, perché parlare e sorridere in solitudine è
difficile. Le affermazioni di Giordano, se non ci fossero precisi interessi elettorali in termini di esistenza, potrebbero
politicamente intenerire, sembrano sindacalese ingenuo di primo pelo. Il
desiderio di conservazione di falce e martello da parte di Diliberto è come un
desiderio di Peter Pan che non ha approfondito Terzani. E progettare un governo
nell'interesse generale del paese è una cosa seria per un team di
professionisti che devono alla fine operare una sintesi per il bene comune.
Progetto non confuso e confusionario, a prescindere dai risultati economici
obiettivamente ottenuti in questi 20 mesi, come l'alleanza ancora in corso che
ha vinto, e non numericamente, le elezioni del 2006. Non qualunquista come le
affermazioni del centrodestra, sotto il vestito niente e solo luoghi comuni.
Questi signori, dopo aver sconquassato l'Italia per cinque anni, affermano che
alla fine vogliono solo quattro liste, oltre a quella storica dei pensionati!
L'aggregazione liberale-postfascista Forza Italia e Alleanza nazionale, il
marchio cristiano dell'Udc nel quale si dice venivano risposte le speranze di
una parte del clero, il presunto marchio federalista della Lega, compendio
qualunquista sostanzialmente razzista, e la variegata galassia da Forza nuova a
Storace, da Storace ai democristiani di Rotondi, da questi ai cosiddetti
Liberaldemocratici di Dini e da loro ai presunti socialisti del vecchio nuovo
Psi rimasto a destra. Mastella a parte ancora indeciso. Quando Berlusconi,
Bonaiuti e Scajola, con i post fascisti ed i leghisti un po' razzisti e Casini
parlano di valori comuni si può solo ridere. Quando questo concetto viene poi
confermato da diniani, mastelliani e dalla galassia succitata si avverte la
sensazione di essere pervasi da un gas esilarante: i valori comuni, checchè se
ne dica, sono solo un'ammucchiata qualunquista. Il Partito democratico e le
forze politiche che condivideranno liberamente il nostro programma dovranno
urlare queste cose in televisione, per le strade, sui manifesti, nei dibattiti:
i giornali li leggono in pochi e quei pochi sono già in gran parte orientati. L
'apparato berlusconiano vuole vincere le elezioni solo per continuare a
tutelare se stesso ed il proprio leader. E quindi promette economia sociale e
liberismo, il presunto federalismo voluto dalla Lega condito dalla difesa
etnica, sicurezza ed ordine pubblico per la destra, il rinvigorimento dei
valori cristiani con scelte conservatrici per una parte del cattolicesimo
italiano, meno tasse e servizi di maggior qualità e conti pubblici migliorati,
e quindi tutto ed il contrario di tutto in un'orgia di qualunquismo da
"abbuffata ferreriana". Ovviamente ciò pur di mantenere Retequattro ed evitare una legge seria sul conflitto di interesse
e norme autenticamente democratiche in altri settori. Purtroppo il
centrosinistra ha commesso un errore gravissimo non occupandosi di queste cose
in 20 mesi di governo. La destra offre oggi una "qualunque minestra di
verdure miste riscaldata", senza anima e senza sapore, per tentare di
riempire lo stomaco producendo coliche. Noi abbiamo deciso di offrire
agli italiani un menù digeribile e veloce che possa nutrire in maniera sana il
paese, condividendolo con chi ha i nostri stessi gusti. Siamo una forza
progressista, né potrebbe essere diversamente, rispettosa delle libertà altrui
esercitate nel rispetto della legge. Siamo una forza riformista, né potrebbe
essere diversamente, conscia che gli accordi o le soluzioni condivise sono
altra cosa e che il riformismo è un divenire politico continuo nell'interesse
generale. Siamo un partito che userà la moderazione come capacità di spiegare chiaramente
e programmare i cambiamenti necessari da realizzare a vantaggio del paese ed in
particolare di coloro che oggi sopravvivono e non hanno certezza di futuro. La
gente, i giovani e le donne, che sono il vero futuro, capiranno presto.
( da "Quotidiano.net" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
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Annunci legali BOLOGNA/ IL PREMIO NOBEL SI SCATENA Fo : "La Chiesa non
paga le tasse E Berlusconi non lo beccano mai..." Monologo al vetriolo del
premio Nobel, Dario Fo, al teatro delle Celebrazioni di Bologna per la
presentazione del suo spettacolo "Sotto paga! Non si paga!".
Durissimi attacchi anche a Mastella e al centro sinistra. Commenta Commenti
Invia commento Segnala ad un amico 13/02/2008 19:22 M, provincia di FI ecco un
motivo per essere d'accordo con l'eutanasia!! si ricorda il vecchio che anche
quella "simpatica" signora di sua moglie era al governo? 13/02/2008
19:13 M, provincia di PG Chi ha dato il nobel a quello doveva essere ubriaco o
pazzo. Il guaio della democrazia e'che qualunque cretino puo' sparare cavolate,
offendere, denigrare impunemente. Meno male che almeno li stiamo buttando fuori
dalle...tasche, i suoi compagni, lui 13/02/2008 19:04 M, provincia di LU Dario
non ha avuto il nobel per raccomandazioni ecclesiastiche, ma per valore
proprio. Avessimo il coraggio che ha la Svezia, popolo di baciapile in pubblico
e ladri, evasori, lussuriosi in privato, con il benestare papale. Io sono
cittadino italiano non suddito del vaticano 13/02/2008 19:00 M, provincia di BG
ora manca Benigni per essere al completo di co.... 13/02/2008 19:00 M,
provincia di GR sei un vecchio giullare blasfemo e rincoglionito. sirio
13/02/2008 18:54 M, provincia di SS Dai commenti si vede quanto la destra odi
gli intellettuali che sanno essere critici e sollevano problemi veri, sia
quando parla della chiesa, che in tutti i campi nei quali interviene sta dando
un bell'esempio di grettezza e pretende che nessuno parli dei privilegi dei
quali gode, sia quando parla di Berlusconi che ci ha dimostrato cnel 2001 come
sa farsi gli affari suoi con le leggi vergogna. Purtroppo abbiamo un
centrosinistra che non ha saputo cancellare quei provvedimenti che ci hanno
sputtanato più della spazzatura di Napoli (e non è poco). 13/02/2008 18:52 M,
provincia di LU L'unica cosa che si può dire nei confronti di uno come FO è la
stessa che disse Virgilio a Dante : non ti curar di loro ma guarda e passa.
13/02/2008 18:45 M, provincia di CS L'ennesima occasione persa per starsene
zitto! Parla lui che gli è stato attribuito un Nobel immeritato. Vorrei vedere
se è in regola con il fisco. Caro Fo, ma vaffa....!!!! 13/02/2008 18:43 M,
provincia di RE Premio Nobel ? Ma voi avete letto Montale, Pirandello ?: non
sono neppure parenti, forse in Svezia si sono sbagliati...L'unica cosa che ha
saputo dire della sinistra è che non ha fatto la legge sul conflitto
di interessi? MIO DIO: lui
ci toglie il fiato... 13/02/2008 18:38 M, provincia di MI Parla solo per
invidia.Rinchiudetelo! Sono presenti 43 commenti, invia il tuo commento!
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USA Soldati di pace in una vera guerra del 13/02/2008 di Lorenzo Bianchi Scusi,
Walter... del 13/02/2008 di Francesco Ghidetti La morte di Angese e il livore
di Fo del 13/02/2008 di Giuseppe Mascambruno San Valentino: festa proibita per
i sauditi del 13/02/2008 di Davide Costa Il marziano lavavetri del 13/02/2008
di Vittorio Savini Elezioni: chi sarà il nuovo volto modenese del Pd in
Parlamento?Superstrada Val Potenza, tante le criticheTi piace il nuovo simbolo
della Sinistra arcobaleno, senza falce e martello?La politica italiana è ancora
fortemente maschilista?E tu come preferisci muoverti?Sei favorevole al
campionato spezzatino?Caos calmo, la scena di sesso è troppo volgare?Saresti
d'accordo a far pagare il pedaggio ai Suv per circolare in centro?Vota la tua
scuola preferitaElection day: giusto votare lo stesso weekend per politiche e
amministrative?Tesoretto, Padoa Schioppa ci sta prendendo in giro?Secondo te la
violenza sulle donne è in aumento?Riuscirà quest'anno la Carife ad approdare
all'A1?Spal: sei d'accordo con l'esonero di Buglio?Vota il gol più bello della
22esima giornata LA FOTO DEL GIORNO Gerusalemme sotto la neve La prima vera
nevicata dell'anno ha colto impreparata Gerusalemme. La città, svegliatasi sotto
a una fitta coltre bianca, è rimasta paralizzata: chiuse le scuole, cancellate
le lezioni universitarie, trasporto pubblico in tilt RICERCA ANNUNCI pubblicità
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Argomenti: Conflitto
d'interessi
Massimo Gramellini
DUE "ONI" E UNA CAPANNA Veltroni archivia il veltronismo quando
mancano pochi minuti alla fine e Vespa sta per mandare gli italiani a dormire.
L'ex comunista, l'ex sindaco, l'ex veltroniano Veltroni stringe le mani bianche
sui braccioli quasi altrettanto bianchi della poltroncina e si produce in una
delle sue specialità, l'urlo a bassa voce, per congedarsi dal suo cavallo di
battaglia: la nostalgia della giovinezza. Non è vero che un tempo si stava
meglio, strilla in un sussurro l'ex cantore della figurina di Pizzaballa: le
aranciate che bevevo da ragazzo erano piene di coloranti, i tubi di scappamento
ammorbavano l'aria e nei cinema durante l'intervallo bisognava spalancare le
porte per fare entrare l'aria, tale era la puzza di fumo! A qualcuno,
probabilmente anche a lui, questo ribaltone esistenziale sembrerà una semplice
nota di colore. Invece è il vero sigillo del duello televisivo a distanza che
nel volgere di due notti ha mandato in soffitta il passato e visto nascere
sotto lo sguardo amorevole di Vespa una nuova coppia di fatto della politica
italiana: Silvio e Walter, Oni & Oni, i due accrescitivi dell'Italietta. Da
quindici anni ci trasciniamo addosso l'immagine un po'caricaturale di un Paese
doppio, composto da due popoli distinti e riassumibili nei personaggi di
Massimo Boldi e Nanni Moretti, che non hanno nulla da dirsi e se anche ce
l'avessero non riuscirebbero a comunicarselo per mancanza di alfabeto comune.
Per abbattere questo muro di Berlino mentale bisognava giungere allo scontro
conclusivo fra i due leader in cui da sempre si rispecchiano i rispettivi
elettori. Oni & Oni sono la proiezione esatta, quasi statistica, del tipo
di cittadino che vota per loro. Perciò sono anche gli unici ad avere l'autorità
necessaria per firmare l'armistizio fra le due Italie. L'elettore di
centrodestra si riconosce nei sogni, nei vizi e nei vezzi di Berlusconi.
L'elettore di centrosinistra in quelli di Veltroni. Ed entrambi i leader nel
loro comune amico Mike Bongiorno, l'italiano medio descritto da Umberto Eco e
poi scissosi in due metà che fino all'altro ieri sembravano diventate
incompatibili. Porta a Porta, Oni a Oni. Due campagne speculari, due modi
diversi ma non più opposti di presentarsi al voto. Veltroni è seduto alla
destra dello schermo. Berlusconi stava a sinistra. Veltroni ha la camicia con
le asole sul colletto e Berlusconi no, però entrambi sfoggiano la stessa
cravatta blu a pallini, presidenziale. Veltroni non ha il sorrisone dell'altro,
ma ogni tanto scoppia a ridere mentre parla. Devono avergli spiegato che
funziona. Vespa disinvoltamente vesposo, lo accoglie dicendo: se vince, metta
una buona parola per me. Oni 2 è figlio di un giornalista, sguazza a meraviglia
nell'ambiente. Appena entra un intervistatore, non si limita ad alzarsi in
piedi come Oni 1. Lui gli va incontro per stringergli la mano, quasi volesse
dirgli: che bello vederti qui, condividere questo momento unico con te. Chiama
gli amici per nome e i non amici per cognome. Pirani, editorialista di
Repubblica, è Mario. Mentre Giordano, direttore del Giornale, rimane Giordano
anche se sarebbe Mario pure lui. Comunque li chiama, perché sa che a nessun
uomo dispiace cullarsi al suono delle proprie generalità. In compenso nomina
poco gli avversari. Solo Berlusconi, tre volte, e due è per fargli i
complimenti. Una citazione anche per John Kennedy, Olof Palme, Willy Brandt e
la cucina Scavolini: la più amata dagli italiani dice Walter, come il primo
governo Prodi. Guarda caso, quello dove c'era lui. È sommesso anche il modo in cui
riesce a fare la ruota senza farla. Il suo ego non è meno arroventato di quello
Silvio, solo più schermato. Di sé dice: sono stato un bravo ministro, un bravo
sindaco, un leader che ha rivoluzionato la politica in un mese e che in una
settimana ha già recuperato due punti nei sondaggi. Però lo dice alla Veltroni;
con circonlocuzioni timide e frasi sottotraccia. Liquida con toni elegiaci
anche il tormentone di Veltrone l'Africano. Non aveva forse promesso di
emigrare fra le capanne di fango del Continente Nero anziché nel loft del
Partito democratico? Oni 2 sospira e racconta la storia di un uomo che era
pronto a lasciare la politica, quando all'improvviso è nato il Pd e tutti si
sono girati verso di lui. Poteva tradirli? Voltare le spalle al sogno politico
di una vita? Parla bene di sé, ma anche di tutti. Almeno di quelli che nomina.
Degli imprenditori che sono lavoratori, dei lavoratori che sono affezionati
alle loro aziende più di certi manager (quindi pensa male dei manager),
dell'Osservatore Romano che non lancia crociate integraliste (quindi pensa male
di Ruini), di Prodi che è un grand'uomo (e qui chissà cosa pensa) e anche di
Enzo Visco, perché a lui - a lui Walter - piace per istinto parlar bene delle
persone di cui gli altri parlano male. Delle tasse non parla bene. Ma nemmeno
male. Dice che non sono né belle né brutte, ma che sono troppe. È già qualcosa.
Non parla male neppure dei bulli di scuola, che non sono poi tanti come si
crede. E nemmeno dei ricchi, che non intende far piangere ma forse neanche
ridere. Se Berlusconi cerca candidati che abbiano il sole in tasca, lui dice di
volerli con la luce dentro. Farà le liste elettorali guardandoli negli occhi. Non nomina mai neppure una volta il conflitto di interessi, ma se ne va dettando la sua
personalissima par condicio: meno politica in tv, perché se si va avanti con
tre dibattiti a sera, prima del 13 aprile i cittadini si butteranno dalla
finestra. Sotto, ad attenderli troveranno comunque lui. Pronto ad
acchiapparli, tutti.
( da "Unita, L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Stai consultando
l'edizione del L'accordo c'è, Di Pietro insieme al Pd Sulla scheda liste
apparentate, l'Idv conserva il simbolo. Con i Radicali posizioni ancora
distanti di Andrea Carugati / Roma WALTER VELTRONI l'ha fortemente voluto,
nonostante i mugugni di autorevoli esponenti del Pd. E alla fine l'accordo con
Tonino Di Pietro è stato siglato, ieri all'ora di pranzo, dopo una ventina di
minuti di colloquio. L'Italia dei Valori sarà l'unico alleato del Pd, che per
apparentarsi sulla scheda elettorale con l'ex pm ha fatto l'unica deroga alla
regola ferrea della corsa in solitaria. Del resto i rapporti tra Walter e
Tonino sono ottimi fin dai tempi del primo Ulivo, e il leader del Pd è
perfettamente consapevole che quel 4-5 di voti è necessario per poter vincere
davvero. Anche perché, spiegano al Loft, sono voti che difficilmente il Pd
avrebbe potuto intercettare, pescano in un elettorato molto sensibile
all'antipolitica, un settore che sarebbe rimasto pericolosamente scoperto. E
poi Di Pietro ha annunciato che dopo le elezioni farà gruppi unici con il Pd in
Parlamento, un "primo passo", come spiega Leoluca Orlando, per un
successivo ingresso della truppa nel partitone. Di Pietro sembra averla
spuntata anche sul simbolo: correrà col suo, con tanto di nome sulla scheda,
non rimpicciolito. "Assoluta" la convergenza sul programma, assicura
Orlando, che ricorda anche il tentativo, fallito, di candidarsi alle primarie
del Pd da parte di Di Pietro. "Era già chiaro a luglio, quello è il nostro
orizzonte". "Totale sintonia" sui valori e sul codice etico per
le candidature: condannati e anche rinviati a giudizio per reati di mafia e
contro la pubblica amministrazione non saranno candidati, come recita il codice
etico del Pd; inoltre sono piaciuti molto ai dipietristi gli
impegni di Veltroni per ridurre i costi della politica e sul conflitto di interessi. Non ci sarà un esplicito
controllo di Veltroni sulle liste Idv, ma l'impegno reciproco per evitare nuovi
De Gregorio, o nuovi Dini e Fisichella è stato nettissimo. Quanto al programma
Di Pietro ha sottoposto a Veltroni i suoi 11 punti di cui il leader Pd terrà
conto nel momento della stesura. Ma i sui fondamentali, a partire
dall'economia, l'accordo è pieno. A proposito della rottura della regola del
correre soli, al Loft non sono preoccupati: "Faremo gruppi unici, si va
verso l'ingresso dell'Idv nel Pd, dunque non è una grande deroga...". E
tuttavia nel Pd c'era chi non voleva eccezioni, oppure riteneva che la
coalizione avrebbe dovuto allargarsi anche ad altri partner. E poi chi, e
l'umore è assai diffuso tra gli ex Ppi, non ha mai amato il
"giustizialismo". Enzo Carra, che pure fu inquisito da Di Pietro e
trasportato in aula con le manette, non ha fatto resistenza: "Con lui ho
avuto un soddisfacente chiarimento pubblico e poi i sondaggi attribuiscono a
Idv dei numeri importanti...". Tra i perplessi calibri come Bersani,
Gentiloni, Soro e Follini. Ieri sera, però, l'unico che ha mostrato disappunto
è stato Antonio Polito, che ha contestato proprio il giustizialismo dell'ex pm,
mentre Bersani ha dato l'ok "perché si tratta di un processo di
aggregazione". Arturo Parisi, invece, ha rilanciato: "Spero che
l'accordo con l'Italia dei Valori apra la via ad altri confronti ed
incontri". Dura la reazione di Boselli: "Se il Pd vuole cancellare i
socialisti, Di Pietro è un ottimo compagno di strada". Così anche Salvi e
Angius che definisce "incredibile" la scelta di Veltroni. Indignate
le reazioni sui blog di Grillo e del ministro, dove internauti anti-casta
protestano al grido di "Tonino, se ti mischi con il vecchio diventi
vecchio anche tu", con Grillo in persona che attacca Veltroni "scelto
dalla casta". C'è poi il dossier radicali, che ieri sono stati ricevuti da
Veltroni prima dell'Idv, con una astuzia "temporale": visto che a
loro l'apparentamento è stato negato, sarebbe stato imbarazzante riceverli dopo
aver chiuso l'accordo con Di Pietro, così il vertice con Pannella, Bonino e gli
altri è stato anticipato. Ribadite le posizioni della vigilia: Veltroni ha
detto no all'alleanza proposta dai radicali, che vorrebbero correre con il loro
simbolo a fianco del Pd, proponendo in cambio l'ingresso di una pattuglia di
4-5 di loro nelle liste Pd. Tra questi, oltre alla Bonino, anche la segretaria
Rita Bernardini e Maria Antonietta Coscioni. Posizioni ancora distanti, ma il
clima era piuttosto positivo. Seppellite le frasi dure di due giorni fa, quando
la Bonino aveva risposto "non sono un'accattona" alla proposta di
Fassino di correre col Pd. Dice Bonino: "Da parte del Pd ci sarà una
controproposta". Il compito è affidato a Bettini e Franceschini, la
controproposta arriverà lunedì. Ma i radicali insistono. Dice Marco Cappato:
"Non si capisce perché l'eccezione debba valere per Di Pietro e non per
noi, ma una possibilità di intesa c'è ancora... ". Per Bonino sarebbe
pronta la riconferma di un ministero, in caso di vittoria.
( da "Unita, L'" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Stai consultando l'edizione del Il problema dei Fondi è il conflitto d'interessi di Angelo De Mattia Deflussi
per oltre 70 miliardi dal gennaio 2007 allo stesso mese del 2008; una crescita
del patrimonio che si attesta, tra il 2002 e il
( da "Secolo XIX, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
La provocazione
Berlino. L'unica speranza dell'Italia di liberarsi delle immondizie della
Campania e della sua attuale classe politica è di farsi dichiarare guerra dalla
Germania. L'invito ai teutonici a valicare le Alpi e ad invadere lo Stivale è
di Beppe Grillo, che ha pubblicato ieri sull'autorevole settimanale "Die
Zeit" un clamoroso appello ai tedeschi dal titolo "Deutsche, bitte
erobert uns!", tedeschi per favore venite a conquistarci. "L'Italia
fa appello ai fratelli tedeschi", è scritto nel lungo testo del comico
genovese, "dichiarateci guerra! Noi ci arrendiamo volentieri. Non dovrete
sparare nemmeno un colpo e faremo piovere sulle vostre teste violaciocche e
mimose: siete rimasti la nostra ultima speranza. E mentre preparate i panzer,
potete cominciare ad occuparvi dei nostri dipendenti pubblici". "Già
adesso - prosegue Grillo - vi spediamo ogni giorno i rifiuti della Campania,
prendetevi per favore anche i nostri politici, molti di loro vi sono già noti e
sono famosi all'estero, come Berlusconi". A due mesi dalle elezioni, i
tedeschi vengono messi in guardia sul pericolo di un ritorno al potere del
Cavaliere, "che ha insultato un deputato europeo chiamandolo kapò", mentre con il suo conflitto d'interessi potrebbe ironicamente servire da modello anche al cancelliere
tedesco. "Se Angela Merkel possedesse tre emittenti televisive e 40 tra
giornali e riviste - spiega l'attore - non avrebbe bisogno di una Grosse
Koalition perché alle elezioni otterrebbe l'80 per cento dei voti".
Dopo aver spiegato ai lettori della "Zeit" il caso di Clementina
Forleo, "dichiarata pazza perfino dai media, poi indagata e alla fine
trasferita", Beppe Grillo passa ad occuparsi del leader del Partito
Democratico. "Vorrei che vi prendeste anche Veltroni - suggerisce il
blogger - uno che è rimasto nuovo, entrato in politica negli Anni Settanta e
riverniciato adesso con i nuovi colori del Pd. I nostri politici sono dei
camaleonti, che cambiano nome e colore, ma restano sempre gli stessi, sperando
che gli elettori italiani dimentichino che da 20 anni la politica italiana è la
peggiore d'Europa". "Ma non dimenticate in nessun caso di prendervi
Clemente Mastella - infierisce Grillo - un uomo che ha fatto ridere il mondo,
credeva di essere il ministro della Giustizia, ma era solo una comparsa".
Dopo questo sconsolato panorama, che farà probabilmente drizzare i capelli in
testa ai tedeschi, arriva l'appello finale: "Prendetevi i nostri politici
e conquistateci! Gli italiani saranno dalla vostra parte. Cry for me, Deutschland!".
Claudio Guidi 14/02/2008.
( da "Manifesto, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Colombia in ostaggio
Il grido di dolore della mamma di Ingrid Betancourt, ieri al
"manifesto" Yolanda Betancourt: "Sinistra, intervieni"
"Il presidente non vuole la pace", dice Yolanda Betancourt, madre
della senatrice franco-colombiana ostaggio da quasi sei anni della guerriglia
marxista delle Farc. In Italia ha incontrato il papa, i sindacati e i
principali esponenti della sinistra, ai quali ha chiesto di
attivarsi per una soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese
"Ho fiducia nella mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e
della senatrice colombiana Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La
responsabilità è del presidente Uribe. La sua chiusura nei confronti della
guerriglia mette in pericolo la vita di mia figlia e quella di tutti gli altri
ostaggi, e impedisce il processo di pace in Colombia". Non usa
mezzi termini, Yolanda Pulecio Betancourt, madre della senatrice dei verdi
Ingrid, rapita dalle Forze armate colombiane quasi sei anni fa. Nella sede del
manifesto, accompagnata da Gianni Minà, dice di non riuscire a immaginare un
altro anno "senza mia figlia e con questo dolore", ma non fa
spettacolo dei sentimenti. Lucida e composta, preferisce appellarsi alla
ragione e al buonsenso per "coltivare la speranza". Si capisce che i
duri meccanismi della politica non le sono estranei. Racconta, infatti, che da
giovane è stata eletta alla Camera e al Senato colombiano, ha fatto parte della
diplomazia, prima come inviata a Parigi e in seguito come ambasciatrice in
Guatemala. Oggi, però, preferisce ricordare l'attività sociale a favore dei
minori abbandonati e "i cinque istituti per orfani" che ha costruito.
"Il rapimento di Ingrid - dice ora - mi ha restituito alla politica. Lei
ha un'autentica vocazione per la politica. Quando l'hanno presa, ho dovuto
chiedermi perché fosse toccato proprio a lei, che si batteva contro la
corruzione e il malaffare e aveva a cuore gli stessi ideali di giustizia
sociale che dicono di avere le Farc. Allora ho voluto conoscere quelle
persone". Perciò, "fra mille ostacoli e difficoltà", la signora
Betancourt si reca nelle carceri colombiane, dove i detenuti politici subiscono
il trattamento duro delle carceri speciali. "In prigione - dice - ho
incontrato i comandanti della guerriglia, persone colte e intelligenti. Mia figlia
è considerata prigioniera di guerra, anche se non aveva armi. Spiegano di non
avere niente a che fare col narcotraffico e con tutte le nefandezze di cui li
accusa Uribe". E allora gli undici ostaggi morti, che una perizia avrebbe
attribuito al fuoco della guerriglia? "Ho accompagnato i deputati a vedere
i corpi di quegli ostaggi - racconta Betancourt - quando ho visto i cadaveri mi
sono sentita mancare, pensavo che avrebbe potuto succedere a mia figlia.
Onestamente, tutta quella faccenda è molto strana. Sono in molti a pensare che,
dietro, ci siano mercenari che lucrano sui soldi dei riscatti. C'è il sospetto
che possa trattarsi di qualche scheggia dei servizi segreti israeliani, che
allenano l'intelligence colombiana. Uribe ha mentito troppe volte perché gli si
possa credere". Il presidente della Colombia Alvaro Uribe non crede alla
pace, dice Betancourt, "ma controlla gran parte dei media. Sembra che
l'80% della popolazione stia con lui, eppure io parlo con la gente comune, con
i tassisti, con i giovani e nessuno crede che faccia una buona politica per il
paese". Chi lo ha eletto, allora, questo presidente della Colombia
coccolato da Bush ma anche da buona parte dei paesi europei? "Su 40
milioni di colombiani - risponde Betancourt - solo in 7 milioni sono andati a
votarlo. E nei municipi capita che i censimenti vengano fatti prima del tempo,
che i voti vengano comprati e i cittadini minacciati dai paramilitari. I
giovani sono senza futuro". Eccezione Colombia, nel panorama
latinoamericano dei Morales, dei Chavez o dei Lula. Come mai? Betancourt elenca
l'intreccio di interessi legati al mantenimento di un
clima di guerra e all'assenza di spazi di agibilità democratici: "I piani
privatistici finanziati dagli Stati uniti", la miriade di figure e di
apparati che campano sulle spese militari. Eppure, la manifestazione
"mille voci contro le Farc", che si è svolta recentemente in
Colombia, ha raccolto evidenti consensi. Perché le forze popolari non riescono
a fare altrettanto? E come spiega, Betancourt, che una degli ostaggi appena
liberata dalle Farc, Clara Rojas - che aveva avuto una relazione (e un figlio)
con un guerrigliero e che in un video salutava i suoi sequestratori con le
lacrime agli occhi - abbia definito "grandiosa" la manifestazione anti-Farc?
"Rojas viene da una famiglia di accesi uribisti - risponde Betancourt -
uno dei suoi fratelli è venuto a insultarmi pubblicamente solo perché noi
familiari li abbiamo scongiurati di pensare alla pace e alla vita degli altri
ostaggi. Ma Uribe continua a compiere operazioni militari nella zona della
guerriglia, impedendo la liberazione degli altri sequestrati?". Di chi si
fida, allora, Betancourt? "Senz'altro della senatrice Piedad Cordoba, che
sta subendo minacce e attacchi per la sua attività di mediazione. E' stata
aggredita fisicamente all'aeroporto. L'hanno denunciata come traditrice e ha
dovuto difendersi in senato. Anche la vita di suo figlio è in pericolo. Ma con
chi si deve trattare in una guerra se non con l'avversario?". Fra chi si
adopera per una soluzione umanitaria c'è anche una parte della chiesa: "Io
sono cattolica - dice Betancourt - e ringrazio monsignor Luis Augusto Castro,
presidente della conferenza episcopale colombiana, che lavora in quella
direzione. Ringrazio moltissimo anche il presidente Chavez. Senza la sua
mediazione non si sarebbe arrivati a nulla". Betancourt apprezza anche
l'intervento del presidente francese Sarkozy e "il prezioso lavoro di
Jacques Chirac". E spera che, dagli Usa, arrivi un cambio di governo:
"I democratici ci hanno ricevuto - dice - e ci hanno assicurato che
sosterranno una soluzione umanitaria del conflitto in Colombia". Ma,
soprattutto, dopo la visita in Italia in cui ha incontrato anche il papa,
Betancourt confida nei rappresentanti delle forze politiche di sinistra e dei
sindacati, con cui ha parlato: "A loro - dice - ho chiesto di sostenere
l'attività di mediazione del presidente Chavez e della senatrice Cordoba. Se
Uribe riconosce le Farc come controparte, mia figlia e gli altri potranno
tornare a casa. La pace in Colombia sarebbe a portata di mano. Al di là dei
problemi politici, conta l'intervento umanitario. L'Italia, a differenza della
Colombia, conosce il valore dei diritti umani".
( da "Corriere della Sera" del 14-02-2008)
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d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Economia - data: 2008-02-14 num: - pag: 38 categoria:
REDAZIONALE Governance Regole L'amministratore delegato dell'Unicredit,
Alessandro Profumo Unicredit, primo sì di Catricalà MILANO - L'Antitrust dà il
via libera alla soluzione prevista per la governance da Unicredit dopo la
fusione con Capitalia e la cessione della quota in Mediobanca. Ieri il collegio
dell'authority guidata da Antonio Catricalà ha valutato positivamente la
"relazione di ottemperanza" e dovrebbe aver già risposto con una
presa d'atto. Lo stesso Catricalà ieri ha spiegato che, tenendo conto delle condizioni
poste dall'Antitrust, Unicredit ha scelto di adottare "regole generali di astensione per evitare conflitti di ruolo e di
interessi". Un modello
già adottato da altre banche, come Intesa-Sanpaolo, in cui "ci sono state
condizioni simili". In particolare fra le regole di governance contenute
nella relazione è previsto che i consiglieri di Unicredit (e Mediobanca) in
conflitto di interessi,
cioè Fabrizio Palenzona, Carlo Pesenti e Pieter Rampl, abbiano un ordine
del giorno con omissis nelle riunioni del board che comprendono argomenti come
investment banking e assicurazioni. In tal caso nel momento in cui si
affronterà la discussione i tre consiglieri dovranno lasciare la riunione e al
termine del board ci sarà un verbale sdoppiato e con omissis con la parte
relativa alle situazioni di conflitto di interessi che
verrà firmata dal vicepresidente. Infine Catricalà ha detto che anche la
questione della quota Mediobanca "è bene incanalata su binari
virtuosi". Il 2% di Piazzetta Cuccia attualmente parcheggiato presso
Barclays può "o essere venduto a un soggetto compatibile con gli impegni o
disperso sul mercato", cioè collocato.
( da "Liberazione" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Una ricostruzione di
Giuseppe Chiarante sulla storia del Pci, dal tramonto del centrismo democristiano
al compromesso storico Lo hanno presentato, tra gli altri, Rossana Rossanda,
Stefano Rodotà, Alessandro Curzi e Aldo Tortorella Togliatti e Berlinguer,
parliamone. Sennò moriremo tutti nel Pd Tonino Bucci Nessuno può dire con
certezza cosa contenga il famoso pantheon del Pd. Fatti salvi gli interessi materiali da difendere, quelli di Montezemolo e
della grande impresa, su discriminanti ideali e identità culturale c'è invece
tanto fumo. Qualcuno pensa che il Partito democratico sia il compimento
naturale del compromesso storico, che la fusione di Ds e Margherita abbia
finalmente dato via libera, dopo trent'anni, all'incontro tra le due tradizioni
del movimento operaio e dei cattolici. Ma allora dovremmo chiederci: davvero la
politica del Pci berlingueriano era condannata, nel proprio codice gentico, ad
approdare nel moderatismo? Davvero l'allenza con la Dc morotea aveva come esito
inevitabile la costruzione di un partito unico e il taglio delle proprie radici
nel mondo del lavoro? Veltroni unico erede legittimo di Berlinguer? Non
scherziamo, "col compromesso storico il Pd c'entra come il cavolo a
merenda". No, il veltronismo come fase suprema del berlinguerismo proprio
non l'accetta Aldo Tortorella - storico dirigente del Pci - che ha partecipato
alla presentazione del nuovo libro di Giuseppe Chiarante, Con Togliatti e con
Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico , (Carocci, pp.
261, euro 22,50) di cui ha anche scritto la prefazione. Con lui c'erano Rossana
Rossanda, Valentino Parlato, Stefano Rodotà, Giovanni Galloni, Alessandro Curzi
e Gianni Borgna. Il compromesso storico - dice Tortorella - era nelle
intenzioni iniziali un grandioso disegno di riforma etico-morale del paese.
Anzi, bene farebbero i dirigenti del Pd, Veltroni in prima fila, a rileggersi
oggi i discorsi di Berlinguer. "Non si tratta, beninteso, di fare sconti a
Berlinguer per benevolenza, ma di comprendere la complessità della situazione
in cui si muoveva. Ci sarà stato un riduzionismo del compromesso storico a formula
di governo, però l'ambizione era alta. Berlinguer pensava che la società fosse
a un passo dalla comune rovina delle classi in lotta profetizzata da Marx nel
Manifesto . Il compromesso storico doveva essere un'alleanza storica, un
compromesso di classe sul modello delle socialdemocrazie europee, per un
livello di società più avanzato, contro il consumismo, contro lo sviluppo
illimitato ai danni dell'ambiente e contro il patriarcato". Ma c'è anche
un Berlinguer rimosso, cancellato dalla coscienza storica dei nostri tempi per
effetto di una gigantesca damnatio memoriae . E' il cosiddetto
"secondo" Berlinguer che si rende conto del fallimento. E' un
tentativo disperato, il suo. Cerca di "rifare" il partito comunista
italiano, di riaggiornare la piattaforma della trasformazione della società in
un paese a capitalismo avanzato, "fa uno sforzo enorme per avvicinarsi al
pensiero della differenza, al femminismo, all'ecologia, ai movimenti giovanili.
E capisce che il Pci deve tornare tra gli operai". Ma la cesura tra un primo
e un secondo Berlinguer si può leggere anche come un
passaggio tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del
conflitto sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col
mondo reale dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi
di una società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di
quella formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo.
La pensa così Stefano Rodotà. "Allora sembrava che non ci fosse più nessuno
a fare opposizione. Il compromesso storico non mi è mai piaciuto, penso che fu
una promessa mai mantenuta". Anche Rossana Rossanda è severa.
"Berlinguer era un uomo di grandissima statura morale. Ma non credo che
abbia avuto un'eccezionale statura politica. Oggi ho cambiato idea su
Togliatti, aveva una grande capacità di capire il mondo attorno. Ma su
Berlinguer no, non ho cambiato idea. La sua politica è stata
fallimentare". La sua ipotesi di compromesso storico - spiega Rossanda -
non si è mai realizzata e non poteva realizzarsi. Moro non sarebbe mai andato
al governo con i comunisti, a meno che il Pci non avesse rotto con l'Urss. Ma è
il filo conduttore della sua analisi politica a essere in ritardo coi tempi.
"Berlinguer ha sopravvalutato il pericolo della destra. Ma, dall'altra
parte, ha sottovalutato invece la capacità dell'avversario di classe di
riorganizzarsi. Non ha tenuto conto della deriva di destra implicita nella
ristrutturazione capitalistica". Il pericolo non stava soltanto nella
destra fascista ma anche in quell'egemonia del liberismo di cui oggi ancora
subiamo gli effetti. E' una lettura troppo economicistica? "Ma no, quale
economicismo - dice Rossanda - il capitalismo non è solo un fatto economico, è
un insieme di struttura e sovrastruttura come ci ha spiegato Marx. Significa
che i rapporti fra gli uomini sono mediati dalle cose, che l'operaio è ridotto
a numero, a merce. Non si tratta solo di economia. Oggi avremmo proprio bisogno
di un partito capace di fare analisi di classe". Chiarante prova invece a
mostrare il nesso tra Togliatti e Berlinguer, entrambi accomunati dallo sforzo
di fare del Pci una forza politica nazionale capace di incidere nel profondo
del paese, di radicarsi tra le masse e portare avanti una riforma etico-morale.
Ma proprio qui si annidava il germe del fallimento. Si poteva riformare
l'Italia senza assoggettarsi inconsapevolmente ai processi di modernizzazione
capitalistica? Non c'era il rischio di dare sostegno a politiche nate
dall'egemonia dell'avversario di classe? Questo fu la sfida del Pci. Fu quella
di Togliatti che già nel famoso Discorso ai cattolici di Bergamo prefigurava
un'alternativa di società alla modernizzazione capitalistica. Fu anche la sfida
di Berlinguer. "Sì, forse sopravvalutò il rischio di destra. Ma se
pensiamo a quel tempo il pericolo non era poi così lontano. Un governo con i
comunisti sarebbe stato isolato nello scenario internazionale. Semmai la
debolezza di Berlinguer fu nel sottovalutare la capacità di ripresa del
capitalismo dopo la crisi petrolifera". Gli va dato atto di averci provato
alla fine della sua vita di dare una risposta alla ristrutturazione
capitalistica. E oggi purtroppo scontiamo ancora un limite di conoscenza
storica e di cultura politica. "Vi vergogniamo persino di nominare
Togliatti", sentenzia Curzi. Un deficit di memoria, un vizio di rimozione
del passato, una furia liquidazionista che ci rende schiavi del presente.
Prigionieri tra la deriva berlusconiana e il moderatismo del Pd. 14/02/2008.
( da "Liberazione" del 14-02-2008)
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Stefano Rodotà,
Alessandro Curzi e Aldo Tortorella Togliatti e Berlinguer, parliamone. Sennò
moriremo tutti nel Pd Tonino Bucci Nessuno può dire con certezza cosa contenga
il famoso pantheon del Pd. Fatti salvi gli interessi
materiali da difendere, quelli di Montezemolo e della grande impresa, su
discriminanti ideali e identità culturale c'è invece tanto fumo. Qualcuno pensa
che il Partito democratico sia il compimento naturale del compromesso storico,
che la fusione di Ds e Margherita abbia finalmente dato via libera, dopo
trent'anni, all'incontro tra le due tradizioni del movimento operaio e dei
cattolici. Ma allora dovremmo chiederci: davvero la politica del Pci
berlingueriano era condannata, nel proprio codice gentico, ad approdare nel
moderatismo? Davvero l'allenza con la Dc morotea aveva come esito inevitabile
la costruzione di un partito unico e il taglio delle proprie radici nel mondo
del lavoro? Veltroni unico erede legittimo di Berlinguer? Non scherziamo,
"col compromesso storico il Pd c'entra come il cavolo a merenda". No,
il veltronismo come fase suprema del berlinguerismo proprio non l'accetta Aldo
Tortorella - storico dirigente del Pci - che ha partecipato alla presentazione
del nuovo libro di Giuseppe Chiarante, Con Togliatti e con Berlinguer. Dal
tramonto del centrismo al compromesso storico , (Carocci, pp. 261, euro 22,50)
di cui ha anche scritto la prefazione. Con lui c'erano Rossana Rossanda,
Valentino Parlato, Stefano Rodotà, Giovanni Galloni, Alessandro Curzi e Gianni
Borgna. Il compromesso storico - dice Tortorella - era nelle intenzioni
iniziali un grandioso disegno di riforma etico-morale del paese. Anzi, bene
farebbero i dirigenti del Pd, Veltroni in prima fila, a rileggersi oggi i
discorsi di Berlinguer. "Non si tratta, beninteso, di fare sconti a
Berlinguer per benevolenza, ma di comprendere la complessità della situazione
in cui si muoveva. Ci sarà stato un riduzionismo del compromesso storico a
formula di governo, però l'ambizione era alta. Berlinguer pensava che la
società fosse a un passo dalla comune rovina delle classi in lotta profetizzata
da Marx nel Manifesto . Il compromesso storico doveva essere un'alleanza
storica, un compromesso di classe sul modello delle socialdemocrazie europee,
per un livello di società più avanzato, contro il consumismo, contro lo
sviluppo illimitato ai danni dell'ambiente e contro il patriarcato". Ma
c'è anche un Berlinguer rimosso, cancellato dalla coscienza storica dei nostri
tempi per effetto di una gigantesca damnatio memoriae . E' il cosiddetto
"secondo" Berlinguer che si rende conto del fallimento. E' un
tentativo disperato, il suo. Cerca di "rifare" il partito comunista
italiano, di riaggiornare la piattaforma della trasformazione della società in
un paese a capitalismo avanzato, "fa uno sforzo enorme per avvicinarsi al
pensiero della differenza, al femminismo, all'ecologia, ai movimenti giovanili.
E capisce che il Pci deve tornare tra gli operai". Ma la cesura tra un
primo e un secondo Berlinguer si può leggere anche come un
passaggio tardivo dal primato della politica e del governismo al primato del
conflitto sociale. Il compromesso storico fallisce perché perde contatto col
mondo reale dei lavoratori, perché è tutt'altro che una soluzione ai problemi
di una società in rapida trasformazione. C'è un progressivo riduzionismo di
quella formula da progetto di riforma etico-morale a puro politicismo.
La pensa così Stefano Rodotà. "Allora sembrava che non ci fosse più
nessuno a fare opposizione. Il compromesso storico non mi è mai piaciuto, penso
che fu una promessa mai mantenuta". Anche Rossana Rossanda è severa.
"Berlinguer era un uomo di grandissima statura morale. Ma non credo che
abbia avuto un'eccezionale statura politica. Oggi ho cambiato idea su
Togliatti, aveva una grande capacità di capire il mondo attorno. Ma su
Berlinguer no, non ho cambiato idea. La sua politica è stata
fallimentare". La sua ipotesi di compromesso storico - spiega Rossanda -
non si è mai realizzata e non poteva realizzarsi. Moro non sarebbe mai andato
al governo con i comunisti, a meno che il Pci non avesse rotto con l'Urss. Ma è
il filo conduttore della sua analisi politica a essere in ritardo coi tempi.
"Berlinguer ha sopravvalutato il pericolo della destra. Ma, dall'altra
parte, ha sottovalutato invece la capacità dell'avversario di classe di
riorganizzarsi. Non ha tenuto conto della deriva di destra implicita nella
ristrutturazione capitalistica". Il pericolo non stava soltanto nella
destra fascista ma anche in quell'egemonia del liberismo di cui oggi ancora
subiamo gli effetti. E' una lettura troppo economicistica? "Ma no, quale
economicismo - dice Rossanda - il capitalismo non è solo un fatto economico, è
un insieme di struttura e sovrastruttura come ci ha spiegato Marx. Significa
che i rapporti fra gli uomini sono mediati dalle cose, che l'operaio è ridotto
a numero, a merce. Non si tratta solo di economia. Oggi avremmo proprio bisogno
di un partito capace di fare analisi di classe". Chiarante prova invece a
mostrare il nesso tra Togliatti e Berlinguer, entrambi accomunati dallo sforzo
di fare del Pci una forza politica nazionale capace di incidere nel profondo
del paese, di radicarsi tra le masse e portare avanti una riforma etico-morale.
Ma proprio qui si annidava il germe del fallimento. Si poteva riformare
l'Italia senza assoggettarsi inconsapevolmente ai processi di modernizzazione
capitalistica? Non c'era il rischio di dare sostegno a politiche nate
dall'egemonia dell'avversario di classe? Questo fu la sfida del Pci. Fu quella
di Togliatti che già nel famoso Discorso ai cattolici di Bergamo prefigurava
un'alternativa di società alla modernizzazione capitalistica. Fu anche la sfida
di Berlinguer. "Sì, forse sopravvalutò il rischio di destra. Ma se pensiamo
a quel tempo il pericolo non era poi così lontano. Un governo con i comunisti
sarebbe stato isolato nello scenario internazionale. Semmai la debolezza di
Berlinguer fu nel sottovalutare la capacità di ripresa del capitalismo dopo la
crisi petrolifera". Gli va dato atto di averci provato alla fine della sua
vita di dare una risposta alla ristrutturazione capitalistica. E oggi purtroppo
scontiamo ancora un limite di conoscenza storica e di cultura politica.
"Vi vergogniamo persino di nominare Togliatti", sentenzia Curzi. Un
deficit di memoria, un vizio di rimozione del passato, una furia
liquidazionista che ci rende schiavi del presente. Prigionieri tra la deriva
berlusconiana e il moderatismo del Pd. 14/02/2008.
( da "Giornale.it, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Di Redazione -
giovedì 14 febbraio 2008, 07:00 da Milano Primo via libera dell'Antitrust a
Unicredit, sui paletti posti dopo la fusione con Capitalia per evitare i
conflitti d'interesse in Mediobanca. Mentre è rimandata la valutazione sulla
cessione dei 186 sportelli e sulla quota del 2% del capitale di Piazzetta
Cuccia, ora posteggiata alla Barclays. Il collegio dell'Antitrust ha valutato
positivamente la prima "relazione di ottemperanza" di Unicredit alle
condizioni poste alla fusione con Capitalia relativamente agli aspetti della
governance. Lo ha reso noto una fonte dell'Autorità di garanzia per la
concorrenza e il mercato. "L'Antitrust invierà ad Unicredit una lettera
che dà conto della valutazione effettuata - ha aggiunto la fonte - mentre
rinvia a una valutazione definitiva per quel che concerne la questione degli
sportelli, l'effettiva cessione della quota in Mediobanca e la completa
attuazione di tutte le misure previste". La decisione del collegio è stata
anticipata ieri mattina dal presidente dell'Authority, Antonio Catricalà, a
margine di un convegno a Roma. La relazione sulla governance "è arrivata e
sarà discussa questo pomeriggio dal consiglio, e sembra soddisfacente",
aveva spiegato Catricalà. "Per quel che riguarda i conflitti di interesse,
sono previste regole generali di esclusione per evitare conflitti di ruolo e
anche chinese wall per evitare lo scambio di informazioni". Catricalà
aveva aggiunto che "per quel che riguarda la quota del 2% oggi di
Mediobanca parcheggiata presso Barclays, o verrà venduta a soggetto compatibile
o sarà ceduta sul mercato". Come noto, dopo la fusione con Capitalia, l'Antitrust ha chiesto a Unicredit di eliminare i conflitti di
interesse che si sono creati per gli amministratori di Unicredit che siedono
nel cda di Mediobanca. Secondo indiscrezioni, per evitare i conflitti di
interesse di Rampl, Pesenti e Palenzona sarebbe previsto che l'ordine del
giorno utilizzi la formula degli "omissis" quando si tratterrà di
materie sensibili. In questi casi i verbali del cda saranno firmati da
uno dei vicepresidenti di Unicredit (il presidente è Rampl).
( da "Voce d'Italia, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Economia Nel giorno
di S.Valentino Bankitalia, subprime: Draghi incontra i banchieri A Palazzo Koch
le maggiori banche italiane per un'analisi sulla situazione Milano, 14 feb. –
Sarà una coincidenza, ma nel giorno dedicato agli innamorati il Governatore
della Banca d'Italia, Mario Draghi, incontra i principali banchieri italiani
per un'analisi sulla situazione economica attuale, sulle prospettive future e
sulla crisi dei mutui subprime. A questo proposito, già negli scorsi mesi sia
Draghi che Cardia (presidente della Consob) si erano premurati di non agitare
l'opinione pubblica, chiarendo con (fin troppo) largo anticipo che le banche
italiane sono esposte solo marginalmente al problema subprime; anzi, secondo lo
stesso Cardia, gli istituti di credito italiani “hanno superato la crisi sui
subprime” (parole sue pronunciate a novembre 2007 quando la vera e propria
crisi non era che agli inizi…). In agenda oggi ci sarà certamente anche la
valutazione dell'aumento delle insolvenze bancarie: i clienti cominciano a non
riuscire a pagare le rate dei mutui, e non parliamo solo dei subprime, per via
degli aumenti dei tassi sui mutui a tasso variabile. E poi, se recessione sarà,
bisognerà vedere come le aziende saranno in grado di ripagare i prestiti
concessi dalle banche, oltre alle probabili insolvenze sul credito al consumo e
sulle carte di credito. Quindi il controllore (Bankitalia) oggi farà una
verifica sui controllati (le banche): certo che suona strano e – come abbiamo
più volte scritto – dimostra l'enorme conflitto di interessi esistente a proposito del
rapporto tra le banche (private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere
pubblica). Infatti, dopo le recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni”
di Bankitalia, quelli cioè che detengono quote di capitale dell'Istituto
centrale nazionale e che quindi hanno diritto di voto sono i seguenti:
Intesa-San Paolo (Crédit Agricole) 30,33% Unicredit-Capitalia 22,10% Generali
6,30% Carisbo 6,20% Inps 5% Banca Carige 4,80% Bnl (Paribas) 2,80% Mps 2,50%
Queste sono le principali quote di proprietà; si possono notare alcune
curiosità: a) Unicredit-Capitalia e Intesa-San Paolo, insieme, hanno la
maggioranza del capitale quindi – di fatto – sono quelli che in Banca d'Italia
dettano legge b) la Banca d'Italia è – di fatto – per 1/3 francese: infatti
Crédit Agricole controlla il gruppo Intesa-San Paolo che oggi ha il 30,33 % della
Banca d'Italia, e Paribas controlla la BNL che oggi ne ha il 2,80%. Quindi ai
francesi evidentemente non interessano solo le modelle italiane… c) come fa a
dichiararsi indipendente, incisivo ed autorevole un Governatore che – nella
sostanza – deve rispondere ai suoi “padroni”, e a controllarli efficacemente?
Quanto meno viene il legittimo sospetto che il controllo sulle banche venga in
qualche modo alterato da questo conflitto di interessi
Ma anche questo fa parte dei giochi di potere, giochi che vedono sempre i
banchieri in prima fila per il (loro) bene comune… Massimo Benvenuti
massimo.benvenuti@voceditalia.it.
( da "Voce d'Italia, La" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Economia Nel giorno
di S.Valentino Bankitalia, subprime: Draghi incontra i banchieri A Palazzo Koch
le maggiori banche italiane per un'analisi sulla situazione Milano, 14 feb. –
Sarà una coincidenza, ma nel giorno dedicato agli innamorati il Governatore
della Banca d'Italia, Mario Draghi, incontra i principali banchieri italiani
per un'analisi sulla situazione economica attuale, sulle prospettive future e
sulla crisi dei mutui subprime. A questo proposito, già negli scorsi mesi sia
Draghi che Cardia (presidente della Consob) si erano premurati di non agitare
l'opinione pubblica, chiarendo con (fin troppo) largo anticipo che le banche
italiane sono esposte solo marginalmente al problema subprime; anzi, secondo lo
stesso Cardia, gli istituti di credito italiani “hanno superato la crisi sui
subprime” (parole sue pronunciate a novembre 2007 quando la vera e propria
crisi non era che agli inizi…). In agenda oggi ci sarà certamente anche la
valutazione dell'aumento delle insolvenze bancarie: i clienti cominciano a non
riuscire a pagare le rate dei mutui, e non parliamo solo dei subprime, per via
degli aumenti dei tassi sui mutui a tasso variabile. E poi, se recessione sarà,
bisognerà vedere come le aziende saranno in grado di ripagare i prestiti
concessi dalle banche, oltre alle probabili insolvenze sul credito al consumo e
sulle carte di credito. Quindi il controllore (Bankitalia) oggi farà una
verifica sui controllati (le banche): certo che suona strano e – come abbiamo
più volte scritto – dimostra l'enorme conflitto di interessi esistente a proposito del
rapporto tra le banche (private) e la Banca d'Italia (che dovrebbe essere
pubblica). Infatti, dopo le recenti fusioni, a fine del maggio 2007 i “padroni”
di Bankitalia, quelli cioè che detengono quote di capitale dell'Istituto
centrale nazionale e che quindi hanno diritto di voto sono i seguenti:
Intesa-San Paolo (Crédit Agricole) 30,33% Unicredit-Capitalia 22,10% Generali
6,30% Carisbo 6,20% Inps 5% Banca Carige 4,80% Bnl (Paribas) 2,80% Mps 2,50%
Queste sono le principali quote di proprietà; si possono notare alcune
curiosità: a) Unicredit-Capitalia e Intesa-San Paolo, insieme, hanno la
maggioranza del capitale quindi – di fatto – sono quelli che in Banca d'Italia
dettano legge b) la Banca d'Italia è – di fatto – per 1/3 francese: infatti
Crédit Agricole controlla il gruppo Intesa-San Paolo che oggi ha il 30,33 %
della Banca d'Italia, e Paribas controlla la BNL che oggi ne ha il 2,80%.
Quindi ai francesi evidentemente non interessano solo le modelle italiane… c)
come fa a dichiararsi indipendente, incisivo ed autorevole un Governatore che –
nella sostanza – deve rispondere ai suoi “padroni”, e a controllarli
efficacemente? Quanto meno viene il legittimo sospetto che il controllo sulle
banche venga in qualche modo alterato da questo conflitto di interessi
Ma anche questo fa parte dei giochi di potere, giochi che vedono sempre i
banchieri in prima fila per il (loro) bene comune… Massimo Benvenuti
massimo.benvenuti@voceditalia.it.
( da "Avanti!" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
A Berlusconi piace
soprattutto la microeconomia. Le "tasche degli italiani". Ed è meglio
così. Perché, contrariamente a quanto sostengano i soliti "esperti"
della finanza internazionale (per non parlare degli burocrati), un'economia nazionale
tira se la gente va al mercato e compra, va nei negozi di articoli sportivi o
di abbigliamento e compra, senza doverci pensar su due volte e poi magari non
farne di nulla. Causa: zero liquidità. Questo è il punto. Che Veltroni oggi
scopra che le tasse non sono "bellissime", per dirla con l'autorevole
"esperto" (appunto!) della finanza internazionale, nonché celebre
consulente del noto baraccone europeo, è almeno grottesco. E che poi fornisca
lezioni, lezioncine, slogan da Baci Perugina (forse volendo accalappiare anche il
target dei fidanzatini, alle soglie di San Valentino) è ancor più ridicolo. Ma
la sinistra, questa sinistra - reduce prima di tutto di se stessa, della guerra
combattuta per legittimarsi e imbarcare gli ultimi eredi di Rossetti in un
Partito democratico impiccato allo spettro di Prodi - è così: chiagne e fotte e
se ne frega di ieri e di oggi, punta al suo domani, immarcescibilmente eguale
nei comportamenti. Veltroni, il parafrancescano di Spello, ha fatto il
sermoncino ai fratelli senza voti e senza fede del Pd, che forse vorrebbero
veder realizzato un sogno: avere un'identità. Ma non ce l'hanno. Perché sono
figli di una sconfitta, prima storica, infine politica. Certamente questa è la
linea di demarcazione tra il Pd e il Pdl. Inutile continuare il peana del
partito maggioritario o, da parte del Pdl, di convergenza oggettiva sui temi
più delicati per il Paese. Il fatto è che, da un lato, il Pd è privo di
referenti sociali e in balia del prodismo tecnocratico; dall'altro, il Pdl ha
una leadership, necessaria alla sintesi politica, e un popolo intero come
riferimento oggettivo. Ecco perché la microeconomia è quella che funziona e la
macroeconomia, incluso il mantra sui conti pubblici, non funziona. Padoa
Schioppa ha il coraggio di denunciare l'assenza di liquidità nelle casse dello
Stato dopo due anni di ripresa della crescita, con quel tarlo dei
"tesoretti" che oggi sta divorando l'altare inconsistente del peggior
governo della storia repubblicana: questa è la casta degli burocrati al
servizio degli interessi sopranazionali. Un suicidio
per la politica e per chi intenda davvero governare avendo il consenso del
popolo. Una leadership autentica guarda a questo e soltanto a questo. Il resto
sono parentesi tecniche che contano nei laboratori asettici di Bruxelles. Non
solo. La questione microeconomica, che include a pieno titolo le tasse,
tradotto in italiano: la riduzione delle aliquote fiscali, è ancor più
significativa se pensiamo che Carlo Debenedetti, intervistato da "il
Riformista", lamenta da un lato la persistenza di gravi problemi
strutturali del Paese che ne impediscono la crescita e, dall'altro, fa l'elogio
del Prodi dell'euro-tassa, che - a detta dell'Ingegnere noto per il fallimento
della Olivetti - gli italiani avrebbero pagata ben volentieri, salvo poi
rimanere delusi, chissà perché, dalle politiche prima uliviste, infine
"unioniste". Un goffo endorsement, con argomenti, inoltre, che fanno
perdere decine di migliaia di voti al Pd, a campagna elettorale appena iniziata
e - last but not least - ad opera di chi, in Italia, ha usato i soldi pubblici
per ricavare profitti privati, scaricando poi sulla collettività le perdite. Ma
guardiamo anche al mondo bancario, a Profumo, che potrebbe addirittura avere la
moglie, Sabina Ratti, candidata nel Pd, dopo essere stata sostenitrice della
Rosy Bindi durante la campagna per le primarie (però, che stile questi
banchieri della "nuova generazione"! Qui nessuno
grida al conflitto di interessi, naturalmente), il quale dichiara, così, senza colpo ferire, che
le banche hanno una crisi di liquidità e sono le stesse banche che spellano per
bene gli italiani ogni volta che vanno a chiedere loro un mutuo. La crisi di
liquidità, a livello bancario e macroeconomico, è tollerata, a livello
microeconomico è uno scandalo, al quale si vorrebbe rimediare senza mettere
l'accento sulla crescita, ma bypassando ogni aspetto di una realtà nota a
tutti, e cioè che la produzione industriale ha avuto una rilevante caduta a
dicembre e che si tratta della quarta diminuzione consecutiva dell'indice.
Questa a casa mia si chiama recessione. E recessione è già nel mondo, nel
mercato globale, a causa dei dissesti finanziari dovuti ai subprime,
riguardanti gli States e anche pezzi della finanza europea (lo scandalo SocGen
non sarà l'unico, secondo la valutazione di molti analisti europei). Ecco,
allora, che Berlusconi fa benissimo a mettere l'accento ancora una volta
sull'economia reale, quella dei consumi e della produzione. In un'intervista al
settimanale ciellino "Tempi", va al sodo e lascia a Veltroni la
memoria della Resistenza e dei sacrifici dei nostri padri per la crescita
dell'Italia, il vero epicentro della crisi è il presente e, nel presente,
"la prima cosa da fare sarà quella di rimettere i soldi nelle tasche dei
cittadini e delle famiglie per rilanciare i consumi e, con questi, l'economia e
la creazione di nuovi posti di lavoro". Appunto, questa è la realtà. Il
nostro presente. L'identità politica di un partito non è data soltanto dal
passato e dalla memoria, ma anche dallo sguardo sul presente e dalle soluzioni
da fornire ai problemi radicati nel presente. Ho scritto "anche", ma,
in questo momento storico, sarei tentato di aggiungere: soprattutto.
Soprattutto la realtà e la soluzione dei problemi reali dei cittadini. Quando è
in crisi un intero sistema, non si riparte dalla macroeconomia, ma dal momento
in cui si svegliano le persone per andare al lavoro o a fare la spesa. Per i
sermoni, ci sono le chiese e i sacerdoti. Quando se ne trova uno in gamba, la
Messa non termina con uno sbadiglio. Come prima durante e dopo i sermoncini
laici di Veltroni, l'Obama "de noantri".
( da "Avanti!" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
LA POSTA Sognando
una società più giusta 13/02/2008 Caro direttore, auspico una campagna
elettorale, vivace ma educata, intelligente, rispettosa e che sia centrata sui
problemi dei cittadini più deboli e bisognosi. Una campagna elettorale in cui
si discuta pure dei grandi temi da risolvere in Italia, di una nuova legge
elettorale, del conflitto d'interessi, della difesa della nostra meravigliosa Costituzione, del
raggruppamento dei partiti, della troppa burocrazia, della lotta alla mafia e
alla malavita organizzata in generale, dell'evasione fiscale, della sicurezza,
del rilancio dell'economia, del rispetto per l'ambiente, dei diritti civili e
di tanti altri grandi temi. Quello che vorrei e che auspico, però, è che
la campagna elettorale sia fatta in mezzo alla gente e con la gente, per
sentire in particolare i cittadini più penalizzati e più deboli della nostra
società: dai lavoratori ai pensionati, dai malati agli anziani, ai diversamente
abili. Da questi emergerà sicuramente il bisogno di più sicurezza dentro e
fuori casa, sui posti di lavoro, dai prezzi elevati dei beni di consumo di
prima necessità e il costo della vita troppo elevato, stipendi bassi, pensioni
basse. Anche se bisogna riconoscere al governo di centrosinistra, nei ultimi
due anni in cui è stato al governo ,di aver fatto tante cose buone per il
sociale e per le persone più bisognose. Bisogna, però, fare molto di più; nella
campagna elettorale c'è bisogno di coinvolgere il maggior numero possibile di
persone, in particolare di giovani, favorire e invogliare la loro
partecipazione, per elaborare assieme a loro progetti per la sicurezza,
progetti per prevenire incidenti sul lavoro, progetti per prevenire incidenti
stradali, progetti per l'educazione alla legalità, al rispetto delle regole,
progetti in cui far sì che i servizi sociali diventino sempre migliori, dalla
sanità alla scuola, dai trasporti ai servizi socio-assistenziali sul
territorio. Poi - lasciatemelo dire - aumentare subito i salari dei lavoratori
dipendenti, che sono troppo bassi, aumento anche delle pensioni e diminuzioni
anche delle tasse, poi progetti di gestione della cosa pubblica e privata, per
far si che la politica non sia un costo ma una risorsa. In Italia c'è bisogno
di una politica alta, vera, onesta, trasparente, quella che una parte dei
politici fa già, quella priva d'interessi personali,
una politica che sia al servizio dei cittadini, degli interessi
generali, una politica che abbia a cuore il bene comune degli italiani. Per far
sì che la non-politica, il qualunquismo, l'indifferenza, l'egoismo e quella dei
no sia superata con l'impegno morale diretto, con la passione, con la
responsabilità, con il protagonismo. Per far sì che sia una politica ricca di
risorse umane, di idee, una risorsa democratica e che si dia anche un codice
etico di comportamento. Un codice etico di comportamento ci sarebbe bisogno in
ogni settore pubblico e privato della società italiana, per renderli più sani e
limitare i costi. Qui ce ne sarebbe molto da dire: dai calciatori agli
allenatori, dai dirigenti ai ciclisti, dai motociclisti ai piloti, dalle
personalità dello spettacolo ai dirigenti pubblici e privati, e tante altre
categorie che guadagnano fior di milioni di euro all'anno e, magari, tanti di
loro evadono anche il fisco. Anche in queste categorie ci sarebbe bisogno, di
ridurre i costi, che sono pur sempre direttamente o indirettamente a carico
della collettività. Su queste categorie privilegiate, inviterei anche i mezzi
di informazione a parlarne molto di più, dare il proprio contributo a fare
un'informazione a trecentosessanta gradi e non solo sul costo della politica,
come hanno fatto fin ora, ma anche di tutte queste categorie privilegiate che
ci sono in Italia. In conclusione, invito tutti a fare una campagna elettorale
ascoltando molto bene la gente, i cittadini, i loro suggerimenti, i loro
bisogni, analizzarli a fondo e inserirli nei programmi elettorali e negli
obbiettivi da raggiungere, per arricchirli di contenuti reali. Obiettivi che
devono essere quelli di costruire e raggiungere una società più equa, giusta,
migliore, piena di diritti e di valori veri per tutti i cittadini italiani.
Francesco Lena Cenate Sopra (BG).
( da "Manifesto, Il" del 14-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Yolanda Betancourt:
"Sinistra, intervieni" Colombia in ostaggio Il grido di dolore della
mamma di Ingrid Betancourt, ieri al "manifesto" "Il presidente
non vuole la pace", dice Yolanda Betancourt, madre della senatrice
franco-colombiana ostaggio da quasi sei anni della guerriglia marxista delle
Farc. In Italia ha incontrato il papa, i sindacati e i principali esponenti
della sinistra, ai quali ha chiesto di attivarsi per una
soluzione umanitaria del conflitto armato nel suo paese "Ho fiducia nella
mediazione del presidente venezuelano Hugo Chavez e della senatrice colombiana
Piedad Cordoba" Geraldina Colotti "La responsabilità è del presidente
Uribe. La sua chiusura nei confronti della guerriglia mette in pericolo la vita
di mia figlia e quella di tutti gli altri ostaggi, e impedisce il
processo di pace in Colombia". Non usa mezzi termini, Yolanda Pulecio
Betancourt, madre della senatrice dei verdi Ingrid, rapita dalle Forze armate
colombiane quasi sei anni fa. Nella sede del manifesto, accompagnata da Gianni
Minà, dice di non riuscire a immaginare un altro anno "senza mia figlia e
con questo dolore", ma non fa spettacolo dei sentimenti. Lucida e
composta, preferisce appellarsi alla ragione e al buonsenso per "coltivare
la speranza". Si capisce che i duri meccanismi della politica non le sono
estranei. Racconta, infatti, che da giovane è stata eletta alla Camera e al
Senato colombiano, ha fatto parte della diplomazia, prima come inviata a Parigi
e in seguito come ambasciatrice in Guatemala. Oggi, però, preferisce ricordare
l'attività sociale a favore dei minori abbandonati e "i cinque istituti
per orfani" che ha costruito. "Il rapimento di Ingrid - dice ora - mi
ha restituito alla politica. Lei ha un'autentica vocazione per la politica.
Quando l'hanno presa, ho dovuto chiedermi perché fosse toccato proprio a lei,
che si batteva contro la corruzione e il malaffare e aveva a cuore gli stessi
ideali di giustizia sociale che dicono di avere le Farc. Allora ho voluto
conoscere quelle persone". Perciò, "fra mille ostacoli e
difficoltà", la signora Betancourt si reca nelle carceri colombiane, dove
i detenuti politici subiscono il trattamento duro delle carceri speciali.
"In prigione - dice - ho incontrato i comandanti della guerriglia, persone
colte e intelligenti. Mia figlia è considerata prigioniera di guerra, anche se
non aveva armi. Spiegano di non avere niente a che fare col narcotraffico e con
tutte le nefandezze di cui li accusa Uribe". E allora gli undici ostaggi
morti, che una perizia avrebbe attribuito al fuoco della guerriglia? "Ho
accompagnato i deputati a vedere i corpi di quegli ostaggi - racconta
Betancourt - quando ho visto i cadaveri mi sono sentita mancare, pensavo che
avrebbe potuto succedere a mia figlia. Onestamente, tutta quella faccenda è
molto strana. Sono in molti a pensare che, dietro, ci siano mercenari che
lucrano sui soldi dei riscatti. C'è il sospetto che possa trattarsi di qualche
scheggia dei servizi segreti israeliani, che allenano l'intelligence
colombiana. Uribe ha mentito troppe volte perché gli si possa credere". Il
presidente della Colombia Alvaro Uribe non crede alla pace, dice Betancourt,
"ma controlla gran parte dei media. Sembra che l'80% della popolazione
stia con lui, eppure io parlo con la gente comune, con i tassisti, con i
giovani e nessuno crede che faccia una buona politica per il paese". Chi
lo ha eletto, allora, questo presidente della Colombia coccolato da Bush ma
anche da buona parte dei paesi europei? "Su 40 milioni di colombiani -
risponde Betancourt - solo in 7 milioni sono andati a votarlo. E nei municipi
capita che i censimenti vengano fatti prima del tempo, che i voti vengano comprati
e i cittadini minacciati dai paramilitari. I giovani sono senza futuro".
Eccezione Colombia, nel panorama latinoamericano dei Morales, dei Chavez o dei
Lula. Come mai? Betancourt elenca l'intreccio di interessi
legati al mantenimento di un clima di guerra e all'assenza di spazi di
agibilità democratici: "I piani privatistici finanziati dagli Stati
uniti", la miriade di figure e di apparati che campano sulle spese
militari. Eppure, la manifestazione "mille voci contro le Farc", che
si è svolta recentemente in Colombia, ha raccolto evidenti consensi. Perché le
forze popolari non riescono a fare altrettanto? E come spiega, Betancourt, che
una degli ostaggi appena liberata dalle Farc, Clara Rojas - che aveva avuto una
relazione (e un figlio) con un guerrigliero e che in un video salutava i suoi
sequestratori con le lacrime agli occhi - abbia definito "grandiosa"
la manifestazione anti-Farc? "Rojas viene da una famiglia di accesi
uribisti - risponde Betancourt - uno dei suoi fratelli è venuto a insultarmi
pubblicamente solo perché noi familiari li abbiamo scongiurati di pensare alla
pace e alla vita degli altri ostaggi. Ma Uribe continua a compiere operazioni
militari nella zona della guerriglia, impedendo la liberazione degli altri
sequestrati?". Di chi si fida, allora, Betancourt? "Senz'altro della
senatrice Piedad Cordoba, che sta subendo minacce e attacchi per la sua
attività di mediazione. E' stata aggredita fisicamente all'aeroporto. L'hanno
denunciata come traditrice e ha dovuto difendersi in senato. Anche la vita di
suo figlio è in pericolo. Ma con chi si deve trattare in una guerra se non con
l'avversario?". Fra chi si adopera per una soluzione umanitaria c'è anche
una parte della chiesa: "Io sono cattolica - dice Betancourt - e ringrazio
monsignor Luis Augusto Castro, presidente della conferenza episcopale
colombiana, che lavora in quella direzione. Ringrazio moltissimo anche il
presidente Chavez. Senza la sua mediazione non si sarebbe arrivati a
nulla". Betancourt apprezza anche l'intervento del presidente francese
Sarkozy e "il prezioso lavoro di Jacques Chirac". E spera che, dagli
Usa, arrivi un cambio di governo: "I democratici ci hanno ricevuto - dice
- e ci hanno assicurato che sosterranno una soluzione umanitaria del conflitto
in Colombia". Ma, soprattutto, dopo la visita in Italia in cui ha
incontrato anche il papa, Betancourt confida nei rappresentanti delle forze
politiche di sinistra e dei sindacati, con cui ha parlato: "A loro - dice
- ho chiesto di sostenere l'attività di mediazione del presidente Chavez e
della senatrice Cordoba. Se Uribe riconosce le Farc come controparte, mia
figlia e gli altri potranno tornare a casa. La pace in Colombia sarebbe a
portata di mano. Al di là dei problemi politici, conta l'intervento umanitario.
L'Italia, a differenza della Colombia, conosce il valore dei diritti
umani".
( da "Opinione, L'" del 14-02-2008)
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d'interessi
Oggi è Gio, 14 Feb
2008 Edizione 31 del 14-02-2008 Il leader del Pd punta a perdere di poco, per
dettare le condizioni della grande coalizione Walter gioca in difesa di
Francesco Blasilli L'Italia più che un popolo di navigatori, santi e poeti è un
popolo di calciofili. E fino ad una quindicina di anni fa, prima dell'avvento
rivoluzionario di Arrigo Sacchi, era nota in tutto il mondo per una sua
inconfondibile peculiarità: il catenaccio. Walter Veltroni, alla faccia della
sua voglia di sentirsi nuovo, si sta ispirando ? per questa campagna elettorale
? agli antichi padri dell'italico difensivismo: Nereo Rocco e Giovanni
Trapattoni. Perché per il centrosinistra il 13 e 14 aprile ci sarà un solo
obiettivo: prenderle il meno possibile. Veltroni e i suoi non puntano a
vincere, perché sanno che non è un obiettivo realistico, e allora provano a
perdere con il minore scarto possibile. Insomma stanno facendo di tutto per non
far stravincere Berlusconi, perché se porteranno a casa una sconfitta onorevole,
magari con un solo gol di scarto, ecco che potranno essere loro a dettare le
condizioni per le larghe intese. Ci sono infatti molte possibilità che si
finirà in ogni caso con una grande coalizione Pdl-Pd, ma a seconda del
risultato elettorale, cambiano i rapporti di forza. Se il Cavaliere trionfa,
Veltroni non può far altro che mettersi con il piattino e aspettare qualche
spicciolo. In caso contrario (e al Senato Berlusconi rischia eccome)
superWalter potrà dire la sua. Per questo motivo sta facendo ? a dispetto di
quanto dichiarato ? una campagna acquisti di un certo livello. Perché Veltroni,
nonostante quello che ribadisce la numerosissima stampa amica, col cavolo che
correrà da solo. Andrà senza la "cosa rossa", ma si tirerà dietro altre
cose. Altro che squadra giovane, Veltroni ha deciso di puntare sull'esperienza
per evitare la disfatta. Il primo acquisto è stato il bomber di Montenero di
Bisaccia, Antonino Di Pietro, un bel centravanti di peso, di quelli che servono
per tenere impegnate le difese avversarie; oddio, per quel ruolo c'era già il
fido Bettini, ma in tal caso la stazza era eccessiva. Meglio allora un
giocatore di movimento (da destra a sinistra....) come Di Pietro, uno che può
provare a prendere i voti di Beppe Grillo. Uno che può (perché è la sua
peculiarità principale) sbandierare l'antiberlusconismo, cosa che invece il Pd
? dopo aver abortito la legge sul conflitto d'interessi ? non può più fare. Ma, alla
faccia dell'uomo nuovo, il santo Walter (a proposito, il suo discorso di Spello
sembrava una scena tratta dal celeberrimo film di Zeffirelli "Fratello
sole e sorella luna"), un po' di vecchio e sano antiberlusconismo deve pur
averlo nella sua federazione, altrimenti sai quanti voti si ruba la cosa
rossa, con Diliberto che è già pronto a bruciare le bandiere del Milan (senza
farsi vedere da Bertinotti, però, noto tifoso rossonero) e Pecoraro Scanio che
sta risalendo il Po a bordo di una nave di Greenpeace per assaltare gli studi
di Mediaset a Cologno Monzese. Sulle similitudini tra Veltroni e Di Pietro ci
sarebbe molto da discutere, ma in amore, guerra e politica tutto è lecito.
Altro pezzo da novanta del "Real Loft" di Veltroni, è il regista di
centrocampo Luca Cordero di Montezemolo. La classica mente sulla linea mediana,
con un solo difetto: è un po' discontinuo nelle sue giocate. Tant'è che dopo
tanti assist a a Veltroni, l'altro ieri si è fatto scappare un passaggio buono
pure per il Cavaliere; ma si sa, di questi tempi, passare dal Milan all'Inter
non è più un reato. Anche perché anche i mediani di spinta che solitamente
affiancano il regista Luca, sono un po' confusi: prendete quelli del salotto
buono del Corriere, che adesso simpatizzano pure con Ferrara. Mica vorranno
mettere su la Nazionale del Vaticano? In ogni caso Veltroni sta cercando di
portare a giocare con se anche un'ala dalle giocate brillanti, ma dal carattere
irascibile come la Bonino, che però vuole nel suo team anche l'esperto
(battitore) libero Pannella. "Veltroni ci ha annunciato un suo approccio
diverso che però deve meglio specificare", ha detto la Bonino, anche se le
parti sono ancora distanti e poi sarebbe impensabile far convivere nella stessa
squadra il ministro radicale con un terzino vecchio stampo come la Binetti: non
si passerebbero mai il pallone. L'impresa di Veltroni è realmente difficile,
visto che i sondaggi più favorevoli al Pd, danno il Berlusca al 40% e quelli
del loft, sommati a Di Pietro al 37,5. Poi però ci sono la Lega, l'Udc e pure
La Destra di Storace. L'ormai ex sindaco di Roma può sperare in qualche passo
falso del Cavaliere, il quale però potrebbe ricorrere a qualche prestito per
vincere facile anche in Senato: scendere in campo con il simbolo dell'Udc in
Sicilia e con quello di Storace nel Lazio potrebbero rivelarsi la tattica
vincente. Alla faccia del catenaccio di Walter. Silvio è abituato a giocare
all'attacco e a vincere. Soprattutto nel rettangolo verde di gioco.
( da "Repubblica, La" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Ultima conferenza
stampa del presidente russo: "L'integrità degli Stati va difesa"
Putin: "La Serbia ha ragione così la Ue fomenta il caos" Duro sullo
Scudo: missili su Kiev se ospiterà basi Nato Da ormai quarant'anni esiste la
Repubblica indipendente del Nord di Cipro. Perché non la riconoscete? Ora basta
con la politica del doppio standard LEONARDO COEN DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
MOSCA - è l'ultima conferenza stampa di Putin, la settima dal
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
15-02-2008)
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d'interessi
Primo Piano Pagina
102 Dettori-Regione, si chiude un'epoca Vicinissima la rimozione del direttore,
si cerca un sostituto --> Vicinissima la rimozione del direttore, si cerca
un sostituto Fulvio Dettori, braccio destro del governatore, sta per essere
"dimissionato". Per lui, si cerca un altro incarico. C'è un supermanager
pronto a essere dimissionato. "Il" manager, l'uomo ovunque della
Regione autonoma della Sardegna, il braccio destro e forte del presidente, ha
la valigia pronta e sarà uno spostamento dai retroscena clamorosi . Questo
dirigente dalle spalle forti sopra le quali questo esecutivo e il suo
presidente si sono appoggiati spesso, quasi sempre, demandando magagne,
decisioni, noie e commissioni varie, sarebbe vicinissimo al ritorno a casa. O
dintorni. Resta solo da individuare un incarico di gradimento doppio, all'interessato
e al datore di lavoro, e poi la notizia sarà ufficiale. PRIMO TENTATIVO Il
professore Fulvio Dettori, 59 anni, sassarese, docente di Diritto
all'università di Sassari, due volte assessore comunale ad Alghero, dirige la
presidenza della giunta e proprio verso Alghero la sua giunta lo stava per
rispedire. La separazione era cosa fatta, l'ultimo colpo giudiziario (la
riapertura del cantiere di Tuvixeddu) ha incrinato il rapporto di estrema,
incondizionata fiducia con il suo capo della giunta regionale. Ed è stato anche
già contattato un possibile sostituto, un avvocato dello Stato. LO SCENARIO
Recentemente, Dettori è stato selezionato per un incarico di diverso peso
specifico, la poltrona numero uno della società di gestione dell'aeroporto di
Alghero, ma una sommossa interna al consiglio di amministrazione della Sogeaal
avrebbe prodotto un'onda che ha avuto l'effetto di mantenere il direttore
dietro la porta del suo ufficio, nel palazzo dei palazzi, in viale Trento, a
Cagliari. Nonostante la Regione - insieme alla Sfirs - possegga la maggioranza
delle azioni (quasi il 50 per cento), non è stato possibile assegnare a Dettori
un'altra direzione. IN CONSIGLIO Ma ieri, fra i consiglieri del Partito
democratico, la posizione del direttore generale della presidenza veniva data
in bilico. "Sarete contenti, ora che non c'è più", sussurrava alle
orecchie dei vicini di banco uno dei solitamente meglio informati di questioni
presidenziali. Dettori, tuttavia, è ancora regolarmente al suo posto, dopo un
breve periodo di sospensione dall'incarico deciso dal Tribunale di Cagliari. Ha
superato indenne le numerose interrogazioni in Consiglio - rimaste inevase -
sul suo compenso (non supera i 194 mila euro lordi all'anno, eccetto l'assegno
integrativo del presidente), sui presunti conflitti di
interesse legati al suo doppio ruolo, ha valicato la montagna dello scandalo
sulla gara della pubblicità, non si è scomposto neanche di fronte al recente
blitz della polizia giudiziaria, chiuso col sequestro dei suoi computer e un
avviso di indagine aperta nei suoi confronti: turbativa d'asta, falso e
abuso d'ufficio i reati presunti. Neanche quando il Consiglio regionale ha
chiesto al presidente della Regione di rimuoverlo dall'incarico, otto mesi fa,
fu una censura pubblica e pesantissima - il professore ha deciso di chiudere la
sua carriera regionale. Fino a ieri, quando lo si dava dimissionato. "Sarà
sostituito prestissimo", ha riferito ieri a tarda sera uno dei big della
coalizione di governo. IL SOSTITUTO I vertici della Regione hanno contattato
tre giorni fa un avvocato dello Stato, sardo, senza tessera politica, non
vicino - sembra - ad appartenenze di centrosinistra. Il cambio della guardia
sullo scranno più alto fra i dirigenti della Regione è dietro l'angolo, ma è
sorto un altro intoppo: l'avvocato ha detto no, dicendosi indisponibile a
ricoprire quell'incarico. Una poltrona che continua a scottare. ENRICO PILIA.
( da "Repubblica, La" del 15-02-2008)
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Pagina VI - Firenze
INTERVENTO/1 Quel tram è una giusta necessità Non si possono cancellare gli
atti adottati secondo il programma DANIELA LASTRI L'autore è assessore comunale
all'istruzione Domenica voterò No perché non voglio che si interrompa ciò che
fin qui è stato fatto. La tramvia è un mezzo normale e compatibile con la
bellezza della nostra città, come tante altre cose che già oggi possono
convivere con l'estetica e la sacralità dei luoghi storici. Una città moderna e
vitale fa i suoi giusti compromessi e la tramvia che passa dal centro è una
giusta necessità. Non ci sono valide alternative. Non lo è la metropolitana:
Firenze non può sopportare decenni di lavori (non gli anni, già faticosi, della
tranvia) e nel frattempo morire di asfissia. In più, costa troppo e non è in
grado di servire il territorio. La tramvia è più flessibile e si integrerà al
meglio con gli altri mezzi pubblici e con la linea ferroviaria che attraverserà
la città. Ma il sistema della tramvia è esso stesso qualcosa di integrato e
dunque non ha senso fare la linea 1 rinunciando alle altre. Si farebbe un danno
grave alla città. Non c'è nessun scempio ambientale (come dicono gli oppositori
politici della tranvia), ed è pacificamente vero il contrario. A favore si sono
espressi le forze autenticamente ambientaliste, l'Unesco, le organizzazioni
sociali e produttive, e tutti quelli che sono sensibili ai temi drammatici che
pone la vita caotica delle città. Le lacrime di coccodrillo versate sugli
alberi rimossi e il disamore per quelli che vengono piantati (saranno
( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)
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d'interessi
Legge 194 Un
crociato in televisione Norma Rangeri Noi della vecchia generazione di
femministe avevamo l'incubo dei feti sotto vetro esposti in pubblico dal
movimento per la vita di Carlo Casini, un cattolico oltranzista che non si
faceva scrupolo di violentare, con macabri rituali, le donne che affrontavano
il dramma dell'aborto. Oggi, a trent'anni dalla conquista della 194, ci
ritroviamo con un neonato movimento per la vita, concepito e partorito da Giuliano
Ferrara. Nel
( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
E chi avrebbe citato
se avessi dato un rigore alla razza bianca? Althusser? Mao? Lo stesso Marx?
Osvaldo Soriano Il rapido contropiede della globalizzazione Il calcio è un
esempio da manuale dell'incapacità politica nell'affrontare problemi sociali
locali provocati da fenomeni che prendono corpo su scala planetaria. A partire
dalla presenza di un'élite globale dei giocatori e dei
conseguenti conflitti tra gli interessi delle nazionali e quelli dei club Il mercato mondiale dei
calciatori è il rovescio della medaglia delll'esistenza di una manciata di
"marchi globali" che fatturano cifre colossali con la vendita dei
diritti televisivi e il mercha Luigi Cavallaro È constatazione diffusa che i
problemi sociali più gravi di quest'alba del XXI secolo sono tali principalmente
perché non disponiamo degli strumenti politici con cui affrontarli. Le
istituzioni politiche entro cui si svolge la nostra esistenza sono per lo più
confinate entro le frontiere degli stati-nazione, mentre le questioni più
pressanti che ci si parano davanti - dalle migrazioni delle merci e dei
capitali alle migrazioni delle persone in carne e ossa, dalle crescenti
difficoltà di approvvigionamento energetico alle catastrofi sociali generate da
eventi climatici estremi - trascendono, e di molto, quelle frontiere.
Intendiamoci: la "globalizzazione" è ben lungi dall'essere una
realtà, salvo che nelle visioni un po' naif di quanti credono che essa si
misuri col numero di persone che salgono su un aereo o con le tonnellate di
merci che si trasportano da un luogo all'altro del pianeta. È però indubbio che
molti dei problemi rispetto ai quali gli stati manifestano palesemente la loro
inadeguatezza - a cominciare dalla sicurezza, privata e sociale - costituiscono
il precipitato locale di fenomeni che prendono corpo su scala globale. Una
scala su cui, invece, operano con disinvoltura poche centinaia di imprese
transnazionali, i cui interessi sempre più spesso si
pongono in contrasto con quelli degli abitanti dei Paesi che ricadono
nell'orbita dei loro affari. Le squadre in campo Il calcio offre un esempio da
manuale di queste contraddizioni. Praticamente fin dal giorno in cui ha
conquistato un pubblico di massa, questo sport è stato, in effetti, il
catalizzatore di due forme di identificazione di gruppo: quella
"locale" rispetto ai singoli club calcistici e quella
"nazionale" nei confronti della rappresentativa del proprio paese,
formata dai migliori giocatori dei diversi club. Per un lungo periodo di tempo,
queste due forme di identificazione sono state complementari: si tifava per il
club durante il campionato di calcio o nelle coppe europee, e per la nazionale
in occasione degli europei o dei mondiali. Ma a partire dagli anni Novanta e
soprattutto nel corso degli anni Novanta (specialmente dopo la famosa sentenza
Bosman), è progressivamente emerso un mercato mondiale dei calciatori, che ha
reso sempre più incompatibili gli interessi delle
nazionali con gli interessi dei grandi club. La
globalizzazione del mercato dei calciatori ha infatti permesso a un consorzio
di club ricchissimi, situati per lo più in un ristretto numero di Paesi
dell'Europa occidentale, di costituirsi come "marchi globali" in cui
giocano calciatori reclutati all over the world. Spesso solo una minoranza di
giocatori appartiene alla nazione dove ha sede il club: Arsène Wenger,
allenatore (francese) dell'Arsenal, ha messo più volte in campo la squadra
senza schierare nemmeno un giocatore inglese, e lo stesso ha fatto Mancini con
l'Inter, che pure - come sanno bene i suoi tifosi - la vocazione
internazionalistica ce l'ha impressa fin dalle origini. L'Arsenal, l'Inter e
ancor più il Milan, il Manchester United, il Chelsea, il Barcellona, il Real
Madrid, sono ormai club brand che fatturano cifre colossali con la vendita dei
diritti televisivi e col merchandising legato all'abbigliamento sportivo e ai
gadgets coi loro colori. Si può dire che il calcio globale è ormai dominato
dall'imperialismo di questi pochi club, che competono gli uni con gli altri sia
nei campionati nazionali, sia (e preferibilmente) in quelli internazionali: non
è un caso che periodicamente rispunti l'idea di una "superlega"
europea che dovrebbe raggrupparli per dar vita ad un campionato ancor più
spettacolare, almeno dal punto di vista del richiamo mediatico e del ritorno
economico, e la trasformazione della Coppa dei campioni in Champions League
rappresenta certo un primo passo in questa direzione. Piedi in subfornitura La
globalizzazione calcistica ha avuto però conseguenze indesiderate. In primo
luogo, ha indebolito la posizione di quei club che non fanno parte della
virtuale "superlega" dei più ricchi, specie in quei paesi
sudamericani e africani che hanno accentuato la loro caratteristica di
"esportatori netti" di calciatori. Appena meglio stanno i club minori
europei, che non se la passano troppo male solo perché ingaggiano calciatori a
buon mercato dalle nazioni più povere, sperando che diventino dei talenti da
rivendere a suon di milioni ai club brand più importanti, oppure - proprio come
nelle subforniture - ricevono in prestito dai grossi club qualche giovane astro
nascente, bisognoso di farsi le ossa sui campi della periferia. In secondo
luogo, la logica transnazionale è entrata in conflitto con l'appartenenza
nazionale dei calciatori, cioè con i loro impegni nelle nazionali dei paesi
d'origine. Gli interessi dei club brand imperialisti
sono ormai in contrasto con quelli delle nazionali: per calciatori che
viaggiano sul filo delle sessanta-settanta partite all'anno, l'infortunio è sempre
dietro l'angolo e l'impegno con la nazionale è un rischio aggiuntivo che i club
finora hanno sopportato senza averne nessun ritorno. Vieira che si rompe nelle
partite con la nazionale francese resta pur sempre sul libro paga dell'Inter,
che però non lo potrà impiegare per due o tre mesi, e motivazioni analoghe
debbono aver ispirato Totti nell'opporre il gran rifiuto alla maglia azzurra.
Bisognerà vedere come si metteranno le cose dopo l'accordo di Zurigo dello
scorso 15 gennaio, in cui la Fifa e l'Uefa hanno assunto l'impegno di versare
ai club congrui contributi finanziari per la partecipazione dei giocatori agli
Europei e ai Mondiali, in cambio dello scioglimento del G-14 (il cartello
fondato nel 2000 dalle quattordici squadre più importanti d'Europa) e della
rinuncia alle richieste di risarcimento avanzate dai club in varie sedi
giudiziarie. Resta comunque il fatto che rifiutare la convocazione in nazionale
è un fatto che sarebbe stato semplicemente inconcepibile fino a dieci anni fa.
E proprio qui, sul piano dell'identificazione, si coglie la terza conseguenza
della globalizzazione calcistica, quella più complicata. I calciatori e i
tifosi per i quali la nazionale resta un vettore d'identificazione importante
sono quelli dei club e dei paesi più poveri: per costoro davvero l'idea di
comunità nazionale si materializza per lo più sotto forma di undici uomini che
tirano calci a una palla - il festoso entusiasmo che abbiamo visto nell'Iraq
dilaniato dall'occupazione americana e dalla guerra civile dopo il successo in
Coppa d'Asia ne è certo l'esempio migliore. Icone senza frontiere Diverso è il
discorso per i calciatori occidentali e i tifosi dei loro club brand
imperialisti. I primi rappresentano in qualche modo un'élite davvero
transnazionale: sono cioè fra i primi uomini ad essere realmente (e non solo
idealmente) "cittadini del mondo". Si può esser certi che Ibrahimovic
giocherà con impegno per la nazionale svedese, ma si può avere qualche dubbio
sul fatto che si "senta" svedese, e non solo per le sue origini
balcaniche: lo stesso potrebbe dirsi per un'icona del calcio globale come
Beckham. Ma è per i tifosi delle multinazionali del pallone che i problemi sono
più cospicui. Non solo perché l'identificazione con la nazionale diventa
conflittuale quando un proprio beniamino s'infortuna giocandoci (chiedete
appunto ai romanisti), ma soprattutto perché essi vivono sempre più spesso la
lacerazione fra l'orgoglio per le vittorie dei propri colori e il fatto che
quelle vittorie maturano spesso in grazia dell'abilità pedatoria di calciatori
provenienti da paesi considerati "inferiori" e i cui abitanti che
migrano da queste parti si offrono come concorrenti a prezzi migliori per i
lavori di bassa qualifica. La reputazione degli "zingari" La xenofobia
dilagante negli stadi ne è la riprova. Gli ultras ne riproducono al meglio le
immutabili caratteristiche, a cominciare dal carattere squisitamente artefatto
(e nient'affatto "naturale") del discorso razzista: gli juventini che
gridano "zingaro" al loro ex campione Ibrahimovic riecheggiano
inconsapevolmente la famosa sentenza di una corte della Carolina del Sud, che
nel 1835 sostenne che è la "reputazione" a costituire l'unico
criterio per "definire negro un individuo". Sarebbe troppo facile, a
questo punto, concludere che anche per il calcio la colpa è del capitalismo
delle multinazionali, che omologa, distrugge le specificità locali e priva il
proletariato di gusti, tradizioni e tifo. La realtà è più complessa: non c'è
mai stata alcuna "età dell'oro" e tutti i campionati e i rapporti di
produzione fin qui esistiti sono sempre stati impregnati di corposi interessi di classe e/o di "casta". L'odierna
tendenza a mitizzare qualunque tradizione culturale, perfino le più oppressive,
ricorda piuttosto il rimpianto di Alan Garrison (uno degli ultimi hooligan del
Chelsea) per i "bei tempi" in cui allo stadio andavano solo diecimila
persone, di cui seimila per fare a botte e le altre quattromila per godersi la
rissa. Nessun rimpianto, insomma: il meticciato, coi suoi corollari di sradicamento
ed eclettismo, di contaminazione e innovazione, è il futuro del calcio come del
mondo. Non c'è davvero da dolersi se è passato il tempo in cui tutti insieme si
gridava "Forza Italia" e l'identificazione con la nazionale si
depotenzia progressivamente a favore di quella con il club. Piuttosto, poiché
la globalizzazione viaggia per ora prevalentemente sulle maglie dei club brand
e veicola un cosmopolitismo fondato sulle asimmetrie dei mercati finanziari,
bisognerebbe trovare un modo per reinnestarla sul tronco dei pubblici poteri,
dando vita ad una qualche forma di "cosmopolitismo nazionalista". Può
sembrare, calcisticamente e politicamente parlando, un'utopia assoluta. Il
Barcellona ce ne dà però un esempio tangibile. Non solo perché questo simbolo
del nazionalismo catalano è stato fondato da un uomo d'affari protestante, lo
svizzero Joan Gamper, ma soprattutto perché sono moltissimi i giocatori
stranieri che hanno militato nel club catalano e hanno deciso, finita la loro
carriera, di restare a Barcellona. Del resto, quello catalano non è un
nazionalismo del "sangue" o di tipo teocratico, ma è una
"religione civile" che - come ha scritto Franklin Foer - si fonda su
poche cose: la lingua, il disprezzo per la Spagna castigliana e l'amore per il
Barça. Un nazionalismo cosmopolita Confesso che, ai miei occhi di
interista-leninista impenitente, assolutamente convinto della profonda lezione
"materialista" che viene dal calcio - uno sport in cui il confronto
fra individui è sempre mediato dalla presenza e dal possesso della
"cosa" e in cui il conflitto, pur svolgendosi secondo una logica
intelligibile, è sempre incerto, "aperto" nei suoi esiti ultimi -,
una prospettiva del genere evoca inevitabilmente quella di una nuova
"internazionale": una parola indubbiamente antica, come scrisse
Pintor nel suo ultimo editoriale, ma ancora non ve ne sono altre per enunciare
l'obiettivo di "reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in
forme mai viste". Fuor di metafora: la globalizzazione necessita ancora di
stati-nazione efficienti ed efficaci, esattamente quanto le multinazionali del
pallone hanno ancora bisogno delle nazionali d'origine. Si può aggiungere che
non è detto che non ci servano ancora alcune delle lezioni del
"nazionalismo cosmopolita" dei trenta gloriosi keynesiani
(1945-1975). L'allenatore dell'Arsenal l'ha capito benissimo: "A me non
interessano le nazionali, ma so che dobbiamo averle nel sistema, perché sono
loro che continuano a far affluire il denaro". Parole crude, ma sante.
( da "Manifesto, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Parla lo scrittore
"jugoslavo" - come ama definirsi - Predrag Matvejevic: "Non
credevo che saremmo arrivati così in fretta alla proclamazione d'indipendenza
del Kosovo. Siamo nel vicolo cieco dei micro-stati, come dice Claudio
Magris" "Saltano gli equilibri delicati nei Balcani" Tommaso Di
Francesco Per approfondire la crisi in atto nei Balcani con l'autoproclamazione
unilaterale d'indipendenza del Kosovo, abbiamo rivolto alcune domnade a Predrag
Matvejevic, l'autore di "Mediterraneo", di "Tra asilo ed
esilio", de "I signori della guerra", tutti testi che hanno
rivelato le crisi dell'est e reso evidenti le nostre responsabilità verso la
stagione della guerra tornata d'attualità negli anni Novanta nel cuore
d'Europa. Predrag Matvejevic è stato citato più volte dall'editoriale di lunedì
scorso apparso sul Corriere della Sera di Claudio Magris dal titolo "Le
nazioni violente, Kosovo e identità intollerante" che, senza timori
reverenziali, ha scritto: "Una mina immediata è costituita dall'imminente
indipendenza del Kosovo, che era stata esclusa dal nostro governo quando
l'Italia aveva partecipatao alla vergognosa guerra del Kosovo, intrapresa
contro coloro - i serbi - che in passato avevano oppresso gli albanesi, ma che
in quel momento erano semmai oprressi, e dunque intrapresa in soccorso dei
vincitori. Nascerà - ha continuato - così nel Kosovo un mini-stato in cui non
sarà possibile vivere a nessun serbo e di cui il leader Thaqi, ex guerrigliero
dell'Uck di cui si sono viste molte fotografie marziali ma nessuna
significativa azione militare, sta cercando di inventare una bandiera".
Che cosa pensi di questa, ennesima proclamazione unilaterale d'indipendenza nei
Balcani? Non credevo che si sarebbe fatto così presto, non perché i kosovaro
albanesi non avessero già mostrato fretta, ma perché pensavo che gli americani
li avrebbero fermati, avrebbero chiesto un po' di tempo per gestire la
situazione caotica e dura che si sviluppa in Serbia. Invece ci fanno sapere che
domenica ci sarà la proclamazione. Sarà una grande scossa in Serbia, non una
sorpresa. Ci saranno sicuramente manifestazioni e una dura pressione per
conservare le zone più fortemente serbe in Kosovo, come Kosovska Mitrovica e
Gracanica. In ogni modo così la situazione nei Balcani rischia di complicarsi
molto più di quello che si pensa. Non sappiamo ancora se il premier Kostunica,
nazionalista moderato ma troppo vicino alla Chiesa ortodossa, con riferimenti
clericali, sarà favorito da questa situazione. Rischia comunque di rafforzarsi
il nazionalismo estremo che ha indebolito ogni opposixzione possibile di sinistra.
Ora temo l'atteggiamento dei serbi della Repubblica serba di Bosnia, entità che
fa parte della Bosnia Erzegovina, ma che di fronte alla proclamazione
unilaterale del Kosovo, minaccia di separarsi e unificarsi a Belgrado, con le
stesse ragioni, gli stessi criteri, lo stesso "diritto" di Pristina.
Un atteggiamento sostenuto dagli estremisti craoti dell'Herceg Bosna
(l'Erzegovina), anche loro parte della Bosnia unitaria ma che già di fatto si
sentono separati, votando da anni per le elezioni a Zagabria - è una cosa
indecente sulla quale la comunità internazionale tace e acconsente. Il leader
dei serbi di Bosnia, Milorad Dodik è stato all'opposizione di Milosevic e
contro il super-ricercato Karadzic, ma ora torna ad attaccare i musulmani di
Sarajevo che chiama "nuova Tehran", approfittando dell'arrivo in
Bosnia di un islamismo tutt'altro che laico e filooccidentale com'era prima
della guerra, ma fortemente ancorato agli interessi
dell'Arabia saudita. Che paga i piccoli Imam della provincia, costruisce moschee
e centri islamici, lì dove la gente è più affamata. Perché la guerra etnica ha
portato solo miseria e grandi affari al circo Barnum degli aiuti
internazionali. Troppo tardi l'Occidente si è accorto dell'Islam moderato che
c'era prima, quando a Srbrenica e a Mostar le milizie serbe e croate facevano
scempio di quell'esperienza. Parlavi del pericolo per gli equilibri dei
Balcani. Che fine farà ora la Macedonia? C'è sempre stata una storica divisione
tra macedoni pro jugoslavi (diciamo pro-serbi) e macedoni pro-bulgari. Adesso
che in Serbia c'è più nazionalismo che ai tempi di Milosevic, torna la
possibilità che si alimenti di nuovo il confronto. Perché i macedoni hanno
paura di una grande Albania che si va formando e già le statistiche, mai
affidabili nei Balcani, parlano di 30-35% di albanesi macedoni. Ma gli albanesi
nazionalisti dicono che sono molto di più, parlano del 50%. Naturalmente una
piccola nazione come la Macedonia ne soffrirà, hanno paura del futuro e hanno
memoria di un passato che parla di nazionalità che hanno tanto sofferto. La
guerra del 1999, la "guerra vergognosa" dice Claudio Magris, è una
ferita che non si rimarginerà. Venne motivata dalla Nato come umanitaria. Ora
anche il moderato presidente serbo Boris Tadic denuncia che, invece, serviva
per una secessione etnica. Torniamo dunque ai piccoli stati, alle piccole
patrie etniche... Ho visto errori ed orrori da tutte e due le parti. La
risposta serba ai bombardamenti è stata tragica quando hanno deciso di cacciare
centinaia di migliaia di abitanti dal Kosovo. Io stesso sono andato incontro ai
profughi disperati, ho incontrato quelli che a Otranto arrivavano sui gommoni,
spesso derubati prima dalla stessa mafia albanese e italiana. È stato un grande
errore dei serbi, ma ahimé gli albanesi non ne hanno tratto alcun profitto per
i loro obiettivi politici. Già un altro dramma era stato rappresentato sotto i
nostri occhi dai bombardamenti della Nato, con tanti "effetti
collaterali" contro i civili sia serbi, anche a Belgrado, che albanesi. Ma
i kosovari albanesi tornando in Kosovo dopo la guerra non hanno saputo
conservare la dignità e la credibilità che avevano acquisito durante l'esodo.
Hanno cominciato a non rispettare i serbi, ad essere aggressivi nei loro
confronti, a cacciarli, ad attaccare i monasteri ortodossi. Le milizie dell'Uck
non sono state davvero, come loro raccontano, uno strumento di difesa.
Avrebbero potuto conservare la simpatia del mondo, invece da vittime sono
diventate carnefici. E le vittime sono state tra il 10% dei serbi che avevano
scelto di rimanere. Come dimenticare allora la "pulizia demografica",
quella che negli anni Ottanta vide una grande crescita di popolazione kosovara
albanese, che di fatto respinse molti serbi. Ma allora le frontiere jugoslave,
a differenza del regime dei bunker di Enver Hoxha in Albania, erano aperte più
di ogni altro paese d'Europa. E Tito, dopo moti ispirati da Tirana, avviò la
definizione di una leadership kosovaro albanese assolutamente filo-jugoslava,
con un Kosovo che aveva una sua autonomia particolare in Serbia ma dentro la
Jugoslavia. Tra i leader c'era Azem Vlasi, sacrificato poi da Milosevic che
abolì quello statuto d'autonomia. In Kosovo dunque c'era un sentimento
anti-serbo ma non anti-jugoslavo. Un paradosso: non ci dimentichiamo che gli
ultimi ad aver portato i ritratti di Tito quando già la Jugoslavia era
distrutta, furono proprio gli albanesi del Kosovo. Grandi lavoratori, grande
impegno per la Jugoslavia. Ora siamo "in Katanga" dicono gli albanesi
del Kosovo quando litigano fra di loro. Gli "aiuti" internazionali
hanno portato miliardi di dollari, e il 60% della gente è disoccupata e senza
servizi. Con una nuova classe di super-ricchi legati al malaffare. E parlano
d'indipendenza. Eppure c'era la possibilità di un'alternativa. Nelle lunghe
trattative Belgrado è arrivata a proporre una "autonomia al 95%".
Qualcosa di molto simile allo statuto dell'Arcipelago delle Aaland e più del
nostro Alto Adige - entrambi esempi rivendicati da Ibrahim Rugova, poi
conquistato al carro dell'indipendenza a tutti i costi voluta dalle milizie
dell'Uck, armate dagli Usa che in Kosovo hanno edificato Camp Bondsteel la più
grande base militare d'Europa. E la crisi si internazionalizza: a prendere la
parti dell'isolata Serbia arriva la Russia di Putin. La crisi divide l'Unione
europea al sup interno e con le Nazioni unite: la Ue vuole una missione civile
e di polizia per gestire la crisi, mentre in Kosovo c'è una missione della Nato
che gestisce la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza che riconosce la
sovranità della Serbia. È un caos. Come finirà? Mi ricordo molto bene quello
che voleva Rugova, del quale sono stato ottimo amico. Ricordo l'attentato a
Pristina contro la sua macchina, l'intimidazione contro di lui dei vertici
dell'ex Uck ora al potere. Un trattamento che probabilmente lo ha portato alla
morte. E vedo molto bene la strumentalità, che si serve della fede ortodossa,
di Putin che arriva nell'area. Non mi fido di Putin, conoscevo la
Politkovskaja. La Russia non ha fatto mai molto per gli slavi del sud. E Putin
è l'ultimo che lo farebbe ma lui teme le sue proprie situazioni, gli
indipendentismi del Caucaso. Inoltre l'Unione europea propone troppo poco alla
Serbia, un ingresso tra molti anni, dopo la Croazia. Così la Serbia, il paese
più grande dei Balcani cova il suo nazionalismo, amputato del Kosovo e senza
possibilità di aderire subito all'Europa, anzi in conflitto
con i paesi che riconosceranno il micro-stato Kosovo. Come finirà? Non lo so.
L'indipendenza unilaterale è la risposta sbagliata, e sbaglia l'Unione europea
ad appoggiarla. Noi dovremmo essere controcorrente e ricordare che i popoli
serbi e albanesi hanno più cose per stare insieme che per dividersi.
Come scriveva il socialista-comunista serbo Dimitri Etuzovic nel 1913, morto
all'inizio della guerra del 1914. Il suo saggio si chiamava "Serbia e
Albania" (anzi, lui diceva Arbania). Un libro fantastico che raccontava la
sofferenza dei contadini e degli operai albanesi e serbi insieme, la
solidarietà fra loro. Dobbiamo continuare questo filone. Tra asilo ed esilio
c'è consapevolezza. Oltre il tradimento e l'oltraggio. Dove ogni parola critica
della propria nazione è tradimento e ogni parola critica dell'altra nazione è
oltraggio. Allora lo spazio tra tradimento e oltraggio è sempre più stretto,
sempre più controllato. Stavolta questo spazio, mai tentato, anzi allargato a
dismisura anche da scrittori come Ismail Kadaré che hanno soffiato sul fuoco,
deve restare aperto.
( da "Messaggero, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Nzia e collocamento
dell'aumento di capitale di 5,5 miliardi di Société Générale al via dal 21
febbraio. Per evitare conflitti di interesse legati ad
Anthony Wyand, consigliere d'amministrazione della banca francese ma anche uno
dei cinque vicepresidenti di piazza Cordusio. Wyand avrebbe potuto essere
depositario di informazioni privilegiate. E Alessandro Profumo, banchiere
sempre sensibile, accorto e trasparente, ha preferito quindi rinunciare a
sottoscrivere la quota parte di 22 milioni spettante a tutti i co
manager, cioè i partecipanti al quarto livello del consorzio. Del quale fa
parte l'unica banca italiana presente fra le 18 che hanno garantito a fermo
l'intera operazione: Mediobanca. Per quanto riguarda l'intera struttura del
consorzio, come anticipato da Il Messaggero dimartedì scorso, ne fanno parte al
primo livello col ruolo di global coordinator e joint bookrunner Morgan
Stanley, JpMorgan e la stessa SocGen: le due banche Usa però hanno garantito
1,925 miliardi a testa, la banca francese collocherà solo i titoli. Credit
Suisse e Merrill Lynch - co bookrunner - si accollano 467,5 milioni ciascuno;
Calyon, Deutsche, Hsbc - co lead manager - una quarantina -, infine Barclays,
Citi, Credit Mutuel, Dexia, Ing, Rothschild, Santander, Natixis, Fox Pitt e Mediobanca
con 22. r. dim.
( da "Corriere della Sera" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Esteri - data: 2008-02-15 num: - pag: 19 categoria:
REDAZIONALE Verso l'addio Ultimo incontro con la stampa da presidente Putin:
illegale e immorale un Kosovo indipendente Il leader russo: abbiamo già pronti dei
piani Il Cremlino studia una vasta controffensiva diplomatica pro serba che
coinvolge anche la Bosnia DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MOSCA - L'appoggio
all'indipendenza unilaterale del Kosovo non è un atto "morale né
legale". La Russia non reagirà direttamente, ma si prepara ad attuare una
serie di contromisure che potrebbero finire per riaccendere numerosi conflitti nei Balcani e nel Caucaso. In una lunghissima
conferenza stampa nella quale ha parlato di tutto, Vladimir Putin è stato molto
duro con europei e americani e ha fatto capire che il suo Paese non rimarrà con
le mani in mano. Se ci sarà l'indipendenza, Mosca non reagirà direttamente:
"Se qualcuno prende decisioni stupide e illegali non significa che dovremo
scimmiottarlo anche noi". Ma subito dopo il presidente russo ha
aggiunto che la Russia difenderà i propri interessi.
"E abbiamo dei piani già pronti". Di che si tratta? Putin non lo ha
detto, ma dichiarazioni rilasciate in questi giorni da esponenti
dell'amministrazione fanno capire che sono state studiate iniziative che non
coinvolgono solo i Balcani. Intanto bisogna dire che probabilmente le azioni
che la Russia intraprenderebbe sono state probabilmente concordate con i
vertici di Belgrado, visto che subito prima delle elezioni presidenziali in Serbia
sono giunti a Mosca il presidente Boris Tadic, il premier Vojislav Kostunica e
lo sfidante Tomislav Nikolic. La prima mossa sarebbe quella di appoggiare la
richiesta serba di separare da un eventuale Kosovo indipendente la parte nord
abitata dai serbi che ha come capitale Mitrovica. Poi verrebbe riaperta la
questione dello status della Repubblica Srpska, entità autonoma di Bosnia. Se
ne chiederebbe l'autonomia e, successivamente, l'annessione alla Serbia. Un
altro passo riguarderebbe il Montenegro, dove il referendum che ha approvato la
separazione da Belgrado è passato con pochi voti. Si vorrebbe tenere un nuovo
referendum per ottenere il ritorno nella repubblica jugoslava. L'idea è quella
di creare una forte entità slava nei Balcani che funga da avamposto difensivo
degli interessi russi in Europa. Gazprom ha già
annunciato che investirà massicciamente nel Paese, acquisendo la locale società
petrolifera, costruendo un ramo serbo del gasdotto Southstream che passerà
sotto il Mar Nero (e attraverserà la Bulgaria) e realizzando grossi depositi di
gas sotto terra. La compagnia aerea di Stato Aeroflot, inoltre, starebbe per
acquistare la serba Jat Airways. L'eventuale unificazione tra Repubblica Srpska
e Serbia servirebbe poi come precedente per andare all'offensiva anche nel
Caucaso. Intanto, con la richiesta di unificare l'Ossezia del Sud, che è in
Georgia, con quella del Nord che fa parte della Russia. E poi, eventualmente,
anche facendo proclamare l'indipendenza della Abkhazia, altra regione della Georgia
abitata da russi. Si tratta in entrambi i casi di regioni dove si sono
combattute guerre sanguinose. Rispondendo alle domande, Putin ha detto che
l'Europa fa male a non fidarsi per gli approvvigionamenti energetici. E ha
citato la Finlandia come esempio di dipendenza dalla Russia. Un Paese che negli
anni della guerra fredda ha sempre avuto, in realtà, una sorta di sovranità
limitata. Il presidente ha poi negato in maniera colorita di aver accumulato
una fortuna nascosta: queste notizie, ha detto, "sono moccio spalmato
sulla carta". Infine una risposta a Hillary Clinton. L'ex first lady aveva
insinuato che "gli agenti del Kgb non hanno un'anima ". Secondo
Putin, sono i politici "che almeno dovrebbero avere il cervello". Il
cuore Il leader del Cremlino Vladimir Putin con un cuore di San Valentino.
Putin ha minacciato "serie conseguenze " se il Kosovo si dichiarerà
indipendente Fabrizio Dragosei.
( da "Corriere della Sera" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Politica - data: 2008-02-15 num: - pag: 13 categoria:
REDAZIONALE Beppe Grillo Sul blog attacchi alla scelta di Idv. Ma Travaglio: ha
fatto bene, così avrà voce "Di Pietro nel Pd? Certi deliri non mi riguardano"
MILANO - "Mi spiace, guardi, non so neanche di cosa si stia parlando
". Difficile ignorarlo, in verità. L'essenziale, però, è che non lo vuole
sapere, Beppe Grillo ha il tono a metà tra il disgusto e la noia appena gli si
accenna all'accordo tra Di Pietro e il Partito democratico. "Non conosco,
da un po' non leggo i giornali, soprattutto non voglio entrare in questi
deliri. Ma una cosa la voglio dire: per quanto mi riguarda, questa è una
campagna elettorale fuorilegge. Hanno tolto ai cittadini il diritto di scegliersi
i candidati e adesso pure il partito. Hanno tradito la Costituzione. Tutto ciò
che ne verrà è illegale. E io mi siedo sulla riva del fiume...". Del resto
basta leggere cosa dice la gente nel suo blog: la scelta dell'ex pm, forse il
solo politico a non provocare immediate reazioni allergiche ai fan del comico
genovese, viene vissuta da tanti come una sorta di "tradimento", con
buona pace di chi dice che però, insomma, che altro avrebbe potuto fare? Si
confrontano sconcerto e realismo, apocalittici e integrati. "Adesso si è
scoperto di quale paraculo si tratta, dovrebbe solo vergognarsi",
sentenzia Marco, "se davvero ha deciso di allearsi col Pd ha fatto
l'ennesima ca... della sua vita", si trattiene Giorgio con i puntini di sospensione,
"Vaffa pure a lui!", riassume Marco. E se "Frantoman "
osserva sereno che "chi non vota Veltroni dà il voto ai fascisti, alla P2
e alla mafia" c'è Emilio che blocca dubbi e difese d'ufficio, "vorrei
che i galoppini Di Pietro la smettessero di fare campagna elettorale in questo
blog, sta diventando una cosa antipatica" mentre Paola è impegnata a
dissolvere la disillusione nel sarcasmo, "che tristezza, sono anni che
sostengo che l'unico uomo che potrebbe governare l'Italia al momento è Rocco
Siffredi!". Difficile opporsi a obiezioni simili. Marco Travaglio,
amatissimo dal popolo di Grillo, ci prova: "Chi sostiene le battaglie
della legalità, del conflitto d'interessi eccetera, deve rendersi conto che con questa legge elettorale
c'è poco da fare: Di Pietro dovrebbe rischiare di stare fuori dal Parlamento,
sarebbe forse meglio che le sue posizioni fossero sostenute solo in piazza? O
doveva accordarsi con la sinistra radicale che manco l'avrebbe voluto,
tra l'altro? D'altra parte, Veltroni sa benissimo che Di Pietro ha raddoppiato
in consensi, in questi mesi: sono tutti forcaioli sanguinari? Eh no, questa è
gente che stava con loro e si è allontanata, non credo che gli elettori del Pd
preferirebbero allearsi con De Michelis... ". Resta la sollevazione del
blog, che si riflette in quello dello stesso Di Pietro. E la domanda disperata
di "elle d.": "Beppe, ma dobbiamo votare Di Pietro o no?".
In realtà Grillo aveva già risposto, nero su bianco. Non sull'ex pm in
particolare, su tutti quanti: "Due buchi neri assorbono la politica e si
assorbono a vicenda. Tutto quello che si avvicina a loro scompare". Sul
video c'è l'immagine sovrapposta di Berlusconi e Veltroni. "Sono l'unica
scelta che ci viene data (...) è una doppia scelta unica, il Dna è lo
stesso". Così ora spiega di volersi chiamare fuori, da queste Politiche,
"perché tutto ciò ciò che ne verrà è illegale. Se uno entra in questa roba
arriva a ragionare come gli altri, ed è finita. Quindi lasciatemi guardare
dall'esterno, io non ho un partito, l'unica cosa che mi interessa sono le liste
civiche nelle città, tanto prima o poi l'impensabile arriva: un anno, due al
massimo, poi si vedrà che ho ragione io". I due buchi neri "Questa è
una campagna elettorale fuorilegge. Due buchi neri assorbono tutto e chi si
avvicina a loro scompare" Giornalista Marco Travaglio Comico-blogger Beppe
Grillo Gian Guido Vecchi.
( da "Tempo, Il" del 15-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Stampa Sgurgola Il
Tar respinge l'istanza dell'ex sindaco Giovanni Corsi resta dov'è Daniele
Trenca SGURGOLA è stata respinta dal Tar di Latina l'istanza cautelare
presentata da Antonio Corsi per annullare la delibera di giunta che incaricava
Giovanni Corsi responsabile dell'ufficio tecnico. Un atto
illegittimo, secondo l'ex sindaco, per un presunto conflitto di interessi visto che Giovanni Corsi è
anche tecnico di fiducia del marito del sindaco. "Argomentazioni - ha
dichiarato l'avv. Diurni - che non presentano alcun fondamento giuridico, ma
mirate solo a colpire un avversario politico". Giovanni Corsi aveva
fatto ricorso insieme a Leonardo Caratelli dopo la rielezione a sindaco di
Corsi per la terza volta. "L'esito del ricorso era scontato - ha detto
Caratelli - Il nuovo modo di governare dell'attuale maggioranza sta ottenendo i
suoi frutti e rende nervosi gli avversari che adottano un'opposizione sterile,
contestando ogni decisione assunta. Invito i sostenitori di Corsi affinché
svolgano un ruolo costruttivo nell'interesse della collettività. Il terzo
mandato e tutti questi ricorsi hanno comportato al comune spese legali che
gravano sui cittadini".
( da "Secolo XIX, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Politica Il 4 marzo
Veltroni in città: saranno distribuiti adesivi e magliette con le scritte in
genovese. Popolo della libertà: è caccia al seggio 16/02/2008 IL PRIMO a
fissare la sua tappa a Genova, per la campagna ormai incanalata verso le
elezioni del 13 aprile, è Walter Veltroni. Il leader del Partito democratico
(Pd), candidato premier, sarà in città il 4 marzo nell'ambito del suo
"Giro per l'Italia nuova". Nello stesso pomeriggio, con il suo
pullman elettorale, sarà alla Spezia; il 19 marzo tappa a Savona e Imperia. E
proprio il 4 marzo faranno il loro debutto i gadget in genovese della campagna
di comunicazione del Pd, messa a punto ieri pomeriggio (per il comitato ligure
era a Roma Simone Mazzucca). Si tratta di coniare in dialetto lo slogan ormai
tormentone "Si può fare", già traduzione dell'inglese "Yes, we
can" di Obama negli Usa. In genovese, si dirà: "G'â femmü" (più
correttamente: "Ce la facciamo"). La scritta campeggerà sui
manifesti, sugli adesivi e sul retro delle magliette (davanti la scritta normale).
E proprio ieri era a Genova l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ora membro
di spicco dell'Italia dei valori di Di Pietro, unico alleato in cordata con
Veltroni e in vista di un'adesione al Pd. Orlando ha ammesso di "aver
trovato un alleato attento" nel Pd, e ha parlato di un "possibile
successo vista l'uscita dell'Udc dal centrodestra". Per l'Idv, nel mirino i costi della politica e i conflitti di interessi. Ma difficilmente i
dipietristi potranno contare su un parlamentare ligure: certo non al Senato, al
massimo uno in caso di vittoria alla Camera (in quel caso, probabilmente lo
spazio sarebbe lasciato a un esponente nazionale del partito, un uscente da
confermare). Gli ex componenti dell'Unione (Pdci, Rifondazione, Verdi,
Us e Sd), oggi nella Sinistra Arcobaleno, rispondono al colpo. Lunedì nasce in
Regione un super gruppo da 8 consiglieri (la maggioranza è di 24, con due in
probabile uscita) e ieri sono nati i "Comitati per La
Sinistra-Arcobaleno". E sono in corso le prime assemblee territoriali
(ieri quella del Ponente a Sestri); presto la sede del comitato elettorale e il
Punto d'incontro aperto. Lo schieramento dovrebbe contare su un senatore (ma
l'uscente Haidi Gaggio Giuliani rinuncia alla conferma, probabilmente a
vantaggio di un esponente nazionale) e su uno - due seggi alla Camera a seconda
del risultato globale della tornata: dovrebbe trovare conferma l'uscente Sergio
Olivieri. Quindi, il Popolo della Libertà. Ieri ha alzato la voce Alleanza
nazionale, con il coordinatore regionale e deputato uscente (e già confermato)
Eugenio Minasso. Ha fatto due calcoli: "Oggi An ha in parlamento un
senatore e due deputati e la Cdl aveva perso le elezioni. È evidente che il
numero non va abbassato e che, in caso di vittoria, deve invece alzarsi".
Come dire: se il Pdl vince, ad An spettano almeno tre deputati, oltre al
senatore. In quel caso ci sarebbe spazio per un genovese in più (quindi
potrebbero sbarcare a Roma sia Gianni Plinio sia Gianfranco Gadolla). Al Senato
dovrebbe restare Giorgio Bornacin, ma con un brivido aritmetico nel caso in cui
il Pd - complice la secessione dell'Udc - dovesse strappare un'inattesa - ma
possibile - maggioranza in Liguria. La mossa di An scombussola i conti di Forza
Italia, che puntava su otto piazze alla Camera in caso di vittoria anche per
candidare gli indipendenti Biasotti, Oliveri e Musso. Giovanni Mari 16/02/2008.
( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
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d'interessi
"Ho già mandato
il mio programma ad Almunia: non torneremo alla legge Maroni, la 194 non si
tocca" "Biagi lasciò per la liquidazione" E per Roma il
Cavaliere lancia Ferrara In Sicilia il leader azzurro insiste nel corteggiare
Lombardo per la Regione ROMA - Berlusconi a ruota libera a Tv7 ieri notte. E
dopo aver sconsigliato vigorosamente a quel "testone" di Ferrara di
presentare le sue liste anti-aborto, il Cavaliere lo lancia in grande stile
come sindaco di Roma. "C'è un'idea che ho sentito girare in questi giorni
- dice Berlusconi - di una sua candidatura per Roma, città della cultura e
dell'arte. Credo che Giuliano Ferrara sarebbe un fantastico sindaco di
Roma". Poi torna sull'"editto bulgaro" con una accusa a Biagi.
"Avevo solo chiesto che non si facesse un uso criminale della tv. Mi sono
battuto perchè Biagi non lasciasse la televisione, ma alla fine prevalse in
Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto
elevato". E alla domanda del direttore del Tg1 Gianni
Riotta, a proposito del conflitto d'interessi, il leader di Fi ha replicato: "C'è una legge sul conflitto
d'interessi. Una legge che
la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la considerano
adeguata". Mentre "il vero conflitto d'interessi è quello delle giunte rosse con le cooperative rosse".
Berlusconi ha anche assicurato: "Non ho in mente alcun modo per favorire
Mediaset. Il mondo della tv è ormai cambiato perchè c'è la tv satellitare che
ormai ha il 33% degli ingressi economici. Per questo parlare di oligopolio o
monopolio non ha più senso". Dopo aver "apprezzato i toni di
Veltroni" ha augurato "buon viaggio" al suo avversario politico.
"La mia campagna elettorale - ha assicurato - è molto tranquilla. Dicevo
anche a Bonaiuti che quasi non dovrei farla, basta dire: "signori, voi mi
conoscete, io sono qua, se mi volete per governare il Paese"".
Tranquilla anche perché "non ho l'imperativo categorico di vincere. Se gli
italiani ritengono che io sia una risorsa della quale servirsi per governare il
Paese, per quel che ho fatto nella mia vita e nei cinque anni di governo, sono
disponibile". Intanto si vede già a Palazzo Chigi. "Faremo
risparmiare allo Stato quindici miliardi di euro all'anno" e il programma
economico è già stato "presentato al commissionario europeo Almunia,
Tremonti ha avuto un colloquio con lui e penso che il programma sarà
condiviso". Sulle pensioni una parziale marcia indietro rispetto a quanto
aveva detto a Porta a porta. "Stiamo esaminando la possibilità di
procedere in una direzione diversa" dal ritorno dello scalone. Sull'aborto
ha assicurato che "non toccheremo la 194. Io non credo si debba cambiare
l'attuale legge ma applicarla meglio. Non credo che il tema dell'aborto sia
adatto a questa campagna elettorale. E' un tema morale, culturale e religioso,
credo che se ne debba interessare l'Onu. In ogni caso - ha concluso - su questi
temi la nostra posizione è quella di lasciare piena e totale e assoluta libertà
di coscienza". E un successore alla leadership? "Non sminuisco Fini,
ma in Forza Italia non c'è ancora la possibilità di una adesione". Fini
"viene vissuto, per ora, ancora come leader di una parte. Ci sono tante
possibilità che stanno emergendo, vedremo". Ma al Cavaliere piacerebbe
tanto avere un "asso" straniero: "Mi piacerebbe avere Tony
Blair". (g.l.).
( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
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d'interessi
Commenti IL SABATO
DEL VILLAGGIO CAMPAGNA D'IMMAGINE MA ANCHE DI CONTENUTI GIOVANNI VALENTINI E
senz'altro un sollievo che questa volta la campagna elettorale sia cominciata
all'insegna del fair play, in toni più pacati e più soft, almeno sul piano
della comunicazione, del linguaggio, della propaganda. E il merito spetta in
primo luogo al leader del Partito democratico, Walter Veltroni, che l'ha
impostata così fin dall'inizio secondo uno stile personale che lo caratterizza
da sempre e che lui stesso ha avuto modo di affinare ulteriormente
nell'esperienza amministrativa di Roma, come "sindaco di tutta la
città". Ma bisogna riconoscere che anche Silvio Berlusconi ha assunto
finora un atteggiamento diverso, più composto e meno aggressivo, rispetto alla
carica, alla grinta, alla "cattiveria" di cui aveva fatto mostra da
quindici anni a questa parte. Più disteso e bucolico, l'esordio di Veltroni
sullo sfondo dei tetti, dei campanili e degli ulivi di Spello ha reso subito
l'immagine di un partito nuovo, aperto verso l'esterno, per così dire
"open air". Quello di Berlusconi, certamente più tradizionale e
blindato, in una "location" evocativa come piazza San Babila, ha
fatto leva sull'efficienza e sulla modernità di Milano, la capitale degli affari,
la città italiana più "vicina all'Europa" come cantava un tempo Lucio
Dalla. E in entrambi i casi, era chiara la scelta del pubblico di riferimento:
più giovane e ambientalista per l'uno, più adulto e materialista per l'altro.
Anche i rispettivi debutti televisivi, nel salotto bianco di Porta a porta,
hanno confermato questa duplice raffigurazione, come documentano i dati
d'ascolto pubblicati ieri dal nostro giornale. Senza offese e senza insulti
reciproci, abbiamo assistito così a un civile confronto a distanza invece del consueto
scontro, della solita rissa verbale o comunque di una contrapposizione
frontale. Non si scopre oggi del resto che Veltroni è un abile comunicatore, un
uomo politico che parla un linguaggio piano e concreto, ricco di espressioni
suggestive, ispirato da una tensione ideale e perfino da una certa ingenuità
che la gente percepisce in genere come una prova di autenticità e affidabilità.
Quanto a Berlusconi, seppure un po' appannato dall'età, è apparso in tv con
l'energia e la determinazione di sempre. Ormai sembra che il leader del Popolo
delle libertà abbia accettato perfino la "par condicio" come una cura
obbligata o un male minore. Parla di meno, è più breve, risparmia le
barzellette. E pensare che appena due anni fa non voleva neppure il "timer"
nei duelli in tv. Dal piano mediatico a quello sostanziale, la sfida
cavalleresca fra i due leader non ha ancora fornito però motivi sufficienti di
distinzione e d'identità. è vero che l'accelerazione della crisi e l'apertura
immediata della campagna elettorale non hanno dato il tempo ai contendenti di
affilare per così dire le armi: e già oggi Veltroni avrà modo di definire e
lanciare le sue proposte di governo. "Ma ? come ha scritto nei giorni
scorsi lo storico Giuseppe Tamburrano sull'Unità ? il confronto civile non deve
diventare confusione programmatica". Altrimenti, in mancanza di idee
alternative, realistiche e praticabili, si rischia di confondere, disorientare
o magari sconcertare l'elettore spingendolo verso quel "caos calmo"
che Nanni Moretti rappresenta nel suo ultimo film. Occorre, insomma, "una
campagna d'immagine ma anche di contenuti", come direbbe il comico
Maurizio Crozza quando imita il leader del Pd. Troppe volte in passato abbiamo
criticato qui la babele dei talk-show televisivi, la degenerazione
inconcludente della politica-spettacolo o l'esibizionismo narcisistico di
leader e leaderini, per non apprezzare adesso questa svolta liberatoria. Tanto
più che, a giudicare dalle prime battute della campagna in tv, il nuovo clima
sembra contagiare tutti gli altri protagonisti e comprimari: non solo un
personaggio abitualmente compito e ormai "istituzionale" come Fausto
Bertinotti, ma perfino l'ostico Giulio Tremonti e lo sferzante Ignazio La
Russa. Meno litigano, o fingono di litigare, meglio è per tutti. Ora è
probabile che una tale atmosfera possa favorire in futuro un confronto proficuo
sulla legge elettorale ovvero una "larga intesa" istituzionale, com'è
giusto che sia quando si tratta di ridefinire le regole del gioco. O magari un "patto
di consultazione" fra maggioranza e opposizione, come ha ipotizzato lo
stesso Veltroni, su alcune questioni urgenti e fondamentali che riguardano
l'intera collettività: dall'aumento dei salari alla riduzione delle tasse,
dalla politica della casa all'assistenza sanitaria. E tuttavia, anche sulla
soluzione di questi problemi occorre che emergano proposte chiare e nette, per
evitare il rischio che durante la campagna elettorale la differenza tra il Pd e
il Pdl si riduca a una sola consonante. Che cosa intendono fare, allora, i due
partiti principali su alcuni fronti avanzati come la giustizia, l'informazione
e l'ambiente? A maggior ragione dopo l'apparentamento con Di Pietro, il Partito
democratico potrà mai condividere ? per esempio ? l'abolizione del reato di
falso in bilancio? Sul conflitto d'interessi, sulla normativa antitrust nel
settore televisivo e sulla riforma della Rai, vogliamo metterci definitivamente
una pietra sopra? O almeno, come propone Veltroni, si può affidare la guida del
servizio pubblico a un amministratore unico per affrancarlo dalla sudditanza
alla politica? E in che modo o in quale misura "l'ambientalismo del
fare" si concilierà con le cosiddette "grandi opere" che
Berlusconi aveva disegnato sulla lavagna televisiva e lì sono rimaste? Nessuno
ha più interesse, né da una parte né dall'altra, a "demonizzare"
l'avversario politico nel fuoco di una crisi che richiede la massima unità
nazionale. Ma da qui alla santificazione o alla beatificazione del Cavaliere il
passo sarebbe lungo e forse anche azzardato. Walter Veltroni ha indubbiamente
tutte le carte in regola per iscriversi a pieno titolo tra i leader della
sinistra riformista europea. Purtroppo, però, Berlusconi non è Angela Merkel e
l'Italia di oggi non assomiglia alla Germania della "grande coalizione".
(sabatorepubblica.it).
( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
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l'edizione del La trasparenza morale dei comportamenti Il Pd non metterà
ginecologi e dentisti con le tessere di partito nelle Asl, o direttori nei Cda
delle municipalizzate: insomma non lottizzerà. È questo uno dei solenni impegni
contenuto nel Codice etico Tra i Principi, si legge che "lo stile
politico" degli esponenti del Pd, è improntato a "onestà, lealtà,
sobrietà, generosità e gratuità". Essi "mantengono con i cittadini un
rapporto corretto, nonstrumentale e costante,non limitato alle scadenze
elettorali". Inoltre "sanno di non dover abusare della loro autorità
o carica istituzionale per trarre privilegi: rifiutano una gestione oligarchica
o clientelare del potere, logiche di scambio o pressioni indebite".
Insomma, niente raccomandazioni. "Gli uominie le donne
del Pd" rinunceranno "dall'assumere incarichi esecutivi nel
Partito" a tutti i livelli, se il loro ruolo ricoperto in imprese,
associazioni, enti o fondazioni economiche, "possa configurarsi un
conflitto di interesse tale da condizionare i propri comportamenti". Il
codice etico.
( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
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Pagina XV - Palermo
I leader del centrodestra girotondini del potere MARIO CENTORRINO (segue dalla
prima di cronaca) Berlusconi, al momento sta con Cuffaro Lombardo e Miccichè.
Cuffaro, dal canto suo, starebbe anche con Casini che però non sembra voler
star più con Berlusconi. Il quarto pilastro della vecchia casa delle libertà,
Alleanza nazionale, sta con Berlusconi a Roma, imponendo la mordacchia ai suoi
malpancisti, ma non mostra particolari simpatie per Miccichè a Palermo, che
pure - almeno così sembrerebbe - è creatura prediletta di Berlusconi.
Berlusconi infine si sforza di trovare la "quadra": si prende in
carico Cuffaro, tenta di allearsi con Lombardo, e prova a ripetere il
leggendario "cappotto" con Miccichè candidato a presidente della
Regione. Parliamo di singoli uomini politici per pura semplificazione. Pensare
a uno scontro puramente personale sarebbe davvero una imperdonabile ingenuità.
Intanto dietro i magnifici tre ci sono vere armate elettorali ma soprattutto i
magnifici tre hanno costruito nel tempo accordi, compromessi, spartizioni, con
rara sapienza strategica, che hanno come collante la pax politica del Clm. Se
questa dovesse saltare, competizione elettorale a parte, occorrerebbe rimettere
in discussione dalla graduatoria dei precari "stabilizzandi" nel più
piccolo comune della Sicilia fino alla nomina dei dirigenti regionali esterni
che guadagnano ogni mese l'equivalente del fatturato annuo di una piccola
impresa. Passando per banche, aziende ospedaliere, consigli di amministrazione,
progetti già definiti "pro quota". La Sicilia trema, verrebbe da
dire, recuperando ben altre immagini di dolore, al pensiero che, a prescindere
dal risultato del voto, fitte reti di potere debbano essere ritessute e riannodate
scontando rancori mai sopiti e malmostosità di recente conio. Ma ci sono
differenze significative, dal punto di vista degli orientamenti e dei
comportamenti politici, messi in mostra dai vertici del Clm? Partiamo, a
contrario, dalle radici comuni. Cuffaro e Lombardo rappresentano la proiezione
globalizzata della vecchia Balena Bianca esasperandone la vocazione
totalizzante (non praticata da tutti i suoi dirigenti), che intendeva far
ruotare l'intera società intorno a essa. Miccichè, paradossalmente, nasce
politicamente in reazione a questo modello, rifiutando l'idea
che in una terra di conflitti esasperati il clientelismo non solo è
assolutamente necessario ma, come sostiene l'onorevole Lo Porto, uomo di
grandissima esperienza, è gradito al sottoproletariato così come all'alta
borghesia. E, in effetti, Miccichè mette in mostra sprazzi di insofferenza nei
confronti del cuffaro-lombardismo: l'impennata "blogghista"
sul Banco di Sicilia, la visita al sindaco di Gela Crocetta, i suoi rapporti
privilegiati con esperti economici romani di sinistra. Salvo poi convergere,
sia pure con qualche riserva, sull'esaltazione dell'autonomismo riparazionista.
Diversi sembrano gli interessi che li identificano:
sanità, per Cuffaro; investimenti esterni per Miccichè; infrastrutture per
Lombardo. Con un'attenzione, stavolta non differenziata, alla gestione dei
fondi europei. In perenne crisi mistica Cuffaro, laico puro Miccichè, "non
pervenuto" Lombardo. Personalizzata anche l'interpretazione del clientelismo
da condominio quello di Cuffaro secondo una definizione proprio di Miccichè; da
salotto radical-chic quello di Miccichè secondo una definizione di amici di
Cuffaro; tecnocratico medio-alto, quello di Lombardo che rispetto ai primi due
opera con minore enfasi mediatica. Tocchiamo un altro aspetto della questione,
provando a superare le tentazioni di "tifo" per questo o quel
personaggio offerte dalla spettacolarizzazione della politica. Il
"girotondo" del quale parliamo sta avvenendo in assenza di qualsiasi
analisi sullo stato della Sicilia, di proposte programmatiche, di indicazioni
risolutive su punti di criticità. Il girotondo sembra totalmente ignorare una
Sicilia d'eccellenza, un "made in Sicily", una Sicilia inserita
nell'innovazione che vorrebbe essere rassicurata sull'emergere di un governo in
grado di decidere e dare risposte. C'è la Sicilia anti-pizzo, dai giovani agli
imprenditori, che vorrebbe essere supportata nella sua "rivolta" da
uguali gesti di coraggio, di sfida, di discontinuità da parte della politica.
C'è la Sicilia del ceto riflessivo alla disperata ricerca di normalità, con il
dubbio che questa possa essere garantita da una politica asserragliata nei suoi
palazzi. C'è la Sicilia del disagio che invoca misure concrete, aiuti
immediati, solidarietà non legata al ricatto. E c'è soprattutto una Sicilia che
vorrebbe uscire dal clientelismo qualunque ne sia la sua versione. Nella
precisa ipotesi che la pratica del clientelismo blocca la democrazia, demotiva
nella ricerca del merito, abbassa la qualità del capitale umano con immediate
ripercussioni negative sull'economia. Il clientelismo è paura del ricambio,
paura della sfida al merito. Le degenerazioni della politica dipendono in
Sicilia in larga parte del blocco di circolazione delle sue élite: il risultato
è una selezione avversa al merito, che premia, tra i fedeli, chi porta un
cospicuo numero di voti. Nella politica senza idee nessun leader pensa che il
merito sia più importante di un nutrito pacchetto di voti. Se non c'è
circolazione le élite degli inamovibili creano una rete di interessi
autoreferenziali che lasciano merito e competizioni fuori dalla porta. Sono
domande che vengono rivolte anche al Partito democratico e agli altri partiti
del centrosinistra. Con l'augurio di una campagna elettorale che smentisca il
riduttivo "un uomo solo al comando" e che riporti la politica a
sentimento, partecipazione, ragionamento. In caso contrario occorrerà
introdurre nuovi riti per eliminare ogni ambiguità sul clientelismo. Un
battesimo di partito che si accompagna a quello religioso. O un'estrazione a
sorte per assegnare tessere privilegiate di adesione a una forza politica, che
danno diritto a una sistemazione, come avviene con le "green card"
sorteggiate negli Stati Uniti tra gli immigrati clandestini che vogliono
diventare cittadini americani. E distribuzione di distintivi d'appartenenza nei
luoghi di lavoro per reciproche assistenze senza bisogno di ricorrere a
umilianti sotterfugi o imbarazzate smentite. Con l'obbligo per il cuffaristi, i
miccichisti ed i lombardiani di non cambiare casacca nell'arco di tre anni. O,
se stufi di precariato, con la possibilità di chiedere la stabilizzazione.
Meglio precario a vita con i girotondi in corso, dirà qualcuno, sovvertendo
paradigmi consolidati.
( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
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l'edizione del Legge 194 Come uomini siamo a fianco delle donne Ieri, a fianco
alle tante donne accorse in Piazza San Babila, e nelle altre piazze d'Italia,
c'eravamo anche noi. Eravamo presenti con le consigliere comunali del PD e con
quelle persone che ritengono inaccettabile, grave, irripetibile quanto è
accaduto a Napoli. Eravamo presenti, come lo saremo in futuro, anche per
testimoniare di una volontà irriducibile di difendere quella che è una
conquista di civiltà : la Legge 194. Ci batteremo sempre convinti che il mondo
degli uomini debba evitare di inscenare un'agghiacciante strumentalizzazione
del corpo delle donne e debba invece riflettere di più e meglio su come
investirsi di maggiori responsabilità. I temi della responsabilizzazione della coppia,
della piena informazione e della sessualità consapevole riguardano infatti
tutte e tutti. Nessuno escluso. Pierfrancesco Majorino, Pierfrancesco Maran
consiglieri comunali Pd Milano Berlusconi annuncia che vuole fare il traforo
del Frejus Avvisatelo che è stato già fatto Egregio sig. Marco Travaglio,
Volevo fare una precisazione in merito all'articolo "Rialzati i
tacchi" del 14 febbraio. Quando Berlusconi dice "faremo il traforo
del Frejus" mi viene il dubbio che lui creda davvero che sia ancora da costruire.
L'aveva ripetuta anche alla presentazione del libro di Vespa (video su
www.radiradicale.it). Uno può confondersi una volta, ma non due. È una cosa
troppo grossa. Quindi delle due l'una: o ci crede davvero e nessuno ha il
coraggio di dirgli la verità, oppure sono i sintomi della vecchiaia. Distinti
saluti. Stefano Barbieri Il boia nazista di Bolzano finalmente sarà processato
Finalmente ! Abbiamo sempre avuto fiducia nella giustizia. Michel Seifert il
famigerato Mischa vedrà affidate le sue vicende umane alla giustizia italiana,
che la resistenza ha voluto giustizia per uomini liberi e uguali. È un lieve
appagamento di un sentimento molto umano, quello di desiderare la giustizia,
che rende il giusto al dolore di donne e uomini che nel Lager di Bolzano hanno
patito e ai parenti dei morti per mano di Mischa. Bolzano vede riparate, nel
solo modo umanamente possibile, la ferita e l'offesa che il Lager e l'orrore
del nazismo di Seifert hanno provocato ad una intera città. All'arrivo a Roma
del condannato all'ergastolo Michael Seifert, la città di Bolzano, l'Anpi e
l'Aned andranno a porre una corona di fiori al muro del Lager. Lionello
Bertoldi ANPI Bolzano Scelte del Pd. Più di un dubbio sull'accordo con Di
Pietro Caro direttore, concordo pienamente con l'amico Tamburrano: un partito
nuovo come il PD lo si giudica soprattutto dal programma di rinnovamento del
Paese, che in parte Veltroni ha anticipato nella riuscita comparsa a Porta a
porta. Concordo anche con le serie perplessità di Tamburrano per il diverso
trattamento usato nei confronti di Boselli e di Di Pietro. Quest'ultimo, non
soltanto ci ha regalato, nella scorsa legislatura, personaggi alla De Gregorio
(il cui faccione campeggia già nei manifesti elettorali, per il centrodestra
naturalmente), ma è l'alfiere di un populismo giustizialista che poco o nulla a
che fare col riformismo. Poi c'è il ministro delle Infrastrutture Di Pietro che
non ha sciolto la Società per lo Stretto di Messina (la quale così potrà
prontamente venire riutilizzata in caso di vittoria berlusconiana) e ha
insistito nel volere autostrade palesemente inutili e costose (ma prive di
finanziamenti) come quella devastante della Maremma. Insomma, meglio essere
davvero soli piuttosto che accompagnati così. Cordialmente. Vittorio Emiliani
La sentenza europea sulle frequenze tv e il silenzio del Tg5 Cara Unità, com'è
noto, o come dovrebbe esserlo, capirete la distinzione seguitando a leggere,
una corte europea, dopo un'attesa di anni e anni, ha dato ragione a Europa 7
nella sua vertenza contro lo Stato italiano che ha concesso le frequenze
necessarie per divenire emittenza nazionale a Rete 4, di proprietà della
berlusconiana Mediaset, anziché a lei. Non sto a dilungarmi sull'importanza
della notizia, legata anche a una sentenza della Corte costituzionale, al conflitto di interessi che pesa sulla collettività, alla legge Gasparri che ha cercato
di mettere una toppa al problema, sempre negli interessi di Rete 4, eccetera. Ebbene giovedì 31 gennaio, giorno in cui la
notizia è stata trasmessa dalle agenzie di stampa, il Tg5 delle ore 20 non ha
dato sul tema né una riga, né una parola né una virgola. Il Tg3 della
Rai delle ore
( da "Unita, L'" del 16-02-2008)
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l'edizione del Confalonieri: "Silvio e Walter possono cambiare il
Paese" di Rinaldo Gianola Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset,
vive serenamente questo avvio di campagna elettorale, tanto che invece di
parlare di scontri e polemiche ci investe con la sua cultura musicale per
spiegare, con una metafora, la situazione politica. "I toni sono soft come
l'arpeggio all'inizio dell'"Oro del Reno", potevamo essere già
investiti dallo stacco del primo movimento della "Quinta" di
Beethoven e invece i protagonisti stanno tutti calmi. Mi pare un bel segno,
speriamo che duri perchè siamo solo all'inizio". In questa conversazione
con l'Unità spiega perchè sente un'aria diversa in giro, perchè "Silvio e
Walter possono davvero contribuire a cambiare il Paese", perchè non ci
possiamo permettere di perdere altro tempo. Presidente Confalonieri, quest'aria
politica così rarefatta ad alcuni fa venire in mente la preparazione di grandi
intese o, peggio, di un inciucio dopo il 14 aprile, quando si saranno chiuse le
urne. "Ma no. Prendiamo le cose come stanno: per ora Berlusconi e Veltroni
dimostrano di avere rispetto l'uno dell'altro e di riconoscersi politicamente.
E mi pare già un progresso rispetto al passato. Ci può essere una condivisione
dei problemi del Paese, anche una collaborazione futura per la loro soluzione
pur restando ciascuno nella propria parte e sulle proprie convinzioni. Poi,
personalmente, l'inciucio proprio non mi è mai piaciuto: è un segno di
malafede, non condivido la politica tarallucci e vino, tutti che si abbracciano".
E allora nell'anno di grazia 2008 vivremo una campagna elettorale tranquilla,
senza tensioni e scontri? "Per ora guardiamo quello che c'è. Poi, io spero
che la campagna elettorale diventi più vivace, che ci si metta dentro un po' di
ginger, di energia, che i candidati e gli schieramenti presentino con forza le
loro proposte perchè gli elettori possano scegliere. Se si polemizza e ci si
scontra nel rispetto reciproco va tutto bene, anche perchè Berlusconi viene da
anni di demonizzazione". Non vorrà parlare anche lei di persecuzione e di
"Toghe Rosse"? "No. L'ho detto anche a Silvio che è sbagliato
parlare di Toghe Rosse perchè la magistratura non è un monolite, la sua
composizione è più articolata. Io mi ritrovo nelle parole di Napolitano
dell'altro ieri su giustizia e politica e aggiungo che un pezzo di
magistratura, in questi anni, è andata per la sua strada diventando un soggetto
politico. Berlusconi è stato colpito perchè ha dato fastidio a un certo
establishment e per lui vale quello che Shakespeare fa dire a Re Lear:
"Sono uno contro cui si è più peccato rispetto a quanto abbia peccato
io"". Berlusconi come Re Lear, davvero? "Lasciamo stare, basta
citazioni. La cosa importante oggi è che i leader Veltroni e Berlusconi hanno
la consapevolezza che così il Paese non va avanti. Non è colpa dei quattro
milioni di dipendenti pubblici se lo Stato non funziona, non bisogna accusare
nessuno di essere fannulloni o nullafacenti, penso che gli statali vadano
motivati, organizzati, incentivati e messi nelle migliori condizioni di
produrre". Quali sono, secondo lei, le priorità? "Io faccio
l'imprenditore e dico che bisogna aggiustare la macchina. Poi la politica può
pensare di riformare le istituzioni, cambiare la legge elettorale, far
funzionare la pubblica amministrazione. Oggi il problema vero in questo Paese è
che chiunque governi, sia Berlusconi o sia Prodi, non riesce a concretizzare le
sue decisioni. Si schiacchiano i pulsanti e non funziona nulla. È inutile che i
partiti facciano lunghe liste di programmi, quello di cui c'è bisogno lo sanno
tutti. E se sarà necessario fare dei sacrifici li faremo, partendo da quelli
che stanno meglio. Aggiungo che viste le condizioni in cui versa il Paese è
giusto che Berlusconi e Veltroni si parlino, si confrontino e convengano sui
temi essenziali per il Paese. Senza per questo temere inciuci o altro".
Facciamo una previsione: tra Berlusconi e Veltroni chi vince nel campionato di
aprile? "Sono scaramantico, non faccio mai previsioni nemmeno per il
Milan. Io sono amico di Berlusconi da quando portavamo i calzoni corti, ci
frequentiamo da una vita, spero che vinca lui e comunque sono amico e stimo
Veltroni. Però, vede che anch'io ho sposato il "ma anche..." che oggi
va tanto di moda". Semplifichiamo la corsa elettorale: Veltroni è il
nuovo, Berlusconi è il vecchio. D'accordo? "No. Su questa storia del nuovo
vorrei dirle che io ho conosciuto Veltroni più di vent'anni fa d'anni fa quando
era responsabile dell'informazione del Pci, e allora il capo dei comunisti era
Berlinguer. Walter, allora, s'inventò il Villaggio di vetro, gli piacevano le
novità della comunicazione. Anche il leader del Pd ha una lunga esperienza
politica e questa moda del nuovismo mi lascia indifferente. Non ha senso: le
buone idee non si trovano guardando la carta d'identità. Vedo che il vostro
collaboratore Travaglio continua a scrivere dei capelli di Berlusconi, ma la
politica non è una questione tricologica o d'età: Silvio è un innovatore, ha
fatto l'imprenditore, ha inventato le tv commerciali, è stato presidente del
Consiglio ed è ancora in pista con grinta giovanile". A proposito di tv.
Confalonieri, voi di Mediaset siete proprio fortunati: sa che, dopo la caduta
di Prodi, nessuno parla più di conflitto d'interessi e di riforma del sistema di
comunicazione. "Alt, un momento. La Gentiloni era una legge punitiva e
biliosa fatta apposta per colpire Berlusconi attraverso Mediaset. E sa cosa che
le dico?" Sentiamo... "Penso che uno come Veltroni, che conosce il
mondo della comunicazione e ha un'esperienza trentennale in questo campo,
non farebbe mai una legge come la Gentiloni. Non so cosa ha in mente di fare
sul sistema televisivo, ma penso che le sue proposte saranno tutt'altra cosa
dalla Gentiloni". Perchè dice che Veltroni non farebbe una proposta del
genere, forse perchè è troppo buono? "No, solo perchè ci capisce di tv e
di mercato. Poi a questa storia di Veltroni buono non ci credo. Lo conosco: non
milita nel partito dei buonisti e non è nemmeno un boy scout. Ha una scorza
dura, come chiunque faccia politica". La coalizione di centro destra non è
ancora definita in vista delle elezioni: pensa che Berlusconi e Casini si
metteranno d'accordo? "Comprendo l'esigenza dei due schieramenti di andare
al voto compatti, il più possibile omogenei. Però inviterei anche a non fare
troppo gli schizzinosi, non siamo al circolo degli scacchi: per avere una forte
maggioranza c'è bisogno di tutti. Fantasia e buon senso sono doti che i
politici dovrebbero avere, questo è il momento di usarle". Cosa farà
Mediaset in questa campagna elettorale? "Rispetteremo le leggi che ci
sono. C'è la par condicio, continueremo a seguire le regole esistenti". Ma
la par condicio non le piace? "Certo, continua a non piacermi. È una
camicia di forza per i giornalisti e per i direttori, è un attestato di
sfiducia nei confronti della loro professionalità".
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
16-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Primo Piano Pagina
103 il successore "Fini? Deve convincere i moderati" Il successore
--> ROMA "Ci sono personaggi importanti che stanno emergendo. Ma in
questo momento, e non voglio con questo diminuire le doti di Gianfranco Fini,
Forza Italia considera Fini come espressione di una sola parte". Lo ha
detto Silvio Berlusconi ospite a La7. "Sarei ben lieto di farmi da parte -
ha aggiunto - ma in questo momento nessuno degli emergenti avrebbe il consenso
della platea dei moderati". Berlusconi ha parlato anche di Enzo Biagi.
"Mi sono battuto perché non lasciasse la televisione, ma alla fine
prevalse in Biagi il desiderio di poter essere liquidato con un compenso molto
elevato". Parole contestate dalle figlie di Biagi, che si sono dette
"indignate": "La moralità di nostro padre non si può
discutere". Berlusconi ha quindi ribadito, come già in passato, di non
aver mai allontanato Biagi dalla Rai: "Avevo solo chiesto che non si
facesse un uso criminale della rete pubblica. In Rai non c'è stata
un'occupazione negli anni del mio governo. Sono ormai
distante dal gruppo e credo che sia fuori luogo parlare di oligopolio nel
mercato". Alla domanda del direttore del Tg1 Gianni Riotta, sul conflitto
d'interessi, il leader di
FI ha detto: "C'è una legge sul conflitto d'interessi, che la sinistra non ha mai toccato perché evidentemente la
considera adeguata".
( da "Repubblica, La" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Oggi la
presentazione davanti all'assemblea costituente. "Tra i punti d'emergenza
c'è la pedofilia" Salari, meno tasse e più sicurezza ecco le 15 priorità
del programma Stimati i precari che avrebbero diritto ai 1000 euro mensili:
sono circa un milione Dieci priorità riguardano l'economia Sì alla Tav in val
di Susa GIOVANNA CASADIO ROMA - Dieci delle quindici priorità di programma del
Partito democratico riguardano le scelte economiche. Come dire, portiamo la
palla sotto la rete dell'avversario, del centrodestra. Però ci sono anche i
"punti di emergenza" più sentiti dai cittadini in cima al discorso
programmatico che oggi Walter Veltroni terrà all'Assemblea costituente del
partito che si tiene alla nuova Fiera di Roma. E quindi, lotta alla pedofilia,
misure severe per la sicurezza, legalità, rifiuti, investimenti sull'energia
pulita per abbassare le bollette. Una trentina di pagine l'intervento di
stamani, un'ora di discorso che si concluderà con una mozione da votare poi in
serata dai tremila componenti della Costituente (oltre ai documenti su Statuto,
Valori. Codice etico). Circa cinquanta invece le pagine del programma del Pd. Nulla
a che vedere con le 281 pagine che costituirono la "Bibbia"
dell'Unione, elaborate in dieci gruppi di studio e due riunioni in Conclave a
San Martino in campo. Nel programma del Pd, i salari e la lotta al precariato,
in primo luogo. Veltroni ha già anticipato in tv a Porta a porta il
"compenso minimo garantito" di 1000-1.100 per i giovani lavoratori
precari. Oggi farà una stima su quanti dovrebbero usufruirne in base allo
studio fatto da Morando, Treu, Megale e Dell'Aringa: un milione di persone.
Sull'occupazione un piano preciso a cui stamani il segretario accennerà e che
va dal contratto di apprendistato e formazione agli incentivi fiscali alle
imprese che assumono donne. Riduzione delle aliquote Irpef. Una delle idee
forti del programma è il patto di civiltà sul fisco ovvero quelle misure che
dovranno consentire di approdare all'equità che Veltroni ama definire con uno
slogan "pagare meno, pagare tutti". La famiglia, poi. L'attenzione ai
nuclei familiari passa sia attraverso le proposte di sgravi fiscali - la
detrazione di 2.500 euro per i nuovi nati fino a dieci/dodici anni o l'assegno
per gli incapienti - sia mediante un alleggerimento delle bollette dell'energia
se si sceglieranno forme di energia pulita. Alle questioni dell'energia pulita
e agli incentivi per i pannelli solari è dato un ampio spazio. Come del resto,
al problema delle infrastrutture: sì alla Tav in Val di Susa, sviluppo su
rotaia e investimenti al Sud. Roberto Della Seta e Ermete Realacci nella
relazione preparatoria hanno sintetizzato la strategia nella formula
"l'ambientalismo del fare". Ci sono poi le priorità che riguardano la
scuola, il welfare, le liberalizzazioni, la tv, le riforme istituzionali per le
quali vale il metodo della "accountability", cioè indicare
provvedimenti, risorse necessarie e modo per ottenerle. Ancora
aperta la questione del conflitto d'interessi sulla quale ci sono malumori nel partito. Insiste Veltroni sulla
lotta alla pedofilia, contro la quale "serve una risposta molto dura e
pene che siano le più dure possibili". Il segretario sa di avere messo a
segno un punto fondamentale della partita elettorale rovesciando la questione
delle alleanze politiche, rivendicando la vocazione maggioritaria del
Pd, eliminando la litigiosità della vecchia coalizione. Ma è altrettanto
consapevole che la sfida con Berlusconi si vince o si perde sui problemi dei
salari, dell'occupazione, delle tasse, della lotta al precariato, sulla
sicurezza. Saranno queste le linee guida del discorso di Veltroni che
"corre in parallelo" rispetto al programma complessivo elaborato da
Enrico Morando e che sarà discusso dal coordinamento nazionale la prossima
settimana. Fino a tarda sera ieri, Veltroni ha messo a punto, limato, cambiato
l'ordine delle proposte. Berlusconi in tv ha incalzato proprio sulle questioni
programmatiche denunciando tutte le "incompiute" del governo Prodi
che ora il Pd di Veltroni semplicemente si limiterebbe "a
riproporre". I vertici del partito replicano infastiditi e oggi Veltroni
sarà ancora più netto sullo "choc di innovazione" che intende
proporre agli italiani.
( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
L'intervento
Fuorviante la categoria "moderati contro radicali" Emiliano
Brancaccio Il "Veltrusconi" è nelle cose, prima ancora che negli
eventuali accordi programmatici. Eppure, a sinistra, si procede persino in
campagna elettorale col freno a mano tirato. Perché sta avvenendo questo? Come
si spiega questo atteggiamento politico? Probabilmente occorre partire da
un'evidenza di fondo: la dinamica del capitalismo non la stiamo capendo.
"Moderati" contro "radicali" non funziona, ma nemmeno
"neo" contro "social" liberisti. Queste categorie hanno un
loro appeal, una loro immediata spendibilità, ma non ci aiutano a capire, e
possono anzi condurci fuori strada. Occorre allora evitare le semplificazioni,
occorre tornare a fare quel che un tempo i comunisti sapevano fare: indagare a
fondo nel capitale, nella sua meccanica, nei suoi scontri e nelle sue alleanze
interne. Perché in realtà c'è proprio un'alleanza, un patto tra fratelli
coltelli, tra piccoli e grandi capitali, dietro l'ambita "modernizzazione"
del paese evocata quasi all'unisono da Berlusconi e da Veltroni. Ma la
modernizzazione di cui lorsignori parlano è l'antitesi della modernità. Essa
consisterà nella politica deflazionista di sempre, anzi, peggio: consisterà
nella combinazione perversa del peggio degli ultimi anni. Si punterà infatti
allo schiacciamento contemporaneo dei salari per unità di prodotto e del
deficit pubblico in rapporto al reddito. Allo scopo da un lato di dare fiato a
un piccolo capitale asfittico, che per la sua frammentazione regge sempre più a
stento la concorrenza mondiale; e dall'altro per aprire finalmente la strada a
un'ondata ulteriore di privatizzazioni, obiettivo chiave delle grandi
oligarchie finanziarie. Oligarchie internazionali, beninteso, rispetto alle quali
i frequentatori dei nostri vecchi salotti buoni potranno ormai limitarsi solo a
fare da modesti pontieri. E noi? Noi cosa ci accingiamo a fare? ebbene, noi che
il capitalismo non lo capiamo, a quanto pare ci accomodiamo per l'oggi e per il
domani a far la questua davanti alle porte di un Partito democratico che
palesemente non è interessato a noi, che non ha bisogno di noi. E probabilmente
cercherà di non aver bisogno nemmeno in futuro della sinistra, per quanto
addomesticata questa potrà essere. Dunque la questua è davvero l'unica cosa
sensata che possiamo fare? La risposta sarebbe tristemente affermativa se
avessero ragione coloro i quali, dalle nostre parti, si sono convinti che la
dinamica del sistema sia in fondo robusta e stabile. Ma essi hanno torto:
l'intesa tra capitali che va profilandosi è fragile. La cosiddetta politica di
"modernizzazione" non permetterà di salvare i capitali nazionali,
frammentati e marginali, soffocati dalla loro insipienza, dal cambio fisso e da
una produttività che strutturalmente arranca. Essi potranno magari accaparrarsi
l'ulteriore depotenziamento del contratto nazionale. Potranno ricevere altre
massicce iniezioni di precarizzazione del lavoro. Ma alla fine i dati ci dicono
che verranno comunque o buttati fuori dal mercato oppure saranno facilmente
acquisiti dai grandi capitali esteri. Il vero volto
dell'annunciata"modernizzazione" sarà dunque quello della definitiva
svendita, "marginalizzazione" e "colonizzazione"
capitalistica del paese. Con la revanche vaticana contro i movimenti di
emancipazione sociale, culturale e sessuale del Novecento a fungere da efficace
fattore di stabilizzazione sociale. Intendiamoci, possiamo
benissimo affermare che il conflitto inter-capitalistico non è affar nostro.
Possiamo continuare a illuderci che si possa parlare di diritti civili senza
alcun legame con la riproduzione materiale dell'esistenza. Possiamo continuare
a trastullarci a mezza strada tra un fantomatico spontaneismo conflittualista e
un compatibilismo che di strategico non ha più assolutamente nulla, e
che presto non garantirà nemmeno la sopravvivenza ai gruppi dirigenti (spero
che i gruppi dirigenti questo lo capiscano). Oppure, al contrario, possiamo
tornare a interrogarci sulle questioni di fondo. Possibile che di fronte a una prospettiva
devastante e instabile come questa, noi non si provi almeno in questa fase a
distanziarci per criticare, per fare chiarezza, per iniziare a delineare
un'alternativa che scommetta a viso aperto sul fallimento di Veltroni, e che ci
spinga quindi a crescere? Mettiamo le cose in chiaro, io mi considero comunista
e amo il colore rosso, non certo l'arcobaleno. Ma la questione chiave è:
possibile che al di là dei simboli il governismo senza condizioni debba
rappresentare sia per l'oggi che per il domani la nostra definitiva cartina di
tornasole? Se così fosse saremmo di fronte non solo a un'abiura, ma a un grave
errore strategico. Il capitale italiano non è centrale ma periferico e ha
quindi le sue belle crepe. Ci si potrà tuttavia insinuare in esse soltanto
presentandoci credibili all'appuntamento della prossima "emergenza".
E la credibilità ci può esser data offrendo alle lavoratrici e ai lavoratori
un'alternativa politica fondata su una diversa gestione del debito pubblico, al
fine di riprendere il controllo statale sulle principali filiere strategiche
del capitale nazionale. Occorre convincersi che questa è l'unica alternativa a
una falsa "modernizzazione", con la quale vogliono in realtà
predisporci a un destino da colonia, economicamente funesto e culturalmente
retrogrado.
( da "Manifesto, Il" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Il duello truccato
Veltroni-Berlusconi: l'inizio della campagna elettorale visto in televisione La
cipria e il cerone Tutto sorrisi e "toni bassi", con il capo del Pdl
che si atteggia a giovanotto e il leader del Pd che sembra un energico boy-scout.
Un avvio di gara asfittico, il cui esito finale, proprio per le caratteristiche
dei duellanti, sarà deciso a colpi di telecamere Norma Rangeri La campagna
elettorale inizia in surplace. Il vecchio re e il giovane cavaliere alla sfida
della tv. Un gioco difficile tra due abili intrattenitori, accarezzati dal
duopolio. Questa volta il gioco è difficile. Una campagna elettorale che nei
numeri dei sondaggi già sembra aver un vincitore, in realtà è una scommessa
vera. Non solo per lo scossone provocato dalla nascita del partito democratico,
una riforma elettorale nei fatti, capace di terremotare la geografia politica.
Ma per la sua rappresentazione mediatica, per la difficoltà di segnare una
diversità, del tutto appannata dal patto tra il giovane democratico e il vecchio
repubblicano. Partiti in surplace, evitando non solo la rissa e l'insulto, ma
ogni scabroso confronto, in perfetto equilibrio anche con lo share dei
programmi che li ospitano, è una settimana che Silvio e Walter occupano il
piccolo schermo, protagonisti di telegiornali e talk-show, senza che un refolo
di emozione attraversasse lo schermo. Anche le avventure di Don Matteo si
lasciano guardare e fanno ascolti. Ma sono zuppe che conciliano il sonno. Il
telespettatore ha di fronte due bravi attori, capaci di parlare e di farsi
ascoltare, di sorridere e scherzare. Silvio e Walter sono due intrattenitori
consumati e in queste prime battute di avvio della competizione elettorale
hanno sparso nell'etere un profumo dolciastro di amorosi sensi. Eppure la scena
richiederebbe che apparissero addirittura avversari. Sembra averlo capito di
più la vecchia volpe berlusconiana che alla fine di ogni ospitata si ferma e
prima di salutare i tele-elettori replica lo slogan principale: "La
sinistra ha messo l'Italia in ginocchio, rialzati Italia". Tutto qui? I
salari, gli asili, i nostri ragazzi in missione di pace, gli imprenditori e i
dipendenti uniti da un comune destino di produttività, la sicurezza come una
delle priorità: non saranno questi programmi a pesare sul piatto della
bilancia. Non lo sono stati nella prima settimana che, invece, ha messo in
evidenza l'unica vera differenza tra i duellanti: l'età. Proprio con quel
"mi sento un trentacinquenne", Berlusconi in realtà è apparso come
quei pensionati che chiedono ai jeans e al giubbotto una seconda giovinezza. Al
contrario, Veltroni appare un dinamico ragazzone con gli occhiali, un boy-scout
sempre pronto a dare una mano. E' una gara tra il cerone e la cipria. E siccome
questa campagna elettorale, più delle altre, proprio per le caratteristiche
televisive dei due sfidanti, sarà combattuta a colpi di telecamera, il trucco
pesante, l'asfissiante doppiopetto, i capelli bicolore affondano il cavaliere
in un'immagine desueta, che arranca di fronte all'aria giovanilista dell'italo-americano
che sbarca in tv al grido di "siamo liberi!". E' il vecchio re che
insegue il giovane cavaliere. "Carissimo onorevole Veltroni",
"Buongiorno a lei caro presidente Berlusconi". Sono le nove di
mattina e il giornalista più imitato della nostra tv, Luca Giurato, accoglie
con calorosi saluti i due sfidanti della campagna elettorale. Forte dei suoi
fantastici maglioncini, e soprattutto del trenta per cento di share del
programma di Raiuno. Davanti a un pubblico casalingo che bisogna convincere a votare,
Giurato riceve, separatamente, Berlusconi e Veltroni offrendo a ciascun uno
spot di cruciale importanza. Nessun contraddittorio, nessuna critica, solo
pubblicità in par condicio. Magari non è proprio detto che sia la tv del
mattino a decidere l'esito finale, come si dice e si scrive ad ogni
appuntamento elettorale, ma è evidente che quell'ora, tra le nove e le dieci,
vale oro. Lo sa molto bene Berlusconi che conosce l'audience di questa fascia
oraria come fosse casa sua. E così le citazioni della mamma seduta ai piedi del
suo letto in quella notte fatidica del '94, o la capacità di farsi
"concavo e convesso", o il veleno su Casini "riportato all'onore
della scena politica nelle liste di Forza italia nel '94", si spargono nei
nostri tinelli insieme all'odore del caffè. Clima disteso, messaggio
tranquillo. Non c'è bisogno di alzare la voce per colpire nel segno "ho
sentito il candidato del partito democratico di Prodi, Veltroni che
diceva...", nè per far sapere ai telespettatori di aver "aiutato
economicamente le famiglie dei militari uccisi in missioni di pace, come ho
fatto anche con i genitori del ragazzo morto in Afghanistan. Possono contare su
di me". Per il pubblico del mattino, Veltroni è un po' fuori target. Lo sa
e si tiene lontano da slogan come "welfare-comunity", spendibile con
il pubblico della seconda serata. E punta a proporsi come uno che vuole dare
una rinfrescata alle pareti di casa "uno che ha dentro di se un'energia e
manda un messaggio di novità", come spiega rispondendo a una domanda su
Obama (e ogni riferimento a se stesso è puramente voluto). Ma appena Giurato
smette di andare fuori tema e dalle elezioni americane torna alla situazione
italiana, trova Veltroni già sintonizzato con le casalinghe e i pensionati,
magari nonni preoccupati ai quali annuncia uno dei punti del suo programma:
pene più severe contro i pedofili. Il giornalista è quasi commosso, per un
momento si lascia andare: "io non sono schierato con nessuno, ma questa
cosa mi fa molto piacere". In un clima affettuoso e informale Veltroni ha
pattinato sul suo personaggio: "il potere è un mezzo", "mi gioco
questa partita", "ci vuole lo spirito del dopoguerra" e nulla
sembra poterlo fermare. Nemmeno le interviste al popolo del mercato rionale,
format fisso per i leader che vanno in tv a ricevere le domande del popolo
elettore. Il giovane vigile del fuoco precario, la donna che lavora e non sa
come fare con il figlio, il poliziotto che chiede più soldi e più mezzi per
lavorare. Problemi? Macché, il leader del partito democratico guarda la
telecamera strafelice: "che paese meraviglioso è questo!".
L'idilliaco quadretto televisivo è frutto di due clamorose assenze: il
confronto diretto tra i competitori e la voce critica dei giornalisti. Se la campagna elettorale fosse iniziata con un faccia a faccia,
se le domande avessero sostituito le carezze, forse avremo visto cosa c'è
dietro la cipria e il cerone. Invece siamo stati spettatori di un derby senza
gol, giocato sul campo di un formidabile duopolio, senza mai neppure alludere
al conflitto di interessi.
La cornice ideale per truccare le carte.
( da "Unione Sarda, L' (Nazionale)" del
16-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
> Difficile che
Claude Chabrol, maestro della nouvelle vague francese sbagli un film, o almeno
consegni allo spettatore un'opera indigesta. Detective sottile e perfido di
cupi gialli di provincia, fustigatore della borghesia sordida e gretta, cinico
nel raccontare il mondo amorale dove il delitto è la soluzione dei mali, con
L'innocenza del peccato (ma il titolo originale è più diretto, La Fille Coupée
En Deux , Una donna tagliata in due) riprende il connubio amore-omicidio a lui
congeniale, ispirandosi a un fatto di cronaca celebre (avvenuto a New York nel
1906 quando per una storia di tradimenti venne ucciso l'architetto del Madison
Square Garden). Qui c'è una dark lady (Ludivine Sagnier) giovane e bionda che
usa il suo corpo per sedurre gli uomini che incontra. Fino a quando s'innamora
di un maturo scrittore di successo (Francois Berléand), ricco e perverso ma che
lascia per sposare un rampollo milionario fuori di testa (Benoit Magimel) che
crepita per lei di passione. Un triangolo folle ed esplosivo che ha nella
gelosia il motore della vendetta: il giovane sposo uccide lo scrittore,
frantumando la vita di tutti.Trama rigorosamente classica, anticipata nei
titoli di testa dalle note della Turandot pucciniana - come dire siamo in pieno
melodramma - servita da attori bravi, soprattutto Magimel nel ruolo del
milionario mentalmente instabile. Ma a Chabrol ovviamente
interessa altro, il conflitto sociale (scrittore e sposo sono ricchi, la
ragazza è di ceto popolare), la seducente innocenza che può diventare un senso
di colpa, il denaro che può comprare l'umiliazione (lei vende una testimonianza
per avere uno sconto di pena del marito ma la perfida suocera le nega i soldi),
la dittatura dei media che mescola e confonde l'apparire con l'essere e la
sensazione di essere tagliati in due, non solo tra due uomini ma tra desiderio
di inseguire i sogni e perfidia di chi gioca coi sentimenti degli altri. S.N.
L'INNOCENZA DEL PECCATO di Claude Chabrol con Ludivine Sagnier, François
Berléand, Benoît Magimel, Mathilda May, Caroline Sihol, Marie Bunel FRANCIA
2007.
( da "Mattino, Il (Nazionale)" del 16-02-2008)
Argomenti: Conflitto d'interessi
Vorpsi: "C'è un
clima da guerra fredda" "Vigilare affinchè il paese non diventi la
Palestina d'Europa" RAFFAELE PANIZZA La storia certe volte è davvero
beffarda. Fino a poco più di vent'anni fa, il Kosovo rappresentava per gli
albanesi di Tirana una finestra sull'Occidente che la dittatura di Enver Hoxha
aveva loro sbarrato. Oggi invece, a un passo da una sofferta indipendenza, la
regione al confine con la Serbia è una delle terre più tormentate, povere, e in
bilico d'Europa. Ornela Vorpsi, 39 anni, scrittrice e artista albanese
trasferitasi a Parigi dopo una parentesi italiana, ricorda gli anni in cui agli
albanesi tutto pareva più desiderabile piuttosto che l'oscura realtà. Pubblica
per Einaudi, Scarpe gialle il libro in uscita da Dante & Descartes a
Napoli. Durante la sua adolescenza, che idea nutriva del Kosovo? "Solo
un'immagine sfocata. L'Albania viveva in un isolamento quasi assoluto, e con
gli albanesi kosovari non c'erano contatti di alcun tipo. Semplicemente li
consideravamo più liberi e più fortunati di noi. Potevano viaggiare, e grazie
al regime di Tito erano più permeabili alle influenze occidentali. Io e le mie
amiche leggevamo romanzi d'amore scritti da autori kosovari, perché erano privi
di qualsiasi intento ideologico ed educativo, mentre gli scrittori albanesi
erano sottoposti alla censura del regime. Leggevamo i saggi sulla libertà del
filosofo Shkelqim Maliqi, e sognavamo di andarcene". È cresciuta imparando
a considerare i serbi come dei nemici? "Per noi rappresentavano qualcosa
di minaccioso e di mitico allo stesso tempo. I miei nonni mi raccontavano
storie spaventose nelle quali i serbi erano sempre protagonisti negativi, alti
due metri, in groppa a enormi cavalli neri. La nostra immaginazione è rimasta
condizionata da queste storie". Come ha accolto l'annuncio dell'imminente
dichiarazione d'indipendenza del Kosovo? "Con sentimenti contrastanti. È
una notizia che attendevo con ansia, specialmente alla luce delle sofferenze
secolari subite dal popolo, ma allo stesso modo temo sia l'inizio di uno
scontro sordo destinato a durare per anni". Si riferisce alle
dichiarazioni minacciose di Putin? "Mi riferisco a un clima che mi riporta
ai tempi della guerra fredda. Vedo i vecchi blocchi di nuovo l'uno contro
l'altro armati, in una guerra di egemonia che un tempo aveva a che fare con le
ideologie, e che oggi riguarda le risorse energetiche. Vedo i fantasmi peggiori
degli anni Ottanta, oltre a una somiglianza angosciante con
il conflitto mediorientale". La medesima miscela di rivendicazioni territoriali,
nazionalismo e divisioni religiose? "Esatto. Occorre vigilare affinché il
Kosovo non diventi per la Serbia ciò che la Palestina è per Israele". Se è
vero che da una parte sopravvivono le suggestioni legate alla Grande Serbia,
non da meno esiste l'idea della Grande Albania. "Non sono d'accordo. Gli
albanesi sono ormai insensibili al richiamo nazionalistico. Il popolo pensa più
che altro ad uscire in fretta dagli anni bui. C'è voglia di benessere, brama
per gli affari. Gli albanesi guardano alla causa kosovara con interesse, ma
sotto sotto la giudicano un'istanza ingenua, velleitaria e romantica. In Kosovo
ad esempio vige ancora la desa, l'etica della promessa sancita per mezzo della
parola e della stretta di mano. Per gli albanesi, è simbolo di un mondo ormai
primitivo". Manifesti a Pristina. Sopra, Ornela Vorpsi (Foto Effigie).
( da "Unita, L'" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Stai
consultando l'edizione del Sulla laicità ricorda il Concilio Vaticano II:
"Davo per risolta la questione, ora il conflitto riemerge".
( da "Unita, L'" del 17-02-2008)
Argomenti: Conflitto
d'interessi
Stai consultando
l'edizione del Terrorismo: le parole e il silenzio Luigi ManconiAndrea Boraschi
L'ennesima riprova che gli "anni di piombo" non abbiano mai trovato
una soluzione pubblica condivisa, se non da tutti, almeno da una parte
consistente dei cittadini di questo Paese, viene dalle polemiche addensatesi,
in questi giorni, su un dibattito in programma a Bologna per il prossimo 24
aprile. L'incontro dovrebbe tenersi al teatro Ridotto, a margine della
rappresentazione di un testo di Erri De Luca, "Chisciotte e gli
invincibili"; e vedrà protagonisti lo stesso scrittore napoletano, il
direttore del teatro Renzo Filippetti e l'ex militante delle Br Vittorio
Antonini. Diciamo subito che il titolo dell'iniziativa, ancorché poi spiegato
ampiamente, ha prestato il fianco a equivoci facili da prevedersi. "Gli
invincibili" - questo il nome voluto per il dibattito - ha sollevato dubbi
di opportunità proprio in relazione alla persona di Antonini: che, nella
schiera di quanti sono stati condannati per terrorismo, non si è mai dissociato
ne pentito. Che i promotori e lo stesso De Luca abbiano poi spiegato il senso
di quell'espressione - che non intende esaltare l'irriducibilità della violenza
a sfondo ideologico, quanto evidenziare la buona volontà di chi dagli errori e
dalle sconfitte più eclatanti trae, comunque, motivo di riscatto e
riabilitazione - è servito a ben poco. Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati,
si è espresso con toni molto duri, chiedendo l'annullamento del dibattito; ed
altri, con lui, ne hanno contestato l'opportunità e i protagonisti, fino all'avvio
di una piccola campagna mediatica approdata anche alle cronache nazionali. Non
è nostra intenzione discutere di Vittorio Antonini e della sua storia politica
e penale. Egli è stato invitato a testimoniare "non il proprio passato di
terrorista, ma la propria esperienza, nel carcere e fuori del carcere, di
fondatore e animatore dell'associazione Papillon. Questa associazione, da lungo
tempo presente e attiva all'interno dell'Istituto di pena di Rebibbia nuovo
complesso, ha coinvolto nel corso degli anni centinaia di detenuti nelle
proprie attività culturali e associative ed ha promosso recentemente, grazie
all'attività di ex detenuti e detenuti in semilibertà, come lo stesso Antonini,
un Centro culturale e una biblioteca popolare nella estrema periferia est della
città di Roma" (così i garanti dei diritti dei detenuti di Firenze e Roma,
Franco Corleone e Gianfranco Spadaccia). Anche per queste attività ad Antonini
è stata concessa la semilibertà (ovvero, quell'uomo non ha finito di scontare
la propria pena: non è "libero"). Tali attività testimoniano
comportamenti e azioni che configurano quella riabilitazione alla quale ogni
pena dovrebbe tendere. E la pena, a sua volta, essendo comminata da un potere
dello stato, non è questione "privata", di mortificazione dei
colpevoli e di soddisfazione delle vittime; le coscienze degli autori dei reati
rimangono ad essa estranee; dunque, estranee le sono anche la misura,
l'intensità e le motivazioni di ogni ravvedimento. La legge non chiede
"pentimento": non chiede, cioè, atti formali di contrizione, né è
preposta a indagare la sfera intima dove si avverte la coscienza e l'eventuale
resipiscenza; essa, piuttosto, esige dal condannato comportamenti non lesivi
(tanto meglio se positivi e virtuosi), nei confronti dei compagni di pena e
verso la società. I giudici hanno stabilito che Antonini questi comportamenti
li ha fatti propri e li ha mantenuti nel tempo. E oggi, nella misura in cui gli
è possibile, egli può tornare a partecipare alla vita associata. Con i diritti
e le prerogative che dovrebbero essere riconosciuti a ciascun cittadino;
dunque, anche con il diritto alla parola in occasioni pubbliche. Appurato,
allora, che la sua partecipazione a quel dibattito al teatro Ridotto è
perfettamente legittima, resta da chiedersi se essa sia anche opportuna. La
risposta, anche qui, ci appare affermativa. Non solo per i contenuti di quella
iniziativa - che solo per amore del grottesco qualcuno ha potuto immaginare
fossero celebrativi della violenza terrorista; ma proprio perché
quell'occasione di confronto è un altro piccolo tassello di reinserimento nella
società, in un percorso che Antonini ha già da tempo intrapreso. E perché se è
vero, come dicevamo in apertura, che il vulnus politico, culturale e umano
degli anni di piombo non è mai stato sanato, è vero anche che a esso bisogna
tornare: con tutta la razionalità e la disponibilità intellettuale di cui siamo
capaci. Non si può trovare motivo di comprensione definitiva di quella tragica
vicenda sin quando non siano chiare a tutti le cause dei tremendi errori e
degli odiosi crimini di cui si sono macchiati i protagonisti di quegli anni.
Quelle cause possono essere cercate negli elementi biografici dei terroristi,
nei loro tratti psicologici e in mille altri fattori scatenanti: ma esse sono,
e restano, primariamente politiche. Dunque, interessano tutti noi: chi quegli
anni non li ha conosciuti direttamente e chi, invece, li ha vissuti o ne è
rimasto segnato. Il terrorismo è stato sconfitto, grazie al cielo: ma la pace,
ricordiamolo, la si fa anche con i nemici sconfitti. E ogni pace inclemente ha,
di regola, il solo effetto di trascinare i conflitti oltre
la loro naturale fine (come sta avvenendo oggi in Italia per il terrorismo,
appunto). C'è un'ultima questione, forse la principale, che merita di essere
discussa. A molti, legittimamente, appare scandaloso lo spazio pubblico
concesso agli ex terroristi. Libri, convegni, dibattiti, incarichi
pubblici, visibilità mediatica. E si protesta perché, a confronto di tutto ciò,
ai familiari delle vittime è stato riconosciuto ben poco spazio di parola, men
che meno gli è stato tributato un riconoscimento pubblico tangibile per i
drammi vissuti, se non parzialmente e tardivamente. Che lo Stato abbia fatto
poco e male, per chi in quegli anni è stato segnato dalla violenza terrorista,
è dato inconfutabile. Tuttavia, non è impedendo agli ex terroristi di
esprimersi pubblicamente che si potrà porre rimedio a tali omissioni e
inadempienze. Piuttosto, se a quelli è concessa la parola nel dibattito pubblico,
altrettanto e ancor più va garantito a chi dal terrorismo ha subito lutto e
dolore. Piuttosto che ridurre la voce ai primi, allora, si amplifichi quella
dei secondi (le vittime e i loro familiari). Scrivere a:
abuondiritto@abuondiritto.it A buon dirittoPromemoria per la sinistra.
( da "Unita, L'" del 17-02-2008)
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l'edizione del I nipotini del Cavaliere Furio Colombo Segue dalla Prima I
mporta il rischio di ingiustizia nei confronti degli spettatori-elettori
rispetto ai quali c'è il problema di amputare parti di realtà, di fatti
avvenuti, di cose che dovrebbero essere precisate o ricordate, di omissioni,
che sono il peggior peccato della politica. *** Ma per tentare di dimostrare
ciò che vorrei dimostrare - e cioè che stiamo fuori dal giornalismo occidentale
- vorrei brevemente seguire e ricostruire gli eventi della sera
Vespa-Berlusconi. Prendete l'inizio. Il conduttore è frizzante e ha ragione.
Ancora una volta ha dimostrato che lui, e solo lui, controlla i cancelli del
cielo. Vuoi esistere? Qui devi essere. Non è poco, non accade altrove. Ma come
dice l'imperatore nella Turandot, "La legge è questa!". Dunque
all'inizio Vespa, garrulo, propone: "Parliamo di Casini e della Udc"
E viene subito interrotto dal leader del Popolo della Libertà con un pacato:
"No, parlo io". Questo è un diritto che non spetta all'intervistato,
a meno che non sia Putin, Ahamadinejad o (forse) un primo segretario del
Partito comunista cinese. Però parla lui ed esordisce con la frase: "Tutto
quello che volevo fare l'ho fatto. E l'ho fatto bene". Ed elenca
indisturbato eventi che narrano di una serie di trionfi grandiosi. Afferma che
sono otto milioni (otto milioni) gli italiani che hanno affollato i suoi
gazebo, che l'Università di Siena (non ci viene detto il Dipartimento) ha
certificato la realizzazione dell'85 per cento del suo "patto con gli
italiani". Arriva ad affermare, con un po' di imprudenza che "con
Mastella era tutto preparato, la caduta di Prodi non è stato un caso, non è
stata una sorpresa". Fior di notizia. Ma sul fondo campeggia, grande e luminosa
la scritta "Basta giochetti". Manca la spiegazione: giochetti di chi?
contro chi? Entra, funereo, lo slogan della campagna berlusconiana.
"Alzati Italia" perché, spiega l'autore, la sinistra l'ha messa in
ginocchio. Ma l'affinità di linguaggio che il pubblico coglie è piuttosto con
la serata Vespa dedicata a Lourdes in un'altra puntata. Qui c'è una spiegazione
interessante. Le nostre disgrazie sono dovute al fatto che noi italiani siamo
soggetti (cito) "ad una oppressione fiscale, burocratica,
giudiziaria". Qualcuno ha chiesto notizie di queste tre oppressioni?
Purtroppo no. Sulla terza oppressione sappiamo tutto, dal punto di vista di
Berlusconi. Sulle altre, forse, avrebbe dovuto spiegare il protagonista,
incalzato dalle domande. Ma - come ho detto - non è accaduto. Non ci sono state
domande. I direttori di quotidiani incaricati di investigare per noi spettatori
la mente, i progetti, i propositi, le intenzioni psicologiche, i programmi
politici del centrodestra (ma non c'è più il centro) sono Ferruccio De Bortoli
(Il sole 24 ore) Pierluigi Battista (Il Corriere della Sera), Mario Orfeo (Il
Mattino di Napoli) e Piero Sansonetti (Liberazione). Ascoltano. "Dobbiamo
tagliare l'Ici. Per tagliare l'Ici occorre tagliare la spesa pubblica. E
riaprire tutti e 106 i cantieri delle grandi opere, a cominciare dal Ponte di
Messina". È possibile fare tutto questo e in questa sequenza? Non ci sono
domande. Orfei vorrebbe ritornare a Casini. Risposta: "Abbiamo avuto due
milioni in piazza, otto ai gazebo,e tutti hanno votato il mio nome. Non lo vede
Casini che sono io il leader?". Tocca a Sansonetti. Il direttore di
Liberazione stabilisce subito ce non c'è differenza fra Polo della Libertà e
Partito democratico "Sia lei che il Pd non vedete il problema dei
salari" afferma, certo senza imbarazzo per Berlusconi. Il leader del
Popolo delle libertà viene incoraggiato a non sentirsi solo. Questa è una
domanda corredata da scheda, ovvero film su come è duro sbarcare il lunario per
tanta gente in questa Italia di Prodi. E nessuno precisa (o chiede) se era
meglio o peggio l'Italia dei cinque anni di Berlusconi. E nessuno si domanda:
ma se c'è un filmato sulla domanda di un giornalista, vuol dire che quella
domanda era concordata. Dunque lo sapeva anche il candidato sottoposto alla
griglia della intervista come in certi esami di notai, che però, quando
qualcuno se ne accorge, vengono annullati. Infatti Berlusconi, prontissimo, può
annunciare che Prodi ha tolto 40 miliardi dalle tasche degli italiani. Tutto
ciò senza obiezione di quattro giornalisti di punta. 40 miliardi. Come? In che
modo? Quando? Ma Berlusconi ha anche da annunciare un vasto piano di case
popolari di cui "ho già studiato la cubatura" (testuale). Dice di se
stesso: "I miei nipotini mi considerano Superman". Il silenzio
benevolo lo incoraggia a pensare che i suoi nipotini non sono soli. Poi afferma
che la caduta della nostra immagine del mondo ha abbattuto le nostre
esportazioni. L'Istat ha appena fatto sapere che, mentre era ministro Emma
Bonino, le esportazioni (che erano in negativo ai bei tempi) sono salite del 12
per cento, con positiva bilancia commerciale. Ma chi siamo noi per farlo notare
a Berlusconi? È qui che Ferruccio De Bortoli parla della indecente scena che si
è vista in Senato (e nelle televisioni del mondo) a celebrazione della caduta
di Prodi. Mortadella e champagne. Gli altri direttori non raccolgono. Si sente
sussurrare dal Capo del Popolo della Libertà che non saranno rieletti i
"colpevoli". Chi era in Senato ricorda una scenata indecente da parte
di tutta l'opposizione. Ricorda molti altri protagonisti, oltre all'ormai
celebre senatore Strano (il primo a inondare di champagne i commessi, ma non il
solo). E l'altra star del "Saloon Senato", il senatore Barbato, noto
per lo sputo e il gesto della pistola. Sarebbe stato bello chiedere a chi ha
potere di vita e di morte su tutto il Popolo della Libertà: "Chi
esattamente non rieleggerete a causa di quel terribile evento?". Non è
stato chiesto. E mi sento di dire che non accadrà perché ogni presunto
colpevole potrebbe indicarne un altro con tanto di immagini. Ma nella serata di
Vespa è già partito un filmato sull'immondizia di Napoli, generata dal solo
Bassolino negli ultimi sette anni, con musica tipo "Germania anno
zero". Battista interviene con una idea che potrebbe cambiare la storia
italiana: "Presidente, perché non fa lei, magari ad interim, il ministro
delle opere pubbliche e dei rifiuti?". Finalmente, fa intendere Battista,
sarà risolto il problema. Quel problema, come ogni altro problema. Perché
Berlusconi i problemi li risolve tutti. Cadono qui due affermazioni
incontrastate. Berlusconi promette che riaprirà tutti i cantieri, realizzerà
l'alta velocità in Piemonte anche con la forza, costruirà, eccome se costruirà,
il ponte di Messina. Dice che l'85 per cento del suo programma è stato
realizzato. E poiché quel programma era - pensa Berlusconi - perfetto, l'Italia
dovrebbe essere oggi l'85 per cento del Paradiso. Possibile che Prodi-Attila
abbia distrutto tutto in così poco tempo? Sansonetti resta sull'argomento Tav.
Elenca subito le colpe del Partito democratico e reclama attenzione per la
sinistra che lui rappresenta. La domanda è legittima, ma il nemico è molto più
il Pd che il Popolo della Libertà. E a questo punto, dopo la pubblicità, Vespa
confida agli spettatori: "Sapete? Durante l'interruzione i direttori mi
hanno detto: "Ma hai visto come è moderato Berlusconi? Avremo una campagna
davvero soft"". Questa non è che una piccola parte di cronaca di una
trasmissione di quasi tre ore. Resta indispensabile citare solo una affermazione
di Berlusconi caduta nel silenzio ma che dovrebbe essere destinata a fare il
giro del mondo. Trascrivo: "Stiamo pensando con Don Verzè a una nuova
struttura che è già in costruzione a Verona per portare la durata della vita
umana a 120 anni". Invece di fermare la trasmissione per riflettere
insieme col pubblico su un simile annuncio e saperne di più, Vespa ha fatto una
domanda sulla signora Rosa, la madre di Berlusconi, appena scomparsa.
Berlusconi ha risposto con comprensibile commozione. E l'argomento della vita
quasi eterna è rimasta in sospeso. *** Perché ho ricostruito questa serata
elettorale, segnata da alcune anomalie, ma non le peggiori nella storia di
Porta a Porta o del personaggio politico Berlusconi, nella sua quinta
incarnazione da candidato? Perché lo spettacolo quotidiano delle primarie
presidenziali americane ci contagia con una rovente nostalgia di un mondo
normale, in cui i politici fanno i politici e i giornalisti fanno i
giornalisti. Non mi sento di dare torto a Berlusconi per lo spazio libero che
gli è stato donato. Lui è un uomo fortunato. Ma mi sembra indispensabile, per
l'equilibrio della campagna elettorale che verrà, elencare, con la maggior
cautela possibile, alcune domande a Berlusconi che non sono state fatte dai quattro
direttori. Quelle che seguono sono solo una piccola parte. 1 - Lei ha definito
la Lega l'alleato più fedele. Ma Bossi aveva invocato la rivoluzione e parlato
di armi "che si possono sempre trovare". Ha cambiato parere? Ha
ritrattato? Quando? 2 - Dopo gli impegni presi su integrità e trasparenza delle
liste, candiderà il senatore dell'Utri la cui condanna è passata in giudicato?
E gli altri condannati e pregiudicati? 3 - Come pensa di finanziare 106
cantieri e costruire il Ponte di Messina e allo stesso tempo togliere l'Ici e
tagliare le tasse, mentre crollano le Borse del mondo e vacillano grandi
banche? 4 - Lei ha appena detto: "La lotta all'evasione fa paura. Calano i
consumi , si ferma la produzione". Vuol dire fine della lotta all'evasione
e ritorno alla politica dei condoni? 5 - Ha detto che, durante il periodo
Prodi, la criminalità è aumentata. Quando? Come mai le indicazioni dell'Istat
dicono che, invece, è alquanto diminuita? 6 - Lei dice che l'Italia è in
ginocchio. Dice il contrario di ciò che affermano le fonti europee e
internazionali, che mostrano di apprezzare la risalita dell'Italia. Può dare
alcune ragioni tecniche e statistiche per la sua affermazione? 7 - Può
indicarci dove, in quali eventi, opere o leggi, si è realizzato l'85 per cento del
suo programma? Possibile che Prodi abbia distrutto tutto in così poco tempo,
fino ad andare, in venti mesi, dal trionfo alla caduta in ginocchio? 8 -
Parlando di calo della disoccupazione per merito suo, lei ha citato gli anni
2006 e 2007. Ma in quel periodo l'Italia veniva devastata da Prodi, come lei
dice. Può spiegare la contraddizione? 9 - Come pensa di agire con i cittadini
che continuano a non volere la Tav? Userà la forza? 10 - Perché abbiamo dovuto
correre alle elezioni, rinunciando a cambiare una legge elettorale sbagliata?
Qual è la ragione o le ragioni della concitazione e accelerazione cui è stata
costretta l'Italia? 11 - Può condividere con noi il progetto geniale suo e di
Don Verzè che consentirà il prolungamento della vita umana a 120 anni, o resterà un segreto riservato al Capo del Popolo della Libertà,
che lei ha definito, modestamente, indispensabile e insostituibile? 12 -
Infine, se fortunatamente vivrà così a lungo, è possibile che prima di quella
remotissima data sia permessa l'approvazione di una vera legge sul conflitto di
interessi?
furiocolombo@unita.it.
( da "Voce d'Italia, La" del 17-02-2008)
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Esteri Dall'inizio
delle ostilita' sono morte oltre 70.000 persone Sri Lanka, revocato il
"?cessate il fuoco", riprende una guerra di trent'anni Una storia
scritta con il sangue, per rivendicare un territorio senza soluzione di
continuita' Colombo, 17 feb.- Trent'anni di lotta per un
conflitto che non ha mai messo realmente in gioco gli interessi delle grandi potenze. Trent'anni di vita per un movimento
separatista che è sempre stato espressione di una minoranza autoctona intorno a
rivendicazioni politiche, religiose e linguistiche, in un intrecciarsi di
vicende legate alle esperienze di una potente organizzazione transnazionale,
le “Tigri di liberazione dell'Eelam tamil” (Ltte). Trent'anni, dunque, di
storia scritta con il sangue, per rivendicare un territorio senza soluzione di
continuità (chiamato “Tamil Eelam”) costituito dalla provincia nord-orientale
dello Sri Lanka, dal porto di Trincomalee e dalle regioni del sud-est. Una tensione,
quella tra maggioranza di lingua cingalese (il 74% degli abitanti) e minoranza
tamil (il 15% degli abitanti) che risale al 1956, anno in cui nell'isola,
all'epoca chiamata Ceylon, prese il potere il Partito della libertà, lo Sri
Lanka Freedom Party (Slfp). Il suo fondatore, Salomon Bandaranaike impose il
cingalese come unica lingua ufficiale e riconobbe il primato del buddismo, la
religione predominante tra i cingalesi, scatenando i primi scontri nelle zone
di contatto con i tamil a maggioranza induista. La tensione, dopo una breve
battuta d'arresto, è tornata in scena negli anni Settanta, fino a raggiungere
la massima intensità nel corso degli anni Ottanta. In seguito ai violenti
episodi del luglio del 1983, il governo cingalese ha deciso di intervenire
attraverso una durissima repressione, che ha fatto cadere il Paese nella guerra
civile. Ben 65.000 tamil hanno abbandonato l'isola e si sono rifugiati in
India. Anche la minoranza musulmana è stata costretta alla fuga: oltre 100.000
persone hanno lasciato lo Sri Lanka. Dopo il fallimento del tentativo di
peacekeeping da parte dell'India, nel 1991, le azioni di guerriglia firmate dal
Ltte si sono susseguite per tutto il decennio scorso. Aeroporti, testate
giornalistiche, centri religiosi e luoghi della politica sono stati
completamente distrutti. Nel 2000 la Norvegia ha assunto l'incarico di
mediatrice tra cingalesi e tamil, giungendo, nell'aprile del 2002 allo storico
cessate il fuoco. Lo stato di armistizio siglato dalle due parti belligeranti
sarebbe dovuto entrare in vigore dal 2004, ma non è mai stato realmente
applicato. Una tregua troppo fragile per essere risolutiva, soprattutto dopo
l'elezione a presidente, nel 2005, del nazionalista Mahinda Rajapakse, fautore
del pugno di ferro contro i separatisti, considerati a pieno titolo terroristi.
Il 16 gennaio anche questa opportunità è svanita del tutto. L'accordo, già
revocato unilateralmente dal governo di Colombo il 2 gennaio, è stato
definitivamente abbandonato. La decisione ha confermato anche l'annullamento
della Sri Lankan Monitoring Mission, la cui possibilità di accesso sia alle
zone di conflitto sotto il controllo dell'esercito che a quelle in mano ai
ribelli consentiva di monitorare le violazioni dei diritti umani nell'isola. Il
Paese si trova ora in preda ad una guerra aperta volta all' “eliminazione del
nemico”. Da una parte c'è il governo, che ha intensificato i suoi sforzi per
piegare la resistenza delle Tigri ed ha lanciato una campagna mirata al loro
annientamento (per l'anno 2008 è prevista una crescita del 20% dei fondi
destinati alle forze di sicurezza nazionali, per un ammontare di 1,5 miliardi
di dollari). La testimonianza arriva dal comandante in capo dell'esercito
srilankese, Sarath Fonseka, che dichiara di aver contato l'uccisione, nel nord,
di circa 500 nemici ogni mese: "Continuando a questo ritmo – ha detto
Fonseka – entro sei mesi avremo ucciso 3.000 tigri Tamil e potremo dichiarare
finita la guerra". Dall'altra ci sono i separatisti ribelli, che
continuano a seminare vittime in tutto il Paese, come è accaduto anche il
giorno della scadenza della tregua: un ordigno è esploso in un autobus
uccidendo a Buttala, nel sud est, 27 civili. Prima dello scadere del cessate il
fuoco il movimento autonomista si era detto pronto a tornare al tavolo
negoziale con il presidente Rajapaksa e a ripristinare la tregua da lui
formalmente revocata la settimana precedente. Il portavoce di Colombo, Keheliya
Rambukwella, aveva però immediatamente rigettato l'offerta dei ribelli:
"Hanno usato il cessate il fuoco per condurre attacchi terroristici contro
obiettivi civili. Il governo porterà avanti le operazioni militari per liberare
tutto il Paese dai terroristi: li liquideremo". Trascorse due settimane è
il governo di Colombo a svelare il suo piano per risolvere politicamente il
conflitto etnico. L'accordo, come stabilito da un testo elaborato dall'All
Party Representative Committe (Aprc) – e accolto con favore dalla comunità
internazionale, prevedeva la concessione di maggiori autonomie alle province
del nord a maggioranza tamil; ma mirava, allo stesso tempo, ad attrarre fuori
dall'area del conflitto le fazioni moderate tra i patrioti delle Tigri. I
guerriglieri indipendentisti lo hanno subito rifiutato. La crescita di tensione
di questi ultimi giorni si inserisce in quel clima di terrore alimentato dal
susseguirsi di omicidi politici messi in atto sia dal governo di Colombo che
dalle Tigri per spazzare via il vertice delle rispettive leadership. Una
strategia mirata, dunque, che risale al 2005, quando è stato ucciso il ministro
degli esteri Lakshman Kadirgamar. Nello stesso anno, a dicembre, in una chiesa
di Batticaloa, è morto anche il parlamentare filo-ribelli Joseph
Pararajasingham. Nel giugno 2006, invece, ha perso la vita con una bomba,
Parami Kulatunga, uno dei generali srilankesi più in vista. Cinque mesi dopo è
stata la volta di altro politico filo-guerriglia, Nadarajah Raviraj. Nel mese
di dicembre dello stesso anno è stato ucciso anche Anton Stanislaus
Balasingham, ideologo e portavoce delle Tigri. Nel novembre 2007 un raid aereo
ha ammazzato Sp Thamilselvan, capo del braccio politico delle Tigri. Il 2008,
appena iniziato, ha già visto morire, il 6 gennaio, il “Colonnello Charles”,
capo dell'intelligence Tamil, la cui esecuzione, attuata dai servizi segreti di
alto livello, è seconda solo all'omicidio di Thamilselvan. Due giorni dopo è
uscito di scena anche il ministro per la Ricostruzione D.M. Dassanayake, ucciso
con un attentato dinamitardo sulla strada dell'aeroporto di Colombo, a poche
ore dalla morte, all'uscita da un tempio induista, di un membro tamil del
parlamento, Thiagarajah Maheswaran. A pagare le conseguenze di questo
conflitto, che ha causato circa 70.000 morti, 5.000 dei quali solo negli ultimi
tre anni, sono i civili. Nei distretti settentrionali di Jaffna, Mannar,
Vavuniya e Polonnaruwa ogni giorno si registrano morti e feriti, molti dei
quali sono bambini; senza dimenticare gli sfollati, che si stimano siano circa
un milione. Il Giappone, principale donatore internazionale per lo Sri Lanka,
ha annunciato il congelamento degli aiuti finanziari al governo di Colombo se
questo conflitto continuerà ad inasprirsi. La minaccia è stata formulata da
Yasushi Akashi, inviato speciale per la pace di Tokyo, riferendosi al livello
allarmante di violenza registrato nelle ultime settimane, in particolare da
quando, a metà gennaio, "Demonizzando i ribelli, con la qualifica di
“terroristi”, il governo sta limitando i negoziati. A meno che l'esecutivo e i
ribelli scelgano la pace – ha precisato Yasushi Akashi – gli appelli dal resto
del mondo, anche se numerosi, resteranno inascoltati". Giovanna Sfracasso
Geopolitica.info.
( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)
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Corriere della Sera
- NAZIONALE - sezione: Primo Piano - data: 2008-02-17 num: - pag: 6 autore: di
MARIA LAURA RODOTà categoria: REDAZIONALE La scommessa Il leader Pd tra celebrità
e giovani del Paese "normale" La carica dei cognomi illustri Da
Colaninno a Benetton e Mondadori, in attesa degli sconosciuti SEGUE DALLA PRIMA
Nomi distinti, pure troppo; di rampolli della classe dirigente. Per dire:
Benetton-Mondadori-Sensi-Colaninno. Tutte persone eccellenti, per carità; ma
più che candidati innovativi sembrano una comitiva da aperitivo all'hotel Posta
di Cortina. Almeno elencati così insieme. Poi si vedrà. Poi non sono casi
accomunabili, evidente. Prendiamo Matteo Colaninno, presidente dei giovani di
Confindustria. è persona seria, gran lavoratore (bonus: l'unica festa a cui lo
si ricordi è quella del suo matrimonio). Il tipo di imprenditore-candidato poco
entusiasmante ma affidabile (gli elettori si fiderebbero ancor di più di un altro
imprenditore ipercorteggiato, Ivan Lo Bello di Confindustria Sicilia; ma non
sarebbe meglio aiutarlo da Roma nella sua battaglia anti-pizzo invece di
mandarlo a Roma a spingere bottoni in Aula? Forse sì). Altri casi sono più
strani, e non per colpa di chi è tirato in ballo. Come quello di Martina
Mondadori, ventiseienne dal cognome illustre. è bella e culturalmente vispa;
non sono notissime le sue imprese politico- economiche. Più che altro, è nota a
noi gentaccia che soccombe al piacere di studiare i Cafonal (serie di foto
mondane rivelatrici e deprimenti, del balzacchiano Umberto Pizzi) sul sito
Dagospia (vabbè, ormai si sa che il web è importante). Creativa ma problematica
è poi l'idea di candidare Rosella Sensi. La piccola Thatcher giallorossa (di britannico
ha anche la somiglianza con l'amica di Hugh Grant in Quattro matrimoni e un
funerale) governa da anni calciatori-dirigenti-giornalisti- tifoserie; roba più
complessa e rischiosa di un medio ministero. Sarebbe quindi qualificata. Ma, al di là dei possibili conflitti di interesse causa affari
familiari: se una Sensi si candida, come la mettiamo con lo swing vote dei
laziali? Molti biancocelesti di destra, indignati per la fusione di An nel Pdl
e tentati dalla ripicca pro Veltroni, finirebbero per preferire l'altrettanto
romanista ma perlomeno nero Storace, va da sé. Alessandro Benetton è
un'altra storia ancora, probabilmente improbabile (e lì il Pd può perdere voti
delle fans di Deborah Compagnoni; non l'ha ancora sposata, chissà perché). Ma
smettiamola con la battutacce, e speriamo di venire smentiti. Speriamo che i
giovani capilista, e altri candidati sicuri, non siano solo gente con bei
cognomi. Sarebbe un segno di scarso spirito innovativo e di insicurezza
identitaria. Speriamo che ci siano ragazzi/e che si sono distinti nell'economia
e nella ricerca, magari scappando all'estero per riuscirci; che organizzano
cooperative antimafia, o per aiutare i più poveri, gli immigrati e/o (anatema?)
le donne in difficoltà, i precari; gente brava e basta. Tra l'altro, Veltroni
dovrà crescere un obamino/obamina come suo successore. Dovrà essere un
Barack/Baracca che (come l'originale) abbia fatto i conti con la figura del
padre (magari bancario e non banchiere, fresatore e non imprenditore, a chi non
è classe dirigente votarlo/a mica dispiacerebbe) e abbia ben costruito se
stesso/a. Questa è la scommessa vera; se ci saranno un po' di vip benissimo;
però, per tirar su il morale del Paese normale, che siano ben diluiti. Matteo
Colaninno L'imprenditore trentasettenne sarà capolista del Pd a Milano.
( da "Corriere della Sera" del 17-02-2008)
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- NAZIONALE - sezione: Spettacoli - data: 2008-02-17 num: - pag: 46 categoria:
REDAZIONALE Vita e destino Dodin mette in scena Grossman e punta sul germe
dell'antisemitismo Solo il dolore accomuna tutti di FRANCO CORDELLI D i Vita e
destino di Vasilij Grossman messo in scena da Lev Dodin con attori giovani e
meno giovani del Maly Teatr di San Pietroburgo descrivo la scena che ne è
l'elemento di spicco e che riflette la struttura dello spettacolo (e il senso
del romanzo): una grande rete da pallavolo la taglia in due, diagonalmente; può
essere la rete di una palestra o l'unica traccia di sollievo di un lager
stalinista; di qua e di là dalla rete ci sono due tavoli, uno specchio
verticale e deformante e un pianoforte, una doccia e una maestosa credenza, una
vasca e un letto: insomma l'arredo di molteplici piani d'abitazione. Questa
sincronica pluralità di luoghi e di tempi è, come ho detto, il tratto
distintivo dello spettacolo, che così condensa (almeno nella mia edizione di
Vita e destino, la prima, del 1984) una materia per più versi frantumata, a
volte affastellata, con troppi rivoli narrativi non ricondotti verso un
inafferrabile centro. Come se nella partita tra vita e destino a prendere il
sopravvento fosse la prima, con quel tanto di opacità che la sua narrazione
immediata spesso implica con l'effetto di smorzare la percezione - che a
Grossman stava maggiormente a cuore - del destino tragico a tutti comune, il
destino che unisce nel dolore e nella sventura le due famiglie di cui ci
racconta la vicenda. Essa può essere descritta, nella sua forma piramidale, a
partire dal basso, o dal campo più vasto, la Storia, o dall'alto, l'individuale
ventura, la storia personale. Quest'ultima è la storia di un fisico ebreo,
Viktor Strum. Poi è la storia della sua famiglia e di quella di sua cognata,
durante la battaglia di Stalingrado. Infine la storia di questa grande, eroica,
assurda battaglia, fino alle sue conseguenze nel dopoguerra. Per ben due volte
la coscienza morale di Strum viene messa alla prova. Uno di fronte all'altro ci
sono lo Stato (Stalin) e l'individuo; l'ideologia e la libertà di ricerca (o di
espressione); l'assenso agli ordini, cioè l'abiura, o la fedeltà al proprio
lavoro, quindi alla propria fede. Questo conflitto, che negli anni Trenta-Quaranta
in Unione sovietica e nel mondo fu tragico, è ora allegorico benché, sia nel
romanzo che nello spettacolo, reso manifesto in termini strettamente
realistici, nel tipico realismo russo della tradizione ottocentesca, ancor vivo
negli anni Novanta del secolo scorso. Ciò che del conflitto
più interessa, a Grossman e a Dodin - come quella rete rivela con la sua
immagine di netta divisione, di opposizione tra due campi, ma anche di
congiunzione, di similarità - è che nella guerra tra russi e tedeschi, e poi
nel cuore della Russia, era annidato un germe velenoso, il germe del
nazionalismo; ma che, in entrambi i casi, questo germe si sostanziava di
una comune ideologia antisemita. Ecco, ci dicono lo scrittore e il regista,
quanto drammaticamente rese simili i due avversari, e tra loro nemici i
concittadini, i fratelli. Vi è poi, nello spettacolo, un altro elemento
strutturale. Tutto il racconto si snoda durante la stesura di una lettera
d'addio della madre a Viktor. Nel libro è un lungo capitolo; nello spettacolo è
il filo conduttore delle varie vicissitudini. Ma è questa lettera a dare il
tono e, in ultima analisi, lo stile: alla coralità anche tumultuosa, anche
vitalistica dell'insieme, fa da contrappunto la tristezza immedicabile
(francamente, a volte, un po' ricattatoria) di quella voce, del suo lamento,
della sua impossibilità di configurare appunto un destino, di capovolgersi in
una catarsi. Teatro Studio di Milano Attori Scena di "Vita e destino"
con la compagnia del Maly Teatr Vita e destino di Grossman/Dodin.